❌

Normal view

Bolsonaro, operazione Guaidó 2.0: Flávio si autoproclama presidente dagli USA

Fuggito negli Stati Uniti dopo le iniziative giudiziarie nei suoi confronti, Flávio Bolsonaro rilancia lo scontro politico in Brasile con una mossa che ricorda da vicino l’operazione Juan Guaidó in Venezuela. In una lettera pubblica diffusa dal portale Metrópoles, il figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro si è autoproclamato «vero presidente eletto», sostenendo di essere vittima di una frode elettorale e di una persecuzione politica. Le accuse contro il presidente Luiz Inácio Lula da Silva e le istituzioni brasiliane, tuttavia, non trovano riscontro nei dati citati a sostegno della presunta manipolazione del voto.

La proroga dell’orario elettorale contestata da Bolsonaro, infatti, aveva raccolto appena 34.330 voti, pari allo 0,03% del totale: una cifra insufficiente a ribaltare il risultato, con cui Lula si era imposto per oltre 4,3 milioni di preferenze. Ma l’obiettivo della campagna di Flávio sembra andare oltre la contestazione elettorale. Denunciando una presunta «dittatura» e presentandosi come vittima di una persecuzione orchestrata dalla magistratura, il dirigente dell’estrema destra cerca di delegittimare le istituzioni brasiliane e accreditarsi come guida dell’opposizione dall’estero. Non è un dettaglio che nella sua lettera abbia ringraziato Donald Trump e Javier Milei, due alleati politici che condividono la sua visione ideologica, neoliberista e sionista.

Da Washington, Bolsonaro punta a trasformare una vicenda giudiziaria e una sconfitta politica in una causa internazionale, invocando il sostegno di governi amici. Il copione richiama quello già visto in Venezuela, quando Juan Guaidó si autoproclamò presidente ad interim nel 2019 con il sostegno degli Stati Uniti e di diversi governi occidentali, nel tentativo di rovesciare il governo costituzionale di Nicolás Maduro.

La strategia appare chiara: costruire dall’estero una narrazione di frode e repressione, mobilitare gli alleati internazionali e preparare un nuovo fronte di destabilizzazione contro il governo Lula. L’operazione Guaidó 2.0 punta a trasformare la sconfitta politica in una presidenza immaginaria, con Washington come retrovia e la delegittimazione delle istituzioni brasiliane come principale arma di combattimento.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

Cuba, l’offensiva USA spezza il fronte latinoamericano contro il bloqueo

Per decenni, l’Assemblea generale dell’ONU ha condannato a larga maggioranza il bloqueo statunitense contro Cuba, con il sostegno compatto dell’America Latina. Nel giro di due anni, però, gli equilibri sono cambiati: dai 187 voti favorevoli del 2024 si è passati a 130, con 25 astensioni e 17 voti contrari.

Argentina, Colombia, Costa Rica, Ecuador e Paraguay si sono schierati contro la risoluzione, mentre altri Paesi latinoamericani hanno scelto l’astensione o non hanno partecipato al voto. L’Avana denuncia le pressioni e i ricatti di Washington sui governi della regione per spezzare il tradizionale fronte contrario al bloqueo.

L’ambasciatore statunitense all’ONU, Mike Waltz, ha accolto con soddisfazione il risultato, confermando che l’offensiva diplomatica USA sta producendo effetti.

Il voto fotografa così una crescente pressione statunitense sull’America Latina, volta a isolare Cuba e a ridisegnare gli allineamenti politici regionali.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

Media USA: la guerra contro l'Iran sta costa 47 miliardi di dollari

 

La guerra degli USA contro l’Iran è costata 47 miliardi di dollari. È quanto emerge da un articolo pubblicato dal quotidiano americano The Hill. Nell’articolo del media statunitense sono stati citati i dati del Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) presentati al Congresso.

Da questo rapporto del Centcom, si evidenzia che il costo della guerra è aumentato di oltre 3 miliardi di dollari dall'inizio di settembre, quando il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti (il Pentagono) aveva stimato la spesa militare a circa 43,6 miliardi di dollari.

La maggior parte della spesa è destinata alla sostituzione delle munizioni utilizzate durante le operazioni militari, per un costo stimato di circa 29 miliardi di dollari.Inoltre, bisogna aggiungere circa 12 miliardi di dollari di spese operative e altri 6,1 miliardi di dollari stanziati per la sostituzione di equipaggiamento militare perso o danneggiato.

Nel report si considera, tra l’altro, che il costo del supporto fornito dall'aeronautica militare statunitense alle truppe schierate nella regione si aggiri intorno ai 7,6 miliardi di dollari, includendo il trasporto aereo del personale, il supporto alle basi militari, le comunicazioni e la logistica nel teatro delle operazioni.

La maggior parte della spesa è destinata alla sostituzione delle munizioni utilizzate durante le operazioni militari, il cui costo è stimato in circa 29 miliardi di dollari. 

Tale importo si aggiunge a circa 12 miliardi di dollari di spese operative aggiuntive e ad altri 6,1 miliardi di dollari stanziati per la sostituzione di attrezzature militari perse o danneggiate.

Il rapporto valuta inoltre in circa 7,6 miliardi di dollari il costo dell’assistenza fornita dall’Aeronautica militare statunitense alle truppe dislocate nella regione. La stima comprende il trasporto aereo del personale, il sostegno alle basi, le comunicazioni e la logistica nel teatro operativo.

La cifra, tuttavia, non tiene conto delle spese necessarie per riparare i danni subiti dalle basi statunitensi in Medio Oriente, alcune delle quali sono state bersaglio di attacchi iraniani con missili e droni. Questo elemento potrebbe far crescere ulteriormente il costo complessivo del conflitto.

La guerra pesa sempre di più sulle famiglie americane

Le ricadute economiche del conflitto coinvolgono anche la popolazione statunitense. Secondo una stima di Moody’s Analytics riportata da The Hill, finora la guerra è costata circa 2.000 dollari a ogni famiglia americana.

Le valutazioni del costo complessivo del conflitto differiscono in base agli elementi considerati. Le cifre ufficiali riguardano soprattutto le spese militari registrate, mentre altre analisi segnalano che gli effetti economici nel medio e lungo periodo potrebbero far aumentare notevolmente il conto finale.

Il quotidiano britannico The Telegraph, sulla base di un’analisi di Linda J. Bilmes, professoressa all’Università di Harvard ed esperta di economia di guerra, ha calcolato il costo del conflitto in circa 151,3 miliardi di dollari.

I senatori attaccano Trump per la guerra e il rincaro dei prezzi

Secondo Bilmes, la stima del Pentagono — che in precedenza aveva quantificato il costo in 37,5 miliardi di dollari — non comprende tutte le spese legate alla guerra e rappresenta soltanto «la punta dell’iceberg».

The Telegraph prevede che, se il ritmo attuale dovesse mantenersi, entro la fine dell’anno il costo complessivo potrebbe arrivare a circa 311,3 miliardi di dollari. Si tratta di una previsione, non di una spesa già accertata.

La distanza tra le diverse stime mostra quanto sia complesso determinare il costo effettivo del conflitto, soprattutto se si escludono i danni materiali e le conseguenze economiche di lungo periodo.

Pfizergate: il j'accuse finale di Kovesi su Ursula von der Leyen e le ombre dell'UE

 

Mentre si avvia a concludere il suo mandato settennale alla guida della Procura europea (EPPO), Laura Codru?a Kövesi traccia un bilancio contro i vertici delle istituzioni comunitarie. Al centro dell'attenzione resta l'ombra del cosiddetto Pfizergate, l'inchiesta sulla gestione delle centinaia di milioni di dosi di vaccino anti-Covid negoziate privatamente via SMS tra la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e l'amministratore delegato del colosso farmaceutico americano, Albert Bourla.

Nonostante la gravità delle ipotesi di reato, secondo i documenti giudiziari spaziano dall'interferenza nelle funzioni pubbliche alla distruzione di prove, fino alla corruzione e al conflitto di interessi, von der Leyen non si è mai presentata di persona davanti ai magistrati dell'EPPO per rilasciare una dichiarazione. La conferma arriva da fonti vicine all'indagine, che preferiscono mantenere il riserbo per questioni di sicurezza. Dalla Commissione europea la versione ufficiale prova ad ammorbidire l'ostruzionismo: il portavoce Thomas Regnier si è affrettato a precisare che l'esecutivo ha "collaborato ampiamente" con gli inquirenti "per conto e con il pieno appoggio della Presidente", la quale si sarebbe sempre mostrata disponible, pur "nei limiti delle sue funzioni e dell'agenda".

Tuttavia, le parole rilasciate dal Procuratore Capo uscente dipingono uno scenario del tutto opposto, denunciando l'arroganza del potere politico a Bruxelles. Senza fare nomi espliciti per via del segreto istruttorio, Kövesi ha puntato il dito contro una prassi diffusa nelle stanze dell'UE: "Alcuni politici pensano di essere al di sopra della legge. Se si viene convocati per rendere dichiarazioni, ci si deve presentare". La magistrata non ha nascosto le enormi barriere frapposte al lavoro della magistratura quando si toccano gli untouchables della burocrazia continentale: "Quando nell'indagine sono coinvolte persone importanti, che si tratti di politici di alto profilo o di soggetti facoltosi legati alle élite, incontriamo ostacoli sistematici nell'esercizio delle nostre competenze".

Un attacco che travalica i singoli fascicoli e mette a nudo la fragilità costitutiva dell'EPPO. Nata nel 2017 e operativa dal 2021 per perseguire i reati finanziari a danno del bilancio comunitario, l'agenzia rischia di essere progressivamente svuotata dall'interno. Citando una celebre battuta ispirata alla serie Borgen, Kövesi ha amaramente osservato: "A Bruxelles nessuno ti sente urlare. Temo che la Procura europea verrà smantellata in modo strisciante ed elegante proprio perché sta facendo il suo lavoro". La strategia del depotenziamento passa attraverso tre direttrici contigue: il sottofinanziamento cronico, il blocco delle riforme legislative e l'ipertrofia burocratica studiata a tavolino per "complicare la vita ai PM".

L'ostruzionismo nei confronti dell'organo inquirente non riguarda soltanto i vertici della Commissione, ma investe l'intera governance degli Stati membri. Il caso più eclatante si è registrato in Grecia, travolta dagli scandali sulle frodi ai fondi agricoli dell'UE che hanno portato alle dimissioni di esponenti di governo e al rinvio a giudizio di quattro deputati del partito di maggioranza Nuova Democrazia. Di fronte ai tentativi del premier Kyriakos Mitsotakis di bloccare le indagini e delegittimare l'EPPO parlando di "fughe di notizie pilotate" e "agende politiche", Kövesi ha risposto denunciando formalmente Atene alla Commissione e ipotizzando il taglio dei fondi comunitari al paese. "Molti politici celebrano l'indipendenza della magistratura finché non si tocca la loro cerchia ristretta. Un istante dopo, i procuratori diventano improvvisamente prepotenti e politicizzati", ha accusato la magistrata.

Tra fondi inadeguati, come dimostra il budget dimezzato concesso dalla Commissione per le operazioni dell'EPPO in Ungheria, e il rischio di compromettere la credibilità dell'azione giudiziaria anche in paesi chiave come la Polonia, il bilancio finale di Kövesi suona come un allarme per il suo successore, il procuratore tedesco Andrés Ritter. Ma su un punto la magistrata non mostra cedimenti: né le scadenze elettorali né il peso dei gruppi politici bloccheranno i fascicoli pendenti, compresi quelli sull'uso improprio di fondi pubblici da parte di sciolte formazioni europarlamentari. "Se la Procura europea dovesse fermarsi ogni volta che ci sono le elezioni in Europa, potremmo direttamente smettere di lavorare".

 

Gli USA avvertono gli alleati nel Golfo: possibile "breve e intensa campagna militare" contro l'Iran

 

I piani di guerra degli Stati uniti d’America contro l’Iran non sono mai stati accantonati.

La conferma giunge dal The Wall Street Journal attraverso le voci di dentro della diplomazia USA, rivelando come la Casa Bianca avrebbe già avviato le notifiche informali ai partner dell'area del Golfo: l'avviso per le monarchie alleate è quello di prepararsi a un'offensiva militare a breve raggio ma a elevata intensità contro l'Iran, da sferrarsi subito dopo la tornata delle elezioni di metà mandato del 3 novembre.

Le indiscrezioni trapelate dal Pentagono tracciano il contorno di una manovra d'escalation deliberata. Washington punta a colpire duro per scardinare l'architettura d'influenza regionale di Teheran e forzare il governo iraniano a sedersi al tavolo dei negoziati da una posizione di totale subalternità.

Sul campo, le parole stanno già lasciando il posto al rischieramento logistico: la difesa missilistica americana è stata ridisegnata per proteggere i contingenti a rischio, gran parte delle truppe è stata evacuata dalle posizioni più esposte e le basi avanzate registrano un continuo afflusso di munizionamento pesante e assetti aerei pronti al decollo.

A completare lo scenario l'arrivo nel teatro di guerra di un gruppo d'attacco guidato da una portaerei e da un'unità di spedizione dei Marines, destinate ad affiancare oltre venti unità da guerra già stanziate nelle acque mediorientali.

Nelle stanze dell'amministrazione Trump la linea dura sembra raccogliere i consensi decisivi. Le indiscrezioni convergono nel descrivere un Presidente propenso ad autorizzare un raid su larga scala orientato a smantellare le infrastrutture critiche e i siti del programma nucleare iraniano, sebbene l'ordine operativo finale non sia stato ancora formalmente firmato. Sull'altro fronte del triangolo, anche Tel Aviv accelera i tempi dei propri preparativi militari, pronta a coordinare un nuovo ciclo di raid in parallelo alle forze di Washington.

 

Finlandia e Norvegia trattano con Putin: il fronte europeo mostra le prime crepe

 

Finlandia e Norvegia rompono il fronte europeo e contattano direttamente Vladimir Putin per discutere una possibile soluzione del conflitto ucraino. Il presidente finlandese Alexander Stubb e il premier norvegese Jonas Gahr Store hanno avuto un colloquio telefonico con il presidente russo, concentrandosi sulle prospettive di pace e sui prossimi incontri negoziali ad Abu Dhabi. Stubb ha riconosciuto una realtà difficile da ignorare: porre fine alla guerra richiede un dialogo diretto con Mosca. Per due Paesi confinanti con la Russia, il risultato del conflitto avrà conseguenze immediate sulla sicurezza nazionale ed europea.

Store ha insistito sulla necessità di una de-escalation. L’iniziativa, tuttavia, ha provocato irritazione tra alcuni partner europei. La premier danese Mette Frederiksen ha criticato la scelta di procedere senza coordinamento, mentre il capo del governo svedese ha espresso scetticismo sulle reali intenzioni russe, arrivando a evocare il rischio di una resa ucraina. Dietro queste reazioni si nasconde una contraddizione sempre più evidente. Mentre Washington e Mosca intensificano i contatti, le capitali europee temono di essere escluse dalle trattative che potrebbero decidere il futuro dell’Ucraina.

Bruxelles vuole sedersi al tavolo, ma continua a sostenere una linea che rischia di restringere gli spazi per la diplomazia. Il problema è anche politico. Dopo aver investito centinaia di miliardi di dollari nel sostegno al regime di Kiev e aver legato la propria credibilità alla prospettiva di una sconfitta strategica russa, molti leader europei faticano a cambiare rotta. Friedrich Merz lo ha ammesso apertamente: una capitolazione ucraina equivarrebbe, nella sua visione, alla capitolazione dell’intera Europa. Ma proprio questa identificazione tra il destino dell’Ucraina e quello dell’Unione rischia di diventare una trappola.

Aprire un negoziato non significa necessariamente arrendersi, così come prolungare il conflitto non garantisce di ottenere gli obiettivi proclamati. La domanda, dunque, è se l’Europa voglia contribuire a una soluzione diplomatica oppure continuare a difendere una strategia che ne ha ridotto il peso negoziale e l’ha fatta sprofondare in una profonda crisi tanto economica quanto politica.

 

LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

Cuba smentisce le accuse infondate dell'ambasciatore USA all'ONU

Per la 34ª volta, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite è tornata a discutere e votare la risoluzione presentata da Cuba per chiedere la fine del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti. Durante la sessione, la delegazione cubana ha interrotto l’intervento del rappresentante statunitense Michael Waltz, presentando una mozione d’ordine ai sensi dell’articolo 71 del regolamento dell’Assemblea. Waltz aveva accusato il governo cubano di confiscare i beni dei lavoratori, mostrando immagini e dati relativi a presunti patrimoni, proprietà e beni di lusso attribuiti ai vertici del Paese.

Secondo la ricostruzione statunitense, le risorse destinate alla popolazione sarebbero state dirottate. La delegazione dell’Avana ha chiesto alla presidenza di richiamare all’ordine il funzionario americano, contestando le sue dichiarazioni come menzogne pronunciate con arroganza e lesive della dignità degli Stati membri, oltre che offensive nei confronti del popolo e del governo cubani. Ma al di là dello scontro diplomatico, resta la questione centrale: il bloqueo imposto da Washington, che da decenni colpisce l’economia cubana e limita l’accesso a risorse, beni e servizi essenziali. Una misura coercitiva unilaterale che, per la sua portata extraterritoriale e i suoi effetti sulla popolazione civile, solleva gravi questioni di diritto internazionale e viene condannata da anni dalla comunità internazionale.

Le ripetute risoluzioni dell’Assemblea generale dell’ONU chiedono la fine dell’embargo, pur non avendo carattere giuridicamente vincolante. Dietro le accuse rivolte all’Avana, dunque, non può essere oscurata la responsabilità di una politica di pressione economica che punisce un intero popolo per piegarne le scelte politiche.

Un bloqueo criminale nei suoi effetti sociali, che nega a Cuba il diritto di svilupparsi senza coercizioni esterne.



LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

Ecuador: gli avvocati di Luisa González chiedono la scarcerazione

Il collegio difensivo dell'ex candidata alla presidenza dell'Ecuador, Luisa González, ha presentato un ricorso contro l'ordine di custodia cautelare emesso nei suoi confronti nell'ambito di un'indagine su un presunto riciclaggio di denaro legato al finanziamento della campagna elettorale del 2023.

Il documento è stato presentato alla Procura dall'avvocato Diego Guarderas, il quale sostiene che la misura cautelare violi i diritti fondamentali della sua assistita. Il legale chiede che il procedimento giudiziario prosegua senza che González rimanga privata della libertà personale durante lo svolgimento delle indagini.

Secondo l'avvocato, non sussistono i presupposti per giustificare la detenzione della leader politica dell'opposizione. Inoltre, ha sottolineato che tale situazione ha ripercussioni dirette sulla sua famiglia, tra cui il figlio adolescente e l'anziano padre, affetto da una patologia renale.

Allanamientos, agentes encapuchados, traslados entre provincias y horas de audiencia con el objetivo de exhibir y amedrentar. ¿La respuesta de Luisa González? Templanza, firmeza y una dignidad inquebrantable, las imágenes hablan por sí solas: serenidad absoluta y una sonrisa que refleja la tranquilidad de tener las manos limpias y la conciencia en paz. La fuerza de un liderazgo no se define por el poder que ejerce, sino por la serenidad con la que resiste el poder que se impone sobre él. Luisa nos demuestra que la fuerza no está en quien utiliza el aparataje del poder para perseguir, sino en quien sostiene sus principios con valentía frente a la injusticia. Podrán vulnerar el debido proceso, pero la verdad no se encarcela. ???????? @bbcmundo @el_pais @agenciaefe @dw_espanol

— Luisa González (@LuisaGonzalezEc) October 24, 2026

Guarderas ha inoltre respinto le ipotesi secondo cui González potrebbe lasciare il Paese una volta tornata in libertà. Parlando ai media, ha affermato che l'ex candidata alla presidenza rimarrà a disposizione delle autorità giudiziarie.

"Non andrà da nessuna parte, poiché ha solidi legami professionali, sociali e familiari nel Paese. Inoltre, è determinata a fare chiarezza su questa vicenda, così come ha fatto in occasione di ogni altra indagine che l'ha riguardata. Ha sempre affrontato queste questioni a viso aperto", ha dichiarato il legale, riferendosi al caso noto come "Laberinto" (Labirinto).

L'ex candidata si trova in stato di fermo dal 23 ottobre, in seguito all'esecuzione di un mandato di arresto emesso da un giudice su richiesta della Procura. Da allora, è rimasta in custodia cautelare mentre prosegue l'iter giudiziario.

González, figura di spicco dell'opposizione al regime neoliberista di Daniel Noboa, si è candidata alla presidenza sia nelle elezioni del 2023 che in quelle del 2025. In entrambe le occasioni, è stata sconfitta dall'attuale presidente.

L'indagine trae origine da accertamenti precedenti relativi al finanziamento della sua prima campagna presidenziale, un caso noto come "Caja Chica" (Piccola Cassa). Le autorità stanno esaminando presunti contributi irregolari e l'origine dei fondi che sarebbero stati utilizzati durante il processo elettorale del 2023. Inoltre, nell'ambito del caso "Laberinto", gli inquirenti stanno verificando se siano stati impiegati per le attività di campagna elettorale fondi provenienti da una società legata al sindaco di Guayaquil, Aquiles Álvarez.

In attesa che venga esaminato il ricorso presentato dal suo collegio difensivo, Luisa González rimarrà in carcere. Secondo Guarderas, la donna continua a dichiararsi innocente ed è fiduciosa che le indagini faranno luce sui fatti alla base delle accuse mosse contro di lei.

Khamenei: Nessun compromesso su Hormuz

 

In una fase segnata da altissime tensioni geopolitiche e dalla prosecuzione delle ostilità nella regione, la Guida Suprema dell'Iran, l'ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei, ha ricevuto il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, il generale Mohsen Rezai. L'incontro è servito a delineare le direttive strategiche della Repubblica Islamica in materia politica, economica, culturale e di difesa.

Durante il colloquio, il Leader ha definito il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e il suo segretariato come il vero e proprio «crocevia decisionale» del Paese. Khamenei ha rimarcato l'urgenza di adottare risoluzioni solide e determinate, supportate da una tabella di marcia strutturata che prefiguri chiaramente l'intero sviluppo di ogni iniziativa, dalla fase embrionale fino al conseguimento degli obiettivi finali.

Coesione interna e architettura costituzionale

Al centro delle discussioni figurano la stabilità del Fronte Interno e l'esigenza di saldare il patto di fiducia tra la popolazione e le istituzioni statali. Per accelerare la risoluzione delle criticità economiche e sociali che gravano sull'esecutivo, il Leader ha raccomandato di sfruttare appieno il potenziale offerto dalla Costituzione, orientando le prerogative dell'articolo 176 a supporto dell'azione del Presidente e degli organi di governo.

Sul piano del consenso interno, la Guida Suprema ha ribadito che la disperazione delle potenze avversarie rappresenta il diretto risultato della resistenza mostrata dalla nazione. In quest'ottica, ha sollecitato il ripristino di una comunicazione pubblica trasparente e tempestiva, ritenuta indispensabile per garantire il coinvolgimento attivo dei cittadini nella difesa del sistema politico e della sovranità nazionale.

Il nodo di Hormuz, i confini e la linea del Fronte di Resistenza

Dalla riunione sono emerse indicazioni perentorie in merito alla postura di sicurezza e alla geopolitica regionale. In primo luogo, il mantenimento della sicurezza nazionale ed extra-territoriale passa attraverso la gestione strategica dello Stretto di Hormuz, considerata una leva ineludibile per gli equilibri dell'intera area. In secondo luogo, è stata riconfermata la volontà di consolidare i rapporti bilaterali con i Paesi vicini, a patto che siano fondati sulla reciprocità e su interessi strategici duraturi. Infine, Khamenei ha riaffermato la necessità di tutelare con fermezza i diritti del popolo iraniano e dell'asse del Fronte di Resistenza, imponendo le condizioni di Teheran per superare la dannosa fase di "né guerra né pace" e giungere a una conclusione del conflitto alle proprie condizioni.

La relazione di Rezai: verso un ordine regionale endogeno

Da parte sua, il generale Mohsen Rezai ha illustrato un quadro dettagliato dello stato delle infrastrutture e delle iniziative di difesa intraprese dal Segretariato. Tra i dossier prioritari, Rezai ha evidenziato il costante monitoraggio della linea strategica volta a favorire la nascita di un "ordine regionale endogeno", un'architettura di sicurezza collettiva gestita dalle nazioni dell'area al di fuori di ogni ingerenza o tutela da parte delle potenze occidentali.

 

L'Iran al fianco dell'Avana: "L'unico 'crimine' di Cuba è voler preservare la propria indipendenza"

 

L'asse di solidarietà tra le nazioni colpite dalle misure coercitive unilaterali di Washington si rafforza. Durante la consueta conferenza stampa settimanale, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha condannato con fermezza la linea politica adottata dall'amministrazione statunitense contro Cuba e il Venezuela, qualificandola come un'ingerenza sistematica che mina i fondamenti dell'ordine giuridico internazionale.

Secondo Teheran, l'ostilità dimostrata nei confronti del governo cubano rientra in una più ampia strategia di pressione bellicista destinata a destabilizzare la pace e la sicurezza globale. Di fronte al progressivo sgretolamento dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite — in primis il rispetto rigoroso della sovranità e del diritto all'autodeterminazione dei popoli —, il portavoce iraniano ha rivolto un appello alla comunità internazionale affinché abbandoni qualsiasi posizione di passività. Il silenzio e l'indifferenza delle diplomazie mondiali, ha avvertito Baghaei, finiranno inevitabilmente per legittimare un precedente pericoloso che minaccia l'incolumità e l'autonomia politica di ciascuno Stato.

Sette decenni di blocco illegittimo

Il portavoce del ministero iraniano ha rimarcato la contraddizione di fondo che caratterizza le sanzioni imposte a L'Avana. A differenza di altri dossier internazionali al centro delle controversie diplomatiche, Cuba non dispone di alcun programma nucleare né porta avanti attività di arricchimento dell'uranio. Ciononostante, il Paese subisce da ormai sette decenni un embargo economico e finanziario stringente che ha generato enormi sofferenze materiali alla popolazione civile.

L'unica "colpa" attribuita all'isola e al suo popolo, ha sottolineato Baghaei, risiede nella ferma volontà di difendere la propria sovranità nazionale, scegliendo in totale autonomia il proprio modello di sviluppo economico e la propria forma di governo senza subire ingerenze o tutele esterne. È proprio questo rifiuto della subalternità che la leadership di Washington si ostina a non accettare, trasformando il sanzionamento economico in uno strumento punitivo permanente.

La condanna del neo-colonialismo di Washington

Esprimendo la piena solidarietà della Repubblica Islamica al popolo e al governo cubano, Baghaei ha concluso evidenziando come le recenti dichiarazioni dei funzionari americani tradiscano una pericolosa deriva verso forme di neocolonialismo dichiarato. La pretesa di sollecitare direttamente sovvertimenti interni o condizionare la politica di uno Stato sovrano rappresenta una palese violazione delle norme del diritto internazionale moderno, contro la quale Teheran ribadisce la propria ferma opposizione politica e diplomatica.

Entra in vigore una tregua temporanea per l'operazione umanitaria ad Alyoshki, assediata dai droni ucraini.

 

Dalle 4:00 di questa mattina (ora di Mosca) è entrato in vigore il cessate il fuoco nell'area di Alyoshki, la città sulla sponda sinistra del Dnepr nella provincia di Kherson, nell'ambito di un'operazione umanitaria internazionale d'emergenza. Isolata da mesi da ogni linea di rifornimento e bersagliata da bombardamenti quotidiani, la città si trova allo stremo a causa di quello che la garante per i diritti umani russa, Yana Lantratova, ha denunciato come un vero e proprio "blocco artificiale" creato dalle forze armate ucraine per soffocare la popolazione rimasta.

A confermare la gravità del disastro è stata anche la First Lady statunitense Melania Trump, intervenuta direttamente tra le diplomazie per favorire la tregua localizzata. Parlando dalla Casa Bianca, la Trump ha dipinto un quadro drammatico: una città di prima linea sull'orlo del collasso, abitata ormai quasi esclusivamente da anziani privi di cure mediche, farmaci salvavita, cibo e acqua potabile.

Droni e mine: il blocco dei soccorsi civili

Le modalità del blocco sono state nel dettaglio dal Ministero della Difesa russo. Oltre all'artiglieria, che da più di due anni martella le infrastrutture viarie e ferroviarie, dal maggio 2026 l'esercito ucraino ha intensificato l'uso di droni per effettuare il minamento a distanza delle uniche vie d'accesso rimaste. L'obiettivo sistematico, denunciato da Mosca, è impedire sia l'evacuazione dei civili che l'ingresso dei convogli d'emergenza.

Neanche gli sforzi del volontariato si sono salvati dalla carneficina: secondo quanto riferito da Lantratova, persino una colonna di veicoli privati chiaramente contrassegnati dalla scritta "Popolo" è stata distrutta dal fuoco dei droni. Il capo del distretto municipale, Ruslan Khomenko, ha segnalato che le forze di Kiev arrivano a sganciare dall'alto tra le 7 e le 36 mine al giorno sul centro abitato, accusando l'altra parte del campo di voler "semplicemente annientare i civili".

La denuncia di Mosca sui "metodi terroristici"

Sulla vicenda è intervenuto duramente anche Rodion Miroshnik, ambasciatore russo per i crimini del regime di Kiev, che ha definito la situazione di Alyoshki «uno dei tanti progetti terroristici orchestrati da Kiev». Secondo l'ambasciatore, le forze ucraine stanno impiegando in modo massiccio il materiale bellico e i droni forniti dalle potenze occidentali non per obbiettivi militari, ma per cacciare e colpire indistintamente qualsiasi veicolo civile provi a rompere l'assedio.

La tregua scattata all'alba rappresenta un'esile finestra di soccorso in un teatro bellico dove la sopravvivenza dei non combattenti è diventata merce di scambio e bersaglio tattico. Resta da verificare se le garanzie sul campo consentiranno finalmente il passaggio dei beni di prima necessità o se il corridoio umanitario verrà travolto dall'ennesima ripresa delle ostilità.

 

Cosa significa la vittoria di Lula per la Cina e per il mercato delle terre rare

 

La vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva al ballottaggio presidenziale in Brasile segna un punto di svolta non soltanto per l'America Latina, ma per l'intera architettura geopolitica globale. Come sottolineato dall'analisi del South China Morning Post, l'inizio del suo quarto mandato non consecutivo all'inizio del 2027 blinda e rafforza il ruolo di Pechino quale primario partner strategico di Brasilia, piazzando il gigante sudamericano al centro della contesa egemonica tra Cina e Stati Uniti.

In questo scontro tra potenze, la posizione del Brasile non è secondaria né neutrale per caso, ma si fonda su un peso minerario d'importanza critica: il Paese possiede le seconde riserve di terre rare più grandi al mondo. Si tratta dei metalli indispensabili per le tecnologie avanzate, la transizione energetica e l'industria bellica, un settore in cui la Cina punta a consolidare la propria posizione di forza sulle catene di approvvigionamento globali.

Oltre la dottrina atlantica: la sovranità delle risorse

Sotto la guida di Lula, il Brasile ribadisce di non voler scivolare nel ruolo di satellite subalterno alle direttive di Washington. La riconferma della leadership del Partito dei Lavoratori garantisce a Pechino l'interlocutore ideale per dare continuità ai progetti del blocco BRICS e per sviluppare partnership industriali nel settore dell'estrazione e della raffinazione delle risorse strategiche.

La Casa Bianca osserva con crescente apprensione la penetrazione economica cinese nel cortile di casa sudamericano. L'accesso privilegiato della Cina ai giacimenti di terre rare brasiliane indebolisce gli tentativi americani di affrancarsi dalla dipendenza mineraria orientale, confermando la volontà di Brasilia di sfruttare la propria ricchezza di materie prime come leva di autonomia geopolitica e di sviluppo nazionale.

Il Brasile nel nuovo ordine multipolare

Il quarto mandato di Lula consolida la trasformazione del Brasile in un hub imprescindibile del nuovo ordine multipolare. Rifiutando l'allineamento dogmatico ai blocchi tradizionali, il governo serba l'iniziativa diplomatica nel Sud Globale, sfruttando la cooperazione con Pechino per accelerare gli investimenti in infrastrutture e tecnologia.

Per la Cina, il successo di Lula rappresenta la garanzia di un alleato di peso nel continente americano, capace di resistere alle contromisure statunitensi. Per Washington, la presenza di un gigante industriale ricco di risorse chiave come il Brasile, sempre più integrato con il sistema economico cinese, rende la competizione geostrategica nel continente estremamente complessa e priva di soluzioni immediate.

 

Allarme ONU in Cisgiordania: Turk evoca il rischio di pulizia etnica ad Al-Khalil

 

L'incursione delle forze di occupazione israeliane nella città di Al-Khalil (Hebron), nella Cisgiordania occupata, finisce sotto il tiro delle Nazioni Unite. L'Alto Commissario ONU per i diritti umani, Volker Turk, ha lanciato un monito perentorio, intimando a Tel Aviv di fermare immediatamente le operazioni militari e denunciando come il sistematico sfollamento forzato della popolazione araba delinei un reale rischio di pulizia etnica.

UN Human Rights Chief @volker_turk calls for an end to #Israel’s aggressive operation in the #WestBank city of #Hebron, which forcibly displaced nearly 2,000 Palestinians, demolished homes and commercial property, and deprived residents of the ability to move freely. "Collective punishment is a grave violation of international law. Threats to empty and erase entire neighbourhoods also raise serious concerns of ethnic cleansing," Türk says. https://t.co/EGRf5Iw9vZ

— UN Human Rights (@UNHumanRights) October 26, 2026

Secondo i dati diffusi da Ginevra, le operazioni avviate nel fine settimana hanno già sradicato dalle loro abitazioni oltre 2.000 palestinesi, radendo al suolo interi complessi residenziali e attività commerciali e imponendo una rigida limitazione alla libertà di movimento.

Punizioni collettive e terrore della popolazione

Il quadro delineato dall'Alto Commissariato è quello di una vera e propria punizione collettiva disposta ai vertici dell'esecutivo israeliano. Commentando l'uso sproporzionato e ingiustificato della forza militare, Türk ha sottolineato come le disposizioni impartite dal primo ministro Benjamin Netanyahu tradiscano l'intento di instillare il terrore e punire indiscriminatamente i civili dopo le recenti azioni di rappresaglia della resistenza palestinese.

Le punizioni collettive costituiscono una palese violazione del diritto internazionale e delle convenzioni umanitarie, mentre gli ordini di evacuazione e le demolizioni di interi rioni configurano un preciso piano di sradicamento demografico. Di fronte a questo scenario, l'ONU esige l'immediato rientro degli sfollati nelle proprie case e l'erogazione di risarcimenti per le distruzioni arbitrarie perpetrate dall'esercito.

La chiusura della Cisgiordania alla vigilia del voto

La stretta militare su Hebron si inserisce in un quadro di chiusura ermetica dell'intera Cisgiordania occupata disposto dalle forze di occupazione fino al 27 ottobre, in concomitanza con lo svolgimento delle elezioni legislative in Israele. Un blindaggio che si traduce in un ulteriore soffocamento economico ed esistenziale per i residenti palestinesi.

Il monito delle Nazioni Unite riaccende i riflettori sull'impunità delle politiche di occupazione territoriale, accusate di spingersi oltre ogni limite legale pur di creare fatti compiuti sul terreno a danno della popolazione autoctona.

 

Egitto. Parlamento autorizza l'invio di forze "difensive" a sostegno dell'Arabia Saudita

 

Sotto la pressione delle continue rappresaglie yemenite che martellano il territorio saudita, il Cairo compie il passo formale per integrarsi nella coalizione a guida di Riyadh. Il 26 ottobre, il parlamento egiziano, riunito in una sessione a porte chiuse ai sensi dell'articolo 152 della Costituzione, ha approvato l'autorizzazione esecutiva per inviare supporto militare "difensivo" al regno saudita, ratificando la raccomandazione espressa dal Consiglio di Difesa Nazionale ed evadendo la richiesta avanzata dal presidente Abdel Fattah al-Sisi.

Il provvedimento fornisce il quadro giuridico formale per potenziare i sistemi di difesa aerea sauditi, schierare assetti militari sul campo e tutelare le infrastrutture strategiche del regno da ulteriori attacchi. Una decisione giunta dopo giorni di rinvii voluti per raggiungere un "consenso" unanimemente condiviso, e preceduta da un vertice al vertice svoltosi il 21 ottobre a Riyadh, dove il ministro degli Esteri Badr Abdelatty e il capo dell'intelligence Hassan Rashad hanno consegnato nelle mani del principe ereditario Mohammed bin Salman una lettera personale di Sisi in cui si perimetrava la natura esclusivamente "difensiva" dell'intervento.

L'escalation nel Golfo e l'avanzata delle forze yemenite

La svolta del Cairo si inserisce in una fase di drammatica recrudescenza del conflitto. Da quando, a luglio, Riyadh ha intensificato la sua campagna d'attacco decennale contro lo Yemen, le Forze Armate Yemenite (YAF) collegate ad Ansarallah hanno risposto con operazioni di rappresaglia su larga scala, colpendo a raggio sistematico basi militari, aeroporti e impianti energetici nel cuore dell'Arabia Saudita.

La reazione del regno non si è fatta attendere: lunedì le forze aeree saudite hanno scatenato pesanti incursioni bombardando la capitale Sana'a e la città portuale di Mokha. Tuttavia, l'ampiezza dell'offensiva yemenita ha evidenziato le vulnerabilità difensive di Riyadh, spingendo la monarchia a sollecitare l'attivazione delle garanzie di sicurezza dei propri alleati regionali ed extra-regionali.

La geometria del Patto della Mecca e l'ambiguità dell'Occidente

L'Egitto va così ad affiancarsi all'architettura di sicurezza del Patto della Mecca, l'alleanza di difesa congiunta siglata tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan basata sulla clausola di mutua assistenza in caso di attacco. Il Pakistan mantiene migliaia di uomini di stanza nel regno e, pur smentendo attacchi aerei diretti, assicura una copertura di terra. La Turchia garantisce personale, supporto logistico e fornitura di droni, mentre il Regno Unito fornisce un sostegno definito "puramente difensivo" che include il rifornimento in volo dei caccia sauditi impegnati nei raid sullo Yemen.

Derubricando le proprie operazioni sotto la formula retorica del "supporto difensivo", le potenze coinvolte cercano di difendere l'infrastruttura energetica e politica saudita senza assumersi formalmente la responsabilità del disastro umanitario provocato dai bombardamenti sullo Yemen. Con l'ingresso dell'Egitto, l'asse della coalizione si salda ulteriormente, trasformando lo scontro con lo Yemen in un contenzioso regionale a largo raggio.

 

Serbia, l’UE chiede di isolare Mosca ma Belgrado tira dritto

 

La Serbia non intende sacrificare i rapporti con la Russia sull’altare dell’integrazione europea. Jovo Baki?, professore universitario e rappresentante del movimento Student List, ha dichiarato a RT Balkan che il nuovo governo non imporrà sanzioni a Mosca, nonostante le pressioni esercitate da Bruxelles. La formazione studentesca ha conquistato il 52,73% dei voti nelle elezioni parlamentari di domenica, sconfiggendo la coalizione dell’ex presidente Aleksandar Vucic. Il movimento è emerso da quasi due anni di proteste, innescate dal crollo della pensilina di una stazione ferroviaria a Novi Sad nel novembre 2024, costato la vita a 16 persone. Sul terreno della politica estera, tuttavia, la nuova maggioranza sembra voler mantenere una linea di continuità.

Baki? ha definito la Russia una grande potenza, un partner storico e, in numerose occasioni, un Paese protettore della Serbia. Imporre sanzioni a Mosca, ha spiegato, avrebbe soprattutto un significato simbolico negativo per Belgrado, senza produrre conseguenze decisive per l’economia russa. La questione mette in evidenza la contraddizione con cui l’Unione Europea continua a confrontarsi: la Serbia aspira all’adesione comunitaria, ma non accetta di allinearsi automaticamente alla politica di isolamento della Russia. Per Belgrado, la difesa dell’interesse nazionale viene prima delle richieste provenienti dall’estero. Un principio che riguarda anche l’energia. Mosca copre circa tre quarti del fabbisogno serbo di gas e garantisce forniture a condizioni economiche favorevoli.

Allo stesso tempo, le sanzioni statunitensi contro la compagnia petrolifera NIS, controllata a maggioranza russa, rischiano di mettere sotto pressione l’approvvigionamento di carburante. La nuova maggioranza dovrà inoltre affrontare il tema delle esportazioni di armi. Esponenti del movimento hanno annunciato l’intenzione di interrompere le forniture verso zone di conflitto, comprese quelle destinate a intermediari occidentali che potrebbero trasferire munizioni all’Ucraina. Il Cremlino ha espresso la speranza di mantenere relazioni reciprocamente vantaggiose con Belgrado, riconoscendo anche il contributo di Vucic allo sviluppo dei rapporti bilaterali. La sfida per il nuovo governo sarà ora tradurre le dichiarazioni in scelte concrete, resistendo alle pressioni esterne senza compromettere gli interessi economici e strategici del Paese.

Il messaggio politico, intanto, è chiaro: la prospettiva europea non implica necessariamente la rinuncia alla partnership con Mosca.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

Gaza, il genocidio continua: la denuncia degli esperti ONU

 

Una commissione indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite denuncia che Israele continua a commettere atti di genocidio a Gaza nonostante il cosiddetto cessate il fuoco, mentre in Cisgiordania si aggravano i crimini di guerra e contro l’umanità. Il rapporto documenta uccisioni di civili, torture e violenze sessuali contro detenuti palestinesi, oltre all’espansione del controllo militare israeliano nella Striscia, passato dal 53% ad almeno il 60% del territorio.

Gli esperti ONU chiedono alla comunità internazionale di esercitare pressioni su Israele affinché ponga fine all’occupazione illegale dei territori palestinesi, restituisca le terre confiscate e smantelli gli insediamenti.

Intanto, l’inerzia delle potenze occidentali continua a sollevare pesanti interrogativi sulla reale volontà di fermare le violenze e garantire giustizia alle vittime.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

Due morti e diversi feriti in un attacco ucraino nel sud della Russia

 

Un nuovo attacco condotto dalle forze ucraine contro il territorio della Federazione Russa ha provocato due morti e 17 feriti, tra cui un bambino, nella provincia di Voronež. A darne notizia lunedì mattina è stato il governatore locale Alexander Gusev.

Il bilancio più grave riguarda un convoglio passeggeri in transito fuori dalla città di Voronez, investito dai detriti di un drone precipitato sul treno. L'impatto ha causato un elevato numero di feriti tra i passeggeri, due dei quali versano in gravi condizioni. I servizi di emergenza sono intervenuti tempestivamente per prestare soccorso ed evacuare l'area.

L'attacco aereo, condotto a sventagliata sul tessuto urbano e industriale, ha provocato focolai d'incendio in diverse strutture produttive (senza causare conseguenze critiche per gli impianti), oltre a danneggiare un centro direzionale nel cuore della città, un edificio residenziale, due complessi turistico-ricettivi, uno stadio scolastico e un'area adibita a garage. Danni generalizzati alle facciate e alle vetrate delle abitazioni si registrano in quasi tutti i quartieri del capoluogo.

Sul piano militare, il governatore Gusev ha riferito che i sistemi di difesa aerea russi hanno intercettato e distrutto complessivamente 113 velivoli a pilotaggio remoto (UAV) nello spazio aereo sopra l'area metropolitana e i distretti della regione. Oltre 70 droni sono stati abbattuti direttamente sopra la città di Voronež nel corso delle operazioni difensive notturne e delle prime ore del mattino.

Teheran chiama, Riad e Ankara rispondono: la nuova architettura di sicurezza regionale

 

L'Iran compie un passo fondamentale verso la definizione di una nuova architettura di sicurezza regionale affrancata da ogni ingerenza occidentale. Ali Baqeri Kani, vicesegretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, ha annunciato la imminente visita a Teheran di una delegazione di altissimo livello composta dal ministro della Difesa dell'Arabia Saudita, Khaled bin Salman, dal capo dell'esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir, e dal capo dell'intelligence turca, Ibrahim Kalin.

La storica riunione congiunta con il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, il generale Mohsen Rezai, si inserisce nel quadro dell'iniziativa strategica promossa da Teheran per costruire un modello di difesa e cooperazione regionale basato esclusivamente sulle capacità interne dei Paesi dell'Asia Occidentale.

"Nessuno spazio per le interferenze straniere"

Come ribadito dal portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqai, la posizione di Teheran è chiara: la stabilità e la pace nella regione possono essere garantite unicamente respingendo ogni interferenza o influenza straniera, a partire dal ruolo eversivo esercitato da Washington e dal regime israeliano, individuati come la principale fonte di instabilità nell'area.

"Il modello di difesa della Repubblica Islamica dell'Iran, basato sulle proprie capacità nazionali, si è dimostrato efficace per garantire la sicurezza nazionale", ha evidenziato Baqai, sottolineando come la cooperazione tra Iran, Arabia Saudita, Turchia e Pakistan rappresenti un passo concreto e realizzabile verso la piena sovranità strategica del quadrante.

Il fallimento dell'aggressione USA-Israele e il nuovo ordine regionale

Questa svolta diplomatica arriva a seguito degli eventi bellici delle ultime settimane. L'aggressione militare lanciata da Stati Uniti e Israele contro il territorio iraniano si è scontrata con la risposta difensiva e le rappresaglie sferrate da Teheran contro le posizioni d'attacco nella regione. La guerra di 40 giorni si è conclusa con un cessate il fuoco formalizzato nel Memorandum d'intesa di Islamabad tra Iran e Stati Uniti, senza che la coalizione fosse riuscita a raggiungere gli obiettivi prefissati di smantellare le capacità difensive dell'Iran o di sottometterne la leadership, mentre Teheran ha mantenuto il controllo strategico sullo Stretto di Hormuz.

La lezione sul campo si riflette ora sul piano geopolitico. L'iniziativa iraniana per una sicurezza regionale autonoma dimostra come il tentativo di isolare Teheran o di imporle diktat unilaterali nei canali diplomatici sia fallito. Nel nuovo scenario multipolare dell'Asia Occidentale, la sicurezza si costruisce con gli attori della regione, ponendo fine alla stagione del tutelaggio neocoloniale americano.

Serbia. Vucic perde le elezioni e accusa UE e USA di interferenze

 

In Serbia si consuma un terremoto politico destinato a ridefinire gli equilibri nei Balcani. I risultati preliminari diffusi dalla Commissione elettorale della Repubblica (RIK) confermano che la Lista degli Studenti, forza cardine dell'opposizione, è in nettissimo vantaggio nelle elezioni parlamentari anticipate con il 51,84% dei voti, a fronte del 39,77% ottenuto dalla coalizione di governo Serbia Unita. Con quasi il 93% dei seggi già scrutinati, i dati ufficiali convergono con le proiezioni finali degli istituti CeSID e Ipsos, che attribuiscono all'opposizione guidata dai giovani il 52,9% delle preferenze e alla compagine di governo il 38,8%.

La consultazione elettorale è giunta al culmine di una fase di profonda instabilità istituzionale e sociale, apertasi nel novembre 2024 con il tragico crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad costato la vita a 16 persone.

La lettura di Vucic: "Una rivoluzione eterodiretta dal deep state"

Nel commentare la sconfitta, l'ex presidente serbo ha scelto toni di netto scontro geopolitico, puntando il dito contro le regie occulte esterne che avrebbero finanziato e orchestrato la mobilitazione di piazza: "È la conferma di una rivoluzione condotta con il sostegno diretto di vari Paesi europei e del deep state americano".

Rivolgendosi ai vincitori con toni duri, Vucic ha rincarato la dose: "Mi congratulo con loro, anche se sono solo gli esecutori di un lavoro sporco ideato da qualcun altro per abbattere un Paese sovrano. Per il momento ci siete riusciti. Per quanto tempo? Lo vedremo". Pur ammettendo la disfatta e confermando che continuerà la battaglia dai banchi dell'opposizione senza lasciare il Paese ("Amo la Serbia. Non lascerò mai la Serbia"), il leader uscente ha lasciato intendere che la transizione aprirà scenari ad altissima tensione, non ultimi i dossier legati all'allineamento geopolitico di Belgrado, a partire dalle pressioni occidentali per imporre sanzioni economiche contro la Russia, un argine che la vecchia guardia sosteneva di voler difendere.

Le congratulazioni lampo di Bruxelles e l'ipoteca sull'asse atlantico

Mentre le piazze di Belgrado festeggiavano la fine di un'era, la risposta dell'apparato eurocratese non si è fatta attendere. I vertici di Bruxelles — con i messaggi speculari affidati ai social da Ursula von der Leyen e António Costa — si sono affrettati a blindare il risultato della Lista degli Studenti, promettendo immediato sostegno finanziario e politico per accelerare i processi di integrazione della Serbia nell'Unione Europea.

Resta ora da capire quale sarà il reale margine di manovra di un esecutivo nato sulle ceneri di una protesta di piazza e immediatamente rivendicato dai tecnocrati comunitari come una vittoria della propria sfera di influenza, in un quadrante balcanico che continua a rappresentare il terreno di scontro primario tra le spinte del multipolarismo eurasiatico e l'egemonia euro-atlantica.

 

❌