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Assange smaschera Bolsonaro: "Senza la capacità di dire 'no' a Washington e Tel Aviv non c'è sovranità"

Il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, ha ricordato in un post sui propri canali social - corredato da una fotografia insieme al presidente - il sostegno ricevuto dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva durante la sua detenzione, contrapponendo tale atteggiamento a quello di Jair e Flávio Bolsonaro.

Lula vs. Bolsonaro: I was held in solitary confinement for 1,901 days for revealing the truth about the U.S. government's killings and espionage, including against Brazil and its industries. Out of power, Lula fought for my freedom. In power, Lula discussed my persecution with Pope Francis, who decided to meet with my family and offer help. After my release, Lula and I met in Rome to mourn the Holy Father's passing. Lula was kind to my children and asked for nothing in return. In contrast, Jair and Flávio Bolsonaro did nothing and said nothing. Yet without the ability to say no to Washington and Tel Aviv, there can be no domestic policy, only foreign instructions. Those orders are always the same: "Expand our theft of resources and wages, and keep your mouths shut about us murdering children." Sellouts will surrender everything in exchange for a cut, even their own tongues.

— Julian Assange (@JulianAssange) October 24, 2026

«Sono rimasto in isolamento per 1.901 giorni per aver rivelato la verità sulle uccisioni e sullo spionaggio da parte del governo statunitense, che hanno colpito anche il Brasile e le sue industrie», ha scritto Assange, sottolineando poi che «Lula si è battuto per la mia libertà».

Secondo quanto dichiarato dall'australiano, quando il leader brasiliano è entrato in carica, ha parlato della sua persecuzione con Papa Francesco, il quale, di conseguenza, ha deciso di incontrare la sua famiglia e offrire assistenza. "Lula è stato gentile con i miei figli e non ha chiesto nulla in cambio. Al contrario, Jair e Flávio Bolsonaro non hanno fatto né detto nulla", ha sottolineato.

Riferendosi a Bolsonaro, Assange ha inoltre avvertito che "senza la capacità di dire 'no' a Washington e Tel Aviv, non può esserci una politica nazionale: solo direttive che arrivano dall'estero". "Chi si è svenduto è pronto a cedere tutto in cambio di una parte del bottino, persino la propria lingua", ha aggiunto.

"Gli ordini sono sempre gli stessi: 'intensificate il furto di risorse e salari, e tenete la bocca chiusa sul fatto che stiamo uccidendo dei bambini'", ha denunciato.

Dal fronte del Donbass a Starlink: perché la guerra in Ucraina è ancora lontana dalla pace

Mentre si torna a parlare di negoziati, le dichiarazioni dell’ex comico Volodymyr Zelensky confermano quanto resti distante una prospettiva concreta di soluzione politica del conflitto ucraino. In un’intervista all’imprenditore britannico Steven Bartlett, il presidente ucraino ha ribadito che non rinuncerà al Donbass, rilanciando al tempo stesso le accuse a Donald Trump, giudicato troppo vicino alle posizioni russe. Parole che arrivano mentre sul terreno la situazione continua a evolversi a vantaggio delle forze russe, come dimostra la caduta di Dobropolie, il 16 ottobre.

La liberazione della città, situata in una posizione strategica per il controllo del Donbass, rappresenta un passaggio significativo nella progressione militare di Mosca. Il tenente colonnello Ivan Debitski ha attribuito il successo alla sorpresa tattica, al coordinamento tra artiglieria, razzi e droni e allo sfruttamento delle condizioni meteorologiche, che hanno agevolato l'avanzata russa. La risposta ucraina continua intanto a fare affidamento sugli attacchi con velivoli senza pilota. Secondo le informazioni riportate dalla stampa, in 24 ore le forze di Kiev avrebbero lanciato oltre 1.200 droni, di cui 630 diretti verso la regione di Mosca. Un'intensificazione che mostra come, anche mentre si discute di pace, la guerra prosegua con tutta la sua capacità distruttiva. Un ruolo cruciale resta quello delle comunicazioni satellitari Starlink e Starshield, utilizzate dalle forze ucraine per coordinare le operazioni sul fronte e nelle retrovie.

Le indiscrezioni su possibili limitazioni del servizio sono state smentite dal segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth, secondo il quale la politica di Washington verso il regime di Kiev non sarebbe cambiata. Da parte russa, alcuni esperti sostengono che i sistemi continuino a essere operativi sul campo. La vicenda evidenzia una contraddizione di fondo: mentre l'amministrazione Trump parla della necessità di porre fine alle ostilità, il sostegno tecnologico e militare occidentale rimane un fattore determinante per la capacità bellica ucraina. E a Bruxelles non sembra esserci alcuna intenzione di invertire la rotta. Secondo Politico, l'Unione Europea intende infatti chiedere a Canada e Regno Unito di aumentare gli aiuti a Kiev per colmare un deficit finanziario stimato in 70 miliardi di euro per il prossimo anno. Una cifra enorme, che conferma quanto la prosecuzione della guerra dipenda dalla disponibilità di nuovi fondi occidentali.

Zelensky rifiuta compromessi territoriali, Mosca continua ad avanzare inesorabilmente e l'Europa cerca nuove risorse per sostenere Kiev. In questo quadro, i richiami alla diplomazia rischiano di restare parole vuote se non saranno accompagnati dalla disponibilità concreta a discutere le condizioni di una pace. Perché finanziare la guerra, rafforzare le capacità operative di Kiev e contemporaneamente dichiararsi favorevoli ai negoziati sono obiettivi difficili da conciliare senza una reale volontà di compromesso.

 

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"Schizofrenia politica". Putin torna a rivolgersi ai funzionari e governanti europei

 

Coloro che affermano che la Russia rappresenti una minaccia bellica per l'Europa fanno della «schizofrenia politica».

Intervistato dal giornalista russo Pavel Zarubin dopo aver partecipato al congresso dell’Unione dei lavoratori del teatro presso il Teatro Bolshoi di Mosca., il presidente russo Vladimir Putin è tornato a rivolgersi ai funzioari europei.  Dopo aver negato con forza le ripetute accuse secondo cui Mosca si starebbe preparando in alcun modo alla guerra con l’Europa, liquidandole come parte della «campagna anti-russa» in corso nel continente, Putin ha dichiarato: «Ora arrivano addirittura a parlare costantemente di una “minaccia russa” e persino a discutere di preparativi per una guerra con la Russia – il che, a mio avviso, equivale a una sorta di schizofrenia politica. Ma spero che sia una fase passeggera», ha dichiarato Putin.

Il conflitto in Ucraina ha chiaramente dimostrato che la Russia non può essere sconfitta sul campo di battaglia, ha sostenuto il presidente, aggiungendo che l’idea di infliggere una «sconfitta strategica» al Paese era «semplicemente irrealistica». Putin ha espresso la speranza che coloro che ancora nutrono tale scenario possano «arrivare a riconoscere le realtà della vita moderna». «Si renderanno conto, si spera, che è meglio vivere in armonia con la Russia – una strada che serve davvero gli interessi dei loro stessi popoli. Se si osservano i processi politici attualmente in corso in Europa, diventa evidente che i popoli europei non hanno alcun desiderio di entrare in guerra con la Russia», ha affermato il presidente.

«Se l’attuale leadership ucraina vuole combattere, allora che combatta. Ma perché si aspetta che siano tutti gli altri a pagare il conto e a fornirle armi? Immagino che abbiano le loro ragioni – probabilmente radicate in promesse di aiuto fatte in passato. Ma sembra che quell’“aiuto” fosse destinato a durare fino all’ultimo ucraino», ha proseguito Putin.

Il presidente russo ha anche accennato alle questioni territoriali tra Mosca e Kiev, sottolineando che la perdita di regioni un tempo ucraine non dovrebbe essere considerata come tale, poiché non sono mai state ucraine in primo luogo. “Non è il loro territorio, è parte della Russia storica,” ha sottolineato, aggiungendo che i residenti locali hanno votato per la secessione dall’Ucraina e la riunificazione con la Russia.

La Russia rimane pronta a risolvere il conflitto ucraino attraverso la diplomazia, ha affermato Putin, ribadendo la disponibilità di Mosca a riprendere i colloqui trilaterali con Washington e Kiev. «Lo scopo di questi negoziati sarà discutere come garantire la sicurezza sia dell’Ucraina che della Russia a seguito della conclusione di accordi di pace, in particolare accordi definitivi e a lungo termine, piuttosto che una mera cessazione temporanea delle ostilità», ha dichiarato il presidente, aggiungendo che le discussioni dovrebbero coinvolgere un’architettura di sicurezza paneuropea più ampia.

DI SEGUITO LE DICHIARAZIONI COMPLETE DI PUTIN TRADOTTE IN ITALIANO

Trump: possibile che gli USA si spingano oltre nella loro aggressione contro l'Iran

 

Nonostante i proclami trionfali, la strategia di Washington sul fronte medioorientale continua a muoversi lungo il sottile filo del calcolo politico ed elettorale. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato a parlare dell'Iran, lasciando apertamente sul tavolo l'ipotesi di nuove incursioni e azioni militari contro Teheran.

"Li abbiamo colpiti duramente e potremmo farlo ancora", ha dichiarato l'inquilino della Casa Bianca di fronte ai giornalisti, rivendicando con la consueta retorica l'efficacia dei recenti raid. Un’ostentazione di forza che nasconde tuttavia una forte inquietudine interna, legata a doppio filo al consenso dell'elettorato americano in vista delle imminenti elezioni di metà mandato.

Interpellato sul possibile impatto che la gestione dell'escalation con l'Iran potrebbe avere sulle urne, lo stesso Trump ha dovuto concedere spazio al realismo: "In un certo senso, alla gente probabilmente non piace". Una rara ammissione dell'impopolarità di un nuovo coinvolgimento bellico nell'opinione pubblica, subito bilanciata con il ricorso al registro patriottico: "Ma molte persone, molti grandi patrioti, lo apprezzano davvero".

Resta ferma, nella narrazione della Casa Bianca, la giustificazione strategica dell'unilateralismo: la necessità imperativa di impedire a Teheran l'accesso all'arma atomica. "C'è un prezzo da pagare, e lo sapevo fin dal primo momento", ha concluso Trump, confermando come la politica estera della superpotenza rimanga ostaggio di un rischioso equilibrio tra escalation militare e calcolo di bottega politica.

"Dieci pillole, tutte cattive": l'Iran lancia agli USA un avvertimento stile 'Matrix'

 

La diplomazia della guerra psicologica si arricchisce di un nuovo capitolo, dove la pop culture e il simbolismo cinematografico diventano strumenti di deterrenza geopolitica. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha lanciato un esplicito avvertimento a Washington affidando alla piattaforma X un’immagine ispirata al celebre film Matrix. Ma con una differenza fondamentale rispetto alla narrazione hollywoodiana: nella versione di Teheran non c’è alcuna illusione di scelta o di "salvezza".

Ten pills, all bad. No red, no blue. All soot. You don’t have to take any, but if you do, you will take all. Break the manufactured matrix. Leave. https://t.co/uN0zG6iyKJ

— ???????? ??????? | MB Ghalibaf (@mb_ghalibaf) October 22, 2026

Nell'illustrazione, il personaggio di Morpheus non offre l'alternativa tra la pillola rossa e quella blu. Stringe invece tra le mani dieci pillole grigie, ciascuna contrassegnata dai costi devastanti che gli Stati Uniti dovrebbero pagare in caso di nuova escalation militare contro la Repubblica Islamica.

"Dieci pillole, tutte cattive. Non c'è rosso, non c'è blu. È tutta fuliggine", ha scritto Ghalibaf sul suo profilo. Il messaggio rivolto alla Casa Bianca è perentorio: Washington può ancora evitare il baratro della guerra, ma se deciderà di varcare quella soglia non potrà selezionare le conseguenze a proprio piacimento. "Non sei obbligato a prenderne nessuna, ma se lo fai, le prenderai tutte. Rompi questa matrice artificiale. Vattene", si legge nel post.

Le opzioni elencate da Ghalibaf compongono un quadro dettagliato dei punti vulnerabili della società americana in caso di conflitto aperto:

Shock economico interno: Impennata dei prezzi di benzina e diesel, crollo dei mercati finanziari, esplosione dei mutui, aumento del debito e crollo dei salari reali.

Costo umano e militare: Perdita di velivoli da guerra e un numero esponenziale di soldati americani uccisi al fronte.

Geopolitica e reputazione: Danno irreversibile al patrimonio strategico e all'immagine internazionale degli Stati Uniti.

Come sottolineato dall'agenzia di stampa statale IRNA, la mossa del presidente del Parlamento iraniano mira a parlare non solo ai vertici del Pentagono, ma direttamente all'opinione pubblica americana. L'obiettivo è smontare la narrazione secondo cui un'avventura militare contro l'Iran possa rivelarsi un'operazione chirurgica a costo zero: se Washington sceglierà la strada delle armi, dovrà accettare un impatto sistemico e rovinoso per l'intero paese.

 

Alleanza segreta: come Israele sta aiutando Riad a bombardare gli Houthi

 

L'asse sotterraneo tra Tel Aviv e Riad non è più un mistero, ma un ingranaggio sempre più esplicito della strategia regionale orchestrata da Washington. Secondo quanto rivelato dal Jerusalem Post, che cita un alto funzionario della Difesa israeliana, Israele sta fornendo intelligence militare di alto livello all'Arabia Saudita per sostenere le sue operazioni contro il movimento Ansarullah (Houthi) in Yemen, avvalendosi della costante mediazione degli Stati Uniti.

Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno mettendo a disposizione di Riad "capacità eccezionali" per guidare e potenziare i raid aerei contro le infrastrutture dello Yemen. Un’assistenza che risponde direttamente agli "interessi nazionali di Israele e alle direttive della leadership politica", come confermato dalla fonte militare, e che sfrutta la strumentalizzazione delle spaccature confessionali regionali per ricompattare il fronte monarchico sunnita sotto l'ombrello di sicurezza israeliano.

Da Tel Aviv l'analisi è chiara: spingere i Paesi del Golfo a percepire l'avanzata yemenita come una minaccia esistenziale per giustificare un'alleanza tattica con il regime israeliano. Nel frattempo, l'aviazione saudita intensifica le incursioni su vasta scala, con l'obiettivo di erodere le capacità logistiche e militari di Ansarullah.

Per Israele, questo scambio strategico garantisce un triplo vantaggio:

Indebolimento preventivo: Riduce le capacità di una forza considerata un nemico diretto sul lungo periodo.

Laboratorio tattico: Offre all'IDF l'opportunità di osservare, analizzare e "imparare dai metodi operativi e dalle tattiche" impiegate sul campo di battaglia yemenita.

Consolidamento del fronte anti-Iran: Inquadra l'operazione nella preparazione a uno scontro globale su più fronti.

I preparativi dell'IDF si spingono infatti ben oltre lo Yemen: le forze israeliane stanno ultimando i piani per uno scenario di scontro simultaneo che coinvolge l'asse della resistenza — dall'Iran a Hezbollah, fino alle milizie irachene. Tutto questo mentre si rincorrono le voci di nuovi piani congiunti tra Tel Aviv e Washington per riaprire le ostilità dirette contro Teheran, la quale ha già avvertito che qualsiasi nuova aggressione riceverà una risposta di potenza senza precedenti.

 

Israele minaccia l’Egitto alla vigilia del voto

A pochi giorni dalle elezioni israeliane del 27 ottobre, Tel Aviv apre un fronte di tensione inatteso contro l’Egitto, il primo Paese arabo ad aver firmato un accordo di pace con Israele. Al centro dello scontro c’è il Sinai, territorio recuperato dal Cairo dopo le guerre con lo Stato ebraico, sul quale il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich è tornato a lanciare minacce esplicite.

Il 5 ottobre, Smotrich aveva avvertito che l’Egitto avrebbe perso la penisola qualora avesse attaccato Israele. Il 20 ottobre ha rincarato la dose, dichiarando che, in caso di aggressione egiziana, «la prossima volta non ci sarà più il Sinai». Il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha risposto con toni più misurati, ribadendo che il suo Paese non nutre ambizioni contro nessuno e ha combattuto per recuperare il proprio territorio. Una replica che non ha placato le minacce israeliane, alimentando interrogativi sulle reali ragioni di questa escalation verbale. Secondo Murad Sadygzade, presidente del Centro di studi sul Medio Oriente, la tensione potrebbe essere sfruttata in chiave elettorale per rafforzare l'immagine di Benjamin Netanyahu come leader intransigente, indispensabile alla sicurezza nazionale. Ma dietro la propaganda elettorale si intravedono preoccupazioni strategiche concrete.

Israele guarda con crescente sospetto al rafforzamento della presenza militare egiziana nel Sinai, comprese le infrastrutture aeroportuali e le installazioni che, secondo le valutazioni israeliane, potrebbero essere destinate allo stoccaggio di missili. Il Cairo sostiene invece che il dispiegamento serva a contrastare terrorismo e contrabbando e sia coordinato con Tel Aviv. A inquietare ulteriormente Israele è il riavvicinamento tra Egitto e Turchia. I due Paesi hanno firmato a febbraio un accordo quadro di cooperazione militare e stanno approfondendo la collaborazione, anche nel settore dei droni.

La questione, dunque, va oltre le dichiarazioni incendiarie di un ministro. Mentre Netanyahu cerca di consolidare il proprio consenso, Israele osserva con crescente allarme la nascita di nuove convergenze militari nella regione. E il rischio è che il ricorso alla minaccia esterna come strumento elettorale finisca per alimentare tensioni capaci di compromettere equilibri già fragili in Medio Oriente.


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Ecuador, arrestata Luisa González: la repressione di Noboa e il silenzio dell’Europa

L’ex candidata presidenziale e dirigente di ‘Revolución Ciudadana’, Luisa González, è stata arrestata il 22 ottobre in Ecuador nell’ambito dell’inchiesta denominata «Caso Laberinto», relativa a presunti finanziamenti elettorali del 2023. González respinge le accuse e denuncia la deriva autoritaria del governo di Daniel Noboa, le violazioni dei diritti dei prigionieri politici e la persecuzione delle opposizioni.

La dirigente ha lanciato un appello all’unità delle forze progressiste per difendere la democrazia, mentre il suo movimento è stato sospeso per nove mesi, con conseguenze sulla sua partecipazione alle elezioni locali. Colpisce, in questo contesto, la scarsa attenzione riservata alla vicenda nel dibattito politico e mediatico europeo.

Mentre le istituzioni dell’UE e i grandi media si mostrano spesso pronti a richiamare la difesa della democrazia e dello Stato di diritto in altri contesti internazionali, la repressione denunciata dagli oppositori di Noboa non sembra ricevere la stessa visibilità.

Un doppio standard che solleva una domanda scomoda: la difesa dei diritti democratici è davvero un principio universale oppure dipende dalla collocazione geopolitica dei governi coinvolti?


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Gli Houthi colpiscono il Ministero della Difesa saudita con un attacco diretto

 

Il movimento Houthi ha rivendicato un'ampia offensiva contro diversi obiettivi strategici in Arabia Saudita, colpendo la sede del Ministero della Difesa a Riyadh, due aeroporti internazionali e alcuni impianti petroliferi della compagnia Aramco.

L'annuncio è giunto tramite il portavoce militare del gruppo, Yahya Saree, che ha presentato le azioni come una ritorsione diretta per i recenti cento giorni di campagna militare condotta dalle forze saudite nello Yemen, accusate di aver causato centinaia di vittime tra i civili attraverso oltre duemila e novecento attacchi aerei e missilistici.

L'operazione, condotta nell'arco di quarantotto ore mediante l'impiego coordinato di droni e missili balistici, si è articolata in quattro attacchi principali. Oltre al raid contro il quartier generale della Difesa nella capitale, le forze Houthi sostengono di aver colpito l'aeroporto internazionale King Fahd a Dammam, provocando il blocco del traffico aereo, e lo scalo di Abha nel sud-ovest del Paese.

Un ulteriore raid ha interessato il complesso energetico di Aramco a Yanbu, sulla costa occidentale, dove l'impatto avrebbe innescato un incendio.

Oltre a confermare la prosecuzione delle azioni militari in territorio saudita, i vertici del gruppo ribelle hanno lanciato un fermo avvertimento a Riyadh contro eventuali ritorsioni rivolte alle tribù yemenite, prospettando conseguenze di vasta portata per la stabilità dell'intera regione. La leadership Houthi ha ribadito la volontà di mantenere una linea di massima pressione fino al completo arresto delle operazioni ostili e alla rimozione del blocco imposto allo Yemen.

 

Una «nuova Yalta». Il Cremlino: Putin, Xi e Trump potrebbero tenere un “vertice storico”

 

Il presidente russo Vladimir Putin, il presidente cinese Xi Jinping e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbero tenere un incontro trilaterale “storico” in occasione del vertice APEC in Cina. Lo ha affermato il consigliere del Cremlino Yury Ushakov.

Il vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) è in programma a Shenzhen, in Cina, il 18 e 19 novembre. Intervistato mercoledì dal canale russo Vesti, Ushakov ha affermato che Pechino ha già avviato i preparativi per i potenziali colloqui. «Tutti sono pronti per questo, ma molto, se non tutto, dipende dai padroni di casa cinesi del vertice», ha detto. La possibilità di colloqui trilaterali è stata discussa anche durante l’incontro di Putin con l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff a San Pietroburgo mercoledì, secondo quanto riferito dal Cremlino.

Ushakov ha descritto l’incontro proposto come potenzialmente «storico», sottolineando che si tratterebbe del primo incontro dei tre leader in questa configurazione. Putin e Trump si sono incontrati di persona l’ultima volta in occasione di un vertice ad Anchorage, in Alaska, nell’agosto 2025, e sono rimasti in contatto telefonico, l’ultima volta il 9 ottobre.

Alla domanda se i colloqui potrebbero contribuire anche agli sforzi di pace nel conflitto ucraino, Ushakov ha affermato che un singolo incontro non sarebbe sufficiente. «Anche se l’incontro durasse una, due o cinque ore, non sarebbe comunque possibile risolvere tutti i problemi», ha detto. Commentando la possibilità che il vertice possa equivalere a una «nuova Yalta», Ushakov ha dichiarato: «Penso che, se l’incontro avrà luogo, ci sarà una valanga di commenti e valutazioni».

La Conferenza di Yalta del 1945 riunì il leader sovietico Joseph Stalin, il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt e il primo ministro britannico Winston Churchill per discutere delle fasi finali della Seconda guerra mondiale e dell’ordine internazionale del dopoguerra.

Trump sull'Iran: "Non credo che stiamo negoziando; qualcosa accadrà molto presto"

 

Il 21 ottobre, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che il confronto con Teheran troverà presto una soluzione "in un modo o nell'altro", senza tuttavia fornire dettagli sullo stato delle trattative.

Rispondendo alla corrispondente di NewsNation, Libbey Dean, che gli chiedeva se il dialogo con l'Iran fosse ancora aperto, Trump ha inizialmente risposto che c'era "un po'" di dialogo, aggiungendo che si vedrà cosa succederà. Quando però gli è stato domandato di nuovo se ritenesse ormai conclusi i colloqui, ha precisato di non credere che ci siano negoziati in corso e che qualcosa accadrà molto presto. Ha poi aggiunto che molti pensano che ciò avverrà dopo le elezioni, ma che si vedrà.

Nel corso delle sue dichiarazioni, ha descritto la tensione con la Repubblica islamica come un "piccolo conflitto", affermando che gli Stati Uniti stanno ottenendo "ottimi risultati sia sul piano militare che finanziario" e definendo "incredibile" ciò che è stato fatto nei confronti dell'Iran. Il presidente ha rilasciato queste battute sulla pista della base aerea di Andrews, nel Maryland, di ritorno da un evento elettorale in Carolina del Sud.

USA e Israele riprendono i piani di attacco contro l'Iran in attesa di una data chiave

 

Secondo quanto riportato dal New York Times, funzionari statunitensi e fonti informate confermano che gli Stati Uniti e Israele hanno elaborato piani specifici per riprendere gli attacchi contro l'Iran dopo le elezioni americane di metà mandato.

Mentre prende sempre più piede l'ipotesi di un'operazione rapida ma intensa, le forze armate di entrambi i paesi hanno intensificato le esercitazioni e condotto sorvoli sull'Iraq per simulare manovre d'attacco. A conferma del passaggio della pianificazione alla fase operativa, il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha incontrato questa settimana il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per discutere di nuove opzioni offensive.

La testata ha tuttavia evidenziato diversi motivi di scetticismo sulla riuscita di un nuovo conflitto rispetto alla prima fase dell'aggressione israelo-americana tra febbraio e aprile, la quale aveva già causato il rialzo dei prezzi dell'energia e dell'inflazione globale, compromesso la stabilità regionale e messo a dura prova le difese aeree del Pentagono. Inoltre, il giornale sottolinea come l'approvazione finale da parte del presidente Donald Trump non sia affatto scontata. Trump ha infatti posto ripetutamente il veto su vari piani di attacco su larga scala, compreso quello di questo mese, stoppando le operazioni quando gli eserciti erano ormai pronti all'azione.

 

L'Iran a Rubio: i diktat degli USA e la mancata osservanza degli accordi ostacolano un'intesa

 

L'Iran ha sottolineato come il mancato rispetto degli impegni da parte degli Stati Uniti e i loro continui tentativi di imporre diktat unilaterali rappresentino il principale ostacolo alla diplomazia e al raggiungimento di un intesa duratura.

Rispondendo alle recenti affermazioni del segretario di Stato americano Marco Rubio — che aveva indicato nelle convinzioni religiose degli iraniani la causa dello stallo nei negoziati —, il portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran, Esmail Baqai, ha dichiarato che non si possono pretendere concessioni rifiutando la reciprocità o imponendo condizioni senza considerare i legittimi interessi dell'altra parte.

Nel suo intervento, Baqai ha contestato apertamente la ricostruzione americana, chiedendosi cosa c'entrino il mancato rispetto degli impegni diplomatici e il ricorso alla forza da parte di Washington con la fede degli iraniani. Ha poi osservato come la religione non escluda affatto la razionalità, così come il secolarismo non sia di per sé garanzia di saggezza, ribadendo che a rendere impossibili le trattative non sono le credenze religiose dell'Iran, bensì l'atteggiamento degli Stati Uniti, incline all'imposizione anziché al vero confronto diplomatico.

In un momento storico particolarmente delicato per il paese, impegnato in uno dei passaggi diplomatici più complessi dai tempi dell'accordo sul nucleare del 2015, Teheran ribadisce dunque che il dialogo resta inutile a fronte di continue sanzioni e minacce. Rivolgendosi direttamente a Rubio e ai vertici americani, il portavoce iraniano ha infine sollecitato le autorità statunitensi ad abbandonare i pregiudizi ideologici per iniziare a comprendere le reali esigenze di sicurezza dell'Iran, assumendosi la piena responsabilità delle promesse finora disattese.

 

Il mondo non si governa più da Washington: Putin, Xi e Trump verso un vertice storico

Un incontro tra Vladimir Putin, Xi Jinping e Donald Trump potrebbe diventare uno degli appuntamenti diplomatici più importanti dell’anno. Secondo Yuri Ushakov, consigliere presidenziale russo, i leader di Russia, Cina e Stati Uniti hanno confermato la propria disponibilità a incontrarsi in occasione del prossimo vertice APEC, previsto a Shenzhen, in Cina. I preparativi sarebbero già in corso da parte degli organizzatori cinesi, mentre gli esperti avrebbero iniziato a lavorare sui possibili contenuti del colloquio.

Resta tuttavia da garantire la presenza simultanea dei tre presidenti. Ushakov ha precisato che, in uno scenario favorevole, l’incontro potrebbe entrare nell’agenda del vertice. La cautela diplomatica non nasconde la portata dell’iniziativa. Un confronto diretto tra i leader delle tre maggiori potenze avrebbe inevitabilmente ripercussioni sugli equilibri internazionali, dalla sicurezza globale ai conflitti in corso, fino alle relazioni economiche e commerciali. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha respinto i paragoni con una nuova Conferenza di Yalta, il vertice del 1945 nel quale Unione Sovietica, Stati Uniti e Regno Unito discussero l’assetto dell’Europa e dell’ordine internazionale dopo la Seconda guerra mondiale. Peskov ha tuttavia riconosciuto che un simile incontro avrebbe una rilevanza mondiale.

La differenza rispetto al passato è sostanziale: oggi il sistema internazionale è attraversato dall’ascesa della Cina, dal consolidamento della partnership strategica russo-cinese e dalla crescente difficoltà degli Stati Uniti di gestire unilateralmente le crisi globali. Un eventuale vertice a tre non significherebbe necessariamente un accordo su tutte le questioni, né la nascita di un nuovo direttorio mondiale. Potrebbe però aprire uno spazio di confronto diretto tra potenze i cui rapporti, tra competizione e cooperazione, condizionano sempre più il futuro del pianeta.

In un contesto segnato dalle tensioni geopolitiche e dalla crisi delle istituzioni internazionali, la disponibilità al dialogo rappresenterebbe già un segnale significativo. La vera posta in gioco sarà capire se le tre capitali riusciranno a trasformare questa apertura in iniziative concrete per la sicurezza e la stabilità globale.



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La Cina trasforma lo spirito della Lunga Marcia in forza tecnologica e militare

La Cina celebra i 90 anni dalla vittoria della Lunga Marcia, trasformando la memoria della storica impresa dell’Armata Rossa in un simbolo dello sviluppo militare nazionale. Dai sottomarini nucleari Changzheng ai cacciatorpediniere Zunyi, i nomi legati all’epopea rivoluzionaria richiamano oggi la determinazione di Pechino a superare gli ostacoli attraverso l’autonomia tecnologica.

Come evidenziano i media cinesi, i sottomarini nucleari Changzheng sono arrivati alla terza generazione e hanno effettuato con successo test di missili strategici lanciati in immersione. Anche le navi da guerra di ultima generazione riflettono i progressi dell’industria militare nazionale.

Il richiamo alla Lunga Marcia non è soltanto commemorativo: Pechino lo presenta come un’eredità di forza, autosufficienza e coesione nazionale, da tradurre in capacità tecnologiche e militari sempre più avanzate. Un messaggio che lega la memoria rivoluzionaria alle ambizioni della Cina di rafforzare la propria autonomia strategica.


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Cuba denuncia i ricatti USA

 

Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez Parrilla, ha denunciato le pressioni esercitate dagli Stati Uniti sui governi stranieri per indurli a votare contro la risoluzione dell’ONU che chiede la fine del bloqueo contro Cuba, il cui esame è previsto per il 27 e 28 ottobre. Secondo L’Avana, Washington ricorre a minacce e ricatti diplomatici per contrastare il sostegno internazionale alla revoca delle sanzioni.

Rodríguez ha inoltre condannato l’inasprimento del ‘bloqueo’, compreso il blocco energetico che ostacola l’approvvigionamento di carburante, definendolo una forma di punizione collettiva con gravi conseguenze umanitarie. Il ministro ha ricordato che la politica statunitense mira a provocare carenze e malcontento nella popolazione, richiamando il Memorandum Mallory del 1960.

Secondo i dati presentati da Cuba alle Nazioni Unite, i danni accumulati in oltre sei decenni di blocco ammontano a circa 178,7 miliardi di dollari, mentre quelli registrati tra marzo 2025 e febbraio 2026 hanno raggiunto la cifra record di 8,08 miliardi di dollari.

Rodríguez ha infine invitato i governi a resistere alle pressioni di Washington e a sostenere la fine delle sanzioni.


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Zakharova pone all'UE una domanda scomoda riguardo ai suoi aiuti al "regime satanico" di Kiev

La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha denunciato che l’Unione Europea (UE) ha letteralmente inondato la propria popolazione di disinformazione riguardo alla crisi in Ucraina; una tattica volta a prevenire domande scomode sul massiccio trasferimento di fondi al "regime satanico" di Volodymyr Zelenskyy, la cui corruzione ha trasformato il Paese in un "buco nero dell'Europa", dove miliardi di euro provenienti dai contribuenti europei svaniscono senza lasciare traccia.

Nel corso di una conferenza stampa, la portavoce ha osservato che la burocrazia dell'UE cerca di impedire ai cittadini europei di porsi "domande ovvie" nel contesto della sua "guerra ibrida" contro Mosca: "Perché Bruxelles non destina quei miliardi di euro all'istruzione, alla sanità, alle infrastrutture, alle strade, agli aeroporti, ai porti o allo sviluppo del settore energetico, invece di usarli per sostenere il regime brutale, satanico e terroristico di via Bankova?", ha chiesto retoricamente, riferendosi all'ufficio di Zelensky a Kiev.

Allo stesso tempo, Zakharova ha fatto notare che, durante il vertice del Consiglio europeo tenutosi il 15-16 ottobre a Bruxelles – al quale ha partecipato Zelensky –, l'agenda ucraina è passata in secondo piano. "Evidentemente, all'interno dell'Unione Europea sono emerse questioni più importanti rispetto alla discussione sulle infinite richieste del regime di Kiev", ha osservato la portavoce, con un pizzico di ironia.

Secondo Zakharova, questo risvolto ha ferito l'«ego malato» di Zelensky - da lei descritto come un «mostro insaziabile» - il quale «non si è preoccupato di osservare le più elementari buone maniere e, con notevole arroganza, ha preteso che i suoi sostenitori dell'UE aumentassero i finanziamenti per le esigenze militari»: altri 70 miliardi di euro per un «futuro che semplicemente non esiste».

In questo contesto, Zakharova ha fatto notare che il Ministero delle Finanze ucraino ha recentemente calcolato che, entro il 2037, il Paese dovrà rimborsare oltre 160 miliardi di dollari nell'ambito di un debito nazionale che attualmente ammonta a 215,5 miliardi di dollari. Solo nel 2027, l'Ucraina dovrà versare 6,6 miliardi di dollari ai creditori esteri.

Secondo la portavoce russa, Zelensky e i suoi collaboratori «intascano» i fondi degli aiuti occidentali e li trasferiscono sui propri conti all'estero, ben sapendo che ripagheranno i debiti contratti con l'Occidente «con le vite dei propri cittadini».

 

La Francia schiererà le truppe antiterrorismo per le manifestazioni di sabato

 

La Francia schiererà personale militare della propria forza antiterrorismo a sostegno della polizia durante una nuova ondata di proteste a livello nazionale, mentre il governo prepara un’operazione di sicurezza “massiccia” a seguito di alcune delle peggiori rivolte degli ultimi anni. Il ministro dell’Interno Laurent Nunez ha annunciato la misura martedì, confermando che i soldati dell’Operazione Sentinelle, istituita per proteggere la Francia dagli attacchi terroristici, saranno mobilitati in vista delle manifestazioni previste per sabato.

Le truppe si occuperanno principalmente della sorveglianza di luoghi sensibili, consentendo a polizia e gendarmeria di affrontare i rivoltosi e di impedire il ripetersi delle violenze e dei saccheggi diffusi dello scorso fine settimana. Secondo il quotidiano francese Le Journal du Dimanche, il 24 ottobre a Parigi saranno disponibili 1.000 militari, di cui 500 in pattuglia, rispetto ai consueti 300.

L’operazione Sentinelle è stata avviata in seguito ai mortali attacchi terroristici contro Charlie Hebdo nel gennaio 2015. La missione militare prevede fino a 10.000 soldati incaricati di proteggere siti sensibili in tutta la Francia, tra cui stazioni ferroviarie, aeroporti, edifici religiosi e attrazioni turistiche.

Il primo ministro Sébastien Lecornu ha promesso una risposta di sicurezza senza precedenti dopo aver riconosciuto che sabato le autorità non sono riuscite a contenere la violenza. «Lo schieramento per sabato prossimo sarà massiccio», ha dichiarato Lecornu ai parlamentari, accusando i gruppi di estrema sinistra di orchestrare un «piano insurrezionale» durante le manifestazioni contro l’impennata del costo della vita.

Nunez ha inoltre annunciato l’intenzione di mobilitare unità di polizia d’élite, tra cui RAID, GIGN e BRI, insieme a elicotteri, veicoli blindati Centaure e idranti. Le autorità stanno valutando la possibilità di vietare le manifestazioni ritenute potenzialmente pericolose per l’ordine pubblico.

L’annuncio fa seguito ai disordini che hanno interessato tutto il Paese il 17 ottobre, quando circa 550.000 persone sono scese in piazza per protestare contro l’aumento dei prezzi e il deterioramento delle condizioni scolastiche. Sono state arrestate più di 2.400 persone, mentre oltre 800 sono state deferite alla magistratura. Le autorità hanno inoltre imposto coprifuochi localizzati a Parigi e in diverse altre città.

 
 

Una terza portaerei USA è diretta in Medio Oriente: quando arriverà?

 

Gli Stati Uniti stanno inviando in Medio Oriente il gruppo d'attacco della portaerei USS Theodore Roosevelt e la 13ª Unità di Spedizione dei Marines. La notizia è stata riportata il 20 ottobre da Jennifer Griffin, corrispondente capo di Fox News per la sicurezza nazionale, che su X ha citato due funzionari statunitensi.

Secondo la giornalista, le navi giungeranno nella regione entro la fine di novembre, portando un rinforzo di circa 10.000 tra marinai e fanti di marina. Una volta arrivata a destinazione, la USS Roosevelt diventerà la terza portaerei statunitense nell'area, affiancando la USS George H.W. Bush, giunta ad aprile, e la USS George Washington, arrivata a metà agosto per sostituire la USS Abraham Lincoln. Griffin ha evidenziato che questo schieramento offrirà a Washington maggiori opzioni operative, in un momento in cui il presidente statunitense Donald Trump starebbe valutando un'intensificazione degli attacchi contro l'Iran dopo le elezioni di medio termine.

Attualmente, i gruppi d'attacco della USS George H.W. Bush e della USS George Washington si trovano nel Mar Arabico. L'Unità di Spedizione dei Marines e il Gruppo Anfibio comprendono solitamente circa 4.200 elementi, mentre il gruppo d'attacco della portaerei Roosevelt conta all'incirca 6.000 marinai. Sebbene la USS Roosevelt sia in grado di raggiungere il Medio Oriente già entro la fine della prossima settimana, un alto funzionario statunitense consultatosi con Fox News ha precisato che l'arrivo della nave avverrà più probabilmente entro la fine di novembre.

 

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