❌

Normal view

Appunti ritrovati sui giorni dell’alluvione

27 October 2026 at 03:45

Sergio
giugno 2014 

Quando squillò il telefono, il fisso che ancora tenevamo nell’ingresso, Letizia era in bagno e si preparava ad andare a letto. La sentivo aprire l’acqua, tossire piano, far scorrere i cassetti. Io, in poltrona, leggevo e sgranocchiavo frutta secca di nascosto sbirciando la televisione accesa su Colombia-Uruguay, lo stesso Uruguay che quattro giorni prima ci aveva eliminato dai Mondiali. Era la nostra liturgia serale. Andava cosí da quando i ragazzi erano partiti. E se avevo una certezza (oltre al fatto che da quella sconfitta non ci saremmo piú ripresi) è che nella quiete di quelle abitudini Letizia e io avremmo potuto tirare avanti altri mille anni, giorno piú giorno meno. 

Al secondo squillo posai il libro sul pavimento. 

– Pronto? 

– Buonasera, – disse una voce di donna. – Sergio Alderighi? 

– Sí. 

– Sono Beatrice Sammichele. La chiamo perché è possibile che lei conoscesse mio padre, Nicola Sammichele. Nicola. Da quanto non pensavo a lui. Tantissimo tempo. Qualcosa come vent’anni dall’ultima volta che lo avevamo evocato in famiglia e quasi cinquanta da quando ci eravamo conosciuti. 

– Ma certo, – risposi. 

– Accidenti… 

Letizia s’affacciò dal bagno massaggiandosi le guance, aveva uno sbuffo di crema grigioblu sulla fronte. 

– Quindi è lei, – disse la donna, e da un’increspatura nella voce intuii che il fatto che io fossi io doveva essere per lei un conforto, ma anche una sofferenza. – Volevo… – Poi ci fu un vuoto, come se si fosse allontanata dalla cornetta. – Mio padre è morto il mese scorso. 

Drizzai la schiena. Portai la mano alla bocca. Frizionando la fronte Letizia fece un’espressione buffa delle sue, da procione, una smorfia che di solito mi avrebbe ricordato perché la amavo, un’espressione come a dire: Allora, chi è? 

La figlia di Nicola lasciò alla notizia il tempo di depositarsi. – Cavolo, – dissi, – mi spiace –. Avrei dovuto aggiungere qualcosa, lo so, anche solo per educazione, ma vuoi il caldo vuoi la sorpresa non mi veniva in mente nulla, niente, vuoto totale. Cosí, un istante prima che il silenzio si tramutasse in imbarazzo, fu lei a proseguire. 

– L’ho cercata perché ieri tra le cose di mio padre ho trovato una busta. Sopra c’è scritto «per Sergio» e contiene un quaderno, appunti presi a Firenze nei giorni dell’alluvione, quella degli anni Sessanta. Sa, è capitato che mio padre raccontasse qualcosa di quei giorni ma non sapevo avesse tenuto un diario. Comunque, negli appunti parla di un ragazzino, Cencio, Cencio Alderighi, che però si chiamava Sergio. Quel ragazzino è lei, giusto?

Cencio. Ecco un altro nome che emergeva dalla nebbia della memoria. Strofinai un occhio. – Ero, – dissi. 

Chiacchierammo per una decina di minuti. Beatrice Sammichele mi raccontò qualcosa della vita di Nicola. Era un discorso che doveva aver fatto diverse volte perché riuscí a riassumerla con particolare efficacia, anche se ciò, a testimonianza del fatto che Nicola era stato un padre molto amato, non le impedí di commuoversi. Poi, quando si rese conto che non restava granché oltre le frasi di circostanza, disse: – Dove posso spedirglielo. Va bene a casa? 

– Spedire? 

– Il quaderno. 

– Vuole darlo a me? 

– Certo. È indirizzato a lei. C’è il suo nome sulla busta. 

– Ma no, – dissi. – Lo tenga per i suoi figli, per i nipoti di Nicola, è un ricordo del nonno.

– No, Sergio, non ha capito. Mio padre voleva che lei lo avesse. Nel diario ci sono informazioni che la riguardano. Glielo spedisco. E lei dovrebbe leggerlo. – … 

– Mi ha sentito? 

– Sí. 

– Credo proprio che dovrebbe. 

Quando attaccò restai con la cornetta in mano, nel ronzio del segnale. Letizia riapparve nel corridoio con indosso una tunica di lino leggera e ampia, rosa cipria. – E quindi? – chiese. – Chi era? 

La guidai in cucina, aprii il frigorifero e versai un dito di vino bianco in due bicchieri bassi. Il mio lo ingollai in piedi con lo sguardo rivolto alla finestra. Sul vetro vedevo la faccia di Nicola: un ragazzo di vent’anni dalle guance sporche di fango, una sciarpa rossa attorno al collo e dietro gli occhiali lo sguardo perso, con dentro una forma di malinconia. Letizia e io trascorremmo la notte a parlare. Le raccontai ciò che ricordavo, oggi potrei dire: ciò che sapevo. Cose che in passato dovevo già averle detto ma di cui si era scordata. In fondo, cinquant’anni prima, Nicola era entrato e uscito dalla mia vita in una manciata di giorni. Mi addormentai che albeggiava. 

Il pacco arrivò la settimana successiva. Avevo chiesto alla figlia di Nicola di spedirlo in studio. Carta marrone, scotch marrone, scrittura nera tonda. Nome, indirizzo. Tornato a casa lo posai sulla scrivania tra gli appunti e le bollette e nel corso del pomeriggio mi limitai a scrutarlo da lontano con la diffidenza di un animale selvatico. Letizia non chiese. Andammo a cena da amici e al rientro aspettai che si addormentasse. A quel punto mi sedetti, accesi la lampada con la base d’ottone e tagliai lo scotch con il coltellino. Il quaderno aveva la copertina nera e gli angoli consumati. Lo estrassi piano come si fa con gli oggetti fragili. Aveva il peso delle cose che non sai dove mettere. Lo aprii e sulla prima pagina ingiallita, con una grafia antica, c’era scritto: «Firenze ’66».

Cencio, Cover

Tratto da “Cencio”, di Fabio Geda, Einaudi, 2026, 18,50€, 240 pagine

L'articolo Appunti ritrovati sui giorni dell’alluvione proviene da Linkiesta.it.

Gli ucraini di Kherson, e la resistenza dopo un disastro ambientale

16 October 2026 at 03:45

Kherson Ucraina

Mentre nella via accanto al suo negozio l’acqua arriva ancora alle caviglie, Oleksij Gesin spala una massa grigio-marrone di terra zuppa e imballaggi fradici fuori dalla porta della sua attività. La pioggia battente lava via parte della massa, la restante la calpestano lui e altri davanti all’ingresso.

All’interno, di questo fango umido che puzza di muffa ce n’è ancora di più. Frigoriferi e scaffali rovesciati formano isole spigolose nell’acqua scura del bassofondo. Nel mezzo, bicchieri, pacchetti di riso sporchi, sacchetti di plastica rossi. «Riaprirò il prima possibile» dice Oleksij Gesin. Ha sessant’anni e possiede questo negozio dal 1997. «La gente ha bisogno di procurarsi i viveri».

Questa domenica a Cherson sono passati cinque giorni da quando la diga del lago di Kachovka in Ucraina, un invaso creato nel 1956, ai tempi dell’Unione Sovietica, ha ceduto. Il lago era lungo duecentotrenta chilometri, novecento chilometri di costa, 18,2 miliardi di metri cubi d’acqua che hanno gonfiato a tal punto il Dnipro e i suoi affluenti che nel tardo pomeriggio del 6 giugno, nel negozio di alimentari di Oleksij, l’acqua arrivava già alla maniglia; il livello massimo misurato il giorno seguente nell’area è stato di 5,29 metri, questa domenica sono ancora 3,60.

Secondo il Ministero degli Interni ucraino, quasi ottanta insediamenti sarebbero finiti sott’acqua, quattordici dei quali nel territorio occupato dalla Russia sulla sponda sinistra del Dnipro. Anche nella città di Mykolaïv, quasi cento chilometri a nordovest di Cherson, c’è acqua nelle strade, e vicino a Odesa i tetti divelti delle case galleggiano nel Mar Nero.

Il Ministero della Salute mette in guardia dal rischio di malattie come il colera, a causa dell’acqua inquinata. Finora, riferisce il Ministero degli Interni di Kyïv, quasi duemilasettecento persone sono state evacuate dalla regione di Cherson, e circa mille dalla regione di Mykolaïv.

Ma anche se a essere colpite sono state pure altre aree, l’inondazione è un colpo particolarmente duro per la popolazione di Cherson. La città è stata conquistata e occupata dai soldati della Federazione Russa pochi giorni dopo l’invasione del febbraio del 2022. In molti qui si chiedono ancora cosa abbia sbagliato il governo ucraino per permettere che ciò accadesse con tale rapidità. Appena nel novembre dello scorso anno le truppe ucraine hanno riconquistato la città. E adesso, circa sei mesi dopo, gli abitanti assistono alla distruzione della diga di Kachovka. Lo sbarramento era controllato dai soldati di Mosca, perciò per le persone con cui parliamo a Cherson è chiaro che la responsabilità di ciò che è successo è dell’esercito di Putin.

Oleksij Gesin riceve una visita, un vecchio amico passa dal suo negozio, si ferma davanti alle vetrine scheggiate. Volodymyr ha sessantatré anni e non vuole rivelare il suo cognome. Fa vedere una piastrina che porta al collo, ha combattuto in Afghanistan per l’Unione Sovietica. Non vuole che qualcuno in Russia lo riconosca, i servizi segreti, dice. La paura che molte persone hanno della Russia è grande, da quando l’esercito di Putin ha occupato la città. Volodymyr vive proprio dall’altra parte della strada, dietro la farmacia, ed è uno dei pochi a essere fuori, in giro, questa domenica. Cherson sembra vuota, puoi camminare per diversi minuti senza incontrare anima viva. Volodymyr muove a malapena le labbra quando parla, dice che questa zona viene bombardata regolarmente dall’artiglieria.

I colpi arrivano dall’altra sponda del fiume, occupata dalla Russia. Quel giorno si sentiranno in continuazione i colpi sordi di proiettili di grosso calibro che vengono sparati e vanno a segno. «Ho trovato del latte, è ancora buono» urla Oleksij verso l’esterno del negozio. Il suo amico annuisce. Se qui è così pericoloso, ora con l’acqua per giunta, perché Volodymyr non se ne va? «Dove dovrei andare?» chiede. «I miei figli sono in Germania e in Svizzera, questa è casa mia».

Il settanta per cento dei suoi clienti è scappato, racconta al telefono Oleksij Gesin, più tardi quella sera, poco dopo aver chiuso il negozio. A non essersene andati, a fare ancora la spesa da lui, sono gli anziani, le persone con mobilità ridotta e quelle che non hanno un lavoro.

Volodymyr intanto può tornare a casa senza stivali di gomma. Ma perfino in quelle zone di Cherson dove le case sono raggiungibili solo in barca, perché il Dnipro ha allagato uno o più piani, alcune persone non vogliono andarsene.

Io non sento più le sirene, di Daniel Schulz, traduzione di Federico Scarpin_Bottega Errante Edizioni

Tratto da “Io non sento più le sirene” (Bottega Errante edizioni), di Daniel Schulz, 20 euro, 320 pagine.

L'articolo Gli ucraini di Kherson, e la resistenza dopo un disastro ambientale proviene da Linkiesta.it.

Non è detto che rompere il talismano di uno chef porti sfortuna

15 October 2026 at 03:45

Pixabay

Durante la mia formazione come cuoco ho avuto la grande fortuna di trascorrere un’estate nella cucina di un ristorante chiamato Chez Nico a Londra. Nico Ladenis e sua moglie Diana gestivano la loro piccola attività a Battersea e all’epoca potevano vantare due stelle Michelin. In seguito avrebbero ottenuto anche la terza, un traguardo ambito, dopo essersi trasferiti nel quartiere di Mayfair, decisamente più alla moda. Durante quell’estate dovevo sostituire un membro dello staff di cucina in procinto di partire per fare un’esperienza in un ristorante in Francia. Nico era molto noto, dentro e fuori il settore della ristorazione, e aveva la reputazione di essere un tipo difficile, incapace di scendere a patti con chiunque, clienti compresi: era famoso per aver invitato un signore ad andarsene solo perché aveva osato chiedere del sale. Nico non teneva il sale sui tavoli per paura che i clienti potessero sconvolgere l’equilibrio di sapori dei piatti che aveva preparato con tanta cura. Alcuni tabloid lo avevano preso in giro pubblicando una vignetta in cui Nico inseguiva i clienti per strada brandendo minacciosamente una saliera. In realtà non ha mai inseguito nessuno, ma sapevo che stavo entrando in una cucina dove la posta in gioco era molto alta e la tensione poteva esserlo altrettanto.

La prima settimana si rivelò a dir poco tesa. In quella piccola cucina eravamo in tre oltre a Nico, e seguivamo le sue istruzioni alla lettera. O si faceva come diceva lui o niente, il che mi sembrava un approccio onesto e corretto. Per me era tutto nuovo e dovevo imparare tutti i dettagli e i sapori dei piatti di cui ero responsabile prima che il ragazzo che avrei sostituito partisse per la Francia.

In quella prima settimana viaggiavo ogni giorno da Gatwick al centro di Londra. Questo significava alzarsi alle sei del mattino e arrivare a casa all’una di notte per poi alzarsi di nuovo alle sei e così via. Lavoravamo a turni spezzati, con qualche ora libera nel pomeriggio. Esausto, approfittavo di quelle brevi pause per raggomitolarmi su una panchina di Battersea Park come un senzatetto, e cadevo in un sonno profondo, distrutto dallo stress e dalla mancanza di riposo. Con il passare dei giorni, parlavo a monosillabi e non riuscivo a dare il meglio di me. Il sabato sera, mentre salutavo lo chef in partenza per la Francia, mi resi conto che Nico era preoccupato. Il suo staff era troppo ridotto per permettersi di avere un anello debole, le sue stelle Michelin erano preziose e io sembravo sul punto di crollare. Fortuna volle che durante quel primo weekend trovassi una stanza a pochi passi dal ristorante e il martedì tornai al lavoro fresco, ritemprato ed entusiasta. Iniziai a riposare come si deve tutti i pomeriggi, visto che la casa distava pochi minuti dal mio posto di lavoro. Da quel momento rifiorii e tutto andò a gonfie vele.

In cucina ogni cosa aveva il suo posto. Ogni frusta, ogni ciotola, ogni pentola. Da Nico imparai molto sul cibo ma anche sull’organizzazione. In cucina regnava sempre il silenzio. A lui piaceva così. Imparai anche che spesso essere silenziosi come Nico non significava essere un mostro o un maleducato: significava soltanto evitare di dire qualcosa di inutile. Mi sembrava che Nico sentisse tutto il peso di quelle due stelle sulle spalle. Un giorno ci stavamo dando da fare, preparandoci per il servizio, e Nico era in piedi al suo solito posto accanto al passavivande, da cui lui stesso consegnava ogni singolo piatto ai camerieri. Nulla sfuggiva alla sua attenzione. D’un tratto il cucchiaio di legno che stavo usando per mescolare qualcosa mi si spezzò in mano. La cosa quasi mi divertì e pensai che evidentemente stavo davvero dando il massimo in quello che stavo facendo. Tuttavia percepii calare il gelo nella stanza. Era un silenzio diverso da quello in cui lavoravamo di solito.

Alzai immediatamente lo sguardo dalla ciotola, perché era chiaro che era appena successo qualcosa di cui non mi ero accorto. Gli altri due chef e Nico avevano smesso di fare quello che stavano facendo. Nico guardava me e loro guardavano lui, tutti e tre con la bocca leggermente aperta. Nico si tolse gli occhiali, si massaggiò l’attaccatura del naso ed esclamò con tono solenne che avevo appena rotto il suo cucchiaio di legno “fortunato”. Beh, se avessi saputo che quel semplice utensile era considerato un talismano dotato di poteri magici, non l’avrei mai neanche preso in mano. Ovviamente non dissi niente di tutto ciò a Nico, ma in compenso lui mi raccontò quanta strada aveva fatto con quel cucchiaio. Sentiva che aveva contribuito al suo successo. Lo implorai di perdonarmi. Non ricordo come risolvemmo la questione. Probabilmente i clienti stavano cominciando ad arrivare e tornammo a concentrarci sul problema più urgente, ossia sfamare gli ospiti.

Nei mesi successivi non accadde nulla di terribile. Anzi, io e Nico andammo d’amore e d’accordo. Lui era entusiasta del mio lavoro e le sue stelle luccicanti erano ancora intatte. Come sostituto del suo aiuto-cuoco me l’ero cavata egregiamente. Per il mio ultimo giorno di lavoro organizzammo un pranzo d’addio. Erano tutti di buon umore poiché quel giorno coincideva con l’inizio della chiusura annuale per le vacanze di agosto. Alla fine del pranzo, con grande ilarità generale, Nico mi regalò un enorme cucchiaio di legno su cui aveva fatto incidere una frase: “Il cucchiaio fortunato di Rory”. Scoppiammo tutti a ridere, anche se, nel mio caso, con un pizzico di agitazione. Per la prima volta in quella lunga, calda e gratificante estate, vidi Nico con un sorriso ampio e soddisfatto sul viso. Poteva concedersi un mese di pausa dalla pressione della sua personalissima versione del cucchiaio di legno: le stelle Michelin. Quell’uomo incompreso, dolce, educato, gentile, dal fascino sommesso, mi insegnò molto sul cibo e sulla gestione di una cucina e su come a volte il silenzio, se corroborato dal successo, possa essere un gran bel rumore.

Estratto da “La gioia del cibo. Una celebrazione del Buono in cucina” di Rory O’Connell, Guido Tommaso Editore, 353 pagine, euro 30,00

L'articolo Non è detto che rompere il talismano di uno chef porti sfortuna proviene da Linkiesta.it.

❌