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Il grido di Netanyahu al telefono con un attivista: “Perché gli ultraortodossi non vanno a votare? Sono pazzi? Moriremo tutti!”

27 October 2026 at 22:20

“Ditemi, sono pazzi? Vogliono un governo di sinistra? Sono pazzi? Moriremo”. E’ il grido che il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha rivolto, parlando al telefono, contro un attivista ultraortodosso, un’ora e mezzo prima che chiudessero i seggi. Durante la chiamata, registrata e diffusa da Ynet, il capo del governo chiedeva all’attivista per quale motivo gli elettori ebrei ultraortodossi non si recassero ai seggi. “Cosa sta succedendo con gli Haredim?”, si sente il premier chiedere al telefono. Itche Dzalovsky, gestore di una linea telefonica per ultraortodossi, risponde: “Quello che sta succedendo è che sono molto arrabbiati perché, fino ad oggi, tutte le promesse sulla coscrizione e sulla comunità ultraortodossa”… Netanyahu lo interrompe, gridando: “Ditemi, sono pazzi? Vogliono un governo di sinistra? Sono pazzi? Moriremo”.

Dzalovsky, membro della comunità chassidica di Ger, ha cercato di spiegare: “Vogliono un governo che mantenga le promesse fatte più volte”. Netanyahu ha continuato a gridare con rabbia: “Vogliono morire? Vogliono distruggere il mondo della Torah e non si fanno avanti? Questo è quello che voglio sapere”. L’attivista ultraortodosso ha replicato: “Vogliono che gli ebrei ultraortodossi possano osservare la Torah e i suoi comandamenti nel profondo della loro anima, senza che la loro religione venga calpestata”. Ancora Netanyahu: “Quindi, in breve, non andranno a votare. È questo che chiedo. Non andranno a votare. È questo il punto?”. Dzalovsky: “Vogliono andare a votare, ma solo dopo aver visto quelle promesse mantenute nel tempo”. Netanyahu ha risposto: “Cosa intende con ‘promesse mantenute’? Tra un’ora e mezza insedieranno un governo guidato da Mansour Abbas, che dice di voler distruggere il mondo della Torah”. Netanyahu si riferiva al leader del partito arabo islamista Ra’am. “Ma sono quattro anni che le promesse vengono costantemente infrante”, ha ribattuto l’attivista. Il dialogo serrato è continuato a suon di “Andranno a votare?” e “Non hanno visto mantenere le promesse”. “C’è qualcosa che possiamo fare ora, con un’ora e mezza rimasta?” chiede ancora il capo del governo. E Dzalovsky: “Penso che se chiami e prometti di fornire garanzie ai rabbini più importanti, ai membri del Consiglio dei Saggi della Torah e ad altre autorità rabbiniche…”. Netanyahu interruppe: “Ora darò loro delle garanzie, con un’ora e mezza ancora da giocare, dimmi?”. “Ciò che non è stato fatto per quattro anni è certamente molto difficile da fare ora” è l’ultima risposta, di logica stringente.

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“Stavolta sarà diverso, prevedo l’affluenza più alta di sempre tra gli arabi”: intervista al candidato escluso dalle elezioni israeliane Abu Shehadeh

27 October 2026 at 17:48

“Stavolta sarà diverso, vedrete”. Sami Abu Shehadeh non si è perso un evento e ha passato le giornate a battere le città della comunità araba israeliana, soprattutto nel centro nord del Paese, insieme alla coalizione della sinistra che va sotto il nome di Joint List. Anche se non è più il numero due della lista. L’ex deputato e leader del partito nazionalista palestinese, e anti sionista, Balad, si è ritirato dalla corsa elettorale quando è stato chiaro che la Corte suprema di Gerusalemme non avrebbe ribaltato la decisione della Commissione elettorale israeliana di escluderlo a causa di un articolo scritto a caldo sul 7 ottobre. “Incontro persone ogni giorno, la gente vuole andare a votare stavolta e pare che avremo l’affluenza più alta di sempre, e forse la Joint List avrà 10 seggi”. Ma quando gli si chiede se il partito è pronto a sostenere Gadi Eisenkot per formare una maggioranza anti Netanyahu, Shehadeh risponde con un sospiro e uno sguardo di disapprovazione bonaria. “Perché vi ostinate a trattare Israele come uno Stato normale?”

Se non è normale cos’è allora?

Uno Stato razzista, una società che ha commesso un genocidio nel sostanziale consenso generale. Tutti i leader ebrei sionisti dicono chiaramente che non vogliono arabi nel loro governo: rivendicano apertamente il loro razzismo. È un fenomeno che fa male sempre, non solo quando è antisemitismo. La maggior parte dei leader politici ebrei incitano all’odio contro i nostri medici, i nostri insegnanti, i nostri studenti nelle università. Ci impediscono di parlare arabo. È una società folle e violenta. Tutti vengono attaccati. E la gente è terrorizzata e vuole fermare questo spargimento di sangue.

Quindi quale ruolo si immagina per la Joint List nella prossima Knesset? Non c’è neanche un partito dei 37 candidati con cui un dialogo è possibile?

Il nostro ruolo è fermare l’emorragia nella nostra comunità. Lasci stare i 37 partiti, le liste che supereranno la soglia di sbarramento sono 10, e 8 di queste sono di destra o estrema destra. Entrambi gli schieramenti dicono che non ci vedono come attori legittimi nel sistema politico. Sia Eisenkot sia Netanyahu fanno a gara a chi odia di più gli arabi, a chi vuole più guerre, più violenza. La situazione è molto complicata, e pure i Democratici di Yair Golan non sono meno razzisti. Infatti hanno partecipato la mia squalifica dalle elezioni.

Esclusione che di fatto lei ha accettato, e ha ritrattato in parte quello che ha scritto sul 7 ottobre. Oggi lo rifarebbe?

Il punto è questo: sono il leader di un partito politico e sono stato bandito dalle elezioni perché ho idee politiche diverse dalla maggioranza. Sono un attivista per i diritti umani in una società che ritiene legittima l’occupazione, il genocidio, il terrore contro una parte della sua popolazione. Questo è legittimo, invece chi parla di pace, libertà, giustizia e uguaglianza non lo è. A chiedere la mia esclusione sono stati due terroristi suprematisti ebrei: uno è Itamar Ben-Gvir, che conoscete bene, l’altro è Be’ev Wolf, che oggi è avvocato ma nel 1992 piazzava le bombe nelle auto dei palestinesi ed è stato condannato per l’uccisione di un palestinese. Questi due fascisti sono considerati legittimi candidati, io no.

Cosa la rende sicuro che la comunità palestinese-israeliana, che storicamente è poco propensa a votare, stavolta andrà alle urne?

Per effetto del razzismo che ho descritto prima. Stavolta prevediamo che quasi il 70% degli arabi andrà a votare, rispetto al solito 50%.

Una parte voterà per il vostro concorrente Ra’am, il partito islamista di Mansour Abbas. Neanche lui è un possibile alleato?

Non condivido il metodo e l’agenda politica di Mansour. È un leader religioso, un imam, il suo è un movimento religioso islamico. Ma i suoi elettori e il popolo che lo sostiene sono la nostra gente: abbiamo idee diverse, ma cerchiamo entrambi di fare del bene alla nostra comunità.

Di cosa ha bisogno questa comunità, i giovani in particolare, anche per sfuggire alla radicalizzazione?

Di due cose molto chiare. Primo, la sicurezza: un piano di contrasto al crimine organizzato. Perché a causa delle politiche razziste Israele è diventata la società molto pericolosa per le minoranza araba e siamo diventati la quarta comunità al mondo per tasso di mortalità rispetto al numero della popolazione. La seconda richiesta sono le case. Rappresentiamo il 20% della popolazione, 2 milioni di persone e 1,2 milioni di elettori, ma viviamo solo sul 3% del territorio. Senza terra non si può sviluppare una comunità umana, servono terre dove costruire una casa, una scuola, un asilo o una fabbrica. Serve un piano di riforma dell’abitare

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Israele, seggi aperti: 7 milioni al voto per rinnovare la Knesset, ma è un referendum sul destino di Netanyahu

27 October 2026 at 07:49

Gli israeliani hanno iniziato a votare per le prime elezioni legislative dopo l’attacco del 7 ottobre, una tornata elettorale convocata per la formazione della 26ma Knesset ma vista come un referendum sul primo ministro Benjamin Netanyahu dopo 17 anni di governo quasi ininterrotto. I seggi hanno aperto alle 7 locali (le 6 in Italia): circa 7,3 milioni di israeliani sono chiamati alle urne fino alle 22 (le 21 in Italia) per una consultazione che si preannuncia molto combattuta tra la coalizione di destra ed estrema destra di Netanyahu (leader del Likud e premier più longevo della storia del Paese) e il principale blocco di opposizione, guidato dall’ex capo dell’esercito, il centrista Gadi Eisenkot., leader del partito Yashar! (Onesto).

In lizza ci sono 36 partiti, di cui solo 13 vengono rilevati nei sondaggi perché superano la soglia di sbarramento al 3,25%. Gli exit poll verranno annunciati immediatamente con la chiusura delle urne, ma i risultati finali saranno ufficializzati solo otto giorni dopo il voto, il 4 novembre. Il conteggio delle “buste doppie” – ossia di chi vota lontano dal proprio luogo di residenza, come soldati, diplomatici, persone ospedalizzate – richiede più tempo e in passato ha ribaltato i risultati emersi dagli exit poll iniziali.

In un sistema proporzionale puro a collegio unico, determinante per la distribuzione dei 120 seggi della Knesset è l’affluenza al voto che quest’anno, nelle prime elezioni dopo tre anni di guerra, è prevista essere particolarmente alta: i sondaggisti rilevano che il 74% della popolazione ha espresso la volontà di andare a votare. Alle ultime elezioni del 2022 l’affluenza fu del 70%.

Secondo i dati dell’Israel central bureau of statistics, il 77% degli elettori residenti in Israele sono ebrei. Gli arabi israeliani sono il 18%, un altro 5% è classificato come “altro”. Tra questo “altro” ci sarebbero anche i drusi del Golan: per anni hanno boicottato le elezioni, ma dopo gli attacchi in Siria dell’Idf per proteggere i drusi di Sweida, questa volta voteranno. Anche per Netanyahu.

I cittadini arabi di Israele hanno pieno diritto di voto. I palestinesi che vivono in Cisgiordania invece non possono, a meno che non possiedano la cittadinanza israeliana, ma è raro. A Gerusalemme Est, solo i residenti che hanno acquisito la cittadinanza (circa il 5% nel 2022) ne hanno diritto. Una fatwa emessa dalle autorità religiose palestinesi nel 2019, ma esistente dal 1967, non consente di prendere la cittadinanza israeliana e votare poiché verrebbe inteso come un riconoscimento dello Stato di Israele.

Gli arabo-israeliani sono rappresentati alle elezioni dalla Lista Unita (coalizione di tre partiti arabi, Balad, Tàal e Hadash). L’altro partito arabo è Ràam, guidato dal medico e imam Mansour Abbas, con numero due della lista Yoav Segalovitz, ebreo, già alto commissario di polizia. Secondo le ultime rilevazioni, concluse venerdì, Lista Unita ha 9 seggi, mentre Ràam ne ha 5. A urne chiuse, potrebbero dare sostegno esterno a Eisenkot.

Il partito del falco Bezalel Smotrich, Sionismo religioso (che rappresenta i coloni più oltranzisti) si è alleato con la piccola fazione di destra estrema ‘Zehut Yehudit’: i sondaggi lo danno a 6 seggi . Shas, degli ultraortodossi sefarditi del rabbino Arieh Deri, alleato di ferro di Netanyahu, otterrebbe 8 seggi. Mentre l’altro partito religioso, Yahadut Hatorà (‘Ebraismo della Torà), degli ashkenaziti, mantiene i suoi 7 seggi e la futura alleanza è tutta da vedere. Otzmà Yehudit di Itamar Ben Gvir, nei sondaggi prende 8 seggi. Ma le sue plateali provocazioni gli hanno inimicato gli americani. E ora Netanyahu sembra volerlo tenere a distanza.

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Gli israeliani tornati a casa per votare: “Le politiche di questo governo stanno cancellando il Paese, importante dare un segno”

27 October 2026 at 06:54

Yuval e Noa non potevano perdere l’occasione. Sono rientrati dai Paesi Bassi apposta per votare, alle elezioni di martedì 27 ottobre in Israele, che potrebbero portare alla fine della lunga traiettoria di potere di Benjamin Netanyahu. “Sono andato via da Israele l’anno scorso per cercare un posto più sicuro di questo, ho capito che le politiche di questo governo stanno cancellando il Paese: presto non avremo più un posto dove tornare”.

Come Yuval, sono almeno 67mila gli israeliani residenti all’estero che hanno coraggio e un volo per Israele per infilare nell’urna la loro preferenza. In almeno 67mila sono stati aiutati da Fly&Vote, un programma dell’ong americana Aid Coalition per sensibilizzare gli israeliani all’estero ad andare a votare. Netanyahu li teme, perché sa che molti di loro porteranno voti ai suoi oppositori, per questo ha cercato, senza successo, di far chiudere l’ong. Ma per Yuval, Noa e gli israeliani come loro, questo sarà l’ultimo atto prima di venire battuto alle elezioni.

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Gli israeliani arrivati dall’estero contro Netanyahu: “Se resta Bibi, non avremo più un Paese dove tornare” – Il reportage

27 October 2026 at 06:54

A cena a casa di Yael Goldberg si parlano quattro lingue, da un paio di giorni. “Sono arrivati ​​in sette per votare, ci siamo arrangiati”. Eithan è partito dal Portogallo con un volo low cost, lasciando a casa moglie e figli, “spostarci in quattro sarebbe costato troppo, almeno uno di noi due doveva partecipare”. Rachel ha deciso solo sei mesi fa di lasciarsi alle spalle tutto, a Tel Aviv, e trasferirsi vicino Roma “e quasi dimenticare di essere israeliana, evito di stare neanche con la comunità degli espatriati”, ma è dovuta tornare prima del previsto, per votare e per cercare di affittare il suo appartamento almeno per un anno. Noa alle elezioni non ha mai votato, in Israele non ci ha neanche mai vissuto, tolti alcuni anni da piccola, ma ad Amsterdam ha conosciuto Yuval e si è legata a lui, che viene da una famiglia progressista di Tel Aviv e l’anno scorso ha fatto la scelta di lasciare il Paese “per andare in un posto dove non si parla soltanto di guerra e sopravvivenza”. Non ce l’ha fatta ad arrivare il figlio di Lizzie Doron, autrice israeliana nota anche in Italia per il suo romanzo Cinecittà in cui confronta la sua esperienza di figlia di sopravvissuti all’Olocausto con quella di un palestinese di Silwan vissuto sotto occupazione. “Ha deciso due giorni fa, e i voli da Berlino erano già tutti pieni”.

È un fenomeno non inedito, su circa 7,3 milioni di israeliani con diritto di voto circa 810 mila risiedono ufficialmente all’estero, il voto per corrispondenza non esiste e possono votare da fuori i confini solo diplomatici e militari. Ma stavolta ha preso misure inedite, e preoccupa Benjamin Netanyahu perché tanti, non lo nascondono, sono rientrati per qualche giorno solo per mandarlo a casa. Un indizio di questa tendenza lo fornisce i numeri degli iscritti all’American–Israel Democracy (Aid) Coalition, che nel 2023, durante i mesi turbolenti delle proteste contro la riforma della giustizia tentata dal governo Netanyahu e prima del 7 ottobre, ha creato l’iniziativa Fly&Vote per incoraggiare i cittadini israeliani all’estero a prendere parte alle scelte politiche israeliane. Secondo Aid, 67mila israeliani hanno preso un aereo per rientrare in Israele e votare oggi. La metà dagli Usa, un altro 37% da Europa Uk inclusa, tre quarti di loro non lo aveva fatto nel 2022. “Quando abbiamo creato Fly&Vote avevamo l’impressione che ci sarebbero state elezioni imminenti e che sarebbe stato importante aumentare la consapevolezza degli israeliani all’estero rispetto alla possibilità di votare”, racconta Ora Peled-Nakash di Aid. Da allora sono passati più di tre anni.

A Netanyahu l’organizzazione non è mai andata giù. Nonostante in passato abbia provato a far passare una leggere per correggere quest’altra unicità di Israele nel panorama delle democrazie occidentali e consentire ai residenti all’estero un voto per corrispondenza, quest’anno si è schierato contro l’idea. Il motivo sta nei sondaggi: si stima che gli espatriati non siano più radicali di destra amici el Likud, come negli anni 90, ma per lo più progressisti. Il Likud ha provato a denunciare Fly&Vote in tribunale accusandolo di corrompere gli israeliani offrendo loro biglietti aerei in cambio di un voto anti–governativo. “Non paghiamo i voli a nessuno, facciamo solo informazione”, dice Ora. Le cause sono state ritirate prima ancora di arrivare sul tavolo dei procuratori perché considerati incoerenti. Un charter, Fly&Vote lo ha anche pagato: per rimpiazzare un volo Tap dal Portogallo che avrebbe lasciato a piedi centinaia di israeliani.

I politologi invitano alla cautela: tra i votanti esteri vanno calcolati anche molti haredi, ultraortodossi, che arrivano da Brooklin e dagli States. Ma è un dato di fatto che dal 2023 il saldo migratorio israeliano è negativo nonostante l’alyiah, come non è mai stato. Il Paese di arrivi e partenze per eccellenza, dopo il 7 ottobre e la guerra a Gaza ha perso 20 mila cittadini l’anno, almeno. Shlomit, di Haifa, per esempio è partita con il marito a Manchester a settembre 2023. Motivo: il “costo della vita. Con due figli e pur avendo buoni lavori nel settore del Tech, non arrivavamo a fine mese”. Poi c’è stato il 7 ottobre e il seguito. Ora è la prima occasione per interrompere questa corsa su un piano inclinato”.

“Ho detto a mio marito: stavolta ci vado anche a nuoto, se necessario!”. Assicura che come lei tanti israeliani dal Regno Unito hanno preso voli in cerca di un “cambiamento, una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre, un governo che lavori per noi e si prenda le sue responsabilità”. Sembrano le parole di Gadi Eisenkot o di un altro dei leader del campo “anti–Netanyahu”. Musicista uscito dal 1997 per gli Usa, anche Shai ha sentito la stessa urgenza: “I miei figli vanno a scuola a New York e subiscono l’effetto delle decisioni di Netanyahu. Tutta la comunità ebraica li subisce: se è aumentato l’antisemitismo il motivo è a Gerusalemme, non altrove”.

Finora era rientrato per votare solo nel 2015. “Sono sconvolto e mi vergogno di quello che è successo dal 7 ottobre in poi. Compreso il modo in cui Israele ha condotto la a Gaza. Non ho mai visto un premier che resta in carica dopo una cosa del genere. Dobbiamo sbarazzare di questo regime e cercare una nuova rotta, verso la pace. Spero che gli israeliani capiscano che non c’è alternativa a collaborare con i partiti arabi: rappresentano il 20% della popolazione“. È lo stesso pensiero che formula Yuval, che ce l’ha con Netanyahu perché ha rovinato la vita agli ebrei in giro per l’Europa: “Io protesto dal 2015, Israele deve parlare di pace, non continuamente di guerra e sopravvivenza. Sento che se Netanyahu vince di nuovo in poco tempo non avremo più un Paese dove tornare”.

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Haifa, la rabbia e i dubbi degli israelo-palestinesi: “In massa a votare contro Netanyahu, ma nella nuova Knesset nessuno sarà davvero la nostra voce”

26 October 2026 at 16:59

Sul gradino della frutteria tra via Wadi e via Hadad, Ahmad fuma seduto. Clienti non se ne vedono, di domenica mattina nel centro storico di Haifa: nella parte più antica della città, quella dove nel ’48 quello che rimaneva della comunità palestinese fu relegata dopo la Nakba, è questo il giorno in cui i negozi sono chiusi e la gente resta a riposo. Non il sabato ebraico, non il venerdì musulmano, o non solo. Fuori è estate, dentro il negozio saranno 17 gradi, l’aria condizionata si sente anche all’esterno, fino alla prima fila di cassette di arance. Dietro le spalle compare Oren, deve comprare una cassa d’acqua: su al primo piano del palazzo di fronte, nella sede del partito comunista e della Joint List i militanti sono rimasti a secco. La loro domenica prima delle elezioni è fatta di fogli Excel con liste di persone, numeri e indirizzi, volantini e adesivi da piegare prima di uscire per l’ultimo volantinaggio che la legge che regola la campagna elettorale permetter di fare. “C’è molto da lavorare, questa volta l’affluenza sarà altissima, dobbiamo indirizzare il nostro messaggio il più possibile”, spiega Reem, responsabile della sezione. Ha gli occhi azzurri, quarant’anni l’accento americano, si riconosce come palestinese: “Il nostro è sempre stato un partito arabo-ebraico per definizione, siamo internazionalisti”.

Alle pareti ci sono foto di Lenin e Marx. C’è anche una bandiera della Palestina, che a un certo punto qualcuno scosta per far risaltare nelle foto lo stemma storico del partito con la falce e martello. Passare il messaggio, significa, per questi militanti, anche capitalizzare la rabbia di una comunità araba. “C’è molta frustrazione per le politiche del governo estremista e fascista guidato da Benjamin Netanyahu. Ma non parliamo solo a loro, abbiamo il sostegno di tanti ebrei che vogliono la pace e la fine dell’occupazione della Palestina. Guerra e occupazione sono il motore delle disuguaglianze sociali, dal costo della vita alla demolizione delle case palestinesi la battaglia è una sola”, continua Reem. Ha fretta, deve dare le consegne a Gaja e Saar, ventenni al primo voto nazionale, un computer e molto entusiasmo.

Ad Haifa la sinistra israeliano-palestinese va piuttosto bene: alle ultime elezioni le varie sigle della sinistra hanno preso quasi il 60% in totale, soprattutto qui nel quartiere di Wadi Nisnas, e le sigle che oggi corrono nella Lista Unita hanno superato il 10%. Ma di solito l’affluenza nella comunità araba non superava il 55%, mentre il 27 ottobre tutti si aspettano che raggiunga al 70%, forse più. Come la Joint List, anche Ra’am, la lista islamica conservatrice dell’imam Mansour Abbas punta a raccogliere questi voti, soprattutto nelle comunità rurali.

“La comunità andrà a votare in massa, anche se non è convinta dei programmi e dei partiti. E a differenza del passato, voteranno meno i partiti ebraici della sinistra e più quelli che si identificano con la comunità palestinese. Gli elettori vogliono farla finita con Netanyahu, ma ancor di più vogliono cacciare Itamar Ben-Gvir dal ministero della polizia, viste le violenze che ha fomentato”, valuta Mustafa Shalaata, giornalista di Radio Al Shams, la voce di riferimento dei palestinesi in Israele. “I temi principali da queste parti sono tre: la criminalità organizzata, che il governo ha lasciato proliferare per razzismo, la guerra a Gaza e l’occupazione e infine la discriminazione sociale, il diritto all’abitare che viene negato e le case palestinesi demolite”. I palestinesi con diritto di voto in Israele sono 1,2 milioni, su una popolazione che ne conta due, una minoranza consistente, tra un terzo e un quarto del Paese, che finora è rimasto escluso dai governi. Alla fermata arriva un autobus con un cartellone elettorale di Ben-Gvir sul retro. Il successivo porta la foto di Gadi Eisenkot.
Haifa non è Nazareth e Uma el Fahem (dove la Joint List è fortissima): la comunità palestinese è storica e salda, ma oggi è una città mista a maggioranza ebraica, ma è anche da molti considerata un modello della convivenza. Il filosofo Omri Bohem ha perfino proposto in un saggio recente di ribattezzare così lo Stato federale binazionale che tanti, a sinistra, vorrebbero sostituire a Israele e anche alla teoria stantia dei due Stati: “Repubblica di Haifa”. Reem è scettica: “Forse è un modello di tolleranza, sicuramente la città è rimasta coesa anche dopo il 7 ottobre, ma la discriminazione non è sparita”. Non è d’accordo neanche Osama, da dietro il bancone di una gelateria di Silkin Street, la via degli hipster a 20 minuti a piedi in salita dalla vecchia Haifa, vicino all’altrettanto storico Talpiot market. “Voterò per la Joint List, ma solo perché non abbiamo alternativa”. Viene dal villaggio cristiano Eliabun, laureato in medicina a trent’anni è finito a lavorare come gelataio da “Boza”, una catena fondata nel kibbutz progressista di Sasa, al confine col Libano, e gestita da un ceo ebreo e uno palestinese che promuove la convivenza attraverso il gelato. “Mio cugino era deputato nella Joint List”, Hanna Swaid, continua aprendo Instagram. Ha appena servito una vaschetta di caffè al cardamomo, pistacchio e yogurt all’olio d’oliva e zatar, a un cliente poco incline alla conversazione. “Voglio fare un post critico sotto questo discorso di mio cugino: non va bene che continuino a dire ‘non potremo fare molto nella nuova Knesset’. Ci serve più della loro buona volontà”. Giorni fa, Osama si è ritrovato Bezalel Smotrich davanti. “È entrato nella sinagoga qui a fianco, quando è uscito gli abbiamo fischiato. Netanyahu non è mai venuto”. Forse non a Silkin street, ma la destra estrema non manca neanche ad Haifa. Come l’indifferenza “Fuck the elections, adesso ho problemi a casa”, dice un commerciante di telefonia, una stella di David vistosa al collo. “Cosa farò? Soldi, prima della crisi economica che scoppierà il 28 ottobre”, dice il gestore del negozio vicino.

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Israele, Netanyahu a 48 ore dal voto: “Se non vinco si rischia la seconda Shoah”. E posta una foto fake dell’atomica su Tel Aviv

25 October 2026 at 14:42

Un fungo atomico che si leva, mentre l’onda d’urto dell’ordigno si propaga su Tel Aviv radendola al suolo. A 48 ore dalle elezioni parlamentari che decideranno del suo futuro, Benjamin Netanyahu sceglie ancora una volta il linguaggio della paura per indicare nell’Iran un “pericolo esistenziale reale e concreto”. Il primo ministro israeliano ha postato su X un’immagine generata con l’intelligenza artificiale per rilanciare uno scritto attribuito a Yuval Bloomberg, autore del libro The Oslo Trap, nel quale il commentatore analizza in chiave fortemente critica gli Accordi di Oslo del 1993, sostenendo che le concessioni e la ricerca di una pace illusoria abbiano gravemente compromesso la sicurezza e l’identità dello Stato ebraico.

“Leggete le cose importanti di Yuval Blumberg”, scrive il leader del Likud, postando un testo in cui si legge: “Lo Stato di Israele si trova in un pericolo esistenziale reale e concreto. Tutto è così futile di fronte al pericolo esistenziale dell’Iran e dell’asse sciita. Le tempeste inscenate e inventate di volta in volta sono pensate per distogliere l’attenzione dalla cosa più importante: terminare il lavoro in Iran“, si legge, in riferimento alla guerra scatenata contro Teheran da Israele e Stati Uniti il 28 febbraio.

“Abbiamo altri due anni di Trump per finire il lavoro in Iran, e non si sa cosa succederà dopo, che si tratti di Kamala Harris o di qualche candidato mediocre qualunque. Questa è la finestra temporale che ci resta per completare il lavoro necessario a garantire la nostra esistenza fisica per gli anni a venire. Tutte le risorse dello Stato necessarie devono essere investite in questa missione. Qatar, ultraortodossi, Orich, reclutamento, avvisi (sul 7 ottobre, ndr) – dice ancora il testo, in riferimento agli scandali politici e alle difficoltà che Netanyahu ha affrontato nell’ultimo mandato -. Tutto è un enorme schermo di fumo per nascondere l’unico argomento che svetta su tutti gli altri con un margine enorme”. Quale? La necessità di portare a termine la guerra all’Iran e rovesciare il regime degli ayatollah.

“Le generazioni future non ci perdoneranno se mancheremo la finestra di opportunità storica che ci permette di tentare e completare la missione più critica che il nostro generazione affronta – si legge ancora -. Non accadrà con un primo ministro tenuto per la gola dai Fratelli Musulmani e dai loro complici terroristi. Non accadrà con un primo ministro incapace di alzare il telefono e condurre una conversazione intima e continua con Trump”.

Quindi l’evocazione della minaccia peggiore e più temuta dal popolo israeliano: “L’odio per Netanyahu, per quanto possa essere mondo e dintorni per un intero campo, non aiuterà contro la bomba iraniana. Chiunque si preoccupi della propria esistenza fisica, di quella della sua famiglia e dei suoi cari – conclude il testo -, dovrebbe tremare la mano prima di votare qualcuno che non sarà in grado di completare la missione, condannando così se stesso e la sua famiglia al pericolo di una seconda Shoah, a causa del suo odio politico o di una stupida e insignificante tempesta emotiva”.

Immediate le reazioni delle opposizioni. “Netanyahu, sei in uno stato di isteria – ha scritto su X Gadi Eizenkot, il principale rivale del premier nell’appuntamento con le urne del 27 ottobre -. Come in ogni campagna elettorale, stai ricorrendo ancora una volta alle solite tattiche: menzogne e allarmismo. Questa volta, minacci i cittadini di Israele prospettando un annientamento di massa, e tutto ciò dopo aver fallito nel raggiungere i tuoi obiettivi bellici nei confronti dell’Iran”. “Hai fallito. E tra due giorni, il popolo di Israele te lo dimostrerà chiaramente alle urne. Formeremo il prossimo governo e guideremo Israele verso la sicurezza e la prosperità”, ha aggiunto.

Yair Golan, da parte sua, ha chiesto che Netanyahu “venga tenuto lontano dai social“. “Lui e il suo entourage hanno perso la testa. La pressione sta aumentando – ha scritto su X il leader dei Democratici – Martedì sostituiremo coloro che seminano il panico e ridaremo a Israele sicurezza e salute mentale”.

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Tel Aviv, in migliaia in piazza contro Netanyahu a tre giorni dalle elezioni

25 October 2026 at 10:41

Migliaia di persone si sono radunate a Tel Aviv per una grande manifestazione antigovernativa, a tre giorni da elezioni generali considerate da molti come un referendum sul primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. “Abbiamo bisogno di un governo che abbia a cuore i propri cittadini. Dobbiamo sapere cosa ci ha portato al massacro del 7 ottobre”, ha dichiarato durante la manifestazione Sigal Manzuri, le cui due figlie sono state uccise nell’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023.

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Le elezioni in Israele sono cruciali per Netanyahu: l’ombra del conflitto con l’Iran per influenzare il voto

24 October 2026 at 05:46

Nei giorni immediatamente precedenti alle elezioni israeliane, considerate da molti tra le più importanti nella storia recente del Paese, mi sembra che l’analisi non debba fermarsi alle tradizionali categorie di destra e sinistra. Ci troviamo di fronte a fenomeni che sollevano interrogativi più profondi sul funzionamento della democrazia e sul rapporto tra sicurezza nazionale e interesse politico.

Negli ultimi giorni si è parlato molto dei tentativi del governo guidato da Benjamin Netanyahu di aumentare la tensione con l’Iran. Diverse fonti giornalistiche hanno riferito che aerei da combattimento israeliani si sarebbero avvicinati al confine iraniano per poi rientrare alle basi, senza oltrepassarlo. Secondo alcune ricostruzioni, tale operazione sarebbe stata interpretata da alcuni osservatori come una dimostrazione di forza e da altri come un possibile tentativo di provocare una reazione iraniana.

Non è un segreto che queste elezioni rappresentino una prova cruciale per il governo. A mio avviso, Netanyahu legge i sondaggi, percepisce l’umore del Paese e comprende che il suo lungo ciclo politico potrebbe avvicinarsi alla conclusione. Dopo quasi due decenni in cui è stato la figura dominante della politica israeliana, l’idea di perdere il potere potrebbe apparirgli particolarmente difficile da accettare. A questo si aggiungono questioni che probabilmente continueranno a pesare nel dibattito pubblico anche dopo il voto: le discussioni sulle responsabilità politiche precedenti al 7 ottobre, le future inchieste e le polemiche relative ai rapporti tra alcuni suoi collaboratori e il Qatar. Sono tutti temi che potrebbero contribuire a un giudizio severo sull’operato del governo.

È in questo contesto che nasce una mia ipotesi personale, sulla quale non pretendo di avere alcuna certezza. Mi chiedo se possa esistere la tentazione di utilizzare una grave crisi militare come strumento per modificare il quadro politico interno. Un conflitto diretto con l’Iran potrebbe infatti creare una situazione di emergenza nazionale tale da spingere verso il rinvio delle elezioni o verso la formazione di un governo di unità nazionale guidato dalla stessa leadership attualmente al potere.

So bene che si tratta di un’ipotesi grave. In molte democrazie occidentali sarebbe considerata quasi impensabile. Tuttavia, proprio perché Israele sta vivendo uno dei momenti più drammatici della sua storia, ritengo che qualsiasi decisione che possa influire sul regolare svolgimento del processo democratico debba essere osservata con la massima attenzione.

Ciò che trovo significativo è che i principali segnali di cautela sembrano provenire da alcune istituzioni dello Stato. Secondo recenti ricostruzioni giornalistiche, il capo di stato maggiore Eyal Zamir avrebbe sottolineato l’importanza di permettere lo svolgimento delle elezioni senza interferenze e avrebbe espresso preoccupazione per le conseguenze che una nuova guerra potrebbe avere sul processo elettorale.

In definitiva, la questione non riguarda soltanto il destino politico di Netanyahu. Riguarda la capacità delle istituzioni democratiche di resistere alle pressioni generate da una situazione eccezionale e di garantire che decisioni di guerra e di pace vengano assunte esclusivamente per motivi di sicurezza nazionale, e non per esigenze di sopravvivenza politica.

Un elemento che mi porta a pensare che Netanyahu percepisca concretamente il rischio della sconfitta non sono tanto i sondaggi, quanto il modo in cui sta conducendo la campagna elettorale. Guardando la comunicazione del Likud e del governo uscente, colpisce l’assenza quasi totale dei ministri che hanno caratterizzato gli ultimi anni di governo. Figure come Yariv Levin, principale promotore della riforma giudiziaria, o altri ministri che hanno avuto ruoli centrali nella legislatura sembrano improvvisamente scomparsi dalla scena pubblica e dalla propaganda elettorale. Anche il ministro della Difesa viene raramente posto in primo piano. Personaggi che per anni sono stati presentati come colonne dell’azione governativa oggi non vengono quasi mai utilizzati come simboli della campagna.

È una scelta che, a mio parere, suggerisce una certa consapevolezza politica. Se il governo fosse convinto che il proprio operato sia stato giudicato positivamente dagli elettori, sarebbe naturale mettere in mostra i risultati ottenuti, le riforme realizzate e i ministri che le hanno portate avanti. Invece la campagna sembra ruotare quasi esclusivamente attorno alla figura di Netanyahu.

Ancora più significativo è il fatto che il dibattito non sia costruito sui risultati ottenuti dal governo, sui miglioramenti per i cittadini o sui successi amministrativi. Il messaggio centrale appare molto più semplice e radicale: o vince la destra oppure nascerà uno Stato palestinese. Una narrazione fondata principalmente sulla paura e sulla contrapposizione identitaria piuttosto che sul bilancio dell’azione di governo.

A questo clima si sommano gli episodi di violenza sul terreno: gli attacchi nelle aree di Hebron e Nablus riportano subito al centro il tema della sicurezza, immediatamente riassorbito nella retorica di Netanyahu sull’esigenza di una leadership forte. Diventa così sempre più difficile scindere le reali necessità di sicurezza nazionale da un loro uso strumentale nella comunicazione politica.

Anche il livello del confronto pubblico sembra essersi deteriorato. In questi giorni si sono sentite espressioni e attacchi personali che, in una democrazia matura, dovrebbero suscitare forte preoccupazione. Quando un avversario politico viene ridicolizzato o descritto come una scimmia manovrata da altri poteri, si abbandona il terreno del confronto democratico per entrare in quello della delegittimazione personale.

Per questa ragione ritengo che il tema non siano soltanto le percentuali elettorali o le previsioni dei sondaggisti. Ciò che colpisce è il comportamento stesso della classe dirigente uscente. Se davvero una parte del gruppo di governo arrivasse a considerare accettabile l’uso di una crisi militare per influenzare il calendario politico o il clima elettorale, ci troveremmo di fronte a qualcosa di molto più grave di una semplice competizione tra partiti.

Naturalmente questa rimane una mia interpretazione e non un fatto dimostrato. Tuttavia la combinazione tra l’estrema personalizzazione della campagna, la scomparsa dalla scena dei principali ministri, il ricorso costante a messaggi di emergenza e il deterioramento del linguaggio politico mi sembrano il segnale di un sistema sotto forte pressione.

Al di là di chi vincerà le elezioni, l’impressione è quella di un Israele attraversato da una profonda sofferenza politica e istituzionale. Una democrazia è solida non quando tutti sono d’accordo, ma quando gli avversari si riconoscono reciprocamente come legittimi. Quando prevale la paura, quando il dibattito pubblico si riduce a scontri personali e quando ogni elezione viene descritta come una battaglia esistenziale, è il tessuto democratico stesso a mostrare segni di affaticamento.

L'articolo Le elezioni in Israele sono cruciali per Netanyahu: l’ombra del conflitto con l’Iran per influenzare il voto proviene da Il Fatto Quotidiano.

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