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La scarcerazione di Siher è motivata con attenzione ai principi di diritto. Checché ne dica Meloni

29 October 2026 at 13:22

di Carlo Sorgi*

La Gip di Milano, Tiziana Landoni, ha scarcerato Youssef Siher, accusato di istigazione per delinquere aggravata dalle finalità terroristiche e di partecipazione violenta alle manifestazioni pubbliche per aver creato sui social il “Movimento 17 ottobre”. La sezione distrettuale antiterrorismo della Procura di Milano aveva chiesto la custodia cautelare in carcere. Il fermo non è stato convalidato e non sono adottate misure cautelari.

Con un video diffuso sui social per attaccare ancora una volta frontalmente una decisione giudiziaria, Giorgia Meloni senza mezzi termini ha definito “vergognosa” l’ordinanza del Tribunale, parlando di un atto che finisce per “mortificare in modo insopportabile il lavoro delle forze dell’ordine, degli inquirenti e del Viminale”. Per Meloni, decisioni di questo tipo metterebbero infatti in discussione “la capacità stessa di uno Stato normale di difendere le persone perbene dai raid violenti che colpiscono le città”. Alle parole di Meloni e di altri esponenti politici, ha risposto con un comunicato stampa ufficiale la presidenza del Tribunale di Milano: “Dichiarazioni politiche irricevibili che evidenziano la scarsa conoscenza degli istituti giuridici di uno stato di diritto. Il giudice è terzo e soggetto soltanto alla legge”.

Esaminiamo le contestazioni formulate nei confronti di Youssef Siher e le motivazioni della Gip milanese. La prima contestazione è quella di istigazione a delinquere (art. 414 C.P.) che – spiega il giudice – è un reato di pericolo concreto, cioè idoneo a provocare la commissione di delitti, sicché “la compressione del diritto di libera espressione delle proprie opinioni è ammissibile solo quando venga effettivamente in gioco la tutela di altri beni costituzionalmente protetti e, in particolare, quello della sicurezza pubblica”. Negli scritti dell’indagato ci sono dichiarazioni con toni aspri e espressioni volgari (“lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove” e “Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame”), ma non accompagnate da specifici e concreti riferimenti ad azioni violente o in altro modo costituenti reato, tali da indurre gli utenti a commettere atti di tal genere.

La pubblicazione del “vademecum di incitamento a tecniche di guerriglia urbana ispirato alla Rivoluzione egiziana del 2011” era parziale, senza la parte (che Siher aveva nel proprio computer ma non condiviso) con consigli potenzialmente più aggressivi verso le forze dell’ordine. Questa riduzione appare, per il giudice, indicativa delle modalità di protesta collettiva che si era proposto di organizzare, le quali non contemplavano l’aggregazione di persone finalizzata alla commissione di atti di violenza. In ogni caso “nei post e nei comunicati pubblicati, Siher non prospetta mai l’attuazione di azioni violente o l’adozione di altri comportamenti integranti reato, né risulta essersi ispirato alle gravi violenze verificatesi nelle giornate del 17 e 18 ottobre 2026, neppure menzionate quale modello delle forme di protesta da lui proposte”.

Le condotte di Siher, quindi, “oltre ad evocare azioni di ‘disobbedienza civile’, non si traducono nell’adozione di comportamenti violenti o più in generale criminosi, ma sono espressione della sua ferma volontà di avviare una stabile forma di protesta a fronte di problematiche socio-economiche che, secondo il suo pensiero, non trovano risposta nelle attuali politiche governative.”

Le osservazioni formulate valgono ad escludere anche la configurabilità del nuovo reato di “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche”, art. 420 bis C.P., introdotto con il decreto sicurezza 190/2026, l’ottavo del Governo Meloni. Conseguentemente niente gravi indizi di reato, niente convalida dell’arresto, niente misure cautelari.

Per completezza il Gip esclude anche il pericolo di fuga, una delle condizioni per i provvedimenti di custodia cautelare. In effetti Siher non era a casa quando la Polizia lo aveva cercato ma era stata la sua famiglia a dire alle Forze dell’Ordine che da un po’ di tempo Siher stava con la moglie da loro amiche a Milano, dove era stato infatti trovato.

Prima di parlare bisogna conoscere i fatti e questo vale in particolare per chi ha incarichi pubblici rilevanti. Il provvedimento del Giudice di Milano appare motivato con attenzione ai principi di diritto, non solo di quello penale ma anche dei fondamentali diritti della persona della nostra Costituzione.

Se torniamo con la mente alla recente storia del referendum sulla Magistratura, questo caso rappresenta una conferma dell’assunto della totale indipendenza dei giudici rispetto ai pm, che era stata una delle critiche alla base della riforma costituzionale rigettata dal referendum con il suo NO, e ci lascia immaginare cosa sarebbe successo se fosse passata la riforma con una presenza dell’esecutivo certamente più ingombrante sulla Magistratura e tale da ridurne l’indipendenza.

*già magistrato, coordinatore Comitato per il No Forlì Cesena

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Così la rabbia degli studenti dissidenti, di partigiana memoria, diventa sempre più grande

28 October 2026 at 05:24

di Francesca Carone

A furia di ascoltare come un disco rotto le misure “preventive” governative “belliche” pro-riarmo e compagnia bella, i giovani e i meno giovani, e perché no anche anziani, hanno deciso di capovolgere la narrazione radical-chic dei media diventando essi stessi la narrazione. Se la politica e l’informazione non li ascoltano e non parlano di loro sono loro che portano l’informazione e la politica con loro. Nelle piazze. È la guerra partigiana moderna combattuta anche nei circuiti virali. È la strategia moderna della protesta urbana che si combatte a colpi di piazza e social. Se tutto passa dai social-media e dall’ informazione a ciclo continuo, “cotta e mangiata”, è anche da lì che deve passare il dissenso giovanile-adolescenziale, declassato e sabotato da molti operatori dell’informazione come la guerra dei Maranza, sfaticati, alienati e arrabbiati; “fenomeno” oscuro del dissenso giovanile dato in pasto come “salvagente” alla crisi economica e sociale dalla propaganda politica, dall’informazione pilotata e da una buona parte dei social.

Così la rabbia dei giovani studenti dissidenti, di partigiana memoria, diventa sempre più grande. Più forte. Più intima e accorata.

Lo scandaloso e offensivo monologo di Bruno Vespa nei confronti della coordinatrice nazionale dell’Unione degli Universitari, Sabrina Brizzola, si trasforma in un monito per giovani e meno giovani a scendere in piazza piuttosto che trastullarsi negli happy hour o nei tour notturni per locali e discoteche. I giovani hanno ormai capito che è arrivato il momento di farsi ascoltare per interrompere il corto circuito della pericolosa dissolvenza e della declinante invisibilità in cui sta scivolando la loro generazione. E non solo.

Dietro la loro protesta c’è quella delle loro famiglie, anche loro condannate all’ invisibilità e ad una sotterranea ed inevitabile indifferenza. Il malcontento nasce alla radice. Dal quel terreno nascosto e arido che sta depauperando il tessuto sociale del nostro Paese. Le famiglie si disgregano, soffrono e, nel migliore dei casi, sopravvivono nell’ indifferenza e nel silenzio della politica, sorda ai loro richiami e troppo impegnata nella propaganda di decretifici e storytelling pre-elettorali. Così tutto diventa paurosamente liquido e inafferrabile. Ognuno procede secondo mete e obiettivi dettati dai propri bisogni e necessità.

In questo agone smembrato e caotico le voci si rincorrono e la narrazione si sfilaccia, si indebolisce diventando piatta e inascoltata, trasformandosi in una sorta di brodo primordiale dove tutto è il contrario di tutto, dove vittima e carnefice si confondono diventando “mangime” virale per social e informazione. I problemi si rincorrono e le narrazioni si sovrappongono entrando in un vortice pericoloso dove le voci rischiano di diventare suoni inascoltati e le azioni una corsa a chi difende meglio il proprio orticello: la politica, con l’ennesimo inutile decreto Sicurezza, nascondendo la protesta legittima e pacifica dei giovani studenti, la guerriglia urbana dei maranza, come sfida e risposta alla crisi della famiglia e della scuola.

E poi la paura della gente, dei commercianti e la vorticosa dialettica dell’informazione che legittima e delegittima questa o quella causa. Così la confusione genera rabbia, ansia, alienazione con il rischio di una grossa implosione. Ecco allora la sfiducia, la frammentazione della verità, dei valori e della società. Di qui il fenomeno dell’astensionismo, della crisi dei valori, del disorientamento etico e politico. In questo scenario funesto, anche il dissenso giovanile rischia di diventare strabico e diafasico: il linguaggio violento dei facinorosi e provocatori distoglie lo sguardo dalla protesta legittima dei giovani che inevitabilmente assume una dimensione distopica priva di visione e futuro.

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I giovani scendono in piazza perché hanno capito che il sistema attuale dev’essere abbattuto e ricostruito

27 October 2026 at 17:26

di Alessia Manera*

In queste settimane si stanno riempiendo le piazze di tutta Italia e le modalità, le parole d’ordine che le stanno attraversando, meritano una riflessione attenta, soprattutto da parte di quella società adulta che rischia di utilizzare etichette stantie e di bollare come già visto o rituale un fenomeno sociale che non ha, credo, nessuna di queste caratteristiche.

Per decenni i movimenti sociali occidentali si sono strutturati all’interno di una cornice di pensiero di accumulo e di andamento positivo delle trasformazioni: la prospettiva era la crescita del sistema, la crisi un momento transitorio, in un mondo in cui sviluppo economico e tecnologico si allargavano sempre di più, conquistando e sottomettendo le alterità, che venivano lette alla luce dei propri paradigmi. Il punto in cui eravamo stava su un piano, ma era l’Occidente a stabilire alla luce di quale retta leggere il posizionamento degli altri punti.

Oggi quella narrazione collassa su se stessa a una velocità sempre maggiore e implacabile: l’accumulo è basato sulla speculazione, per cui si estrae dalla materialità delle relazioni (personali, economiche, di potere) senza mai restituire nulla in cambio, come in un buco nero. Si è spezzato ogni patto sociale, e questo appare più evidente a chi un’epoca di patto sociale funzionante non l’ha mai vissuta e la sente raccontare sotto una luce quasi mitologica. Le piazze di oggi sono fatte di generazioni che non hanno più solo l’Occidente e la sua storia come riferimento culturale. Sono generazioni che parlano più lingue, che conoscono sistemi diversi, con le loro funzionalità e imperfezioni, che seguono canali di informazione in arabo, swahili, cinese, albanese, o anche solo inglese, francese e spagnolo, che sanno che le cose possono avere nomi diversi a seconda di quale prospettiva usi per guardarle, che hanno sperimentato spesso la realtà e la violenza di un potere che è democratico solo di fronte alla conformità. Una conformità legata all’identità bianca, di consumo e di privilegio, accettato come elemento fondamentale per l’accesso ai diritti.

Un ossimoro su cui però si fonda buona parte della narrazione “democratica” degli ultimi decenni. Una conformità che queste generazioni rifiutano. D’altronde a queste piazze viene contesto proprio l’essere scomposte, non etichettabili, non rappresentate. Rompono vetrine che non sono solo quelle materiali dei negozi, ma anche quelle della narrazione del potere. Perché non esprimono un dissenso interno al sistema, ma il bisogno di destrutturare il sistema stesso. Hanno capito che il sistema non li può comprare tutti: non ha più i soldi per farlo perché ha spolpato l’economia reale per garantire profitti alla rendita finanziaria.

Sanno che, se quelli che potranno essere comprati sono pochi, loro probabilmente resteranno fuori. Sono fuori. Siamo fuori. E allora credo che abbiano fatto il passaggio logico successivo, quello stesso passaggio che le generazioni più vecchie, ancorate al proprio bagaglio socialdemocratico, hanno paura di fare: se il sistema non garantisce più almeno il minimo di dignità e di prospettiva di vita, deve essere abbattuto e ricostruito. Non c’è più niente da salvare. Il mondo che i nostri genitori e i nostri nonni hanno conosciuto è sparito. Almeno nel cosiddetto Occidente, che non è il faro della democrazia, seppur imperfetta. È il baluardo della rendita, dell’estrattivismo e del saccheggio, che ha smesso di essere proiettato esclusivamente all’esterno e investe oggi anche il centro dell’Impero.

Si vede bene dall’escalation repressiva: perché anche il potere stesso è consapevole di non avere più leve per trattare, di non poter più di fare concessioni neanche per condividere briciole di benessere. È in gioco l’esistenza stessa del sistema, del suo modello di funzionamento, la sua insostenibilità: economica, climatica, sociale, culturale. Quindi reprime, agisce tutta la propria violenza nei confronti di chi denuncia la realtà e prova a mantenere un minimo di presa su quegli spaccati di società sempre più ridotti che sentono ancora di avere qualcosa da perdere. Così vediamo scene che contestiamo perché “indegne di uno stato democratico” ma che in realtà disvelano la democrazia mancata che abitiamo: idranti sulle ambulanze a Bologna, caroselli di blindati in piazza Duomo a Milano, medici e giornalisti manganellati, minorenni fermati per i vestiti che indossano o per i loro tratti somatici.

La profilazione razziale, agita su ragazze e ragazzi che con i loro coetanei condividono lingua, tempo, esperienze, interessi, ne è l’esempio più evidente, insieme a un proliferare di “decreti sicurezza” che hanno evidentemente poco a che fare con la sicurezza collettiva e molto con la repressione di soggettività giovani e con un background non assimilabile: sono, infatti, il tentativo di tracciare un “noi” e un “loro”, un dentro e fuori, che salta quando un’intera generazione è però capace di riconoscersi su un piano di identità collettiva, abituata a riflettersi negli occhi dell’altro sui banchi di scuola, nei parchi, sui vagoni della metro o finanche sulle panchine di un centro commerciale dove stazioni e non puoi comprare, perché la speculazione si è mangiata ogni spazio di socialità possibile e ha lasciato solo quelli del consumo o del desiderio di questo.

Ma, ancora una volta, il noi e loro che il potere vorrebbe costruire – e non ci riesce – conferma solo la traccia di una linea di faglia generazionale, di un mondo in trasformazione che si sta riconfigurando secondo direttrici che esondano le etichette che siamo abituati ad attribuire, esattamente come le esondano le piazze. E chi sa parlare con le periferie e le province dell’Impero ne riconosce prima e più velocemente i pattern e i meccanismi. Ascoltiamoli, perché il re è nudo. E se gli vediamo i vestiti addosso è solo colpa nostra.

*pedagogista e attivista

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Mi sono svegliata arrabbiata: immagina di essere giovane oggi

26 October 2026 at 13:32

di Vittoria Spisa, studentessa

Come tanti giovani, mi sono svegliata arrabbiata. Quella rabbia che risulta inspiegabile agli occhi di molti. Oggi proverò a spiegarla. Bisogna fare un piccolo esercizio di immaginazione. Ricordi la tua giovinezza? Quando avevi un futuro ricolmo di speranze e la profonda convinzione che ogni tuo sacrificio avrebbe portato a un radioso avvenire?

Bene, adesso immagina di essere giovane oggi. Ci hanno sempre detto di dover essere eccezionali per trovare un posto nel mondo. Bisogna essere bravi studenti: tanti anni di studio per trovare un lavoro riconosciuto e ben pagato. Diplòmati, làureati e specialìzzati e forse avrai un buon lavoro. E se non lo trovi? Fai le valigie e vai all’estero. Dopotutto arricchisce il curriculum. La tua famiglia si è potuta permettere di darti sostegno? Fortunato! Il tuo compagno di classe ha dovuto abbandonare gli studi per andare a lavorare? Eh vabbè, in Italia il diritto allo studio è per pochi.

Bisogna essere bravi lavoratori: tutti hanno fatto sacrifici. Non vuoi accettare uno stage non retribuito o sottopagato? Certo che voi giovani non avete voglia di imparare. E se ti offrissi un contratto sotto la soglia del salario minimo, per 12 ore al giorno, senza norme di sicurezza? Nemmeno questo accetti? Poi trovi lavoro in una multinazionale. Paghi le bollette, l’affitto e pensi a un mutuo. E poi arriva la notizia: chiudiamo, trasferiamo la sede in un altro paese, dove possiamo sottopagare ancora di più altri lavoratori.

Sei giovane e puoi sempre trovare un altro lavoro. In cantiere, sì! E un giorno non torni più a casa: la ditta in appalto ha risparmiato sulla sicurezza. Cose che capitano. Tre volte al giorno, per la precisione. Alla tua amica va meglio: 40 ore alla settimana in una scrivania. Non ha tempo libero, ma a chi importa?! Devi vivere per lavorare. È diventata mamma? Congratulazioni, però per l’azienda non è più sostenibile tenerla. Ci penserà il padre a portare il pane a casa. Il padre vuole fare il mammo? Non diciamo castronerie, ci penserà una volta in pensione a fare il nonno. A 70 anni cosa vuoi fare se non il nonno?

Bisogna essere bravi cittadini: devi pagare le tasse e non farti domande. Gli evasori? I politici che percepiscono 10mila euro lordi al mese? Eh, ma quelli lasciali stare, tu paga. Sai, poi il mondo subisce cambiamenti climatici, sei spaventato per il futuro del pianeta, e infatti devi riciclare. I super ricchi con i jet privati? Le multinazionali con le loro emissioni? Eh, ma quelli lasciali stare, tu ricicla. È giusto esprimere il proprio dissenso. Scendete in piazza pacificamente: a noi non interessa. Manifestate contro il carovita come al Sud: a noi non interessa. E se seguiste l’esempio della Francia? Eh no, siete dei violenti. La vetrina di Gucci no!

Lo so, è più semplice sfruttare la rabbia che chiedersi il perché. Abbiamo aizzato noi la massa? I black bloc? Eh vabbè, siamo il paese del G8, cosa pretendi. Come buon cittadino devi anche rispettare la Costituzione. L’Italia ripudia la guerra, ma lascia perdere Israele che uccide i palestinesi: dopotutto è un genocidio, non una guerra. I bambini morti ti fanno impressione? Anche a noi, siamo pro-life, ma solo alcune. E gli Usa che attaccano l’Iran, o l’Ucraina e la Russia? Rassegnati. Ripeti la lezioncina: dopo la Seconda Guerra Mondiale siamo diventati una società migliore, non ripeteremo mai quegli orrori. Tu fidati.

In Italia la sanità è pubblica, ma stiamo tagliando fondi e spingendo alla privatizzazione. Nei privati ti curi subito, mica aspetti due anni! Due giorni se sei il Papa. Non ne abbiamo affatto parlato al telegiornale. Come Garlasco… oh ma ti ricordi la famiglia nel bosco? Sto nuovamente distogliendo l’attenzione dal discorso sanità parlando di altro? Ma pensa te!

Lo so, vorresti sperimentare, azzardare, sbagliare. Fallo, ma come diciamo noi. Tanto lo sapete, prima è toccato a noi accontentarci. Ora è il vostro turno. Volete cambiare il mondo? L’abbiamo avuta tutti quella fase e guardate cosa vi abbiamo consegnato! E non azzardatevi a recriminarci nulla. Perché tanto il nemico è accanto a voi: lo straniero, il disoccupato, il criminale, il drogato, l’ubriacone e il giovane che spacca le vetrine. Non guardate in alto. La guerra è bella solo se fra poveri.

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Perché il ddl Antisemitismo di Meloni vuole riscrivere la Bibbia

26 October 2026 at 06:33

di Pino Nicotri – giornalista

INCREDIBILE, MA VERO! Il governo italiano vuole abolire per legge il passo della Bibbia che spiega che i semiti sono i discendenti di Sem, un dei tre figli di Noè, e che tra questi ci sono quindi anche gli arabi e i palestinesi. Ma andiamo per ordine e vediamo come stanno le cose.

Il governo italiano vuole trasformare in legge il ddl 1004, gia approvato al Senato, di “contrasto all’antisemitismo” per adottare anche in Italia la definizione del cosiddetto antisemitismo data dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance). Definizione in vigore negli USA e in Germania, ma senza essere diventata legge, cioè vincolante. E non c’è verso di far capire né a parlamentari del centro destra né a parlamentari dell’opposizione né a molti filopalestinesi che la parola “antisemitismo” – della quale ormai si abusa anche inventandosi “il dilagare dell’antisemitismo in Europa e in Italia” – è usata in un modo che capovolge la realtà. Ormai anche la sinistra e troppi filopalestinesi hanno fatto proprie definizioni, significati e annessi contenuti della destra, cioè degli avversari.

Come è noto, l’aggettivo “antisemita” è stato coniato nel 1879 dal giornalista tedesco Wilhelm Marr, fondatore della Lega degli Antisemiti, nel suo pamphlet “La vittoria del germanesimo sul giudaismo” per indicare l’odio verso gli ebrei. Compiendo una vera e propria molto disinvolta sineddoche, tutti danno infatti per scontato che per antisemitismo si intende l’odio verso gli ebrei, anzi ormai perfino le critiche e le accuse a Israele, anche le più dovute e sacrosante. Il problema però è che a essere semiti sono i palestinesi, gli arabi, i libanesi, ecc., ma NON la maggioranza dell’intero mondo ebraico: vale a dire, gli ashkenaziti (parola che significa “tedeschi”), ariani come i tedeschi e gli europei in genere. Secondo le statistiche in circolazione, gli ashkenaziti sono il 70-80% di tutti gli ebrei oggi esistenti nel mondo. Vale a dire, quasi 11-12 milioni di persone su un totale mondiale stimato in circa 15,8-20 milioni. Il resto, oltre ad altre componenti minori (ebrei berberi, italkim, falashià, romanioti, ebrei cinesi Youthai, una volta detti Tiaojinjiang, ebrei indiani di Cochin ), è composto da sefarditi. Parola, quest’ultima, che significa “spagnoli” perché sono i discendenti degli ebrei cacciati a suo tempo dalla Spagna dai sovrani cattolici Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, che hanno cacciato anche gli arabi dai territori dove regnavano da secoli.

Questa faccenda degli ashkenaziti che sono ariani e non semiti e che sono i discendenti di chi non ha mai avuto a che fare con Gerusalemme, il monte Sion, ecc., l’hanno scritta NON “antisemiti” e neppure Hamas, ma ebrei: dal giornalista Arthur Koesler nel 1976 al documentatissimo docente Shlomo Sand, che è pure israeliano, nel 2008. Se ne trova traccia anche nel corposo libro “Storia degli ebrei scritto dal rabbino statunitense Chaim Potok, autore del fenomenale romanzo Il mio nome è Asher Lev. E lo si trova scritto perfino su riviste ebraiche italiane. Tutti autori ebrei che spiegano come gli ashkenaziti siano ariani discendenti dei khazari, abitanti del regno della Khazaria, attorno al mar Caspio e mar Nero, compresa l’attuale Ucraina. Le aree geografiche di questo antico regno, il cui territorio si estendeva dal Caucaso al basso fiume Volga, storicamente e antropologicamente sono state considerate da tempo il nucleo originario delle popolazioni indoeuropee, vale a dire della cosiddetta “razza ariana”. I khazari erano pagani, sono stati convertiti all’ebraismo nell’ottavo secolo d.C. per decisione del loro re Bulan, per mettere fine alle mire dell’impero cristiano di Costantinopoli e a quello islamico di Bagdad che li accusavano appunto di essere pagani e pare tentassero di convertirli. Cioè di sottometterli.

Quando il regno khazaro è andato in crisi per le invasioni di barbari i suoi abitanti si sono trasferiti in massa in quella che era la Rus e che oggi è la Russia più altri territori dell’Europa dell’est.

Vediamo per esempio cosa scrive nel saggio intitolato Chi sono gli ebrei, pubblicato l’11 novembre 1998, sulla rivista ebraica Morashà – redazione a Milano – la professoressa marchigiana Maria Luisa Benigni Moscati. Professoressa ebrea decisamente sionista e autrice di numerosi libri sulla presenza e storia de suoi correligionari soprattutto nella sua regione, in particolare di Urbino:

“Ben diversi gli ebrei aschenaziti (dall’ebraico Aschenazi, Germania), presenti in tutto l’Est d’Europa, dediti all’approfondimento degli studi biblici cui nessuno, modesto ciabattino o ricco mercante che fosse, si sarebbe mai sottratto per lunghe ore al termine di una giornata di lavoro. Hanno per lo più capelli rossi e occhi verdi, altri sono biondi con pelle chiarissima. Forse è abbastanza curioso il fatto che questi sono gli unici veri ariani in quanto discendenti in gran parte dai Khazari. (Il loro impero, potentissimo nel VI secolo dell’era volgare, si estendeva dalle steppe del Caucaso al basso Volga, ed era considerato la culla della più pura stirpe di Ario. Proprio questo popolo, verso la fine dell’ VIII secolo lascia il paganesimo per convertirsi, re Bulan in testa con tutta la sua corte, all’ebraismo ritenendosi discendente di una delle tribù disperse d’Israele). Paradossalmente i nazisti, ritenendosi una razza superiore, quella ariana appunto, sterminarono in massima parte proprio quegli ebrei che erano ormai gli ultimi veri discendenti di Ario”.

Per “stirpe di Ario” e “discendenti di Ario” la professoressa intende le popolazioni indoiraniche dette ariane perché si autodefinivano e li chiamavano ārya, parola sanscrita che significa signore, nel senso di nobile. Parola poi stravolta dai nazisti tedeschi in significato razziale quando si sono autodefiniti “pura razza ariana” per affermare che gli europei, discendenti di quelle popolazioni indoiraniche, e in particolare i tedeschi, sono tutti “signori”. Cioè più civilizzati degli altri – slavi, ebrei, africani, mediorientali, ecc. – considerati in blocco “razze inferiori”. A ciò si aggiunga che longobardi, goti e vandali erano considerati ariani anche per motivi religiosi: erano stati convertiti infatti al cristianesimo dal sacerdote teologo alessandrino Ario, fondatore dell’arianesimo, condannato come eretico nel concilio di Nicea.

Vari autori sostengono, in modo non sempre disinteressato, che la discendenza degli ashkenaziti dalla Khazaria sia solo una leggenda, una teoria superata e screditata. Ma anche ammesso che sia davvero superata e screditata da molti, ma non da tutti gli studiosi, resta il fatto che è la stessa bibbia, come tale indiscutibile per ebrei, cristiani e musulmani, ad affermare che sono semiti i discendenti del figlio di Noè chiamato Sem, donde il nome “semiti”, e solo loro. Discendenti che di conseguenza, come vedremo, comprendono gli arabi in blocco e quindi anche i palestinesi, oltre ai libanesi e altre popolazioni. La parola “semitico” è un aggettivo creato nel 1781 da August Ludwig von Schloezer nel suo libro Von den Chaldaern (in italiano “Dei Caldei” o “Dai Caldei”) per indicare il gruppo linguistico delle “lingue semitiche”.

Nel 1787 l’aggettivo “semita” da termine linguistico è stato trasformato in aggettivo indicante intere popolazioni dal luterano Johann Gottfried Eichhorn. Tale studioso per questa trasformazione non ha fatto altro che riprendere quanto scritto nella bibbia in Genesi X-XI riguardo le nazioni discendenti dai tre figli di Mosé: Cam, Iafet e Sem. Di tali nazioni la bibbia riporta sommariamente la distribuzione geografica: i Camiti si diffusero nell’Africa settentrionale e nord-orientale, gli Iafetiti in Europa, e i Semiti nell’area che va dalla Mesopotamia al mar Nero. Particolarmente incredibile è che si preferisce sempre ignorare che gli arabi sono discendenti anche loro come gli ebrei dal comune patriarca Abramo. Gli ebrei discendono dal figlio di Abramo e sua moglie Sara chiamato Isacco, gli arabi dicendono dal figlio di Abramo e di Agar, la schiava di famiglia, chiamato Ismaele e concepito su suggerimento della stessa Sara convinta a torto di essere ormai sterile per l’età avanzata. A torto perché – sempre secondo la Bibbia – Isacco è nato 13 anni dopo Ismaele. Per giunta, stando a quanto scritto in Genesi X, gli indigeni della penisola araba sono discendenti di Qahtan, diretto discendente di Sem in quanto figlio di Eber, pronipote dappunto di Sem, il figlio di Noè che la Bibbia afferma essere il capostipite dei semiti. Da notare che secondo la tradizione rabbinica la parola “ebreo” deriva proprio dl suo nome

© The Jewish Museum, New York

Eichhorn invece i popoli semiti li elenca uno per uno (cananei, edomiti, moabiti, fenici, israeliti e filistei, quest’ultimi secondo alcuni antenati dei palestinesi), precisando che fanno parte del Medio Oriente e del Corno d’Africa. Ciò significa, bibbia alla mano, che i popoli semiti NON hanno nulla a che vedere con i territori della Khazaria. Si calcola che nel 1930, prima del genocidio compiuto dalla Germania nazista, gli ashkenaziti fossero il 92% del mondo ebraico, cioè praticamente la quasi totalità.

Ciò significa che è ancor più vero che il sionismo, nato nell’Europa dell’est, è stato creato da ashkenaziti, cioè da ariani. Di conseguenza, la loro volontà di “tornare nelle nostre terre d’origine” avrebbe dovuto riguardare non il ritorno in Giudea, Gerusalemme, monte Sion, ecc., ma il ritorno nei territori della Khazaria.

Ma anche ammesso che tutti gli ebrei siano semiti, parlare di semiti e antisemitismo pretendendo che si riferisca solo agli ebrei e non anche ai palestinesi è un’altra forma di monopolio oltre che di negazionismo nei confronti di quest’ultimi. Un’altra, perché la prima è consistita nello slogan iniziale del sionismo “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”, dove il senza terra è quello ebreo mentre per terra senza popolo si intendeva la Palestina, che però un popolo lo aveva da secoli: quello che non a caso si chiamava già popolo palestinese. Realtà che infine venne ammessa oltre che dall’ex primo ministro Yigal Allon con Golda Meir nel corso di una riunione di governo e addirittura dallo stesso Ben Gurion in un incontro con il leader sionista Nahum Goldmann.

Anche ammesso che siano tutti semiti, pretendere di considerare tali solo gli ebrei equivale a pretendere che si definiscano europei solo gli abitanti di un singolo Stato europeo, per esempio solo i tedeschi o i francesi o gli italiani, e non anche quelli di tutti gli altri Stati europei. O africani solo gli abitanti di un singolo Stato dell’Africa e non anche quelli di tutti gli altri. Si tratterebbe evidentemente di un sopruso, di una forma di nazionalismo esasperato, di negazionismo e suprematismo.

Gli ebrei saranno anche tutti semiti, ma è strano che quasi tutti gli uomini ai vertici dello Stato israeliano, da Ben Gurion a Netanyahu compresa Golda Meir, sono ashkenaziti che hanno voluto cambiare il loro cognome di famiglia con un cognome che suona più ebraico. E in ogni caso anche ammesso che si tratti di semiti è un fatto che sono i primi e più feroci antisemiti del dopoguerra visto come già da un decennio prima del 1948, anno di nascita dello Stato israeliano, hanno trattato e trattano tuttora i palestinesi, semiti in base alla stessa bibbia. E poiché i sondaggi e le statistiche dimostrano che la grande maggior parte della popolazione israeliana appoggia da sempre, e in particolare oggi, la linea dura, colonialista e discriminatoria antipalestinese dei propri governi, se ne deve concludere, stando alla logica, che la gran parte della popolazione israeliana anche ammesso che sia semita è di fatto antisemita perché duramente antipalestinese.

Insomma, non mancano gli argomenti che almeno la sinistra e i filopalestinesi potrebbero impugnare per sostenere che il ddl 1004 mira a una legge truffa. Oltre che incostituzionale perché calpesta il diritto alla libertà di pensiero e di espressione. Gli argomenti non mancano, ma nessuno li impugna. Il lato forse più grottesco è che se in Italia la definizione dell’IHRA diventa legge, primo caso nel mondo, non si potranno più neppure citare le organizzazioni israeliane come B’Tselem, che tengono conto anche di quante case e ulivi di palestinesi vengono distrutti non solo dai coloni. Non si potranno citare i rabbini, le personalità ebree israeliane come Omer Bartov, i movimenti e gli ebrei antisionisti o anti Israele diffusi anche all’estero come i Neturei Karta (in italiano “I Guardiani della Città”), che criticano anche molto duramente la politica di Israele o contestano addirittura la legittimità dell’esistenza dello Stato israeliano. Pena la galera, in Italia non potrà più aprire bocca Moni Ovadia e probabilmente anche Gad Lerner e i 200 ebrei che hanno firmato con lui un documento critico verso Israele.

Non si potrà neppure criticare il sionismo (termine coniato da Nathan Birnbaum nel 1890), nonostante ciò che ha prodotto e sta producendo ai danni non solo dei palestinesi. Tanto meno si potranno citare i congressi mondiali ebraici antisionisti (AZIC), congressi dei quali ne sono stati tenuti due, uno l’anno scorso a Vienna e l’altro due anni fa a Tallaght, un sobborgo situato nel sud-ovest di Dublino, in Irlanda, a detta degli organizzatori scelta “per lo specifico ruolo svolto dagli irlandesi nell’opposizione e nella sconfitta del colonialismo britannico sull’isola d’Irlanda, almeno nel Sud”. Gli organizzatori hanno spiegato che “l’Irlanda è stata la prima colonia del nascente Impero Britannico, e abbiamo perciò ritenuto opportuno sceglierla per discutere della futura sconfitta della sua ultima colonia, lo stato sionista in Palestina”.

L’ignoranza anche della sinistra e dei filopalestinesi è tale da non sapere e non far sapere che di sionismi che ne sono di vari tipi, da quello egualitario e inclusivista di Judah Leon Magnes, purtroppo sconfitto, a quello vittorioso, suprematista, esclusivista e colonialista di Ben Gurion, che ha creato la situazione ancora oggi causa di tragedie per palestinesi ed ebrei israeliani. Anziché limitarsi alla propaganda a favore degli uni o degli altri a base di affermazioni il più delle volte fasulle, i nostri politici, soprattutto i parlamentari e i ministri, potrebbero almeno leggersi il libro Storia dei sionismi. Lo Stato degli ebrei da Herzl a oggi, scritto dal docente Arturo Marzano, curriculum insospettabile di tutto rispetto: insegna Storia del Medio Oriente all’Università di Pisa, si occupa da trent’anni di storia del sionismo, di Israele e del conflitto israelo-palestinese, e ha trascorso numerosi periodi di studio in Israele: durante il dottorato, come Post-Doc all’International Institute for Holocaust Research – Yad Vashem e come Visiting Researcher alla Hebrew University di Gerusalemme. Conosce inoltre il Territorio occupato palestinese perché vi ha lavorato per tre anni come operatore umanitario, per due ong italiane.

Insomma, si preferisce la retorica falsificante. E restare così con le brache calate. Motivo per cui la strada per la trasformazione del ddl 1004 in legge è spianata e in discesa.

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L’Italia a un bivio: serve un nuovo manifesto identitario contro la decadenza

26 October 2026 at 06:00

di Francesca Carone

Il momento storico che stiamo vivendo è accompagnato da un forte richiamo costituzionale. Navighiamo nell’oceano indistinto di diritti e doveri che si confondono, si mescolano e si perdono nello scontro generazionale tra passato e presente incastrato in un immobilismo culturale, sociale e politico diventato zona d’ombra della società. L’Italia è ormai a un bivio. Annaspa alla deriva con un governo dai paradigmi vuoti che ha ormai i minuti contati. Svilita in una crisi identitaria, la nostra nazione vaga stordita e stanca alla ricerca della sua antica bellezza di Stato moderno con la Costituzione più bella del mondo. A lanciare segnali di fumo sono tutti gli attori della società civile: i neo partigiani schierati dalla parte del diritto e della Costituzione: studenti, operai, insegnanti, agricoltori, trasportatori, commercianti.

Il vicolo cieco in cui si è inabissata l’Italia richiede visione, forza e nuovi costrutti etici, sociali e culturali. Il trasformismo e le lusinghe della politica hanno rimpicciolito e declassato il Paese portandolo all’agonia. Le proteste partono da tutti i settori: scuola, sanità, trasporti, servizi. Hanno tutti un comune denominatore: una “povertà” strutturale, profonda e implacabile che investe l’etica, la cultura, la politica fino a toccare la dignità della società civile depredata dei diritti fondamentali e inespugnabili. L’allarme sociale è ormai a 360° e si ripercuote nella quotidianità e nel futuro della vecchia e della nuova generazione, barricate dietro il fievole vento di un dissenso quasi sempre oscurato e oltraggiato dall’informazione schierata e fuorviante e da una politica cieca e autoreferenziale.

Non si tratta più di un cambio di rotta governativo: la crisi è ormai diventata strutturale, sistemica. Per arginarla non è più sufficiente un cambio di colore politico. Occorre partire dalle basi. Dall’essenza. Dai valori fondanti di una società. La nostra non si può più definire società civile, poiché ha perso i caratteri e l’identità di “civiltà”, di collettività: cosa c’è di etico nella gente che si lascia morire perché non riesce più a curarsi, nella gente che fa fatica a riempire il carrello, a pagare l’affitto e a invecchiare in modo dignitoso. Dov’è l’etica nei salari fermi, nelle università sempre più prerogativa dei ricchi e barriera per i ceti bassi.

Siamo ormai oltre la società liquida. Siamo entrati nel limbo di una fredda convivenza collettiva che ha perso la bussola dell’aggregazione identitaria basata sul diritto e sull’uguaglianza. Siamo in uno dei momenti più difficili della storia della Repubblica che non si può superare con l’insurrezione “partigiana” o con una anacronistica una guerra civile. Bisogna partire dall’essenza: dalla conoscenza, dalla cultura, dalla consapevolezza di sentirsi parte di un società libera che naviga seguendo la rotta della Carta costituzionale.

In questo scenario apocalittico l’informazione è un punto di partenza per ridefinire il perimetro etico e sociale di un Paese che vuole riappropriarsi dei suoi diritti. Essere consapevoli di chi e come ci governa è una priorità per il cambiamento. Capire le mutazioni genetiche di un governo partitocentrico, immobile, autoreferenziale, eticamente e culturalmente ancorato a idee e valori stereotipati, disconnessi con i bisogni reali della collettività e con le istanze di uno stato cosmopolita e moderno. Capire l’interconnessione della politica con i diritti, i bisogni, l’equità e l’uguaglianza di una società che si evolve e cresce. Riappropriarsi della dignità di cittadini di un Paese moderno che lottano quotidianamente restando uniti, informati, vigili e consapevoli di poter cambiare la rotta con quella famosa “matita in mano dentro la cabina elettorale, più forte di qualsiasi arma”. È in questa prospettiva che deve maturare il manifesto identitario di una nuova società costruito con le menti e le idee di uomini liberi che hanno ancora una visione e una prospettiva capace di unire passato, presente e futuro superando i gap generazionali, avendo come faro lo strumento costituzionale, frutto del sacrificio di chi, come loro, ha creduto nella bellezza atavica del nostro meraviglioso Paese.

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Caso David Rossi, dalla presunzione di innocenza alla presunzione di colpevolezza – Il commento dell’avvocato Pensa

23 October 2026 at 17:04

A proposito dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di David Rossi, presieduta da Gianluca Vinci (Fratelli d’Italia), riceviamo e pubblichiamo il commento dell’avvocato Jacopo Pensa, uno dei principali del foro milanese, già difensore di Giuseppe Mussari, ex presidente di Mps

Dalla presunzione di innocenza alla presunzione di colpevolezza. Questo è il principio scaturente dalla vergognosa divulgazione da parte della Commissione d’inchiesta sul caso Rossi-Monte Paschi dei due nomi ormai noti al mondo.

La violazione dei principi costituzionali e di civiltà giuridica sono già stati ben espressi dall’Unione delle camere penali. Ma al di là delle questioni giuridiche sapientemente trattate, c’è da chiedersi sul piano del ragionevolezza e del senso comune quale può essere stata la ratio e quale l’interesse a divulgare in una conferenza stampa nome e cognome del mandante e dell’organizzatore di quella turpe missione finita così tragicamente.

Mi ha colpito in particolare l’aria serafica e compiaciuta con la quale il presidente ha pronunciato quei nomi. Aggiungendo poi, paradossalmente, una nota quasi giustificativa in favore dei rei affermando che i due avevano solo lo scopo di intimidire e non già di uccidere, suggerendo così una sorta di linea difensiva: il reato commesso è più grave di quello voluto.

I due nominati hanno così modo di consolarsi. La pena potrà essere diminuita. Con un buon avvocato, si intende.

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