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Israele, Netanyahu a 48 ore dal voto: “Se non vinco si rischia la seconda Shoah”. E posta una foto fake dell’atomica su Tel Aviv

25 October 2026 at 14:42

Un fungo atomico che si leva, mentre l’onda d’urto dell’ordigno si propaga su Tel Aviv radendola al suolo. A 48 ore dalle elezioni parlamentari che decideranno del suo futuro, Benjamin Netanyahu sceglie ancora una volta il linguaggio della paura per indicare nell’Iran un “pericolo esistenziale reale e concreto”. Il primo ministro israeliano ha postato su X un’immagine generata con l’intelligenza artificiale per rilanciare uno scritto attribuito a Yuval Bloomberg, autore del libro The Oslo Trap, nel quale il commentatore analizza in chiave fortemente critica gli Accordi di Oslo del 1993, sostenendo che le concessioni e la ricerca di una pace illusoria abbiano gravemente compromesso la sicurezza e l’identità dello Stato ebraico.

“Leggete le cose importanti di Yuval Blumberg”, scrive il leader del Likud, postando un testo in cui si legge: “Lo Stato di Israele si trova in un pericolo esistenziale reale e concreto. Tutto è così futile di fronte al pericolo esistenziale dell’Iran e dell’asse sciita. Le tempeste inscenate e inventate di volta in volta sono pensate per distogliere l’attenzione dalla cosa più importante: terminare il lavoro in Iran“, si legge, in riferimento alla guerra scatenata contro Teheran da Israele e Stati Uniti il 28 febbraio.

“Abbiamo altri due anni di Trump per finire il lavoro in Iran, e non si sa cosa succederà dopo, che si tratti di Kamala Harris o di qualche candidato mediocre qualunque. Questa è la finestra temporale che ci resta per completare il lavoro necessario a garantire la nostra esistenza fisica per gli anni a venire. Tutte le risorse dello Stato necessarie devono essere investite in questa missione. Qatar, ultraortodossi, Orich, reclutamento, avvisi (sul 7 ottobre, ndr) – dice ancora il testo, in riferimento agli scandali politici e alle difficoltà che Netanyahu ha affrontato nell’ultimo mandato -. Tutto è un enorme schermo di fumo per nascondere l’unico argomento che svetta su tutti gli altri con un margine enorme”. Quale? La necessità di portare a termine la guerra all’Iran e rovesciare il regime degli ayatollah.

“Le generazioni future non ci perdoneranno se mancheremo la finestra di opportunità storica che ci permette di tentare e completare la missione più critica che il nostro generazione affronta – si legge ancora -. Non accadrà con un primo ministro tenuto per la gola dai Fratelli Musulmani e dai loro complici terroristi. Non accadrà con un primo ministro incapace di alzare il telefono e condurre una conversazione intima e continua con Trump”.

Quindi l’evocazione della minaccia peggiore e più temuta dal popolo israeliano: “L’odio per Netanyahu, per quanto possa essere mondo e dintorni per un intero campo, non aiuterà contro la bomba iraniana. Chiunque si preoccupi della propria esistenza fisica, di quella della sua famiglia e dei suoi cari – conclude il testo -, dovrebbe tremare la mano prima di votare qualcuno che non sarà in grado di completare la missione, condannando così se stesso e la sua famiglia al pericolo di una seconda Shoah, a causa del suo odio politico o di una stupida e insignificante tempesta emotiva”.

Immediate le reazioni delle opposizioni. “Netanyahu, sei in uno stato di isteria – ha scritto su X Gadi Eizenkot, il principale rivale del premier nell’appuntamento con le urne del 27 ottobre -. Come in ogni campagna elettorale, stai ricorrendo ancora una volta alle solite tattiche: menzogne e allarmismo. Questa volta, minacci i cittadini di Israele prospettando un annientamento di massa, e tutto ciò dopo aver fallito nel raggiungere i tuoi obiettivi bellici nei confronti dell’Iran”. “Hai fallito. E tra due giorni, il popolo di Israele te lo dimostrerà chiaramente alle urne. Formeremo il prossimo governo e guideremo Israele verso la sicurezza e la prosperità”, ha aggiunto.

Yair Golan, da parte sua, ha chiesto che Netanyahu “venga tenuto lontano dai social“. “Lui e il suo entourage hanno perso la testa. La pressione sta aumentando – ha scritto su X il leader dei Democratici – Martedì sostituiremo coloro che seminano il panico e ridaremo a Israele sicurezza e salute mentale”.

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Hebron sotto l’assedio di Israele: 2200 palestinesi costretti a lasciare casa, decine di demolizioni. Sindaco:”Paghiamo punizione collettiva”

25 October 2026 at 11:55

Oltre 2mila e 200 palestinesi stanno pagando la rappresaglia di Israele, per l’attacco fatto da due uomini armati che venerdì hanno ucciso due soldati di Tel Aviv a un check point all’uscita di Hebron, città del sud della Cisgiordania. Centinaia di famiglie sono state costrette a lasciare le proprie case senza un posto dove andare, alcune svegliate nel cuore della notte da soldati armati e fatte uscire in strada con le loro poche cose. La città è sotto assedio da venerdì, da quando il premier Netanyahu, in piena campagna elettorale, ha annunciato una durissima operazione militare circondando la città e chiudendo alle auto gli accessi e le uscite. “Venerdì le forze israeliane hanno effettuato incursioni nelle zone di al-Jalda ed Ein Deir Bahha, costringendo circa 2.200 palestinesi ad abbandonare le proprie case” ha raccontato il sindaco di Hebron Tayseer Abu Sneineh ad Al Jazeera. “I residenti non possono né entrare né uscire da Hebron dopo la decisione di Israele di chiudere la città”, ha detto il sindaco affermando che “la politica di Israele è chiara: si basa sulla città del sud della Cisgiordania del popolo palestinese”.

Secondo quanto riferito ad Al Jazeera dalla Palestinian Prisoners’ Society, le forze israeliane hanno arrestato 47 palestinesi a partire da venerdì. Circa 2.200 persone sono state sfollate dalle loro case a Hebron. Tra queste persone risultano 127 bambini, 81 donne incinte e centinaia di palestinesi anziani e affetti da malattie croniche. Decine di case e attività sono già state demolite dalle ruspe. Alcuni video postati online dall’attivista palestinese Issa Amro mostrano strade rase al suolo. “Stiamo subendo una punizione collettiva per qualcosa che né abbiamo fatto né sostenuto. La nostra sofferenza viene trasformata in materiale politico per le elezioni di Israele, mentre famiglie innocenti pagano il prezzo” ha scritto su X. Fuori Hebron diversi taxi si sono accumulati davanti ai varchi controllati dall’esercito israeliano, in attesa dei palestinesi costretti ad attraversarli a piedi. Secondo ‘Basma Radio, un canale Telegram utilizzato dai palestinesi per monitorare i posti di blocco e le chiusure stradali, tutti gli accessi alla città sono stati preclusi ai veicoli. L’agenzia di stampa palestinese Wafa ha riferito che le truppe israeliane hanno costretto decine di residenti a evacuare le proprie case. I reporter dell’Associated Press hanno osservato bandiere israeliane esposte su un’abitazione di Deir Baha, requisita per scopi militari.

In una nota l’esercito israeliano parla di “operazioni in 400 obiettivi all’interno di 40 località nell’ambito un’operazione antiterrorismo, concentrandosi su aree identificate come roccaforti di Hamas”. Sostiene di aver arrestato “circa 40 sospettati, tra cui terroristi affiliati a Hamas e Jihad Islamica e individui coinvolti in attività di istigazione, disordini pubblici e lancio di pietre”. Venti arrestati provengono da Hebron e Halhul. L’Idf afferma di aver anche ”rimosso monumenti commemorativi dedicati a terroristi che avevano preso parte ad attacchi in cui sono stati uccisi civili israeliani”. In un’intervista alla tv pubblica Kan, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha avvisato le famiglie e i residenti cacciati da casa: “Non sarà consentito tornare nel loro quartiere finché non avremo affrontato tutte le questioni legate a Hamas a Hebron”.

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Nyt: “Teheran pronta a colpire personale Usa, sono considerati obiettivi legittimi”

25 October 2026 at 11:27

Teheran è convinta che Israele e Stati Uniti si stiano preparando al terzo grande attacco su vasta scala contro la Repubblica islamica in 16 mesi, motivo per cui sarebbe in una “fase avanzata” la pianificazione da parte dell’Iran di attacchi contro funzionari statunitensi. Il timore all’interno dell’amministrazione Trump viene ribadito dal New York Times, che cita due fonti iraniane – tra le quali un ufficiale dei Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran – secondo cui tra gli obiettivi possibili ci sarebbero effettivamente diplomatici e personale americano, obiettivi che hanno detto di considerare “legittimi” dopo le operazioni militari dei mesi scorsi di Usa e Israele contro l’Iran. Osservazioni sulla portata delle capacità iraniane a parte, il conflitto in Medio Oriente, è la sintesi del giornale, è entrato in una nuova fase in cui una serie di fattori, dalle elezioni in Israele e negli Usa alla possibilità che le parti cerchino pretesti per l’azione, creano livelli di tensione e rischio sempre più elevati.

Funzionari Usa, rilancia il Nyt, affermano di essere concentrati su elementi delle informazioni di intelligence più recenti secondo cui gli iraniani potrebbero tentare di uccidere ambasciatori americani in Medio Oriente e funzionari americani in territorio Usa, quello che il quotidiano sottolinea essere un vecchio obiettivo dell’unità 840, unità d’élite iraniana, ricordando come “la storia insegni che le ambizioni dell’Iran sono spesso superiori alle sue capacità“. Fonti americane e alleati europei, evidenzia ancora il giornale, hanno sottolineato come le notizie di intelligence su possibili attacchi siano aumentate dopo i fatti nel Regno Unito, dopo l’allarme nella base Raf Fairford usata dalle forze Usa. E le fonti citate hanno precisato che le informazioni di intelligence valutate da ufficiali di alto livello includono la pianificazione da parte dell’Iran di un’eventuale risposta a possibili operazioni di Usa o Israele. In questo contesto, stando a una fonte, ci sarebbero prove che gli iraniani abbiano agenti negli Usa “che non sono semplicemente cittadini iraniani“.

Dal punto di vista politico, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha portato l’attenzione sullo stretto di Hormuz, dove la situazione non tornerà “allo stato in cui si trovava prima delle due recenti guerre”. Il conflitto in corso, ha proseguito, “ha cambiato tutto. Le rotte attraverso lo Stretto di Hormuz non saranno più quelle di un tempo”. Araghchi ha inoltre aggiunto che l’Iran ha sottolineato agli intermediari che la guerra deve cessare su tutti i fronti della regione, “altrimenti la pace rimarrà irraggiungibile”. Riferendosi a recenti dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che non ha escluso l’ipotesi di nuovi attacchi contro l’Iran, Araghchi ha sottolineato: “Si parla di una nuova guerra, ma io sto già pensando al periodo successivo alla guerra. Indipendentemente dal fatto che una guerra scoppi o meno, le nostre politiche rimangono invariate. Se prevarrà un minimo di razionalità, non tenteranno nuovamente un’aggressione militare contro l’Iran. Ci hanno già provato due volte e hanno visto come è andata a finire. Se dovessero tentare ancora una volta, sanno bene che il risultato non sarà diverso da quello che hanno sperimentato in passato”.

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Tel Aviv, in migliaia in piazza contro Netanyahu a tre giorni dalle elezioni

25 October 2026 at 10:41

Migliaia di persone si sono radunate a Tel Aviv per una grande manifestazione antigovernativa, a tre giorni da elezioni generali considerate da molti come un referendum sul primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. “Abbiamo bisogno di un governo che abbia a cuore i propri cittadini. Dobbiamo sapere cosa ci ha portato al massacro del 7 ottobre”, ha dichiarato durante la manifestazione Sigal Manzuri, le cui due figlie sono state uccise nell’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023.

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Cisgiordania, rimpatriate le 5 attiviste italiane fermate vicino a Hebron

24 October 2026 at 11:31

Sono rientrate in Italia le cinque connazionali fermate in Cisgiordania dalle Forze di difesa israeliane. Funzionari dell’ambasciata d’Italia a Tel Aviv, ha reso noto il ministero degli Esteri, hanno potuto effettuare ieri sera una visita consolare presso l’aeroporto, in cui le italiane sono apparse in buone condizioni fisiche: è stato consentito loro l’utilizzo dei telefoni cellulari e tutte hanno potuto parlare almeno una volta con il proprio legale.

Le cinque donne sono volontarie e attiviste internazionali. Si trovavano nel West Bank per fornire “protezione attiva” e supporto agli agricoltori palestinesi impegnati nella raccolta delle olive, periodo storicamente caratterizzato da forti tensioni, aggressioni a opera dei coloni e restrizioni nell’area da parte delle autorità israeliane. Il fermo è scattato il 22 ottobre nel villaggio di al-Bweib, a sud di Hebron. Le attiviste sono state prelevate insieme ad altri volontari internazionali e condotte inizialmente presso la stazione di polizia dell’insediamento di Kiryat Arba per essere interrogate. Subito dopo il fermo, la Farnesina si è attivata chiedendo a Israele chiarimenti urgenti e l’immediato rilascio delle cittadine.

Negli ultimi mesi, le autorità israeliane hanno intensificato i fermi, i respingimenti alla frontiera e le espulsioni di volontari delle Ong, presenti sul territorio con lo scopo di documentare le violazioni dei diritti umani e proteggere i civili palestinesi dalle violenze dei coloni e dalle operazioni militari, ma accusati da Israele di alimentare le provocazioni.

Il 21 ottobre un’operazione su vasta scala dell’Idf aveva portato al blocco e al fermo di circa 90 volontari, tra cui il candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti Brad Lander, rilasciato poco dopo insieme a decine di altri attivisti sotto severe restrizioni di movimento. Nelle stesse ore sono stati trattenuti due italiani, un padre e un figlio originari di Bolzano, Manuel e Alberto Tartarotti, di 35 e 67 anni. I due erano arrivati in Cisgiordania per consegnare fondi umanitari e sostenere la raccolta nei campi. Dopo essere stati detenuti per ore dalla polizia israeliana sono stati espulsi dal Paese con il divieto di rientro in Israele per i prossimi dieci anni.

La raccolta delle olive in Cisgiordania rappresenta da sempre un momento cruciale e ad altissimo rischio di incidenti. Nelle ultime settimane si è registrata un’impennata di attacchi condotti da gruppi di coloni estremisti, culminati lo scorso fine settimana nel ferimento di una fotoreporter del Wall Street Journal e nell’assalto ad alcune auto diplomatiche europee.

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Nazionalisti, liberali, ultrareligiosi: il “Blocco del cambiamento” sfida Netanyahu alle elezioni. Ma sulla Palestina la pensa (quasi) come lui

24 October 2026 at 08:08

Un mese prima del voto del 27 ottobre, i maggiori esponenti politici israeliani fuori dall’attuale governo si sono ritrovati nella casa di Tel Aviv del leader di Yesh Atid, Yair Lapid, per suggellare un patto: rimanere uniti con l’obiettivo di escludere Benjamin Netanyahu dall’esecutivo israeliano. Riuniti intorno a un tavolino da caffè ci sono il padrone di casa insieme al suo alleato Naftali Bennett nella coalizione Yachad, il leader di Yashar, Gadi Eisenkot, quello dei Democratici, Yair Golan, e di Yisrael Beiteinu, Avigdor Lieberman. Promettono un radicale stravolgimento delle politiche portate avanti dall’esecutivo Netanyahu, insieme ai suoi alleati estremisti Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, e per questo sono già stati ribattezzati Change Bloc, il blocco del cambiamento. Ma basta leggere i loro programmi elettorali e ascoltare le loro dichiarazioni per capire che sul tema diventato di gran lunga il più importante per il futuro dello Stato di Israele, ossia il rapporto con il popolo palestinese, poco cambierà anche in caso di loro vittoria. Nessuno di loro si batterà per liberare i territori illegalmente occupati e nella campagna ellettorale non trova spazio nemmeno l’idea di un percorso di pacificazione tra popolazione ebraica e palestinese.

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Le elezioni in Israele sono cruciali per Netanyahu: l’ombra del conflitto con l’Iran per influenzare il voto

24 October 2026 at 05:46

Nei giorni immediatamente precedenti alle elezioni israeliane, considerate da molti tra le più importanti nella storia recente del Paese, mi sembra che l’analisi non debba fermarsi alle tradizionali categorie di destra e sinistra. Ci troviamo di fronte a fenomeni che sollevano interrogativi più profondi sul funzionamento della democrazia e sul rapporto tra sicurezza nazionale e interesse politico.

Negli ultimi giorni si è parlato molto dei tentativi del governo guidato da Benjamin Netanyahu di aumentare la tensione con l’Iran. Diverse fonti giornalistiche hanno riferito che aerei da combattimento israeliani si sarebbero avvicinati al confine iraniano per poi rientrare alle basi, senza oltrepassarlo. Secondo alcune ricostruzioni, tale operazione sarebbe stata interpretata da alcuni osservatori come una dimostrazione di forza e da altri come un possibile tentativo di provocare una reazione iraniana.

Non è un segreto che queste elezioni rappresentino una prova cruciale per il governo. A mio avviso, Netanyahu legge i sondaggi, percepisce l’umore del Paese e comprende che il suo lungo ciclo politico potrebbe avvicinarsi alla conclusione. Dopo quasi due decenni in cui è stato la figura dominante della politica israeliana, l’idea di perdere il potere potrebbe apparirgli particolarmente difficile da accettare. A questo si aggiungono questioni che probabilmente continueranno a pesare nel dibattito pubblico anche dopo il voto: le discussioni sulle responsabilità politiche precedenti al 7 ottobre, le future inchieste e le polemiche relative ai rapporti tra alcuni suoi collaboratori e il Qatar. Sono tutti temi che potrebbero contribuire a un giudizio severo sull’operato del governo.

È in questo contesto che nasce una mia ipotesi personale, sulla quale non pretendo di avere alcuna certezza. Mi chiedo se possa esistere la tentazione di utilizzare una grave crisi militare come strumento per modificare il quadro politico interno. Un conflitto diretto con l’Iran potrebbe infatti creare una situazione di emergenza nazionale tale da spingere verso il rinvio delle elezioni o verso la formazione di un governo di unità nazionale guidato dalla stessa leadership attualmente al potere.

So bene che si tratta di un’ipotesi grave. In molte democrazie occidentali sarebbe considerata quasi impensabile. Tuttavia, proprio perché Israele sta vivendo uno dei momenti più drammatici della sua storia, ritengo che qualsiasi decisione che possa influire sul regolare svolgimento del processo democratico debba essere osservata con la massima attenzione.

Ciò che trovo significativo è che i principali segnali di cautela sembrano provenire da alcune istituzioni dello Stato. Secondo recenti ricostruzioni giornalistiche, il capo di stato maggiore Eyal Zamir avrebbe sottolineato l’importanza di permettere lo svolgimento delle elezioni senza interferenze e avrebbe espresso preoccupazione per le conseguenze che una nuova guerra potrebbe avere sul processo elettorale.

In definitiva, la questione non riguarda soltanto il destino politico di Netanyahu. Riguarda la capacità delle istituzioni democratiche di resistere alle pressioni generate da una situazione eccezionale e di garantire che decisioni di guerra e di pace vengano assunte esclusivamente per motivi di sicurezza nazionale, e non per esigenze di sopravvivenza politica.

Un elemento che mi porta a pensare che Netanyahu percepisca concretamente il rischio della sconfitta non sono tanto i sondaggi, quanto il modo in cui sta conducendo la campagna elettorale. Guardando la comunicazione del Likud e del governo uscente, colpisce l’assenza quasi totale dei ministri che hanno caratterizzato gli ultimi anni di governo. Figure come Yariv Levin, principale promotore della riforma giudiziaria, o altri ministri che hanno avuto ruoli centrali nella legislatura sembrano improvvisamente scomparsi dalla scena pubblica e dalla propaganda elettorale. Anche il ministro della Difesa viene raramente posto in primo piano. Personaggi che per anni sono stati presentati come colonne dell’azione governativa oggi non vengono quasi mai utilizzati come simboli della campagna.

È una scelta che, a mio parere, suggerisce una certa consapevolezza politica. Se il governo fosse convinto che il proprio operato sia stato giudicato positivamente dagli elettori, sarebbe naturale mettere in mostra i risultati ottenuti, le riforme realizzate e i ministri che le hanno portate avanti. Invece la campagna sembra ruotare quasi esclusivamente attorno alla figura di Netanyahu.

Ancora più significativo è il fatto che il dibattito non sia costruito sui risultati ottenuti dal governo, sui miglioramenti per i cittadini o sui successi amministrativi. Il messaggio centrale appare molto più semplice e radicale: o vince la destra oppure nascerà uno Stato palestinese. Una narrazione fondata principalmente sulla paura e sulla contrapposizione identitaria piuttosto che sul bilancio dell’azione di governo.

A questo clima si sommano gli episodi di violenza sul terreno: gli attacchi nelle aree di Hebron e Nablus riportano subito al centro il tema della sicurezza, immediatamente riassorbito nella retorica di Netanyahu sull’esigenza di una leadership forte. Diventa così sempre più difficile scindere le reali necessità di sicurezza nazionale da un loro uso strumentale nella comunicazione politica.

Anche il livello del confronto pubblico sembra essersi deteriorato. In questi giorni si sono sentite espressioni e attacchi personali che, in una democrazia matura, dovrebbero suscitare forte preoccupazione. Quando un avversario politico viene ridicolizzato o descritto come una scimmia manovrata da altri poteri, si abbandona il terreno del confronto democratico per entrare in quello della delegittimazione personale.

Per questa ragione ritengo che il tema non siano soltanto le percentuali elettorali o le previsioni dei sondaggisti. Ciò che colpisce è il comportamento stesso della classe dirigente uscente. Se davvero una parte del gruppo di governo arrivasse a considerare accettabile l’uso di una crisi militare per influenzare il calendario politico o il clima elettorale, ci troveremmo di fronte a qualcosa di molto più grave di una semplice competizione tra partiti.

Naturalmente questa rimane una mia interpretazione e non un fatto dimostrato. Tuttavia la combinazione tra l’estrema personalizzazione della campagna, la scomparsa dalla scena dei principali ministri, il ricorso costante a messaggi di emergenza e il deterioramento del linguaggio politico mi sembrano il segnale di un sistema sotto forte pressione.

Al di là di chi vincerà le elezioni, l’impressione è quella di un Israele attraversato da una profonda sofferenza politica e istituzionale. Una democrazia è solida non quando tutti sono d’accordo, ma quando gli avversari si riconoscono reciprocamente come legittimi. Quando prevale la paura, quando il dibattito pubblico si riduce a scontri personali e quando ogni elezione viene descritta come una battaglia esistenziale, è il tessuto democratico stesso a mostrare segni di affaticamento.

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Cisgiordania, Tajani: “Inaccettabile l’arresto delle 5 donne prese dall’esercito israeliano”. Previsto il rientro sabato

23 October 2026 at 17:29

”Chiediamo la liberazione immediata delle 5 donne che sono state prese dall’esercito israeliano” in Cisgiordania, ”speriamo che possano essere rimandate in Italia nelle prossime ore. È inaccettabile quello che è successo, non stavano commettendo alcun reato”. A parlare è il vice premier e ministro degli Esteri Antonio Tajani che in un punto stampa a Istanbul ha commentato il fermo ieri vicino a Hebron di cinque attiviste italiane da parte dell’esercito israeliano. Il ministero ha poi annunciato che le attiviste rientreranno sabato.

“Non siamo d’accordo. Noi siamo perché il popolo palestinese possa finalmente realizzare il proprio sogno” di uno Stato, “vivendo in pace con Israele che deve avere garantita la propria sicurezza. Ma non è colpendo la popolazione palestinese, soprattutto i pacifici villaggi cristiani, che si risolve il problema della sicurezza di Israele“, ha spiegato poi Antonio Tajani a Istanbul commentando l’annuncio di Netanyahu di una “chiusura totale” della Cisgiordania. “Bisogna disarmare Hamas, bisogna che ci sia stabilità a Gaza, bisogna che i terroristi vengano messi fuori gioco disarmandoli totalmente e questo è un aspetto importante, ma noi non possiamo non riconoscere l’importanza di dar vita ad uno Stato palestinese“.

Ieri la polizia israeliana aveva affermato che alcuni dei fermati sarebbero stati coinvolti nella “promozione del terrorismo” e nell’”esaltazione di attentatori”. L’annuncio era arrivato dopo che la Farnesina ha chiesto chiarimenti urgenti alle autorità israeliane sul fermo delle connazionali, avvenuto mentre accompagnavano agricoltori palestinesi impegnati nella raccolta delle olive. Secondo la polizia israeliana, gli attivisti “hanno violato la legge e si sono nascosti dietro la raccolta delle olive”. Sarebbero entrati “senza coordinamento in una zona militare chiusa”, rifiutando gli ordini delle Forze di difesa israeliane (Idf). Il comunicato riferisce del fermo di undici attivisti stranieri e un palestinese a Hebron, sostenendo che alcuni sarebbero coinvolti anche in “attività di organizzazioni ostili a Israele”.

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Conti correnti negli Emirati e in Israele con miliardi di dollari e bonifici dall’Azerbaigian: il libro che svela gli affari segreti del genero di Trump

23 October 2026 at 16:47

Un conto bancario negli Emirati e uno in Israele dove confluivano miliardi di dollari, bonifici da centinaia di milioni da una banca dell’Azerbaigian, tutto a disposizione del genero e consigliere di Donald Trump, Jared Kushner. Il libro-inchiesta del giornalista di The Intercept, Matthew Cole, Principi e ladri: il complotto segreto di Jared Kushner e Mohamed bin Zayed per rimodellare il Medio Oriente, di cui Vanity Fair ha pubblicato un estratto, svela gli affari segreti dei vertici dell’amministrazione Usa in Medio Oriente e le trame politiche ed economiche tra gli Stati Uniti e i suoi alleati nell’area.

Il racconto si riferisce al primo mandato di Donald Trump e si basa su file entrati in possesso dell’intelligence olandese che il reporter ha potuto visionare. I servizi segreti dei Paesi Bassi hanno ottenuto gli screenshot dell’IphoneX di Kushner tramite dei file trovati sul server di hacker russi e ai quali gli 007 hanno avuto accesso grazie a un agente dell’intelligence russa che ha deciso di diventare un informatore di Amsterdam. Monitorandone l’attività telefonica, sono poi riusciti a scoprire che il genero di Trump aveva accesso a un conto bancario collegato agli Emirati, ma di cui Kushner era firmatario, che veniva foraggiato con 750 milioni di dollari in arrivo da Baku. Quei soldi sarebbero serviti, secondo un testimone sentito da Cole, per finanziare un signore della guerra, un mercenario e un ex sicario. Non un’iniziativa una tantum, ma una pratica abituale: “Sauditi ed emiratini lo fanno una volta all’anno“, spiega un’altra fonte.

C’è poi un altro conto al quale i servizi segreti olandesi sono riusciti a risalire monitorando l’Iphone del genero di Trump. Si tratta di uno aperto nella Banca centrale israeliana, su consiglio diretto del primo ministro Benjamin Netanyahu, e del quale Kushner era il beneficiario. Al suo interno si trovano circa 1 miliardo di dollari. Proprio il premier di Tel Aviv aveva chiesto all’uomo di Trump in Medio Oriente di avvisarlo prima di ogni bonifico.

Kushner, su X, ha respinto ogni accusa sostenendo che queste sono “scandalose e categoricamente false. Sono cose folli e mai accadute“. Cole, continua, “non ha fornito alcuna prova a sostegno. Non è giornalismo, è un miscuglio di fantasia, finzione e propaganda, scritto da qualcuno che è profondamente disturbato o che agisce con intenti sinistri”.

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Attacco a Hebron, l’ultradestra fa scattare le ruspe. Smotrich: “Demolizione immediata di edifici arabi”. Ben Gvir: “Ora smantellare l’Autorità Palestinese”

23 October 2026 at 12:16

L’attacco armato avvenuto questa mattina a Hebron da parte di due cittadini palestinesi scatena la prevedibile controffensiva politica dei partiti dell’ultradestra israeliana, alla vigilia delle elezioni parlamentari del 27 ottobre. “In seguito all’attentato – ha annunciato su X il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich -, ho disposto la demolizione immediata di un’ampia serie di edifici arabi abusivi situati nelle immediate vicinanze del luogo dell’attentato in Cisgiordania. L’ordine sarà eseguito entro la prossima ora e le operazioni proseguiranno nel corso delle ore pomeridiane”.

“E’ inevitabile una campagna militare su vasta scala in Giudea e Samaria (nome che le autorità israeliane usano per indicare i Territori occupati, ndr) per smantellare l’Autorità Palestinese, sequestrare le armi ed eliminare i terroristi. Proprio come a Gaza e in Libano”, aveva commentato il leader del Partito Nazionale Religioso-Sionismo Religioso subito dopo l’attentato. ”Nell’attuale governo, abbiamo guidato una rivoluzione negli insediamenti che stronca la pericolosa idea di instaurare uno stato terrorista nel cuore dello Stato di Israele, ma il compito non sarà completato senza un cambiamento del concetto di sicurezza e senza sconfiggere il terrorismo e i suoi responsabili con un’ampia campagna militare. Nel prossimo governo, questo sarà uno dei primi passi che dovremo esigere e attuare”, ha aggiunto.

Anche il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, anch’egli esponente dell’estrema destra, ha chiesto lo smantellamento dell’Autorità Palestinese. “Dobbiamo agire prima che sia troppo tardi. L’Autorità Palestinese deve essere smantellata e smilitarizzata, e la sua infrastruttura terroristica completamente eliminata”, ha affermato il leader di Otzma Yehudit. Noto per le sue posizioni estremiste, Ben Gvir ha affermato che l’attacco a Hebron dimostra che Israele deve limitare la libertà di movimento dei palestinesi in Cisgiordania: “Le vite degli abitanti della Giudea e della Samaria, dei coloni, le vite dei soldati, delle forze di polizia e dei nostri combattenti sono un milione di volte più importanti della libertà di movimento”.

Hamas, intanto, esulta per l’attacco avvenuto nei pressi dell’incrocio di Yehuda: “L’eroica operazione nella città di Hebron, nella Cisgiordania occupata, rappresenta una vivida espressione della volontà del nostro popolo tenace e invia un messaggio chiaro al nemico sionista: la nostra resistenza continua, e sarà sempre più formidabile e intensa, finché l’occupazione non sarà scacciata dalla nostra terra e dai nostri luoghi sacri”, ha scritto l’organizzazione sul suo canale Telegram.

“Questa eroica operazione costituisce una risposta naturale e legittima ai crimini in corso e alle brutali aggressioni contro il nostro popolo: non deporremo le armi finché l’aggressione non cesserà, l’occupazione della nostra terra non avrà fine e la benedetta Moschea di Al-Aqsa non sarà purificata dalla profanazione dei coloni usurpatori”, aggiunge la nota, in cui Hamas lancia “un appello a tutti gli individui liberi del nostro popolo perché dirigano il loro fuoco contro gli occupanti che continuano a commettere i crimini più efferati contro la nostra gente in Cisgiordania, a Gerusalemme e nella Striscia di Gaza. È una lotta che può portare solo alla vittoria o al martirio”.

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Attacco in Cisgiordania: feriti 6 soldati israeliani, uccisi 2 assalitori. Idf: “Volevano fare strage di civili sull’autostrada 35”. Netanyahu chiude i Territori: “Lockdown totale”

23 October 2026 at 09:22

“Ho ordinato alle Israel Defense Forces e alle forze di sicurezza di imporre immediatamente un coprifuoco sulla città di Hebron e di prepararsi a un lockdown totale su tutta la Giudea e Samaria a partire da oggi”. E’ il post su X con il quale Benjamin Netanyahu ha annunciato il blocco totale della Cisgiordania dopo una sparatoria avvenuta questa mattina. Il primo ministro ha ordinato al suo partito, il Likud, di annullare tutti gli eventi politici previsti per la mattinata. Martedì 27 ottobre Israele torna alle urne per le elezioni parlamentari.

Questa mattina l’esercito israeliano e fonti mediche israeliane hanno riferito che un conflitto a fuoco durato oltre 20 minuti nei pressi dell’incrocio di Yehuda, vicino a Hebron, ha causato la morte di due uomini armati e il ferimento di almeno 6 soldati israeliani, due dei quali in modo grave. Secondo Al Jazeera alcuni palestinesi, a bordo di un’auto con targa israeliana, avrebbero aperto il fuoco contro i soldati nei pressi di un posto di blocco militare, uno dei tanti che circondano Hebron. Dopo una breve caccia all’uomo, l’esercito israeliano ha dichiarato di aver ucciso due palestinesi. Le vittime sono state identificate come Mohammad Jaaba e Firas Jaaba, entrambi residenti a Hebron e di 27 anni. I due appartenevano alla stessa famiglia, sebbene il loro esatto grado di parentela rimanga poco chiaro. L’Idf ha imposto un blocco a Hebron e a diversi villaggi della zona. Secondo l’esercito, gli aggressori erano armati di un fucile M16 e di una pistola.

La dinamica dell’attacco. Intorno alle 7:30, hanno ricostruito le forze di sicurezza, una task force del Comando del Fronte Interno stava effettuando un controllo stradale di routine (“check-post”) alle porte di Hebron. I due terroristi sono arrivati a bordo di un’auto. Quando si sono resi conto che non avrebbero potuto superare il blocco per raggiungere la Route 35 – un’importante arteria stradale percorsa da civili israeliani – hanno cambiato piano, decidendo di colpire direttamente i militari sul posto.

I due, ricostruisce ancora l’Idf, sono scesi dall’auto armati di un fucile automatico M4 e una pistola. Sfruttando i ripari offerti dagli edifici vicini, hanno aperto il fuoco contro il checkpoint. Ne è nato un violento scontro a fuoco durato oltre 20 minuti, nel quale alcuni militari sono rimasti feriti. La situazione si è sbloccata grazie all’intervento dei comandanti di settore e di un’unità di paracadutisti della zona adiacente: i rinforzi hanno aggirato i terroristi, uccidendoli entrambi al termine del conflitto.

Le perquisizioni successive hanno rivelato che l’auto dei terroristi era piena di munizioni, inclusa un’intera cassa di proiettili. Secondo gli inquirenti l’obiettivo originario della cellula era raggiungere la Route 35 per compiere un massacro tra i civili. Il piano della strage è fallito solo grazie alla presenza del posto di blocco temporaneo.

L’intelligence israeliana ha precisato che non c’erano avvisi specifici per quel checkpoint, ma l’allerta era già massima a causa di un periodo di forti tensioni legato alla stagione della raccolta delle olive e alle imminenti elezioni. “Sapevamo che avrebbero tentato di fare attentati in vista del voto”, ha confermato un alto ufficiale. Ora le indagini dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna, si concentrano sulla matrice dell’attacco: si cerca di capire se si sia trattato di una cellula locale o se i due abbiano agito per conto di organizzazioni più grandi o attori esterni.

Il portavoce dell’Idf ha comunica che i soldati stanno effettuando “operazioni offensive antiterrorismo nell’area di Hebron, posta sotto blocco di sicurezza, e in altre aree. I militari stanno operando all’interno delle abitazioni dei terroristi e di altri sospettati”. L’Idf riferisce inoltre di aver effettuato decine di operazioni nel corso della settimana in tutta la Cisgiordania, “arrestando circa 70 ricercati, tra cui individui affiliati a Hamas e Jihad islamica, nonché soggetti che incitavano contro lo Stato di Israele e i soldati. Sono state rinvenute decine di armi, tra cui fucili M16, mitra di tipo Carlo e quattro ordigni esplosivi”.

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Trump e Netanyahu all’unisono alla vigilia delle elezioni: “Pronti a finire l’Iran”

23 October 2026 at 08:16

Due appuntamenti elettorali fondamentali per il loro futuro, una retorica comune. Donald Trump e Benjamin Netanyahu si avvicinano alle elezioni negli Stati Uniti e in Israele tornando a mettere nel mirino l’Iran. “Ho risolto otto guerre e ne stiamo risolvendo altre due – ha premesso il capo della Casa Bianca nel corso di un comizio in Iowa -. Finiremo l’Iran molto presto. In un modo o nell’altro. Per me è quasi insignificante come”, ha proseguito il presidente repubblicano indicando ancora una volta il regime di Teheran come obiettivo militare – di una guerra che, stando ai sondaggi, i cittadini americani capiscono sempre meno – a pochi giorni dalle elezioni di medio termine del 3 novembre.

Nelle stesse ore in Israele Netanyahu ha dichiarato che l’alleato della Casa Bianca lo ha indicato come il leader più adatto a condurre fino in fondo la guerra contro gli ayatollah, e citando il recente sostegno espresso da Trump, ha riferito che il presidente americano ha chiarito di voler “portare a termine il lavoro” avendo lui, Netanyahu, come partner. A poche ore dall’apertura delle urne il 27 ottobre inoltre il capo del governo israeliano, riferisce Al-Jazeera, ha aggiunto che qualsiasi nuovo attacco da parte dell’Iran riceverà una risposta caratterizzata da “una forza e una potenza che non riescono nemmeno a immaginare“, utilizzando una retorica che fin dall’inizio della guerra il 28 febbraio ha in comune con il tycoon.

Ieri il New York Times aveva riferito che Washington e Tel Aviv hanno messo a punto nuovi piani per attaccare l’Iran subito dopo le elezioni di metà mandato. I dettagli dei nuovi raid sono ancora in fase di elaborazione, ma sarebbero già stati individuati i bersagli da colpire: dalle infrastrutture energetiche agli impianti nucleari, passando per l’arsenale di droni. Funzionari iraniani, ha riferito ancora il quotidiano, hanno pronosticato che Teheran potrebbe rispondere a nuovi raid “ampliando gli obiettivi al di là di navi commerciali e infrastrutture energetiche della regione” e mettendo nel mirino anche “centri di elaborazione dati e i cavi sottomarini per Internet“.

“Il messaggio dell’Iran è netto – scrive oggi il Wall Street Journal -: se gli Stati Uniti e Israele dovessero riprendere la loro campagna aerea, Teheran risponderà colpendo non solo basi e navi da guerra americane, ma anche aeroporti, condutture e altri obiettivi civili nei paesi vicini del Golfo Persico”. “Tali avvertimenti, scrive ancora il giornale, formulati sia pubblicamente che attraverso canali diplomatici riservati, mirano chiaramente a scoraggiare qualsiasi attacco mediante un linguaggio dai toni duri. Tuttavia, essi rappresentano anche una minaccia concreta: l’Iran dispone infatti di un consistente arsenale di missili e droni, oltre alla capacità di impiegarli”.

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Cisgiordania, 5 italiane tra gli attivisti fermati. Farnesina chiede chiarimenti. Israele annuncia l’espulsione: “Promozione del terrorismo”

22 October 2026 at 19:22

Gli attivisti internazionali fermati in Cisgiordania, tra cui cinque italiane, stanno per essere espulsi da Israele. Lo annuncia la polizia israeliana, secondo cui alcuni dei fermati sarebbero coinvolti nella “promozione del terrorismo” e nell'”esaltazione di attentatori”. L’annuncio arriva dopo che la Farnesina ha chiesto chiarimenti urgenti alle autorità israeliane sul fermo delle connazionali, avvenuto mentre accompagnavano agricoltori palestinesi impegnati nella raccolta delle olive.

Secondo la polizia israeliana, gli attivisti “hanno violato la legge e si sono nascosti dietro la raccolta delle olive”. Sarebbero entrati “senza coordinamento in una zona militare chiusa”, rifiutando gli ordini delle Forze di difesa israeliane (Idf). Il comunicato riferisce del fermo di undici attivisti stranieri e un palestinese a Hebron, sostenendo che alcuni sarebbero coinvolti anche in “attività di organizzazioni ostili a Israele”. Non viene precisato a chi siano rivolte le accuse.

Le cinque italiane erano state fermate nel villaggio di al-Bweib, a sud di Hebron, insieme ad altri attivisti internazionali. Il ministero degli Esteri aveva ottenuto conferma della loro presenza in una stazione di polizia israeliana. L’Ambasciata d’Italia a Tel Aviv e il Consolato generale d’Italia a Gerusalemme avevano quindi preso contatto con le autorità locali per ottenere informazioni sulle circostanze del fermo e favorire una rapida risoluzione della vicenda.

Il caso arriva dopo il fermo di altri due italiani, Manuel Tartarotti e suo padre Alberto, originari di Bolzano, trattenuti per oltre un giorno e poi espulsi, con un divieto di ingresso in Israele per dieci anni. Mercoledì 21 ottobre, inoltre, circa 80 attivisti internazionali erano stati fermati dai militari israeliani mentre partecipavano alla raccolta delle olive nei pressi di Nahalin.

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Gli israeliani che in Cisgiordania fanno da scudo ai palestinesi

22 October 2026 at 03:45

Israele Palestina

A Taybeh, nella Valle del Giordano, la mattina presto e poi di nuovo al tramonto, due gruppi di israeliani si fronteggiano davanti a un accampamento che non appartiene a nessuno dei due. Da una parte ci sono i ragazzi della Gioventù delle Colline, scesi dagli avamposti circostanti spingendo un gregge sempre più vicino alle recinzioni perimetrali, con cesoie e bastoni in mano. Dall’altra un professore, un dottore, un antropologo, due studentesse universitarie, e una coppia il cui figlio indossa la divisa dell’esercito israeliano. In mezzo, concitata, la famiglia palestinese che nell’accampamento ci vive.

Lo scontro, inizialmente destinato a contrapporre israeliani e palestinesi, si gioca qui tra israeliani e altri israeliani. E la domanda che solleva è: chi decide, in fin dei conti, chi è un vero israeliano?

Nelle città israeliane c’è chi liquida i coloni violenti come terroristi, estranei alla società: «Non li sento parte del mio popolo», si sente dire spesso, a Tel Aviv come altrove, «e non la ritengo una questione che mi riguarda». Ma c’è anche chi li considera la propria avanguardia e accusa gli attivisti di essere «ebrei che odiano sé stessi»: un’espressione che riduce una posizione politica a una patologia, Israeliani che hanno scelto la parte sbagliata e che stanno lì, in mezzo, a fare da scudo al nemico.

Fare da scudo, in effetti, è precisamente quello che stanno facendo. La chiamano presenza protettiva: riempire con il proprio corpo lo spazio tra i coloni e le proprietà palestinesi, e restarci finché gli aggressori non si allontanano.

Le missioni sono fatte quasi interamente di attesa e scomodità. Aria condizionata, ventilatore, un frigorifero o anche solo acqua fresca che non sembri un brodo sono lussi lontani, lasciati in città. C’è invece il sole che picchia da mattina a sera, un gradino polveroso o un secchio di plastica scheggiata su cui sedersi, e un vicino con cui non si riesce a scambiare una parola, perché lui parla arabo e non capisce l’ebraico.

Occasionalmente, le donne musulmane sedute fuori offrono tè in tazzine piccole ed estremamente zuccherate. Il padrone di casa un po’ russa e un po’ fuma. I giovani uomini spostano attrezzi avanti e indietro oppure guardano il cellulare.

Gli attivisti cercano di intrattenersi parlando tra loro di politica, filosofia e storia, mentre tengono lo zaino sempre pronto e le GoPro agganciate ai vestiti. Quando l’attesa si rompe, bisogna alzarsi in fretta.

Non sono una manciata di eccentrici. Ogni giorno centinaia di israeliani ripetono lo stesso gesto, da soli o dentro una rete di organizzazioni che negli ultimi anni si è moltiplicata: “Looking the Occupation in the Eye”, “Unarmed Civilian Protection in Palestine”, “Jordan Valley Activists”, “Rabbis for Human Rights”, “Bnei Avraham”, tra le altre. Rifiutano di essere chiamati pacifisti. «Tutti gli idealismi, prima o poi, finiscono per diventare distruttivi», spiega a Linkiesta l’artista e attivista Udi Salmanovich durante una missione di presenza protettiva. Sulla scia del pensiero di Isaiah Berlin, Udi vede nell’idealismo, inteso come ordine che pretende di imporsi alla società per realizzare una visione assoluta del bene, una forza di distruzione. «Io non sono un pacifista. So che cosa bisogna fare per difendere un Paese, e so che per fare la pace bisogna essere in due. Il problema è che oggi non vedo Israele come uno di quei due. Non abbiamo il monopolio dell’idiozia: ci sono idioti anche dall’altra parte. Ma io sono israeliano, e sono qui per difendere i valori che vorrei vedere nel mio Paese». Lui e sua moglie Paula partecipano regolarmente in missioni di presenza protettiva, proteste e manifestazioni, mentre il loro figlio maggiore presta servizio nell’esercito israeliano come combattente.

Lungi dall’assomigliare ad anarchici in cerca di un’estate militante, sono membri attivi della società israeliana. Gente dai venti ai novant’anni, lucida e realista, che conduce una vita strutturata da famiglie e lavori, e che ha deciso di passare il proprio tempo libero a lasciarsi bruciare dal sole in un posto dove non c’è niente da fare e le ore sono lunghissime.

Chiedo che cosa si aspettino dai palestinesi che difendono. È una domanda che ha un peso preciso dopo il 7 ottobre, quando militanti e civili palestinesi hanno ucciso, rapito e torturato proprio gli israeliani che si erano battuti per i diritti dei palestinesi. Tra loro c’erano Yocheved e Oded Lifshitz. Per anni avevano accompagnato personalmente malati di Gaza negli ospedali israeliani, ma furono rapiti entrambi dalla loro casa a Nir Oz. Yocheved, ottantacinque anni, fu rilasciata durante il primo scambio di ostaggi. Di Oded tornò soltanto il corpo, sedici mesi dopo.

Con un cenno verso la famiglia beduina seduta lì fuori, quella che non capisce l’ebraico e con cui non riesce a comunicare, Paula mi risponde: «Loro non sono nostri amici. Passiamo la giornata qui a proteggerli, loro ci offrono il tè, ma in un altro contesto forse non ci aprirebbero nemmeno la porta. Ma la pace non si fa con gli amici».

Per chi fa presenza protettiva, il diritto di quella famiglia a restare nella propria casa non dipende da che cosa quella famiglia pensi degli israeliani, né da quanto siano simpatici i suoi membri, né dall’innocenza collettiva del gruppo a cui appartiene. Non c’è reciprocità da verificare: è una posizione politica, non un sentimento. «È una battaglia lunga. Loro [i coloni] hanno dalla loro l’esercito, la polizia e gente al governo. Non possiamo pensare di fermarli in un giorno», mi dice Udi, spiegandomi che risultati si aspettano dalla propria attività. «Quello che possiamo fare è mostrare ai nostri concittadini che cosa sta succedendo, finché la maggioranza non sarà più disposta ad accettarlo».

Ma una sola parola – coloni – racchiude realtà che hanno ben poco a che vedere l’una con l’altra. Oltre mezzo milione di israeliani vive oltre la Linea Verde del 1949, nell’Area C, che gli accordi di Oslo hanno lasciato sotto pieno controllo israeliano e la giurisdizione dell’esercito.

La maggior parte di loro non tira pietre a nessuno. Sono famiglie e giovani lavoratori che abitano insediamenti autorizzati dal governo, con strade, scuole e linee di autobus, spesso a mezz’ora di macchina da Gerusalemme o Tel Aviv. Gente comune che conduce vite comuni, attirata lì più dal costo inferiore delle case che dall’ideologia.

Un’altra cosa sono gli avamposti: nuclei di roulotte, container e tende piantati su una collina senza autorizzazione, illegali anche secondo la legge israeliana. Per lo più si tratta di nuclei agricoli o pastorali, dove bastano un uomo, un gregge e qualche ragazzo del movimento della Gioventù delle Colline per mettere sotto controllo, con il solo pascolo, superfici enormi.

Israele Palestina
Sofia Tranchina

A maggio 2025 si contavano circa duecentosettanta avamposti nell’area, centotrentasei dei quali censiti come pastorali (Abu-Alsoud et al., 2026); lo Stato, spesso, li condanna a parole e li regolarizza a posteriori. «Quelli davvero radicali, che partecipano attivamente agli attacchi, sono circa quattrocento», racconta Idan Yaron, antropologo che per dieci anni ha studiato questi movimenti dall’interno. «Quelli che condividono la loro ideologia sono forse cinquemila».

Una minoranza, dunque, ma con un’influenza molto più grande dei suoi numeri e sostenitori persino tra ministri e parlamentari. I più violenti sono quasi tutti minorenni, poco scolarizzati e generalmente di estrazione modesta. Possono avere anche solo undici anni. Invece di andare a scuola, seguono i compagni più grandi e più forti, fungendo da diversivo mentre gli altri si occupano dei vandalismi. Per gli attivisti sono bambini a cui lo Stato dovrebbe garantire un’istruzione e la prospettiva di una vita migliore, trascinati invece dentro un progetto ideologico e mandati in prima linea a fare la propria parte. Raggiunta la maggiore età, molti si stabiliscono in un villaggio o una città riconosciuta, si sposano e fanno figli, passando il testimone a una nuova generazione di adolescenti.

Secondo l’ideologia del movimento tutti gli arabi sono terroristi. Eppure, nessuno sembra farsi problemi a mandare i propri bambini ebrei davanti alle abitazioni private di tali presunti terroristi.

Anche di sabato, quando la legge ebraica imporrebbe il riposo e vieterebbe una lunga lista di attività, tra cui guidare veicoli, tagliare recinti e filmare con il telefono, i coloni più radicali e religiosi non si fermano.

Per loro riconquistare tutta la Giudea e la Samaria, territori un tempo appartenuti agli ebrei, conta più dell’osservanza dello shabbat. Il loro argomento è che lasciare che questi territori cadano in mani nemiche «aprirebbe la strada alla conquista del resto di Israele», e la loro difesa riguarderebbe quindi la sicurezza collettiva. Vandalizzano cisterne dell’acqua, cavi elettrici, pannelli solari, recinti: tutto ciò che rende possibile abitare un luogo, nella speranza che gli arabi se ne vadano.

Qui lo scontro smette di essere soltanto una questione di terra e diventa una disputa sugli stessi valori ebraici. Perché, per chi si oppone ai coloni, appropriarsi di terra, intimidire pastori palestinesi o ampliare un avamposto non rientra in nessuno dei casi di esenzione dello shabbat.

Uno dei principali leader della presenza protettiva è infatti un rabbino, Rav Arik Ascherman, per il quale la difesa dei diritti umani universali è un obbligo religioso ebraico. Ascherman ha guidato per ventun anni Rabbis for Human Rights, partecipando di persona alle azioni sul terreno, che gli hanno procurato diversi arresti, processi e aggressioni. Nel 2017 ha fondato Torah of Justice.

Per gli attivisti, il Paese dal 7 ottobre non ha imparato niente e sta lasciando che si ricompongano esattamente le condizioni che lo hanno preceduto. «Siamo di nuovo al 6 ottobre», mi dice Paula durante l’attesa. «La situazione è la stessa: tesa, incendiaria, pronta a esplodere. E il governo non sta facendo niente per costruire una società diversa da quella che ci ha portati al 7 ottobre. Noi non vogliamo aspettare che succeda di nuovo».

Il conto alla rovescia ha una data. Il 27 ottobre Israele va alle urne per eleggere la Knesset, in un voto che viene letto da molti come un referendum su Benjamin Netanyahu, che ha governato il Paese per quasi diciannove anni non consecutivi.

«Se le cose vanno male, a novembre molti lasceranno il Paese», aggiunge Paula. «Non ci sarà più posto per persone come noi. Già oggi ci chiamano terroristi. Un domani potrebbero arrestarci e lasciarci marcire in prigione». Il figlio di Udi e Paula, quello che serve nell’esercito come combattente, è tornato da Gaza cambiato.

«I nostri figli sono tornati da Gaza con incubi e traumi. È successo qualcosa laggiù, qualcosa di terribile che ancora non riusciamo a capire fino in fondo. Ma ho bisogno di credere che la maggior parte di loro abbia fatto tutto quello che poteva per evitarlo», mi dice, rabbuiandosi.

Lo dice sapendo che, nel giro di poche ore potrebbe essere un altro soldato, sempre con la divisa dell’Idf, a trascinarla via, se la trovano lì, a Taybeh.

Israele Palestina
Sofia Tranchina

Taybeh è stata dichiarata da poco zona militare chiusa, con divieto d’accesso ai non residenti, tra cui attivisti israeliani, stranieri e giornalisti. L’ordine è arrivato dopo che gli attacchi dei coloni della zona si erano fatti più violenti, con l’idea dichiarata di abbassare la tensione.

Ma ordini di questo tipo finiscono spesso per ottenere l’effetto opposto: chi doveva essere tenuto fuori resta dentro; chi guardava viene costretto a restare fuori. Nelle settimane successive alla chiusura, infatti, i residenti hanno continuato a denunciare incursioni quasi quotidiane nelle case e negli uliveti, danni alle proprietà e interruzioni delle forniture di acqua ed elettricità.

Gli attivisti però continuano ad andarci, sfruttando un punto cieco della procedura. Alla prima violazione di una zona militare chiusa può succedere semplicemente che venga mostrato loro formalmente l’ordine; è tornare nella stessa zona e rischiare di essere identificati di nuovo che fa scattare l’arresto. Per questo i gruppi si danno il cambio, ruotando da un’area all’altra per evitare che le stesse persone vengano identificate due volte nello stesso posto.

Lo fanno con l’amore di chi in Israele è nato e ci vorrebbe restare, di chi ama ancora il proprio Paese – anche se il Paese non ricambia fino in fondo – e si batte perché quel Paese somigli ai valori che crede dovrebbe incarnare.

E allora torna la domanda: chi rappresenta Israele? Chi guida di sabato per rompere un recinto, o chi sta seduto per otto ore al sole a guardare che non lo rompa?

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Netanyahu ha nutrito la destra che ora minaccia di divorarlo

21 October 2026 at 03:45

Per leggere il complesso scenario elettorale di un Israele in cui si voterà il 27 ottobre, è indispensabile avere presente innanzitutto una delle ragioni di fondo della sua fluidità e imprevedibilità, una delle caratteristiche della democrazia israeliana. Oggi, infatti, ben 38 partiti si presentano al voto e di questi sicuramente 25, ma più probabilmente 28-30, non supereranno la soglia di sbarramento del 3,25 per cento, provocando così una grande dispersione dei suffragi. Un voto inutile e disperso che nel 2022 è stato pari all’8,8 per cento dei voti espressi, con cui si sarebbero potuti eleggere ben 10 parlamentari. Partiti strani, o addirittura bizzarri: c’è il partito della Cannabis, quello dei Pirati, quello che propugna il matrimonio universale, un altro che vuole la monarchia costituzionale, ovviamente quello che vuole abolire le tasse e persino quello che vuole trasferire la popolazione ebraica di Israele su un’isola artificiale nel Mediterraneo.

È questo, dunque, l’effetto di un tratto tipico della democrazia israeliana, partecipativa a ogni costo. Per presentare una lista al voto per la Knesset è infatti sufficiente fondare un partito con solo 100 iscritti, con organi dirigenti e statuto, e comunque il controllo della Corte Suprema è limitato a poche, ovvie condizioni. Il tutto è dovuto a un’esasperata attenzione a dare possibilità di rappresentatività in Parlamento ai tanti volti dell’ebraismo forgiati nei millenni della diaspora e poi nel ritorno. Proprio questo cosciente privilegiare la rappresentatività anche a scapito della governabilità, che impone un sistema elettorale proporzionale, è all’origine, negli ultimi decenni, di un fenomeno fortissimo di fluidità elettorale e addirittura delle cinque elezioni anticipate nell’arco di tre anni tra il 2019 e il 2022, dopo la morte e la scomparsa di tutti i leader storici del sionismo e di tutti i loro partiti storici, fatto salvo il Likud.

A questo si sommano la nascita e la rapida scomparsa di tanti effimeri partiti di opposizione al Likud e la debolezza politica delle figure a capo dell’opposizione a Benjamin Netanyahu, che invece ha una forte capacità e caratura da leader, che gli va riconosciuta e che è alla base dei suoi 19 anni di governo. Basti pensare alla figura opaca dello scialbo ex generale Benny Gantz, che sino al 2022 è stato il leader delle forze di contrasto al leader del Likud, che nel 2019, con il suo partito Blu e Bianco, era riuscito a essere il primo partito con il 25,95 per cento e 33 seggi e che invece ora non riuscirà neanche a superare la soglia di sbarramento del 3,25 per cento e infatti ha dichiarato che si ritira. Lo stesso ex generale Gadi Eisenkot, il cui partito è stato appena formato e che oggi è dato dai sondaggi come il più votato, non ha alcuna esperienza politica o di governo, ha un’oratoria lenta, conosce a malapena l’inglese e soprattutto non è riuscito a farsi indicare dai leader degli altri partiti dell’attuale opposizione (Naftali Bennett, Yair Lapid, Avigdor Lieberman e Yoav Golan) come unico candidato premier contro Netanyahu, all’interno di una dinamica di sterile concorrenza tra leader alleati molto simile a quella del Campo Largo in Italia.

Una sola cosa è però chiara sulle cruciali elezioni in Israele, stando alla netta maggioranza delle rilevazioni pre-voto: Netanyahu ha perso la sua maggioranza, come indicano le rilevazioni della quasi unanimità dei sondaggi. La sua coalizione di governo è infatti quotata tra i 49 e i 51 seggi (la maggioranza alla Knesset è a 61 seggi), contro i 63 attuali (solo Canale 14, filo Netanyahu, gliene attribuisce 62). Israel Hayom, il più diffuso quotidiano israeliano, fondato nel 2007 proprio ed esclusivamente per sostenerlo, ma oggi molto critico, gliene attribuisce 50. Si vedrà ora quali effetti avrà sui votanti israeliani la tardiva sponsorizzazione a suo netto favore da parte di Donald Trump, ma non è affatto detto che sia decisiva.

Il problema vero, però, sempre secondo i sondaggi, è che il blocco dell’attuale opposizione è fermo tra i 54 e i 57 seggi e quindi non avrebbe la maggioranza, anche se potrebbe essere molto favorito in termini di seggi dalla decisione di Benny Gantz di ritirarsi dal voto e dovrebbe quindi incamerare come voti utili quelli del suo 1-2 per cento, che sarebbe andato disperso.

Ma in Israele c’è un terzo protagonista: i partiti arabi, a cui vengono attribuiti complessivamente 13-15 seggi. Il fatto è che, almeno prima dell’apertura delle urne, i partiti dell’opposizione a Netanyahu negano di voler fare un governo con il loro supporto (a urne chiuse, si vedrà). Torneremo più avanti su questo snodo cruciale.

Innanzitutto, una notazione politica fondamentale. La sciagurata decisione di Netanyahu nel 2022 di legittimare con la sua alleanza l’estrema destra non sionista di Itamar Ben Gvir, facendolo entrare nella Knesset con 6 deputati, ha trasformato il leader del Likud in un apprendista stregone. Infatti, questo violento e ignorante demagogo parafascista, che pure sino ad allora non era mai riuscito a entrare in Parlamento (nel 2020 aveva raccolto un indicativo 0,42 per cento), grazie al suo populismo, ai suoi cappi esibiti in Parlamento, alla legge sulla pena di morte solo per i palestinesi e al suo appoggio ai coloni suprematisti e razzisti, non solo ora è quotato dai sondaggi in grado di eleggere otto deputati, ma soprattutto, dopo avere fagocitato i voti di Bezalel Smotrich, meno demagogo di lui, ora aspira dichiaratamente a diventare premier, sostituendo un Netanyahu che è costretto a fare larga parte della campagna elettorale proprio contro di lui. Un indicativo precedente dell’«effetto Vannacci» sulla destra italiana.

In questo contesto, nel caso molto probabile, ma non certo, che i sondaggi abbiano ragione e che nessuno consegua quota 61 seggi alla Knesset, questi sono gli scenari possibili.

Primo scenario: un governo di minoranza guidato dall’ex generale Eisenkot, leader del partito più votato, con tutti i partiti di opposizione e che può ottenere la fiducia grazie all’astensione o all’uscita dall’aula dei partiti arabi (i cittadini arabi di Israele sono due milioni e centomila, il 21 per cento della popolazione).

Questo scenario è probabile, anche se è rigettato da Lieberman e rifiutato dallo stesso Eisenkot, perché non solo è nelle corde del partito Ra’am di Mansour Abbas, che già nel 2021 ha dimostrato grande flessibilità entrando nel governo di Bennett, ma anche perché gli altri partiti arabi della Joint List pare abbiano finalmente compreso che il loro storico estremismo islamista e jihadista non paga e che è l’ora di iniziare a fare politica. Il leader di questa alleanza tra tre partiti arabi, Yousef Jabareen, ha infatti «giurato di mettere in atto tutti gli strumenti e le scelte possibili pur di affossare la possibilità che Netanyahu formi un governo», e la strada dell’astensione è la più praticabile. Questa astensione non implicherebbe nessuna alleanza formale, ma impedirebbe a questo eventuale esecutivo di varare qualsiasi provvedimento contro gli arabi israeliani e anzi lo spingerebbe ad annullare l’orrore della legge sulla pena di morte solo per i palestinesi.

Si può anche ipotizzare che questo scenario potrebbe essere rafforzato dalla nomina a ministro per la Sicurezza urbana (è questo il principale problema della minoranza araba a causa delle mafie palestinesi) del sionista ed ex dirigente della polizia israeliana Yoav Segalovitz. Con eccellente intelligenza strategica, infatti, Mansour Abbas, leader del partito arabo Ra’am, lo ha inserito in lista al secondo posto, facendo sì che si vedranno decine di migliaia di elettori arabi israeliani votare per un poliziotto sionista (a proposito dell’accusa di apartheid allo Stato ebraico). Molto poco probabile, se non impossibile, sarà invece un accordo formale di governo tra le forze di opposizione e il partito arabo Ra’am, con la nomina di suoi ministri. Lo choc del 7 ottobre in Israele è tale e tanto radicato ed esteso che quello che è apparso come un’eccellente novità nel 2021 può essere percepito come una minaccia nel 2026.

La forza dell’ipotesi di un governo di minoranza permesso dall’astensione dei partiti arabi, o di un solo partito arabo, sta nel fatto che aprirebbe una fase di sedimentazione politica in cui alcuni parlamentari del Likud potrebbero rispondere alle incitazioni molto forti, già espresse da Lieberman, ad abbandonare finalmente il Likud di Netanyahu e passare con le attuali forze di opposizione, in modo da poter raggiungere in tempi brevi la quota di 61 deputati e varare un governo autosufficiente e non più subordinato all’astensione dei parlamentari arabi, come è peraltro suggerito da vari media israeliani.

Secondo scenario: il varo di un governo di unità nazionale, che è oggi quello che Netanyahu propone e caldeggia con vigore in campagna elettorale per riparare alla disastrosa e probabile perdita di voti della sua coalizione, che ha governato negli ultimi quattro anni. Un governo che escluda le estreme, quindi Ben Gvir e la sinistra unita di Yair Golan (accreditata tra gli 8 e gli 11 seggi). È questa la strada che Netanyahu avrebbe dovuto intraprendere dopo il 7 ottobre, come fece il laburista Levi Eshkol che, alla vigilia della guerra dei Sei giorni nel 1967, fece entrare nel governo il suo irriducibile oppositore di destra Menachem Begin, fondatore del Likud. Invece, Netanyahu – sintomo indiscutibile della sua miopia strategica – ha preferito legarsi e subire le pressioni della destra parafascista di Ben Gvir e Smotrich nella conduzione della guerra di Gaza, con esiti disastrosi.

Il governo di unità nazionale sarebbe una soluzione a prima vista pacificatrice e saggia, ma è irta di difficoltà. Infatti, la condizione non negoziabile che sicuramente Netanyahu porrà sarà la formazione di una commissione d’inchiesta sul massacro del 7 ottobre che gli garantisca l’assoluzione da ogni responsabilità. Questo in un contesto in cui più del 60 per cento degli elettori dichiara che la prima motivazione del proprio voto è appunto appurare la verità sulle colpe dell’incredibile serie di falle che hanno permesso a Hamas di penetrare in profondità in Israele, massacrare 1.166 ebrei e prendere 251 ostaggi.

Ma scaricare e liberare dalle sue evidenti responsabilità Netanyahu significherebbe sposare la sua incredibile tesi, che nega ogni e qualsiasi colpa del potere esecutivo e politico, quindi sua, caricando tutte le colpe sulle Forze armate, sullo Shin Bet e sul Mossad. Uno scenario che le forze oggi di opposizione, e le stesse Forze armate, non possono subire e men che meno può essere accettato dal loro leader, l’ex comandante delle Idf, il generale Eisenkot, che nella guerra di Gaza ha visto cadere suo figlio e due suoi nipoti.

Un Eisenkot, oggi favorito e sostenuto dal quadro dirigente delle Idf, che infatti nell’autunno del 2024 è uscito dal Gabinetto di guerra in rovente polemica anche con la conduzione della guerra di Gaza da parte di Netanyahu.

C’è uno scenario che potrebbe aiutare il concretizzarsi di questa soluzione, già ipotizzato da Lieberman, ed è che il Likud scarichi Netanyahu, escludendolo così dal governo. Ipotesi scarsamente praticabile, visto il ferreo controllo che questi ha sul suo partito.

Per inciso, per comprendere il contesto di questo voto e che cosa sia oggi Israele, va considerato che i media prevedono che circa il 25 per cento dei parlamentari che saranno eletti abbia subìto un lutto grave durante la guerra di Gaza: c’è chi ha perso un figlio o una figlia in armi e chi un altro parente.

Comunque, in politica è bene non dire mai mai.

Terzo scenario: nuove elezioni anticipate, che sono possibili, in linea non solo teorica, se i due blocchi non raggiungono la maggioranza. Sarebbero da tenere in tempi stretti, nei primi mesi del 2027. È una strada di per sé pessima per il protrarsi dello stato di incertezza al comando politico in un Paese che continua a essere di fatto in guerra e avrebbe per di più un risvolto più che scabroso e negativo per le attuali forze di opposizione. Netanyahu rimarrebbe infatti in carica come premier con il governo attuale e avrebbe tutti gli strumenti per influenzare il nuovo voto.

Di fatto – ripetiamo, sempre che i sondaggi siano confermati – un ruolo decisivo verrà svolto dal presidente della Repubblica Isaac Herzog, già laburista, figlio di Chaim Herzog, già apprezzato presidente di Israele, eletto nel giugno del 2021, nei giorni in cui Netanyahu stava perdendo il governo a favore di Bennett, con una maggioranza schiacciante di 87 voti.

Il problema, non piccolo, è che la caratura dell’uomo, del presidente, non è quella di un leader forte, sicuro, incisivo e che ha dimostrato spesso di essere incline al compromesso al ribasso.

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