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Sciopero generale 30 ottobre, 22mila persone preparano le proteste su 3 chat Telegram: “Vietato incitare alla violenza”

27 October 2026 at 16:20

Su Telegram procede l’organizzazione delle proteste, mentre Youssef Siher è agli arresti con l’accusa di terrorismo e il gruppo Movimento 17 ottobre ha chiuso i battenti. Prossimo appuntamento: lo sciopero generale del 30 ottobre contro il carovita. La linea emersa dalla chat Italia in piazza è chiara: nessuna violenza, aggregarsi alle proteste delle sigle e delle organizzazioni promotrici della piazza, seguire le loro istruzioni, nessuna contestazione autonoma. La via del saccheggio, dell’assalto alla proprietà privata di banche e negozi di lusso, è bocciata senza appello. Il primo messaggio di benvenuto in cima alla chat, fissato il 20 ottobre alle 19,10, è inequivocabile: “Purtroppo ci hanno ‘bannato’ tra mille virgolette i gruppi di Telegram, per questo abbiamo deciso di crearne un altro ‘questo qua’. Per questo però vorrei annunciarvi un punto critico. – NON bisogna ASSOLUTAMENTE INCITARE alla VIOLENZA, che sia verbale o altro”.

Luoghi, date delle contestazioni e imprevisti al corteo

Non è l’unico gruppo attivo sulla piattaforma di Pavel Durov. La pagina Piazze piene conta circa 16.224 iscritti (2308 nel gruppo di discussione a portata di link), quella di Mappa della rivolta 3.734. Italia in piazza, con 2.359 partecipanti, è erede della community WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre: la data non è un accessorio. Quel giorno sono esplose le guerriglie urbane durante le manifestazioni contro il carovita nelle principali città italiane. 24 ore dopo è nata la comunità virtuale Movimento 17 ottobre, su Telegram, “spenta” dagli amministratori il 23 ottobre, alla viglia delle contestazioni di sabato 24. Ma la piazza covava da mesi in altri luoghi del cyberspazio. Ora oltre 22 mila persone, sparse su 3 chat Telegram, seguono l’organizzazione delle manifestazioni di sabato 30 ottobre. Anche Piazze piene e Mappa della rivolta (con una grafica interattiva dei luoghi delle proteste) indicano una linea non violenta e di servizio. I partecipanti prima condividono luoghi e date delle manifestazioni in tutta Italia. Poi, il giorno delle proteste, in presa diretta scambiano dettagli sui cortei: l’orario e il punto del raduno, la direzione del corteo, indirizzi precisi, contrassegnando tutto con l’hashtag della città, per reperire le informazioni locali nell’oceano della pagina nazionale. Durante le contestazioni, ogni imprevisto è segnalato in diretta, in chat: ad esempio, i fermi delle forze dell’ordine. Sabato 24 ottobre, diversi manifestanti hanno messo in guardia gli altri con un messaggio di questo tenore: attenzione, autorità di sicurezza hanno voluto scattare una foto del volto accostato al documento di identità.

Il confronto tra le chat e la discussione su assalti ai negozi

Il tema della violenza è quasi totalmente estraneo alle 3 chat Piazze piene, Mappa della rivolta e Italia in piazza. Scarseggiano discussioni sull’opportunità di spaccare vetrine, assaltare negozi, occupare palazzi delle istituzioni e simboli del potere, banche in primis. Temi dibattuti nella chat Movimento 17 ottobre, spenta dalle autorità. Quest’ultima suggeriva strumenti tecnologici dove organizzare contestazioni al riparo dallo sguardo dallo Stato: Signal, app bluetooth come Briar e Session, GrapheneOS per cancellare ogni dato sullo smartphone. Nulla di tutto ciò appare nelle chat Telegram ancora attive, dove corre la protesta in vista del 30 ottobre. Per distinguere le due galassie della contestazione online, si possono contare i messaggi che contengono un invito alla violenza. Sono lo 0,14% (10 su 7140 messaggi) nelle chat Italia in piazza, salgono all’1,7 per cento nella pagina del Movimento 17 ottobre. “Sembrano percentuali irrisorie, ma sono circa 30 in media al giorno, dal 18 al 23 ottobre, 170 in tutto”, dice il Lorenzo Alvisi, dottorando dell’Imt di Lucca. Il ricercatore ha mappato le comunità online per una ricerca scientifica. E cita un altro numero: “Gli utenti che hanno invitato almeno una volta alla violenza sono il 12,1% per il Movimento 17 ottobre, contro l’1.7% del gruppo di Italia in piazza”, prosegue Alvisi.

“Italia in piazza”, restyling in corso: sparito sito e “fondatore”

La chat Telegram Piazze Piene è attiva da mesi, già al tempo delle proteste Pro Pal nel 2025. Mappa della rivolta da poche settimane. Italia in piazza è sbarcata sulla piattaforma di Durov il 7 ottobre scorso, erede della community WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre, battezzata i primi giorni del mese. Qui ha covato la protesta, per settimane, senza che nessuno fuori dalla bolla ne avesse sentore. Ad eccezione di pochissimi, allertati dai partecipanti: ad esempio, centri sociali e collettivi studenteschi milanesi. Ora la galassia Italia in piazza è in corso di restyling: il 20 ottobre, 19 chat telegram hanno lasciato il posto ad una sola pagina nazionale, dove sono confluite le “edizioni” locali. Venerdì 23 ottobre (tra le 12 e le 15) un altro cambiamento: sparito l’admin con il profilo Andrea, insieme al sito internet piazza-italia-hub.lovable.app, 24 ore prima dell’arresto di Siher. Nelle chat di Italia in Piazza Andrea si presentava come fondatore e TechDev, ovvero lo sviluppatore tecnologico. Firmava gran parte dei comunicati, non sappiamo se sia l’autentico creatore del gruppo. Degli altri 5 admin, ne restano in servizio solo tre. Due profili amministratori hanno abbandonato la discussione, per traslocare nella chat Movimento 17 ottobre tra il 18 e il 23 ottobre.

L’identikit: 40 per cento apolitico, in cerca di rappresentanza

Lorenzo Alvisi, con il supporto dell’Intelligenza artificiale Claude, ha tracciato l’identikit ideologico di Italia in Piazza. La gran parte degli iscritti non sa a che santo votarsi, non aderisce a partiti politici e non si sente rappresentato da nessuno. Ma è incline ad attivarsi politicamente, anzi lo desidera, attende solo la chiamata giusta. Nella ricerca sono classificati come antisistema: circa il 40 per cento. La sinistra, incluse le posizioni estreme, raduna un altro 40 per cento circa. Il 15 per cento è di centro. Di destra la quota del 5 con lo 0,5 di estrema destra. Oltre le idee, conta la tecnica: in Italia è il primo caso di proteste supportate dall’Intelligenza artificiale. “L’IA compare in più punti della mobilitazione – sostiene l’esperto – nelle chat i partecipanti discutono le locandine generate con l’IA, e tra gli strumenti diffusi nei gruppi c’è la ‘Mappa della Rivolta’, un sito il cui codice pubblico mostra che è stato costruito in larga parte con Claude e che prevede perfino un amministratore AI”. Un’architettura sofisticata e complessa: un sito ufficiale, circa 40 pagine connessi tra Telegram, Instagram e TikTok. Con migliaia di persone in cerca di rappresentanza.

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Microsoft vuole tagliare 60mila dipendenti, un quarto della forza lavoro: “Soldi da investire nell’AI”

27 October 2026 at 09:37

Sessantamila dipendenti, cioè un quarto della forza lavoro, da espellere in quattro Paesi per abbassare i costi fissi e avere soldi disponibili per investimenti in intelligenza artificiale. È il piano presentato da Microsoft che intende intervenire pesantemente sul suo assetto occupazionale in Usa, Canada, India e Gran Bretagna per allentare la pressione sulle sue finanze in modo da poter far fronte alle crescenti spese destinate ai data center a causa di un’elevata domanda legata all’intelligenza artificiale, a partire dai servizi cloud offerti ad aziende, come Anthropic e OpenAI.

Ad aprile, il gruppo di Redmond aveva già annunciato un primo piano di pensionamenti volontari, al quale poteva accedere circa il 7% dei dipendenti negli Stati Uniti, pari a 4.800 unità. Ora, secondo quanto riferito da un portavoce, la proposta è rivolta al personale di specifici team di Usa, Canada, India e Regno Unito con livello gerarchico pari o inferiore a quello di vicepresidente.

Restano esclusi alcuni gruppi di dipendenti, tra cui quelli che si occupano di data center, vendite e marketing. “L’offerta di uscita volontaria riflette un aspetto importante della nostra evoluzione nell’approccio al cambiamento: creare maggiore flessibilità e, laddove possibile, offrire ai dipendenti più opportunità per definire il proprio percorso futuro”, ha scritto in una nota al personale Amy Coleman, vicepresidente esecutiva e responsabile delle risorse umane di Microsoft.

L’iniziativa, che ha spinto i titoli a guadagnare in Borsa più dell’1%, “si basa su quanto appreso all’inizio di quest’anno attraverso il programma di pensionamento volontario”, ha aggiunto Coleman. Nel secondo trimestre, i principali concorrenti di Microsoft nel settore cloud – Alphabet e Amazon – hanno registrato un flusso di cassa disponibile negativo, mentre Microsoft è riuscita a mantenerlo in territorio positivo: 19,64 miliardi, in calo annuo però del 23%.

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Microsoft licenzia 60.000 dipendenti per finanziare IA, data center e cloud

27 October 2026 at 09:02

Microsoft impugna le forbici: la Big Tech di Redmond ha messo a punto una proposta di esodo volontario anticipato rivolta a circa 60.000 dipendenti dislocati fra Stati Uniti, Canada, India e Gran Bretagna.

La misura coinvolge circa un quarto della sua forza lavoro totale a tempo pieno e ha l’obiettivo di contenere i costi.

Microsoft, incentivi all’uscita 2026

Riducendo le spese legate al personale, Microsoft intende allentare la pressione sulle proprie finanze e far fronte ai crescenti investimenti destinati ai data center, spinti dall’elevata domanda di infrastrutture per l’intelligenza artificiale e dai servizi cloud offerti a realtà come Anthropic e OpenAI.

Secondo Reuters, Microsoft ha previsto 175 miliardi di dollari di investimenti in conto capitale per l’anno solare 2026. Il gruppo di Redmond deve inoltre rispondere alle aspettative degli investitori, che osservano con attenzione il rapporto tra le somme destinate all’intelligenza artificiale e i ricavi.

Nel secondo trimestre, Microsoft ha mantenuto positivo il flusso di cassa disponibile, pari a 19,64 miliardi di dollari, pur registrando una diminuzione del 23% su base annua. Nello stesso periodo, Alphabet e Amazon, due dei suoi principali concorrenti nel cloud, hanno registrato un flusso di cassa disponibile negativo.

La notizia del nuovo programma di tagli ha accompagnato un rialzo di circa l’1% delle azioni Microsoft nella seduta di lunedì 26 ottobre. Martedì 27 ottobre, le azioni hanno registrato un +1,5%.

L’iniziativa si rivolge al personale di specifici team con livello gerarchico pari o inferiore a quello di vicepresidente (livello 70 e inferiori).

Perchè Microsoft riduce il personale

Secondo quanto trapelato, la proposta coinvolge settori noti tra cui le divisioni legate a Windows, le esperienze IA, Copilot, la finanza, le risorse umane e la sezione Xbox, fra le altre. Restano invece esclusi dal programma alcuni gruppi specifici, tra cui gli addetti alla sicurezza informatica, alle vendite, al business commerciale, al marketing e alla gestione dei data center.

In una nota inviata al personale, Amy Coleman, vicepresidente esecutiva e responsabile delle risorse umane di Microsoft, ha descritto l’operazione in questi termini:

Questa offerta offre ai dipendenti idonei, che potrebbero valutare un futuro al di fuori dell’azienda, una nuova opportunità per affrontare tale transizione fin da subito, potendo contare su un adeguato supporto. Al contempo, fornisce alle organizzazioni aderenti un ulteriore strumento per adeguare il proprio organico alle mutevoli esigenze.

E ancora:

L’offerta di uscita volontaria è una novità per noi. Ne faremo tesoro. Allo stesso tempo, continueremo ad aiutare le persone a concentrarsi sul lavoro più importante, a sviluppare nuove competenze e, laddove opportuno, a trovare nuove opportunità all’interno di Microsoft.

I licenziamenti precedenti

Il nuovo piano arriva dopo altre iniziative con cui Microsoft ha cercato di ridimensionare la propria forza lavoro. In precedenza, l’azienda aveva già proposto un programma di pensionamento volontario rivolto a circa il 7% dei dipendenti statunitensi.

A luglio, inoltre, aveva annunciato la riduzione di 4.800 posti di lavoro a livello globale, pari a circa il 2,1% della forza lavoro, intervenendo anche sul comparto dei videogiochi Xbox e annunciando la cessione di un massimo di cinque studi.

Il contenimento dei costi attraverso tagli o uscite volontarie è una tendenza diffusa tra le Big Tech. Meta (Facebook, Instagram e WhatsApp) ha annunciato ad aprile un piano di ridimensionamento del 10% del personale (circa 8.000 lavoratori) per aumentare l’efficienza. Oracle a giugno ha ridotto la propria forza lavoro di quasi il 13%, tagliando 21.000 posti. Ed anche Amazon ha recentemente effettuato diverse riduzioni di organico.

Microsoft vuole risparmiare sulla forza lavoro per investire sull’intelligenza artificiale

27 October 2026 at 06:03

FILE - A Microsoft logo is seen on a screen as people listen at an event at Microsoft headquarters, May 20, 2024, in Redmond, Wash. (AP Photo/Lindsey Wasson, File)

Microsoft offre incentivi all’uscita volontaria a un massimo di sessantamila dipendenti, circa il ventisette per cento della sua forza lavoro globale. Il gruppo sta pensando dunque di assottigliare il numero di dipendenti, ma intanto investe centinaia di miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale e nelle infrastrutture necessarie a sostenerla. L’Associated Press scrive che il programma di tagli riguarda i dipendenti residenti in Stati Uniti, Canada, Regno Unito e India, fino al livello di vicepresidente.

Tra le divisioni coinvolte ci sono Xbox, Windows e Copilot, l’assistente di intelligenza artificiale integrato nei prodotti Microsoft. Restano esclusi, tra gli altri, i dipendenti che lavorano nelle vendite, nel marketing, nella cybersicurezza, nel quantum computing, nei data center e in alcuni gruppi di ingegneria. «Questa offerta dà ai dipendenti idonei che stanno valutando un futuro fuori dall’azienda una nuova possibilità di fare ora questo passaggio con il nostro sostegno», ha scritto Amy Coleman, responsabile delle risorse umane, in una comunicazione interna riportata dal Financial Times.

Il gruppo di Redmond, nello Stato di Washington, aveva circa 223mila dipendenti a fine giugno. La nuova iniziativa segue il programma di pensionamento volontario avviato a luglio per i lavoratori più anziani e con maggiore anzianità di servizio: oltre il trenta per cento degli 8.750 dipendenti interessati aveva accettato l’offerta. Questa volta, però, la partecipazione potrebbe essere inferiore, perché il programma non prevede incentivi aggiuntivi rispetto alle normali indennità di uscita.

Come detto, la scelta si inserisce in una fase di forte aumento degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Microsoft sviluppa modelli propri e costruisce o prende in affitto nuovi data center per rispondere alla domanda crescente di capacità di calcolo. A luglio ha confermato una previsione di spesa in conto capitale di centosettantacinque miliardi di dollari per l’anno fiscale e ha comunicato di aver firmato contratti di locazione per centotrenta miliardi di dollari di data center nel solo quarto trimestre fiscale.

Questi investimenti stanno però mettendo sotto pressione i conti. Secondo il Financial Times, il flusso di cassa libero è diminuito del ventitré per cento su base annua nell’ultimo trimestre, a 19,6 miliardi di dollari. L’azienda deve quindi trovare un equilibrio tra l’espansione delle infrastrutture e la gestione delle risorse.

Microsoft precisa che il programma di uscite non nasce specificamente per compensare i costi degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Riflette invece, secondo una fonte citata dal quotidiano britannico, la rapidità con cui sta cambiando il lavoro e la volontà dei vertici di favorire nuove forme di organizzazione. L’azienda continua infatti ad assumere in aree strategiche e a fare controfferte per trattenere i talenti contesi dai concorrenti. La riduzione volontaria del personale e la corsa all’intelligenza artificiale procedono dunque insieme, mentre Microsoft cerca di adattare la propria struttura a un settore sempre più costoso e competitivo.

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Che cosa resta ai matematici dopo l’avvento dell’Ai? La lettera di un collega preoccupato

26 October 2026 at 06:19

Nel casino che ha avvolto la comunità matematica da quando gli LLM (Claude, ChatGPT e simili) si sono messi a sfornare soluzioni di celebri problemi, si confrontano diverse opinioni sul futuro di questa meravigliosa disciplina, che probabilmente è solo il primo avamposto sotto attacco. Ho già parlato delle reazioni di alcune Medaglie Fields. Oggi vi propongo la lettera (qui in originale) che un collega francese di Télécom ParisTech, David A. Madore, ha scritto in risposta alla mail di uno studente preoccupato.

Condivido i sentimenti di base della lettera, ma sono più ottimista dell’autore: credo che si apra un periodo entusiasmante per un giovane matematico, sempre che la comunità riesca a scrollarsi di dosso un certo snobistico attaccamento al passato. Credo che i nuovi strumenti aprano orizzonti che ancora non riusciamo bene a immaginare, e che un giovane debba cavalcare questa tigre con coraggio. Qualche collega mi fa notare con delicatezza che è facile vederla così per me, in pensione da tempo; chi ha oggi studenti (soprattutto di dottorato di ricerca) non può non preoccuparsi per loro. Lascio quindi la parola a Madore.

Caro […],
non ti mentirò: la comunità matematica, me compreso, è estremamente preoccupata per ciò che sta accadendo. Alcuni colleghi sono più ottimisti di altri, ma tutti ci chiediamo verso dove stiamo andando (e il problema, ovviamente, va ben oltre la matematica).

In ogni caso, sono perfettamente d’accordo con quanto scrivi (e la tua email dimostra che hai colto molto bene la situazione). Anch’io sono convinto che le aziende che si occupano di IA non abbiano a cuore la scienza (se fosse così, avrebbero fornito maggiori dettagli, ad esempio sull’insieme dei problemi che hanno tentato di risolvere, sui mezzi impiegati, ecc.). Vogliono semplicemente addestrare e vendere i propri modelli; hanno scelto la matematica come terreno di scontro e di allenamento, e questo sta arrecando un danno enorme alla scienza. Respingo anch’io l’idea che la matematica possa ridursi a una sorta di «vibrazione matematica» – un «math vibing», come scrivi molto bene tu – in cui bisogna cercare di capire cosa un computer abbia elaborato, manipolato e infine vomitato in un file.

A mio avviso, lo scopo della matematica è comprendere il mondo, non risolvere problemi. I problemi aperti sono stati formulati nella speranza che fungessero da punti di riferimento per comprendere la realtà e scoprire nuove teorie, fungendo da stimolo per la ricerca e l’indagine. Le aziende di IA, invece, li utilizzano in modo ampiamente distruttivo, collezionandoli come trofei e fornendo soluzioni che non portano ad alcuna comprensione. Siamo in molti a essere arrabbiati.

Tuttavia, credo che sia stata anche, in parte, colpa nostra – come matematici – aver attribuito un’importanza eccessiva ai «problemi difficili» e alla gloria che deriva dalla loro risoluzione (come con la Medaglia Fields), e aver talvolta concepito la matematica come una corsa al risultato, anziché come una collaborazione volta a comprendere il mondo. Non so come andrà a finire, quindi non posso certo prometterti nulla. Ma so che «comprendere» è un’attività umana che i computer non possono svolgere al posto nostro (anche se risolvono i problemi meglio di noi, ciò non serve a nulla se non ci sono esseri umani a comprendere). Forse la ricerca matematica orienterà maggiormente il proprio interesse verso la ricerca di questioni stimolanti, punti di vista illuminanti o un’esposizione elegante — anche rivolta al grande pubblico — piuttosto che verso la corsa alla risoluzione di problemi complessi: è ciò che spero.

(«”Vorrei che tutto questo non fosse accaduto ai miei tempi”, disse Frodo. “Anch’io”, rispose Gandalf, “e così pure tutti coloro che vivono in tempi come questi. Ma non spetta a loro decidere. Tutto ciò che dobbiamo decidere è cosa fare con il tempo che ci viene concesso.”» — J.R.R. Tolkien, *La Compagnia dell’Anello*, libro I, cap. 2.)

Credo sinceramente che abbiamo bisogno di più matematici (umani!) per comprendere un mondo sempre più complesso e confuso; e anche per imparare, a seconda dei casi, a utilizzare l’IA in modo intelligente — senza per questo diventare noi stessi meno capaci di pensare — oppure a scegliere di non farne uso, ma in ogni caso a gestirla in modo utile.

Dunque, non posso farti promesse su ciò che accadrà domani. È evidente che hai compreso molto bene le difficoltà attuali (meglio di alcuni miei colleghi ricercatori). Capirei perfettamente se decidessi di abbandonare la matematica per un altro ambito […]: il senso di questo percorso formativo è proprio quello di permetterti di decidere cosa preferisci e cosa ritieni più interessante e utile. Ma ciò che posso affermare con certezza è che, se l’avvento dell’IA dovesse scoraggiare gli studenti più promettenti dal dedicarsi alla matematica, questo rappresenterebbe il danno peggiore che essa possa arrecare a tale disciplina.

Cordialmente,
David A. Madore

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L’analisi del Nobel Card: necessario tassare le rendite patrimoniali per aiutare giovani e clima

26 October 2026 at 06:00

L’impatto dell’intelligenza artificiale, la crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi e le disuguaglianze che penalizzano le giovani generazioni: questi sono stati alcuni dei temi al centro dell’intervento di David Card, Premio Nobel per l’Economia 2021.

Nel corso delle conferenze tenutesi durante la giornata di sabato 24 ottobre al Festival Internazionale dell’Economia di Torino, l’economista canadese ha tracciato una diagnosi severa sullo stato dell’economia globale, mettendo in guardia dai facili entusiasmi legati alle nuove tecnologie e denunciando le distorsioni di un sistema fiscale che grava quasi esclusivamente sui redditi da lavoro.

La crescita dei patrimoni e il ritardo della tassazione

Uno dei temi al centro dell’intervento di Card è l’analisi della disuguaglianza, che non deriva da una semplice differenza tra stipendi, ma dall’accumulo patrimoniale di pochi. Se la disparità salariale è rimasta sostanzialmente stabile dagli anni Novanta, l’aumento generale della ricchezza a livello globale si spiega solo con profitti d’impresa e rendite di capitale cresciuti a ritmi vertiginosi, lasciati indietro da una tassazione proporzionata. Il fenomeno è guidato dai colossi tecnologici e dalle grandi piattaforme digitali americane, come Meta, Amazon e Alphabet, che monopolizzano i mercati globali e ne estraggono valore.

Le piattaforme Usa e il ritardo europeo

L’Europa continua a produrre talenti di primo livello grazie a un sistema educativo pubblico di qualità, ma soffre di una cronica scarsità di offerta e di infrastrutture industriali in grado di gareggiare sul campo dove si gioca la vera partita. Il Vecchio Continente si ritrova così nel ruolo di puro consumatore di tecnologie statunitensi, incapace di trattenere il valore generato e di far fruttare i propri cervelli all’interno di player autoctoni.

Patrimoniali, reddito universale e sostenibilità dei bilanci

Dopo l’analisi, il Nobel canadese prova a tirare le somme per indicare possibili soluzioni. Il reddito universale viene considerato una vera e propria utopia assistenziale, finanziariamente insostenibile per le casse pubbliche di qualsiasi Paese: garantire un assegno, anche modesto, a un’ampia fascia della popolazione porterebbe i bilanci statali al collasso.

Il nodo fiscale resta tuttavia aperto. Un prelievo sulle grandi ricchezza e sui dividendi patrimoniali oggi non tassati adeguatamente rappresenterebbe la risorsa chiave per finanziare le grandi transizioni del nostro tempo:

  • investimenti per l’ambiente e per la transizione energetica;
  • rafforzamento dell’istruzione pubblica.

Oggi la pressione fiscale pesa in modo punitivo sui lavoratori dipendenti e sui giovani, costretti a versare un terzo del proprio stipendio per sostenere il sistema pensionistico e la spesa sociale a favore della popolazione anziana.

Il ruolo dell’Intelligenza Artificiale

Card ha ridimensionato anche la narrazione trionfalistica sull’Intelligenza Artificiale generativa. Non si tratta di una tecnologia a somma zero o priva di perdenti, perché i modelli linguistici stanno già mettendo in crisi la domanda di professioni che prima sembravano inattaccabili.

Ne è un esempio il settore del software: dopo un decennio di crescita esponenziale delle assunzioni tra il 2010 e il 2023, la richiesta di programmatori e ingegneri informatici tradizionali registra una fase di stasi. L’integrazione dell’AI nei processi industriali spinge i colossi tech ad arruolare meno personale di primo livello e a ridurre la progressione di carriera per i lavoratori intermedi. In questo modo, nei prossimi anni si rischia di penalizzare i neo-laureati e di aumentare la precarietà di chi si trova a pochi anni dalla pensione.

A PresaDiretta l’inchiesta sulla galassia di Vannacci su TikTok: “Migliaia di account sospetti registrati in Benin e Nigeria”

By: F. Q.
25 October 2026 at 10:59

Domenica 25 ottobre alle 20.30 su Rai 3, nuovo appuntamento con PresaDiretta. Il programma di Riccardo Iacona affronta il tema del rapporto tra Ai e democrazia; mentre PresaDiretta Open è dedicata al conflitto in Medioriente.

Palantir, il colosso fondato da Peter Thiel, è diventato il cervello tecnologico di Pentagono ed eserciti, mentre bot farm e macchine per la propaganda create con l’utilizzo dell’Intelligenza artificiale ci profilano e orientano il nostro voto, le telecamere ci osservano e gli archivi di oggi addestreranno le intelligenze artificiali di domani. Chi governa gli algoritmi, potrebbe governare anche noi? E poi un importante reportage da Gaza, tra annunci di ricostruzione, cantieri mai partiti e violenze mai cessate: che fine hanno fatto soldi e promesse?

PresaDiretta Open, nella prima parte della serata, si chiede che fine abbia fatto il Board of Peace, il Consiglio internazionale presieduto da Trump per guidare la ricostruzione di Gaza. Grazie alle immagini girate da Yasser, filmaker palestinese, PresaDiretta racconta una Striscia dove il 94% della popolazione è sfollato, dove l’Onu ha contato 1400 palestinesi uccisi dal cessate il fuoco a oggi e dove l’esercito israeliano controlla e occupa il 64% del territorio. La ricostruzione non è mai partita: il piano operativo del Board vale 2,45 miliardi, contro i 71 che servirebbero secondo l’ONU.

E poi la puntata Democrazia Artificiale. A Roma, a porte chiuse, Peter Thiel parla dell’Anticristo; intanto la sua creatura Palantir, azienda specializzata nello sviluppo di software e analisi di big data con la AI è diventata uno dei cervelli tecnologici del Pentagono e degli eserciti in guerra. PresaDiretta ricostruisce come i suoi software siano entrati nelle istituzioni di vari Paesi anche in Europa: nella sanità inglese e anche nei contratti della Difesa italiana, tra documenti che mancano o che non ci è permesso di leggere.

Queste stesse tecnologie non solo ci sorvegliano, ma soprattutto lavorano per influenzare il consenso politico. In Sassonia-Anhalt l’AfD ha appena stravinto le regionali soprattutto sui social, con una macchina della propaganda potentissima che funziona grazie alla AI. “Alternita”, il software di AI – scoperto dal gruppo di giornalismo investigativo Correctiv – sceglie le notizie più virali, scrive i post, genera immagini e gonfia le visualizzazioni e il consenso con migliaia di profili falsi. E le stesse tecniche sono già arrivate in Italia, dove su TikTok la galassia di Vannacci conquista i giovanissimi con meme e video creati con l’AI. Insieme a AI Forensics e Trollrensics, PresaDiretta ha ricostruito le origini di migliaia di account sospetti registrati in Benin e Nigeria.

Infine la crescente diffusione degli strumenti per la sorveglianza di massa: dagli Stati Uniti all’Italia, come vengono trattati i nostri dati biometrici, quelli sanitari, le informazioni finanziarie e in generale tutte le informazioni personali gestiti con l’Intelligenza Artificiale? Come li utilizzeranno le forze dell’ordine, per farne cosa e per quanto tempo?

Riflettori puntati, a chiusura di puntata, sulla truffa con cellule staminali portata avanti, anche con infusioni a domicilio, dalla società polacca BioCells Medical. Dopo l’inchiesta della scorsa edizione, PresaDiretta racconta i nuovi sviluppi sulle indagini giudiziarie, nazionali e internazionali. Le puntate di PresaDiretta sono visibili integralmente su RaiPlay.

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Cosa lega il Sessantotto alle contestazioni di oggi? Attenzione alla trappola della Storia che si ripete

25 October 2026 at 06:09

Impossibile resistere alla tentazione di tracciare, se non un parallelo, una linea di contatto tra il ‘68 e la attuale contestazione studentesca. Ma bisogna fare molta attenzione a non cadere nella trappola della Storia che si ripete, perché la Storia sta cambiando radicalmente. Allora c’era lo Stato e noi, oggi c’è lo Stato, noi e l’intelligenza artificiale – o come è comunemente nota, l’Ai. L’equazione è cambiata, e forse è proprio questo il nocciolo della questione.

L’ingresso di un terzo personaggio nel quotidiano sta scombussolando tutto: la guerra cambia, l’informazione si altera e quel confine netto tra realtà e finzione evapora. Chi non si domanda vedendo un video se è vero oppure no? Il morbo dell’incertezza fa stragi ovunque e nessuno ne è immune. Fatichiamo a recepire tutto ciò che ci sta intorno: politica, economia, persino l’amore si sfilaccia attraverso i siti online che offrono una varietà di profili falsi di compagni ‘ideali’ che gli algoritmi offrono nella solitudine esistenziale dell’era della super-comunicazioni.

In quattro anni l’avvento di AI ha distrutto gran parte delle verità che ci hanno accompagnato per millenni. Soprattutto, il presente non esiste più perché tra pochi minuti sarà sostituito dal futuro ed è impossibile prepararsi o anticipare il cambiamento. Ed è vero anche il contrario: il futuro non esiste più perché si fa incessantemente presente. Come si sente un adolescente di fronte a questa rivoluzione?

Non è facile rispondere, bisogna esserci in quel marasma senza tempo, viverci dentro per capire cosa si provi. E proviamoci.

Nel ’68 l’obiettivo era democratizzare la scuola, rompere le catene dell’autoritarismo e dare libero sfogo alla creatività, alla libertà, alla pace. Oggi la contestazione giovanile chiede una scuola che funzioni, una cultura di cui genitori e nonni hanno potuto usufruire. Chiede di essere messa al centro delle politiche perché il domani, il futuro, è composto da chi lo vivrà.

Sono domande legittime, giuste, di chi capisce che dietro l’angolo dell’età adulta non c’è nessuna certezza, ma le risposte non ci sono. La sovrapposizione tra presente e futuro ha indebolito governi già inefficienti, svuotato la battaglia politica delle idee, pensiamoci bene: se tutto cambia costantemente, come si fa a programmare? È vero, investire nel riarmo quando non ci sono i soldi per istruire i giovani o curare gli anziani è un’assurdità, ma che tipo di percorso accademico si può offrire nell’arco di una generazione al ritmo dei cambiamenti attuali? Tra qualche anno le funzioni di tante professioni saranno svolte da Ai e dai robot. La velocità supersonica di apprendimento dell’intelligenza artificiale rende qualsiasi programmazione obsoleta.

Più facile è invece per i governi focalizzarsi su settori reali, contingenti. L’Europa non ha un esercito, non ha armamenti: allora investiamo nell’industria bellica. Anche qui la marcia a perdifiato delle armi intelligenti rende il presente precario, ma le armi le stiamo usando, le armi hanno una vita breve, anzi brevissima e possono essere sostituite da quelle nuove, ed è relativamente facile incamerare le nuove tecnologie.

La retorica della difesa è diventata il cavallo di battaglia di una classe politica europea incapace di gestire la nuova equazione: Stato-popolo-AI. La violenza attribuita ai manifestati ne è il corollario, ci si deve difendere dalla minaccia esterna e dalle rivolte interne. E meno male che c’è l’Ai che ci aiuta a farlo! Peccato che questa difesa non includa i giovani, ma rimanga confinata alla protezione delle élite al potere, al mantenimento di uno status quo fuori tempo.

Ed ecco un’istantanea del nostro mondo: lo Stato si rimpicciolisce e diventa l’espressione dei privilegiati, non solo quelli dei ricchi e potenti, ma anche di chi ha avuto la fortuna di usufruire di una scuola che gli ha trasmesso cultura e incoraggiato la creatività. Il primo è ormai un bene che l’intelligenza artificiale ci sta strappando e il secondo un dono che sta scomparendo. I ragazzi lo sanno e temono l’inevitabile: crescere ignoranti.

Nessuna innovazione tecnologica è stata mai fermata, ci siamo adattati a tutte nel bene e nel male. Anche questa volta bisognerà farlo, però non rimuovendo la cultura e impoverendo la scuola. Questi ragazzi devono trovare il modo di scuotere uno Stato annichilito, che ha perso il senso del suo esistere, ma anche di mobilitare il popolo per bilanciare nell’equazione della democrazia il peso, e la minaccia, dell’intelligenza artificiale. E forse per riuscirci dovranno reinventare lo Stato insieme all’idea stessa di democrazia.

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“L’AI non sta risolvendo l’infodemia, la sta industrializzando”: la sanità globale tra allucinazioni digitali e rivoluzione scientifica

24 October 2026 at 08:08

L’Intelligenza Artificiale sta sommergendo la sanità pubblica globale di informazioni prive di fonti, proprio mentre le istituzioni perdono personale e finanziamenti. È il grido d’allarme lanciato su PLOS Global Public Health da Kent Buse e Sarah Hawkes: in un’epoca in cui produrre un’ipotesi dall’aspetto autorevole costa zero, “distinguere le prove misurate dalle affermazioni non supportate è diventata una responsabilità fondamentale”. Il lavoro per verificare la verità scientifica rischia così di diventare un lusso impoverito dai tagli. Eppure, la stessa tecnologia che rischia di paralizzare le politiche sanitarie con testi inaffidabili sta contemporaneamente rivoluzionando la medicina diagnostica e la ricerca di laboratorio grazie alla sua straordinaria capacità di analizzare enormi quantità di dati.

Per comprendere la gravità del problema istituzionale, secondo i ricercatori, basta guardare al recente taglio dei fondi statunitensi al programma Demographic and Health Surveys (DHS). Per quasi quattro decenni, questo progetto da 47 milioni di dollari all’anno – meno dello 0,1% del budget USAID – ha fornito dati essenziali su mortalità infantile, nutrizione e vaccinazioni a oltre novanta Paesi. Lo stop improvviso ha lasciato ventitré Paesi a metà delle rilevazioni, esponendo “la fragilità dell’infrastruttura delle prove quando le istituzioni pubbliche dipendono da un singolo donatore”.

In questo vuoto di dati primari e con istituzioni come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) colpite da ristrutturazioni e licenziamenti, si sono inseriti i modelli linguistici generativi. L’AI generativa agisce come una cassa di risonanza priva di discernimento: genera “abbondanza senza discernimento”, ponendo sullo stesso piano uno studio peer-reviewed e un’allucinazione di sistema, fabbricando citazioni bibliografiche inventate e amplificando i pregiudizi esistenti attingendo a dati prodotti in gran parte nel Nord del mondo. Quando gli stessi autori dell’articolo hanno cercato informazioni sullo stato del programma DHS durante la stesura, la prima risposta ottenuta è stata una sintesi generata dall’AI “sicura di sé e solo parzialmente fondata su fonti”. Come intuì Herbert Simon nel 1971, una ricchezza di informazioni crea una povertà di attenzione. L’AI non sta risolvendo l’infodemia, la sta industrializzando.

Sarebbe tuttavia un errore condannare la tecnologia in modo indistinto. La distinzione fondamentale risiede nella differenza tra l’AI usata come generatore di testo e l’AI impiegata come analizzatore di dati complessi. Se nel campo della politica sanitaria l’AI generativa rischia di oscurare le fonti, nell’ambito della medicina clinica, della genomica e della diagnostica sta guidando una vera e propria rinascita scientifica. Quando si tratta di elaborare moli titaniche di dati biologici, l’Intelligenza Artificiale raggiunge traguardi straordinari. Nella diagnostica per immagini, gli algoritmi di deep learning analizzano milioni di radiografie, risonanze e TAC in pochi secondi, individuando microlesioni tumorali o patologie retiniche con un’accuratezza talvolta superiore a quella dell’occhio umano.

Nel campo del ripiegamento proteico e della ricerca farmaceutica, strumenti come AlphaFold hanno risolto la struttura tridimensionale di centinaia di milioni di proteine, accelerando in modo esponenziale la scoperta di nuovi farmaci e vaccini. Nella medicina di precisione e nella genomica, l’AI sviscera il sequenziamento genetico di intere popolazioni incrociandolo con le cartelle cliniche digitali per identificare marcatori rari e suggerire terapie personalizzate. Un conto è chiedere a un chatbot di riassumere la politica vaccinale di un Paese, rischiando l’invenzione di sana pianta, un altro è utilizzare reti neurali per individuare pattern matematici ed evidenze biochimiche sommerse in terabyte di dati scientifici.

La sfida per il futuro della salute globale non è quindi fermare l’Intelligenza Artificiale, ma ridefinirne i confini di utilizzo e rafforzare gli arbitri del sistema. Buse e Hawkes invocano l’adozione di standard di provenienza chiari, affinché ogni dato o stima usata in ambito sanitario specifichi se sia stato misurato, modellato o generato, indicando sempre il margine di incertezza. Inoltre, sottolineano la necessità di difendere l’indipendenza delle istituzioni pubbliche, poiché “i modelli vendono fluidità piuttosto che verifica” e l’esternalizzazione della verità rischia di distruggere la legittimità della scienza.

L’Intelligenza Artificiale rappresenta uno dei più potenti microscopi che l’umanità abbia mai inventato per decifrare la complessità della biologia. Tuttavia, quando si tratta di decidere le politiche sanitarie che guidano la vita di milioni di persone, nessun algoritmo potrà mai sostituire il rigore dell’evidenza empirica e la responsabilità delle istituzioni pubbliche.

Valentina Arcovio

Lo studio

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Barclays, 5.000 licenziamenti per far spazio all’AI nonostante utili in crescita

23 October 2026 at 12:20

Barclays ha annunciato circa 5000 licenziamenti entro la fine del 2026, pari al 5% della forza lavoro globale. La decisione rientra in un piano di riduzione dei costi e riorganizzazione delle attività che prevede un maggiore utilizzo dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali. L’annuncio è arrivato in occasione della presentazione dei risultati finanziari del terzo trimestre, che hanno evidenziato un aumento del 13% degli utili, nonostante la banca britannica abbia deciso di ridurre ulteriormente il personale. Secondo quanto comunicato dall’istituto, circa 1.000 posizioni sono già state eliminate, mentre altri 4.000 tagli dovrebbero essere completati entro dicembre 2026.

Barclays annuncia 5000 licenziamenti, i reparti coinvolti

Il piano di riorganizzazione interessa principalmente le attività bancarie rivolte ai clienti nel Regno Unito, ma avrà conseguenze anche sulle funzioni amministrative e tecnologiche. Circa il 60% dei tagli riguarderà le funzioni di supporto, comprese alcune attività di sviluppo informatico. Barclays ha spiegato che l’introduzione di strumenti basati sull’intelligenza artificiale permette di aumentare la produttività e ridurre il numero di addetti necessari per svolgere determinate mansioni.

“Il numero di sviluppatori, ad esempio, diminuirà poiché l’Ia rende il nostro personale più produttivo”, ha precisato l’istituto nella presentazione dei risultati. Una parte significativa delle riduzioni dovrebbe interessare l’India, dove vengono svolte diverse attività amministrative e operative per conto della banca britannica. I licenziamenti si inseriscono in un programma triennale di contenimento dei costi che coinvolge principalmente la divisione retail, pur interessando anche alcune attività di investment banking.

Il ruolo dell’AI nella riduzione del personale

Barclays ha indicato nella trasformazione tecnologica uno degli strumenti principali per semplificare la propria organizzazione. Il gruppo punta a una “semplificazione organizzativa e un’efficienza basata su cambiamenti tecnologici guidati dall’intelligenza artificiale”. L’amministratore delegato C.S. Venkat ha spiegato che la riduzione del personale deriva da investimenti tecnologici avviati negli ultimi anni, finalizzati a migliorare l’efficienza operativa. “L’intelligenza artificiale ha un ruolo importante da svolgere e potrebbe averne uno ancora più importante in futuro”, ha dichiarato.

Il manager ha aggiunto che la banca intende utilizzare questa tecnologia su larga scala, pur precisando che non rappresenta l’unica causa della riorganizzazione. “L’intelligenza artificiale è la ciliegina sulla torta, non la torta”, ha affermato, sottolineando la necessità di realizzare prima le infrastrutture tecnologiche necessarie per ottenere benefici concreti. Secondo Barclays, le misure di efficientamento dovrebbero generare ulteriori risparmi per 1,1 miliardi di sterline nel 2027.

Utili Barclays in aumento del 13% nel terzo trimestre

La decisione di ridurre il personale arriva in una fase di crescita della redditività del gruppo bancario. Nel terzo trimestre del 2026, Barclays ha registrato profitti per 2,3 miliardi di sterline, in aumento del 13% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il risultato è stato sostenuto soprattutto dalla crescita dei ricavi nella divisione azionaria, legata alle attività di investimento e negoziazione sui mercati finanziari.

Nonostante il miglioramento rispetto al 2025, i risultati sono rimasti leggermente inferiori alle aspettative degli analisti. La banca punta ora a rafforzare la propria redditività attraverso una combinazione di investimenti tecnologici, semplificazione delle strutture operative e riduzione delle spese.

HSBC e Standard Chartered valutano licenziamenti

Barclays non è l’unico istituto di credito ad aver collegato la riorganizzazione del personale all’introduzione dell’intelligenza artificiale. Nel corso del 2026 anche HSBC, Standard Chartered e Danske Bank hanno segnalato possibili riduzioni degli organici legate all’automazione e alla trasformazione digitale. Will Howlett, analista finanziario di Quilter Cheviot, ha spiegato che questi interventi mostrano quanto l’intelligenza artificiale possa modificare l’organizzazione del settore bancario nei prossimi anni. Le banche investono da tempo in tecnologie digitali, ma l’evoluzione degli strumenti di automazione sta aumentando la possibilità di svolgere alcune attività con un numero inferiore di dipendenti.

Decreto Ai: perché è sbagliato lasciare che un algoritmo decida chi ha diritto a un posto di lavoro

23 October 2026 at 12:06

Entrano in vigore oggi le nuove regole italiane sull’intelligenza artificiale (D.lgs. 7 ottobre 2026, n. 179). Sono regole, nella più parte dei casi, di buonsenso, che duplicano, specificano, chiariscono principi già stabiliti dalla disciplina europea. Lecito il dubbio che fossero indispensabili ma ragionevole pensare che, in generale – se si esclude la questione dell’ipertrofia normativa che già affligge il nostro ordinamento e che dovrebbe suggerire di limitare all’essenziale il varo di nuove regole – non siano sbagliate.

Questo giudizio sintetico non vale però o, almeno, non vale completamente, per la nuova disciplina sull’intelligenza artificiale nel rapporto di lavoro. Al riguardo, infatti, l’articolo 41 del Decreto dopo aver ribadito un principio, per la verità, già stabilito dalla disciplina europea sulla protezione dei dati personali e dall’AI Act, ovvero che le decisioni relative al rapporto di lavoro, incluse quelle di carattere disciplinare, non possono essere “adottate unicamente sulla base di un trattamento automatizzato” e che “la decisione definitiva è in ogni caso riservata a una persona fisica, che eserciti un potere effettivo e autonomo”, prevede che “non rientrano tra le decisioni finali relative alla costituzione del rapporto di lavoro le attività di ricerca e selezione delle candidature, anche quando comportino la mancata ammissione alle successive fasi della selezione.”

Nella sostanza, dunque, secondo Palazzo Chigi, andrebbe bene che sia un algoritmo a decidere, anche in via definitiva, se un curriculum debba o non debba finire sulla scrivania del direttore delle risorse umane e, dunque, se una persona possa o non possa avere una chance di essere assunta. È un enorme errore di valutazione e prospettiva che minaccia di produrre effetti drammatici, privando milioni di persone di posti di lavoro per i quali sono qualificate e che meriterebbero solo per colpa di un bias negli algoritmi e nei modelli alla base dei servizi diversamente intelligenti di preselezione delle domande di lavoro.

E non si tratta di un rischio potenziale, di uno scenario futuribile, di una previsione catastrofista ma di un fenomeno di proporzioni gigantesche che sta già producendo conseguenze drammatiche in tutto il mondo.

È un problema antico, almeno per le cose dell’intelligenza artificiale e stupisce davvero che il governo, pur scegliendo di affrontarlo direttamente, abbia poi deciso di risolverlo così: legittimando una pratica che avrebbe dovuto essere vietata senza esitazioni né riserve per garantire che chi merita di avere un’occasione di lavoro non se la veda negare da un algoritmo mal progettato o mal addestrato. Basti pensare che Amazon interruppe, proprio a causa di un incontrollabile rischio di discriminazione di genere, uno dei primi progetti di selezione algoritmica del personale nel 2015 dopo essersi avveduta che i propri algoritmi, essendo stati addestrati a riconoscere i migliori candidati sulla base dei curricula della forza lavoro assunta nei precedenti dieci anni, manifestavano una straordinaria preferenza per gli uomini rispetto alle donne, presenti in numero decisamente inferiore nella propria popolazione lavorativa.

Insomma, giacché storicamente l’azienda aveva assunto più uomini che donne, gli algoritmi si erano persuasi che gli uomini fossero più adatti a lavorare in Amazon rispetto alle donne. Certo erano altri tempi, certo l’intelligenza artificiale di ieri non è quella di oggi. Ma, sfortunatamente, ci sono centinaia di storie di discriminazione algoritmica nella selezione del personale che rimbalzano da ogni parte del mondo e che suggeriscono che, nonostante i progressi, l’intelligenza artificiale continua a negare un’occasione di lavoro a chi la meriterebbe solo per il colore della pelle, per l’età, per il genere, perché magari non ha lavorato per un anno per dedicarsi ai genitori malati, perché ha un bambino piccolo o perché non ha scritto nella domanda di un posto da infermiere che sa usare il computer o, almeno, che sa usarlo quanto basta a compilare una cartella clinica elettronica.

Niente fantasie, tutte scene di un docufilm già proiettato sul palcoscenico globale milioni di volte. E non basta. Perché, a differenza di ieri, oggi, questi sistemi di preselezione algoritmica delle domande di lavoro sono straordinariamente diffusi.

Secondo lo studio Hidden Workers: Untapped Talent della Harvard Business School e di Accenture (2021, basato su 2.275 dirigenti e 8.720 lavoratori in Stati Uniti, Regno Unito e Germania), oltre il 90% dei datori di lavoro utilizza software di screening per la prima selezione dei candidati e l’88% ammette che lavoratori qualificati vengono scartati perché non corrispondono esattamente ai criteri dell’annuncio: il 48% esclude, per esempio, i curricula con interruzioni di lavoro superiori a sei mesi.

Il fenomeno riguarda in modo particolare le grandi imprese: secondo il report Jobscan del 2025, il 97,8% delle Fortune 500 adotta un sistema di tracciamento delle candidature (ATS) e circa l’80% dei candidati transita da piattaforme dotate di ranking basato sull’intelligenza artificiale.

Queste soluzioni, essendo sviluppate con l’obiettivo prioritario di alleggerire il lavoro delle persone i carne ed ossa che lavorano negli uffici delle risorse umane e, quindi, di ridurre il numero dei curricula destinati a questi uffici, tendono a essere più severe del ragionevole e, come mostrano i test più recenti sui modelli linguistici, rischiano di perpetuare antiche discriminazioni: in uno studio dell’Università di Washington, ad esempio, su oltre 3 milioni di confronti tra curricula e offerte di lavoro, i nomi associati a persone bianche sono stati preferiti nell’85% dei casi, contro il 9% di quelli associati a persone nere.

All’articolo 3 del Decreto, il Governo scrive: “Il presente decreto…è adottato in una prospettiva di garanzia antropocentrica, di uso corretto, trasparente e responsabile dei sistemi di IA e di vigilanza sui rischi per diritti e libertà.”. A guardare a come si è poi scelto di disciplinare la questione del ricorso agli algoritmi nella preselezione delle domande di lavoro, sembra un caso di scuola dell’antico brocardo secondo il quale si predica bene, ma razzola male. Sarebbe importante, anzi, necessario e urgente, ammettere l’errore e correggere il tiro, anche semplicemente abrogando la disposizione che sottrae il ricorso a soluzioni di preselezione algoritmica del personale alla regola generale della necessità di un intervento umano che sottragga la decisione finale agli algoritmi.

Sino ad allora, tuttavia, guai a gettare la spugna e a considerare effettivamente legalizzata una pratica tanto poco rispettosa dei diritti e della dignità di chi cerca lavoro, la disciplina europea sulla protezione dei dati personali (il Gdpr) e l’AI Act, offrono strumenti utili a reagire a chi si sentisse discriminato da un algoritmo e vanno usati come sta accadendo in tutto il mondo; perché mentre è incerto che l’intelligenza artificiale ci rubi il lavoro, è certo che lo sta negando a milioni di persone che lo meriterebbero e non si può lasciare che ciò accada.

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Energia pulita per l’AI: Amazon scommette sul nucleare modulare per i suoi data center

23 October 2026 at 10:32

L’uso sempre più massiccio dell’intelligenza artificiale comporta una richiesta di maggiore potenza di calcolo da parte dei server. Per questo i colossi della tecnologia hanno iniziato a varare strategie di lungo termine per provare a rendere autosufficienti, e in parte anche ecosostenibili, i propri centri di calcolo.

Per garantire un flusso costante di elettricità ai propri data center, Amazon ha annunciato un piano legato allo sviluppo di 12 reattori nucleari modulari di nuova generazione negli Stati Uniti, realizzati in partnership con la società X-energy e con l’utility American Electric Power.

Cosa sono i reattori modulari e l’intesa con X-energy

I reattori scelti dal gruppo di Seattle, che saranno costruiti sulle rovine di una vecchia centrale a carbone, appartengono alla categoria degli Small Modular Reactors, impianti che hanno dimensioni e potenza più contenute rispetto alle centrali tradizionali. La loro struttura componibile nasce teoricamente per abbattere i tempi di cantiere e modulare l’energia erogata in base al fabbisogno delle infrastrutture vicine. Modelli simili dovrebbero essere costruiti nei prossimi anni anche in Italia.

L’intesa rafforza il legame tra Amazon e X-energy, azienda guidata dal fondatore Kam Ghaffarian in cui il gigante dell’e-commerce ha già investito 700 milioni di dollari. L’obiettivo dichiarato dalle due società è l’installazione di impianti modulari per una capacità complessiva di 5 gigawatt entro il 2039.

I data center in Texas e il ruolo dell’intelligenza artificiale

Per comprendere l’entità dei consumi energetici in gioco occorre guardare ai territori a più alta densità digitale. In Texas si trova uno degli hub chiave per la rete di Amazon Web Services, dove il gruppo conta 3 grandi data center attivi coordinati nell’area di San Antonio.

Queste strutture svolgono una duplice funzione:

  • l’erogazione dei servizi cloud ordinari per la gestione dei dati e dei sistemi di vendita delle imprese.
  • l’elaborazione ad alta densità per i modelli di intelligenza artificiale, che richiedono un’erogazione continua di energia per mantenere operativi i processori in parallelo.

L’incognita dei tempi e dei costi

La scelta di puntare sull’energia atomica nasce dalla necessità di alimentare i server con continuità, senza ricorrere ai combustibili fossili. Tuttavia, la sostenibilità economica e industriale del progetto risiede tutta nell’effettiva realizzabilità dei mini-reattori nei tempi previsti, che si auspicano più brevi ed economici dei reattori tradizionali. In effetti, la tecnologia degli Small Modular Reactors rappresenta una frontiera industriale ancora priva di uno storico consolidato su larga scala.

Il successo delle scadenze fissate da Amazon dipenderà infatti dall’esito del primo impianto pilota che X-energy sta sviluppando a Seadrift, sempre in Texas, che dovrebbe essere pronto entro il 2030. Quel cantiere rappresenta il vero banco di prova sia sul piano dell’efficienza dei costi, sia su quello delle autorizzazioni ambientali legate alla gestione delle risorse idriche.

Barclays taglia 5mila dipendenti per sostituirli con l’Ai. Da Citigroup a Klarna, la corsa alle riduzioni di organico

23 October 2026 at 07:04

L’intelligenza artificiale sta causando una profonda ristrutturazione globale del mondo del lavoro, in particolare nel settore bancario. Nel frattempo, la corsa all’Ai sta coinvolgendo pesantemente i risparmi delle famiglie. L’ultimo, emblematico caso è quello della banca britannica Barclays: l’istituto ha annunciato il taglio di circa 5mila posti di lavoro a livello globale, pari a oltre il 5% della sua forza lavoro totale di 93mila dipendenti. Anna Cross, direttore finanziario di Barclays, ha precisato che la riduzione dello staff – con mille addetti a tempo pieno già espulsi nella prima metà dell’anno e 4mila in corso entro fine anno – s’inserisce in un piano di efficientamento volto a risparmiare oltre 1,1 miliardi di sterline sui costi già nel prossimo anno. Circa il 60% dei tagli colpisce le funzioni di supporto e gli sviluppatori software, poiché l’Ai generativa incrementa la produttività nella scrittura e nei test del codice. L’amministratore delegato di Barclays, Coimbatore Sundararajan Venkatakrishnan, ha spiegato che gli investimenti tecnologici guidano l’efficienza, definendo l’AI “la ciliegina sulla torta, non la torta”. La segretaria generale del sindacato britannico Unite, Sharon Graham, ha duramente contestato la scelta: “L’azienda usa l’Ai come scusa per sbarazzarsi della forza lavoro anziché riqualificarla”.

Sul piano finanziario, Barclays ha registrato nei primi nove mesi dell’anno 307 milioni di sterline di costi per la riorganizzazione, stimando una spesa di altri 300 milioni entro la fine del 2026. Nel terzo trimestre 2026, l’utile ante imposte della banca è salito del 12% a 2,3 miliardi di sterline, assorbendo 201 milioni di sterline di oneri strutturali per pacchetti di buonuscite e investimenti in tecnologia, oltre a pagare 500 milioni di sterline agli azionisti per un totale di 2,8 miliardi di sterline in buyback e dividendi distribuiti da inizio anno.

Nel 2026, un sesto dei piani di riduzione del personale nel mondo è stato causato dall’Ai. La decisione di Barclays rientra quindi in un trend globale che negli ultimi anni ha visto oltre 63mila bancari tagliati o prepensionati per via dell’Ai e dell’automazione delle loro funzioni, sui circa 500mila licenziamenti complessivi causati dall’Ai e registrati dal sito ailayoffs.live. Nel settore bancario, i casi principali di tagli del personale dovuti all’intelligenza artificiale hanno riguardato Citigroup, negli Usa: con il piano “Bora Bora” della Ceo Jane Fraser, l’istituto punta a 20mila uscite, pari al 9% della forza lavoro globale di 219mila unità. Dal quarto trimestre 2025 la banca ha già tagliato 7mila posizioni, sostenendo oltre 1 miliardo di dollari in indennità di buonuscita. Nel terzo trimestre di quest’anno le spese operative di Citigroup sono scese del 2% a 13,95 miliardi di dollari e l’utile netto è salito del 40% su base annua a 5,2 miliardi di dollari. Negli Stati Uniti anche Morgan Stanley e Goldman Sachs hanno già ridotto l’organico rispettivamente di 2.500 e 3.000 bancari, su una forza lavoro di 83mila e 47.400 dipendenti, attraverso il taglio delle assunzioni di analisti junior a causa dell’automazione delle loro funzioni.

Il caso limite è la svedese Klarna: la società fintech ha ridotto l’organico del 40%, passando da oltre 5mila a 3mila dipendenti da quando l’Ai gestisce il lavoro equivalente a 700 operatori. Nel 2026 ha tuttavia avviato un parziale reintegro di operatori umani per i casi complessi. Altro esempio di pesante ristrutturazione della forza lavoro per la sostituzione con gli algoritmi è l’olandese Abn Amro che prevede una riduzione del 10% della forza lavoro, pari a un taglio di 1.500-1.800 posizioni a tempo pieno, tramite la loro digitalizzazione. Nel Regno Unito, anche Standard Chartered e Hsbc vanno nella stessa direzione. Standard Chartered prevede oltre 7mila esuberi nei prossimi quattro anni, con una riduzione del 15% del personale di back-office entro il 2030, mentre Hsbc valuta una riorganizzazione che potrebbe interessare fino a 20mila addetti, un decimo dei suoi 211mila lavoratori.

L’introduzione dell’Ai però non comporta solo la riduzione del personale assistente: il trend complessivo della forza lavoro dimostra che le aziende preferiscono optare per i cosiddetti “tagli silenziosi” (“attrition“), che realizzano attraverso il blocco delle assunzioni e il mancato rimpiazzo dei pensionati. Questa situazione è adottata particolarmente in Europa: la Germania privilegia i prepensionamenti, la Francia ricorre alla riqualificazione nella data analysis sotto tutela sindacale, l’Italia applica il vincolo legislativo sulla supervisione umana obbligatoria, mentre il settore bancario negli ultimi 15 anni ha visto 63mila uscite incentivate tramite il fondo di solidarietà di categoria, interamente autofinanziato.

Nel frattempo, la costruzione delle infrastrutture digitali richiede investimenti giganteschi che passano anche tramite il settore bancario. L’economista Stijn Van Nieuwerburgh della Brookings Institution stima un costo annuo per i data center Ai pari al 3,6% del Pil statunitense fino al 2032, per un totale di 10.300 miliardi di dollari, superiore alla somma spesa per le ferrovie del XIX secolo, le autostrade del XX secolo e due terzi dell’elettrificazione Usa. Gli hyperscaler come Alphabet, Amazon, Microsoft, Meta, Oracle e SpaceX genereranno 760 miliardi di dollari di cash flow nel 2026 ma li reinvestiranno interamente, mantenendo negativo il rispettivo flusso di cassa libero. A ciò si sommano 466 miliardi di dollari di debito Ai emesso nel 2026 attraverso obbligazioni, secondo stime di Morgan Stanley. I dubbi sulla sostenibilità di tali debiti l’altroieri hanno provocato pesanti vendite sulle Borse statunitensi, con le azioni del settore come Meta che in una sola seduta è andata al ribasso del 6%, perdendo oltre 115 miliardi di dollari di capitalizzazione, dopo la previsione di dover raccogliere “centinaia di miliardi di dollari” per i propri investimenti nella Ai.

Così la spesa per i data center coinvolge direttamente i risparmi dei cittadini. La capitalizzazione dei sei principali hyperscaler e dei produttori di chip vale ormai sui mercati azionari circa 31mila miliardi di dollari, un quinto del valore complessivo di tutte le Borse mondiali. Le famiglie statunitensi detengono circa un terzo dei propri asset in azioni. Poiché il debito legato all’Ai è prevalentemente valutato con giudizio (rating) “sufficiente” (“investment grade“), le obbligazioni delle aziende collegate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale sono presenti massicciamente nei portafogli di fondi pensione, polizze vita e assicurazioni. In tal modo, la stabilità finanziaria globale e le pensioni dei risparmiatori risultano indissolubilmente legate alla redditività futura dell’industria tecnologica, che nel frattempo sta assottigliando la forza lavoro mondiale. Un paradosso, insieme all’indebitamento per la corsa all’Ai, che rischia di scatenare una tsunami.

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Nokia, l’IA spinge i ricavi: utile comparabile +35%, ma la cassa resta sotto pressione

22 October 2026 at 06:26

Ci accorgiamo di quanto conti una rete soprattutto quando rallenta: durante una videochiamata, un pagamento online o una serata in streaming. Dietro questi gesti quotidiani c’è un’infrastruttura che deve trasportare sempre più dati. Nokia vuole renderla più efficiente usando l’intelligenza artificiale, dai collegamenti dei data center fino alle reti mobili.

I risultati del terzo trimestre 2026 mostrano che la domanda legata ad AI e cloud è già una fonte di crescita per il gruppo finlandese. Raccontano, però, anche l’altra faccia della trasformazione: mentre l’utile operativo comparabile migliora, costi di ristrutturazione e investimenti assorbono liquidità.

Tra luglio e settembre Nokia ha registrato 5,154 miliardi di euro di vendite, in aumento del 10% rispetto allo stesso periodo del 2025. L’utile operativo comparabile è salito del 35%, a 605 milioni di euro. Il risultato operativo riportato, che comprende anche voci come i costi di ristrutturazione, è stato invece di 196 milioni, in calo del 22%.

La distinzione aiuta a leggere i conti senza fermarsi a un solo numero: l’attività ordinaria è cresciuta, ma la trasformazione del gruppo ha un costo rilevante. Nel trimestre Nokia ha contabilizzato 357 milioni di euro di oneri di ristrutturazione.

I numeri del trimestre, in breve

Indicatore Q3 2026 Risultato Che cosa ci dice
Vendite nette 5,154 miliardi di euro, +10% La crescita prosegue rispetto al 2025
Utile operativo comparabile 605 milioni, +35% Migliora la redditività dell’attività ordinaria
Utile operativo riportato 196 milioni, -22% Risente soprattutto degli oneri di ristrutturazione
Vendite ai clienti AI e cloud 631 milioni, +123% a cambi costanti La domanda di infrastrutture per l’IA accelera
Nuovi ordini AI e cloud 1,5 miliardi di euro Segnalano domanda futura, non ricavi già incassati
Flusso di cassa libero -99 milioni Nel trimestre investimenti e capitale circolante hanno assorbito liquidità

La spinta più forte arriva dalle infrastrutture di rete: le vendite del segmento sono aumentate del 15% a cambi costanti. Le reti IP sono cresciute del 43%, quelle ottiche del 18%. Le vendite ai clienti AI e cloud hanno superato i 630 milioni di euro. Gli ordini raccolti da questa categoria hanno raggiunto 1,5 miliardi, con un aumento del 118% rispetto a un anno prima.

I data center che addestrano e fanno funzionare i sistemi di intelligenza artificiale hanno bisogno di collegamenti veloci e affidabili. Nokia fornisce parte delle reti che li connettono: per il gruppo, la corsa all’IA è già una fonte concreta di vendite e commesse. La società prevede, inoltre, una crescita del 25-30% nel 2027 per le attività combinate di reti IP e ottiche.

L’intelligenza artificiale arriva anche alle antenne

La strategia Nokia-Nvidia si estende ora alla rete radio mobile con l’AI-RAN. Questo significa usare l’intelligenza artificiale nella parte della rete che gestisce il collegamento tra smartphone e antenne, per amministrare meglio il traffico e utilizzare con maggiore efficienza lo spettro radio.

Nokia ha annunciato di aver completato con Nvidia e T-Mobile la prima chiamata AI-RAN su una rete operativa di un gestore. Il comunicato del gruppo cita anche le sperimentazioni europee: Elisa ha svolto prove su una rete 5G a Helsinki. BT prepara un test a Birmingham nel 2027. Nokia e Deutsche Telekom hanno registrato in laboratorio miglioramenti tipici del 10-15% nella velocità di trasmissione dal dispositivo verso la rete. Quest’ultimo risultato dovrà essere verificato sul campo.

Per chi usa la rete, il possibile beneficio è intuitivo: una gestione più intelligente può aiutare gli operatori a sfruttare meglio la capacità disponibile, ma non significa che le prestazioni o le tariffe cambieranno subito. I test devono diventare soluzioni adottate su larga scala e Nokia non indica ancora ricavi specifici generati dall’AI-RAN.

Crescita sì, ma la cassa racconta anche il costo

Il flusso di cassa libero di Nokia è risultato negativo per 99 milioni di euro nel trimestre. La società attribuisce la pressione, tra le altre voci, agli assorbimenti di capitale circolante, alle ristrutturazioni e agli investimenti. In pratica, una parte delle risorse resta impegnata nel ciclo operativo, come scorte, pagamenti e incassi, invece di trasformarsi subito in liquidità disponibile.

Nokia conferma per il 2026 la previsione di un utile operativo comparabile tra 2,1 e 2,6 miliardi di euro e si aspetta di chiudere l’anno sopra il punto medio della forchetta. Allo stesso tempo, ha ridotto al 35-55% la stima di conversione dell’utile operativo in flusso di cassa libero e prevede oneri di ristrutturazione per 1,1 miliardi nel 2026.

Per l’Europa e per l’Italia la questione va oltre i conti di una singola azienda. Le reti e i data center sono infrastrutture essenziali per servizi digitali, imprese e famiglie. QuiFinanza ha già raccontato lo sviluppo dei poli per l’intelligenza artificiale nel Sud Italia e la corsa globale alle infrastrutture con il caso della società coreana Elice.

I conti di Nokia mostrano, dunque, due tempi diversi. AI e cloud stanno già portando crescita e ordini. La nuova generazione di reti mobili è ancora in fase di test e sviluppo. La prova per il gruppo sarà trasformare l’interesse tecnologico in contratti, servizi diffusi e cassa più robusta. Per chi usa queste reti ogni giorno, è lì che si misurerà il valore concreto della promessa.

Xi “ci ascolta” tramite i moderni veicoli? Non esattamente…

15 October 2026 at 13:42
L’articolo “Xi spia l’esercitazione militare a Oslo I soldati usano mezzi cinesi per gli spostamenti e scoprono che le telecamere dei veicoli hanno filmato tutto” pubblicato sul La_Verita del14 Ottobre ...

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L’IA e il paradosso della produttività

9 October 2026 at 08:25

L’IA velocizza singole mansioni, ma per il momento non cambia la filiera nel suo insieme, con pochi effetti sulla produttività. Perché la capacità tecnologica non si traduce automaticamente in valore per l’impresa e per il sistema che se ne dota.

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L’intelligenza artificiale ha un problema di stabilità

2 October 2026 at 09:00

Non basta rendere sicuri i singoli sistemi di intelligenza artificiale, bisogna guardare alle loro interazioni. È una lezione lasciata dalla crisi finanziaria: comportamenti individualmente razionali possono produrre risultati collettivamente disastrosi.

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