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Da Belgrado a Brasilia, il consenso non è più blindato. La sfida per l’Europa secondo Pirozzi (Iai)

26 October 2026 at 15:49

Le urne non abbattono soltanto governi: possono incrinare sistemi di potere che sembravano inamovibili e rimettere in discussione gli equilibri geopolitici. Dalla Serbia, dove la mobilitazione degli studenti ha trasformato la protesta in una sfida politica alla leadership consolidata, al Brasile, dove Lula ha prevalso su Flávio Bolsonaro, affiora una domanda di cambiamento che attraversa contesti diversi e supera i confini nazionali. Non è ancora una ritirata globale del populismo, né la prova di una nuova stagione democratica. È, piuttosto, il segnale che il consenso resta contendibile e che la partecipazione dal basso può riaprire partite che parevano chiuse.

Per l’Europa, stretta tra le ambizioni delle grandi potenze, le ingerenze esterne e la crescente sfiducia dei cittadini nelle istituzioni, la questione è cruciale: capire se questi scossoni possano diventare un’occasione politica o se finiranno per lasciare spazio a nuove forme di instabilità.

Per Nicoletta Pirozzi, vicedirettrice e responsabile delle relazioni istituzionali dell’Istituto Affari Internazionali (Iai), il caso serbo rappresenta un modello politico di particolare interesse, osservato da mesi e capace di sorprendere per la portata del risultato. Ma la discontinuità elettorale, da sola, non garantisce una svolta geopolitica: la composizione eterogenea del movimento studentesco lascia aperti interrogativi sulla futura collocazione internazionale di Belgrado. Anche in Brasile, la capacità di intercettare il malcontento e costruire coalizioni ampie si intreccia con la ricerca di autonomia dalle grandi potenze. Per l’Unione europea, la sfida è trasformare questi segnali in una strategia, senza sottovalutare le minacce che arrivano dall’esterno e le fratture che attraversano le proprie società.

La vittoria degli studenti serbi è il risultato di una mobilitazione durata circa due anni, nata attorno alla lotta alla corruzione e alla difesa dello Stato di diritto. Che cosa rende questo modello così interessante? E quanto è replicabile in altri Paesi europei?

È un’affermazione molto importante. Seguivamo questo modello da alcuni mesi e immaginavamo che potesse esserci un cambiamento, anche se la portata della vittoria ha sorpreso tutti. L’elemento più significativo è la capacità di trasformare un malcontento diffuso, soprattutto tra i giovani, in partecipazione politica e quindi in una maggioranza parlamentare, mettendo in discussione una leadership consolidata. La mobilitazione ha trovato nella lotta alla corruzione e nella difesa dello Stato di diritto i suoi principali motori. Non è semplice dire se questa dinamica possa riprodursi altrove. Nel caso serbo, infatti, la protesta si è legata anche alle aspettative di democratizzazione, benessere e avvicinamento all’Europa. È una componente specifica del contesto nazionale, che rende il fenomeno particolarmente interessante ma non automaticamente trasferibile ad altre realtà europee.

La vittoria elettorale non significa necessariamente una svolta europeista. Il movimento studentesco e i suoi referenti politici sono eterogenei, con sensibilità anche vicine alle posizioni russe. Quale spazio ha Bruxelles per riaprire il percorso di avvicinamento della Serbia all’Unione?

Non è automatico che da questo risultato discenda una trasformazione in senso europeista, proprio per l’eterogeneità delle componenti che hanno sostenuto il cambiamento. All’interno del movimento convivono sensibilità diverse, anche rispetto alla collocazione internazionale del Paese. C’è però un dato politico rilevante: l’affermazione di principi come la democrazia e lo Stato di diritto, che appartengono all’eredità europea e possono costituire una base per avvicinare Belgrado a Bruxelles. Su queste fondamenta occorre costruire. Il rinnovamento elettorale può offrire l’occasione per riavviare il processo di avvicinamento all’Unione, ma serve un investimento politico europeo. Bruxelles non può limitarsi a osservare: deve accompagnare il cambiamento, sostenendo le riforme e facendo in modo che le aspettative democratiche trovino uno sbocco concreto.

Dal fronte europeo a quello latinoamericano. In Brasile, Lula ha prevalso su Flávio Bolsonaro in una competizione segnata anche dalla polarizzazione e dal peso internazionale di Donald Trump. Quanto ha inciso il fattore americano e che cosa ci dice questo risultato sulla tenuta del consenso populista?

Il fattore Trump ha inciso parecchio. Lula ha puntato molto su una politica estera orientata all’autonomia strategica e alla diversificazione delle relazioni internazionali, rivendicando la capacità del Brasile di determinare autonomamente le proprie scelte. Sul piano interno, ha saputo intercettare istanze sociali importanti, costruendo una coalizione ampia e mobilitando il consenso attorno alla democrazia e al contrasto alla corruzione. È un elemento significativo: la capacità di aggregare sensibilità diverse e trasformare il malcontento sociale in partecipazione politica può fare la differenza anche in contesti fortemente polarizzati. Naturalmente, Serbia e Brasile sono realtà differenti e non vanno sovrapposte. Ma in entrambi i casi emerge quanto sia importante saper dare rappresentanza a domande di cambiamento che non trovano più risposte nelle leadership consolidate.

Dalla Serbia al Brasile sembra emergere una domanda di autonomia, tanto dalle leadership nazionali consolidate quanto dai condizionamenti delle grandi potenze. È un segnale di arretramento del populismo o piuttosto l’inizio di una nuova fase, nella quale la mobilitazione dal basso torna a condizionare gli equilibri internazionali?

Il messaggio che si può cogliere è proprio la ricerca di autonomia rispetto alle autocrazie e alle grandi potenze internazionali, insieme alla volontà di diversificare i modelli politici rispetto a quelli populisti. In queste esperienze emerge la centralità delle dinamiche democratiche e della mobilitazione dal basso, con lo Stato di diritto come obiettivo politico di riferimento. Non parlerei necessariamente di un arretramento generalizzato del populismo: siamo di fronte a contesti diversi, nei quali il consenso resta contendibile e gli equilibri possono cambiare rapidamente. Il punto è che la partecipazione democratica può riaprire spazi politici che sembravano chiusi. Per capire la portata di questa fase bisogna osservare non soltanto chi vince le elezioni, ma anche quali principi riesce a tradurre in scelte di governo e in una diversa collocazione internazionale.

La vulnerabilità delle democrazie, tuttavia, non dipende soltanto dalle dinamiche elettorali. Disinformazione, ingerenze esterne e sfiducia nelle istituzioni sembrano alimentarsi reciprocamente. Quali strumenti deve mettere in campo l’Unione europea per difendere il proprio modello, soprattutto in vista dei prossimi appuntamenti elettorali?

Una delle principali debolezze delle democrazie europee è la loro permeabilità alle influenze esterne che puntano a frammentare le società e a minare il modello democratico. Non abbiamo ancora tutte le difese necessarie per contrastare efficacemente le ingerenze e la propaganda, comprese quelle riconducibili ad attori come Russia e Cina. Ma il problema non è soltanto esterno: esiste anche uno scollamento tra cittadini e istituzioni, accompagnato da un calo della fiducia e da un dibattito politico sempre più polarizzato. La disinformazione può sfruttare proprio queste fratture, amplificando le divisioni già presenti. Occorre quindi agire su due fronti. Da una parte, ricostruire il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, rendendo le persone più capaci di riconoscere e contrastare la propaganda. Dall’altra, l’Unione deve reagire con maggiore fermezza alle ingerenze esterne. Il contesto non è semplice e i prossimi appuntamenti elettorali saranno cruciali. Difendere la democrazia significa rafforzarne la capacità di resistere alle pressioni, ma anche tornare a renderla credibile agli occhi dei cittadini.

Da un leader autoritario al populismo? Tutti i rischi della nuova Serbia secondo Loperfido

26 October 2026 at 15:14

Sono contrari alle sanzioni alla Russia, non riconoscono il Kosovo, non sono così certi della strada verso l’Ue. La pensa così una parte dell’elettorato serbo che ieri ha consegnato il Paese alla Lista degli Studenti, rompendo il monopolio durato 14 anni di Aleksandar Vucic. Di contro, molte analisi stanno oggi riconducendo il cambio di potere in Serbia a una svolta pro Bruxelles, ma gli interrogativi in questa fase sono forse più delle certezze, dal momento che del programma dei nuovi amministratori poco si sa. Formiche.net ne ha parlato con il deputato di FdI Emanuele Loperfido, membro della delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa e inviato dell’Osce proprio a Belgrado per seguire il processo elettorale. “Come Europa, dovremo essere bravi a metterci nelle condizioni di far risultare più attraente la sponda europea per la Serbia”.

Perché Vucic ha perso le elezioni?

Fisiologicamente, dopo 14 anni, anche il miglior premier sul mercato può stancare il proprio elettorato che sceglie di metterlo da parte. Di fronte ha avuto un movimento politico studentesco che è cresciuto, avendo sempre Vucic come obiettivo: e quindi, di fronte a un mondo che è cambiato rapidamente, anche loro hanno voluto cambiare, invertendo un trend di un establishment che si era consolidato in Serbia. Il sentimento tipico giovanile di volontà di cambiamento è esacerbato probabilmente da un sistema che era diventato un po’ oppressivo. Inoltre Vucic deve aver perso anche il polso del Paese e qualche suo collaboratore non è stato in grado di interpretare l’intensità della volontà del cambiamento.

Da osservatore Osce cosa ha visto durante le elezioni? Il rischio brogli e aggressioni ritiene che complichi la strada del Paese verso l’Ue?

I Balcani non possono mai essere analizzati in modo manicheo, da una parte o dall’altra: piuttosto occorre valutare le tante sfaccettature per comprendere il quadro generale. Sicuramente c’era da parte del movimento studentesco un allarme circa il fatto che potessero verificarsi brogli, per cui c’è stato un presidio molto capillare nei seggi. Noi abbiamo visto durante le operazioni di voto tanti rappresentanti di lista. Una presenza quasi asfissiante ai seggi, che racconta un dato abbastanza emblematico di queste elezioni: ovvero in tutti i seggi sono arrivati gli esponenti del movimento studentesco con in mano la loro penna perché venivano ipotizzati vari brogli tramite l’utilizzo da parte del regime di penne cancellabili. Quindi erano tutti premuniti, andando al seggio con la loro penna, scattando anche una foto alla scheda. Però poi la volontà popolare è stata così forte per cui, già pochi minuti dopo la chiusura dei seggi, quando stava avanzando l’ipotesi di scontri in piazza, Vucic ha riconosciuto la sconfitta e il Paese ha potuto godere del risultato elettorale che è stato netto. Inoltre il regime non ha assolutamente reagito, come qualcuno ipotizzava. Forse in realtà Vucic era molto meno sicuro di quello che pensavano nel suo staff e il monitoraggio nella parte pre elettorale ha esemplificato un dato che è apparso chiaro a tutti noi presenti: ovvero che la Lista degli studenti è un movimento che ha saputo interpretare la volontà di cambiamento, ma senza avere un programma politico ancora ben chiaro.

Quali sono le idee della Lista degli studenti? Sono realizzabili e in linea con le politiche Ue?

Il programma consiste in 1900 pagine che non avevano pubblicato in toto, perché ancora erano in fase di comprensione: ovvero si ragionava su quali potevano essere gli elementi caratterizzanti un movimento politico che raccoglie di tutto. Senza dubbio sono stati abili nell’intercettare il dissenso verso Vucic, ma poi alla conta dei fatti tra i loro elettori ci sono serbi contrari alle sanzioni alla Russia, serbi che non riconoscono il Kosovo, serbi non sono così certi della strada verso l’Ue, serbi che non hanno chiara la dimensione della pace giusta in Ucraina. Inoltre nei confronti dell’Europa non si sono alleati con un partito europeista che comunque si era presentato alle elezioni, perché al loro interno hanno un’anima ancora dubbiosa rispetto al percorso europeo. Quindi si tratta di un movimento che oggi verrà chiamato a stabilire quali sono le priorità dal punto di vista della politica internazionale. Fino a ieri i loro elementi distintivi erano soprattutto la volontà di trasparenza, la lotta alla corruzione e il ricambio anche generazionale dell’establishment.

E adesso?

Ora verrà una fase molto difficile: quindi per chi in Italia ha fatto una lettura molto semplice, dicendo che ha vinto l’Europa, in realtà stando fisicamente lì in quelle ore per le elezioni credo occorrerà più tempo per capire dove andranno davvero.

Hanno vinto studenti, manifestanti, neofiti della politica: esiste il rischio di passare da un leader autoritario ad una fase di caos e populismo?

Può essere un’ipotesi, perché i leader al momento riconosciuti sono essi stessi senza esperienza politica. Sono sicuramente validi accademici, validi, professori, validi professionisti, ma senza esperienza politica. La loro organizzazione è fatta di comitati che, come ci hanno tenuto a ribadire più volte, sono comitati orizzontali e non verticali, per cui si decide sulla base dell’esito di piattaforme internet e magari vengono prese decisioni che sono anche diverse e non compatibili l’una con l’altra. Un de javu di ciò che abbiamo già visto in Italia. Noi possiamo essere sicuramente contenti dell’esito del risultato elettorale dal punto di vista della democrazia, che ha dimostrato come nonostante quello che veniva dagli studenti indicato come “regime” c’è stata una altissima affluenza. Quindi da questo punto di vista si può dire che la democrazia serba è matura e funziona: passi in avanti che, come Europa, noi dobbiamo essere contenti che si siano verificati. Adesso vediamo se sceglieranno la sponda europea oppure se magari si faranno affascinare ancora dalla Russia.

In che senso?

Beh, non avendo accessi al mare, la Serbia è ancora costretta a prendere l’energia da Mosca.

Vede il rischio che con la nuova classe dirigente la Serbia rischi essenzialmente di fare un salto nel buio?

Premetto che ultimamente forse era più Putin che aveva bisogno di Vucic e non il contrario, a causa il gioco russo a scacchi nella strategia internazionale. Putin ha bisogno di far vedere che ha un piede nei Balcani. Di contro Vucic con la sua esperienza politica e con un’autorevolezza che deriva dai 14 anni al potere, ha giocato sapientemente su due fronti, facendo l’occhiolino una volta al’Europa, una volta la Russia. Ora con questa nuova classe dirigente le problematiche legate all’energia rimangono intatte e la Russia è la via più facile per una fornitura energetica che continua ad essere a poco prezzo. Come Europa, dovremo essere bravi a metterci nelle condizioni di far risultare più attraente la sponda europea per la Serbia, quindi fare in modo che ci possano essere forniture alternative a buon prezzo. E quindi evitare che i serbi cadano nella provocazione per cui stare con la Russia vuol dire avere energia a poco prezzo e stare con noi significherebbe energia ad alto prezzo. Un’ultima annotazione: il Partito democratico italiano continua a gioire per le vittorie all’estero. Dopo l’Ungheria ora la Serbia, pur non essendo assolutamente famiglie politiche a loro ascrivibili.

L’Ets è la strada per l’industria del futuro, non l’ostacolo. Parla Corrado (Pd)

26 October 2026 at 14:22

Potere della transizione. O, meglio, della ceramica. Il M5S che vota con Fratelli d’Italia, Confindustria che ringrazia il Pd. Davvero quadro inedito tratteggiato dal voto del Parlamento europeo che ha approvato un aumento di quote gratuite di CO2 per le industrie più energivore di alcuni settori, a cominciare dalla ceramica. Detto più tecnicamente, l’eurocamera ha dato il via libera all’aggiornamento dei target Ets basati sul calore e sui combustibili per il periodo 2026-2030. Un passo indispensabile per portare avanti il negoziato europeo per rendere più equo il meccanismo per la tassazione delle emissioni che per molti governi, Italia in testa, rappresenta un’autentica strozzatura nella formazione del prezzo finale dell’energia.

Allargando lo spettro e andando nel pratico, le industrie europee potranno da ora contare su quasi 100 milioni di quote di emissione gratuite aggiuntive per il periodo 2026-2030, proprio grazie all’approvazione della revisione dei benchmark del sistema di scambio delle quote di emissione. Revisione che tocca come detto i parametri di riferimento utilizzati per calcolare le quote gratuite assegnate agli impianti industriali. L’obiettivo è contenere i costi per le imprese europee e ridurre il rischio di carbon leakage, cioè il trasferimento della produzione verso Paesi con vincoli climatici meno stringenti. In prima linea per questa piccola grande svolta c’è stata e c’è Annalisa Corrado, europarlamentare del Pd e responsabile dem per l’Ambiente.

Il voto dell’europarlamento sembra suggerire un primo, vero, ammorbidimento del sistema Ets, pur mantenendo inalterata la natura del meccanismo. Le pare una lettura corretta?

Non lo definirei un ammorbidimento, no. Anche se, come in ogni negoziato, ci si è dovuti aprire a una parte di quote gratuite trasversali in più, che comunque siamo riusciti a contenere, non è certamente questo il punto più importante.

E quale sarebbe?

Con un emendamento a mia prima firma, diventato parte centrale del compromesso condiviso in commissione Ambiente, abbiamo introdotto un approccio verticale per i settori industriali penalizzati dal calcolo del benchmark di riferimento settoriale: settori che finora hanno pagato più quote Ets di quanto dovuto. Quel testo, passato in commissione Ambiente con ampia maggioranza, è stato poi approvato anche dalla plenaria, senza che passasse nessuno degli emendamenti presentati, anche in modo scorretto perché rischiavano di far saltare tutto, da membri di forze che pure avevano sostenuto il compromesso.

Da tutto questo cosa possiamo evincere?

Non abbiamo abbassato l’ambizione climatica: abbiamo ripristinato una giusta richiesta di contributo alla decarbonizzazione, eliminando una pressione inadeguata su comparti fondamentali per le nostre economie. Per l’Italia è decisivo soprattutto per la ceramica, un settore cruciale per diversi territori.

L’Italia è da mesi in prima linea per una revisione profonda del meccanismo. Come giudica questa battaglia del governo Meloni?

La battaglia del governo Meloni è esattamente l’opposto del nostro approccio: loro vogliono sospendere e smantellare l’Ets, e con lui la transizione, in nome di un’ideologia che individua nella decarbonizzazione il nemico da abbattere. È una posizione miope, che di fatto protegge i grandi interessi degli idrocarburi, mentre il Paese paga l’energia più cara d’Europa proprio per la dipendenza dal gas. Decarbonizzare è la strada della competitività, non il suo ostacolo.

Il Pd invece va in una direzione diversa, anzi direi opposta. Vuole spiegarla?

Sì, noi lavoriamo in modo diametralmente opposto: rafforzare il sistema, correggerne le storture, renderlo più realistico e applicabile, e costruire un’Europa che investa fondi propri per sostenere i settori in difficoltà, verso un modello Next Generation Eu permanente a cui le destre nazionaliste continuano testardamente ad opporsi. E la narrazione della tassa sul clima è un pretesto: l’Ets diventa una tassa solo quando i proventi non vengono usati per decarbonizzare, come succede in Italia, dove finiscono nella fiscalità generale invece di aiutare le imprese. Detto questo sull’approccio generale, va detto che sul progetto specifico per salvare la ceramica c’è stata una convergenza trasversale, anche se non totale, tra forze di governo e di opposizione. Sono davvero fiera di aver contributo in primissima linea a questo risultato, frutto di un lavoro collettivo che viene da lontano tra Sindaci dei territori, Regione Emilia Romagna (De Pascale e Colla in testa), associazioni delle industrie ceramiche, tecnici e funzionari del parlamento e del gruppo S&D, oltre a colleghe e colleghi come Stefano Bonaccini.

Adesso cosa succede? Entra in gioco il governo italiano nel negoziato interno all’Ue, che cosa si aspetta?

Ora la palla passa al trilogo, dove servirà una posizione forte del Consiglio che il nostro governo deve saper costruire e difendere. Spero che Meloni la sostenga, senza provare a forzarla in chiave anti-Ets: sarebbe l’unico modo per essere certi di trovare lo scontro con la Commissione e affossare la proposta.

Il dibattito sull’Ets ha posto sullo stesso piano il tema della decarbonizzazione e dell’industria. Cosa risponde a chi dice che oggi decarbonizzare troppo spesso vuol dire deindustrializzare?

Che è esattamente il contrario. Lo ha detto già a inizio legislatura Mario Draghi, che certo non è un pericoloso sovversivo ecologista: la dipendenza da idrocarburi (che non possediamo) è un elemento di fragilità conclamato delle nostre economie, crisi dopo crisi. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, chi ha investito nella decarbonizzazione ha retto meglio, e ancora meglio ha retto quando è arrivata la nuova crisi, provocata dall’aggressione all’Iran di Trump e del genocida Netanyahu, che ha causato la chiusura dello stretto di Hormuz. Basti pensare alla ricetta di Sanchez e Tibera, in Spagna, che oggi ha bollette spesso pari alla metà o meno delle nostre. Noi invece siamo rimasti ancorati all’idea dell’hub del gas, che è diventata la principale fonte della nostra debolezza industriale. Si passa da una crisi all’altra, e se non siamo preparati non possiamo che fallire. Inoltre questi idrocarburi sono scambiati su mercati fortemente speculativi e instabili sul piano geopolitico, che non garantiscono stabilità nei costi di produzione: la cosa peggiore che possa capitare a un’industria.

L’errore da non commettere?

Allentare o azzerare l’Ets significherebbe sognare di tornare a un Novecento che non esiste più e indebolire la nostra autonomia strategica, cioè la capacità di tenere testa ai governi autocratici da cui dipendiamo per le fonti fossili. Decarbonizzazione e industria sana e di qualità vanno nella stessa direzione.

Dietro le nuove proteste, tra mobilitazione digitale e guerra cognitiva. La lettura di Lombardi

24 October 2026 at 14:24

Le piazze non si accendono più soltanto attraverso le parole d’ordine ideologiche. Si preparano nelle chat, si coordinano sulle piattaforme digitali, si spostano da un’applicazione all’altra per sottrarsi ai controlli. E quando le indicazioni circolano all’ultimo momento, la prevenzione diventa una partita più complessa. La nascita del movimento “17 ottobre”, le manifestazioni, le città blindate, le allerte delle ambasciate e le analogie con quanto accade in Francia riportano al centro una questione che va oltre la gestione dell’ordine pubblico: la capacità delle democrazie europee di riconoscere e anticipare le nuove forme del conflitto.

Marco Lombardi, sociologo e docente all’Università Cattolica di Milano, studia da anni sicurezza, radicalizzazione, terrorismo e comunicazione del rischio. La sua chiave di lettura parte da un elemento preciso: la trasformazione organizzativa della protesta, resa possibile dagli strumenti digitali e inserita in un contesto internazionale segnato da tensioni crescenti. “Il vero target di questa guerra è l’opinione pubblica”, avverte. Una guerra cognitiva nella quale la violenza di piazza può diventare uno strumento di destabilizzazione, senza che questo autorizzi a ricondurre automaticamente ogni manifestazione a una regia occulta.

Professore, partiamo dal movimento “17 ottobre” e dalle mobilitazioni di questi giorni. La scelta di comunicare i punti di ritrovo all’ultimo momento e il ricorso a Telegram e ad altre piattaforme indicano una trasformazione delle forme di protesta?

Sì, è stato fatto un salto organizzativo. Il movimento “17 ottobre” nasce con un obiettivo organizzativo, prima ancora che ideologico. I social servono anche a condividere l’ideologia, ma qui la dimensione organizzativa è ormai evidente. Questa mattina la chat su Telegram contava 2.627 iscritti. C’era una struttura articolata: una chat generale nella quale gli amministratori fornivano indicazioni, uno spazio di discussione e poi stanze dedicate alle singole città, da Roma a Bologna, passando per Milano e Padova. Circolavano regole comuni e informazioni di sicurezza. Non siamo più soltanto davanti alla diffusione di messaggi propagandistici, ma a un sistema che coordina concretamente le persone.

Che cosa cambia per le forze dell’ordine?

Cambia molto. Quando il fenomeno è prevalentemente ideologico, le istituzioni hanno più tempo per attivare strategie di monitoraggio, prevenzione e contrasto. Quando invece la mobilitazione si struttura attraverso canali operativi, bisogna intervenire con strumenti diversi. Il passaggio da Telegram a piattaforme come Session e Signal, fino all’utilizzo di codici QR o di indicazioni comunicate direttamente sul posto, segnala una capacità organizzativa più elevata. Una delle ipotesi tecniche è il jamming, cioè l’interferenza sulle comunicazioni, ma per lo Stato è una strada complessa, anche sul piano normativo e delle conseguenze operative. Il punto è che non basta più presidiare la piazza: bisogna comprendere come e quando quella piazza viene costruita.

Tra Italia e Francia si osservano modalità di mobilitazione e tensioni che presentano analogie. Siamo davanti a una nuova fase del conflitto sociale europeo?

Siamo davanti a un’evoluzione delle esigenze di ordine pubblico, perché sta cambiando lo scenario. Per anni le forze dell’ordine hanno seguito un modello nel quale si cercava di evitare lo scontro violento anche accettando, in alcuni casi, che beni pubblici e privati subissero danni. Ma oggi dobbiamo considerare anche la tutela dei cittadini e la necessità di adeguare progressivamente le modalità operative sul campo. Le analogie tra Italia e Francia sono evidenti. Esiste inoltre un comportamento imitativo che attraversa le ideologie: quando una modalità operativa si dimostra efficace, viene osservata e replicata. È un meccanismo che abbiamo conosciuto anche in altri contesti, dal terrorismo in poi. Dietro l’imitazione, però, può esserci una riflessione più profonda sulle vulnerabilità dei sistemi sociali.

Quanto pesa il disagio giovanile e quanto, invece, la capacità di soggetti organizzati di sfruttarlo?

Le violenze giovanili esplodono in un contesto generale e globale di conflitto. Il disagio esiste, ma dobbiamo domandarci se qualcuno abbia individuato proprio questo momento di vulnerabilità per utilizzarlo. L’Europa rischia di diventare la pancia molle di queste tensioni, un terreno nel quale le fragilità interne possono essere sfruttate per alimentare ulteriori conflitti. È un quadro che considero in peggioramento e sul quale occorre intervenire con urgenza. Questo non significa affermare che dietro ogni episodio ci sia necessariamente una regia unica. Significa riconoscere che le vulnerabilità possono essere individuate e sfruttate da attori diversi, con obiettivi differenti.

Esiste il rischio che qualcuno punti deliberatamente a provocare uno scontro con conseguenze drammatiche?

Se ci fosse un attore esterno interessato a destabilizzare il sistema, l’eventualità di una vittima potrebbe rappresentare, dal suo punto di vista, un elemento capace di far precipitare il conflitto sociale. Sarebbe uno scenario di massima criticità, perché un episodio del genere potrebbe innescare una spirale di contrapposizioni. Ma bisogna distinguere le ipotesi dagli elementi verificati. Quello che possiamo dire è che il rischio di escalation va preso sul serio e che la prevenzione deve partire prima che le persone si radunino.

Questo significa intervenire direttamente sui social network?

Significa affrontare la dimensione digitale della mobilitazione. Se l’organizzazione passa attraverso le piattaforme, le istituzioni devono essere in grado di comprenderne le dinamiche e di intervenire preventivamente, nel rispetto delle regole. Aspettare che tutto si trasferisca fisicamente nelle strade significa arrivare quando una parte del processo è già compiuta. Occorre lavorare prima della piazza, senza confondere il dissenso politico, che è legittimo, con la pianificazione della violenza.

L’ambasciata americana ha invitato i propri cittadini a evitare alcune aree delle manifestazioni. È soltanto una misura precauzionale o racconta un cambiamento nella percezione del rischio europeo?

Non è una novità assoluta: negli ultimi dieci anni abbiamo visto comunicazioni analoghe, anche con inviti a evitare determinate zone urbane. Ma è indubbio che esista una crescente attenzione americana verso i rischi che attraversano l’Europa. Non escluderei che questo rifletta anche una valutazione più generale del contesto internazionale. Dobbiamo ricordare che, in una guerra cognitiva, il vero obiettivo è l’opinione pubblica. Le percezioni di insicurezza, la polarizzazione e la sfiducia nelle istituzioni possono produrre effetti profondi anche senza uno scontro militare diretto.

Quale ruolo possono avere le manifestazioni nello scenario di guerra cognitiva che ha descritto?

Il contesto è quello in cui il bersaglio non è soltanto il territorio, ma il modo in cui le persone interpretano ciò che accade. La capacità di alimentare paura, divisioni e conflitti interni diventa parte della dinamica strategica. In questo quadro, anche le manifestazioni possono essere sfruttate per amplificare le fratture sociali, indipendentemente dalle intenzioni originarie di chi vi partecipa. Non dobbiamo però cadere nell’errore opposto: attribuire automaticamente ogni protesta a una guerra cognitiva o a un disegno esterno.

Il rischio, allora, è normalizzare la violenza come una componente inevitabile del conflitto politico?

È proprio ciò che dobbiamo evitare. Non dobbiamo normalizzare la guerra, in nessuna delle sue forme, né considerare inevitabili le conseguenze della violenza. In un contesto nel quale gli attori possono essere alleati sul piano tattico senza essere necessariamente amici, la capacità di leggere gli interessi in gioco diventa fondamentale. Ma il punto conclusivo resta un altro: la violenza non ha giustificazione. E la difesa delle istituzioni democratiche passa anche dalla capacità di impedire che le tensioni sociali vengano trasformate in strumenti di destabilizzazione.

Smettiamo di nutrire il sistema

24 October 2026 at 11:00

🔥 L’Italia è in piazza. Studenti, autotrasportatori, agricoltori, famiglie: da Nord a Sud il carovita ha acceso un autunno di proteste. Gasolio alle stelle, carrello della spesa sempre più pesante, salari che non bastano più. 🚜 Chi produce il nostro cibo è schiacciato dai costi, chi lo compra paga sempre di più. Dove si perde la differenza lungo la filiera? E perché le risposte del governo restano misure d’emergenza che inseguono la crisi senza cambiarne le cause? Ne parliamo con Mario Apicella, agronomo, cantautore e attivista, già ospite di Casa del Sole TV. Dalla rabbia delle piazze a una proposta concreta: costruire percorsi etici di vita quotidiana. Un approvvigionamento di cibo sano e vivo, il cibo come prima forma di prevenzione, la filiera corta come scelta di autonomia. 📡 E un secondo fronte, non meno importante: l’informazione. Perché senza un’informazione onesta ed etica non c’è consapevolezza, e senza consapevolezza ogni protesta resta rabbia senza direzione. 🎯 SOSTIENI CASA DEL SOLE TV Casa del Sole TV è un progetto di giornalismo indipendente autofinanziato. IBAN: IT63P0326822300052392596590 Intestato a: La Casa del Sole Edizioni Causale: Donazione Casa del Sole TV 👉 Membership YouTube: https://www.youtube.com/@CasadelSoleT… ▪ Analista Multipolare €5/mese ▪ Inviato della Verità €15/mese ▪ Architetto del Futuro €25/mese #CasadelSoleTV #MarioApicella #JeffHoffman #Carovita #Proteste #Agricoltori #CaroGasolio #CiboSano #CiboVivo #FilieraCorta #SovranitàAlimentare #InformazioneIndipendente #Consapevolezza

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Hormuz, il memorandum di giugno e il ruolo di Roma. Parla il ministro iraniano Nouri

23 October 2026 at 09:49

Il memorandum di Islamabad, firmato il 17 giugno con la mediazione pakistana, doveva chiudere la guerra entro sessanta giorni. È saltato a luglio, e il blocco americano è tornato. E oggi il negoziato sembra non registrare progressi di sorta. Una situazione che ha avuto ripercussioni sulle economie di tutto il sistema globale, compresa, ovviamente, quella iraniana. Proprio di questo Formiche.net ha parlato con il ministro dell’Agricoltura di Teheran Gholamreza Nouri Ghezeljeh, con cui ha poi esplorato anche altri temi, dal peso crescente delle rotte del Caspio ai rapporti con Mosca e Pechino, fino alle prospettive del negoziato con Washington e al possibile ruolo dell’Italia.

Qual è stato l’impatto della guerra e del conseguente blocco sull’agricoltura iraniana?

La guerra ha sicuramente un costo, anche per il nostro Paese, soprattutto per quanto riguarda l’alimentazione. Ma ha avuto un costo per tutto il mondo: i prezzi dell’energia e del cibo sono aumentati ovunque, non solo da noi. Noi non abbiamo iniziato questa guerra, siamo sempre stati per la pace e per il dialogo. L’America e Israele ci hanno attaccato e ci siamo difesi bene, popolo e governo insieme. Quando qualcuno attacca il tuo Paese, il costo della difesa lo metti in conto. Chiunque abbia un po’ di orgoglio difende il proprio Paese, e in Iran tutti la pensano così. E nonostante la guerra, nel settore alimentare abbiamo avuto anche dei successi. Siamo diventati indipendenti nella produzione di alcuni prodotti che prima importavamo. In Iran non c’è stata alcuna carenza di cibo. Anche se, come nel resto del mondo, sono aumentati i prezzi. Ma siate certi che presto l’Iran percorrerà la strada dello sviluppo a un ritmo straordinario, quasi miracoloso, fino a diventare un vero paradiso per gli investimenti.

Durante il conflitto 3 milioni di tonnellate di input sono arrivati dai porti del nord. Il Caspio, e quindi la Russia, è diventato un’arteria vitale? Si è sviluppata una sorta di dipendenza? Come si è sviluppato il rapporto con Mosca?

Il rapporto con la Russia è molto importante. Naturalmente, con la guerra le nostre rotte commerciali sono diventate più efficaci e hanno aiutato molto il Paese. Il nostro rapporto con la Russia si basa su un accordo bilaterale tra Paesi amici. Ovviamente ogni Paese pensa anche al proprio interesse, quindi è un rapporto basato sul beneficio reciproco. E non c’è solo la Russia, abbiamo avuto buone collaborazioni anche altri Paesi che si trovano lungo il nostro confine settentrionale. L’Iran è un grande Paese e tutti i Paesi confinanti hanno bisogno di questa relazione. Che è un rapporto reciproco, e guarda tanto ai nostri bisogni quanto ai loro.

E con la Cina invece?

Anche con la Cina abbiamo un rapporto molto buono. Come noi, la Cina è contraria all’unilateralismo e deve sviluppare rapporti con altri Paesi. Abbiamo un buon rapporto commerciale e continuiamo ad averlo. Collaboriamo con la Cina, come con la Russia, nel quadro dell’Organizzazione di Shanghai e dei Brics. La Cina è riconosciuta da tutto il mondo come una grande potenza economica.

Mosca ha tratto vantaggio dal petrolio sopra i 100 dollari. Avete la sensazione che alla Russia convenga che la crisi continui?

È naturale. Tutti i Paesi del mondo perseguono i propri interessi nazionali e, quando se ne presenta l’occasione, si attivano per coglierla. Anche la Russia segue i propri interessi, come tutti gli altri. Questa situazione ha creato delle buone opportunità per Mosca, ed è naturale che oggi la Russia ne tragga beneficio. L’America lo ha accettato, con Trump che ne ha riconosciuto il ruolo, e ha poi aperto anche ad accordi con la Russia. Noi speriamo che la guerra finisca, ed è un interesse che abbiamo tutti. Oggi la Russia guadagna dall’aumento del prezzo del carburante. In futuro, quando la guerra sarà finita, tutti i Paesi dovranno poter trarre i loro benefici.

Lei ha detto di sperare nei negoziati. Cosa manca secondo lei per tornare al memorandum di giugno?

Era un accordo logico, e speriamo che la parte americana torni a rispettarlo. Nessuna guerra dura in eterno, e alla fine si arriva sempre alla pace. Questa guerra ha imposto costi pesanti a tutto il mondo. Le popolazioni di tutto il mondo stanno già pagando un prezzo elevato per le politiche belliciste di Trump, soprattutto a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari, e per questo sono arrabbiate. Penso quindi che si arriverà presto a un accordo. I politici più lungimiranti stanno facendo pressione su Trump perché la guerra finisca, ed è nell’interesse di tutti che finisca al più presto. Noi siamo ancora fedeli all’accordo di giugno; sono stati gli Stati Uniti ad uscirne. Speriamo che tornino a rispettarlo. Il popolo iraniano e le forze armate hanno dimostrato di non cedere di fronte all’insistenza del nemico. Se Trump continua, avrà problemi anche all’interno del suo Paese. Vedete anche in Italia quanto sono aumentati i prezzi del petrolio e della benzina. Tutte le persone ragionevoli del mondo vorrebbero che finisse presto, e anche la posizione di Sua Santità il Papa va in questa direzione. Penso che alla fine questa volontà prevarrà. Nessuna guerra dura per sempre.

Come viene vista Roma da Teheran?

Guardiamo all’Italia con il rispetto di una grande civiltà verso un’altra grande civiltà. L’Italia, come l’Iran, ha una grande cultura: sono due civiltà che hanno fatto tanto per la crescita dell’umanità. Abbiamo rapporti diplomatici e commerciali con l’Italia da più di 150 anni. Nonostante la distanza, i due popoli hanno tante cose in comune. Speriamo che questa comunanza tra i due popoli arrivi anche al livello dei governi. Vogliamo sviluppare le relazioni tra Italia e Iran, anche nel campo dell’agricoltura, ma non solo in esso.

Quindi crede che l’Italia potrebbe essere un mediatore credibile?

L’Italia ha dimostrato in passato, su queste questioni, di avere un atteggiamento razionale e ragionevole. Per questo forse può avere un ruolo più importante e più attivo, e penso che in futuro andrà in questa direzione. O almeno, questo è quello che ci aspettiamo.

L’Europa non può perdere la corsa alla new space economy. Parla Santangelo (Space Industries)

23 October 2026 at 08:09

La space economy si prepara a una nuova fase, in cui la competitività non dipenderà tanto dalla capacità di progettare i satelliti, ma da quella di produrli su scala industriale. Un modello inaugurato da SpaceX, ma a cui anche l’Europa, giocoforza, dovrà adeguarsi. A portare questo modello in Italia è Space Industries, realtà nata un anno fa e che si appresta a inaugurare il suo primo impianto produttivo. Obiettivo: produrre centinaia di satelliti all’anno. L’intervista di Airpress a Giuseppe Santangelo, amministratore delegato della società.

Ingegnere, come sta cambiando lo spazio e cosa si intende per “new space economy”?

Chi lavora nello spazio da anni, come me, in Italia e negli Stati Uniti, riesce a osservare certi movimenti di mercato in entrambi i contesti e a prevedere cosa potrebbe succedere. Gli Stati Uniti sono più avanti sotto diversi aspetti della space economy commerciale e secondo me la loro visione sta arrivando in Europa con qualche anno di ritardo. A questo si aggiunge la geopolitica, che evolve a sua volta. La difesa è un elemento non nuovo ma oggi più accentuato, e porta con sé il concetto di dual use, per cui tutto ciò che si trova nello spazio deve esserlo. Il cambiamento di fondo, però, è il passaggio da una logica istituzionale a una di mercato. Fino ad oggi, il settore è stato trainato dalla spinta pubblica. In Europa pensiamo ai fondi dell’Esa, con le loro logiche di ritorno geografico e un sistema di finanziamento delle missioni con un obiettivi pubblici e non privati. In questa modalità è difficile che si sviluppi un vero mercato.

Perché?

Un qualunque mercato nasce quando esiste un’esigenza che può essere risolta con una tecnologia, in questo caso spaziale. Quell’esigenza oggi c’è e possiamo declinarla attraverso il dato. Il dato può essere generato a terra con infrastrutture terrestri e usato per scopi di business, oppure generato in orbita con obiettivi terrestri, oppure in orbita con obiettivi spaziali. In ogni caso si tratta di un business industriale e tecnologico, che risponde a necessità concrete.

Se questo business non si è ancora sviluppato in modo prorompente, pur con qualche eccezione, è perché oggi il mercato è quasi un single player, SpaceX, che ha avuto per prima l’accesso allo spazio, si è costruita i suoi satelliti e ha creato il proprio mercato. Nel segmento Leo (Orbita bassa terrestre) vale quasi il 50% della space economy. Questo non vuol dire però che sarà sempre così. SpaceX ha aperto il mercato ed è arrivata prima, ma io sono convinto che il mercato spaziale del futuro sarà caratterizzato da player che oggi non sono ancora evidenti. Stiamo guardando al futuro facendo i conti senza l’oste.

Chi sono questi nuovi attori?

Saranno realtà che oggi ancora non operano nello spazio e che non fanno parte di questo mercato. Sono aziende con esigenze relative ai dati e alla connettività: monitorare siti produttivi, gestire telecomunicazioni, logistica, cybersicurezza. Quando entreranno nel settore faranno la differenza e chi oggi si occupa di spazio dovrà essere pronto a un adattamento al nuovo modello, altrimenti rischia di scomparire dal mercato. A queste realtà serve una tecnologia in orbita ma agile, che si lanci in fretta e costi il giusto per il dato che serve, in modo da essere confrontabile con le soluzioni terrestri. Se posso fare telecomunicazioni dallo spazio spendendo meno che costruendo antenne in tutto il mondo, allora è lì che, come azienda, scelgo di andare nello spazio.

Per questo l’idea che una sola costellazione basti per tutti non regge. In Europa, per esempio, ce n’è una sola ed è stata pensata con metriche istituzionali, non commerciali. Funzionerà bene per chi impara a gestire le costellazioni, ma a livello di business il concetto è diverso. Un’industria che ha grandi risorse e oggi spende molto per gestire il rapporto con diversi operatori potrà decidere di costruirsi la propria costellazione privata, e di concentrare lì tutto il suo sviluppo, dalle telecomunicazioni alla logistica alla cybersicurezza, con un’infrastruttura che nessun altro può gestire o spegnere. Se avremo cinquanta operatori nel mondo, ci saranno cinquanta costellazioni, e intorno a esse si svilupperanno i servizi: ad esempio chi le mantiene in orbita e chi effettua l’in-orbit servicing, oltre ad altre infrastrutture a un livello più alto che supporteranno quelle più basse. 

Come accennava, l’Europa registra più di una criticità nell’adeguarsi a questo nuovo mercato. Qual è, secondo lei, la più pressante?

Sicuramente l’accesso allo spazio. Oggi questo settore è di fatto monopolizzato da un solo player mondiale, SpaceX, che ha dato avvio all’intero fenomeno della new space. Infatti, senza SpaceX non staremmo facendo questa intervista. Ma chi detta le regole è anche un rischio per il mercato. Mi risulta che il manifesto dei lanci commerciali di Falcon 9 sia chiuso fino al 2029, e stiamo tutti lì a capire cosa succederà. Starship, che sarà operativa tra il 2029 e il 2030, potrebbe riaprire lo spazio commerciale. Il costo per lanciare un proprio satellite, oggi intorno ai 10mila dollari al chilo, secondo gli annunci più recenti potrebbe scendere anche sotto i 500. Gli altri lanciatori, in Europa e negli Stati Uniti, stanno emergendo ma non sono allo stesso livello, lanciano carichi più piccoli, con minore frequenza e a costi più bassi. Direi che Starship, in questo senso, ha almeno dieci anni di vantaggio rispetto a tutti gli altri. Se un operatore europeo vende un lancio a 5mila euro al chilo e SpaceX a 500, è ovvio che il mercato guarderà alla soluzione più economica.

E poi?

La scala. Per garantire continuità di servizio servono molti satelliti. Un satellite passa sopra di noi decine di volte al giorno, quindi ne servono almeno 15-20 per coprire una singola località. Poi bisogna moltiplicare per le diverse aree geografiche e per la ridondanza del segnale. Si arriva a migliaia di satelliti per fare, in sostanza, una sola cosa. In Europa il satellite è ancora trattato come un prodotto artigianale, un “proto-flight” in cui conta la missione e con i costi che ne derivano. Negli Stati Uniti si è già andati verso la modularizzazione e la scala. Venti anni fa un satellite da una tonnellata costava circa 30 milioni. Oggi, per le stesse funzioni, pesa 200-300 chili e costa 3-4 milioni. Credo che in futuro dovremo scendere almeno di un altro ordine di grandezza. Quando il satellite diventerà una commodity, con componenti commerciali qualificati e certificati e una costruzione in linea, quasi come una lavastoviglie, il mercato spaziale sarà davvero attivo.

Quali altre criticità vede, oltre a quelle industriali?

Ne vedo due, entrambe di lungo periodo. La prima è la regolamentazione. Esiste l’Unoosa, l’ufficio Onu per gli affari spaziali, che cerca un accordo su regole comuni, ma oggi di fatto ognuno fa ciò che vuole. Finché i satelliti si contavano sulle dita di una mano il rischio era contenuto, ma quando diventeranno centinaia di migliaia, la gestione del traffico spaziale e del deorbiting dovrà essere comune. Se qualcuno distrugge il satellite di un altro, o lancia troppi satelliti e rende un’orbita inutilizzabile, oggi non c’è una norma che stabilisca di chi sia la colpa o chi sanzioni. È un diritto internazionale ancora da declinare.

La seconda è proprio il deorbiting. Quei satelliti resteranno in orbita non decenni ma probabilmente un paio d’anni, poi saranno sostituiti dalla generazione successiva. Deorbitare significa distruggerli in atmosfera, e lì che fine fanno l’alluminio e i materiali delle batterie? Finiscono in mare, restano sospesi in aria? Con un lancio SpaceX a settimana, stima che sappiamo essere destinata ad aumentare, tra dieci-quindici anni la sostenibilità dei materiali con cui si costruiscono i satelliti sarà uno dei problemi principali. 

Cosa insegna, allora, il modello americano?

Che il mercato lo apre chi rischia. Musk ha dovuto mettersi in grandissima difficoltà, usando capitali propri e bruciando cassa per continuare a lanciare, prima di riuscire nell’impresa. Non è corretto dire, come tendono a fare alcuni, che sia stato semplicemente finanziato dallo Stato e dalla Nasa. Gli Stati Uniti sono avanti sulla space economy commerciale e hanno iniziato ad applicare anni fa la modularizzazione, si pensi che un satellite come quelli di Starlink ha costi di produzione molto inferiori a quelli degli analoghi europei. Ciò ovviamente non toglie che il sostegno pubblico sia e rimanga una componente importante, specialmente per attori emergenti e non ancora consolidati.

E l’Italia? Cosa sta facendo?

L’Italia, a mio avviso, è stata molto lungimirante, infatti si è dotata per prima in Europa di una legge sullo spazio. Il rischio, però, è che altri continuino a non farlo per trarre il massimo vantaggio dall’assenza di regole e sanzioni in caso di condotte ambigue. Gli Stati, dalla legislazione agli aspetti finanziari pubblici, devono ascoltare e capire cosa succederà in questo mercato, perché può essere un’opportunità grandiosa. E l’Italia questo lo sta facendo, ad esempio con le varie tappe degli Stati generali della space economy, dove noi operatori ci incontriamo molte volte e il governo ascolta tutti. 

Veniamo ora alla realtà che lei guida. Come nasce Space Industries?

Dall’incontro di due competenze. Io porto l’esperienza spaziale, maturata negli Stati Uniti e in Italia, e avevo un’idea chiara di cosa serviva. L’azionista principale, Comat, è un’industria di Torino che non aveva alcuna esperienza nello spazio ma aveva due cose: il capitale e la capacità tecnica di costruire impianti, clean room e impianti energetici. Mi sono seduto con loro, ne abbiamo discusso e poi abbiamo disegnato l’azienda a tavolino. Io ho indicato cosa andava fatto e loro hanno avuto la capacità di farlo nei tempi previsti. È un investimento interamente privato, e anche questo è un elemento “alieno” rispetto al sistema spaziale attuale. Un’industria che decide di investire fondi propri, con competenze molto diverse ma utilissime per lo spazio. Pensata principalmente per il mercato commerciale, con un approccio del tutto privato. 

Di cosa si occupa, nel concreto?

Space Industries costruisce satelliti, ma non li progetta. Non ci collochiamo nell’ambito dei “piattaformisti”, quello è un mercato in fortissima evoluzione e richiede altri tipi di focus. Noi preferiamo concentrarci su un singolo segmento della filiera e farlo bene. Il nostro obiettivo è portare l’elemento della scala nell’industria spaziale europea e puntiamo a produrre fino a centinaia di satelliti l’anno.

E come si rende sostenibile un simile produzione?

Abbiamo ribaltato la prospettiva. Nel mondo spaziale si faceva prima il satellite e poi si costruiva la fabbrica, o almeno le attrezzature di test, su misura per quell’oggetto. Noi abbiamo fatto prima la fabbrica, ottimizzata secondo i criteri della lean manufacturing, e ci aspettiamo che il satellite sia adatto a essere costruito lì. Oltre al livello di maturità tecnologica, per noi esiste un livello di maturità produttiva, e quindi se un satellite non è immediatamente producibile, per noi non è pronto. In pratica, vuol dire definire procedure di costruzione ben definite, test funzionali e di performance già predisposti e automatici, un assemblaggio agile e un ciclo produttivo di pochi mesi e non di anni. Se un cliente mi chiede di lanciare tra tre anni una costellazione da cento satelliti, devo poter rispondere di sì, restando nel budget che si aspetta. Per riuscirci abbiamo concentrato nello stesso stabilimento produzione, metrologia e tutte le macchine di test ambientale e funzionale: termovuoto, shaker, camera anecoica, il tutto in clean room. Il satellite si produce in condizioni ISO 8 ed è sottoposto a tutti i test direttamente in loco, evitando trasferimenti fuori dalla struttura e tutti i problemi annessi. È un costo importante, ma è la risposta agli errori e ai problemi che ho visto nell’approccio proto-flight.

Ecco, quali sono le principali novità rispetto al “vecchio” approccio?

Due le scelte chiave. La prima è il layout, pensato per un ciclo produttivo di linea. La seconda è che, essendo agnostici rispetto alle piattaforme, dobbiamo servire più clienti in contemporanea. Invece del solito grande stanzone, abbiamo creato dodici clean room modulari e separate, che permettono di gestire in parallelo fino a dodici progetti diversi. C’è poi un dettaglio solo apparentemente banale, ovvero le control room. Gli ingegneri di sistema, gli esperti di software, non entrano in clean room ma si collegano al satellite dall’esterno tramite degli ombelicali. In clean room lavorano solo gli operatori specializzati nell’integrazione hardware. Così si riducono le non conformance, cioè gli errori di integrazione che nascono quando mette le mani sull’hardware chi non è adatto a farlo. E si seguono procedure definite in anticipo, provate e riprovate, come avviene nelle industrie dell’automotive e dell’aeronautica.

Il prossimo 28 ottobre, a Torino, si terrà l’inaugurazione del vostro primo impianto produttivo. 

Esatto, e in quell’occasione dimostreremo che quello che volevamo fare l’abbiamo fatto. A marzo 2025, avevamo annunciato in conferenza stampa che lo stabilimento sarebbe stato pronto nel 2026, e così è stato. E non parliamo solo di un taglio del nastro, l’impianto sarà già operativo al momento dell’inaugurazione. Con questo ci teniamo a far passare due messaggi. Il primo è, appunto, il rispetto degli impegni: la fabbrica c’è e nei tempi dichiarati, secondo i piani. Il secondo è che questo modello commerciale è sostenibile. Space Industries non va in cerca di contratti istituzionali, ma scava nel modello di business commerciale. Ci sono altri player che oggi non sono ancora nello spazio e che, quando entreranno, faranno la differenza. Chi si occupa di spazio e non è pronto a un adattamento mentale al nuovo modello rischia di scomparire. Saper fare un satellite non basta, bisogna anche essere pronti a capire dove andrà il mercato. E noi siamo convinti di averlo fatto.

Dalle primarie alle piazze, quando la politica non parla più alla società. L’analisi di Valbruzzi

22 October 2026 at 15:42

C’è una politica che discute di leadership, candidature e assetti interni, mentre una parte della società manifesta un malcontento che fatica a trovare rappresentanza. È in questa frattura che si incrociano alcune delle principali questioni del dibattito pubblico: il campo largo alle prese con le primarie, la Lega che si avvicina al congresso senza aver sciolto il nodo della propria identità, le proteste che attraversano il Paese e un governo costretto a fare i conti con margini di bilancio sempre più stretti. Per Marco Valbruzzi, politologo che insegna Scienza politica all’Università Federico II di Napoli, il problema non riguarda soltanto la tenuta degli attuali equilibri politici, ma la capacità stessa dei partiti di interpretare trasformazioni sociali che procedono a velocità differenti. Un’analisi che si intreccia con il suo ultimo libro, Democrazie e no, appena uscito nelle librerie per Utet. Con una distinzione decisiva: il dissenso non è una patologia della democrazia, mentre lo è l’incapacità della rappresentanza di costruire un dialogo con chi protesta.

Professore, partiamo dal centrosinistra. Le primarie del campo largo potrebbero allargarsi oltre Elly Schlein e Giuseppe Conte. Il pluralismo delle candidature è una risorsa o rischia di trasformare la competizione in una resa dei conti tra leader?

Il campo largo ha di fronte a sé un’occasione irripetibile: proprio mentre il governo attraversa una fase critica sul piano del consenso, dovrebbe essere in grado di proporre un’alternativa credibile a Giorgia Meloni e alle sue politiche. Invece, si sta attorcigliando su se stesso, discutendo dei propri problemi anziché di quelli degli italiani. Se ormai le primarie non si possono evitare, devono diventare l’inizio della campagna elettorale del centrosinistra, non la conclusione della competizione interna tra Conte e Schlein. Si facciano, dunque, bene e in fretta, garantendo agli elettori una scelta autentica e il pluralismo delle candidature. Altrimenti, sarà l’ennesima occasione persa.

Le piazze, intanto, raccontano un malessere che assume forme differenti. Quanto pesa la radicalizzazione del dissenso e quanto l’incapacità dei partiti di intercettarlo?

In questo momento esistono due proteste molto diverse, anche nelle modalità, al Nord e al Sud. Le mobilitazioni studentesche nelle grandi metropoli post-industriali del Nord si muovono in una dimensione distante da quella dei partiti e dei loro rappresentanti. I giovani vivono nel digitale e seguono comportamenti che rispondono alla logica degli algoritmi; i partiti sono ancora immersi nell’analogico e nei ritmi della politica organizzata. Sono due mondi che non comunicano. Non basteranno decreti o misure di ordine pubblico a risolvere il problema. Al Sud, invece, le proteste seguono ritmi più vicini a quelli della politica partitica, ma il contrasto con il governo è netto. Qui è in gioco anche la lunga luna di miele di Meloni con gli italiani. Le risposte non possono arrivare attraverso annunci anticipati sui social, ma richiedono provvedimenti economici che, in questa fase, il governo fatica a permettersi.

Passiamo alla Lega. L’ipotesi di una candidatura di Garavaglia al congresso può rappresentare un’alternativa a Salvini oppure siamo davanti soprattutto a una partita sulle liste elettorali?

Più che un congresso fondato su mozioni e visioni alternative della Lega, mi sembra una conta in vista della composizione delle liste per le prossime elezioni politiche. Il ruolo di Garavaglia è quello di garantire a sé e alla minoranza interna una quota di candidature per il prossimo Parlamento, evitando che Salvini e i salviniani esercitino un controllo pieno. Nel frattempo, il partito continuerà a vivere in una sorta di limbo, senza risolvere la propria crisi d’identità e, di conseguenza, quella della leadership. Il congresso, insomma, rischia di regolare i rapporti di forza interni senza affrontare le ragioni profonde della difficoltà politica della Lega.

Se il Carroccio dovesse cambiare pelle, quali conseguenze ci sarebbero per gli equilibri del centrodestra e per i rapporti tra Salvini, Meloni e Tajani?

In vista del 2027, il centrodestra resterà congelato nella sua composizione storica, quella proposta e imposta per la prima volta da Berlusconi. Ma se la coalizione dovesse uscire sconfitta dalle urne, potremmo assistere alla fine del centrodestra nella sua versione della Seconda Repubblica. Si aprirebbe allora una fase di rimescolamento, che imporrebbe da un lato una ridefinizione interna alla Lega e dall’altro un rapporto meno conflittuale con Futuro Nazionale. Il punto è che gli equilibri attuali possono reggere finché la coalizione mantiene la prospettiva di governare. Una sconfitta elettorale, invece, rimetterebbe in discussione non soltanto i rapporti tra i leader, ma anche il modello politico sul quale il centrodestra si è retto negli ultimi decenni.

Primarie, proteste e leadership in discussione: siamo davanti a una fisiologica ridefinizione degli equilibri democratici o a una crisi più profonda della rappresentanza?

Le proteste, anche quelle smodate e incontrollate delle ultime settimane, fanno parte della democrazia. La sua forza sta proprio nella capacità di assorbire, con tempi e strumenti diversi, le forme radicali di dissenso e opposizione che attraversano la società. Ce lo insegna la storia delle democrazie, compresa quella italiana. L’elemento nuovo di questa fase è però l’incapacità strutturale della rappresentanza partitica di costruire ponti stabili con il mondo nel quale vivono le nuove generazioni. Negli anni Sessanta e Settanta, partiti e movimenti, pur entrando spesso in conflitto, condividevano linguaggi e una grammatica politica comune. Oggi quei mondi sembrano vivere su pianeti diversi. È questa distanza, più ancora della radicalità delle singole proteste, a porre un problema alla democrazia italiana.

L’ultima questione riguarda la manovra economica. Quanto spazio ha il governo per tenere insieme taglio delle tasse, sostegno alle famiglie e crescita, senza compromettere gli obiettivi di bilancio?

Le manovre del ministro Giorgetti sono sempre state orientate alla salvaguardia degli equilibri di bilancio, ma mai come quest’anno il governo deve fare i conti con proteste sociali e di piazza che potrebbero essere arginate più efficacemente attraverso stanziamenti incisivi. Meloni ha provato a forzare la mano nella trattativa con l’Europa per ampliare i margini di manovra, ottenendo risultati limitati, al netto della flessibilità sulle spese energetiche e di difesa, che consentirà comunque al Paese di respirare. L’impossibilità di costruire una manovra pienamente elettorale, orientata ad allargare il consenso in vista delle prossime politiche, è uno dei fattori che potrebbero spingere il governo a rinviare al prossimo autunno l’appuntamento elettorale, nella speranza che le proteste, soprattutto al Sud, si attenuino. Il problema è che i vincoli finanziari restringono lo spazio delle risposte economiche proprio nel momento in cui la pressione sociale richiederebbe interventi più consistenti.

La vera malata d’Europa è la Germania, non la Francia. Gros spiega perché

22 October 2026 at 13:23

Sì, un rischio di contagio dalla Francia c’è per l’Europa. E comunque, se proprio la si vuol raccontare tutta, la Germania è messa peggio dei cugini d’Oltralpe. Daniel Gros, economista tedesco, direttore dell’Institute for European policymaking presso la Bocconi, la prende di petto quando gli si chiede se la polveriera francese, di cui sabato scorso qualcuno ha visto lo spettro per le vie di Milano, sia un rischio per il Vecchio continente, a quindici anni dal dramma della crisi greca. Mario Draghi, certo, non vede particolari pericoli, arrivando a giudicare del tutto fuorviante e dispersivo anche il solo immaginare un intervento della Bce sul debito francese. Per Gros, invece, un rischio, seppur calcolato e minimo, c’è.

Gros, la Francia è una pentola a pressione. Nessuno vuole tirare fuori dall’armadio i fantasmi della crisi greca. Però…

Un pericolo di contagio, contenuto per il momento, c’è. Dipenderà molto da quello che faranno gli altri Paesi e anche la stessa Bce. Ma il rischio, lo ripeto, c’è.

C’è chi ha fatto notare, con cognizione di causa, che oggi l’Europa sia decisamente più grande e vaccinata rispetto a dieci o quindici anni fa. Stiamo negando il problema provando a nasconderci dietro un dito?

No, oggi l’Europa è certamente più attrezzata di quindici anni fa. E anche per questo molti Paesi stanno meglio di anni fa. Però il vero punto sono le banche: oggi il sistema continentale del credito è molto più robusto e strutturato rispetto al 2008, quando esplose la crisi di Lehman Brothers ci colse impreparati.

Se le dico che oggi la Francia è la grande malata d’Europa, lei è d’accordo?

La Francia non è la Grecia. E comunque, l’economia di Parigi non è poi messa così male. Anzi, le dico di più, cresce più di quella tedesca, se in Europa c’è una grande malata, quella è la Germania.

D’accordo, concesso. Però le immagini delle devastazioni per le strade delle città francesi parlano chiaro. Come si è arrivati a questo?

La Francia, ed è questo il problema più della crescita, ha un sistema politico paralizzata ed è per questo che i conti pubblici sono sfuggiti di mano. Parigi viene da quindici anni di politiche keynesiane, l’austerità l’avrebbe dovuta fare quando le cose andavano meglio di adesso.

Lei ha citato la Germania. In effetti Berlino, tra concorrenza cinese e dipendenza energetica dalla Russia, è messa male. La crisi, drammatica, di Volkswagen sta lì a dimostrarlo. Come si immagina l’ex locomotiva d’Europa tra cinque anni?

Siamo vicini al fondo della valle, i settori energivori stanno lasciando la Germania, mentre il settore automobilistico si sta riconvertendo, passando dalle macchine agli armamenti. Toccando il fondo, forse, ci potrà essere qualche cambiamento significativo.

Parliamo di energia. L’Italia è tra i Paesi in Europa che batte maggiormente i pugni sul tavolo per riformare, se non azzerare, il meccanismo della tassazione del carbonio, l’Ets. Le pare una battaglia giusta?

Francamente, l’ultima cosa che cambierei in Europa è proprio il sistema Ets, che è indolore ed efficace nel ridurre le emissioni. Magari si possono abolire altri regolamenti che impattano sul prezzo dell’energia. Ma l’Ets credo che ci serva.

L’Europa e le banche. Il futuro, viene detto da più parti, è il consolidamento: spalle larghe per competere con i giganti di Cina e Stati Uniti. E l’immancabile mercato unico dei capitali…

Non sono d’accordo. Non vedo il bisogno di aggregazioni per competere con i colossi americani, che fanno profitto dalla loro posizione da oligopolio. Le ricerche non evidenziano economie di scala per le banche oltre una dimensione di bilancio di qualche miliardo.

Insomma?

La competitività delle banche europee dipende meno dall’assenza di un mercato unico dei capitali e più da costi di personale molto rigidi, che rallentano l’adozione di tecnologie. Il caso Commerzbank (la banca tedesca sempre più vicina alle nozze con Unicredit, ndr) ci insegna che è più importante avere un mercato e una concorrenza per corporate control, che un mercato unico dei capitali a livello europeo.

Quando la mobilitazione precede l’ideologia. La nuova sfida delle piazze secondo Antinori

21 October 2026 at 11:57

Giorni di manifestazioni, scontri, vetrine rotte tra Milano, Torino, Bologna, disordini che hanno portato l’esecutivo a reagire. Ieri sera il governo ha infatti risposto con un decreto sicurezza (l’ottavo): reato di violenza organizzata nelle manifestazioni, fermo preventivo esteso ai luoghi affollati e ai minori sopra i sedici anni, 500 militari in più a Milano. Ma la norma risponde al “come”, non al “che cosa”. Il ministro della Difesa Guido Crosetto parla di guerra ibrida, il vicepremier Matteo Salvini esclude una regia. Il titolare degli Interni, Matteo Piantedosi, invita a non sottovalutare: “Qualcosa è successo”. Per capire che cosa, Formiche.net ha parlato con Arije Antinori, professore di criminologia alla Sapienza di Roma e Senior Leading Expert dell’Eu Knowledge Hub on Prevention of Radicalisation. Il suo avvertimento: la mobilitazione può precedere l’ideologia.

Professor Antinori, siamo davanti a una saldatura tra antagonismo politico e giovanissimi?

Non parlerei ancora di una saldatura organica, quanto piuttosto di una convergenza reticolare, fluida e potenzialmente ibrida, nella quale attori politicamente strutturati interagiscono con soggettività giovanili meno o scarsamente ideologizzate. Il dato significativo è il possibile incontro tra radicalizzazione politica, devianza relazionale, comportamenti reazionari e mobilitazione cyber-sociale. La piazza diviene uno spazio di convergenza situazionale tra entità e soggetti con motivazioni differenti, non necessariamente riconducibili a un progetto comune. Ancora una volta, è necessario osservare sempre più spesso identità “connettive” che si coagulano offline.

Negli ultimi mesi si è parlato molto di “maranza”. È una chiave di lettura utile?

Evitando qualsiasi generalizzazione stigmatizzante, può rappresentare una chiave di lettura della componente identitaria e non ideologica della crescente conflittualità. Attenzione, però, a giocare con le facili etichette. La novità è data dalla convergenza, che può essere prevalentemente comportamentale anziché ideologica: non occorre condividere la medesima visione politica per partecipare a quanto abbiamo visto. L’elemento da monitorare è l’eventuale passaggio dalla co-presenza occasionale alla cooperazione ricorrente, serializzata, soprattutto quando si osservano processi, in un certo senso, di “normalizzazione” della violenza.

Crosetto parla di guerra ibrida, Salvini nega una regia russa. La pista russa regge?

La questione non è tanto se la Russia organizzi le piazze italiane, ipotesi che richiederebbe evidenze investigative concrete, tra l’altro con sempre più ricorrenti criticità in ambito europeo di attribuzione. Il punto è se e quali attori ostili possano trasformare opportunisticamente conflitti sociali endogeni in strumenti di destabilizzazione strategica, anche post-riot, nella fase di apparente ritorno alla quotidianità.

È qui che diventano centrali i concetti di mobilitazione e weaponizzazione, ossia la strumentalizzazione intenzionale di vulnerabilità e fragilità del tessuto sociale attraverso narrazioni o dinamiche conflittuali preesistenti. Nell’ambiente informativo contemporaneo non è necessario controllare direttamente un movimento, la cosiddetta “regia occulta”, per tentare di influenzarne la rappresentazione pubblica o amplificarne tanto gli effetti polarizzanti quanto gli impatti.

Che cosa serve per capirlo?

La sola analisi offline degli attori nel corso del loro agire violento non è sufficiente a comprendere la complessità cyber-sociale ed ecosistemica del fenomeno. Servono il riconoscimento dei “segnali deboli”, dei metalinguaggi microcomunitari, delle anomalie di amplificazione, delle campagne e azioni coordinate, dei contenuti manipolati o completamente sintetici, delle reti di influenza, nonché di eventuali connessioni finanziarie e operative.

Dove passa il confine tra suggestione e attribuzione?

La distinzione fondamentale è tra sfruttamento propagandistico, accelerazione dell’odio online, interferenza informativa ed eterodirezione operativa. Confondere tali livelli significherebbe trasformare un rischio strategico credibile in un’attribuzione priva di adeguato fondamento probatorio e facilmente manipolabile sul piano politico. Ovviamente, in questo caso, mi riferisco a una politica con la p minuscola: l’irresponsabile sfruttamento degli eventi e della portata emotiva che hanno per la cittadinanza per meri interessi partitici.

Pro Pal e sicurezza nazionale: dove finisce la protesta politica?

La protesta politica, anche quando esprime posizioni radicali, non costituisce di per sé una minaccia alla sicurezza pubblica né a quella nazionale. Anzi, è l’ossigeno della democrazia. Il passaggio critico si verifica quando la radicalizzazione ideologica evolve verso la legittimazione, pianificazione, preparazione o esercizio della violenza eterodiretta.

Occorre distinguere almeno tre fenomeni: la radicalizzazione cognitiva, che riguarda l’adesione a visioni estreme; la radicalizzazione violenta, che implica l’accettazione della violenza come unico strumento politico; e la criminalità situazionale, che può manifestarsi durante una protesta senza una motivazione ideologica strutturata.

Le convergenze tra ambienti pro Palestina e antagonismo radicale sono un rischio?

Possono esistere sul piano simbolico, organizzativo e della mobilitazione, ma non dimostrano automaticamente una comune progettualità violenta. Il rischio più interessante, dal punto di vista della sicurezza, è la possibile ibridazione tra estremismo ideologico e conflittualità giovanile non ideologizzata. Una minoranza può tentare di utilizzare la mobilitazione, prima “connettiva”, poi collettiva, come ambiente di legittimazione, reclutamento e, ancora una volta, di normalizzazione del linguaggio violento e della violenza tout court. La sfida è isolare tali dinamiche senza criminalizzare il dissenso, evitando che la risposta istituzionale alimenti ulteriori processi di polarizzazione e vittimizzazione.

Anche in Francia si parla di “contagio”. Che legame c’è?

L’influenza francese indiretta di quanto sta accadendo, ma ormai accade da anni, osservando ad esempio la lunga persistenza dei cosiddetti Gilets Jaunes, va letta soprattutto attraverso il contagio dei repertori d’azione, la circolazione transnazionale degli immaginari e l’emulazione cyber-sociale. La dimensione francese è significativa perché consente di osservare un processo di transnazionalizzazione della conflittualità giovanile che non coincide necessariamente con l’esistenza di attori o entità transnazionali.

Assistiamo alla possibile circolazione e cross-fertilizzazione di linguaggi altamente simbolici o modelli comportamentali attraverso ecosistemi cyber-sociali che rendono estremamente permeabili i confini tra contesti nazionali, soprattutto per quanto concerne gli immaginari “connettivi”.

Il paragone tra i “maranza” e le banlieue funziona?

Può essere utile, purché non si confondano realtà sociali e storiche differenti, magari richiamando superficialmente il concetto di “seconda generazione”, in molti casi ormai terza, come passepartout interpretativo di un magma giovanile che deve essere profondamente conosciuto e ri-conosciuto.

Il punto non è soltanto l’influenza dell’antagonismo politico francese, ma l’interazione tra culture della protesta, sottoculture giovanili urbane, microculture online, contaminazioni di lungo termine della “cultura della violenza” e dinamiche di emulazione locali e microlocali. La dimensione online svolge una funzione di infrastruttura transnazionale: rende possibile la co-creazione e la condivisione di immaginari, la costruzione di appartenenze e la riproduzione di comportamenti, sempre più spesso “memetizzati” e “stickerizzati”, quindi popolarizzati a livello giovanile, talvolta in assenza di condivisione organizzativa, ideologica o pseudo-ideologica.

Come distinguere, allora, ciò che è semplice imitazione da ciò che è regia?

Distinguerei tra convergenza simbolica, imitazione comportamentale e coordinamento operativo. Solo quest’ultimo presuppone relazioni organizzative verificabili. La novità europea non consiste necessariamente nella nascita di un’unica rete antagonista, ma nella crescente capacità di fenomeni locali di alimentarsi reciprocamente attraverso circuiti cyber-sociali sovranazionali, dove si possono sostanziare anche interessi malevoli di Stati ostili o proxy.

Il governo ha risposto con un decreto. Da dove dovrebbe partire lo Stato?

Dal riconoscimento del fatto che non ci troviamo necessariamente davanti a un fenomeno unitario, omogeneo, monolitico. Devianza giovanile, criminalità, radicalizzazione violenta, mobilitazione politica e weaponizzazione sociale sono dimensioni differenti, che possono interagire ma richiedono strumenti di analisi e intervento specifici.

E l’intelligence?

Deve evolvere da un approccio prevalentemente organizzativo e compartimentato verso una capacità sempre più integrata, di lettura cross-dominio degli ecosistemi relazionali, territoriali e cyber-sociali. Nel mondo connettivo, ibrido, della post-verità, non è più sufficiente identificare e tracciare entità ed eventuali leadership. Diventa vitale, per la tenuta e la tutela democratica, comprendere profondamente i processi di costruzione identitaria e mobilitazione connettivamente determinati, le dinamiche di emulazione e gli eventuali tentativi di strumentalizzazione della conflittualità, sempre più “generativa” attraverso l’uso malevolo dell’Intelligenza Artificiale (MUAI).

Fermo preventivo, nuovo reato, più militari. Dove sta il rischio sul fronte dell’ordine pubblico?

Occorre mantenere una distinzione rigorosa tra esercizio del diritto di manifestare, condotte criminali ed eventuali segnali di concrete minacce estremistico-violente. L’intervento indiscriminato rischia di rafforzare proprio quelle narrazioni di delegittimazione istituzionale e autolegittimazione violenta che, soprattutto a livello giovanile, possono alimentare ulteriori processi di radicalizzazione, mobilitazione e weaponizzazione.

Ricordo che sono fenomeni molto diversi tra loro, che richiedono, a livello sia di threat sia di risk assessment, l’elaborazione di strumenti di indicazione appropriati, tanto offline quanto online. Insomma, bisogna uscire definitivamente, nell’analisi comportamentale o situazionale, dalla prospettiva “one size fits all”.

Che cosa significa, allora, prevenire?

La prevenzione, e soprattutto l’anticipazione, di cui iniziai a parlare ormai più di dieci anni fa, deve combinare intelligence “mirata”, de-escalation, interventi socioeducativi e contrasto alle operazioni di manipolazione informativa.

La sicurezza democratica non si misura soltanto nella capacità di contenere e mitigare la violenza, ma anche in quella di impedire che il conflitto sociale si trasformi stabilmente in antagonismo violento. Perché questo, con il tempo, significherebbe assenza di visione politica e di gestione delle istanze sociali, anche di quelle espresse talvolta in modo violento. Il che non significa assolutamente accettare o legittimare la violenza, che deve essere sempre condannata con rigore, ma comprendere la complessità destrutturante dell’odierno scenario giovanile.

Che ruolo ha la dimensione online?

Il fenomeno più significativo non è semplicemente il ritorno dell’antagonismo, ma la possibile trasformazione delle modalità connettive attraverso cui la conflittualità giovanile prende forma, si organizza e acquisisce visibilità. La dimensione online è cogente perché non rappresenta più soltanto uno strumento di comunicazione, ma un ecosistema cyber-sociale di costruzione identitaria, mobilitazione e potenziale radicalizzazione, dove comportamenti, narrazioni e reputazioni si alimentano reciprocamente.

E la violenza, in questo scenario, che cos’è?

Può divenire vettore di agentività, assumendo forme e significati differenti: strumento politico per alcuni, forma di affermazione identitaria per altri, opportunità criminale per altri ancora. È proprio questa eterogeneità che rende possibile la convergenza situazionale tra attori molto diversi e, contemporaneamente, offre opportunità di weaponizzazione ad attori altri, interessati ad amplificare la polarizzazione e la destabilizzazione del tessuto sociale. Soprattutto a livello locale, dove si sostanziano le principali vulnerabilità e fragilità strutturali per operazioni scalabili, al contempo interne ed esterne, che vedono reputazione e sicurezza nazionale come target principali.

Allargando lo sguardo. Qual è, in definitiva, la sfida per le democrazie europee?

Comprendere un modello di conflittualità nel quale la capacità di mobilitazione può svilupparsi più rapidamente della tradizionale strutturazione ideologica o organizzativa. Per tale ragione, prevenzione e anticipazione devono fondarsi imprescindibilmente sulla capacità di leggere le trasformazioni cyber-sociali delle identità giovanili, le dinamiche dei gruppi, le interazioni online-offline e i meccanismi attraverso cui la violenza può essere normalizzata, emulata o strumentalizzata. Attraverso la comprensione dei fattori di rischio, senza però trasformare il disagio giovanile, le sottoculture urbane o il dissenso politico in categorie o stereotipi del sospetto.

In conclusione, non necessariamente assistiamo a una radicalizzazione ideologica di massa. Come cerco di spiegare da tempo, non abbiamo più a che fare con le masse, ma con attori globalizzati fortemente individualizzati e connettivamente cybersocializzati: è tutta un’altra sfida rispetto al passato. Assistiamo a una trasformazione degli ecosistemi della conflittualità giovanile, nei quali la mobilitazione può precedere l’ideologia, la convergenza comportamentale può prescindere dall’appartenenza organizzativa e la dimensione cyber-sociale può accelerare tanto l’escalation quanto la sua strumentalizzazione strategica.

Gli italiani e la difesa, un rapporto ancora da costruire. Coticchia e Mazziotti spiegano perché

21 October 2026 at 11:06

Gli italiani si fidano delle loro Forze armate, ma questa fiducia non si traduce automaticamente nel sostegno al riarmo, alla deterrenza o alle missioni internazionali. È quanto emerge dal sondaggio realizzato da YouGov per l’Università di Genova all’interno di una ricerca sul rapporto tra gli italiani e il mondo della Difesa. I numeri descrivono bene la distanza: il 67,5% dichiara molta o abbastanza fiducia nelle Forze armate, ma solo il 35,2% le ritiene in grado di difendere l’Italia dalle minacce esterne e ancora meno si dicono favorevoli all’aumento delle spese militari. Per Fabrizio Coticchia, professore ordinario di Scienza politica all’Università di Genova, e Matteo Mazziotti di Celso, ricercatore presso la scuola Imt Alti Studi di Lucca, il risultato non sorprende, ma riflette trent’anni di narrazioni politiche sulla Difesa, aggravata da un dibattito pubblico concentrato quasi solo sulle spese a discapito delle ragioni della necessità dello strumento militare.

Spese militari e leva restano divisivi

L’Italia è un Paese pacifista? In parte. “Sicuramente gli italiani sono pacifisti, nel senso che sono critici rispetto all’aumento delle spese militari”, spiega Coticchia. Infatti, il 28,2% degli intervistati vorrebbe aumentare la spesa, il 33,9% ridurla e il 25,7% lasciarla così com’è. E chi è favorevole la vorrebbe finanziata a debito, non con nuove tasse né con tagli al welfare. Dati simili emergono anche rispetto al rischio personale. In caso di attacco all’Italia, il 31% dichiara che combatterebbe, mentre il 52,6% risponde di no. Il quadro, riassume Coticchia, è quello di “una riluttanza sia a spendere di più, sia a combattere”. Altro caso emblematico riguarda la reintroduzione della leva. Il campione si divide quasi a metà, col 45,2% di favorevoli e il 46,8% di contrari. Ma il dato cambia sensibilmente se si introduce la discriminante dell’età. “Sono molto più quelli che sono a favore fra le persone di una certa età rispetto ai giovani”, evidenzia Coticchia. Tra i 18-24enni, infatti, i favorevoli sono il 22,1%, mentre tra i 45-54enni il dato sale al 56,9%. In altre parole, a sostenere il ritorno della leva sono soprattutto coloro che, se venisse ripristinata, non sarebbero chiamati a farla.

Sensibilità e posizioni politiche

La difesa non è più un argomento bipartisan. “Sul tema della difesa ci si divide molto ormai”, osserva Mazziotti di Celso, e per l’Italia ciò rappresenta una dinamica “abbastanza nuova”. Contano l’età e soprattutto l’appartenenza politica, in linea con quanto segnala la letteratura scientifica, gli elettori tendono ad adottare le posizioni del partito che sentono più vicino. Sull’aumento della spesa, ad esempio, a favore è il 51,5% degli elettori vicini a Fratelli d’Italia, il 48% di Forza Italia, il 32% della Lega e il 26,8% del Pd; tra M5S e Avs prevale la richiesta di ridurla. Sulla politica estera, il 27,8% vuole che l’Italia faccia da sé, mentre il 24,3% punta sulla difesa europea. 

Dentro gli schieramenti ci sono anche delle sorprese. Il Movimento 5 Stelle è più vicino alla Lega nel preferire una politica estera autonoma, mentre Pd e sinistra guardano a Unione europea e Nazioni Unite. Il piano europeo Rearm Europe non convince né la destra radicale né la sinistra, di norma europeista: il 44,6% è contrario mentre il 28% favorevole. E proprio tra gli elettori leghisti, tra i più favorevoli all’uso dei militari per la sicurezza interna, si registra la minore disponibilità a combattere in caso di attacco al Paese (22,5%). Il populismo, invece, pesa meno di quanto ci si aspetti. “Non c’è una grande differenza tra populisti e non populisti”, dice Coticchia, che evidenzia come a distinguere di più rimanga l’asse destra-sinistra. Anche la classificazione delle minacce segue queste linee. In testa ci sono il cambiamento climatico (37,5%, soprattutto tra giovani e a sinistra) e l’immigrazione irregolare (32,5%, più tra gli anziani e a destra); l’aggressività russa è al 19,8%, sebbene il 50,5% degli intervistati giudichi probabile un attacco contro l’Europa. “Non è vero che non c’è questa minaccia”, sottolinea Coticchia, “anche se resta da capire di che tipo sia, ibrida o meno. Su questo c’è molta confusione”. 

Il confronto con le altre opinioni pubbliche europee

Rispetto alle opinioni pubbliche del resto d’Europa, le differenze sono poche, ma nette. Sulla fiducia nelle Forze armate e sul sostegno alla leva l’Italia è in linea con gli altri. Anche la scarsa voglia di combattere non è un’eccezione, fatti salvi i casi di Turchia, Paesi scandinavi e baltici. Lo scarto maggiore si riscontra sul tema delle spese militari. “L’Italia è molto più contraria all’aumento delle spese militari degli altri paesi, persino della Spagna”, spiega Coticchia, sottolineando che Madrid, pur opponendosi all’obiettivo del 5% del Pil, nell’ultimo anno ha aumentato le spese militari più di Roma. 

A colpire è anche lo scarto tra l’attivismo italiano all’estero e il sostegno in Patria alle operazioni multilaterali. “L’Italia cerca di aumentare la propria credibilità all’estero rispondendo di sì agli appelli di Nato e Unione Europea, ma a livello domestico si cerca di nascondere o diluire questo tipo di informazioni”. Comprensibile sul piano elettorale, ammette Coticchia, ma “totalmente controproducente nell’idea di sviluppare una cultura e una politica di difesa. Serve maggiore trasparenza, ma questa trasparenza rappresenta un costo politico che i partiti al momento non sembrano voler pagare”.

Come gli italiani vedono i militari

L’alto grado di fiducia espressa nei confronti delle Forze armate, spiega Mazziotti di Celso, va capita: gli italiani vedono la Difesa come “un’istituzione innocua, non pericolosa per la società e composta da gente onesta”. Ciò non solo in virtù di eventuali legami amicali o familiari con il personale in uniforme, ma anche per i benefici visibili in casa: attività come l’assistenza in caso di calamità naturali (82,2%), il supporto alle forze di polizia (67%) e l’operazione Strade sicure (il 77,7% vuole almeno mantenerla) registrano il maggior gradimento. Il peacekeeping e le missioni all’estero, attività più classicamente militari, si fermano invece al 45,8%. Nelle parole di Mazziotti di Celso: “Gli italiani vogliono bene alle Forze armate, però evidentemente non devono essere ‘troppo armate’ nei compiti che svolgono”.

Lo stesso meccanismo spiega perché minacce molto diverse (dalla crisi climatica alla Russia) finiscano sotto un unico ombrello. “Il ‘nemico’ nelle nostre operazioni militari non è mai stato citato, nonostante le nostre Forze armate siano state coinvolte in diversi combattimenti”, sottolinea Coticchia, “dall’Afghanistan a Mogadiscio”. L’Italia, come la Nato e l’Ue, ha adottato negli anni la logica della gestione delle crisi (crisis management), non quella della difesa da un avversario tradizionale, non solo sul piano dottrinario ma anche su quello comunicativo. Ciò, spiegano Coticchia e Mazziotti, ha contribuito ad associare sempre di più le Forze armate a compiti che non afferiscono direttamente alle competenze della Difesa. I ricercatori, ad esempio, citano il caso dell’impiego dei militari nella gestione dei flussi migratori. “È un problema di natura militare? Assolutamente no”, osserva Coticchia, “eppure è successo dagli anni Novanta, anche con governi di colore diverso, a partire dalla crisi in Albania”.

A complicare il tutto c’è poi una comunicazione pubblica poco chiara, avida di dettagli e troppo spesso demandata alla sola lettura degli atti burocratici, in grado di mettere in difficoltà persino gli addetti ai lavori nella valutazione delle iniziative e delle attività in corso. Vedasi, a tal proposito, il caso Task Force Arabia. Il problema è che tali forme di reticenza comunicativa alimentano a loro volta sospetto da parte dell’opinione pubblica, innescando un ciclo di mutua incomprensione che aiuta a spiegare i risultati, apparentemente paradossali, dell’indagine di YouGov.

Una cultura della difesa da costruire, ma insieme

Dunque, gli italiani si fidano delle loro Forze armate, ma le preferiscono quando svolgono incarichi di polizia, ritengono le minacce esterne reali, ma non vogliono aumentare le spese, mentre al Paese manca ancora un dibattito pubblico informato sui temi della difesa che, però, continua a preferire la voce degli opinionisti a quella degli addetti ai lavori. Come si esce dal paradosso? Non con le iniziative nelle scuole che, secondo Coticchia, che rischiano di produrre la reazione opposta e di far passare un messaggio sbagliato. Serve piuttosto un dibattito trasparente, anche se costoso politicamente: “Se come Paese vogliamo adottare delle scelte solide, strutturate, tali scelte devono essere scelte legittime, e la legittimità deriva dalla condivisione e dalla trasparenza”. La via maestra, secondo i ricercatori, sta nel perseguire un salto di qualità nella comunicazione, al pari di come hanno fatto gli Esteri e l’Intelligence. La Difesa, dice Coticchia, “dovrebbe farlo maggiormente, in maniera seria, coinvolgendo l’Accademia, la società civile e anche coloro che vi si oppongono”. 

Dall’altra parte, Mazziotti di Celso invita a una maggiore comprensione del pubblico nei confronti dei militari, che devono abituarsi a interagire con la società civile e temono un clima di ostilità nei loro confronti. Per questo, conclude, la responsabilità di fare dei passi avanti ricade su entrambi: “Le Forze armate devono aprirsi maggiormente alla società civile, interagire di più, dire di sì invece di dire di no, prendersi dei rischi”, e allo stesso tempo “la società civile deve fare uno sforzo di comprensione”, evitando giudizi ideologizzati e apriorismi. 

Dalle vetrine infrante alla guerra ibrida, la risposta del governo alle proteste. Parla Gardini

21 October 2026 at 09:18

I teppisti delle piazze italiane sono sfuggiti a una rete educativa che non ha funzionato, anche per colpa di una sinistra giustificazionista, che non boccia, che non punisce, che non indirizza. Il governo con il nuovo provvedimento varato in Consiglio dei ministri prova a cambiare registro. Lo dice a Formiche.net Elisabetta Gardini, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera che, partendo dalle devastazioni di Milano, analizza le cause politiche e gli effetti sociali di tali fenomeni. “Cosa è cambiato rispetto ai miei tempi? Ieri c’era la misura: non spaccavamo vetrine, non calpestavamo libri, non rubavamo abiti pur essendo tutti provenienti da famiglie monoreddito. Avevamo dignità e rispetto per tutti, docenti e istituzioni scolastiche”.

Scontri, manovra, elezioni: dove finisce il disagio e dove inizia l’infiltrazione?

Dinanzi a queste situazioni, prima ancora di capire se è un attacco ibrido o solo violenza, ci dovrebbe essere una condanna unanime, a maggior ragione perché gli autori sono minorenni. Occorre capire che esiste un limite che non può essere oltrepassato. Purtroppo la sinistra non riesce proprio a condannare senza poi dire “ma”. Per cui penso che alla base dei rapporti umani, delle relazioni familiari e anche dei rapporti tra amici ci devono essere delle linee che non si possono superare. I tumulti ci raccontano che purtroppo sono state superate abbondantemente. Bisogna essere inflessibili, occorre un’alleanza della politica con chi ha un ruolo educativo e un ruolo dirigente nel Paese. Non riusciamo ad uscire da questa palude nella quale la sinistra sembra sguazzare bene. Più c’è caos e più le opposizioni sono contente: ciò lo considero gravissimo. In Aula abbiamo anche chiesto alla sinistra di sottoscrivere la proposta di legge di Fratelli d’Italia in discussione generale sulla cittadinanza, ovvero che in presenza di atteggiamenti del genere bisognerebbe fermare il processo per la cittadinanza italiana e intraprendere un percorso di ripensamento e di rieducazione, in attesa di una seconda possibilità.

Il Cdm ha dato il via libera al nuovo decreto sicurezza e criminalità minorile, oltre a 500 agenti in più a Milano. Come rispondere a chi vi accusa di suonare il solito ritornello di “regole e disciplina”?

Finalmente c’è anche per i minorenni il fermo preventivo. Significa che questo governo non insegue l’emergenza, ma interviene quando è necessario affrontare un problema che purtroppo si è manifestato in tutta la sua drammaticità. Confesso che nessuno avrebbe mai immaginato di vedere bambini di undici anni che vanno a sfasciare vetrine per prendersi l’ultimo paio di scarpe alla moda. Bisogna prendere dei provvedimenti ed è chiaro, come osservato dalla ministra per la Famiglia Eugenia Roccella, che anche per i minorenni si lavora su due binari, la prevenzione e la repressione. Noi abbiamo con i nostri provvedimenti diminuito la dispersione scolastica: mi sembra un grandissimo risultato di cui andiamo fieri. Però non bisogna neanche fare l’errore di identificare questi violenti, che sono una minoranza, con tutti gli altri giovani: quattro scalmanati non rappresentano la totalità degli studenti. Non è così oggi e non era così anche ai miei tempi.

Cosa è cambiato rispetto a 40 anni fa?

Ricordo che mio padre mi accompagnò a sporgere una denuncia contro ignoti perché un picchetto mi impedì di entrare in classe. Io volevo entrare in classe, ma qualcuno non era d’accordo. Anche ieri, erano sempre i pochi a piantonare l’ingresso della scuola, al liceo classico Tito Livio, che frequentavo. Ma a differenza di oggi c’era la misura: non spaccavamo vetrine, non calpestavamo libri, non rubavamo abiti pur essendo tutti provenienti da famiglie monoreddito. Avevamo dignità e rispetto, per tutti, docenti e istituzioni scolastiche. Ci approcciavamo a qualsiasi lavoro, pur di andare avanti nella vita. Sicuramente era un’altra epoca la mia, ma assieme alle mie amiche non potevamo permetterci boutique di alta moda e compravamo i giornali con cartamodelli. I vestiti ce li cucivamo da sole, nessuna di noi rubava, non spaccavamo le vetrine perché qualcuno voleva il modellino che aveva magari la compagna di banco. E siamo sopravvissute bene a quell’epoca. Oggi vedo persino qualche rapper fare sfoggio di tutto il lusso più sfrenato, per poi stigmatizzare la società dei consumi. Inoltre mi chiedo come sia stato possibile che ragazzini di 11 o 12 anni fossero in giro da soli per strada a sfasciare vetrine. Dov’erano i genitori?

Il ministro della difesa Guido Crosetto ha detto che i fatti di Milano “sono il frutto di quella che io chiamo guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre Nazioni ricorrendo a strumenti non convenzionali che si chiamano TikTok, social, YouTube, senza che l’Occidente se ne renda conto e in qualche modo reagisca”. Che ne pensa?

Evidentemente lui da ministro ha strumenti molto più tecnici, però è chiaro che di questa guerra ibrida stiamo parlando da molto tempo, così come si era notato anche durante il referendum sulla giustizia un certo movimentismo dei social, che aveva mandato a votare una massa consistente di giovani che non lo avevano mai fatto prima. La guerra ibrida è un qualcosa con cui ci si confronta e su cui si dibatte a livello internazionale. Il tema, quindi, abbraccia il concetto stesso di difesa ampia, ovvero non più intesa come spese per cannoni o carri armati: oggi la difesa ha tutto un altro approccio. Difesa, ad esempio, è analisi, scienza, indagini così come l’Italia sta egregiamente facendo sull’Artico. Giorni fa in commissione esteri è stata in audizione la sottosegretaria Isabella Rauti che ci ha illustrato cosa vuol dire oggi difesa, come portare il Paese nella modernità, come far sì che l’Italia non sia tagliata fuori dalle rotte commerciali, dalle materie prime, delle materie critiche e dalle strategie internazionali. Per cui occorrono giovani che si impegnano, che imparino con il nostro aiuto a costruire il futuro e non che aiutiamo invece a deprimere come ama fare la sinistra, che foraggia un clima distruttivo. Per la sinistra l’Italia dovrebbe sempre indossare la maglia nera ed essere sempre l’ultima della fila. Oggi vedo in Italia delinearsi una sinistra talmente estrema che l’intero campo largo potrebbe configurarsi con Melenchon.

Proviamo a andare oltre le vetrine infrante: quale il danno sociale per ragazzi irresponsabili e genitori giustificazionisti?

Premetto che oggi non è facile essere genitori, ma se un figlio di 11 anni circola da solo per tumulti, forse è lecito pensare che qualcosa ti sia sfuggito dalle mani. Come madre mi sento a disagio, anche se è vero che oggi è molto più difficile. Ma sarebbe utile capire come sia possibile che dei bambini così piccoli sfuggano ad una rete educativa, perché dovrebbero stare in una rete di protezione che, evidentemente, non ha funzionato. Quando ero al Parlamento europeo ricordo che i britannici mi dicevano che il minore è considerato tale fino a 14 anni, dopo occorre che risponda delle proprie azioni. Così come ricordo bene che in Belgio bocciavano tranquillamente anche alle elementari. In Italia invece no, la cultura di certa sinistra ha iniziato a convincere tutti che non bisogna bocciare, che bisogna capire, che non bisogna punire. Ed ecco i risultati nelle nostre piazze.

Dalle piazze alle minacce esterne. La tempesta perfetta sull’Europa raccontata dall’amb. Mattiolo

19 October 2026 at 16:59

Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Lo dice a Formiche.net l’ambasciatore Luigi Mattiolo, presidente italiano di Villa Vigoni, Centro italo-tedesco per il dialogo europeo, già Primo Consigliere alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Onu, ambasciatore a Tel Aviv, ad Ankara, a Berlino oltre che Consigliere Diplomatico del governo del Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi.

Caro energia, black bloc, non solo a Parigi, ma purtroppo anche a Milano, ed elezioni alle porte in mezza Europa: è la tempesta perfetta? E come potrà difendersi l’Unione europea?

Innanzitutto concordo con questa definizione di tempesta perfetta, perché effettivamente siamo in una fase in cui ci sono tre fattori esogeni che colpiscono in pieno l’Europa. Il primo, ovviamente, è l’atteggiamento dell’attuale amministrazione americana con riguardo alla difesa euro-atlantica e agli evidenti tentativi di trovare un accordo sull’Ucraina con la Russia, sulla testa dell’Ucraina e sulla testa dell’Europa. Il secondo è la minaccia russa sia che sia ibrida, sia che sia inafferrabile, o anche retorica, ma comunque è sicuramente una minaccia, ed è sicuramente un fattore profondo di destabilizzazione in Europa, visto che ha portato un conflitto che non intende interrompere, evidentemente, nel cuore del continente. Il terzo è la Cina che comunque continua ad agire abbastanza spudoratamente sulle catene di valore di materiali critici e mette in difficoltà profonda l’industria e la capacità manifatturiera europea, con una esportazione direi massiccia se non selvaggia e di beni di consumo a prezzi assolutamente stracciati.

Su tutto questo poi impatta la crisi ucraina…

L’intervento di Zelensky al Consiglio europeo è stato particolarmente preoccupante, non solo perché ha coinciso con una fase in cui l’Ucraina è colpita al cuore nelle sue infrastrutture energetiche e nei suoi obiettivi, che ormai di militare non hanno nulla, ma sono semplicemente legati all’evidente disegno di scoraggiare e demoralizzare e terrorizzare la popolazione civile. Bensì c’è un’Ucraina che lamenta un appoggio strategico americano a dir poco a intermittenza, malgrado i 90 miliardi stanziati l’anno scorso dall’Unione Europea, che ormai, è bene ricordarlo, è l’unica che si fa carico dei costi della difesa ucraina in questa fase. Per cui Zelensky ha denunciato un buco l’anno prossimo di 30-35 miliardi: al momento non si vede dove l’Unione europea potrebbe andare a prendere quel denaro, a meno di non mettere mano alle riserve valutarie russe.

Con quali inconvenienti?

Si aprirebbe un autentico vaso di Pandora e personalmente capisco le perplessità del Belgio che, attraverso il meccanismo di Euroclear, finisce per essere quello giuridicamente responsabile in prima battuta della gestione e della protezione di quelle riserve. Ci sarebbe inoltre un discorso di credibilità dell’Europa come rifugio e detentore di riserve valutarie di qualunque Paese al mondo: ciò potrebbe avere delle ripercussioni gravissime e sarebbe per certi versi senza precedenti. In passato le riserve valutarie di un Paese sono state utilizzate molto spesso, ma si trattava di Paesi sconfitti, dopo un accordo di pace inevitabilmente penalizzante nei loro confronti. Ma non è questo ancora lo scenario, come sappiamo. E in più poi mi ha anche colpito questa annotazione che non voglio chiamare minaccia, perché non lo è, ma diciamo una pesante annotazione di Zelensky che ha detto chiaramente che in caso di sconfitta l’Unione europea dovrebbe far fronte a un’ondata migratoria di profughi. Francamente non penso che sarebbe altrimenti, perché dopo quattro anni di guerra e di martirio non so quanto i cittadini ucraini siano così pronti a cadere sotto il giogo della Russia vincitrice: quindi è chiaro che questo fenomeno andrebbe affrontato.

Come arriva l’Europa?

Nello scorso Consiglio europeo non sono stati fatti grossi passi avanti. Ha affrontato innanzitutto una situazione polarizzata, basta guardare alle violenze che hanno caratterizzato purtroppo le manifestazioni. Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Ma non è tutto.

Ovvero?

Se non si risolverà il terzo fattore di crisi, il bilancio dei prossimi sette anni, sarà credo sempre peggio. A seconda di quanto si troverà un compromesso tra questi grandi Paesi, potrebbe essere ancor più difficile trovare un compromesso, fare delle rinunce, “vendere” alle proprie opinioni pubbliche l’accordo trovato. Se ci fossero dei cambi di coalizione di governo in grandi Paesi europei come Francia e Spagna potrebbero trovarsi al potere delle forze politiche che viceversa hanno tutto l’interesse a mortificare ulteriormente il bilancio comunitario, mettendo assolutamente a repentaglio tutti quelli che sono gli obiettivi di cui parliamo da anni, come l’innovazione, la transizione e la difesa e quant’altro.

Ritiene che proprio in un momento simile, caratterizzato dalle policrisi, così come le ha definite l’altro giorno la Presidente del Consiglio, ci sia l’opportunità per l’Ue di crescere, magari sanando le proprie deficienze. E in che modo visto che si trova con le spalle al muro?

Questa volta sì, l’Ue è proprio messa con le spalle al muro. Ma essere messi con le spalle al muro può significare soccombere oppure tirarsi fuori dall’angolo e quindi fare scelte che solo fino a un momento prima sembravano impensabili. Come? Penso al caro energia, che pesa di più ed è quello che è alla base del disagio sociale che, al di là delle violenze terribili e delle strumentalizzazioni nelle piazze, è un dato di fatto. Io mi auguro, leggendo le conclusioni del Consiglio europeo, che si prenda di petto la questione calmierando i prezzi, tornando su quello che è un cavallo di battaglia dell’Italia da molti anni cioè il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica dal prezzo del gas. Perché in questa fase il primo kilowatt di energia elettrica prodotto con le rinnovabili, nel nostro caso con l’idroelettrico, con l’eolico e soprattutto con il solare, lo paghiamo al prezzo dell’ultimo kilowatt prodotto con il gas: nelle conclusioni del Consiglio europeo si insiste perché la Commissione proponga delle soluzioni su questo fronte. In realtà non è che la Commissione le soluzioni non ce le abbia, è che manca la volontà politica di tutti gli Stati membri perché non tutti sono nelle medesime condizioni. Alcuni hanno una quota di rinnovabili molto maggiore della nostra e quindi non hanno poi questo grande interesse al disaccoppiamento, ma è arrivato il momento di studiare dei meccanismi comuni: uno potrebbe essere quello di restituire al bilanci nazionali gli extraprofitti fatti sui primi kilowatt, visto che sono stati venduti tutti al prezzo dell’ultimo kilowatt. Però è necessario anche lavorare sulla domanda, cioè fare una domanda aggregata fra Stati membri, come l’Unione europea è stata capace di fare nel caso dei vaccini per la pandemia che rimangono un esempio unico, devo dire finora anche non ripetuto, ma sicuramente replicabile sul fronte dell’energia. Infine non va dimenticata la capacità di accumulo.

Come procedere?

Attraverso batterie dieci o venti volte superiori a quelle che esistono sul continente europeo, saremmo finalmente in grado di immagazzinare l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili in surplus e utilizzarla banalmente nelle fasce orarie in cui viceversa produciamo energia elettrica con il gas.

Perché un Pd più forte conviene anche agli alleati. La lettura di Nicodemo

19 October 2026 at 15:37

C’è un filo che lega il palco della Cgil, l’assemblea nazionale del Partito democratico e il dibattito, mai sopito, su chi dovrà guidare il centrosinistra nella sfida per Palazzo Chigi. È il filo della leadership, ma anche quello dell’identità: capire se il Pd possa costruire un’alternativa al governo Meloni senza annacquare il proprio profilo e, allo stesso tempo, tenere insieme una coalizione che resta attraversata da sensibilità diverse. Elly Schlein, dopo aver ribadito la propria linea davanti ai vertici e alla platea dem, sembra voler mettere un punto fermo: il candidato premier dovrà essere il leader del partito che raccoglie più voti oppure la scelta passerà dalle primarie. In ogni caso, lei è in prima linea per la corsa a Palazzo Chigi. Per Francesco Nicodemo, esperto di comunicazione politica, è il segnale di una leadership che cerca di consolidarsi dentro il partito e di proiettarsi all’esterno, in una fase segnata anche dalle tensioni di piazza e dal confronto sulla sicurezza. La sua lettura parte da una convinzione: oggi, per il centrosinistra, rafforzare il Pd non significa restringere lo spazio degli alleati, ma aumentare le possibilità di vittoria dell’intera coalizione.

Nicodemo, partiamo dall’assemblea nazionale del Pd. Schlein ha ribadito che il candidato premier sarà il leader del partito che prenderà più voti oppure si passerà dalle primarie. È un modo per chiudere la discussione sulla leadership?

Secondo me ieri Schlein ha ribadito una cosa molto chiara: questa è la via. O il leader del partito che prende più voti è quello indicato per fare il premier, oppure si fanno le primarie. L’assemblea nazionale è il luogo deputato a discutere delle linee politiche del partito e il fatto che lo abbia affermato in questi termini segnala che il Pd è compatto sui propri intendimenti. La candidata del Partito democratico alla presidenza del Consiglio è Elly Schlein.

Eppure, fuori dai luoghi formali, il dibattito nel centrosinistra sembra tutt’altro che chiuso. Si avverte una tensione tra chi punta sulla segretaria e chi immagina una leadership diversa?

A me pare che ci sia una comunità di intenti. Non vedo conflitti palesi. Devo dire che il Pd non mi è mai sembrato così formalmente unito su alcune scelte. Nei luoghi deputati a prendere le decisioni, il mandato verso Schlein è abbastanza chiaro. Poi è naturale che in una comunità politica ci siano sensibilità differenti e che il confronto prosegua. Ma bisogna distinguere il dibattito legittimo dalle divisioni che rischiano di essere raccontate come più profonde di quanto siano.

La segretaria è reduce anche dalla partecipazione alla manifestazione della Cgil. Quanto pesa questa presenza nella costruzione della sua leadership?

Mi sembra in palla. La presenza alla manifestazione della Cgil e l’assemblea del Pd sono due passaggi che giocano a suo favore. Ha mostrato di saper stare nei luoghi del conflitto sociale e, contemporaneamente, di tenere il partito dentro una linea politica riconoscibile. Sono elementi che rafforzano la sua posizione.

Il punto, però, è capire quale identità Schlein voglia dare al Pd. La sua idea di sinistra è un fattore di unità o rischia di allontanare una parte dell’elettorato moderato?

L’identità è esattamente il terreno sul quale Schlein ha vinto il congresso. La sua proposta politica si fonda sull’idea che la sinistra abbia il diritto di governare il Paese, senza dover rinunciare a ciò che rappresenta. Anche il fatto di essere una donna non conforme a determinati schemi costituisce un elemento della sua identità pubblica e politica. Non è una questione di immagine: è una proposta di società. Da questo punto di vista, la sua leadership è uscita rafforzata.

In una fase in cui il centrosinistra discute di alleanze e candidature, insistere sull’identità non rischia di complicare la costruzione della coalizione?

Credo che oggi accada quasi il contrario. Se guardiamo al sistema politico e alla legge elettorale proporzionale, emerge con maggiore chiarezza la necessità che ogni forza politica abbia un’identità riconoscibile. Chi si sente più centrista può scegliere altre proposte, come quelle di Ruffini, Onorato o Renzi. Chi si riconosce in una posizione antisistema può votare il Movimento 5 Stelle. Chi ha una cultura socialdemocratica può scegliere il Pd. La competizione passa anche dalla capacità di dire con chiarezza chi si è e che cosa si vuole fare.

Quindi la stagione delle grandi coalizioni costruite soprattutto per contrapposizione all’avversario è finita?

Non direi che sia finita, ma non basta più. Dal 1994 il centrodestra ha dimostrato una capacità di stare insieme che dall’altra parte è sempre stata più faticosa e accidentata. Oggi, però, l’identità e i valori di sinistra possono rappresentare un fattore premiante. È qualcosa che vediamo anche in Europa. Pensiamo a Pedro Sánchez: la sua piattaforma è fortemente identitaria, socialista, e proprio questa nettezza contribuisce a definirne il profilo. Il centrosinistra deve smettere di considerare la propria identità come un problema da contenere e cominciare a considerarla una risorsa da mettere a valore.

Torniamo alle primarie. Giuseppe Conte ha più volte manifestato la propria disponibilità a parteciparvi. Sarebbe una competizione utile o il rischio è quello di aprire una nuova stagione di conflitti?

Conte ha sempre detto di essere disponibile a correre alle primarie. Io penso che ci sia tutto l’interesse a trasformarle in una competizione dalla quale escano tutti più forti. Ma devono essere davvero primarie di popolo, capaci di mobilitare persone, energie e partecipazione. Se diventano soltanto una contesa tra gruppi dirigenti, con l’obiettivo di misurare i rapporti di forza interni, allora il rischio è concreto. Le primarie devono servire a costruire una leadership riconosciuta e una coalizione più solida. Altrimenti possono produrre l’effetto opposto.

Il Pd, dunque, deve arrivare alla sfida elettorale con una leadership già riconoscibile oppure lasciare aperta la partita fino all’ultimo?

Il centrosinistra vince se il Pd va bene e se la sua leader riesce a spingere. È un dato di fatto, che si vede anche sui territori. Rafforzare il Partito democratico significa innanzitutto rafforzare la coalizione. Per questo gli alleati dovrebbero essere contenti quando la leadership del Pd si consolida: un partito più forte può portare più voti e rendere più competitiva l’intera proposta di governo. Naturalmente, se si sceglierà la strada delle primarie, bisognerà farle nel modo giusto. La competizione non deve indebolire nessuno, ma mettere tutti nelle condizioni di vincere.

In questi giorni, intanto, il dibattito politico è stato attraversato anche dagli scontri e dalle proteste di piazza. Una parte del centrodestra tende a ricondurre questi episodi alla sinistra. È una lettura che condivide?

No, bisogna distinguere i contesti. Non stiamo parlando di manifestazioni sindacali o di iniziative organizzate da un partito, né di qualcosa che possa essere automaticamente ricondotto alla sinistra. Sono situazioni diverse, che vanno affrontate per quello che sono. Il tema riguarda la gestione dell’ordine pubblico, che è una responsabilità in capo al ministero dell’Interno. Fare un’equazione tra episodi di violenza e una determinata area politica rischia di impedire una valutazione seria dei fatti.

La sicurezza, però, è diventata uno dei terreni sui quali il governo Meloni rivendica maggiore iniziativa. La sinistra ha sottovalutato il tema, lasciandolo nelle mani della destra?

La sicurezza è un diritto sacrosanto e penso che a sinistra debba essere considerata alla stregua degli altri diritti fondamentali, come la salute e l’istruzione. Non esiste una contrapposizione tra sicurezza e diritti sociali. Il punto è capire quali strumenti siano davvero efficaci. Aggiungere nuovi reati o varare decreti che non producono risultati concreti non significa necessariamente rendere le persone più sicure. A mio avviso, questo governo non è stato efficace sulla sicurezza. È un tema sul quale servono competenza, capacità di analisi e soluzioni concrete, non soltanto annunci.

Chi potrebbe contribuire a riportare il confronto su un piano più concreto?

Mi piacerebbe vedere Franco Gabrielli ministro dell’Interno. È una persona che ha esperienza e competenza sui temi della sicurezza e dell’ordine pubblico. Credo che su questioni così delicate sia importante affidarsi a figure che conoscano a fondo i problemi e sappiano affrontarli con serietà. La sicurezza non può diventare soltanto uno slogan da campagna elettorale: deve essere una responsabilità di governo.

Alla fine, la sfida del centrosinistra è soprattutto scegliere il proprio candidato o costruire un progetto riconoscibile per il Paese?

Le due cose non sono separate. Una leadership forte serve se riesce a dare una direzione politica e a rendere riconoscibile una proposta. Schlein ha vinto il congresso su una precisa idea di sinistra e oggi il Pd, almeno nei suoi passaggi formali, appare compatto nel sostenerla. Da qui bisogna partire: consolidare il partito, definire una piattaforma credibile e costruire una coalizione che non abbia paura di confrontarsi sulle differenze. Se poi si sceglieranno le primarie, dovranno essere uno strumento di partecipazione e di rafforzamento collettivo. È così che si può provare a vincere, non trasformando la scelta del candidato in una guerra preventiva tra alleati.

L’autonomia europea non sia una ripicca contro gli Usa. Parla Fidanza

19 October 2026 at 11:26

Come ogni anno l’appuntamento promosso dalla Niaf con la floridissima comunità italoamericana, nell’ambito delle celebrazioni del Columbus Day, rappresenta anche l’occasione per fare il punto sulle relazioni bilaterali tra Italia e Stati Uniti. Relazioni che rimangono solidissime, nonostante le recenti divergenze tra Trump e Meloni. Lo dice a Formiche.net il capodelegazione di FdI al Parlamento europeo Carlo Fidanza.

Qual è lo stato delle relazioni Italia-Usa dopo le recenti polemiche?

Il lavoro sulle cose concrete non si è mai fermato, anche grazie all’ottimo contributo dell’ambasciata italiana negli Usa guidata dall’ambasciatore Marco Peronaci e dell’ambasciatore americano a Roma Tillman Fertitta, così come dell’impegno di realtà consolidate come l’American Chamber of Commerce italiana. Continua il flusso di investimenti da un lato e dall’altro. E i due governi hanno positivamente concluso l’accordo sulla Pax Silica, con l’adesione dell’Italia a questa alleanza strategica sui minerali critici che è davvero decisiva se vogliamo realizzare le transizioni senza aumentare la nostra dipendenza dalla Cina.

Quale può essere ruolo geopolitico dell’ Italia?

L’Italia continua a credere nella Nato che oggi più che mai deve trasformarsi da alleanza militare ad alleanza geopolitica, coinvolgendo i Paesi likeminded che sono ancora fuori dall’orbita cinese. L’Italia porta in dote la sua proiezione nel Mediterraneo, la straordinaria intuizione del Piano Mattei per l’Africa, la solidità dei rapporti con i Paesi del Golfo, un protagonismo crescente in America Latina grazie all’allineamento politico con i nuovi governi conservatori del continente, in attesa di ulteriori buone notizie dal Brasile. Questo è il frutto della stabilità del nostro governo e della straordinaria abilità di Giorgia Meloni.

Qual è lo stato di salute del nostro export verso gli Usa?

I dati del nostro export sono eccezionali e crescono anche negli Usa nonostante i dazi. Soffriamo un po’ sul food and wine ma cresciamo grazie alla straordinaria capacità di adattamento della nostra manifattura e grazie ai risultati del settore farmaceutico. Su quest’ultimo, però, bisogna intervenire per limitare i danni derivanti dall’applicazione da parte americana del principio della Most Favoured Nation, che rischia di compromettere competitività e ricerca.

Quali i settori più promettenti?

Oltre alla farmaceutica e alle scienze della vita, ovviamente rimaniamo fortissimi nella meccanica. Abbiamo possibilità di sviluppo importanti nella difesa, estendendo questo concetto allo spazio e al dominio sottomarino, senza dimenticare la cantieristica navale su cui Fincantieri vanta ormai una presenza consolidata negli Usa. E poi abbiamo la grande opportunità di ritagliarci un ruolo nella super-intelligenza fisica, a partire dalla robotica umanoide, che è il luogo dove la super-intelligenza generativa incrocia la manifattura in cui siamo maestri. Senza dimenticare la primogenitura che Giorgia Meloni ha avuto nel porre il tema della governance globale dell’AI, a cui ha dedicato parte importante del G7 italiano, e che ora si arricchisce di una nuova opportunità promossa da AmCham Italy: fare di Milano non soltanto l’hub italiano dell’AI ma la sede di una nuova agenzia mondiale per la governance etica della super-intelligenza.

Cosa deve fare l’Ue?

Il consolidamento degli accordi di Turnberry è fondamentale. Abbiamo sempre sostenuto, a ragione, che un accordo anche non perfetto sarebbe stato meglio di un non accordo e di una conseguente guerra commerciale. L’Ue si è dotata di salvaguardie aggiuntive. Bisogna continuare a lavorare su settori come acciaio e alluminio e anche sulla lista dei prodotti alimentari esclusi dai dazi al 15%. E dobbiamo maneggiare con cura il grande elefante nella stanza, quello della tassazione digitale e delle multe alle Big Tech. Regole chiare e semplificazione sono la risposta. Infine, non dobbiamo sottovalutare l’impatto potenziale che le nuove norme doganali varate dall’amministrazione Usa a fine settembre possono avere sui nostri esportatori, soprattutto sulle Pmi.

L’autonomia strategica europea come va perseguita?

L’Ue fa bene a provare a costruire filiere con una percentuale maggiore di Made in Europe, ma l’autonomia strategica deve rimanere aperta, differenziata per settori in base alla nostra possibilità di costruire catene del valore realmente europee e non soltanto francesi, come vorrebbe qualcuno. Di più, l’autonomia strategica europea non deve essere una ripicca quotidiana contro un alleato ritenuto non più affidabile ma una politica industriale intelligente. Il contrario di quello che l’Ue ha fatto con il Green Deal, che ha massacrato le nostre imprese consegnandoci alla Cina. Da qui la coraggiosa battaglia di Giorgia Meloni contro il sistema Ets. Ecco, sulla transizione green qualche schiaffone arrivato da Trump credo debba aiutare l’Europa ad aprire gli occhi.

Ucraina e Iran: il contributo italiano e le mosse di Bruxelles.

Meloni ha espresso chiaramente il nostro giudizio su questo accordo e il sostegno alla tregua reciproca sulle infrastrutture energetiche. Mi auguro che, superate le midterm, si possa tornare a ragionare di una spinta forte alla pace in Ucraina senza umiliare Kyiv. E poi si deve trovare un modo dignitoso per chiudere questa avventura in Iran mettendo il regime di Teheran nelle condizioni di non nuocere. Il peso della doppia crisi geopolitica si sta rivelando troppo elevato, per l’Europa e per l’Italia in particolare.

Prigionieri di un copione

18 October 2026 at 11:00

 🎭 Due sabati fa siamo partiti dal volo Flydubai e dall’«11 settembre sventato» evocato da Netanyahu: come si scrive un copione prima dei fatti. Sabato scorso siamo scesi nella mente: perché crediamo anche a ciò che non è vero, e chi decide la «gabbia di realtà» dentro cui discutiamo. Stasera facciamo il passo successivo, quello che ci eravamo promessi: quando la cronaca somiglia a un brutto film di fantascienza, dove finisce la realtà e dove comincia la sceneggiatura? Ne parliamo con Stefano Re, esperto di comunicazione e metacomunicazione, e Roberto Quaglia, scrittore e commentatore culturale e geopolitico. Intervista a cura di Jeff Hoffman

Affrontiamo insieme:
🛸 Realtà e fantascienza: quando la distopia smette di essere un genere letterario
🔒 La gabbia di realtà: chi la costruisce, e perché ci discutiamo dentro anche quando non ci crediamo
📺 Il potere dei media: crederci più di quanto crediamo ai nostri occhi
🎞 Hollywoodismo: l’ideologia invisibile che arriva prima dei telegiornali
🚫 Censura delle piattaforme: account sospesi, reportage cancellati, Parlamento che non parla..
⚖ Sovranità rovesciata
🎭 Governare per post: guerre annunciate sui social e kit di sopravvivenza in borsetta
🛡 Autodifesa cognitiva: diffidare soprattutto delle storie che ci piacciono

📚 I libri degli ospiti

Stefano Re
📖 Mindfucking. Dai manuali segreti della CIA al marketing, le tecniche di condizionamento mentale (Arianna Editrice)
📖 Mindfucking 2 (con Lorenzo Ait)
📖 La Scienzah. Quando la scienza si trasforma in fanatismo religioso (Arianna Editrice)
📖 Femdom

Roberto Quaglia
📖Guerra e pace e zombi. Democrazia totalitaria contro mondo multipolare, Youcanprint, 2025
Hollywoodism. The Invisible Ideology, Youcanprint, 2025
📖Il fondamentalismo hollywoodista. Viaggio in Iran alla scoperta dell’invisibile ideologia dell’Occidente, Youcanprint, 2020
📖Il mito dell’11 settembre. I versetti satanici della democrazia occidentale, Youcanprint, 2020

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🔴 Povoleri: dalla sceneggiatura alla guerra

17 October 2026 at 14:15

Un aereo che precipita per migliaia di piedi, un movente che cambia ogni giorno, un premier in campagna elettorale che incontra gli eroi davanti alle telecamere. E un’Europa che chiama pace la prossima tornata di sanzioni. Dopo aver visto come si fabbrica il consenso, entriamo nella sala di montaggio delle notizie di queste settimane: dove la cronaca prende la forma di un film d’azione e lo spettatore riceve il copione prima ancora dei fatti. Quando il cinema ha smesso di ribellarsi? Che ne è stato delle lezioni di Kubrick? Ne parliamo con Federico Povoleri, regista, documentarista e autore della trilogia Sub Limen e di Enigma Kubrick. Intervista a cura di Jeff Hoffman. 🧠 Di cosa parliamo: ✈ Il volo Flydubai FZ1073: lite tra piloti, pista iraniana, radicalizzazione, lupo solitario. Quattro generi narrativi in 48 ore. 🎭 Eroi, cattivi e “11 settembre sventato”: la grammatica hollywoodiana applicata alla cronaca. 🇪🇺 Più armi e più sanzioni per arrivare alla pace: come si costruisce una contraddizione che nessuno nota. 🛡 Qualcuno seguirà l’esempio di Kubrick e dei grandi registi italiani di una volta? George Orwell lo chiamava bipensiero: credere contemporaneamente a due cose opposte senza avvertire il conflitto. Oggi non serve più un Ministero della Verità. Basta un buon montaggio. 📚 LIBRI DELL’OSPITE 📖 Enigma Kubrick. Cosa raccontano davvero i suoi film? 📖 Sub Limen. La tua vita è un inganno (ARPOD / PlaceBook Publishing) 📖 Sub Limen 2. Alla conquista delle menti. Il lato oscuro di Hollywood (ARPOD / PlaceBook Publishing, 2022, prefazione di Massimo Mazzucco) 📖 Sub Limen 3. La Tana del Bianconiglio ▶ LE PRECEDENTI INTERVISTE A FEDERICO POVOLERI 🎥 Come ti fabbricano il consenso    • Come ti fabbricano il consenso   🎥 Federico Povoleri: la fabbrica della guerra    • Federico Povoleri: la fabbrica della guerra   🎥 Il nuovo mondo tra genocidi, trucchi mediatici e simboli esoterici    • Federico Povoleri: il nuovo mondo tra geno…   🎥 Realtà artificiale nella manifattura del consenso    • Realtà artificiale nella manifattura del c…   📡 CASA DEL SOLE TV: informazione libera e indipendente Casa del Sole TV non ha editori forti né finanziamenti pubblici: siamo sostenuti da voi, il nostro pubblico. Se credi nel valore di un’informazione che non tace, aiutaci a continuare. 💳 Bonifico: IBAN IT63P0326822300052392596590 Intestato a: LA CASA DEL SOLE EDIZIONI. Causale: Donazione Casa del Sole TV 🅿 PayPal: paypal.me/casadelsoletv ⏰ Sostegno ricorrente: casadelsole.tv/sostienici ⭐ Membership YouTube 👉    / @casadelsoletvchannel   — Analista Multipolare €5/mese — Inviato della Verità €15/mese — Architetto del Futuro €25/mese 📖 I LIBRI DI MARGHERITA FURLAN BRICS Scacco Matto (in italiano, inglese, russo) Anche un piccolo contributo fa la differenza. Grazie di cuore! ❤ #FedericoPovoleri #Propaganda #Narrazioni #Flydubai #Netanyahu #GuerraCognitiva #ManifatturaDelConsenso #SubLimen #EnigmaKubrick #Deepfake #Disinformazione #Multipolarismo #CasaDelSoleTV #JeffHoffman

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Trasformare le regole in un vantaggio competitivo. Le sfide dell’AI nella sanità europea secondo Leite (Unite)

17 October 2026 at 09:03

Ricardo Baptista Leite, fondatore e presidente di UNITE Parliamentarians Network for Global Health, guarda all’intelligenza artificiale in sanità dalla prospettiva che unisce governance, innovazione e capacità di implementazione. In questa intervista, pubblicata sull’ultimo numero di Healthcare Policy, spiega perché per l’Europa la vera sfida non sia semplicemente regolare l’AI, ma trasformare le regole in adozione concreta, facendo della “trusted scale” un vantaggio competitivo e indica nell’Italia un possibile laboratorio europeo per tradurre la leadership normativa in risultati clinici ed economici.

L’AI Act dell’Ue viene spesso discusso da una prospettiva normativa. A suo avviso, quali sono le maggiori sfide pratiche che i sistemi sanitari, gli operatori sanitari e gli innovatori devono affrontare nel passaggio dalla conformità normativa all’implementazione nel mondo reale?

La più grande sfida pratica è che la conformità viene troppo spesso trattata come un esercizio giuridico, mentre l’implementazione è fondamentalmente un esercizio di trasformazione del sistema sanitario.

In ambito sanitario, l’AI Act dell’Ue non opera in modo isolato. Le organizzazioni devono gestire la sua interazione con la normativa sui dispositivi medici, la protezione dei dati, lo Spazio europeo dei dati sanitari, la valutazione delle tecnologie sanitarie, gli appalti, i rimborsi e la responsabilità professionale. La difficoltà non consiste semplicemente nello stabilire se un sistema di AI sia conforme. Si tratta di sapere chi è responsabile quando quel sistema viene aggiornato, quando le sue prestazioni cambiano nel tempo, quando si comporta in modo diverso tra diverse popolazioni o quando viene integrato in un complesso flusso di lavoro clinico.

Il rapporto di HealthAI sull’AI Act dell’Ue, presentato lo scorso maggio in collaborazione con il World Economic Forum, ha individuato diverse lacune concrete. La proposta di suddivisione delle responsabilità tra le autorità orizzontali competenti per l’AI e gli organismi di regolamentazione dei dispositivi medici non è ancora stata pienamente testata nella pratica. Gli organismi di valutazione della conformità avranno bisogno di nuove competenze nell’AI e nella data science. I sistemi sanitari e gli innovatori più piccoli hanno inoltre bisogno di indicazioni chiare e accessibili, anziché dover interpretare autonomamente diversi regimi normativi sovrapposti.

Ma esiste un problema altrettanto importante dopo l’approvazione normativa. Uno strumento di AI può essere conforme all’AI Act e ai requisiti relativi ai dispositivi medici e tuttavia non raggiungere mai un paziente perché non esistono un codice di rimborso, un adeguato processo di HTA, un meccanismo di approvvigionamento, un budget per l’implementazione o un piano per la forza lavoro. L’approvazione normativa è quindi necessaria, ma non equivale all’adozione.

La conformità deve essere intesa come il punto di partenza, non come il traguardo. Una reale implementazione e scalabilità richiedono capacità istituzionale, evidenze cliniche, dati interoperabili, preparazione della forza lavoro, percorsi di finanziamento e monitoraggio continuo dopo l’implementazione. Ciò riflette un punto più ampio che ho sottolineato più volte: una governance responsabile non è ciò che impedisce l’adozione. È ciò che rende possibile un’adozione basata sulla fiducia e consente all’AI di andare oltre i progetti pilota isolati.

Il vostro rapporto identifica l’Italia come il primo Stato membro dell’Ue ad adottare una legge nazionale organica sull’AI, evidenziando al tempo stesso la frammentazione regionale e l’assenza di un percorso strutturato per il rimborso degli strumenti clinici basati sull’AI. Cosa dovrebbe fare ora l’Italia per trasformare la leadership legislativa in leadership clinica ed economica?

L’Italia ha già raggiunto un risultato importante: ha fornito una direzione politica e legislativa. La legge n. 132/2025 ha istituito il primo quadro normativo nazionale organico sull’AI adottato da uno Stato membro dell’Ue, comprese disposizioni specifiche per il settore sanitario. Stabilisce che l’AI debba supportare, e non sostituire, i professionisti sanitari; che la responsabilità clinica rimanga umana; e che i pazienti debbano essere informati quando viene utilizzata l’AI. Questa impostazione antropocentrica è coerente con l’approccio europeo e può contribuire a rafforzare la fiducia dell’opinione pubblica.

La lezione che emerge dall’Italia, e dagli altri Paesi esaminati nel nostro rapporto, è che la legislazione è necessaria ma insufficiente. L’Italia deve ora trasformare la leadership normativa in capacità operativa. Il suo sistema sanitario decentralizzato rende questo passaggio particolarmente importante. In assenza di approcci nazionali comuni alla valutazione, agli appalti, alla supervisione e al monitoraggio post-commercializzazione, le diverse regioni potrebbero adottare standard e percorsi differenti. Ciò può produrre disuguaglianze nell’accesso dei pazienti e rendere l’Italia un mercato difficile per gli innovatori, in particolare per le aziende più piccole.

L’opportunità più immediata consiste nel collegare la governance nazionale dell’AI, l’infrastruttura dei dati sanitari e i meccanismi di accesso al mercato. AGENAS (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) sta sviluppando una piattaforma nazionale di AI per l’assistenza primaria e territoriale, progettata per fornire un supporto non vincolante alle decisioni cliniche e alla prevenzione, mantenendo al contempo la responsabilità professionale. L’Italia ha inoltre attivato il programma nazionale 2026-2028 di Health Technology Assessment (HTA) per i dispositivi medici, che individua esplicitamente le piattaforme di AI e le terapie digitali come aree di attenzione. Si tratta di basi promettenti, ma l’HTA deve essere collegato agli appalti, al finanziamento e all’adozione, anziché diventare un ulteriore livello di valutazione isolato.

L’Italia potrebbe diventare un laboratorio europeo per l’implementazione di un’AI affidabile in ambito sanitario: sperimentando forme di supervisione congiunta tra le autorità, stabilendo requisiti probatori riconosciuti a livello nazionale, utilizzando appalti basati sul valore e valutando l’AI su diverse popolazioni regionali e in differenti contesti assistenziali. Il suo successo, in ultima analisi, non sarà giudicato dal numero di strategie o progetti pilota avviati, ma dalla capacità delle tecnologie sicure di migliorare l’assistenza in tutto il Paese.

Con l’AI in ambito sanitario che diventa parte della competizione geopolitica per la leadership tecnologica, come può l’Europa rafforzare la propria autonomia strategica senza frammentare la cooperazione internazionale? Quale ruolo distintivo potrebbe svolgere l’Italia?

L’AI in ambito sanitario è già parte della più ampia competizione geopolitica per la leadership tecnologica. Gli asset rilevanti non si limitano più agli algoritmi. Comprendono capacità di calcolo, infrastrutture cloud, dati sanitari, foundation model, catene di approvvigionamento dei semiconduttori, talenti scientifici, capacità di validazione clinica, ricerca farmaceutica, competenze normative e capacità di implementare la tecnologia su scala di sistema sanitario.

Tuttavia, eviterei di inquadrare tutto questo come una semplice competizione a somma zero tra Europa, Stati Uniti e Cina. La sanità è intrinsecamente interdipendente. Le malattie attraversano i confini, la conoscenza scientifica è globale e i segnali relativi alla sicurezza associati a un sistema di AI implementato in un Paese possono essere estremamente rilevanti per i pazienti di un altro.

L’autonomia strategica, quindi, non dovrebbe significare isolamento tecnologico o completa autosufficienza. Dovrebbe significare che l’Europa dispone della capacità di compiere scelte sovrane e informate: valutare in modo indipendente i sistemi di AI, proteggere e utilizzare responsabilmente i propri dati sanitari, mantenere infrastrutture critiche, sostenere gli innovatori europei ed evitare di diventare completamente dipendente da tecnologie che non è in grado di ispezionare, governare o sostituire.

La stessa Commissione europea collega sempre più l’adozione dell’AI in settori strategici, tra cui sanità, biotecnologie e farmaceutica, alla competitività e alla sovranità tecnologica. La sua Apply AI Strategy e l’AI Continent Action Plan mirano a combinare capacità di calcolo, dati, investimenti, competenze e sostegno all’adozione.

L’Italia può fornire un contributo distintivo attraverso l’AI applicata: validazione clinica, ricerca biomedica, innovazione farmaceutica e nelle tecnologie mediche, manifattura avanzata, assistenza territoriale e primaria e scienza della regolamentazione. Può inoltre fungere da ponte tra le istituzioni europee e la più ampia regione mediterranea.

I vincitori della competizione geopolitica non saranno necessariamente coloro che produrranno il maggior numero di modelli. Potrebbero essere coloro che sapranno integrare in modo sicuro l’AI nell’assistenza sanitaria, produrre evidenze affidabili, rafforzare la propria forza lavoro e generare benefici misurabili per le proprie popolazioni.

Cresce la preoccupazione che la regolamentazione possa rallentare l’innovazione rispetto a concorrenti come Stati Uniti e Cina. Come può l’Europa fare in modo che una governance responsabile dell’AI diventi una fonte di vantaggio competitivo, anziché un vincolo per i suoi sistemi sanitari e per il settore delle scienze della vita?

Il problema dell’Europa non è che regolamenta. Il rischio maggiore è che regolamenti senza creare le condizioni operative che rendano prevedibile la conformità e possibile l’adozione.

Una governance ben progettata può garantire certezza giuridica, ridurre il rischio per gli investimenti e fornire a medici, pazienti e sistemi sanitari la fiducia necessaria per utilizzare nuove tecnologie. In ambito sanitario, la fiducia non è un beneficio etico astratto. È una condizione pratica per l’adozione sul mercato. Una tecnologia di cui i medici non si fidano, che le autorità di regolamentazione non sono in grado di valutare o che i cittadini non sono disposti ad accettare non può raggiungere una diffusione su larga scala, indipendentemente da quanto sia sofisticata.

Ma l’Europa potrà trasformare la governance in un vantaggio competitivo soltanto se affronterà la frammentazione. Un innovatore non dovrebbe essere costretto a confrontarsi con interpretazioni, requisiti probatori, norme sugli appalti e sistemi di rimborso sostanzialmente diversi in ogni Stato membro. L’Europa ha bisogno di un mercato unico per l’innovazione sanitaria affidabile nella pratica, non soltanto nella legge.

Ciò richiede un coordinamento più chiaro tra l’AI Act dell’Ue, la normativa sui dispositivi medici e lo Spazio europeo dei dati sanitari; capacità adeguate tra le autorità di regolamentazione e gli organismi di valutazione della conformità; consulenza scientifica e normativa precoce per gli innovatori; sandbox regolamentari e ambienti di sperimentazione concreti; e percorsi più armonizzati dall’autorizzazione al rimborso e agli appalti. L’EHDS può diventare un importante asset competitivo, ma diverse delle sue componenti operative entreranno progressivamente in funzione, mentre le decisioni relative alla conformità e agli investimenti nell’AI vengono già prese oggi. Sandbox regolamentari, meccanismi di consulenza scientifica precoce e accordi volontari di condivisione dei dati tra sistemi sanitari possono già oggi ridurre la frammentazione e continuare a rafforzare il sistema una volta che l’EHDS sarà pienamente operativo.

L’Europa non dovrebbe cercare di vincere abbassando gli standard di sicurezza o imitando ogni caratteristica dei modelli americano o cinese. Dovrebbe competere attraverso una “trusted scale”: regole chiare, evidenze di alta qualità, accesso a dati sanitari diversificati, istituzioni pubbliche solide e capacità di implementare innovazioni sicure in un mercato di dimensioni continentali.

Come ho sostenuto pubblicamente, la governance non è un ostacolo all’innovazione. Senza sicurezza, evidenze, accountability e fiducia nella regolamentazione, l’AI rimarrà intrappolata nei progetti pilota. Con la giusta governance, può entrare nei sistemi sanitari e generare valore reale.

In sintesi, direi che l’Europa non dovrebbe essere costretta a scegliere tra velocità e sicurezza. Il suo vantaggio competitivo dovrebbe consistere nella capacità di ottenere entrambe.

Nei prossimi due o tre anni, a cosa dovrebbero dare priorità governi, autorità di regolamentazione e industria affinché l’AI produca miglioramenti misurabili negli esiti per i pazienti, nella capacità della forza lavoro, nell’equità e nella sostenibilità dei sistemi sanitari, mantenendo al tempo stesso la fiducia dell’opinione pubblica?

Darei priorità a tre aree.

In primo luogo, i governi devono investire nella capacità di implementazione. Ciò significa chiarire le responsabilità istituzionali, formare le autorità di regolamentazione e sanitarie, ampliare le competenze in materia di AI e data science negli organismi di valutazione della conformità e testare i meccanismi di supervisione prima che incidenti reali ne mettano in luce le lacune. Regole senza istituzioni capaci di applicarle non proteggeranno i pazienti né sosterranno gli innovatori.

In secondo luogo, l’Europa deve costruire percorsi credibili dall’approvazione all’impatto. I governi dovrebbero collegare la regolamentazione con l’HTA, il rimborso, gli appalti pubblici, l’interoperabilità e l’implementazione clinica. Il successo non dovrebbe essere misurato dal numero di strategie sull’AI, progetti pilota o appalti annunciati. Dovrebbe essere misurato attraverso gli esiti per i pazienti, diagnosi più precoci, accesso, equità, esperienza della forza lavoro, produttività e sostenibilità dei sistemi sanitari.

In terzo luogo, abbiamo bisogno di una governance dell’intero ciclo di vita. L’AI è diversa da un farmaco statico o da un dispositivo convenzionale perché le sue prestazioni possono cambiare man mano che i modelli vengono aggiornati, gli ambienti dei dati evolvono e i sistemi vengono implementati in popolazioni differenti. I governi hanno quindi bisogno di registri, tracciabilità delle versioni, monitoraggio delle prestazioni nel mondo reale, meccanismi chiari per la segnalazione degli incidenti e scambio internazionale dei segnali di sicurezza. Questa è una delle ragioni principali per cui HealthAI sta sviluppando meccanismi di collaborazione normativa e di monitoraggio degli eventi avversi tra i Paesi che fanno parte dell’HealthAI Global Regulatory Network.

Queste priorità devono coinvolgere fin dall’inizio i pazienti e i professionisti sanitari. La partecipazione non può essere puramente formale. Le persone interessate dall’AI devono avere un ruolo significativo nella definizione dei rischi accettabili, degli esiti rilevanti e delle condizioni di utilizzo.

Infine, dovremmo evitare quello che ho definito “AI Saviour Complex”. Il semplice inserimento dell’AI in un sistema disfunzionale non risolverà i problemi sottostanti di leadership, organizzazione o incentivi. La tecnologia può amplificare le capacità umane e istituzionali, ma non può sostituirsi alla chiarezza degli obiettivi.

L’obiettivo, quindi, non dovrebbe essere automatizzare i sistemi sanitari di oggi. Dovrebbe essere utilizzare l’AI per contribuire a riprogettarli verso una maggiore prevenzione, personalizzazione, accessibilità e connessione umana.

TUTTI A ROMA 24 OTTOBRE USCIAMO DALLA GUERRA!

16 October 2026 at 20:40

🎙 L’ impegno iniziato da Giulietto Chiesa per l’uscita dell’Italia dalla NATO trova seguito in questo ottobre 2026 dopo una raccolta firme promossa da Moni Ovadia, Alberto Bradanini, Margherita Furlan, Moreno Pasquinelli e tanti altri. L’appuntamento è a Roma il 24 ottobre. Ne parliamo con due dei promotori, Moreno Pasquinelli del Fronte del Dissenso e Filippo Dellepiane. Intervista a cura di Jeff Hoffman

🔥 No al riarmo, no all’esercito europeo, no alla guerra sotto le bandiere NATO e UE.
📜 Articolo 11: l’Italia ripudia la guerra. Lo ricordiamo , visto che chi governa sembra averlo dimenticato da molto tempo
🪖 Basi USA-NATO, sovranità limitata, strategia della tensione, caso Moro: la lunga storia di un Paese a cui non è mai stato permesso di scegliere.

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Theory of Victory, cosa c’è davvero di nuovo nella strategia Nato. Parla Gilli

16 October 2026 at 13:46

“La mia Theory of Victory è semplice”. Così il generale Alexus Grynkewich, comandante supremo alleato in Europa, ha presentato al Warsaw Security Forum lo schema con cui la Nato intende rispondere a un’eventuale aggressione russa. Lo schema prevede tre fasi: bloccare l’attacco iniziale, logorarne la spinta e infine spezzare le forze nemiche, negando a Mosca la possibilità di conquistare e mantenere territorio alleato. Ma è davvero così semplice? Quanto c’è di nuovo in questa impostazione, l’Alleanza ha le capacità per sostenerla e quale peso avrebbero l’assenza degli Stati Uniti o la tenuta politica dei 32 alleati? Per trovare una risposta a queste domande, Formiche.net si è rivolta ad Andrea Gilli, docente di Studi Strategici presso l’Università di St Andrews, che ha accettato di rispondere alle nostre domande.

La Theory of Victory esposta da Grynkewich sembra scostarsi ulteriormente dalla logica del “tripwire”, a favore di una vera e propria deterrence by denial, volta a difendere il territorio nella sua integrità. È la scelta giusta?

Va ricordato che la deterrence by denial è sempre stata la teoria della deterrenza della Nato, più che una sua theory of victory, più o meno da quando è stata abbandonata la Massive Retaliation di Eisenhower. Il tripwire rispondeva a un’esigenza precisa, quella di evitare un rischio di escalation senza esporre troppe truppe al fuoco avversario, e avere comunque un meccanismo che funzionasse. Se si guardano la Nato Command Structure e la Nato Force Structure, non cambia nulla. Grynkewich non dice che bisognerebbe fare di più. Espone, in modo più o meno chiaro, qualcosa che c’era già. La vera domanda è se questa sia una theory of victory o semplicemente un approccio operativo. Una theory of victory dovrebbe spiegare anche come l’avversario modifica le proprie percezioni e le proprie azioni in base a ciò che facciamo noi. Nel discorso di Grynkewich questo elemento manca.

Ad oggi l’Alleanza dispone delle capacità necessarie (potenza di fuoco, ISR, difesa aerea, attacco a lungo raggio, scorte di munizioni) per tradurre in pratica la struttura indicata dalla Theory of Victory? E le avrebbe anche senza gli Stati Uniti, in particolare negli abilitatori su cui oggi l’Europa dipende da Washington, (intelligence satellitare, rifornimento in volo, Sead, ecc.)?

Grynkewich sostiene, in sostanza, che la Nato è pronta. Resta da verificare se disponga davvero di tutte le capacità necessarie, per esempio in termini di scorte di munizioni o di guerra elettronica. Probabilmente oggi questa theory of victory è applicabile. Bisogna però capire per quanto tempo e con quale intensità, visti questi limiti. Sul piano convenzionale e su quello nucleare l’Alleanza è certamente forte, ma lo è grazie al ruolo degli Stati Uniti. Senza Washington sarebbe molto difficile, proprio per gli abilitatori che citi. A cambiare non sarebbe necessariamente l’esito finale, ma il livello di attrito da sopportare.

Considerando le prossime tornate elettorali, da cui potrebbero uscire vincitrici forze politiche poco favorevoli alla coesione dell’Alleanza, il fatto che 32 nazioni si uniscano per organizzare questo sistema di difesa, che Grynkewich presenta come un punto di forza, non potrebbe rivelarsi piuttosto un punto di debolezza?

La Nato funziona per consenso e, con tutte le critiche che possiamo e vogliamo fare alla Nato, è comunque un framework politico-diplomatico che alla fine ha funzionato, nel senso che si riesce a trovare l’accordo tra queste 32 nazioni che si impegnano. È ovvio che dei cambi di governo possono portare a dei cambiamenti, però ci sono anche 32 alleati. È ovvio che alcuni Paesi pesano più di altri, però il meccanismo è pensato in maniera funzionale. Altro discorso è se tanti Paesi si tirano indietro. Però, se guardiamo alle alternanze di governo che ci sono state in vari Paesi nel corso degli anni, il dissenso spesso è stato su alcune politiche, alcuni atteggiamenti, alcune posizioni. Sul lato militare non c’è nessun Paese che non voglia contribuire alla sicurezza collettiva, almeno finora, e questo ci fa realisticamente pensare che potrebbe continuare ad essere così anche in futuro.

Il Saceur sottolinea la “reattività” di questo approccio, specificando che all’eventuale invasore viene lasciato l’onere dell’escalation. Ma così non gli si lascia anche l’iniziativa, e l’opportunità di trovare un modo per aggirare il sistema difensivo o di manipolarlo a proprio vantaggio? (Sia in modo convenzionale, con uno scenario alla “fronte occidentale 1940”, sia sfruttando operazioni “sotto soglia”).

Il problema di fondo delle risposte militari, come osserva il Saceur, è che non si vuole essere costretti a rispondere in modo sempre più duro, perché questo può provocare un’ulteriore reazione. Serve quindi un approccio che lasci l’avversario con il cerino in mano, costretto a scegliere se incassare il colpo o rilanciare. Grynkewich lo considera un punto di forza perché lascia all’altro il burden of escalation, e la cosa ha senso. D’altro canto, è vero come suggerisci tu che si lascia anche l’iniziativa. Ma la questione non è soltanto relativa a questa theory of victory, ma alla natura stessa della Nato. Essendo un’alleanza difensiva, non vuole, e non può, adottare una postura intrinsecamente più aggressiva che riduca la gamma di scelte dell’avversario. È oggettivamente una criticità, ed è legata alle 32 nazioni di cui parlavamo. Una postura più aggressiva avrebbe forse più senso sul piano militare, ma non sarebbe sostenibile politicamente. Si tratta di un trade-off tra efficacia e consenso, che la Nato risolve in modo non perfetto ma quantomeno accettabile. O almeno, io la vedo così.

Tra l’altro in questa formulazione si può leggere tra le righe una rinuncia al first use nucleare, il beneficio politico c’è, ma il beneficio strategico quanto è pesante?

È giusto sollevare la questione, ma Grynkewich non ne parla, perché il suo discorso resta principalmente sul piano convenzionale. Bisognerebbe guardare alla questione del NC3 americano e capire fino a che punto l’impiego di armi nucleari passi dal Saceur e dal Nuclear Planning Group. Resta quindi una questione aperta di ambiguità, anche sul no first use, e la risposta si trova probabilmente in un documento classificato che la Nato non pubblicherà. Su due piedi direi che la rinuncia non c’è stata, soprattutto con Trump. Il no first use è stato un dibattito più legato agli anni di Obama.

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