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Israele oltre Netanyahu. La sfida dell’unità nazionale e la partita con l’Iran secondo Molinari

29 October 2026 at 15:54

La democrazia israeliana è in trasformazione, dalle elezioni sono usciti più vincitori, il presidente Isaac Herzog lavora all’unità nazionale e i cambiamenti in corso possono avere impatto non solo in Medio Oriente: questa la lettura del voto nello Stato ebraico da parte di Maurizio Molinari, giornalista e scrittore, già corrispondente de La Stampa da Gerusalemme-Ramallah prima di diventare direttore de La Stampa, di Repubblica e, ora, direttore editoriale del gruppo SAE. Nel suo ultimo libro “Le mappe per capire il potere” (edito da Rizzoli) c’è un’attenta analisi dei cambiamenti in corso in Medio Oriente che aiutano a comprendere anche ciò che sta avvenendo in questi giorni.

Israele senza maggioranza: è la fine dell’era Netanyahu o la prova che resta il leader più abile nel gestire la frammentazione?

La chiave di lettura di questo voto è che hanno vinto in tre. Ha vinto Benjamin Netanyahu, perché il Likud resta il primo partito con 26 seggi e il suo blocco, 53 seggi, è il più numeroso. Ha vinto Gadi Eisenkot, perché Yashar, al debutto, è subito il secondo partito con 21 seggi e lui è il leader indiscusso del fronte del cambiamento. Hanno vinto i partiti arabi, che con 19 seggi ottengono un risultato storico, quasi il doppio della legislatura uscente. Non siamo davanti alla fine dell’era Netanyahu. Siamo davanti alla fine dell’era in cui Netanyahu poteva governare da solo con la destra radicale e i partiti religiosi. Il premier resta indispensabile ma non è più autosufficiente. Ed è proprio questo equilibrio tra vincitori, nessuno dei quali può governare da solo, a rendere l’unità nazionale l’esito più probabile.

Quali scenari di governo sono realistici? E cosa rischia Netanyahu, politicamente e giudiziariamente?

L’ipotesi più probabile, anche se la più difficile, è un governo di unità nazionale tra Likud e Yashar. I motivi sono cinque. L’aritmetica: Likud e Yashar insieme hanno 47 seggi e possono agilmente raggiungere la maggioranza di 61 con alleati di centro e di destra, senza dipendere né dagli arabi né dall’estrema destra. I veti incrociati che bloccano le alternative: Netanyahu esclude i partiti arabi, Liberman rifiuta un governo di minoranza o con arabi e haredi. Liberman, anzi, punta proprio su un’intesa Eisenkot-Netanyahu. L’inchiesta sulle interferenze straniere: è stata aperta un’indagine sul sospetto che Qatar e Turchia abbiano inviato ingenti fondi in Israele per mobilitare l’elettorato arabo e rendere il Parlamento ingovernabile. Il presidente della Commissione elettorale centrale, il giudice Noam Sohlberg, ha ordinato allo Shin Bet di indagare sul sospetto che entità straniere abbiano finanziato la mobilitazione degli elettori arabi. È un passo senza precedenti nella storia elettorale israeliana. Il sospetto riguarda fondi provenienti da Paesi vicini ai Fratelli Musulmani e la polizia ha già arrestato quattro persone nel sud per presunta corruzione elettorale. Finché l’indagine è aperta, un governo dell’opposizione con l’appoggio esterno arabo diventa politicamente ancora più costoso. Il costo del ritorno alle urne: nuove elezioni indebolirebbero un Paese ancora alle prese con Hamas a Gaza e la minaccia iraniana. Senza contare che molti in Israele ritengono che le cinque elezioni successive, fra il 2019 e il 2022, furono il momento nel quale Hamas maturò che c’erano le condizioni migliori per lanciare l’attacco del 7 ottobre. La pressione di Washington. È un fattore cruciale perché Trump ha bisogno di avere in Israele un alleato stabile in vista della ripresa delle operazioni militari contro l’Iran.

Quali sono gli ostacoli maggiori sull’unità nazionale?

L’ostacolo maggiore resta il rifiuto di Eisenkot di servire sotto Netanyahu, anche a rotazione. Ma in Israele le promesse elettorali sono assai spesso posizioni negoziali ed Eisenkot ha già fatto parte del gabinetto d’emergenza dopo il 7 ottobre. La trattativa ruoterà su tre nodi: chi guida per primo, la commissione d’inchiesta sul 7 ottobre e la leva degli ultraortodossi.

Sul piano giudiziario, l’unità nazionale offrirebbe a Netanyahu una via d’uscita. Herzog vuole un accordo tra le parti prima di valutare la grazia, e non esiste un precedente di grazia a processo in corso. Un patteggiamento legato a un passo indietro concordato potrebbe diventare parte dell’intesa di governo.

Dopo la riforma della giustizia, il 7 ottobre e la guerra, questo voto segna un cambiamento politico o un cambiamento della società?

Il voto descrive un cambiamento profondo della società e il segnale più forte arriva dagli arabi israeliani. L’affluenza nazionale ha toccato il 77,7%, la più alta dal 1999, e quella araba ha sfiorato l’80%. Per la prima volta, secondo le stime preliminari, gli arabi hanno votato in proporzione più degli ebrei.

Il dato più simbolico viene da Gerusalemme Est. Oltre 10.000 palestinesi con cittadinanza israeliana hanno votato, triplicando il dato precedente e rompendo un boicottaggio che durava dal 1967. Questo significa che sta cadendo, tra gli arabi, il tabù dello Stato sionista. Votare per la Knesset vuol dire riconoscere le istituzioni d’Israele come il luogo in cui difendere i propri diritti. È la smentita più netta della narrativa di Hamas e dell’Iran, che descrivono Israele come un’entità da cancellare.

Qui serve una distinzione netta fra il sospetto di ingerenze straniere e il voto popolare. Un conto sono gli eventuali finanziatori stranieri, che vanno perseguiti con rigore. Un altro sono gli elettori arabi, che hanno esercitato un diritto. La polizia ha respinto le accuse del Likud di elezioni “rubate”, affermando che non ci sono prove a sostegno. Eisenkot chiede di indagare a fondo ma avverte di non usare l’inchiesta per ritardare l’insediamento della Knesset. Se Doha e Ankara hanno cercato di sfruttare il voto arabo, è proprio perché quel voto ormai conta. La partecipazione resta una vittoria della democrazia israeliana; l’eventuale interferenza è un attacco contro di essa. Accanto agli arabi, gli altri due vincitori rappresentano Israele che chiede forza contro l’Iran, con Netanyahu, e quello che chiede responsabilità dopo il 7 ottobre, con Eisenkot. Nessuna delle tre identità può governare contro le altre, e l’unità nazionale può essere la risposta politica migliore.

Iran e Hezbollah: un nuovo governo può cambiare strategia senza apparire debole? Discontinuità politica o svolta militare?

Un governo di unità sarebbe la risposta più forte ai nemici di Israele. A Teheran e ai suoi alleati arriverebbe un messaggio chiaro: il Paese è diviso sulla politica, non sulla sicurezza. L’Iran esce dal conflitto iniziato con i raid israelo-americani del 28 febbraio, Hezbollah resta armato a nord e Hamas dentro Gaza. Con l’unità nazionale Netanyahu può incassare la continuità strategica e rafforzare il rapporto con Washington. Eisenkot, ex capo di stato maggiore e autore della dottrina della deterrenza contro Hezbollah, può invece rafforzare una credibilità militare che nessuno mette in dubbio. La dottrina della prevenzione non cambierebbe. Può invece cambiare il metodo: decisioni condivise con gli apparati di sicurezza, invece che dettate dalle esigenze di sopravvivenza di una coalizione. La discontinuità sarebbe politica, non militare.

Senza Netanyahu, Washington perderebbe un alleato privilegiato o guadagnerebbe spazio diplomatico?

Trump è il potenziale regista dell’unità nazionale. Ha sostenuto Netanyahu in campagna elettorale ma fonti a lui vicine riferiscono che vuole escludere Ben-Gvir, e probabilmente Smotrich, dal prossimo governo. Il motivo è strategico: i due hanno votato contro il suo accordo su Gaza e si oppongono alla sua linea sulla Cisgiordania, dove Trump ha detto che non permetterà l’annessione. Un governo con Eisenkot e senza l’estrema destra può servire a tre obiettivi americani: stabilizzare Gaza, allargare gli Accordi di Abramo e aprire la strada alla normalizzazione con l’Arabia Saudita. Nell’entourage di Trump si ipotizza perfino una rotazione con Netanyahu premier per primo ed Eisenkot a seguire. Anche l’ambasciatore israeliano a Washington ha detto che Netanyahu preferisce l’unità nazionale.

La Casa Bianca, ufficialmente, frena: definisce prematuri i resoconti su una preferenza per una specifica coalizione. E Netanyahu ha rassicurato Ben-Gvir e Smotrich. Ma è il gioco delle parti di ogni trattativa. Washington punta su un Netanyahu liberato dagli alleati più scomodi.

Gaza, insediamenti, partner arabi: un nuovo governo può cambiare rotta o il consenso sulla sicurezza lo impedisce?

Qui le novità del voto si incontrano. Un governo di unità senza Ben-Gvir e Smotrich può liberare Israele dal veto dell’estrema destra. E la partecipazione araba, compresa quella di Gerusalemme Est, porta nel sistema politico israeliano una voce che nessun governo potrà ignorare. Ra’am di Mansour Abbas ha accettato Israele come Stato ebraico e democratico, e rappresenta un ponte possibile. Non ci sarà uno Stato palestinese a breve, perché sulla sicurezza il consenso è trasversale e il 7 ottobre ha allontanato di molto nel tempo l’idea della convivenza fra due Stati e due popoli su cui si basavano gli Accordi di Oslo. Ma un governo di unità potrebbe agire in tre nuove direzioni: frenare gli insediamenti non autorizzati, attuare il piano americano per Gaza con Egitto, Giordania e Paesi del Golfo, tornare a dialogare con un’Autorità palestinese riformata.

Il nuovo quadro apre spazio all’Europa o Bruxelles resterà marginale rispetto agli Stati Uniti?

Un governo di unità nazionale può offrire all’Europa la migliore occasione degli ultimi anni. Bruxelles avrebbe di fronte un esecutivo meno ideologico, senza l’estrema destra e più disposto a discutere di Gaza e della Cisgiordania. Ma l’Europa deve prima superare le sue profonde divisioni sul Medio Oriente. Vi sono governi, partiti e leader per i quali le sanzioni contro Israele contano più della condanna del terrorismo di Hamas.

Per contare, l’Ue ha bisogno di strumenti concreti: fondi per la ricostruzione di Gaza, unanimità contro il terrorismo, sostegno alle riforme dell’Autorità palestinese e all’estensione dei Patti di Abramo, investimenti sul corridoio di infrastrutture Imec dall’India all’Europa. E serve riconoscere il valore della partecipazione arabo-israeliana come investimento sulla democrazia d’Israele. Senza coesione Ue, Israele guarderà sempre più a Washington e al Golfo.

Chi controlla gli abissi? Braw spiega le nuove vulnerabilità della sicurezza internazionale

29 October 2026 at 10:57

Ai tempi della Guerra fredda, l’unica vera minaccia subacquea era costituita dai sottomarini nucleari balistici e le infrastrutture presenti sui fondali erano ancora relativamente poche. Oggi, invece, i cavi sottomarini e le condotte energetiche sono diventati la spina dorsale della vita quotidiana, ma restano in gran parte fuori dalla giurisdizione degli Stati e difficili da proteggere, mentre gli abissi si popolano di nuove minacce. Dopo anni di incidenti e attacchi alle infrastrutture sottomarine, il tema è ormai una costante nell’agenda della sicurezza globale ed è al centro del libro “The Undersea War”, che spiega come i fondali sottomarini si stiano trasformando in un nuovo campo di battaglia. Per comprendere questa trasformazione e le sue conseguenze per la sicurezza degli Stati, Airpress ha parlato con Elisabeth Braw, senior fellow dell’Atlantic Council e autrice del libro.

Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro, e perché proprio ora?

Con l’editore abbiamo deciso di farlo nell’estate del 2024. All’epoca avevamo già assistito a diversi incidenti ai cavi nel Baltico, nel Mare del Nord, al largo della Norvegia e vicino a Taiwan. Quello taiwanese, a cui dedico un capitolo, è stato particolarmente drammatico, ma all’epoca ha ricevuto poca attenzione. Si capiva che era in corso qualcosa di nuovo: navi che si comportavano in modo anomalo, cavi danneggiati e pochissimo che si potesse fare. Era tutto molto drammatico e misterioso, e lì ho capito che qualcosa era cambiato.

Parliamo infatti di uno scenario strategico nuovo rispetto al passato. Cosa è cambiato dai tempi della Guerra fredda?

Durante la Guerra fredda c’era un confronto strutturale tra Nato e Patto di Varsavia, anche tra le flotte di sottomarini, e si era sempre vicinissimi alla guerra nucleare. Ricordo la prima volta che ho letto un giornale, nel 1981: parlava dell’incidente del sottomarino sovietico incagliato al largo della Svezia. Ricordo la foto del comandante in piedi sullo scafo in attesa di soccorso. Gli svedesi non sapevano cosa fare, processarli o lasciarli andare? Eppure nessuno parlava di cavi o condotte, perché non c’erano ancora stati incidenti di quel tipo. Quelle infrastrutture continuavano a funzionare, anche se sarebbe stato possibile sabotarle, pur trovandosi a un passo dall’Armageddon nucleare. È un paradosso: potevano essere colpite e non lo furono.

Rispetto ad allora, però, oggi i fondali sono molto più affollati.

Esatto. Oggi ci sono più cavi per i dati, più cavi elettrici (rari negli anni Ottanta) e più condotte. Ma la vera differenza è la nostra dipendenza. Negli anni Ottanta, se qualcuno avesse danneggiato alcuni cavi, la gente comune se ne sarebbe accorta a malapena. Oggi invece ce ne accorgeremmo nel momento stesso in cui accade. I cavi funzionano così bene e trasportano così tanto traffico che sono diventati indispensabili.

Poniamo uno scenario: se oggi i cavi sottomarini venissero colpiti, cosa succederebbe alla vita di tutti i giorni?

Prendiamo l’Italia, che è collegata da numerosi cavi. Se ne fosse danneggiato uno, accadrebbe poco, perché un altro ne assorbirebbe il traffico. Con tre o quattro cavi fuori uso si noterebbe un rallentamento. Ma se fossero colpiti tutti i cavi che collegano il Paese, la vita quotidiana si fermerebbe. Si esce di casa, si vuole prendere l’autobus, ma la carta di credito non funziona e non si può comprare nulla. Il telefono è inutilizzabile, così come la televisione. Forse resta la radio, se ne avete una vecchia. Non si può contattare nessuno né navigare in rete. E non è solo un problema individuale: le aziende, essendo digitalmente dipendenti, dovrebbero sospendere le attività. Ospedali e governi hanno una connettività di riserva via satellite, ma i satelliti trasportano solo una minima parte di ciò che passa nei cavi, quindi basterebbe appena per i servizi più critici. Il settore finanziario, allo stesso modo, non dispone di alternative e si bloccherebbe del tutto. È uno scenario quasi troppo grande per essere immaginato.

Molti parlano della necessità di più ridondanza. Basterebbe quindi posare più cavi?

Molti lo dicono, ma chi dovrebbe farlo? Parliamo di investimenti enormi e di infrastrutture molto vaste. I cavi appartengono ad aziende private, che non si possono obbligare a posarne altri, se non con una legge. Esse decidono in base a logiche commerciali e riterranno che il rischio per ciascuna di loro non sia abbastanza alto da giustificare un nuovo investimento. Dovrebbero essere quasi certe che un proprio cavo verrà danneggiato. Certamente, dal punto di vista della sicurezza nazionale, averne di più sarebbe auspicabile, ma il settore privato ragiona con altri criteri.

Nel libro lei approfondisce anche le diverse problematiche normative e legali riguardo la tutela delle infrastrutture sottomarine

Sì. Gli oceani, a differenza della terraferma, sono un bene comune globale. Solo una fascia di 12 miglia nautiche appartiene allo Stato costiero. Oltre c’è la zona economica esclusiva, dove si hanno diritti sulle risorse ma non la giurisdizione, e poi le acque internazionali. È lì che corrono i cavi, tra un Paese e l’altro, e dunque dipendono dal fatto che tutti rispettino le regole, perché fuori dalle acque territoriali gli Stati costieri non hanno autorità. Questo sistema ha funzionato così bene che il mondo oggi dipende interamente dai cavi sottomarini. Ma cosa faremmo se qualcuno smettesse di rispettare le regole? Non siamo nella condizione di approvare nuovi trattati globali: non riusciamo ad accordarci su nulla, figuriamoci su un trattato per la protezione dei cavi. Esiste l’Unclos, che li tutela, ma resta la domanda su cosa fare con chi non se ne cura.

E cosa possono fare gli Stati per proteggere tali infrastrutture?

È molto difficile a dirsi, perché cavi e condotte funzionano e sono al sicuro solo se c’è pace, o almeno se i Paesi si comportano bene. Un nuovo trattato non si riuscirebbe a far approvare. I Paesi del Baltico stanno facendo il massimo possibile: pattugliano i cavi attraverso un’unità Nato, la Ctf Baltic, sperando che la sola presenza faccia la differenza. Sembra funzionare, ma non servirebbe contro chi è davvero deciso a danneggiare i cavi. Questo è l’aspetto più inquietante, gli Stati non possono fare molto più di quanto già fanno. I Paesi del Baltico sono più avanti degli altri nel ragionarci, ma nemmeno le menti migliori sanno cosa si potrebbe fare in più. 

Che ruolo avranno i fondali nelle crisi future?

La situazione è già difficile così. Non siamo in guerra, anche se c’è chi dice di sì: subiamo attacchi continui, contro le infrastrutture e non solo. È una guerra sporca, ma non una guerra vera. Cosa accadrebbe però in un conflitto cinetico? I cavi sarebbero un bersaglio ovvio. La cosa più preoccupante è che la Russia ha pochissimi cavi sottomarini: è il Paese più grande del mondo ed è collegato via terra, quindi non ne ha bisogno. Può minacciare i nostri cavi, mentre noi non potremmo minacciare i suoi, perché quasi non esistono.

Quindi manca la deterrenza.

Esatto. Non possiamo neppure dire “se danneggiate i nostri cavi, noi danneggeremo i vostri”. Anche volendo, ce ne sarebbero ben pochi da colpire.

Droni sottomarini e nuove tecnologie di monitoraggio possono ridurre questa vulnerabilità?

Oggi molte aziende cercano di vendere queste tecnologie alla Nato e ai governi nazionali, ed è il mercato. Ma dal mio punto di vista non serve più sorveglianza. Grazie ai sistemi di controllo degli oceani, soprattutto nel Baltico ma non solo, abbiamo già un’ottima comprensione di quando una nave sospetta si avvicina a un cavo. Il problema non è capire la minaccia, ma sapere cosa fare quando si è stabilito che sta per accadere qualcosa. Possiamo avere tutti i droni del mondo a monitorare i cavi, ma la domanda resta la stessa: che si fa se notiamo un comportamento sospetto? La guardia costiera può chiedere alla nave di allontanarsi. Se non lo fa, si può inviare la Marina, ma questa dovrebbe attaccare la nave, e lo Stato che sta dietro quella nave reagirebbe a sua volta. È molto complicato, e il monitoraggio non lo risolve. Se la tecnologia fosse la risposta, bene, ma si limita ad aggiungere chiarezza su cose che già sappiamo.

Un’ultima cosa. Nel libro lei riporta diverse esperienze individuali. Come mai?

Penso che questo libro sia una storia di persone. È un argomento affascinante e vorrei che i lettori lo capissero. In molti Paesi ci sono persone che lavorano duramente, ogni giorno, per vigilare sui fondali, nell’industria e nelle istituzioni. Sono eroi silenziosi, perché il loro compito è quasi impossibile, eppure lo svolgono. Non sappiamo quanto lavoro ci sia dietro ma dovremmo essere molto grati a chi protegge e difende i fondali ogni giorno.

Gli antidoti democratici di Israele funzionano. Sarà il dopo Netanyahu? La lettura dell’amb. Mattiolo

28 October 2026 at 16:20

Le urne non hanno consegnato a Israele il verdetto definitivo su Benjamin Netanyahu. Gli hanno però presentato il conto di una stagione politica consumata tra guerre, tensioni interne e un Paese costretto a misurarsi con troppe emergenze contemporaneamente. L’affluenza oltre il 70%, insieme alla mobilitazione degli elettori arabi, racconta una democrazia tutt’altro che rassegnata. Ma la tenuta del Likud dimostra che archiviare Netanyahu è un’operazione molto più complessa del previsto. Ora il pallino passa alle alleanze: il blocco del cambiamento guidato da Gadi Eisenkot cerca i numeri per costruire un’alternativa, mentre sul tavolo restano i dossier più esplosivi, dagli insediamenti in Cisgiordania al servizio militare degli ultraortodossi, fino al futuro del rapporto con Washington e alla minaccia iraniana.

A leggere gli equilibri usciti dalle urne è Luigi Mattiolo, ambasciatore e profondo conoscitore delle dinamiche internazionali. Perché la partita israeliana non si esaurisce nella sfida tra un premier e i suoi avversari: riguarda la capacità di un Paese sotto pressione di cambiare direzione senza perdere di vista la propria sicurezza.

Ambasciatore, partiamo dal dato più evidente: un’affluenza superiore al 70%. Che cosa ci racconta questa partecipazione in un Paese sottoposto a una pressione securitaria straordinaria?

È un dato che colpisce e che merita di essere sottolineato. La partecipazione al voto è un segnale di vitalità democratica, tanto più significativo in un Paese come Israele, che attraversa una fase di forte tensione e deve confrontarsi con minacce su più fronti. È altrettanto importante la partecipazione della popolazione araba israeliana, che ha dimostrato di credere nella democrazia parlamentare del proprio Paese. Non dimentichiamo che Netanyahu aveva cercato di escludere i partiti arabi dalla competizione, ma la Corte suprema ha annullato quella decisione. È un elemento che invita a guardare alla realtà israeliana con maggiore complessità, senza appiattirla sulla narrazione di uno Stato irrimediabilmente antidemocratico.

Eppure chi pronosticava una bocciatura netta di Netanyahu è rimasto deluso. Il Likud ha tenuto e ha sottratto consensi anche alla destra più radicale. È ancora lui il baricentro della politica israeliana?

Il risultato dimostra che Netanyahu conserva una forza politica considerevole. Il Likud ha recuperato voti anche a scapito di altri partiti alla sua destra, un elemento di cui il premier potrà certamente vantarsi. Ma sarebbe sbagliato confondere la tenuta del suo partito con la possibilità di governare senza difficoltà. Il sistema elettorale israeliano, con la sua soglia di accesso alla Knesset, favorisce una rappresentanza articolata e rende indispensabili le coalizioni. Nessuno può governare da solo: la capacità di costruire una maggioranza parlamentare sarà decisiva.

Il blocco del cambiamento guidato da Gadi Eisenkot può davvero contendere il governo a Netanyahu? E quale margine ha per costruire una maggioranza alternativa?

La possibilità esiste, ma dipende dalla capacità di aggregare forze politiche diverse attorno a un progetto comune. Il blocco del cambiamento deve dimostrare di poter andare oltre la contrapposizione a Netanyahu e trovare una sintesi sulle questioni decisive per il futuro del Paese. In questa fase, la costruzione di una maggioranza è più importante del risultato del singolo partito. Il presidente Isaac Herzog dovrà valutare chi abbia le maggiori possibilità di raccogliere almeno 61 deputati su 120. L’incarico potrebbe essere affidato a più di un leader politico: la vera discriminante sarà la capacità di costruire una coalizione sostenibile.

I partiti arabi possono diventare gli arbitri della prossima maggioranza?

È una possibilità concreta. Se il blocco del cambiamento riuscisse a ottenere un sostegno esterno dai partiti arabi, potrebbe aprirsi una strada per la formazione di un governo. Resta anche l’ipotesi di un esecutivo di unità nazionale. L’incertezza è inevitabile, perché il sistema israeliano produce coalizioni composite, spesso fragili. La tenuta degli accordi sarà quindi fondamentale: una maggioranza numericamente sufficiente non è necessariamente una maggioranza in grado di governare con stabilità.

Al di là dei numeri, il voto può segnare una discontinuità rispetto alla stagione politica di Netanyahu?

Il segnale di una domanda di cambiamento esiste, anche se non si è tradotto in una bocciatura inequivocabile del premier. Una parte consistente della società israeliana ritiene che il Paese non possa continuare a essere impegnato contemporaneamente su tutti i fronti. Le questioni della sicurezza restano centrali, ma cresce la consapevolezza che occorra trovare un equilibrio diverso tra esigenze militari, tenuta interna e prospettive politiche. La vera incognita è se questa domanda riuscirà a trovare uno sbocco in una maggioranza parlamentare coerente.

Uno dei dossier più divisivi è quello degli insediamenti in Cisgiordania. Un eventuale governo del cambiamento potrebbe invertire la rotta?

È uno dei terreni sui quali potremmo assistere a una discontinuità. La politica degli insediamenti è stata uno degli elementi caratterizzanti dell’esecutivo Netanyahu e ha alimentato tensioni sia sul piano interno sia nei rapporti con la comunità internazionale. Un governo con una diversa composizione potrebbe quantomeno rimettere in discussione alcune scelte. Ma bisognerà capire quali forze entreranno nella coalizione e quale sarà il loro peso effettivo. Non basta evocare il cambiamento: occorre verificare se esistano le condizioni politiche per tradurlo in decisioni concrete.

C’è poi la questione dell’esenzione degli ultraortodossi dal servizio militare. Perché può diventare una linea di frattura decisiva?

Perché tocca un nervo scoperto della società israeliana: la distribuzione degli oneri della sicurezza. In un Paese che ha affrontato una lunga fase di conflitto, il tema del servizio militare non è soltanto una questione amministrativa, ma riguarda il principio di equità tra i cittadini. Eisenkot ha costruito una parte importante della propria campagna proprio su questo nodo. Un eventuale governo alternativo potrebbe provare a intervenire, ma si troverebbe davanti a resistenze politiche e sociali significative. È una delle questioni sulle quali si misurerà la capacità di un nuovo esecutivo di rispondere alle aspettative dei propri elettori.

Sul fronte palestinese, invece, esiste davvero uno spazio per riprendere un processo politico? O la sicurezza continuerà a dettare l’agenda?

La sicurezza rimane una precondizione imprescindibile. In Israele c’è una convergenza ampia sulla necessità del disarmo di Hamas, considerato un passaggio fondamentale per qualsiasi prospettiva politica credibile. Ma sicurezza e iniziativa diplomatica non dovrebbero essere considerate alternative. La sfida consiste nel creare le condizioni per superare la fase attuale e riaprire uno spazio di confronto tra israeliani e palestinesi. Il disarmo di Hamas, da solo, non risolve tutte le questioni del conflitto: è necessario capire quale assetto possa garantire stabilità e prospettive politiche nel lungo periodo.

Quanto ha pesato l’endorsement di Donald Trump a Netanyahu? E quanto conterà Washington nella fase che si apre?

Non credo che il sostegno di Trump abbia modificato in maniera determinante gli orientamenti dell’elettorato. È possibile che una parte dei votanti che in precedenza guardavano ai partiti ultraortodossi abbia finito per convergere sul Likud, ma sarebbe riduttivo attribuire l’esito del voto a un singolo fattore. Il rapporto con gli Stati Uniti sarà comunque decisivo. Un eventuale governo diverso da quello di Netanyahu potrebbe avere margini differenti nel dialogo con Washington, mentre una sua riconferma non farebbe prevedere cambiamenti sostanziali nell’impostazione dei rapporti bilaterali. Le elezioni di metà mandato americane aggiungeranno un ulteriore elemento di incertezza, anche se il presidente manterrà ampi poteri in materia di politica estera e difesa pure nell’eventualità di una perdita della maggioranza al Congresso.

Se Netanyahu dovesse restare al potere, quale dossier rischierebbe di tornare in cima all’agenda internazionale?

La minaccia nucleare iraniana potrebbe tornare a occupare una posizione ancora più centrale. Se non dovesse aprirsi una nuova stagione politica in Israele, è plausibile che la questione iraniana continui a rappresentare uno dei principali punti di convergenza tra Netanyahu e Trump. Il tema non riguarda soltanto la sicurezza israeliana, ma investe l’intero equilibrio mediorientale e il ruolo degli Stati Uniti nella regione.

Chiudiamo tornando al dato democratico. Il voto può essere letto come una risposta a chi descrive Israele come una democrazia ormai compromessa?

I segnali vanno letti con attenzione, senza trarre conclusioni assolute. L’affluenza, la partecipazione della componente araba e il ruolo di una diaspora israeliana particolarmente sensibile al tema dell’antisemitismo mostrano una società mobilitata e consapevole della posta in gioco. Anche il confronto tra forze politiche profondamente divise testimonia che gli strumenti democratici continuano a funzionare. Questo non significa ignorare le contraddizioni, le tensioni istituzionali o le criticità del rapporto con i palestinesi. Significa riconoscere che la realtà israeliana è più complessa di qualsiasi rappresentazione univoca. La prova decisiva, adesso, sarà trasformare la partecipazione elettorale in una soluzione politica capace di dare stabilità al Paese.

Netanyahu non perde. Pelanda spiega cosa cambia per Iran, Golfo e Ue

28 October 2026 at 15:11

Queste elezioni, celebrate durante una guerra, hanno dimostrato che Israele è una democrazia vera, vivace e aperta a tutti, per cui se in Ue c’è qualche Stato illuminato dovrebbe capire come stare un po’ più tranquilli sull’antisionismo. Lo dice a Formiche.net uno degli analisti di geopolitica più autorevoli del panorama continentale, il prof. Carlo Pelanda, economista, accademico e autore de “L’Italia globale” per Rubbettino. “L’aspetto che mi preoccupa di più è che il mondo europeo e anche in parte quello statunitense, non capisce proprio alcunché di che cosa sia Israele. E quindi Israele reagisce in una maniera violenta”.

Carlo Pelanda

Netanyahu non perde le elezioni e resta premier ad interim: sarà stallo per la formazione del governo. Quale il primo effetto geopolitico sulla guerra in Iran?

Se l’America decide una mossa, Israele segue, anche se non sarà una decisione israeliana. Però se l’America parte, senza il supporto di Israele gli Stati Uniti potrebbero fare fatica a decidere. Quindi lo scenario di deterrenza nei confronti dell’Iran è piuttosto puntuto e ciò permette di sceneggiare soluzioni. Washington non ha intenzione di fare un conflitto aperto, ma solo selettivo per ottenere dall’Iran delle condizioni per cui fondamentalmente si riapre lo Stretto di Hormuz: in quel caso Israele diventerebbe strumento.

Netanyahu è in grado di spingere gli Stati Uniti a fare un’azione bellica in questo momento?

No, lui è una variabile più dipendente che indipendente.

Vede in questo voto anche un elemento conservativo rispetto a pericoli oggettivi, come l’antisemitismo e la pressione di Hamas su settori strategici come energia e difesa?

La preoccupazione dei cittadini è molto ampia, nel senso che il linguaggio di Netanyahu che tocca il rischio esistenziale di Israele ha funzionato, perché la maggioranza degli elettori di religione ebraica in Israele lo percepisce. Tutte le analisi giornalistiche in qualche modo non dico che lo neghino, ma attutiscono il rischio di antisionismo, senza dimenticare che Israele è una potenza nucleare. Per cui Netanyahu ha incassato questo allarme perché percepito dalla maggioranza dei votanti, che si sono divisi tra i due schieramenti, i quali però sono molto simili sulla politica estera.

Quindi?

Quindi è prevalso lui, cioè meglio “il vecchio bastardo” che conosciamo, ma che però quando serve fa la guerra, piuttosto che una figura nuova con punto interrogativo.

Il buon risultato dei partiti arabi che segnale rappresenta, anche in ottica di equilibri futuri?

È irrilevante. Sinceramente non so perché i giornalisti si siano oggi tanto concentrati su questo dato: quel 18% non conta nulla, a meno che non ci sia qualche partito tradizionale che voglia utilizzarlo. Inoltre, avendo un minimo di conoscenza della materia, anche per ragioni etniche, osservo che i due partiti cosiddetti arabi sono molto diversi fra loro, perché uno è fatto da beduini che non sono poi così amorevoli nei confronti dei palestinesi o di Hamas, mentre l’altro è fatto da filopalestinesi. Da un lato è molto bello che questo tipo di diversità etnica, politica e religiosa sia inclusa nel voto democratico e dimostra che Israele è una democrazia vera e non finta. Ma dall’altro è un elemento che non conta molto, perché il primo partito israeliano che vorrà in qualche modo includere un partito arabo verrà massacrato mediaticamente. In molti stanno facendo analisi su Israele senza conoscerla bene, circostanza di cui sono rimasto esterrefatto.

Medio Oriente, Golfo, Europa: come potrebbe cambiare (o non cambiare) il rapporto fra queste tre aree dopo il voto?

Dipenderà da quanto le nazioni arabe più importanti, cioè Emirati e Arabia Saudita, avranno bisogno dell’aiuto di Israele per uscire dalla crisi. E quindi dipenderà da quale mossa saggia potrà fare Netanyahu, in particolare per dare un aiuto ancora maggiore di quello che sta dando l’Arabia Saudita contro gli Houthi. Si tratta però di fattori che verranno decisi nello scenario mediorientale, ma se mi è permesso di dare dei suggerimenti ai leader europei consiglierei loro di stare un po’ più tranquilli sull’antisionismo. Il fatto che siano molto condizionati da una presenza islamica enorme nelle loro nazioni, non rende credibile questa postura. Penso ad esempio agli inglesi: non è conveniente per loro e per l’Unione europea questo atteggiamento. Per cui potrebbero attutire, oppure addirittura abolire, il divieto della partecipazione di aziende israeliane nel programma Horizon.

Israele in queste elezioni cosa ha dimostrato?

Di essere una democrazia vera che in una situazione di guerra ha celebrato le elezioni e resta aperta alla più ampia varietà del consenso. Ovviamente dentro Israele c’è una percezione che fa dire: “Tutto il mondo è contro di noi e quindi combattiamo”. Ma l’aspetto che mi preoccupa di più è che il mondo europeo e anche in parte quello statunitense, non capisce proprio alcunché di che cosa sia Israele. E quindi Israele reagisce in una maniera violenta. Se uno spettatore israeliano vedesse ad esempio tutte le manifestazioni che si sono svolte in Italia, che è un Paese in una posizione più equilibrata rispetto ad altri, cosa dovrebbe pensare dinanzi a chi invoca un nuovo olocausto? Queste elezioni mostrano la realtà di Israele, di una democrazia molto vivace, attiva e dove prevale la percezione di essere circondata da tutto il mondo e quindi è disposta a lottare per la propria sopravvivenza.

Cosa dovrebbe fare l’Ue?

Se c’è fra gli Stati membri qualche nazione europea illuminata, le direi di attutire la polemica nei confronti di Israele, al netto del fatto che è giusto criticare gli eccessi dei coloni in Cisgiordania che sono inaccettabili per le modalità. Al contempo però bisognerebbe allungare una mano a Israele per mostrare comprensione, ricordandole di stare dentro le regole della democrazia: e soprattutto non escludere Israele. Credo sia stato un errore da dilettanti da parte delle nazioni europee.

Il dopo Vučić deve essere l’Ue. La traiettoria di Belgrado per sfuggire a Mosca e Pechino secondo Onori

27 October 2026 at 14:35

La piazza può rovesciare gli equilibri, ma è quando entra nelle urne che il dissenso diventa una sfida al potere. La Serbia offre oggi una lezione politica che supera i confini dei Balcani: dopo oltre un decennio di dominio di Aleksandar Vučić, la mobilitazione degli studenti ha trasformato la protesta in consenso elettorale, mettendo in discussione gli assetti consolidati e riportando al centro la lotta alla corruzione, lo Stato di diritto e la credibilità delle istituzioni.

A osservare da vicino questo passaggio è stata Federica Onori, deputata di Azione e capo delegazione dell’Assemblea parlamentare dell’Osce in Serbia. La sua lettura va oltre il ricambio generazionale: il risultato racconta una domanda di democrazia rimasta a lungo senza risposte, ma apre anche una partita decisiva per il futuro europeo di Belgrado. Perché il voto, da solo, non basta a garantire riforme e trasparenza, mentre sul Paese continuano a pesare i legami strategici con Mosca e Pechino. Ora la responsabilità passa anche a Bruxelles: trasformare questa finestra politica in un percorso concreto di avvicinamento all’Unione, senza lasciare che altri attori occupino lo spazio.

Lei era in Serbia come capo delegazione dell’Assemblea parlamentare dell’Osce e ha potuto osservare da vicino una mobilitazione che ha trasformato le piazze in consenso elettorale. Che cosa ha reso possibile la vittoria degli studenti e, soprattutto, come sono riusciti a superare la distanza tra protesta e rappresentanza politica, mettendo in difficoltà un sistema che ruotava da anni attorno ad Aleksandar Vučić?

Sono state certamente elezioni storiche. Dopo oltre un decennio segnato dalla leadership di Vučić, il Paese ha scelto una nuova direzione. Per tutta la giornata noi osservatori abbiamo visto file lunghissime ai seggi, un’affluenza molto alta e soprattutto una grande partecipazione dei giovani. Sono stati loro i veri protagonisti. La Lista degli studenti nasce dopo la tragedia di Novi Sad del 2024 ed è cresciuta attorno all’idea della lotta alla corruzione – e credo che la sua forza sia stata proprio questa. Il passaggio dalla piazza alle urne è il percorso che una democrazia dovrebbe sempre offrire al dissenso. E in Serbia è avvenuto in un contesto non semplice: la competizione è stata molto accesa e la campagna squilibrata, con un uso improprio delle risorse pubbliche da parte del partito al governo, pressioni sugli elettori e una copertura mediatica fortemente sbilanciata.

Il successo della lista studentesca ridimensiona anche l’opposizione tradizionale, incapace finora di contendere efficacemente il potere a Vučić. Siamo davanti a un ricambio generazionale oppure a una crisi più profonda dei partiti e delle forme classiche della rappresentanza democratica?

Le elezioni stabiliscono chi parla a nome dei cittadini. Un sistema democratico, però, si misura anche su ciò che accade tra un’elezione e l’altra, se le istituzioni sanno ascoltare, se le voci diverse trovano spazio, se i cittadini si sentono rappresentati. Quando la risposta è no, a volte le persone non smettono di fare politica: la fanno altrove, nelle università, nelle piazze, nella società civile. In Serbia quell’energia è rientrata nel circuito elettorale. Più che una crisi della democrazia, la leggo come una forte domanda di democrazia rivolta alle forme tradizionali della rappresentanza.

La vittoria apre una partita decisiva sul rapporto tra Belgrado e Bruxelles. Il movimento studentesco ha costruito il proprio consenso soprattutto sulla lotta alla corruzione, sullo Stato di diritto e sulla ricostruzione delle istituzioni, senza fare dell’adesione europea la sua principale bandiera. Quali condizioni servono perché questa svolta democratica si traduca in un’accelerazione concreta del percorso europeo della Serbia?

Questo voto può rappresentare una grande chance per il popolo serbo, che ha dimostrato di voler essere davvero protagonista del proprio destino. Ma le istituzioni democratiche forti non nascono in una notte né con un’unica elezione: servono tempo e volontà politica. Le priorità sono già scritte nelle raccomandazioni di ODIHR e della Commissione di Venezia, alcune ancora inattuate. Parlo dell’indipendenza dei media e del loro regolatore, della sicurezza dei giornalisti, della trasparenza sul finanziamento delle campagne, di una separazione netta tra Stato e partito e della fiducia nelle liste elettorali. Per questo, anche se l’Europa non è stata la bandiera della campagna, l’agenda riflette la necessità di rafforzare lo Stato di diritto, uno dei pilastri del sistema di valori europeo.

Che cosa cambia negli equilibri europei? Una Serbia più vicina all’Unione potrebbe contribuire a ridisegnare gli assetti dei Balcani occidentali e a ridurre gli spazi d’influenza di Russia e Cina. Quanto pesa questo risultato nella competizione geopolitica e quale responsabilità ricade ora sull’Europa?

I legami della Serbia con Mosca e con Pechino sono profondi e stratificati, e non è chiaro quale sarà la direzione che intraprenderà il nuovo governo. Con la Russia passano anzitutto dall’energia: NIS, la principale compagnia petrolifera del Paese, è da anni nelle mani di Gazprom, e il futuro di questo asset strategico sarà importante per leggere il posizionamento internazionale della Serbia. A questo si aggiunge un legame politico e culturale di lunga data. Anche con la Cina il rapporto è di natura strategica: dall’acciaieria di Smederevo alle miniere di rame di Bor, fino alle grandi infrastrutture e a un accordo di libero scambio, Pechino è diventata in pochi anni uno dei principali investitori nel Paese. Sono interdipendenze reali. E ogni volta che l’Unione si distrae, altri prendono spazio. Ogni passo della Serbia verso istituzioni più trasparenti e uno Stato di diritto più solido riduce quegli spazi più di qualunque dichiarazione geopolitica. La responsabilità dell’Europa adesso è non sprecare questo momento: accompagnare le riforme, investire nella cooperazione tra parlamenti e offrire segnali tangibili.

Dalla Serbia arriva un messaggio forte, che parte dai ragazzi. Secondo lei potrebbe verificarsi una dinamica simile anche ad altre latitudini in prospettiva?

Ogni Paese ha la sua storia, e il caso serbo nasce da condizioni specifiche: la tragedia di Novi Sad ha scosso profondamente la società ed è stata il catalizzatore di un percorso culminato nel risultato elettorale di questi giorni. Ma il messaggio viaggia oltre i confini, perché quando i giovani vedono nella politica uno strumento credibile, partecipano, eccome. La lezione per l’Europa, anche vedendo quello che succede da noi in questi giorni, è che la distanza tra cittadini e istituzioni non è un destino. Si accorcia con la trasparenza, con la lotta alla corruzione e con istituzioni capaci di ascoltare. E anche l’Osce, in particolare nella sua dimensione parlamentare, può costituire un importante strumento di dialogo per sostenere queste riforme.

Perché il posto di Italia ed Europa è al fianco di Taiwan. Parla Menia (da Taipei)

27 October 2026 at 14:13

A fronte dell’espandersi dell’autoritarismo e di minacce ibride sempre più complesse, la stretta collaborazione tra Europa e Taiwan è di fondamentale importanza, non solo per rafforzare la resilienza democratica, ma anche per salvaguardare i valori condivisi e affrontare le sfide emergenti in ambito di sicurezza. Sono le conclusioni della dichiarazione finale della Conferenza annuale del Formosa Club 2026, tenutasi a Taipei, forum giunto al secondo anno di vita, alla presenza di 49 parlamentari europei e 19 parlamenti nazionali europei, a dimostrazione del loro sostegno a Taiwan.

Si tratta di una piattaforma fondamentale per promuovere la libertà, lo Stato di diritto, la resilienza democratica e un ordine internazionale basato su regole, in un contesto caratterizzato da crescenti pressioni autoritarie e minacce ibride (tra virgolette, la Cina). Perché l’Ue ha tutto l’interesse a spingere verso tale partnership? “Taiwan è un presidio di modernità, valori comuni di diritti e democrazia, resistenza e resilienza, straordinaria capacità produttiva globale nei semiconduttori, impegnata nelle grandi sfide dell’IA, ma soprattutto frontiera della libertà. L’Italia non può che esserle al fianco”, dice a Formiche.net il vicepresidente della commissione Esteri/Difesa del Senato, Roberto Menia (FdI), raggiunto telefonicamente a Taipei, dove partecipa all’annuale conferenza.

Il riferimento è ad una cooperazione, quella tra Europa e Taiwan, che si sta focalizzando su settori nevralgici come le catene di approvvigionamento resilienti, l’innovazione democratica, l’uso dell’intelligenza artificiale, dei droni, dei sistemi a pilotaggio remoto, fino ad un ambito ormai imprescindibile come i semiconduttori avanzati. In questa direzione l’appuntamento di Taipei ha ribadito alcuni punti fissi.

Primo, l’Europa sostiene Taiwan per la gestione dei rischi relativi ai cavi sottomarini internazionali, lanciata dal ministro degli Esteri Lin Chia-lung. “Si tratta, come è noto, di arterie vitali per Nazioni ed economie digitali – aggiunge Menia – ragion per cui la cooperazione tra Europa e Taiwan va allargata ad una serie di micro settori interconnessi, come condivisione delle informazioni, riforme sistemiche, sviluppo delle conoscenze e consapevolezza del dominio marittimo. Abbiamo l’obbligo di far procedere questa alleanza su un binario preferenziale, anche a causa del diffondersi di minacce ibride sempre più complesse”.

Il Forum ha acceso un fascio di luce, a tal proposito, su un provvedimento legislativo adottato dalla Cina, ovvero la “Legge sulla promozione dell’unità e del progresso etnico”, su cui ci sono state due risoluzioni del Parlamento europeo (il 30 aprile 2026 e il 7 ottobre) che hanno condannato le disposizioni extraterritoriali di tale legge, definendole una forma di repressione transnazionale. Secondo, le attività condotte contro Taiwan nella cosiddetta “zona grigia” abbracciano svariate forme di interferenza ibrida, come la disinformazione e le pressioni di carattere militare fatte nello Stretto di Taiwan. Terzo, la Risoluzione 2758 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite non definisce lo status di Taiwan e non preclude la partecipazione significativa di Taiwan a organizzazioni e meccanismi internazionali, per cui il Forum sostiene che la partecipazione internazionale di Taiwan, laddove le sue competenze possano offrire un contributo alla comunità internazionale, sia da perseguire in maniera decisa.

“L’Italia – conclude il senatore di FdI – è consapevole del ruolo di Taiwan nello scacchiere economico e geopolitico, d’altronde siamo dinanzi ad una fase caratterizzata da policrisi, come ripetuto spesso dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Roma sta tessendo con Taipei una tela fatta di amicizia, rispetto e condivisione di progetti industriali e obiettivi politici, così come il governo ha fatto sin dal suo insediamento con la grande attenzione verso l’Indopacifico”.

Dalla difesa al commercio, perché le Filippine vogliono rafforzare i rapporti con l’Italia. Parla la ministra Lazaro

27 October 2026 at 10:33

Le Filippine intendono rafforzare la cooperazione politica e di sicurezza con l’Italia, mentre Manila amplia i partenariati europei e consolida il proprio ruolo diplomatico nell’Indo-Pacifico. Tra le possibilità indicate dal governo filippino figura anche un accordo bilaterale sulle forze militari in visita, sulla scia delle intese sviluppate con altri partner europei.

È il messaggio emerso da una conversazione con Maria Theresa P. Lazaro, ministra degli Esteri delle Filippine, che si è tenuta presso l’ambasciata filippina a Roma. Formiche.net ha partecipato all’incontro insieme a un ristretto gruppo di giornalisti invitati. La visita di Lazaro nella capitale italiana comprendeva anche un intervento pubblico. L’incontro ha affrontato i rapporti bilaterali, il crescente coinvolgimento europeo nella sicurezza asiatica, le tensioni con la Cina nel Mar Cinese Meridionale, Taiwan e il rafforzamento del profilo internazionale delle Filippine attraverso la presidenza Asean del 2026.

Italia e Filippine: un potenziale ancora da sviluppare

Nel 2027 Italia e Filippine celebreranno 80 anni di relazioni diplomatiche, un anniversario che Lazaro considera un’occasione per imprimere nuovo slancio a un partenariato che non ha ancora espresso tutte le proprie potenzialità.

“Penso che possiamo fare di più nelle nostre relazioni bilaterali”, ha spiegato, sottolineando la necessità di un confronto politico più regolare tra i due governi. “Abbiamo chiesto consultazioni politiche”, ha aggiunto Lazaro, riferendosi a un meccanismo destinato ad affrontare questioni politiche ed economiche, oltre alle relazioni tra le rispettive popolazioni, ma che finora non ha trovato concreta attuazione.

La ministra ha inoltre auspicato una maggiore frequenza di visite istituzionali ad alto livello. Durante il soggiorno romano non ha avuto occasione di incontrare membri del governo italiano, pur avendo manifestato interesse per un colloquio con il proprio omologo. Lazaro ha riconosciuto che gli impegni di agenda potrebbero aver impedito l’incontro, senza suggerire l’esistenza di divergenze politiche.

La cooperazione nella difesa rappresenta invece un settore nel quale sono stati compiuti progressi concreti. Lazaro ha ricordato l’accordo firmato a Monaco nel febbraio scorso con il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, descrivendolo come uno sviluppo positivo sul quale costruire ulteriori iniziative. Il messaggio rivolto a Roma è che una relazione bilaterale consolidata, già sostenuta da strumenti di cooperazione, necessita ora di un impegno politico più continuativo per esprimere pienamente il proprio potenziale.

La sicurezza dell’Indo-Pacifico e la prospettiva di un accordo con l’Italia

Le Filippine considerano la crescente presenza europea nell’Indo-Pacifico un contributo positivo alla sicurezza regionale. Alla domanda di Formiche.net se un maggiore coinvolgimento militare europeo possa essere percepito da altri attori regionali come un’ulteriore fonte di tensione, Lazaro ha accolto favorevolmente il contributo dei partner europei.

“Siamo dell’opinione che qualsiasi sostegno da parte dei nostri amici e partner like-minded, i Paesi europei così come, naturalmente, gli Stati Uniti, sia positivo, perché non si tratta soltanto della condivisione delle idee e di come le cose dovrebbero procedere, ma è proprio avere quel sostegno all’interno della regione che è molto necessario”. È qui che la ministra ha sottolineato l’importanza delle visite delle unità navali europee nei porti filippini, soprattutto per rafforzare la consapevolezza della situazione marittima, o maritime domain awareness, nel contesto delle persistenti controversie nel Mar Cinese Meridionale.

“Voglio essere chiara: queste visite nei nostri porti sono molto importanti, perché contribuiscono anche a definire la nostra maritime domain awareness. Ed è molto importante per noi, soprattutto per la nostra questione aperta con la Cina”. Secondo Lazaro, l’Italia potrebbe contribuire in misura maggiore alle capacità di difesa filippina, anche se sarebbe necessario un ulteriore impulso politico per tradurre la cooperazione esistente in nuove iniziative.

L’apertura più significativa in questo quadro riguarda la prospettiva di un Visiting Forces Agreement (VFA), un accordo che potrebbe definire il framework giuridico per la presenza temporanea di personale militare italiano nelle Filippine nell’ambito di attività concordate. Richiamando le intese con altri partner europei, tra cui Francia e Regno Unito, Lazaro ha aggiunto: “Stiamo aspettando l’opportunità con l’Italia”. Le sue parole non costituiscono l’annuncio di negoziati formali, ma segnalano l’interesse di Manila a esplorare questa possibilità con Roma. Un eventuale accordo si inserirebbe nel più ampio rafforzamento della cooperazione di sicurezza tra le Filippine e i Paesi europei, in una fase in cui il loro coinvolgimento nell’Indo-Pacifico assume crescente rilevanza strategica.

Cina: gestire le tensioni senza sacrificare il dialogo

È questa dimensione regionale che la competizione con Pechino diventa uno dei principali fattori che orientano la politica estera e di sicurezza filippina. Lazaro ha tuttavia tenuto a distinguere le controversie nel Mar Cinese Meridionale dalla relazione complessiva tra i due Paesi. Manila, ha spiegato, cerca di separare le dispute marittime dalle altre dimensioni del rapporto con la Cina, preservando gli scambi economici e i contatti diplomatici nonostante le persistenti tensioni.

“Abbiamo già compartimentato”, ha sottolineato, descrivendo un approccio che consente al ministero degli Esteri di mantenere aperti i canali di dialogo mentre le autorità della difesa filippine continuano a proteggere gli interessi marittimi nazionali.

Lazaro ha richiamato le incursioni cinesi nelle acque filippine che la Cina rivendica, e gli episodi di utilizzo di cannoni ad acqua contro le imbarcazioni di Manila, sottolineando al tempo stesso che la linea del presidente Ferdinand Marcos Jr. rimane fondata sull’impegno diplomatico. “Siamo dell’opinione, e questo è in linea secondo le direttive del presidente, che dobbiamo risolvere queste questioni, naturalmente, attraverso la diplomazia e il dialogo diplomatico”.

Manila e Pechino continuano quindi a utilizzare i meccanismi bilaterali di consultazione sul Mar Cinese Meridionale, insieme agli scambi tra i rispettivi ministeri degli Esteri. Gli incontri si alternano tra le due capitali, ha spiegato Lazaro, anche mentre persistono le tensioni in mare. Ma mentre la priorità del ministero degli Esteri è gestire le controversie attraverso la diplomazia, le strutture della difesa filippine restano responsabili della protezione delle acque nazionali e della risposta alle incursioni, ha evidenziato la ministra. Lazaro ha inoltre sottolineato che “gli scambi commerciali con la Cina rimangono solidi, così come le relazioni tra le rispettive popolazioni”.

Dalle sue parole emerge una politica che combina fermezza sulle questioni di sovranità e sicurezza marittima con la determinazione a preservare un rapporto importante sul piano economico e diplomatico. Questo contribuisce anche a spiegare l’interesse di Manila per una maggiore presenza europea: ampliare la rete dei partenariati di sicurezza mantenendo al tempo stesso il confronto diplomatico con Pechino.

L’Europa come partner politico, economico e strategico

Se le relazioni bilaterali con l’Italia trarrebbero beneficio da una maggiore continuità, Lazaro ha descritto il rapporto delle Filippine con l’Unione europea in una fase decisamente positiva, “di sviluppo crescente”. La ministra ha richiamato il quadro istituzionale offerto dal Partnership and Cooperation Agreement e le consultazioni in corso su sicurezza, questioni marittime, governance, diritti umani e cooperazione allo sviluppo.

“Abbiamo una relazione politica molto buona con l’Ue”, ha spiegato, sottolineando come un elemento centrale di questo rapporto in espansione è il negoziato per un accordo di libero scambio (Fta) tra Filippine e Ue. Lazaro ha espresso fiducia nella possibilità che l’intesa venga conclusa in tempi relativamente brevi, sottolineandone il potenziale impatto economico. “Immaginate soltanto quale impulso economico questo darebbe alle nostre relazioni”. La ministra ha inoltre richiamato il crescente interesse diplomatico europeo verso Manila, citando l’apertura di nuove ambasciate da parte di svariati Paesi, tra cui Slovacchia, Slovenia e Portogallo. Nella sua valutazione, questa presenza sempre più ampia riflette sia l’importanza politica delle Filippine sia le opportunità economiche associate al Paese e alla sua integrazione regionale.

Per l’Italia, il rafforzamento delle relazioni tra Unione europea e Filippine potrebbe offrire un contesto favorevole a una cooperazione bilaterale più profonda, dalla sicurezza marittima agli investimenti, dalle infrastrutture alle catene di approvvigionamento.

Taiwan: la priorità è proteggere 200.000 filippini

Una crisi nello Stretto di Taiwan avrebbe conseguenze immediate per le Filippine, considerata la vicinanza geografica all’isola e la consistente comunità filippina che vi vive e lavora? Lazaro è convinta della necessita di  affrontare la questione di Taiwan principalmente attraverso queste due considerazioni, sebbene. “la cosa più importante per noi è che abbiamo 200.000 filippini a Taiwan. Quindi, al momento, tutti i nostri piani di emergenza sono incentrati sulla sicurezza dei lavoratori filippini che abbiamo lì”.

Lazaro ha ribadito la posizione di Manila secondo cui le tensioni devono essere risolte pacificamente, avvertendo che qualsiasi escalation avrebbe conseguenze gravi, e non solo per i Paesi di prossimità geografica. Le sue dichiarazioni evidenziano la dimensione pratica e immediata della sicurezza regionale per Manila. Al di là dei più ampi calcoli strategici, la protezione dei filippini all’estero rimane la priorità operativa centrale.

Asean: il crescente peso diplomatico di Manila

Restando sul piano regionale — dove il destino di Taiwan è uno dei più preoccupanti flashpoint — Lazaro ha ricordato come la presidenza filippina dell’Asean nel 2026 abbia offerto a Manila l’opportunità di consolidare il proprio ruolo internazionale e dimostrare la capacità di riunire Paesi con interessi strategici differenti. “Abbiamo scoperto di avere la capacità di riunire gli interlocutori, in quanto Filippine”, La ministra ha ricordato la partecipazione di numerosi alti rappresentanti internazionali agli incontri organizzati a Manila, tra cui il segretario di Stato americano Marco Rubio, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e la ministra degli Esteri australiana Penny Wong.

Lazaro ha inoltre segnalato l’assenza di rappresentanti italiani agli incontri ministeriali, rivolgendo un invito e spazi di coinvolgimento: un’osservazione coerente con il suo più generale auspicio di un maggiore coinvolgimento politico di Roma, anche attraverso una rappresentanza italiana più forte nei principali appuntamenti diplomatici regionali.

Tra i risultati e le priorità della presidenza filippina ha indicato la cooperazione marittima, i negoziati in corso con la Cina per un codice di condotta nel Mar Cinese Meridionale e gli sforzi per promuovere l’integrazione digitale regionale.

Le responsabilità diplomatiche di Manila si estendono anche alla gestione delle crisi nel Sud-Est asiatico. Lazaro, che ricopre l’incarico di inviata speciale della presidenza Asean per il Myanmar, ha spiegato che avrebbe lasciato Roma per una missione diplomatica e umanitaria legata alla crisi del Paese. La presidenza dell’associazione offre dunque alle Filippine una piattaforma attraverso la quale rafforzare la propria influenza diplomatica e ampliare la rete dei partner internazionali.

Il quadro generale

Le dichiarazioni di Lazaro delineano una politica estera filippina impegnata su diversi fronti interconnessi. La gestione della competizione con la Cina, principale sfida regionale sul piano della sicurezza, procede insieme alla diversificazione dei partenariati strategici, all’approfondimento dei rapporti economici con l’Europa e al rafforzamento del ruolo di Manila nell’Asean.

All’interno di questa strategia più ampia, l’Italia emerge come un partner con il quale le Filippine vorrebbero sviluppare una relazione più strutturata. Le opportunità spaziano dal dialogo politico alla cooperazione nella difesa, fino alla presenza europea nell’Indo-Pacifico. La disponibilità di Manila a esplorare un accordo sulle forze militari in visita offre un possibile terreno concreto sul quale far avanzare questo rapporto.

(Foto: X, @SecLazaro)

Da Belgrado a Brasilia, il consenso non è più blindato. La sfida per l’Europa secondo Pirozzi (Iai)

26 October 2026 at 15:49

Le urne non abbattono soltanto governi: possono incrinare sistemi di potere che sembravano inamovibili e rimettere in discussione gli equilibri geopolitici. Dalla Serbia, dove la mobilitazione degli studenti ha trasformato la protesta in una sfida politica alla leadership consolidata, al Brasile, dove Lula ha prevalso su Flávio Bolsonaro, affiora una domanda di cambiamento che attraversa contesti diversi e supera i confini nazionali. Non è ancora una ritirata globale del populismo, né la prova di una nuova stagione democratica. È, piuttosto, il segnale che il consenso resta contendibile e che la partecipazione dal basso può riaprire partite che parevano chiuse.

Per l’Europa, stretta tra le ambizioni delle grandi potenze, le ingerenze esterne e la crescente sfiducia dei cittadini nelle istituzioni, la questione è cruciale: capire se questi scossoni possano diventare un’occasione politica o se finiranno per lasciare spazio a nuove forme di instabilità.

Per Nicoletta Pirozzi, vicedirettrice e responsabile delle relazioni istituzionali dell’Istituto Affari Internazionali (Iai), il caso serbo rappresenta un modello politico di particolare interesse, osservato da mesi e capace di sorprendere per la portata del risultato. Ma la discontinuità elettorale, da sola, non garantisce una svolta geopolitica: la composizione eterogenea del movimento studentesco lascia aperti interrogativi sulla futura collocazione internazionale di Belgrado. Anche in Brasile, la capacità di intercettare il malcontento e costruire coalizioni ampie si intreccia con la ricerca di autonomia dalle grandi potenze. Per l’Unione europea, la sfida è trasformare questi segnali in una strategia, senza sottovalutare le minacce che arrivano dall’esterno e le fratture che attraversano le proprie società.

La vittoria degli studenti serbi è il risultato di una mobilitazione durata circa due anni, nata attorno alla lotta alla corruzione e alla difesa dello Stato di diritto. Che cosa rende questo modello così interessante? E quanto è replicabile in altri Paesi europei?

È un’affermazione molto importante. Seguivamo questo modello da alcuni mesi e immaginavamo che potesse esserci un cambiamento, anche se la portata della vittoria ha sorpreso tutti. L’elemento più significativo è la capacità di trasformare un malcontento diffuso, soprattutto tra i giovani, in partecipazione politica e quindi in una maggioranza parlamentare, mettendo in discussione una leadership consolidata. La mobilitazione ha trovato nella lotta alla corruzione e nella difesa dello Stato di diritto i suoi principali motori. Non è semplice dire se questa dinamica possa riprodursi altrove. Nel caso serbo, infatti, la protesta si è legata anche alle aspettative di democratizzazione, benessere e avvicinamento all’Europa. È una componente specifica del contesto nazionale, che rende il fenomeno particolarmente interessante ma non automaticamente trasferibile ad altre realtà europee.

La vittoria elettorale non significa necessariamente una svolta europeista. Il movimento studentesco e i suoi referenti politici sono eterogenei, con sensibilità anche vicine alle posizioni russe. Quale spazio ha Bruxelles per riaprire il percorso di avvicinamento della Serbia all’Unione?

Non è automatico che da questo risultato discenda una trasformazione in senso europeista, proprio per l’eterogeneità delle componenti che hanno sostenuto il cambiamento. All’interno del movimento convivono sensibilità diverse, anche rispetto alla collocazione internazionale del Paese. C’è però un dato politico rilevante: l’affermazione di principi come la democrazia e lo Stato di diritto, che appartengono all’eredità europea e possono costituire una base per avvicinare Belgrado a Bruxelles. Su queste fondamenta occorre costruire. Il rinnovamento elettorale può offrire l’occasione per riavviare il processo di avvicinamento all’Unione, ma serve un investimento politico europeo. Bruxelles non può limitarsi a osservare: deve accompagnare il cambiamento, sostenendo le riforme e facendo in modo che le aspettative democratiche trovino uno sbocco concreto.

Dal fronte europeo a quello latinoamericano. In Brasile, Lula ha prevalso su Flávio Bolsonaro in una competizione segnata anche dalla polarizzazione e dal peso internazionale di Donald Trump. Quanto ha inciso il fattore americano e che cosa ci dice questo risultato sulla tenuta del consenso populista?

Il fattore Trump ha inciso parecchio. Lula ha puntato molto su una politica estera orientata all’autonomia strategica e alla diversificazione delle relazioni internazionali, rivendicando la capacità del Brasile di determinare autonomamente le proprie scelte. Sul piano interno, ha saputo intercettare istanze sociali importanti, costruendo una coalizione ampia e mobilitando il consenso attorno alla democrazia e al contrasto alla corruzione. È un elemento significativo: la capacità di aggregare sensibilità diverse e trasformare il malcontento sociale in partecipazione politica può fare la differenza anche in contesti fortemente polarizzati. Naturalmente, Serbia e Brasile sono realtà differenti e non vanno sovrapposte. Ma in entrambi i casi emerge quanto sia importante saper dare rappresentanza a domande di cambiamento che non trovano più risposte nelle leadership consolidate.

Dalla Serbia al Brasile sembra emergere una domanda di autonomia, tanto dalle leadership nazionali consolidate quanto dai condizionamenti delle grandi potenze. È un segnale di arretramento del populismo o piuttosto l’inizio di una nuova fase, nella quale la mobilitazione dal basso torna a condizionare gli equilibri internazionali?

Il messaggio che si può cogliere è proprio la ricerca di autonomia rispetto alle autocrazie e alle grandi potenze internazionali, insieme alla volontà di diversificare i modelli politici rispetto a quelli populisti. In queste esperienze emerge la centralità delle dinamiche democratiche e della mobilitazione dal basso, con lo Stato di diritto come obiettivo politico di riferimento. Non parlerei necessariamente di un arretramento generalizzato del populismo: siamo di fronte a contesti diversi, nei quali il consenso resta contendibile e gli equilibri possono cambiare rapidamente. Il punto è che la partecipazione democratica può riaprire spazi politici che sembravano chiusi. Per capire la portata di questa fase bisogna osservare non soltanto chi vince le elezioni, ma anche quali principi riesce a tradurre in scelte di governo e in una diversa collocazione internazionale.

La vulnerabilità delle democrazie, tuttavia, non dipende soltanto dalle dinamiche elettorali. Disinformazione, ingerenze esterne e sfiducia nelle istituzioni sembrano alimentarsi reciprocamente. Quali strumenti deve mettere in campo l’Unione europea per difendere il proprio modello, soprattutto in vista dei prossimi appuntamenti elettorali?

Una delle principali debolezze delle democrazie europee è la loro permeabilità alle influenze esterne che puntano a frammentare le società e a minare il modello democratico. Non abbiamo ancora tutte le difese necessarie per contrastare efficacemente le ingerenze e la propaganda, comprese quelle riconducibili ad attori come Russia e Cina. Ma il problema non è soltanto esterno: esiste anche uno scollamento tra cittadini e istituzioni, accompagnato da un calo della fiducia e da un dibattito politico sempre più polarizzato. La disinformazione può sfruttare proprio queste fratture, amplificando le divisioni già presenti. Occorre quindi agire su due fronti. Da una parte, ricostruire il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, rendendo le persone più capaci di riconoscere e contrastare la propaganda. Dall’altra, l’Unione deve reagire con maggiore fermezza alle ingerenze esterne. Il contesto non è semplice e i prossimi appuntamenti elettorali saranno cruciali. Difendere la democrazia significa rafforzarne la capacità di resistere alle pressioni, ma anche tornare a renderla credibile agli occhi dei cittadini.

Da un leader autoritario al populismo? Tutti i rischi della nuova Serbia secondo Loperfido

26 October 2026 at 15:14

Sono contrari alle sanzioni alla Russia, non riconoscono il Kosovo, non sono così certi della strada verso l’Ue. La pensa così una parte dell’elettorato serbo che ieri ha consegnato il Paese alla Lista degli Studenti, rompendo il monopolio durato 14 anni di Aleksandar Vucic. Di contro, molte analisi stanno oggi riconducendo il cambio di potere in Serbia a una svolta pro Bruxelles, ma gli interrogativi in questa fase sono forse più delle certezze, dal momento che del programma dei nuovi amministratori poco si sa. Formiche.net ne ha parlato con il deputato di FdI Emanuele Loperfido, membro della delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa e inviato dell’Osce proprio a Belgrado per seguire il processo elettorale. “Come Europa, dovremo essere bravi a metterci nelle condizioni di far risultare più attraente la sponda europea per la Serbia”.

Perché Vucic ha perso le elezioni?

Fisiologicamente, dopo 14 anni, anche il miglior premier sul mercato può stancare il proprio elettorato che sceglie di metterlo da parte. Di fronte ha avuto un movimento politico studentesco che è cresciuto, avendo sempre Vucic come obiettivo: e quindi, di fronte a un mondo che è cambiato rapidamente, anche loro hanno voluto cambiare, invertendo un trend di un establishment che si era consolidato in Serbia. Il sentimento tipico giovanile di volontà di cambiamento è esacerbato probabilmente da un sistema che era diventato un po’ oppressivo. Inoltre Vucic deve aver perso anche il polso del Paese e qualche suo collaboratore non è stato in grado di interpretare l’intensità della volontà del cambiamento.

Da osservatore Osce cosa ha visto durante le elezioni? Il rischio brogli e aggressioni ritiene che complichi la strada del Paese verso l’Ue?

I Balcani non possono mai essere analizzati in modo manicheo, da una parte o dall’altra: piuttosto occorre valutare le tante sfaccettature per comprendere il quadro generale. Sicuramente c’era da parte del movimento studentesco un allarme circa il fatto che potessero verificarsi brogli, per cui c’è stato un presidio molto capillare nei seggi. Noi abbiamo visto durante le operazioni di voto tanti rappresentanti di lista. Una presenza quasi asfissiante ai seggi, che racconta un dato abbastanza emblematico di queste elezioni: ovvero in tutti i seggi sono arrivati gli esponenti del movimento studentesco con in mano la loro penna perché venivano ipotizzati vari brogli tramite l’utilizzo da parte del regime di penne cancellabili. Quindi erano tutti premuniti, andando al seggio con la loro penna, scattando anche una foto alla scheda. Però poi la volontà popolare è stata così forte per cui, già pochi minuti dopo la chiusura dei seggi, quando stava avanzando l’ipotesi di scontri in piazza, Vucic ha riconosciuto la sconfitta e il Paese ha potuto godere del risultato elettorale che è stato netto. Inoltre il regime non ha assolutamente reagito, come qualcuno ipotizzava. Forse in realtà Vucic era molto meno sicuro di quello che pensavano nel suo staff e il monitoraggio nella parte pre elettorale ha esemplificato un dato che è apparso chiaro a tutti noi presenti: ovvero che la Lista degli studenti è un movimento che ha saputo interpretare la volontà di cambiamento, ma senza avere un programma politico ancora ben chiaro.

Quali sono le idee della Lista degli studenti? Sono realizzabili e in linea con le politiche Ue?

Il programma consiste in 1900 pagine che non avevano pubblicato in toto, perché ancora erano in fase di comprensione: ovvero si ragionava su quali potevano essere gli elementi caratterizzanti un movimento politico che raccoglie di tutto. Senza dubbio sono stati abili nell’intercettare il dissenso verso Vucic, ma poi alla conta dei fatti tra i loro elettori ci sono serbi contrari alle sanzioni alla Russia, serbi che non riconoscono il Kosovo, serbi non sono così certi della strada verso l’Ue, serbi che non hanno chiara la dimensione della pace giusta in Ucraina. Inoltre nei confronti dell’Europa non si sono alleati con un partito europeista che comunque si era presentato alle elezioni, perché al loro interno hanno un’anima ancora dubbiosa rispetto al percorso europeo. Quindi si tratta di un movimento che oggi verrà chiamato a stabilire quali sono le priorità dal punto di vista della politica internazionale. Fino a ieri i loro elementi distintivi erano soprattutto la volontà di trasparenza, la lotta alla corruzione e il ricambio anche generazionale dell’establishment.

E adesso?

Ora verrà una fase molto difficile: quindi per chi in Italia ha fatto una lettura molto semplice, dicendo che ha vinto l’Europa, in realtà stando fisicamente lì in quelle ore per le elezioni credo occorrerà più tempo per capire dove andranno davvero.

Hanno vinto studenti, manifestanti, neofiti della politica: esiste il rischio di passare da un leader autoritario ad una fase di caos e populismo?

Può essere un’ipotesi, perché i leader al momento riconosciuti sono essi stessi senza esperienza politica. Sono sicuramente validi accademici, validi, professori, validi professionisti, ma senza esperienza politica. La loro organizzazione è fatta di comitati che, come ci hanno tenuto a ribadire più volte, sono comitati orizzontali e non verticali, per cui si decide sulla base dell’esito di piattaforme internet e magari vengono prese decisioni che sono anche diverse e non compatibili l’una con l’altra. Un de javu di ciò che abbiamo già visto in Italia. Noi possiamo essere sicuramente contenti dell’esito del risultato elettorale dal punto di vista della democrazia, che ha dimostrato come nonostante quello che veniva dagli studenti indicato come “regime” c’è stata una altissima affluenza. Quindi da questo punto di vista si può dire che la democrazia serba è matura e funziona: passi in avanti che, come Europa, noi dobbiamo essere contenti che si siano verificati. Adesso vediamo se sceglieranno la sponda europea oppure se magari si faranno affascinare ancora dalla Russia.

In che senso?

Beh, non avendo accessi al mare, la Serbia è ancora costretta a prendere l’energia da Mosca.

Vede il rischio che con la nuova classe dirigente la Serbia rischi essenzialmente di fare un salto nel buio?

Premetto che ultimamente forse era più Putin che aveva bisogno di Vucic e non il contrario, a causa il gioco russo a scacchi nella strategia internazionale. Putin ha bisogno di far vedere che ha un piede nei Balcani. Di contro Vucic con la sua esperienza politica e con un’autorevolezza che deriva dai 14 anni al potere, ha giocato sapientemente su due fronti, facendo l’occhiolino una volta al’Europa, una volta la Russia. Ora con questa nuova classe dirigente le problematiche legate all’energia rimangono intatte e la Russia è la via più facile per una fornitura energetica che continua ad essere a poco prezzo. Come Europa, dovremo essere bravi a metterci nelle condizioni di far risultare più attraente la sponda europea per la Serbia, quindi fare in modo che ci possano essere forniture alternative a buon prezzo. E quindi evitare che i serbi cadano nella provocazione per cui stare con la Russia vuol dire avere energia a poco prezzo e stare con noi significherebbe energia ad alto prezzo. Un’ultima annotazione: il Partito democratico italiano continua a gioire per le vittorie all’estero. Dopo l’Ungheria ora la Serbia, pur non essendo assolutamente famiglie politiche a loro ascrivibili.

L’Ets è la strada per l’industria del futuro, non l’ostacolo. Parla Corrado (Pd)

26 October 2026 at 14:22

Potere della transizione. O, meglio, della ceramica. Il M5S che vota con Fratelli d’Italia, Confindustria che ringrazia il Pd. Davvero quadro inedito tratteggiato dal voto del Parlamento europeo che ha approvato un aumento di quote gratuite di CO2 per le industrie più energivore di alcuni settori, a cominciare dalla ceramica. Detto più tecnicamente, l’eurocamera ha dato il via libera all’aggiornamento dei target Ets basati sul calore e sui combustibili per il periodo 2026-2030. Un passo indispensabile per portare avanti il negoziato europeo per rendere più equo il meccanismo per la tassazione delle emissioni che per molti governi, Italia in testa, rappresenta un’autentica strozzatura nella formazione del prezzo finale dell’energia.

Allargando lo spettro e andando nel pratico, le industrie europee potranno da ora contare su quasi 100 milioni di quote di emissione gratuite aggiuntive per il periodo 2026-2030, proprio grazie all’approvazione della revisione dei benchmark del sistema di scambio delle quote di emissione. Revisione che tocca come detto i parametri di riferimento utilizzati per calcolare le quote gratuite assegnate agli impianti industriali. L’obiettivo è contenere i costi per le imprese europee e ridurre il rischio di carbon leakage, cioè il trasferimento della produzione verso Paesi con vincoli climatici meno stringenti. In prima linea per questa piccola grande svolta c’è stata e c’è Annalisa Corrado, europarlamentare del Pd e responsabile dem per l’Ambiente.

Il voto dell’europarlamento sembra suggerire un primo, vero, ammorbidimento del sistema Ets, pur mantenendo inalterata la natura del meccanismo. Le pare una lettura corretta?

Non lo definirei un ammorbidimento, no. Anche se, come in ogni negoziato, ci si è dovuti aprire a una parte di quote gratuite trasversali in più, che comunque siamo riusciti a contenere, non è certamente questo il punto più importante.

E quale sarebbe?

Con un emendamento a mia prima firma, diventato parte centrale del compromesso condiviso in commissione Ambiente, abbiamo introdotto un approccio verticale per i settori industriali penalizzati dal calcolo del benchmark di riferimento settoriale: settori che finora hanno pagato più quote Ets di quanto dovuto. Quel testo, passato in commissione Ambiente con ampia maggioranza, è stato poi approvato anche dalla plenaria, senza che passasse nessuno degli emendamenti presentati, anche in modo scorretto perché rischiavano di far saltare tutto, da membri di forze che pure avevano sostenuto il compromesso.

Da tutto questo cosa possiamo evincere?

Non abbiamo abbassato l’ambizione climatica: abbiamo ripristinato una giusta richiesta di contributo alla decarbonizzazione, eliminando una pressione inadeguata su comparti fondamentali per le nostre economie. Per l’Italia è decisivo soprattutto per la ceramica, un settore cruciale per diversi territori.

L’Italia è da mesi in prima linea per una revisione profonda del meccanismo. Come giudica questa battaglia del governo Meloni?

La battaglia del governo Meloni è esattamente l’opposto del nostro approccio: loro vogliono sospendere e smantellare l’Ets, e con lui la transizione, in nome di un’ideologia che individua nella decarbonizzazione il nemico da abbattere. È una posizione miope, che di fatto protegge i grandi interessi degli idrocarburi, mentre il Paese paga l’energia più cara d’Europa proprio per la dipendenza dal gas. Decarbonizzare è la strada della competitività, non il suo ostacolo.

Il Pd invece va in una direzione diversa, anzi direi opposta. Vuole spiegarla?

Sì, noi lavoriamo in modo diametralmente opposto: rafforzare il sistema, correggerne le storture, renderlo più realistico e applicabile, e costruire un’Europa che investa fondi propri per sostenere i settori in difficoltà, verso un modello Next Generation Eu permanente a cui le destre nazionaliste continuano testardamente ad opporsi. E la narrazione della tassa sul clima è un pretesto: l’Ets diventa una tassa solo quando i proventi non vengono usati per decarbonizzare, come succede in Italia, dove finiscono nella fiscalità generale invece di aiutare le imprese. Detto questo sull’approccio generale, va detto che sul progetto specifico per salvare la ceramica c’è stata una convergenza trasversale, anche se non totale, tra forze di governo e di opposizione. Sono davvero fiera di aver contributo in primissima linea a questo risultato, frutto di un lavoro collettivo che viene da lontano tra Sindaci dei territori, Regione Emilia Romagna (De Pascale e Colla in testa), associazioni delle industrie ceramiche, tecnici e funzionari del parlamento e del gruppo S&D, oltre a colleghe e colleghi come Stefano Bonaccini.

Adesso cosa succede? Entra in gioco il governo italiano nel negoziato interno all’Ue, che cosa si aspetta?

Ora la palla passa al trilogo, dove servirà una posizione forte del Consiglio che il nostro governo deve saper costruire e difendere. Spero che Meloni la sostenga, senza provare a forzarla in chiave anti-Ets: sarebbe l’unico modo per essere certi di trovare lo scontro con la Commissione e affossare la proposta.

Il dibattito sull’Ets ha posto sullo stesso piano il tema della decarbonizzazione e dell’industria. Cosa risponde a chi dice che oggi decarbonizzare troppo spesso vuol dire deindustrializzare?

Che è esattamente il contrario. Lo ha detto già a inizio legislatura Mario Draghi, che certo non è un pericoloso sovversivo ecologista: la dipendenza da idrocarburi (che non possediamo) è un elemento di fragilità conclamato delle nostre economie, crisi dopo crisi. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, chi ha investito nella decarbonizzazione ha retto meglio, e ancora meglio ha retto quando è arrivata la nuova crisi, provocata dall’aggressione all’Iran di Trump e del genocida Netanyahu, che ha causato la chiusura dello stretto di Hormuz. Basti pensare alla ricetta di Sanchez e Tibera, in Spagna, che oggi ha bollette spesso pari alla metà o meno delle nostre. Noi invece siamo rimasti ancorati all’idea dell’hub del gas, che è diventata la principale fonte della nostra debolezza industriale. Si passa da una crisi all’altra, e se non siamo preparati non possiamo che fallire. Inoltre questi idrocarburi sono scambiati su mercati fortemente speculativi e instabili sul piano geopolitico, che non garantiscono stabilità nei costi di produzione: la cosa peggiore che possa capitare a un’industria.

L’errore da non commettere?

Allentare o azzerare l’Ets significherebbe sognare di tornare a un Novecento che non esiste più e indebolire la nostra autonomia strategica, cioè la capacità di tenere testa ai governi autocratici da cui dipendiamo per le fonti fossili. Decarbonizzazione e industria sana e di qualità vanno nella stessa direzione.

Dietro le nuove proteste, tra mobilitazione digitale e guerra cognitiva. La lettura di Lombardi

24 October 2026 at 14:24

Le piazze non si accendono più soltanto attraverso le parole d’ordine ideologiche. Si preparano nelle chat, si coordinano sulle piattaforme digitali, si spostano da un’applicazione all’altra per sottrarsi ai controlli. E quando le indicazioni circolano all’ultimo momento, la prevenzione diventa una partita più complessa. La nascita del movimento “17 ottobre”, le manifestazioni, le città blindate, le allerte delle ambasciate e le analogie con quanto accade in Francia riportano al centro una questione che va oltre la gestione dell’ordine pubblico: la capacità delle democrazie europee di riconoscere e anticipare le nuove forme del conflitto.

Marco Lombardi, sociologo e docente all’Università Cattolica di Milano, studia da anni sicurezza, radicalizzazione, terrorismo e comunicazione del rischio. La sua chiave di lettura parte da un elemento preciso: la trasformazione organizzativa della protesta, resa possibile dagli strumenti digitali e inserita in un contesto internazionale segnato da tensioni crescenti. “Il vero target di questa guerra è l’opinione pubblica”, avverte. Una guerra cognitiva nella quale la violenza di piazza può diventare uno strumento di destabilizzazione, senza che questo autorizzi a ricondurre automaticamente ogni manifestazione a una regia occulta.

Professore, partiamo dal movimento “17 ottobre” e dalle mobilitazioni di questi giorni. La scelta di comunicare i punti di ritrovo all’ultimo momento e il ricorso a Telegram e ad altre piattaforme indicano una trasformazione delle forme di protesta?

Sì, è stato fatto un salto organizzativo. Il movimento “17 ottobre” nasce con un obiettivo organizzativo, prima ancora che ideologico. I social servono anche a condividere l’ideologia, ma qui la dimensione organizzativa è ormai evidente. Questa mattina la chat su Telegram contava 2.627 iscritti. C’era una struttura articolata: una chat generale nella quale gli amministratori fornivano indicazioni, uno spazio di discussione e poi stanze dedicate alle singole città, da Roma a Bologna, passando per Milano e Padova. Circolavano regole comuni e informazioni di sicurezza. Non siamo più soltanto davanti alla diffusione di messaggi propagandistici, ma a un sistema che coordina concretamente le persone.

Che cosa cambia per le forze dell’ordine?

Cambia molto. Quando il fenomeno è prevalentemente ideologico, le istituzioni hanno più tempo per attivare strategie di monitoraggio, prevenzione e contrasto. Quando invece la mobilitazione si struttura attraverso canali operativi, bisogna intervenire con strumenti diversi. Il passaggio da Telegram a piattaforme come Session e Signal, fino all’utilizzo di codici QR o di indicazioni comunicate direttamente sul posto, segnala una capacità organizzativa più elevata. Una delle ipotesi tecniche è il jamming, cioè l’interferenza sulle comunicazioni, ma per lo Stato è una strada complessa, anche sul piano normativo e delle conseguenze operative. Il punto è che non basta più presidiare la piazza: bisogna comprendere come e quando quella piazza viene costruita.

Tra Italia e Francia si osservano modalità di mobilitazione e tensioni che presentano analogie. Siamo davanti a una nuova fase del conflitto sociale europeo?

Siamo davanti a un’evoluzione delle esigenze di ordine pubblico, perché sta cambiando lo scenario. Per anni le forze dell’ordine hanno seguito un modello nel quale si cercava di evitare lo scontro violento anche accettando, in alcuni casi, che beni pubblici e privati subissero danni. Ma oggi dobbiamo considerare anche la tutela dei cittadini e la necessità di adeguare progressivamente le modalità operative sul campo. Le analogie tra Italia e Francia sono evidenti. Esiste inoltre un comportamento imitativo che attraversa le ideologie: quando una modalità operativa si dimostra efficace, viene osservata e replicata. È un meccanismo che abbiamo conosciuto anche in altri contesti, dal terrorismo in poi. Dietro l’imitazione, però, può esserci una riflessione più profonda sulle vulnerabilità dei sistemi sociali.

Quanto pesa il disagio giovanile e quanto, invece, la capacità di soggetti organizzati di sfruttarlo?

Le violenze giovanili esplodono in un contesto generale e globale di conflitto. Il disagio esiste, ma dobbiamo domandarci se qualcuno abbia individuato proprio questo momento di vulnerabilità per utilizzarlo. L’Europa rischia di diventare la pancia molle di queste tensioni, un terreno nel quale le fragilità interne possono essere sfruttate per alimentare ulteriori conflitti. È un quadro che considero in peggioramento e sul quale occorre intervenire con urgenza. Questo non significa affermare che dietro ogni episodio ci sia necessariamente una regia unica. Significa riconoscere che le vulnerabilità possono essere individuate e sfruttate da attori diversi, con obiettivi differenti.

Esiste il rischio che qualcuno punti deliberatamente a provocare uno scontro con conseguenze drammatiche?

Se ci fosse un attore esterno interessato a destabilizzare il sistema, l’eventualità di una vittima potrebbe rappresentare, dal suo punto di vista, un elemento capace di far precipitare il conflitto sociale. Sarebbe uno scenario di massima criticità, perché un episodio del genere potrebbe innescare una spirale di contrapposizioni. Ma bisogna distinguere le ipotesi dagli elementi verificati. Quello che possiamo dire è che il rischio di escalation va preso sul serio e che la prevenzione deve partire prima che le persone si radunino.

Questo significa intervenire direttamente sui social network?

Significa affrontare la dimensione digitale della mobilitazione. Se l’organizzazione passa attraverso le piattaforme, le istituzioni devono essere in grado di comprenderne le dinamiche e di intervenire preventivamente, nel rispetto delle regole. Aspettare che tutto si trasferisca fisicamente nelle strade significa arrivare quando una parte del processo è già compiuta. Occorre lavorare prima della piazza, senza confondere il dissenso politico, che è legittimo, con la pianificazione della violenza.

L’ambasciata americana ha invitato i propri cittadini a evitare alcune aree delle manifestazioni. È soltanto una misura precauzionale o racconta un cambiamento nella percezione del rischio europeo?

Non è una novità assoluta: negli ultimi dieci anni abbiamo visto comunicazioni analoghe, anche con inviti a evitare determinate zone urbane. Ma è indubbio che esista una crescente attenzione americana verso i rischi che attraversano l’Europa. Non escluderei che questo rifletta anche una valutazione più generale del contesto internazionale. Dobbiamo ricordare che, in una guerra cognitiva, il vero obiettivo è l’opinione pubblica. Le percezioni di insicurezza, la polarizzazione e la sfiducia nelle istituzioni possono produrre effetti profondi anche senza uno scontro militare diretto.

Quale ruolo possono avere le manifestazioni nello scenario di guerra cognitiva che ha descritto?

Il contesto è quello in cui il bersaglio non è soltanto il territorio, ma il modo in cui le persone interpretano ciò che accade. La capacità di alimentare paura, divisioni e conflitti interni diventa parte della dinamica strategica. In questo quadro, anche le manifestazioni possono essere sfruttate per amplificare le fratture sociali, indipendentemente dalle intenzioni originarie di chi vi partecipa. Non dobbiamo però cadere nell’errore opposto: attribuire automaticamente ogni protesta a una guerra cognitiva o a un disegno esterno.

Il rischio, allora, è normalizzare la violenza come una componente inevitabile del conflitto politico?

È proprio ciò che dobbiamo evitare. Non dobbiamo normalizzare la guerra, in nessuna delle sue forme, né considerare inevitabili le conseguenze della violenza. In un contesto nel quale gli attori possono essere alleati sul piano tattico senza essere necessariamente amici, la capacità di leggere gli interessi in gioco diventa fondamentale. Ma il punto conclusivo resta un altro: la violenza non ha giustificazione. E la difesa delle istituzioni democratiche passa anche dalla capacità di impedire che le tensioni sociali vengano trasformate in strumenti di destabilizzazione.

Smettiamo di nutrire il sistema

24 October 2026 at 11:00

🔥 L’Italia è in piazza. Studenti, autotrasportatori, agricoltori, famiglie: da Nord a Sud il carovita ha acceso un autunno di proteste. Gasolio alle stelle, carrello della spesa sempre più pesante, salari che non bastano più. 🚜 Chi produce il nostro cibo è schiacciato dai costi, chi lo compra paga sempre di più. Dove si perde la differenza lungo la filiera? E perché le risposte del governo restano misure d’emergenza che inseguono la crisi senza cambiarne le cause? Ne parliamo con Mario Apicella, agronomo, cantautore e attivista, già ospite di Casa del Sole TV. Dalla rabbia delle piazze a una proposta concreta: costruire percorsi etici di vita quotidiana. Un approvvigionamento di cibo sano e vivo, il cibo come prima forma di prevenzione, la filiera corta come scelta di autonomia. 📡 E un secondo fronte, non meno importante: l’informazione. Perché senza un’informazione onesta ed etica non c’è consapevolezza, e senza consapevolezza ogni protesta resta rabbia senza direzione. 🎯 SOSTIENI CASA DEL SOLE TV Casa del Sole TV è un progetto di giornalismo indipendente autofinanziato. IBAN: IT63P0326822300052392596590 Intestato a: La Casa del Sole Edizioni Causale: Donazione Casa del Sole TV 👉 Membership YouTube: https://www.youtube.com/@CasadelSoleT… ▪ Analista Multipolare €5/mese ▪ Inviato della Verità €15/mese ▪ Architetto del Futuro €25/mese #CasadelSoleTV #MarioApicella #JeffHoffman #Carovita #Proteste #Agricoltori #CaroGasolio #CiboSano #CiboVivo #FilieraCorta #SovranitàAlimentare #InformazioneIndipendente #Consapevolezza

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Hormuz, il memorandum di giugno e il ruolo di Roma. Parla il ministro iraniano Nouri

23 October 2026 at 09:49

Il memorandum di Islamabad, firmato il 17 giugno con la mediazione pakistana, doveva chiudere la guerra entro sessanta giorni. È saltato a luglio, e il blocco americano è tornato. E oggi il negoziato sembra non registrare progressi di sorta. Una situazione che ha avuto ripercussioni sulle economie di tutto il sistema globale, compresa, ovviamente, quella iraniana. Proprio di questo Formiche.net ha parlato con il ministro dell’Agricoltura di Teheran Gholamreza Nouri Ghezeljeh, con cui ha poi esplorato anche altri temi, dal peso crescente delle rotte del Caspio ai rapporti con Mosca e Pechino, fino alle prospettive del negoziato con Washington e al possibile ruolo dell’Italia.

Qual è stato l’impatto della guerra e del conseguente blocco sull’agricoltura iraniana?

La guerra ha sicuramente un costo, anche per il nostro Paese, soprattutto per quanto riguarda l’alimentazione. Ma ha avuto un costo per tutto il mondo: i prezzi dell’energia e del cibo sono aumentati ovunque, non solo da noi. Noi non abbiamo iniziato questa guerra, siamo sempre stati per la pace e per il dialogo. L’America e Israele ci hanno attaccato e ci siamo difesi bene, popolo e governo insieme. Quando qualcuno attacca il tuo Paese, il costo della difesa lo metti in conto. Chiunque abbia un po’ di orgoglio difende il proprio Paese, e in Iran tutti la pensano così. E nonostante la guerra, nel settore alimentare abbiamo avuto anche dei successi. Siamo diventati indipendenti nella produzione di alcuni prodotti che prima importavamo. In Iran non c’è stata alcuna carenza di cibo. Anche se, come nel resto del mondo, sono aumentati i prezzi. Ma siate certi che presto l’Iran percorrerà la strada dello sviluppo a un ritmo straordinario, quasi miracoloso, fino a diventare un vero paradiso per gli investimenti.

Durante il conflitto 3 milioni di tonnellate di input sono arrivati dai porti del nord. Il Caspio, e quindi la Russia, è diventato un’arteria vitale? Si è sviluppata una sorta di dipendenza? Come si è sviluppato il rapporto con Mosca?

Il rapporto con la Russia è molto importante. Naturalmente, con la guerra le nostre rotte commerciali sono diventate più efficaci e hanno aiutato molto il Paese. Il nostro rapporto con la Russia si basa su un accordo bilaterale tra Paesi amici. Ovviamente ogni Paese pensa anche al proprio interesse, quindi è un rapporto basato sul beneficio reciproco. E non c’è solo la Russia, abbiamo avuto buone collaborazioni anche altri Paesi che si trovano lungo il nostro confine settentrionale. L’Iran è un grande Paese e tutti i Paesi confinanti hanno bisogno di questa relazione. Che è un rapporto reciproco, e guarda tanto ai nostri bisogni quanto ai loro.

E con la Cina invece?

Anche con la Cina abbiamo un rapporto molto buono. Come noi, la Cina è contraria all’unilateralismo e deve sviluppare rapporti con altri Paesi. Abbiamo un buon rapporto commerciale e continuiamo ad averlo. Collaboriamo con la Cina, come con la Russia, nel quadro dell’Organizzazione di Shanghai e dei Brics. La Cina è riconosciuta da tutto il mondo come una grande potenza economica.

Mosca ha tratto vantaggio dal petrolio sopra i 100 dollari. Avete la sensazione che alla Russia convenga che la crisi continui?

È naturale. Tutti i Paesi del mondo perseguono i propri interessi nazionali e, quando se ne presenta l’occasione, si attivano per coglierla. Anche la Russia segue i propri interessi, come tutti gli altri. Questa situazione ha creato delle buone opportunità per Mosca, ed è naturale che oggi la Russia ne tragga beneficio. L’America lo ha accettato, con Trump che ne ha riconosciuto il ruolo, e ha poi aperto anche ad accordi con la Russia. Noi speriamo che la guerra finisca, ed è un interesse che abbiamo tutti. Oggi la Russia guadagna dall’aumento del prezzo del carburante. In futuro, quando la guerra sarà finita, tutti i Paesi dovranno poter trarre i loro benefici.

Lei ha detto di sperare nei negoziati. Cosa manca secondo lei per tornare al memorandum di giugno?

Era un accordo logico, e speriamo che la parte americana torni a rispettarlo. Nessuna guerra dura in eterno, e alla fine si arriva sempre alla pace. Questa guerra ha imposto costi pesanti a tutto il mondo. Le popolazioni di tutto il mondo stanno già pagando un prezzo elevato per le politiche belliciste di Trump, soprattutto a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari, e per questo sono arrabbiate. Penso quindi che si arriverà presto a un accordo. I politici più lungimiranti stanno facendo pressione su Trump perché la guerra finisca, ed è nell’interesse di tutti che finisca al più presto. Noi siamo ancora fedeli all’accordo di giugno; sono stati gli Stati Uniti ad uscirne. Speriamo che tornino a rispettarlo. Il popolo iraniano e le forze armate hanno dimostrato di non cedere di fronte all’insistenza del nemico. Se Trump continua, avrà problemi anche all’interno del suo Paese. Vedete anche in Italia quanto sono aumentati i prezzi del petrolio e della benzina. Tutte le persone ragionevoli del mondo vorrebbero che finisse presto, e anche la posizione di Sua Santità il Papa va in questa direzione. Penso che alla fine questa volontà prevarrà. Nessuna guerra dura per sempre.

Come viene vista Roma da Teheran?

Guardiamo all’Italia con il rispetto di una grande civiltà verso un’altra grande civiltà. L’Italia, come l’Iran, ha una grande cultura: sono due civiltà che hanno fatto tanto per la crescita dell’umanità. Abbiamo rapporti diplomatici e commerciali con l’Italia da più di 150 anni. Nonostante la distanza, i due popoli hanno tante cose in comune. Speriamo che questa comunanza tra i due popoli arrivi anche al livello dei governi. Vogliamo sviluppare le relazioni tra Italia e Iran, anche nel campo dell’agricoltura, ma non solo in esso.

Quindi crede che l’Italia potrebbe essere un mediatore credibile?

L’Italia ha dimostrato in passato, su queste questioni, di avere un atteggiamento razionale e ragionevole. Per questo forse può avere un ruolo più importante e più attivo, e penso che in futuro andrà in questa direzione. O almeno, questo è quello che ci aspettiamo.

L’Europa non può perdere la corsa alla new space economy. Parla Santangelo (Space Industries)

23 October 2026 at 08:09

La space economy si prepara a una nuova fase, in cui la competitività non dipenderà tanto dalla capacità di progettare i satelliti, ma da quella di produrli su scala industriale. Un modello inaugurato da SpaceX, ma a cui anche l’Europa, giocoforza, dovrà adeguarsi. A portare questo modello in Italia è Space Industries, realtà nata un anno fa e che si appresta a inaugurare il suo primo impianto produttivo. Obiettivo: produrre centinaia di satelliti all’anno. L’intervista di Airpress a Giuseppe Santangelo, amministratore delegato della società.

Ingegnere, come sta cambiando lo spazio e cosa si intende per “new space economy”?

Chi lavora nello spazio da anni, come me, in Italia e negli Stati Uniti, riesce a osservare certi movimenti di mercato in entrambi i contesti e a prevedere cosa potrebbe succedere. Gli Stati Uniti sono più avanti sotto diversi aspetti della space economy commerciale e secondo me la loro visione sta arrivando in Europa con qualche anno di ritardo. A questo si aggiunge la geopolitica, che evolve a sua volta. La difesa è un elemento non nuovo ma oggi più accentuato, e porta con sé il concetto di dual use, per cui tutto ciò che si trova nello spazio deve esserlo. Il cambiamento di fondo, però, è il passaggio da una logica istituzionale a una di mercato. Fino ad oggi, il settore è stato trainato dalla spinta pubblica. In Europa pensiamo ai fondi dell’Esa, con le loro logiche di ritorno geografico e un sistema di finanziamento delle missioni con un obiettivi pubblici e non privati. In questa modalità è difficile che si sviluppi un vero mercato.

Perché?

Un qualunque mercato nasce quando esiste un’esigenza che può essere risolta con una tecnologia, in questo caso spaziale. Quell’esigenza oggi c’è e possiamo declinarla attraverso il dato. Il dato può essere generato a terra con infrastrutture terrestri e usato per scopi di business, oppure generato in orbita con obiettivi terrestri, oppure in orbita con obiettivi spaziali. In ogni caso si tratta di un business industriale e tecnologico, che risponde a necessità concrete.

Se questo business non si è ancora sviluppato in modo prorompente, pur con qualche eccezione, è perché oggi il mercato è quasi un single player, SpaceX, che ha avuto per prima l’accesso allo spazio, si è costruita i suoi satelliti e ha creato il proprio mercato. Nel segmento Leo (Orbita bassa terrestre) vale quasi il 50% della space economy. Questo non vuol dire però che sarà sempre così. SpaceX ha aperto il mercato ed è arrivata prima, ma io sono convinto che il mercato spaziale del futuro sarà caratterizzato da player che oggi non sono ancora evidenti. Stiamo guardando al futuro facendo i conti senza l’oste.

Chi sono questi nuovi attori?

Saranno realtà che oggi ancora non operano nello spazio e che non fanno parte di questo mercato. Sono aziende con esigenze relative ai dati e alla connettività: monitorare siti produttivi, gestire telecomunicazioni, logistica, cybersicurezza. Quando entreranno nel settore faranno la differenza e chi oggi si occupa di spazio dovrà essere pronto a un adattamento al nuovo modello, altrimenti rischia di scomparire dal mercato. A queste realtà serve una tecnologia in orbita ma agile, che si lanci in fretta e costi il giusto per il dato che serve, in modo da essere confrontabile con le soluzioni terrestri. Se posso fare telecomunicazioni dallo spazio spendendo meno che costruendo antenne in tutto il mondo, allora è lì che, come azienda, scelgo di andare nello spazio.

Per questo l’idea che una sola costellazione basti per tutti non regge. In Europa, per esempio, ce n’è una sola ed è stata pensata con metriche istituzionali, non commerciali. Funzionerà bene per chi impara a gestire le costellazioni, ma a livello di business il concetto è diverso. Un’industria che ha grandi risorse e oggi spende molto per gestire il rapporto con diversi operatori potrà decidere di costruirsi la propria costellazione privata, e di concentrare lì tutto il suo sviluppo, dalle telecomunicazioni alla logistica alla cybersicurezza, con un’infrastruttura che nessun altro può gestire o spegnere. Se avremo cinquanta operatori nel mondo, ci saranno cinquanta costellazioni, e intorno a esse si svilupperanno i servizi: ad esempio chi le mantiene in orbita e chi effettua l’in-orbit servicing, oltre ad altre infrastrutture a un livello più alto che supporteranno quelle più basse. 

Come accennava, l’Europa registra più di una criticità nell’adeguarsi a questo nuovo mercato. Qual è, secondo lei, la più pressante?

Sicuramente l’accesso allo spazio. Oggi questo settore è di fatto monopolizzato da un solo player mondiale, SpaceX, che ha dato avvio all’intero fenomeno della new space. Infatti, senza SpaceX non staremmo facendo questa intervista. Ma chi detta le regole è anche un rischio per il mercato. Mi risulta che il manifesto dei lanci commerciali di Falcon 9 sia chiuso fino al 2029, e stiamo tutti lì a capire cosa succederà. Starship, che sarà operativa tra il 2029 e il 2030, potrebbe riaprire lo spazio commerciale. Il costo per lanciare un proprio satellite, oggi intorno ai 10mila dollari al chilo, secondo gli annunci più recenti potrebbe scendere anche sotto i 500. Gli altri lanciatori, in Europa e negli Stati Uniti, stanno emergendo ma non sono allo stesso livello, lanciano carichi più piccoli, con minore frequenza e a costi più bassi. Direi che Starship, in questo senso, ha almeno dieci anni di vantaggio rispetto a tutti gli altri. Se un operatore europeo vende un lancio a 5mila euro al chilo e SpaceX a 500, è ovvio che il mercato guarderà alla soluzione più economica.

E poi?

La scala. Per garantire continuità di servizio servono molti satelliti. Un satellite passa sopra di noi decine di volte al giorno, quindi ne servono almeno 15-20 per coprire una singola località. Poi bisogna moltiplicare per le diverse aree geografiche e per la ridondanza del segnale. Si arriva a migliaia di satelliti per fare, in sostanza, una sola cosa. In Europa il satellite è ancora trattato come un prodotto artigianale, un “proto-flight” in cui conta la missione e con i costi che ne derivano. Negli Stati Uniti si è già andati verso la modularizzazione e la scala. Venti anni fa un satellite da una tonnellata costava circa 30 milioni. Oggi, per le stesse funzioni, pesa 200-300 chili e costa 3-4 milioni. Credo che in futuro dovremo scendere almeno di un altro ordine di grandezza. Quando il satellite diventerà una commodity, con componenti commerciali qualificati e certificati e una costruzione in linea, quasi come una lavastoviglie, il mercato spaziale sarà davvero attivo.

Quali altre criticità vede, oltre a quelle industriali?

Ne vedo due, entrambe di lungo periodo. La prima è la regolamentazione. Esiste l’Unoosa, l’ufficio Onu per gli affari spaziali, che cerca un accordo su regole comuni, ma oggi di fatto ognuno fa ciò che vuole. Finché i satelliti si contavano sulle dita di una mano il rischio era contenuto, ma quando diventeranno centinaia di migliaia, la gestione del traffico spaziale e del deorbiting dovrà essere comune. Se qualcuno distrugge il satellite di un altro, o lancia troppi satelliti e rende un’orbita inutilizzabile, oggi non c’è una norma che stabilisca di chi sia la colpa o chi sanzioni. È un diritto internazionale ancora da declinare.

La seconda è proprio il deorbiting. Quei satelliti resteranno in orbita non decenni ma probabilmente un paio d’anni, poi saranno sostituiti dalla generazione successiva. Deorbitare significa distruggerli in atmosfera, e lì che fine fanno l’alluminio e i materiali delle batterie? Finiscono in mare, restano sospesi in aria? Con un lancio SpaceX a settimana, stima che sappiamo essere destinata ad aumentare, tra dieci-quindici anni la sostenibilità dei materiali con cui si costruiscono i satelliti sarà uno dei problemi principali. 

Cosa insegna, allora, il modello americano?

Che il mercato lo apre chi rischia. Musk ha dovuto mettersi in grandissima difficoltà, usando capitali propri e bruciando cassa per continuare a lanciare, prima di riuscire nell’impresa. Non è corretto dire, come tendono a fare alcuni, che sia stato semplicemente finanziato dallo Stato e dalla Nasa. Gli Stati Uniti sono avanti sulla space economy commerciale e hanno iniziato ad applicare anni fa la modularizzazione, si pensi che un satellite come quelli di Starlink ha costi di produzione molto inferiori a quelli degli analoghi europei. Ciò ovviamente non toglie che il sostegno pubblico sia e rimanga una componente importante, specialmente per attori emergenti e non ancora consolidati.

E l’Italia? Cosa sta facendo?

L’Italia, a mio avviso, è stata molto lungimirante, infatti si è dotata per prima in Europa di una legge sullo spazio. Il rischio, però, è che altri continuino a non farlo per trarre il massimo vantaggio dall’assenza di regole e sanzioni in caso di condotte ambigue. Gli Stati, dalla legislazione agli aspetti finanziari pubblici, devono ascoltare e capire cosa succederà in questo mercato, perché può essere un’opportunità grandiosa. E l’Italia questo lo sta facendo, ad esempio con le varie tappe degli Stati generali della space economy, dove noi operatori ci incontriamo molte volte e il governo ascolta tutti. 

Veniamo ora alla realtà che lei guida. Come nasce Space Industries?

Dall’incontro di due competenze. Io porto l’esperienza spaziale, maturata negli Stati Uniti e in Italia, e avevo un’idea chiara di cosa serviva. L’azionista principale, Comat, è un’industria di Torino che non aveva alcuna esperienza nello spazio ma aveva due cose: il capitale e la capacità tecnica di costruire impianti, clean room e impianti energetici. Mi sono seduto con loro, ne abbiamo discusso e poi abbiamo disegnato l’azienda a tavolino. Io ho indicato cosa andava fatto e loro hanno avuto la capacità di farlo nei tempi previsti. È un investimento interamente privato, e anche questo è un elemento “alieno” rispetto al sistema spaziale attuale. Un’industria che decide di investire fondi propri, con competenze molto diverse ma utilissime per lo spazio. Pensata principalmente per il mercato commerciale, con un approccio del tutto privato. 

Di cosa si occupa, nel concreto?

Space Industries costruisce satelliti, ma non li progetta. Non ci collochiamo nell’ambito dei “piattaformisti”, quello è un mercato in fortissima evoluzione e richiede altri tipi di focus. Noi preferiamo concentrarci su un singolo segmento della filiera e farlo bene. Il nostro obiettivo è portare l’elemento della scala nell’industria spaziale europea e puntiamo a produrre fino a centinaia di satelliti l’anno.

E come si rende sostenibile un simile produzione?

Abbiamo ribaltato la prospettiva. Nel mondo spaziale si faceva prima il satellite e poi si costruiva la fabbrica, o almeno le attrezzature di test, su misura per quell’oggetto. Noi abbiamo fatto prima la fabbrica, ottimizzata secondo i criteri della lean manufacturing, e ci aspettiamo che il satellite sia adatto a essere costruito lì. Oltre al livello di maturità tecnologica, per noi esiste un livello di maturità produttiva, e quindi se un satellite non è immediatamente producibile, per noi non è pronto. In pratica, vuol dire definire procedure di costruzione ben definite, test funzionali e di performance già predisposti e automatici, un assemblaggio agile e un ciclo produttivo di pochi mesi e non di anni. Se un cliente mi chiede di lanciare tra tre anni una costellazione da cento satelliti, devo poter rispondere di sì, restando nel budget che si aspetta. Per riuscirci abbiamo concentrato nello stesso stabilimento produzione, metrologia e tutte le macchine di test ambientale e funzionale: termovuoto, shaker, camera anecoica, il tutto in clean room. Il satellite si produce in condizioni ISO 8 ed è sottoposto a tutti i test direttamente in loco, evitando trasferimenti fuori dalla struttura e tutti i problemi annessi. È un costo importante, ma è la risposta agli errori e ai problemi che ho visto nell’approccio proto-flight.

Ecco, quali sono le principali novità rispetto al “vecchio” approccio?

Due le scelte chiave. La prima è il layout, pensato per un ciclo produttivo di linea. La seconda è che, essendo agnostici rispetto alle piattaforme, dobbiamo servire più clienti in contemporanea. Invece del solito grande stanzone, abbiamo creato dodici clean room modulari e separate, che permettono di gestire in parallelo fino a dodici progetti diversi. C’è poi un dettaglio solo apparentemente banale, ovvero le control room. Gli ingegneri di sistema, gli esperti di software, non entrano in clean room ma si collegano al satellite dall’esterno tramite degli ombelicali. In clean room lavorano solo gli operatori specializzati nell’integrazione hardware. Così si riducono le non conformance, cioè gli errori di integrazione che nascono quando mette le mani sull’hardware chi non è adatto a farlo. E si seguono procedure definite in anticipo, provate e riprovate, come avviene nelle industrie dell’automotive e dell’aeronautica.

Il prossimo 28 ottobre, a Torino, si terrà l’inaugurazione del vostro primo impianto produttivo. 

Esatto, e in quell’occasione dimostreremo che quello che volevamo fare l’abbiamo fatto. A marzo 2025, avevamo annunciato in conferenza stampa che lo stabilimento sarebbe stato pronto nel 2026, e così è stato. E non parliamo solo di un taglio del nastro, l’impianto sarà già operativo al momento dell’inaugurazione. Con questo ci teniamo a far passare due messaggi. Il primo è, appunto, il rispetto degli impegni: la fabbrica c’è e nei tempi dichiarati, secondo i piani. Il secondo è che questo modello commerciale è sostenibile. Space Industries non va in cerca di contratti istituzionali, ma scava nel modello di business commerciale. Ci sono altri player che oggi non sono ancora nello spazio e che, quando entreranno, faranno la differenza. Chi si occupa di spazio e non è pronto a un adattamento mentale al nuovo modello rischia di scomparire. Saper fare un satellite non basta, bisogna anche essere pronti a capire dove andrà il mercato. E noi siamo convinti di averlo fatto.

Dalle primarie alle piazze, quando la politica non parla più alla società. L’analisi di Valbruzzi

22 October 2026 at 15:42

C’è una politica che discute di leadership, candidature e assetti interni, mentre una parte della società manifesta un malcontento che fatica a trovare rappresentanza. È in questa frattura che si incrociano alcune delle principali questioni del dibattito pubblico: il campo largo alle prese con le primarie, la Lega che si avvicina al congresso senza aver sciolto il nodo della propria identità, le proteste che attraversano il Paese e un governo costretto a fare i conti con margini di bilancio sempre più stretti. Per Marco Valbruzzi, politologo che insegna Scienza politica all’Università Federico II di Napoli, il problema non riguarda soltanto la tenuta degli attuali equilibri politici, ma la capacità stessa dei partiti di interpretare trasformazioni sociali che procedono a velocità differenti. Un’analisi che si intreccia con il suo ultimo libro, Democrazie e no, appena uscito nelle librerie per Utet. Con una distinzione decisiva: il dissenso non è una patologia della democrazia, mentre lo è l’incapacità della rappresentanza di costruire un dialogo con chi protesta.

Professore, partiamo dal centrosinistra. Le primarie del campo largo potrebbero allargarsi oltre Elly Schlein e Giuseppe Conte. Il pluralismo delle candidature è una risorsa o rischia di trasformare la competizione in una resa dei conti tra leader?

Il campo largo ha di fronte a sé un’occasione irripetibile: proprio mentre il governo attraversa una fase critica sul piano del consenso, dovrebbe essere in grado di proporre un’alternativa credibile a Giorgia Meloni e alle sue politiche. Invece, si sta attorcigliando su se stesso, discutendo dei propri problemi anziché di quelli degli italiani. Se ormai le primarie non si possono evitare, devono diventare l’inizio della campagna elettorale del centrosinistra, non la conclusione della competizione interna tra Conte e Schlein. Si facciano, dunque, bene e in fretta, garantendo agli elettori una scelta autentica e il pluralismo delle candidature. Altrimenti, sarà l’ennesima occasione persa.

Le piazze, intanto, raccontano un malessere che assume forme differenti. Quanto pesa la radicalizzazione del dissenso e quanto l’incapacità dei partiti di intercettarlo?

In questo momento esistono due proteste molto diverse, anche nelle modalità, al Nord e al Sud. Le mobilitazioni studentesche nelle grandi metropoli post-industriali del Nord si muovono in una dimensione distante da quella dei partiti e dei loro rappresentanti. I giovani vivono nel digitale e seguono comportamenti che rispondono alla logica degli algoritmi; i partiti sono ancora immersi nell’analogico e nei ritmi della politica organizzata. Sono due mondi che non comunicano. Non basteranno decreti o misure di ordine pubblico a risolvere il problema. Al Sud, invece, le proteste seguono ritmi più vicini a quelli della politica partitica, ma il contrasto con il governo è netto. Qui è in gioco anche la lunga luna di miele di Meloni con gli italiani. Le risposte non possono arrivare attraverso annunci anticipati sui social, ma richiedono provvedimenti economici che, in questa fase, il governo fatica a permettersi.

Passiamo alla Lega. L’ipotesi di una candidatura di Garavaglia al congresso può rappresentare un’alternativa a Salvini oppure siamo davanti soprattutto a una partita sulle liste elettorali?

Più che un congresso fondato su mozioni e visioni alternative della Lega, mi sembra una conta in vista della composizione delle liste per le prossime elezioni politiche. Il ruolo di Garavaglia è quello di garantire a sé e alla minoranza interna una quota di candidature per il prossimo Parlamento, evitando che Salvini e i salviniani esercitino un controllo pieno. Nel frattempo, il partito continuerà a vivere in una sorta di limbo, senza risolvere la propria crisi d’identità e, di conseguenza, quella della leadership. Il congresso, insomma, rischia di regolare i rapporti di forza interni senza affrontare le ragioni profonde della difficoltà politica della Lega.

Se il Carroccio dovesse cambiare pelle, quali conseguenze ci sarebbero per gli equilibri del centrodestra e per i rapporti tra Salvini, Meloni e Tajani?

In vista del 2027, il centrodestra resterà congelato nella sua composizione storica, quella proposta e imposta per la prima volta da Berlusconi. Ma se la coalizione dovesse uscire sconfitta dalle urne, potremmo assistere alla fine del centrodestra nella sua versione della Seconda Repubblica. Si aprirebbe allora una fase di rimescolamento, che imporrebbe da un lato una ridefinizione interna alla Lega e dall’altro un rapporto meno conflittuale con Futuro Nazionale. Il punto è che gli equilibri attuali possono reggere finché la coalizione mantiene la prospettiva di governare. Una sconfitta elettorale, invece, rimetterebbe in discussione non soltanto i rapporti tra i leader, ma anche il modello politico sul quale il centrodestra si è retto negli ultimi decenni.

Primarie, proteste e leadership in discussione: siamo davanti a una fisiologica ridefinizione degli equilibri democratici o a una crisi più profonda della rappresentanza?

Le proteste, anche quelle smodate e incontrollate delle ultime settimane, fanno parte della democrazia. La sua forza sta proprio nella capacità di assorbire, con tempi e strumenti diversi, le forme radicali di dissenso e opposizione che attraversano la società. Ce lo insegna la storia delle democrazie, compresa quella italiana. L’elemento nuovo di questa fase è però l’incapacità strutturale della rappresentanza partitica di costruire ponti stabili con il mondo nel quale vivono le nuove generazioni. Negli anni Sessanta e Settanta, partiti e movimenti, pur entrando spesso in conflitto, condividevano linguaggi e una grammatica politica comune. Oggi quei mondi sembrano vivere su pianeti diversi. È questa distanza, più ancora della radicalità delle singole proteste, a porre un problema alla democrazia italiana.

L’ultima questione riguarda la manovra economica. Quanto spazio ha il governo per tenere insieme taglio delle tasse, sostegno alle famiglie e crescita, senza compromettere gli obiettivi di bilancio?

Le manovre del ministro Giorgetti sono sempre state orientate alla salvaguardia degli equilibri di bilancio, ma mai come quest’anno il governo deve fare i conti con proteste sociali e di piazza che potrebbero essere arginate più efficacemente attraverso stanziamenti incisivi. Meloni ha provato a forzare la mano nella trattativa con l’Europa per ampliare i margini di manovra, ottenendo risultati limitati, al netto della flessibilità sulle spese energetiche e di difesa, che consentirà comunque al Paese di respirare. L’impossibilità di costruire una manovra pienamente elettorale, orientata ad allargare il consenso in vista delle prossime politiche, è uno dei fattori che potrebbero spingere il governo a rinviare al prossimo autunno l’appuntamento elettorale, nella speranza che le proteste, soprattutto al Sud, si attenuino. Il problema è che i vincoli finanziari restringono lo spazio delle risposte economiche proprio nel momento in cui la pressione sociale richiederebbe interventi più consistenti.

La vera malata d’Europa è la Germania, non la Francia. Gros spiega perché

22 October 2026 at 13:23

Sì, un rischio di contagio dalla Francia c’è per l’Europa. E comunque, se proprio la si vuol raccontare tutta, la Germania è messa peggio dei cugini d’Oltralpe. Daniel Gros, economista tedesco, direttore dell’Institute for European policymaking presso la Bocconi, la prende di petto quando gli si chiede se la polveriera francese, di cui sabato scorso qualcuno ha visto lo spettro per le vie di Milano, sia un rischio per il Vecchio continente, a quindici anni dal dramma della crisi greca. Mario Draghi, certo, non vede particolari pericoli, arrivando a giudicare del tutto fuorviante e dispersivo anche il solo immaginare un intervento della Bce sul debito francese. Per Gros, invece, un rischio, seppur calcolato e minimo, c’è.

Gros, la Francia è una pentola a pressione. Nessuno vuole tirare fuori dall’armadio i fantasmi della crisi greca. Però…

Un pericolo di contagio, contenuto per il momento, c’è. Dipenderà molto da quello che faranno gli altri Paesi e anche la stessa Bce. Ma il rischio, lo ripeto, c’è.

C’è chi ha fatto notare, con cognizione di causa, che oggi l’Europa sia decisamente più grande e vaccinata rispetto a dieci o quindici anni fa. Stiamo negando il problema provando a nasconderci dietro un dito?

No, oggi l’Europa è certamente più attrezzata di quindici anni fa. E anche per questo molti Paesi stanno meglio di anni fa. Però il vero punto sono le banche: oggi il sistema continentale del credito è molto più robusto e strutturato rispetto al 2008, quando esplose la crisi di Lehman Brothers ci colse impreparati.

Se le dico che oggi la Francia è la grande malata d’Europa, lei è d’accordo?

La Francia non è la Grecia. E comunque, l’economia di Parigi non è poi messa così male. Anzi, le dico di più, cresce più di quella tedesca, se in Europa c’è una grande malata, quella è la Germania.

D’accordo, concesso. Però le immagini delle devastazioni per le strade delle città francesi parlano chiaro. Come si è arrivati a questo?

La Francia, ed è questo il problema più della crescita, ha un sistema politico paralizzata ed è per questo che i conti pubblici sono sfuggiti di mano. Parigi viene da quindici anni di politiche keynesiane, l’austerità l’avrebbe dovuta fare quando le cose andavano meglio di adesso.

Lei ha citato la Germania. In effetti Berlino, tra concorrenza cinese e dipendenza energetica dalla Russia, è messa male. La crisi, drammatica, di Volkswagen sta lì a dimostrarlo. Come si immagina l’ex locomotiva d’Europa tra cinque anni?

Siamo vicini al fondo della valle, i settori energivori stanno lasciando la Germania, mentre il settore automobilistico si sta riconvertendo, passando dalle macchine agli armamenti. Toccando il fondo, forse, ci potrà essere qualche cambiamento significativo.

Parliamo di energia. L’Italia è tra i Paesi in Europa che batte maggiormente i pugni sul tavolo per riformare, se non azzerare, il meccanismo della tassazione del carbonio, l’Ets. Le pare una battaglia giusta?

Francamente, l’ultima cosa che cambierei in Europa è proprio il sistema Ets, che è indolore ed efficace nel ridurre le emissioni. Magari si possono abolire altri regolamenti che impattano sul prezzo dell’energia. Ma l’Ets credo che ci serva.

L’Europa e le banche. Il futuro, viene detto da più parti, è il consolidamento: spalle larghe per competere con i giganti di Cina e Stati Uniti. E l’immancabile mercato unico dei capitali…

Non sono d’accordo. Non vedo il bisogno di aggregazioni per competere con i colossi americani, che fanno profitto dalla loro posizione da oligopolio. Le ricerche non evidenziano economie di scala per le banche oltre una dimensione di bilancio di qualche miliardo.

Insomma?

La competitività delle banche europee dipende meno dall’assenza di un mercato unico dei capitali e più da costi di personale molto rigidi, che rallentano l’adozione di tecnologie. Il caso Commerzbank (la banca tedesca sempre più vicina alle nozze con Unicredit, ndr) ci insegna che è più importante avere un mercato e una concorrenza per corporate control, che un mercato unico dei capitali a livello europeo.

Quando la mobilitazione precede l’ideologia. La nuova sfida delle piazze secondo Antinori

21 October 2026 at 11:57

Giorni di manifestazioni, scontri, vetrine rotte tra Milano, Torino, Bologna, disordini che hanno portato l’esecutivo a reagire. Ieri sera il governo ha infatti risposto con un decreto sicurezza (l’ottavo): reato di violenza organizzata nelle manifestazioni, fermo preventivo esteso ai luoghi affollati e ai minori sopra i sedici anni, 500 militari in più a Milano. Ma la norma risponde al “come”, non al “che cosa”. Il ministro della Difesa Guido Crosetto parla di guerra ibrida, il vicepremier Matteo Salvini esclude una regia. Il titolare degli Interni, Matteo Piantedosi, invita a non sottovalutare: “Qualcosa è successo”. Per capire che cosa, Formiche.net ha parlato con Arije Antinori, professore di criminologia alla Sapienza di Roma e Senior Leading Expert dell’Eu Knowledge Hub on Prevention of Radicalisation. Il suo avvertimento: la mobilitazione può precedere l’ideologia.

Professor Antinori, siamo davanti a una saldatura tra antagonismo politico e giovanissimi?

Non parlerei ancora di una saldatura organica, quanto piuttosto di una convergenza reticolare, fluida e potenzialmente ibrida, nella quale attori politicamente strutturati interagiscono con soggettività giovanili meno o scarsamente ideologizzate. Il dato significativo è il possibile incontro tra radicalizzazione politica, devianza relazionale, comportamenti reazionari e mobilitazione cyber-sociale. La piazza diviene uno spazio di convergenza situazionale tra entità e soggetti con motivazioni differenti, non necessariamente riconducibili a un progetto comune. Ancora una volta, è necessario osservare sempre più spesso identità “connettive” che si coagulano offline.

Negli ultimi mesi si è parlato molto di “maranza”. È una chiave di lettura utile?

Evitando qualsiasi generalizzazione stigmatizzante, può rappresentare una chiave di lettura della componente identitaria e non ideologica della crescente conflittualità. Attenzione, però, a giocare con le facili etichette. La novità è data dalla convergenza, che può essere prevalentemente comportamentale anziché ideologica: non occorre condividere la medesima visione politica per partecipare a quanto abbiamo visto. L’elemento da monitorare è l’eventuale passaggio dalla co-presenza occasionale alla cooperazione ricorrente, serializzata, soprattutto quando si osservano processi, in un certo senso, di “normalizzazione” della violenza.

Crosetto parla di guerra ibrida, Salvini nega una regia russa. La pista russa regge?

La questione non è tanto se la Russia organizzi le piazze italiane, ipotesi che richiederebbe evidenze investigative concrete, tra l’altro con sempre più ricorrenti criticità in ambito europeo di attribuzione. Il punto è se e quali attori ostili possano trasformare opportunisticamente conflitti sociali endogeni in strumenti di destabilizzazione strategica, anche post-riot, nella fase di apparente ritorno alla quotidianità.

È qui che diventano centrali i concetti di mobilitazione e weaponizzazione, ossia la strumentalizzazione intenzionale di vulnerabilità e fragilità del tessuto sociale attraverso narrazioni o dinamiche conflittuali preesistenti. Nell’ambiente informativo contemporaneo non è necessario controllare direttamente un movimento, la cosiddetta “regia occulta”, per tentare di influenzarne la rappresentazione pubblica o amplificarne tanto gli effetti polarizzanti quanto gli impatti.

Che cosa serve per capirlo?

La sola analisi offline degli attori nel corso del loro agire violento non è sufficiente a comprendere la complessità cyber-sociale ed ecosistemica del fenomeno. Servono il riconoscimento dei “segnali deboli”, dei metalinguaggi microcomunitari, delle anomalie di amplificazione, delle campagne e azioni coordinate, dei contenuti manipolati o completamente sintetici, delle reti di influenza, nonché di eventuali connessioni finanziarie e operative.

Dove passa il confine tra suggestione e attribuzione?

La distinzione fondamentale è tra sfruttamento propagandistico, accelerazione dell’odio online, interferenza informativa ed eterodirezione operativa. Confondere tali livelli significherebbe trasformare un rischio strategico credibile in un’attribuzione priva di adeguato fondamento probatorio e facilmente manipolabile sul piano politico. Ovviamente, in questo caso, mi riferisco a una politica con la p minuscola: l’irresponsabile sfruttamento degli eventi e della portata emotiva che hanno per la cittadinanza per meri interessi partitici.

Pro Pal e sicurezza nazionale: dove finisce la protesta politica?

La protesta politica, anche quando esprime posizioni radicali, non costituisce di per sé una minaccia alla sicurezza pubblica né a quella nazionale. Anzi, è l’ossigeno della democrazia. Il passaggio critico si verifica quando la radicalizzazione ideologica evolve verso la legittimazione, pianificazione, preparazione o esercizio della violenza eterodiretta.

Occorre distinguere almeno tre fenomeni: la radicalizzazione cognitiva, che riguarda l’adesione a visioni estreme; la radicalizzazione violenta, che implica l’accettazione della violenza come unico strumento politico; e la criminalità situazionale, che può manifestarsi durante una protesta senza una motivazione ideologica strutturata.

Le convergenze tra ambienti pro Palestina e antagonismo radicale sono un rischio?

Possono esistere sul piano simbolico, organizzativo e della mobilitazione, ma non dimostrano automaticamente una comune progettualità violenta. Il rischio più interessante, dal punto di vista della sicurezza, è la possibile ibridazione tra estremismo ideologico e conflittualità giovanile non ideologizzata. Una minoranza può tentare di utilizzare la mobilitazione, prima “connettiva”, poi collettiva, come ambiente di legittimazione, reclutamento e, ancora una volta, di normalizzazione del linguaggio violento e della violenza tout court. La sfida è isolare tali dinamiche senza criminalizzare il dissenso, evitando che la risposta istituzionale alimenti ulteriori processi di polarizzazione e vittimizzazione.

Anche in Francia si parla di “contagio”. Che legame c’è?

L’influenza francese indiretta di quanto sta accadendo, ma ormai accade da anni, osservando ad esempio la lunga persistenza dei cosiddetti Gilets Jaunes, va letta soprattutto attraverso il contagio dei repertori d’azione, la circolazione transnazionale degli immaginari e l’emulazione cyber-sociale. La dimensione francese è significativa perché consente di osservare un processo di transnazionalizzazione della conflittualità giovanile che non coincide necessariamente con l’esistenza di attori o entità transnazionali.

Assistiamo alla possibile circolazione e cross-fertilizzazione di linguaggi altamente simbolici o modelli comportamentali attraverso ecosistemi cyber-sociali che rendono estremamente permeabili i confini tra contesti nazionali, soprattutto per quanto concerne gli immaginari “connettivi”.

Il paragone tra i “maranza” e le banlieue funziona?

Può essere utile, purché non si confondano realtà sociali e storiche differenti, magari richiamando superficialmente il concetto di “seconda generazione”, in molti casi ormai terza, come passepartout interpretativo di un magma giovanile che deve essere profondamente conosciuto e ri-conosciuto.

Il punto non è soltanto l’influenza dell’antagonismo politico francese, ma l’interazione tra culture della protesta, sottoculture giovanili urbane, microculture online, contaminazioni di lungo termine della “cultura della violenza” e dinamiche di emulazione locali e microlocali. La dimensione online svolge una funzione di infrastruttura transnazionale: rende possibile la co-creazione e la condivisione di immaginari, la costruzione di appartenenze e la riproduzione di comportamenti, sempre più spesso “memetizzati” e “stickerizzati”, quindi popolarizzati a livello giovanile, talvolta in assenza di condivisione organizzativa, ideologica o pseudo-ideologica.

Come distinguere, allora, ciò che è semplice imitazione da ciò che è regia?

Distinguerei tra convergenza simbolica, imitazione comportamentale e coordinamento operativo. Solo quest’ultimo presuppone relazioni organizzative verificabili. La novità europea non consiste necessariamente nella nascita di un’unica rete antagonista, ma nella crescente capacità di fenomeni locali di alimentarsi reciprocamente attraverso circuiti cyber-sociali sovranazionali, dove si possono sostanziare anche interessi malevoli di Stati ostili o proxy.

Il governo ha risposto con un decreto. Da dove dovrebbe partire lo Stato?

Dal riconoscimento del fatto che non ci troviamo necessariamente davanti a un fenomeno unitario, omogeneo, monolitico. Devianza giovanile, criminalità, radicalizzazione violenta, mobilitazione politica e weaponizzazione sociale sono dimensioni differenti, che possono interagire ma richiedono strumenti di analisi e intervento specifici.

E l’intelligence?

Deve evolvere da un approccio prevalentemente organizzativo e compartimentato verso una capacità sempre più integrata, di lettura cross-dominio degli ecosistemi relazionali, territoriali e cyber-sociali. Nel mondo connettivo, ibrido, della post-verità, non è più sufficiente identificare e tracciare entità ed eventuali leadership. Diventa vitale, per la tenuta e la tutela democratica, comprendere profondamente i processi di costruzione identitaria e mobilitazione connettivamente determinati, le dinamiche di emulazione e gli eventuali tentativi di strumentalizzazione della conflittualità, sempre più “generativa” attraverso l’uso malevolo dell’Intelligenza Artificiale (MUAI).

Fermo preventivo, nuovo reato, più militari. Dove sta il rischio sul fronte dell’ordine pubblico?

Occorre mantenere una distinzione rigorosa tra esercizio del diritto di manifestare, condotte criminali ed eventuali segnali di concrete minacce estremistico-violente. L’intervento indiscriminato rischia di rafforzare proprio quelle narrazioni di delegittimazione istituzionale e autolegittimazione violenta che, soprattutto a livello giovanile, possono alimentare ulteriori processi di radicalizzazione, mobilitazione e weaponizzazione.

Ricordo che sono fenomeni molto diversi tra loro, che richiedono, a livello sia di threat sia di risk assessment, l’elaborazione di strumenti di indicazione appropriati, tanto offline quanto online. Insomma, bisogna uscire definitivamente, nell’analisi comportamentale o situazionale, dalla prospettiva “one size fits all”.

Che cosa significa, allora, prevenire?

La prevenzione, e soprattutto l’anticipazione, di cui iniziai a parlare ormai più di dieci anni fa, deve combinare intelligence “mirata”, de-escalation, interventi socioeducativi e contrasto alle operazioni di manipolazione informativa.

La sicurezza democratica non si misura soltanto nella capacità di contenere e mitigare la violenza, ma anche in quella di impedire che il conflitto sociale si trasformi stabilmente in antagonismo violento. Perché questo, con il tempo, significherebbe assenza di visione politica e di gestione delle istanze sociali, anche di quelle espresse talvolta in modo violento. Il che non significa assolutamente accettare o legittimare la violenza, che deve essere sempre condannata con rigore, ma comprendere la complessità destrutturante dell’odierno scenario giovanile.

Che ruolo ha la dimensione online?

Il fenomeno più significativo non è semplicemente il ritorno dell’antagonismo, ma la possibile trasformazione delle modalità connettive attraverso cui la conflittualità giovanile prende forma, si organizza e acquisisce visibilità. La dimensione online è cogente perché non rappresenta più soltanto uno strumento di comunicazione, ma un ecosistema cyber-sociale di costruzione identitaria, mobilitazione e potenziale radicalizzazione, dove comportamenti, narrazioni e reputazioni si alimentano reciprocamente.

E la violenza, in questo scenario, che cos’è?

Può divenire vettore di agentività, assumendo forme e significati differenti: strumento politico per alcuni, forma di affermazione identitaria per altri, opportunità criminale per altri ancora. È proprio questa eterogeneità che rende possibile la convergenza situazionale tra attori molto diversi e, contemporaneamente, offre opportunità di weaponizzazione ad attori altri, interessati ad amplificare la polarizzazione e la destabilizzazione del tessuto sociale. Soprattutto a livello locale, dove si sostanziano le principali vulnerabilità e fragilità strutturali per operazioni scalabili, al contempo interne ed esterne, che vedono reputazione e sicurezza nazionale come target principali.

Allargando lo sguardo. Qual è, in definitiva, la sfida per le democrazie europee?

Comprendere un modello di conflittualità nel quale la capacità di mobilitazione può svilupparsi più rapidamente della tradizionale strutturazione ideologica o organizzativa. Per tale ragione, prevenzione e anticipazione devono fondarsi imprescindibilmente sulla capacità di leggere le trasformazioni cyber-sociali delle identità giovanili, le dinamiche dei gruppi, le interazioni online-offline e i meccanismi attraverso cui la violenza può essere normalizzata, emulata o strumentalizzata. Attraverso la comprensione dei fattori di rischio, senza però trasformare il disagio giovanile, le sottoculture urbane o il dissenso politico in categorie o stereotipi del sospetto.

In conclusione, non necessariamente assistiamo a una radicalizzazione ideologica di massa. Come cerco di spiegare da tempo, non abbiamo più a che fare con le masse, ma con attori globalizzati fortemente individualizzati e connettivamente cybersocializzati: è tutta un’altra sfida rispetto al passato. Assistiamo a una trasformazione degli ecosistemi della conflittualità giovanile, nei quali la mobilitazione può precedere l’ideologia, la convergenza comportamentale può prescindere dall’appartenenza organizzativa e la dimensione cyber-sociale può accelerare tanto l’escalation quanto la sua strumentalizzazione strategica.

Gli italiani e la difesa, un rapporto ancora da costruire. Coticchia e Mazziotti spiegano perché

21 October 2026 at 11:06

Gli italiani si fidano delle loro Forze armate, ma questa fiducia non si traduce automaticamente nel sostegno al riarmo, alla deterrenza o alle missioni internazionali. È quanto emerge dal sondaggio realizzato da YouGov per l’Università di Genova all’interno di una ricerca sul rapporto tra gli italiani e il mondo della Difesa. I numeri descrivono bene la distanza: il 67,5% dichiara molta o abbastanza fiducia nelle Forze armate, ma solo il 35,2% le ritiene in grado di difendere l’Italia dalle minacce esterne e ancora meno si dicono favorevoli all’aumento delle spese militari. Per Fabrizio Coticchia, professore ordinario di Scienza politica all’Università di Genova, e Matteo Mazziotti di Celso, ricercatore presso la scuola Imt Alti Studi di Lucca, il risultato non sorprende, ma riflette trent’anni di narrazioni politiche sulla Difesa, aggravata da un dibattito pubblico concentrato quasi solo sulle spese a discapito delle ragioni della necessità dello strumento militare.

Spese militari e leva restano divisivi

L’Italia è un Paese pacifista? In parte. “Sicuramente gli italiani sono pacifisti, nel senso che sono critici rispetto all’aumento delle spese militari”, spiega Coticchia. Infatti, il 28,2% degli intervistati vorrebbe aumentare la spesa, il 33,9% ridurla e il 25,7% lasciarla così com’è. E chi è favorevole la vorrebbe finanziata a debito, non con nuove tasse né con tagli al welfare. Dati simili emergono anche rispetto al rischio personale. In caso di attacco all’Italia, il 31% dichiara che combatterebbe, mentre il 52,6% risponde di no. Il quadro, riassume Coticchia, è quello di “una riluttanza sia a spendere di più, sia a combattere”. Altro caso emblematico riguarda la reintroduzione della leva. Il campione si divide quasi a metà, col 45,2% di favorevoli e il 46,8% di contrari. Ma il dato cambia sensibilmente se si introduce la discriminante dell’età. “Sono molto più quelli che sono a favore fra le persone di una certa età rispetto ai giovani”, evidenzia Coticchia. Tra i 18-24enni, infatti, i favorevoli sono il 22,1%, mentre tra i 45-54enni il dato sale al 56,9%. In altre parole, a sostenere il ritorno della leva sono soprattutto coloro che, se venisse ripristinata, non sarebbero chiamati a farla.

Sensibilità e posizioni politiche

La difesa non è più un argomento bipartisan. “Sul tema della difesa ci si divide molto ormai”, osserva Mazziotti di Celso, e per l’Italia ciò rappresenta una dinamica “abbastanza nuova”. Contano l’età e soprattutto l’appartenenza politica, in linea con quanto segnala la letteratura scientifica, gli elettori tendono ad adottare le posizioni del partito che sentono più vicino. Sull’aumento della spesa, ad esempio, a favore è il 51,5% degli elettori vicini a Fratelli d’Italia, il 48% di Forza Italia, il 32% della Lega e il 26,8% del Pd; tra M5S e Avs prevale la richiesta di ridurla. Sulla politica estera, il 27,8% vuole che l’Italia faccia da sé, mentre il 24,3% punta sulla difesa europea. 

Dentro gli schieramenti ci sono anche delle sorprese. Il Movimento 5 Stelle è più vicino alla Lega nel preferire una politica estera autonoma, mentre Pd e sinistra guardano a Unione europea e Nazioni Unite. Il piano europeo Rearm Europe non convince né la destra radicale né la sinistra, di norma europeista: il 44,6% è contrario mentre il 28% favorevole. E proprio tra gli elettori leghisti, tra i più favorevoli all’uso dei militari per la sicurezza interna, si registra la minore disponibilità a combattere in caso di attacco al Paese (22,5%). Il populismo, invece, pesa meno di quanto ci si aspetti. “Non c’è una grande differenza tra populisti e non populisti”, dice Coticchia, che evidenzia come a distinguere di più rimanga l’asse destra-sinistra. Anche la classificazione delle minacce segue queste linee. In testa ci sono il cambiamento climatico (37,5%, soprattutto tra giovani e a sinistra) e l’immigrazione irregolare (32,5%, più tra gli anziani e a destra); l’aggressività russa è al 19,8%, sebbene il 50,5% degli intervistati giudichi probabile un attacco contro l’Europa. “Non è vero che non c’è questa minaccia”, sottolinea Coticchia, “anche se resta da capire di che tipo sia, ibrida o meno. Su questo c’è molta confusione”. 

Il confronto con le altre opinioni pubbliche europee

Rispetto alle opinioni pubbliche del resto d’Europa, le differenze sono poche, ma nette. Sulla fiducia nelle Forze armate e sul sostegno alla leva l’Italia è in linea con gli altri. Anche la scarsa voglia di combattere non è un’eccezione, fatti salvi i casi di Turchia, Paesi scandinavi e baltici. Lo scarto maggiore si riscontra sul tema delle spese militari. “L’Italia è molto più contraria all’aumento delle spese militari degli altri paesi, persino della Spagna”, spiega Coticchia, sottolineando che Madrid, pur opponendosi all’obiettivo del 5% del Pil, nell’ultimo anno ha aumentato le spese militari più di Roma. 

A colpire è anche lo scarto tra l’attivismo italiano all’estero e il sostegno in Patria alle operazioni multilaterali. “L’Italia cerca di aumentare la propria credibilità all’estero rispondendo di sì agli appelli di Nato e Unione Europea, ma a livello domestico si cerca di nascondere o diluire questo tipo di informazioni”. Comprensibile sul piano elettorale, ammette Coticchia, ma “totalmente controproducente nell’idea di sviluppare una cultura e una politica di difesa. Serve maggiore trasparenza, ma questa trasparenza rappresenta un costo politico che i partiti al momento non sembrano voler pagare”.

Come gli italiani vedono i militari

L’alto grado di fiducia espressa nei confronti delle Forze armate, spiega Mazziotti di Celso, va capita: gli italiani vedono la Difesa come “un’istituzione innocua, non pericolosa per la società e composta da gente onesta”. Ciò non solo in virtù di eventuali legami amicali o familiari con il personale in uniforme, ma anche per i benefici visibili in casa: attività come l’assistenza in caso di calamità naturali (82,2%), il supporto alle forze di polizia (67%) e l’operazione Strade sicure (il 77,7% vuole almeno mantenerla) registrano il maggior gradimento. Il peacekeeping e le missioni all’estero, attività più classicamente militari, si fermano invece al 45,8%. Nelle parole di Mazziotti di Celso: “Gli italiani vogliono bene alle Forze armate, però evidentemente non devono essere ‘troppo armate’ nei compiti che svolgono”.

Lo stesso meccanismo spiega perché minacce molto diverse (dalla crisi climatica alla Russia) finiscano sotto un unico ombrello. “Il ‘nemico’ nelle nostre operazioni militari non è mai stato citato, nonostante le nostre Forze armate siano state coinvolte in diversi combattimenti”, sottolinea Coticchia, “dall’Afghanistan a Mogadiscio”. L’Italia, come la Nato e l’Ue, ha adottato negli anni la logica della gestione delle crisi (crisis management), non quella della difesa da un avversario tradizionale, non solo sul piano dottrinario ma anche su quello comunicativo. Ciò, spiegano Coticchia e Mazziotti, ha contribuito ad associare sempre di più le Forze armate a compiti che non afferiscono direttamente alle competenze della Difesa. I ricercatori, ad esempio, citano il caso dell’impiego dei militari nella gestione dei flussi migratori. “È un problema di natura militare? Assolutamente no”, osserva Coticchia, “eppure è successo dagli anni Novanta, anche con governi di colore diverso, a partire dalla crisi in Albania”.

A complicare il tutto c’è poi una comunicazione pubblica poco chiara, avida di dettagli e troppo spesso demandata alla sola lettura degli atti burocratici, in grado di mettere in difficoltà persino gli addetti ai lavori nella valutazione delle iniziative e delle attività in corso. Vedasi, a tal proposito, il caso Task Force Arabia. Il problema è che tali forme di reticenza comunicativa alimentano a loro volta sospetto da parte dell’opinione pubblica, innescando un ciclo di mutua incomprensione che aiuta a spiegare i risultati, apparentemente paradossali, dell’indagine di YouGov.

Una cultura della difesa da costruire, ma insieme

Dunque, gli italiani si fidano delle loro Forze armate, ma le preferiscono quando svolgono incarichi di polizia, ritengono le minacce esterne reali, ma non vogliono aumentare le spese, mentre al Paese manca ancora un dibattito pubblico informato sui temi della difesa che, però, continua a preferire la voce degli opinionisti a quella degli addetti ai lavori. Come si esce dal paradosso? Non con le iniziative nelle scuole che, secondo Coticchia, che rischiano di produrre la reazione opposta e di far passare un messaggio sbagliato. Serve piuttosto un dibattito trasparente, anche se costoso politicamente: “Se come Paese vogliamo adottare delle scelte solide, strutturate, tali scelte devono essere scelte legittime, e la legittimità deriva dalla condivisione e dalla trasparenza”. La via maestra, secondo i ricercatori, sta nel perseguire un salto di qualità nella comunicazione, al pari di come hanno fatto gli Esteri e l’Intelligence. La Difesa, dice Coticchia, “dovrebbe farlo maggiormente, in maniera seria, coinvolgendo l’Accademia, la società civile e anche coloro che vi si oppongono”. 

Dall’altra parte, Mazziotti di Celso invita a una maggiore comprensione del pubblico nei confronti dei militari, che devono abituarsi a interagire con la società civile e temono un clima di ostilità nei loro confronti. Per questo, conclude, la responsabilità di fare dei passi avanti ricade su entrambi: “Le Forze armate devono aprirsi maggiormente alla società civile, interagire di più, dire di sì invece di dire di no, prendersi dei rischi”, e allo stesso tempo “la società civile deve fare uno sforzo di comprensione”, evitando giudizi ideologizzati e apriorismi. 

Dalle vetrine infrante alla guerra ibrida, la risposta del governo alle proteste. Parla Gardini

21 October 2026 at 09:18

I teppisti delle piazze italiane sono sfuggiti a una rete educativa che non ha funzionato, anche per colpa di una sinistra giustificazionista, che non boccia, che non punisce, che non indirizza. Il governo con il nuovo provvedimento varato in Consiglio dei ministri prova a cambiare registro. Lo dice a Formiche.net Elisabetta Gardini, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera che, partendo dalle devastazioni di Milano, analizza le cause politiche e gli effetti sociali di tali fenomeni. “Cosa è cambiato rispetto ai miei tempi? Ieri c’era la misura: non spaccavamo vetrine, non calpestavamo libri, non rubavamo abiti pur essendo tutti provenienti da famiglie monoreddito. Avevamo dignità e rispetto per tutti, docenti e istituzioni scolastiche”.

Scontri, manovra, elezioni: dove finisce il disagio e dove inizia l’infiltrazione?

Dinanzi a queste situazioni, prima ancora di capire se è un attacco ibrido o solo violenza, ci dovrebbe essere una condanna unanime, a maggior ragione perché gli autori sono minorenni. Occorre capire che esiste un limite che non può essere oltrepassato. Purtroppo la sinistra non riesce proprio a condannare senza poi dire “ma”. Per cui penso che alla base dei rapporti umani, delle relazioni familiari e anche dei rapporti tra amici ci devono essere delle linee che non si possono superare. I tumulti ci raccontano che purtroppo sono state superate abbondantemente. Bisogna essere inflessibili, occorre un’alleanza della politica con chi ha un ruolo educativo e un ruolo dirigente nel Paese. Non riusciamo ad uscire da questa palude nella quale la sinistra sembra sguazzare bene. Più c’è caos e più le opposizioni sono contente: ciò lo considero gravissimo. In Aula abbiamo anche chiesto alla sinistra di sottoscrivere la proposta di legge di Fratelli d’Italia in discussione generale sulla cittadinanza, ovvero che in presenza di atteggiamenti del genere bisognerebbe fermare il processo per la cittadinanza italiana e intraprendere un percorso di ripensamento e di rieducazione, in attesa di una seconda possibilità.

Il Cdm ha dato il via libera al nuovo decreto sicurezza e criminalità minorile, oltre a 500 agenti in più a Milano. Come rispondere a chi vi accusa di suonare il solito ritornello di “regole e disciplina”?

Finalmente c’è anche per i minorenni il fermo preventivo. Significa che questo governo non insegue l’emergenza, ma interviene quando è necessario affrontare un problema che purtroppo si è manifestato in tutta la sua drammaticità. Confesso che nessuno avrebbe mai immaginato di vedere bambini di undici anni che vanno a sfasciare vetrine per prendersi l’ultimo paio di scarpe alla moda. Bisogna prendere dei provvedimenti ed è chiaro, come osservato dalla ministra per la Famiglia Eugenia Roccella, che anche per i minorenni si lavora su due binari, la prevenzione e la repressione. Noi abbiamo con i nostri provvedimenti diminuito la dispersione scolastica: mi sembra un grandissimo risultato di cui andiamo fieri. Però non bisogna neanche fare l’errore di identificare questi violenti, che sono una minoranza, con tutti gli altri giovani: quattro scalmanati non rappresentano la totalità degli studenti. Non è così oggi e non era così anche ai miei tempi.

Cosa è cambiato rispetto a 40 anni fa?

Ricordo che mio padre mi accompagnò a sporgere una denuncia contro ignoti perché un picchetto mi impedì di entrare in classe. Io volevo entrare in classe, ma qualcuno non era d’accordo. Anche ieri, erano sempre i pochi a piantonare l’ingresso della scuola, al liceo classico Tito Livio, che frequentavo. Ma a differenza di oggi c’era la misura: non spaccavamo vetrine, non calpestavamo libri, non rubavamo abiti pur essendo tutti provenienti da famiglie monoreddito. Avevamo dignità e rispetto, per tutti, docenti e istituzioni scolastiche. Ci approcciavamo a qualsiasi lavoro, pur di andare avanti nella vita. Sicuramente era un’altra epoca la mia, ma assieme alle mie amiche non potevamo permetterci boutique di alta moda e compravamo i giornali con cartamodelli. I vestiti ce li cucivamo da sole, nessuna di noi rubava, non spaccavamo le vetrine perché qualcuno voleva il modellino che aveva magari la compagna di banco. E siamo sopravvissute bene a quell’epoca. Oggi vedo persino qualche rapper fare sfoggio di tutto il lusso più sfrenato, per poi stigmatizzare la società dei consumi. Inoltre mi chiedo come sia stato possibile che ragazzini di 11 o 12 anni fossero in giro da soli per strada a sfasciare vetrine. Dov’erano i genitori?

Il ministro della difesa Guido Crosetto ha detto che i fatti di Milano “sono il frutto di quella che io chiamo guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre Nazioni ricorrendo a strumenti non convenzionali che si chiamano TikTok, social, YouTube, senza che l’Occidente se ne renda conto e in qualche modo reagisca”. Che ne pensa?

Evidentemente lui da ministro ha strumenti molto più tecnici, però è chiaro che di questa guerra ibrida stiamo parlando da molto tempo, così come si era notato anche durante il referendum sulla giustizia un certo movimentismo dei social, che aveva mandato a votare una massa consistente di giovani che non lo avevano mai fatto prima. La guerra ibrida è un qualcosa con cui ci si confronta e su cui si dibatte a livello internazionale. Il tema, quindi, abbraccia il concetto stesso di difesa ampia, ovvero non più intesa come spese per cannoni o carri armati: oggi la difesa ha tutto un altro approccio. Difesa, ad esempio, è analisi, scienza, indagini così come l’Italia sta egregiamente facendo sull’Artico. Giorni fa in commissione esteri è stata in audizione la sottosegretaria Isabella Rauti che ci ha illustrato cosa vuol dire oggi difesa, come portare il Paese nella modernità, come far sì che l’Italia non sia tagliata fuori dalle rotte commerciali, dalle materie prime, delle materie critiche e dalle strategie internazionali. Per cui occorrono giovani che si impegnano, che imparino con il nostro aiuto a costruire il futuro e non che aiutiamo invece a deprimere come ama fare la sinistra, che foraggia un clima distruttivo. Per la sinistra l’Italia dovrebbe sempre indossare la maglia nera ed essere sempre l’ultima della fila. Oggi vedo in Italia delinearsi una sinistra talmente estrema che l’intero campo largo potrebbe configurarsi con Melenchon.

Proviamo a andare oltre le vetrine infrante: quale il danno sociale per ragazzi irresponsabili e genitori giustificazionisti?

Premetto che oggi non è facile essere genitori, ma se un figlio di 11 anni circola da solo per tumulti, forse è lecito pensare che qualcosa ti sia sfuggito dalle mani. Come madre mi sento a disagio, anche se è vero che oggi è molto più difficile. Ma sarebbe utile capire come sia possibile che dei bambini così piccoli sfuggano ad una rete educativa, perché dovrebbero stare in una rete di protezione che, evidentemente, non ha funzionato. Quando ero al Parlamento europeo ricordo che i britannici mi dicevano che il minore è considerato tale fino a 14 anni, dopo occorre che risponda delle proprie azioni. Così come ricordo bene che in Belgio bocciavano tranquillamente anche alle elementari. In Italia invece no, la cultura di certa sinistra ha iniziato a convincere tutti che non bisogna bocciare, che bisogna capire, che non bisogna punire. Ed ecco i risultati nelle nostre piazze.

Dalle piazze alle minacce esterne. La tempesta perfetta sull’Europa raccontata dall’amb. Mattiolo

19 October 2026 at 16:59

Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Lo dice a Formiche.net l’ambasciatore Luigi Mattiolo, presidente italiano di Villa Vigoni, Centro italo-tedesco per il dialogo europeo, già Primo Consigliere alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Onu, ambasciatore a Tel Aviv, ad Ankara, a Berlino oltre che Consigliere Diplomatico del governo del Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi.

Caro energia, black bloc, non solo a Parigi, ma purtroppo anche a Milano, ed elezioni alle porte in mezza Europa: è la tempesta perfetta? E come potrà difendersi l’Unione europea?

Innanzitutto concordo con questa definizione di tempesta perfetta, perché effettivamente siamo in una fase in cui ci sono tre fattori esogeni che colpiscono in pieno l’Europa. Il primo, ovviamente, è l’atteggiamento dell’attuale amministrazione americana con riguardo alla difesa euro-atlantica e agli evidenti tentativi di trovare un accordo sull’Ucraina con la Russia, sulla testa dell’Ucraina e sulla testa dell’Europa. Il secondo è la minaccia russa sia che sia ibrida, sia che sia inafferrabile, o anche retorica, ma comunque è sicuramente una minaccia, ed è sicuramente un fattore profondo di destabilizzazione in Europa, visto che ha portato un conflitto che non intende interrompere, evidentemente, nel cuore del continente. Il terzo è la Cina che comunque continua ad agire abbastanza spudoratamente sulle catene di valore di materiali critici e mette in difficoltà profonda l’industria e la capacità manifatturiera europea, con una esportazione direi massiccia se non selvaggia e di beni di consumo a prezzi assolutamente stracciati.

Su tutto questo poi impatta la crisi ucraina…

L’intervento di Zelensky al Consiglio europeo è stato particolarmente preoccupante, non solo perché ha coinciso con una fase in cui l’Ucraina è colpita al cuore nelle sue infrastrutture energetiche e nei suoi obiettivi, che ormai di militare non hanno nulla, ma sono semplicemente legati all’evidente disegno di scoraggiare e demoralizzare e terrorizzare la popolazione civile. Bensì c’è un’Ucraina che lamenta un appoggio strategico americano a dir poco a intermittenza, malgrado i 90 miliardi stanziati l’anno scorso dall’Unione Europea, che ormai, è bene ricordarlo, è l’unica che si fa carico dei costi della difesa ucraina in questa fase. Per cui Zelensky ha denunciato un buco l’anno prossimo di 30-35 miliardi: al momento non si vede dove l’Unione europea potrebbe andare a prendere quel denaro, a meno di non mettere mano alle riserve valutarie russe.

Con quali inconvenienti?

Si aprirebbe un autentico vaso di Pandora e personalmente capisco le perplessità del Belgio che, attraverso il meccanismo di Euroclear, finisce per essere quello giuridicamente responsabile in prima battuta della gestione e della protezione di quelle riserve. Ci sarebbe inoltre un discorso di credibilità dell’Europa come rifugio e detentore di riserve valutarie di qualunque Paese al mondo: ciò potrebbe avere delle ripercussioni gravissime e sarebbe per certi versi senza precedenti. In passato le riserve valutarie di un Paese sono state utilizzate molto spesso, ma si trattava di Paesi sconfitti, dopo un accordo di pace inevitabilmente penalizzante nei loro confronti. Ma non è questo ancora lo scenario, come sappiamo. E in più poi mi ha anche colpito questa annotazione che non voglio chiamare minaccia, perché non lo è, ma diciamo una pesante annotazione di Zelensky che ha detto chiaramente che in caso di sconfitta l’Unione europea dovrebbe far fronte a un’ondata migratoria di profughi. Francamente non penso che sarebbe altrimenti, perché dopo quattro anni di guerra e di martirio non so quanto i cittadini ucraini siano così pronti a cadere sotto il giogo della Russia vincitrice: quindi è chiaro che questo fenomeno andrebbe affrontato.

Come arriva l’Europa?

Nello scorso Consiglio europeo non sono stati fatti grossi passi avanti. Ha affrontato innanzitutto una situazione polarizzata, basta guardare alle violenze che hanno caratterizzato purtroppo le manifestazioni. Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Ma non è tutto.

Ovvero?

Se non si risolverà il terzo fattore di crisi, il bilancio dei prossimi sette anni, sarà credo sempre peggio. A seconda di quanto si troverà un compromesso tra questi grandi Paesi, potrebbe essere ancor più difficile trovare un compromesso, fare delle rinunce, “vendere” alle proprie opinioni pubbliche l’accordo trovato. Se ci fossero dei cambi di coalizione di governo in grandi Paesi europei come Francia e Spagna potrebbero trovarsi al potere delle forze politiche che viceversa hanno tutto l’interesse a mortificare ulteriormente il bilancio comunitario, mettendo assolutamente a repentaglio tutti quelli che sono gli obiettivi di cui parliamo da anni, come l’innovazione, la transizione e la difesa e quant’altro.

Ritiene che proprio in un momento simile, caratterizzato dalle policrisi, così come le ha definite l’altro giorno la Presidente del Consiglio, ci sia l’opportunità per l’Ue di crescere, magari sanando le proprie deficienze. E in che modo visto che si trova con le spalle al muro?

Questa volta sì, l’Ue è proprio messa con le spalle al muro. Ma essere messi con le spalle al muro può significare soccombere oppure tirarsi fuori dall’angolo e quindi fare scelte che solo fino a un momento prima sembravano impensabili. Come? Penso al caro energia, che pesa di più ed è quello che è alla base del disagio sociale che, al di là delle violenze terribili e delle strumentalizzazioni nelle piazze, è un dato di fatto. Io mi auguro, leggendo le conclusioni del Consiglio europeo, che si prenda di petto la questione calmierando i prezzi, tornando su quello che è un cavallo di battaglia dell’Italia da molti anni cioè il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica dal prezzo del gas. Perché in questa fase il primo kilowatt di energia elettrica prodotto con le rinnovabili, nel nostro caso con l’idroelettrico, con l’eolico e soprattutto con il solare, lo paghiamo al prezzo dell’ultimo kilowatt prodotto con il gas: nelle conclusioni del Consiglio europeo si insiste perché la Commissione proponga delle soluzioni su questo fronte. In realtà non è che la Commissione le soluzioni non ce le abbia, è che manca la volontà politica di tutti gli Stati membri perché non tutti sono nelle medesime condizioni. Alcuni hanno una quota di rinnovabili molto maggiore della nostra e quindi non hanno poi questo grande interesse al disaccoppiamento, ma è arrivato il momento di studiare dei meccanismi comuni: uno potrebbe essere quello di restituire al bilanci nazionali gli extraprofitti fatti sui primi kilowatt, visto che sono stati venduti tutti al prezzo dell’ultimo kilowatt. Però è necessario anche lavorare sulla domanda, cioè fare una domanda aggregata fra Stati membri, come l’Unione europea è stata capace di fare nel caso dei vaccini per la pandemia che rimangono un esempio unico, devo dire finora anche non ripetuto, ma sicuramente replicabile sul fronte dell’energia. Infine non va dimenticata la capacità di accumulo.

Come procedere?

Attraverso batterie dieci o venti volte superiori a quelle che esistono sul continente europeo, saremmo finalmente in grado di immagazzinare l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili in surplus e utilizzarla banalmente nelle fasce orarie in cui viceversa produciamo energia elettrica con il gas.

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