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Mentre lo zucchero prende un caffè, la ricetta aspetta il postino

31 October 2026 at 03:45

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Una busta con dentro una ricetta, un cucchiaino di zucchero che contiene caffè, una ciotola d’avena servita dopo le tre del pomeriggio. Le storie di questa settimana vanno dalla Spagna al Brasile, dal Regno Unito all’India, fino agli altari del Día de Muertos in Messico, e hanno un punto in comune. Ognuna prende un gesto o un ingrediente che si credeva di conoscere a memoria e lo rimette in circolazione con qualche modifica, nelle istruzioni, nella composizione o nel prezzo.

Si comincia dalla Spagna, dove la ricetta torna a viaggiare per posta. El País racconta il successo dei club di corrispondenza dedicati alla cucina, che spediscono ogni mese una busta con lettere, illustrazioni e piccoli oggetti. Garlic Yaya è passato da una decina di iscritti a oltre centocinquanta, con un abbonamento da 11,11 euro al mese, mentre la busta di Anna Mayer raggiunge una settantina di persone. Chi si iscrive cerca una pausa dagli schermi e un rapporto più personale con chi scrive. I social però non spariscono, e restano il canale con cui questi progetti si fanno conoscere e gli iscritti si scambiano esperienze. Sul telefono le ricette sono infinite e gratuite, eppure c’è chi paga per riceverne una al mese, su carta.

Dall’altra parte dell’Atlantico l’aggiornamento riguarda lo zucchero. In Brasile un gruppo di ricercatori coordinato da Juliana Macedo, dell’Università statale di Campinas, ha messo a punto uno zucchero di canna che l’organismo assorbe più lentamente, racconta The Star riprendendo l’agenzia scientifica Fapesp. Nei cristalli di saccarosio sono incorporati estratti di chicchi di caffè verde difettosi, scartati dall’industria, e della pellicina rossa delle arachidi, ricchi di composti fenolici. Il sapore non cambia, e l’industria potrebbe usarlo senza rifare le ricette. In una prova su venticinque volontari, la combinazione dei due estratti ha portato l’indice glicemico, la misura di quanto rapidamente un alimento alza la glicemia, da moderato a basso. I risultati sono preliminari e l’apporto calorico non è stato verificato. Lo zucchero resta zucchero, per ora cambia la velocità con cui arriva nel sangue.

Nel Regno Unito, intanto, si aggiorna la colazione più modesta. Con il ritorno dell’ora solare, racconta il Guardian, il porridge, l’avena cotta in acqua con un pizzico di sale o di zucchero, è diventato un piatto di tendenza. A 26 Grains, nel centro di Londra, quello del mese è ai cinque cereali con confettura di fichi e uva rossa e panna montata, e i clienti protestano quando dopo le tre del pomeriggio sparisce dal menu. Su Ocado, supermercato online, le ricerche di fiocchi d’avena biologici sono quasi raddoppiate in un anno. A spingere è il fibremaxxing, la corsa alle fibre: il servizio sanitario britannico ne raccomanda trenta grammi al giorno, la media nazionale si ferma a diciotto. Le prossime versioni, prevedono gli addetti ai lavori, guarderanno al congee cinese e alla kitchari indiana. Di quello di una volta resta soltanto la pentola da lavare.

In India, invece, ad aggiornarsi è il sogno di chi entra in cucina. Il South China Morning Post, in un servizio dell’agenzia Afp, racconta i giovani che si iscrivono alle scuole di cucina francese per impararne tecnica e rigore e poi aprire un ristorante nel proprio Paese. All’École Ducasse di Gurugram, alle porte di New Delhi, Aabhas Jain, responsabile della formazione in panificazione e pasticceria, osserva che rispetto a dieci o quindici anni fa sono molti di più i ragazzi che vogliono diventare chef. Contano i social, la crescita economica e una classe media che viaggia, frequenta ristoranti di fascia alta e chiede personale preparato. Il servizio descrive un Paese orgoglioso delle proprie cucine e sempre più aperto a quelle straniere. La tecnica è francese, l’indirizzo del futuro ristorante resta indiano.

L’ultima tappa è in Messico, dove a cambiare è il conto di un rito. Secondo un sondaggio dell’associazione dei piccoli commercianti ripreso dall’emittente Canal 10 di Cancún, quest’anno allestire l’altare del Día de Muertos costa in media quasi duemilacinquecento pesos, trecentoquarantacinque in più del 2025, tra cibo, bevande e fiori di cempasúchil, i tageti arancioni. Il pan de muerto, il pane dolce che si offre ai defunti, è rincarato del diciannove per cento: le versioni tradizionali vanno da diciotto a centottanta pesos, quelle ripiene arrivano a duecentoventicinque. L’associazione lega i rincari alla pressione sui bilanci familiari proprio all’inizio delle spese di fine anno, in un Paese dove, secondo l’istituto nazionale di statistica, 18,8 milioni di persone non hanno accesso a un’alimentazione nutriente. Sull’altare, quest’anno, ogni famiglia mette il pane che può permettersi.

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Seul fa scorta, la California estirpa e solo i monaci sanno dire basta

24 October 2026 at 03:45

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La rassegna di questa settimana parte da un’abbazia della Normandia, dove la birra resta piccola per regola, e arriva tra i filari della California, estirpati per eccesso di vino. In mezzo, un frutteto della Stiria, le dispense di Seul e i banchi carne della Nuova Zelanda. Storie lontane che girano intorno alla stessa questione, quanto deve essere grande il cibo, e chi ha l’ultima parola sulla sua taglia.

Si comincia a Saint-Wandrille, l’unica abbazia francese in cui la birra è fatta interamente dai monaci. Le Figaro entra nel birrificio aperto nel 2016: dalla macinatura dei cereali alla chiusura dei cartoni, tutto avviene dentro le mura. I volumi sono quelli di una microbirreria, circa centomila bottiglie l’anno, e nessuno ha intenzione di aumentarli. Saint-Wandrille è un monastero benedettino, dove la comunità si ritrova a pregare più volte al giorno e il lavoro occupa il tempo che resta: è la produzione ad adattarsi a questo ritmo, non il contrario. Il chiostro, però, non mette al riparo dal mercato. Rincari, difficoltà di approvvigionamento e trasporti pesano qui come in qualsiasi altro birrificio, anche se il malto arriva da cereali normanni. In un settore che misura il successo in ettolitri, a Saint-Wandrille il tetto lo fissa l’orario delle preghiere.

Più a est, in Austria, il problema è far entrare il piccolo nel grande. Il Paese conta circa duemila varietà di mele, ma nei supermercati ne arriva una decina. Il Guardian racconta il progetto con cui la catena Spar e il distributore Frutura provano a riportarne due sugli scaffali, l’Ilzer Rosenapfel, nata in Stiria intorno al 1840, e la Falchs Gulderling, individuata in Alto Adige una trentina d’anni dopo. Le ha selezionate Arche Noah, associazione ambientalista che tutela le colture antiche, tra quelle più adatte alla coltivazione su larga scala. I primi frutti arriveranno il mese prossimo in un supermercato pilota di Vienna, in asili e scuole, e intanto saranno messi alla prova su gusto, resa, resistenza alle malattie e durata sullo scaffale. A giudicarle sarà lo stesso mercato che le aveva quasi cancellate.

A Seul, intanto, a crescere sono le confezioni. Il South China Morning Post, riprendendo The Korea Times, racconta di racconta di famiglie che hanno preso l’abitudine di comprare confezioni formato gigante e di dividerle poi a casa in porzioni da conservare. A settembre la spesa con carta nei magazzini all’ingrosso di Costco ed Emart Traders ha toccato il record di circa 1,1 miliardi di dollari. Il risparmio nasce da come sono costruiti questi negozi: pochi articoli comprati in quantità enormi, che permettono di strappare prezzi migliori ai fornitori, merce lasciata sui bancali invece che sistemata sugli scaffali, molti marchi propri al posto di quelli più noti. Così il prezzo al pezzo scende, proprio mentre il caro alimentare spinge a cercarlo. Le catene incassano, Costco Corea ha chiuso il 2025 con ricavi mai visti e Traders ha più che raddoppiato l’utile in due anni. È un risparmio che richiede però spazio in casa e la possibilità di spendere di più in una volta sola, e che sposta potere verso chi vende all’ingrosso.

In Nuova Zelanda, invece, a ridursi è il banco carne. Dal 19 ottobre, riferisce Stuff, nessun supermercato Woolworths dell’Isola del Sud ha più un macellaio. La catena ha completato il passaggio alla lavorazione centralizzata: la carne viene tagliata e confezionata in stabilimenti dedicati e arriva nei negozi già porzionata. L’azienda lo spiega con la difficoltà a trovare personale e promette qualità uniforme, più freschezza e una conservazione più lunga. Il sindacato Workers First stima circa ottanta posti persi, a nove settimane da Natale, e ribalta la spiegazione: sarebbero state proprio le voci di ristrutturazione a scoraggiare le candidature. Con il macellaio sparisce anche la persona a cui chiedere un consiglio o un pezzo diverso da quello in vaschetta. Il taglio, ormai, lo decide lo stabilimento.

L’ultima tappa è in California, dove a restringersi, per necessità, sono i filari. In un anno, scrive il Sacramento Bee, sono stati estirpati oltre diciannovemila ettari di vigna da vino, l’otto per cento del totale, secondo la mappatura dell’associazione dei viticoltori californiani e della società Land IQ. Il vino prodotto supera da tempo quello che il mercato riesce ad assorbire, i consumi calano e le esportazioni verso il Canada si sono in gran parte fermate da quando le province canadesi hanno tolto gli alcolici americani dagli scaffali, in risposta ai dazi di Washington. Si moltiplicano fallimenti e licenziamenti, e molte uve restano sulla pianta perché nessuno le compra. Così una vendemmia 2026 più scarsa, di solito una cattiva notizia, potrebbe aiutare a smaltire l’eccesso di offerta. Dopo anni passati a piantare, la California spera in un raccolto povero.

Tra dispense che si allargano, vigne che si restringono e banchi carne svuotati, l’unico ad aver scelto la propria taglia è un birrificio che non ha nessuna intenzione di crescere.

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