Il 27 ottobre 2026 Romano Benito Floriani Mussolini, giocatore della Lazio e promessa del calcio italiano, segna il suo primo gol in Serie A nella partita Sassuolo-Lazio finita 2-6. E fin qui non ci sarebbe nulla di speciale: non fosse che il 27 ottobre 1922 il suo bisnonno – che non ha bisogno di presentazioni visto il cognome del ragazzo – iniziava le mobilitazioni che avrebbero portato alla marcia su Roma. Uno dei più strenui oppositori dell’ascesa fascista, nonché uno dei più rilevanti politici socialisti degli anni ’20, si chiamava Filippo Turati. E come fa di cognome il portiere del Sassuolo che ieri sera, al 16′ minuto di gioco, ha subitogol dal pronipote del Duce? Esatto, proprio Turati. Stefano, per la precisione.
Una suggestione dolceamara, a tratti grottesca, che unisce Storia e sport. Il primo a far notare questa strana statistica è stato il giornalista sportivo GiuseppePastore: la sua storia Instagram, com’era prevedibile, è andata virale sui social e le battute si sono sprecate. Tanto più che, come hanno fatto notare alcuni utenti, il gol del giovane terzino stava per essere annullato per fuorigioco dal Var a causa di un braccio destro alzato oltre la linea dell’ultimo difensore.
Al di là del tono ironico di molti commenti apparsi sui social, con questo episodio si ripropone, a distanza di 104 anni, lo scontro tra Mussolini e Turati. Un’intreccio che riporta a una delle pagine più buie della storia d’Italia. Fortunatamente in questo caso si parla solo di un campo da calcio. Ma da un semplice gol si è alzato un tale polverone mediatico: lo sport, si sa, da sempre appassiona gli italiani molto più della politica.
Stanno per arrivare due venerdì neri per i trasporti e non solo. A ridosso del fine settimana si terranno due scioperi generali. Grande adesione tra trasporti, scuole e uffici pubblici con conseguente riduzione dei servizi per cittadini, studenti e pendolari. Il primo venerdì di sciopero sarà il 30 ottobre 2026. L’USB intende organizzare una manifestazione a Roma, a partire da Piazza dei Cinquecento, proclamata “contro i prezzi in continua crescita, a partire da quello dei carburanti che stanno mettendo in ginocchio la popolazione”.
Sempre venerdì 30, anche i Cobas hanno proclamato uno sciopero generale insieme ad Adl, Clap e Sial che vale per i settori pubblici, ma anche privati, in questo caso però con l’eccezione dei trasporti. Il tema è lo stesso: “Contro il carovita che impedisce di far fronte alle spese per i beni essenziali”. E poi venerdì si terrà anche un’altra protesta, ma di sole quattro ore, proclamata da Uiltrasporti per il personale di ENAV e Techno Sky su tutto il territorio nazionale. In questo caso si tratta di una mobilitazione per chiedere risposte sulle vertenze aperte e l’assenza di progressi nel confronto con l’azienda.
Sciopero 30 ottobre: dove, orario e cosa aspettarsi
Lo sciopero del 30 ottobre 2026 si prospetta una giornata di grandi disagi. La mobilitazione, indetta dall’Unione Sindacale di Base, chiama infatti alla protesta un’ampia platea di lavoratori, dal settore pubblico a quello privato. Partecipano infatti grandi sindacati, ma si attendono anche autonomi e studenti dopo le manifestazioni degli ultimi weekend.
Tra i settori coinvolti, con conseguenze sullo svolgimento regolare di prestazioni scolastiche e sanitarie, ma anche sulla mobilità troviamo:
istruzione
assistenza sanitaria
collegamenti ferroviari.
Ma sono diverse le singole proclamazioni sindacali. Da una parte significa che non tutti i servizi resteranno chiusi o assenti, dall’altra che dipenderà dalle adesioni registrate quanto sarà complesso organizzare la giornata.
Sciopero dei trasporti
Uno dei settori che maggiormente impatta sulle attività della giornata è lo sciopero dei trasporti. La protesta del 30 ottobre interessa diverse modalità di trasporto, dal trasporto aereo a quello ferroviario, dal comparto autostrade fino al trasporto pubblico locale.
Nel dettaglio:
trasporto aereo di 24 ore, da mezzanotte alle 23:59;
settore ferroviario dalle 21 del 29 ottobre alle 22:59 di venerdì 30 ottobre;
il trasporto pubblico locale vede la propria adesione stabilita su base territoriale;
comparto autostrade inizia alle 22 del 29 ottobre e si conclude alle 00:01 del 30 ottobre.
Cosa è stato precettato
Dal ministero dei Trasporti arriverà l’ordinanza che chiede ai settori trasporto aereo, taxi, trasporto pubblico locale, trasporto ferroviario e marittimo, appalti ferroviari, circolazione e sicurezza stradale, il differimento ad altra data della mobilitazione.
La motivazione per i settori interessati è la “regola della franchigia legata alla commemorazione dei defunti”.
Il riferimento è al comparto trasporti che mette a rischio il diritto di andare nei cimiteri nei giorni di massimo afflusso dell’anno (31 ottobre e 1° novembre).
La Commissione di garanzia sugli scioperi, in base alla legge sullo sciopero, ha parlato di “gravissimo nocumento” e fondato pericolo di “pregiudizio grave ed imminente del diritto alla libertà di circolazione” nei confronti di chi decide di visitare i cimiteri nei giorni immediatamente precedenti il 2 novembre.
La risposta di USB
USB replica che è “un ordine illegittimo” e “sbagliato” al quale si dichiara disobbediente. Conferma quindi lo sciopero per l’intera giornata nei settori indicati “accollandoci le sanzioni che sono pesantissime ma nella consapevolezza che queste siano illegittime”.
Dichiara infine che provvederà a informare tutti i lavoratori e le lavoratrici del comparto delle sanzioni individuali previste in questo caso, “coscienti delle difficoltà che questo comporterebbe alle categorie e permettendo a ogni lavoratore e ogni lavoratrice di scegliere con piena consapevolezza e trasparenza”.
Sciopero 20 novembre
Altro venerdì nero sarà quello del 20 novembre, giornata nella quale è stato indetto un altro sciopero generale dalla Cgil. Il weekend tra venerdì 20 e sabato 21 sarà attraversato anche dallo sciopero nazionale di CUB Trasporti e SGB Ferrovie.
Maurizio Landini, in merito alle motivazioni dello sciopero generale, ha dichiarato: “al momento del cambiamento, il lavoro deve tornare a essere un diritto”.
La Cisl, invece, attraverso Daniela Fumarola ha preso le distanze per tre ragioni: la legge di bilancio viene bocciata prima ancora che esista il testo, si contesta la spesa per la difesa e si sceglie la massima forma di conflitto contro imprese estranee alla Manovra.
Medici di famiglia in allarme: regole diverse tra Asl, personale insufficiente e Case della Comunità in cerca di certezze
La sanità territoriale del Lazio doveva cambiare marcia. Per ora, secondo i medici di famiglia, rischia di restare ferma al semaforo. A meno di un mese dall’entrata in vigore dell’accordo regionale da 50 milioni, la Fimmg denuncia ostacoli organizzativi e chiede alla Regione guidata da Francesco Rocca un intervento urgente. Il problema non è firmare un’intesa, ma trasformarla in servizi per i cittadini di Roma e del Lazio.
Medici in rete, ma ogni Asl segue la propria strada
Il progetto ruota intorno alle Aggregazioni funzionali territoriali (Aft), reti di medici chiamate ad assicurare assistenza dal lunedì al venerdì, dalle 8 alle 20, per bacini fino a 30mila assistiti. Un sistema destinato a integrarsi con le Case della Comunità, rafforzando le cure di prossimità.
Sulla carta il modello è definito. Sul territorio, sostiene il sindacato, le Asl adottano criteri differenti, tanto per le Aft quanto per gli ambulatori del ruolo unico di assistenza primaria. Il rischio è una sanità a geometria variabile: stesso accordo, servizi diversi a seconda del luogo di residenza.
Infermieri, sicurezza e posti ancora bloccati
La Fimmg segnala criticità nelle postazioni ambulatoriali, in particolare durante le ore notturne. Sono previsti almeno due medici, un infermiere e adeguate misure di sicurezza. Requisiti che, secondo il sindacato, non sempre vengono rispettati. Senza le garanzie necessarie, alcune attività ad accesso diretto non possono partire.
C’è poi il nodo della carenza di medici. La possibilità di aumentare fino al 20% il massimale degli assistiti, prevista dall’accordo, non sarebbe ancora operativa. Una misura che potrebbe dare respiro alle zone dove trovare un medico di base è già un’impresa. Mancano inoltre alcuni moduli per richiedere le indennità del personale di studio e infermieristico.
La richiesta alla Regione: meno annunci, più scadenze
Nell’elenco delle questioni aperte figurano i tavoli tecnici da convocare, gli accordi attuativi da completare e i rapporti con le università per il tutoraggio dei futuri medici. La Fimmg sollecita quindi una riunione urgente del Comitato regionale per la medicina generale, con scadenze precise e regole identiche in tutte le Asl.
L’intesa da 50 milioni resta in piedi. Ma tra una delibera approvata e un ambulatorio funzionante corre una distanza che nessun comunicato può accorciare. E il conto dei ritardi rischia di arrivare ai pazienti.
O São Paulo fez um acordo com o meio-campista André Anderson para quitar dívida de R$ 2.056.752,20, referente a passagem do jogador pelo clube, entre 2022 e 2023. O valor será parcelado em 20 vezes.
Em setembro, o São Paulo já havia sido condenado a pagar os valores a Datasoccer Sports Administração de Bens Próprios, Marketing, Assessoria e Serviços Esportivos Ltda, que cuidava da carreira do jogador na época.
A decisão veio do juiz Fábio Coimbra Junqueira, da 6ª Vara Cível de São Paulo. O clube não pagou sete parcelas de R$ 100 mil, além de outra pendência, dividida em dez vencimentos de 25 mil euros e 10% dos honorários dos advogados de André Anderson e estafe.
O Tricolor Paulista se defendeu com as seguintes alegações: as lesões sofridas por André Anderson diminuíram a segurança econômica do contrato e o caso deveria ter sido levado à Câmara NacionaldeResoluçãodeDisputas.
A CNRD éumórgãovinculadoàCBFqueatuanamediaçãoeresoluçãodeconflitosentreosenvolvidosnofutebolbrasileiro. A Justiça recusou os argumentos sob a premissa de que os vencimentos não têm a ver com ao desempenho esportivo do atleta.
A informação foi divulgada primeiro pelo UOL e confirmada pela CNN Brasil.
A passagem de André Anderson pelo São Paulo
O meio-campista chegou por empréstimo da Lazio, em 2022. Ele disputou apenas 12 jogos com a camisa do São Paulo, muito por conta das lesões citadas pela defesa do clube.
Cinque giornate dedicate alla salute, con visite specialistiche e screening gratuiti per favorire la diagnosi precoce e diffondere la cultura della prevenzione. Dal 26 al 30 ottobre, la sede del Consiglio regionale del Lazio, alla Pisana, ospita una nuova edizione di “Un Consiglio in Salute – La prevenzione comincia da noi”, il programma avviato circa due anni fa dall’assemblea regionale.
L’iniziativa, presentata lunedì nella Sala Bartoloni, mette a disposizione dei partecipanti un’ampia offerta di controlli, con l’obiettivo di promuovere la prevenzione e intercettare tempestivamente eventuali patologie.
Il programma comprende visite cardiologiche con elettrocardiogramma, controlli diabetologici, dermatologici, nefrologici e urologici, oltre a screening fisiatrici e fisioterapici. Spazio anche alla prevenzione delle patologie polmonari e agli esami vascolari attraverso l’ecocolordoppler carotideo-vertebrale.
Tra le attività previste figurano inoltre la misurazione della pressione arteriosa, della glicemia e della saturazione, la donazione del sangue, la campagna di vaccinazione antinfluenzale 2026-2027 e la distribuzione dei kit per lo screening del tumore del colon-retto.
Aurigemma: “La prevenzione è un pilastro del Servizio sanitario nazionale”
A sottolineare il valore dell’iniziativa è stato Antonello Aurigemma, presidente del Consiglio regionale del Lazio, che ha richiamato la necessità di rafforzare le politiche di prevenzione in un Paese caratterizzato da un’elevata longevità e da bisogni sanitari in evoluzione.
“Riteniamo che la prevenzione e lo screening siano pilastri del Servizio sanitario nazionale”, ha dichiarato Aurigemma. “Siamo il secondo Paese più longevo al mondo e abbiamo esigenze precise sotto il punto di vista della sanità. Vogliamo curare le persone preventivamente e non farle andare in ospedale”.
Il presidente del Consiglio regionale ha inoltre evidenziato l’ampliamento dell’offerta di controlli, reso possibile anche grazie alla disponibilità di diverse aziende ospedaliere.
L’obiettivo è intervenire prima che le patologie si manifestino o, quando questo non è possibile, individuarle nelle fasi iniziali, favorendo percorsi di cura tempestivi e contribuendo a ridurre il ricorso agli ospedali.
Medici e istituzioni: “La prevenzione deve arrivare in tutta Italia”
L’iniziativa coinvolge una rete di strutture sanitarie, professionisti e associazioni. A renderla possibile sono l’Asl Roma 3 e l’Azienda ospedaliera San Camillo Forlanini, insieme a realtà come Federfarma Roma, Fimmg Roma, Ordine di Malta Italia, Cittadinanzattiva Lazio e Fondazione italiana del rene.
Per Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Roma e provincia, la prevenzione deve diventare un elemento centrale delle politiche sanitarie su scala nazionale.
“La prevenzione dobbiamo portarla in tutta Italia”, ha sottolineato Magi. “Se vogliamo mantenere un Servizio sanitario efficiente serve un’ottima prevenzione, evitando che la gente si ammali o scoprendo subito le malattie”.
Il coinvolgimento di diverse branche specialistiche, ha aggiunto, consente di ampliare le opportunità di screening e di favorire una maggiore attenzione ai controlli periodici.
Sanità e cronicità, il ruolo della prevenzione
Il tema della prevenzione si intreccia anche con le sfide legate all’invecchiamento della popolazione e alla crescita delle patologie croniche. Aspetti sui quali si è soffermato Luciano Nobili, consigliere regionale del Lazio, richiamando la necessità di ripensare l’organizzazione del sistema sanitario.
“Il Sistema sanitario va profondamente ripensato”, ha affermato Nobili, evidenziando l’importanza di affrontare le cronicità e di investire sull’invecchiamento attivo. “Il Servizio sanitario nazionale sta cambiando pelle: vanno garantiti gli interventi e le politiche di prevenzione sono uno strumento per migliorare oggi e anche domani”, ha aggiunto.
Le cinque giornate alla Pisana si inseriscono così in un percorso che punta a rafforzare la collaborazione tra istituzioni, strutture sanitarie, professionisti e volontariato. L’obiettivo è rendere i controlli più accessibili e consolidare la prevenzione come parte integrante della tutela della salute, promuovendo la diagnosi precoce e una maggiore consapevolezza sull’importanza di prendersi cura del proprio benessere.
La Regione Lazio punta sulla birra artigianale e mette in campo 740mila euro per sostenere le imprese del settore. La Giunta guidata dal presidente Francesco Rocca, su proposta dell’assessore all’Agricoltura e al Bilancio Giancarlo Righini, ha approvato una delibera che rende operativa la legge regionale 20 del 2020 e apre la strada a un avviso pubblico rivolto a microbirrifici, piccoli impianti indipendenti e aziende agricole.
L’intervento mira a rafforzare una filiera in crescita, ma esposta ai rincari energetici e alla pressione competitiva dei grandi gruppi industriali. La Regione punta così a sostenere gli investimenti, favorire l’innovazione e valorizzare le produzioni locali, offrendo alle imprese strumenti per consolidare la propria presenza sul mercato.
Due linee di finanziamento per produzione e promozione
Il piano regionale suddivide le risorse in due capitoli di spesa, con l’obiettivo di rispondere alle diverse esigenze delle aziende. La quota più consistente, pari a 500mila euro, finanzierà gli investimenti produttivi. Le imprese potranno utilizzare i fondi per aggiornare i macchinari, introdurre tecnologie innovative, migliorare l’efficienza energetica e acquistare impianti avanzati per l’imbottigliamento e la fermentazione.
Gli altri 240mila euro sosterranno invece la promozione e la formazione. Le risorse serviranno a realizzare campagne di comunicazione, partecipare a fiere, sviluppare iniziative informative e organizzare percorsi formativi. La strategia punta ad aumentare la visibilità della birra artigianale laziale e a far conoscere il valore delle produzioni legate al territorio.
Contributi fino all’80% e massimo di 35mila euro per impresa
Il provvedimento prevede contributi a fondo perduto con percentuali differenziate in base alla tipologia di attività. I microbirrifici e i piccoli birrifici agricoli potranno ottenere una copertura fino all’80% della spesa ammissibile, mentre per i birrifici indipendenti il contributo potrà raggiungere il 70%.
Ogni impresa potrà ricevere finanziamenti per un importo massimo cumulabile di 35mila euro. La Regione assegnerà le risorse attraverso un bando a sportello, fino all’esaurimento dello stanziamento disponibile.
I criteri puntano a sostenere soprattutto le realtà di dimensioni ridotte e le aziende agricole che integrano la produzione di materie prime con la trasformazione. L’obiettivo è rafforzare il legame tra agricoltura e industria alimentare, favorendo investimenti in qualità, sostenibilità e capacità produttiva.
Righini: «Birra artigianale, un’eccellenza che racconta il territorio»
L’assessore Giancarlo Righini rivendica il valore strategico dell’intervento per il comparto agroalimentare regionale. La birra artigianale, sottolinea, rappresenta non soltanto un prodotto commerciale, ma anche un’espressione dell’identità territoriale e delle competenze imprenditoriali locali.
«Con questo atto confermiamo l’impegno concreto nei confronti di una realtà dinamica e fondamentale del nostro tessuto agroalimentare», dichiara Righini. «La birra artigianale laziale non è un semplice prodotto, ma il racconto della nostra terra, dell’ingegno dei nostri imprenditori e del legame profondo tra agricoltura e trasformazione d’eccellenza».
L’assessore ribadisce quindi la volontà di mettere le piccole imprese nelle condizioni di competere sui mercati, puntando su sostenibilità e qualità. «Sostenere i mastri birrai significa valorizzare la tradizione guardando al futuro economico dei nostri territori», conclude.
La Serie A è già di nuovo in campo: oggi comincia il turnoinfrasettimanale, valido per la nona giornata del campionato 2026/27. Ad aprire il programma delle partite è la capolista Lazio, che gioca a Sassuolo. Martedì sera tocca invece alla Roma sfidare il Cagliari, mentre in contemporanea si gioca anche Torino–Como. Mercoledì 27 ottobre alle 18.30 sono impegnate invece Milan e Inter, rispettivamente contro il Bologna e a Venezia. Poi scenderanno in campo Juventus e Napoli, mentre a chiudere il turno giovedì sera sarà un tesissimo Fiorentina–Atalanta.
La Lazio di Gattuso cerca di restare in vetta e mantenere l’imbattibilità, ma il Sassuolo in casa ha bisogno di fare risultato per invertire un brutto trend (un punto nelle ultime quattro). Anche la Roma all’Olimpico ospita un Cagliari ferito dai 6 gol incassati nelle ultime due giornate. Per il Como invece una trasferta complessa a Torino: i granata sono in grande forma e vengono da tre successi consecutivi.
Calendario Serie A, le partite e il programma della nona giornata
1. Inter — 22 punti
2. Lazio — 22 punti
3. Roma — 18 punti
4. Milan — 18 punti
5. Como — 17 punti
6. Frosinone — 14 punti
7. Juventus — 14 punti
8. Torino — 13 punti
9. Cagliari — 13 punti
10. Napoli — 11 punti
11. Atalanta — 10 punti
12. Lecce — 9 punti
13. Bologna — 8 punti
14. Sassuolo — 8 punti
15. Monza — 7 punti
16. Genoa — 7 punti
17. Udinese — 4 punti
18. Fiorentina — 4 punti
19. Parma — 4 punti
20. Venezia — 3 punti
In alcune regioni ci sono più servizi, in altre la vita costa meno e in altre ancora c’è maggiore possibilità di trovare un lavoro. L’Italia presenta caratteristiche specifiche che variano a seconda della geografia. L’ultimo report, la 13ª edizione del “Rapporto sul benessere equo e sostenibile” dell’Istat, racconta proprio le tendenze delle disuguaglianze di benessere che si possono osservare sul territorio. In altri termini, l’Istat classifica le regioni in base a dove si vive meglio per accesso alla sanità, istruzione e formazione, lavoro, benessere economico, relazioni sociali, sicurezza, ambiente, innovazione, qualità dei servizi e diverse altre voci.
La mappa del benessere conferma la spaccatura tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Infatti, mentre tutte le regioni del Nord e del Centro, con l’eccezione del Lazio, registrano prestazioni superiori alla media nazionale per almeno la metà degli indicatori, nel Mezzogiorno, con la sola eccezione dell’Abruzzo, la maggioranza degli indicatori segnala livelli inferiori alla media. Quindi dove si vive meglio in Italia? L’Istat ha trovato la risposta.
Dove si vive meglio in Italia?
Per rispondere alla domanda su dove si viva meglio in Italia basterebbe dire in tutte le regioni del Nord e del Centro, a eccezione del Lazio. Di conseguenza si potrebbe dire che in tutte le regioni del Mezzogiorno, fatta eccezione per l’Abruzzo, si vive peggio.
Ma oltre a quello che dice la media dei risultati dell’analisi del Rapporto sul benessere equo e sostenibile, si può scendere nei dettagli e rispondere caso per caso.
Per esempio, la distanza tra Nord e Mezzogiorno è evidente in alcuni domini del benessere, come lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico e relazioni sociali.
Ma il quadro non è omogeneo:
sul tema del lavoro, Abruzzo e Sardegna si distinguono dal contesto meridionale;
sul tema innovazione, ricerca e creatività Valle d’Aosta e Liguria sono sotto la media nazionale.
Il tema della Sicurezza
Sorprende il valore della sicurezza in determinate regioni. Infatti, rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare, la contrapposizione Nord-Sud sul tema della sicurezza non è così netta. Secondo l’Istat le regioni meridionali registrano risultati migliori rispetto alla media nazionale.
Tranne la Campania, le grandi aree metropolitane del Centro e del Nord risultano penalizzate da una maggiore incidenza di reati predatori e violenze.
Le criticità più marcate si registrano nel Lazio, seguito da Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana. Un risultato che spinge a ragionare sugli stereotipi territoriali, ma soprattutto a non confondere il benessere economico con una maggiore sicurezza o una minore esposizione a determinati reati.
Le migliori regioni dove vivere
Il Friuli-Venezia Giulia e le due Province autonome di Trento e Bolzano sono le uniche realtà territoriali che hanno raggiunto valori medi superiori al valore dell’Italia in 10 dei 12 domini di benessere calcolati. Si può quindi dire che sono questi i territori dove si vive meglio.
All’opposto ci sono le regioni dove i valori di almeno 10 dei 12 domini sono peggiori rispetto al riferimento medio nazionale. Ciò accade in:
La premier Giorgia Meloni potrebbe presentare le sue dimissioni a marzo 2027, subito dopo il Consiglio europeo che si terrà a Roma.
L’idea sarebbe quella di andare poi alle urne in un election day, accorpando il voto anticipato per le elezioni politiche 2027 con quello per le amministrative.
L’ipotesi: Giorgia Meloni verso le dimissioni
Ormai da mesi si parla di ipotetiche elezioni anticipate, sempre smentite da parte di Meloni, ma l’ipotesi è divenuta più concreta dopo la pubblicazione di un articolo su Repubblica a firma di Lorenzo De Cicco.
La scadenza naturale della legislatura è fissata al 13 ottobre 2027 ma, come detto, il Governo più longevo della storia repubblicana potrebbe cessare le attività molto prima dell’autunno.
Come riporta il quotidiano, la prima data utile per il voto, che trapela sia da ambienti di FdI che di Forza Italia, sarebbe quella di domenica 16 maggio. Ma a seconda delle tempistiche della crisi, tutto potrebbe slittare ai primi di giugno.
Compromesso Governo-Colle, il retroscena
C’è poi un retroscena relativo al potenziale election day, che sarebbe il frutto di una trattativa con la Presidenza della Repubblica.
Se un governo cade, infatti, non è detto che il Capo dello Stato decida di sciogliere le camere per traghettare il Paese verso nuove elezioni. In nome di un’emergenza (“se ne trova sempre una all’occorrenza”, come sostiene il decano del giornalismo Paolo Mieli), Mattarella potrebbe infatti decidere di arrivare a fine legislatura con un governo tecnico, di scopo o di larghe intese.
Da qui il compromesso: il Colle permette elezioni anticipate e il Governo, in cambio, indice l’election day accorpando elezioni politiche e amministrative.
Meloni, viene scritto, avrebbe preferito spacchettare le due date, dal momento che le amministrative vedono spesso prevalere il centrosinistra nei grandi centri urbani. Meloni, in sintesi, teme che la chiamata alle urne per le elezioni locali possa far diminuire l’astensionismo, a danno del centrodestra.
Amministrative, Campo Largo e Futuro Nazionale
Ma perché, dunque, accelerare sul pedale delle elezioni? Per diversi motivi. Prima di tutto, per costringere gli alleati a trovare rapidamente un’intesa sui candidati da presentare alle amministrative. Una delle piazze più calde è certamente Milano, dove la Lega spinge per Silvia Sardone mentre Forza Italia, pare, punterebbe su altri nomi. Ma in ballo ci sono anche Roma, Torino, Napoli, Palermo, Bologna, Monza e molte altre grandi città.
Motivo numero due: sfruttare le divisioni interne al centrosinistra, a cui manca tutto. Oggi al Campo Largo mancano un candidato premier e un programma condiviso. È oggetto di discussione anche la data delle eventuali primarie, nonché le sue modalità (doppio turno o turno secco). I nomi principali in pista sono quelli di Elly Schlein e Giuseppe Conte, il quale avrebbe già sfiduciato l’alleata-sfidante in una riunione riservata: “Non lo dico per interesse personale. Lo dico perché con Elly Schlein non si vince”. L’indiscrezione arriva dal Corriere della sera.
Terzo motivo: Meloni le sta giocando tutte pur di non estendere la coalizione a Roberto Vannacci. E il fatto che il generale abbia smesso di correre nei sondaggi e stia al contrario iniziando a ridimensionare il suo consenso potrebbe spingere la premier ad approfittarne andando al voto al più presto.
Quarto motivo (forse il principale): ci sono attualmente 25 ricorsi contro lo Stabilicum, presentati presso 25 diversi tribunali. Meloni potrebbe puntare ad andare al voto anticipato prima di eventuali pronunzie definitive della Corte costituzionale.
Chissà se ha ragione GennaroGattuso, quando dice la sua Lazio lassù non c’entra niente. “C’è stata grande mentalità”, ha dichiarato nel post-partita della gara contro il Parma, finita 2-1 ma dominata in lungo e in largo dalla sua squadra che, in otto partite, ha totalizzato 22 punti senza perderne manco una. “È una questione di mentalità”, ha continuato, “e il nostro step siamo riusciti a farlo dopo la partita contro la Juventus”. Cosa vuol dire? Che quel 3-0 all’Allianz Stadium ha dato una consapevolezza tutta diversa a Zaccagni e compagni. E una solidità che a questa squadra mancava davvero da tanto tempo.
A proposito di solidità, serve subito un numero: 5, i gol subiti finora. La Lazio è la miglior difesa del campionato e non lo è solo perché ha ritrovato un Mandas quasi incommentabile per la sua efficacia. I numeri raccontano di una solidità difensiva che si può misurare con un dato: gli expected goal concessi, appena 0.76 a partita. È un numero impressionante, che dopo otto partite non può essere più casuale: la Lazio concede poco, quasi nulla, ed è da qui che è partita la sua forza nel costruire un primato che sembra, gioco di parole incluso, in realtà molto solido.
Vero, la squadra è meno brillante quando si tratta di costruireoccasioni. Con 1,35 expected goal prodotti a partita, il gruppo di Gattuso è soltanto undicesimo, lontano soprattutto dall’Inter, che raggiunge quota 2,76, e dalla Roma, a 2,01. Anche il possessopalla, al 50,7%, colloca la squadra a metà classifica. Il dato suggerisce che il primato non sia frutto di una superiorità costante nel gioco, ma della capacità di massimizzare le occasioni create e difendere il vantaggio. Tradotto: poche azioni, ma molto buone.
Gli altri aspetti? Il dominio del campo. È solida, la Lazio, ma non è del tutto dominante: è ultima per percentuale di duelli vinti, appena il 45,1%, e per recuperialti, soltanto 12. Non brilla neppure nei duelli aerei e nella precisione dei cross. Anche la difesa sulle palle inattive avversarie rappresenta un punto debole: gli xG concessi in queste situazioni sono 0,54 a partita, un dato che la colloca al diciassettesimoposto.
Se c’è da migliorare, e Gattuso sembra averlo ben chiaro in testa, è su questo che si dovrà insistere: la Lazio sa difendere l’area e limitare le occasioni avversarie, ma deve ancora riuscire a essere efficace soprattutto in fase di creazione. Perché è vero che segna, ma potrebbe farlo di più se riuscisse a creare un numero quantitativamente superiore di occasioni. Il vero punto interrogativo è questo: quanto reggerà? La solidità è un dato di fatto, ed è anche una questionestrutturale. Che sembra molto buona. La produzione offensiva è il vero limite. E forse su questo Gattuso ha ragione, magari anche esagerando un po’: “La Lazio là in testa non c’entra nulla”. Ma per molti altri aspetti, invece sì. E la fortuna, in questo caso, non è protagonista.
Al Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione organizzato da Coldiretti e dall’Osservatorio agromafie, tenutosi a Roma a ottobre 2026, è stato tracciato il primo bilancio sui risultati ottenuti dall’entrata in vigore della legge contro le frodi agroalimentari. Con l’avvio dei controlli su larga scala, il nuovo sistema sanzionatorio è entrato pienamente a regime, andando a individuare tutte le fattispecie di reato che rischiano di compromettere il valore del made in Italy, il reddito degli agricoltori e la salute dei consumatori.
Le ispezioni delle autorità, ovviamente, continueranno su questa scia, con l’obiettivo di individuare chi ancora commette illeciti o non rispetta le regole su tracciabilità e denominazione.
Nuova legge contro le frodi alimentari: cosa cambia
La riforma approvata introduce un quadro normativo più articolato per contrastare gli illeciti nel settore agroalimentare. Il provvedimento, che riprende i contenuti già elaborati dalla cosiddetta legge Caselli, interviene principalmente introducendo:
nuovi reati penali;
sanzioni più incisive;
strumenti di controllo più stringenti.
Tra le fattispecie introdotte figurano i reati per:
frode in commercio di alimenti;
frode in commercio di alimenti con segni mendaci.
Le nuove disposizioni mirano a contrastare le condotte che ingannano il consumatore sulla qualità, sulla quantità o sulla provenienza dei prodotti (comprese quelle realizzate attraverso segni, indicazioni o presentazioni commerciali ingannevoli).
La riforma introduce inoltre il delitto di agropirateria, destinato a colpire le forme più strutturate e sistematiche di frode agroalimentare, soprattutto quando emerge un modello di business organizzato e continuativo. In questo caso si considera illecito quando le frodi alimentari o la vendita di cibo con segni e marchi mendaci non sono episodi occasionali, ma vengono commesse:
in modo sistematico e continuativo;
attraverso un’organizzazione complessa;
con una distribuzione dei prodotti contraffatti su larga scala, invadendo i mercati nazionali o internazionali.
Cosa rischia chi vende falso made in Italy
Con la nuova legge non rischia più solo chi produce materialmente un alimento contraffatto, ma può coinvolgere anche gli operatori che partecipano consapevolmente alla sua distribuzione o vendita, come un’impresa che presenta un alimento straniero come italiano. Lo stesso vale per chi commercializza prodotti accompagnati da informazioni false sulla qualità o su altre caratteristiche rilevanti.
Sotto il profilo penale, la responsabilità individuale degli amministratori, dei titolari d’azienda o dei commercianti varia a seconda della gravità e della sistematicità della condotta:
in caso di frode alimentare e commercio con segni mendaci, chi produce, confeziona o vende alimenti spacciandoli per made in Italy o attribuendo loro qualità, quantità o provenienze geografiche false rischia la reclusione unitamente a multe edittali inasprite;
in caso di agropirateria, per chi mette in piedi un’attività sistematica, organizzata e professionale di falsificazione (ad esempio, una rete strutturata per importare olio o formaggi esteri e rivenderli stabilmente come italiani Dop o Igp) è prevista la detenzione, commisurata ai delitti d’impresa e di criminalità organizzata;
In caso di pericoli per la salute (cosiddetto disastro sanitario), se il falso Made in Italy coinvolge cibi adulterati, nocivi o pericolosi per il consumo, l’imprenditore risponde dei nuovi delitti contro la salute pubblica e rischia la reclusione.
A livello patrimoniale, invece, il piano sanzionatorio prevede:
la confisca dei beni nei casi di agropirateria o di associazione a delinquere finalizzata alla frode alimentare. Lo Stato applica la confisca dei beni, del denaro e delle proprietà di cui il condannato non possa giustificare la legittima provenienza, per un valore sproporzionato al proprio reddito;
il sequestro immediato dei prodotti falsificati, le etichette, gli imballaggi e gli strumenti di produzione, che vengono eventualmente anche distrutti.
Anche la semplice mancata collaborazione con gli organi ispettivi comporta rischi penali: gli operatori che ostacolano, impediscono o non consentono la ricostruzione della tracciabilità degli alimenti incorrono in un reato contravvenzionale punito con l’ammenda da 600 a 6.000 euro, oltre alle sanzioni previste per l’eventuale frode sottostante.
Agromafie, il business raggiunge 25,2 miliardi di euro
La necessità di rafforzare gli strumenti di contrasto a chi commercializza prodotti contraffatti, falsifica l’origine delle materie prime o presenta alimenti con caratteristiche diverse da quelle dichiarate nasce soprattutto per far fronte a un fenomeno sempre più problematico, ovvero il business delle agromafie, che oggi ha raggiunto un valore di 25,2 miliardi di euro.
Si tratta di cifre che si traducono in un danno economico che si distribuisce lungo tutta la filiera. La diffusione delle frodi alimentari è confermata anche dalla percezione dei consumatori. Secondo il rapporto Coldiretti/Censis, il 75% degli italiani dichiara di essere stato vittima almeno una volta di un inganno a tavola.
Così, mentre il consumatore paga un prezzo che potrebbe non essere giustificato dalle caratteristiche reali dell’alimento, il produttore onesto subisce la concorrenza di chi riesce a ridurre i costi ricorrendo a pratiche illegali. E le imprese che investono in qualità, controlli, materie prime e certificazioni rischiano così di perdere quote di mercato a vantaggio di operatori che sfruttano impropriamente la reputazione delle produzioni italiane.
Comprare casa vicino a una stazione ferroviaria può costare fino all’80% in più rispetto alla media della città. È quanto accade a Torino, dove per comprare una casa nei pressi della stazione Porta Nuova occorrono 3.994 euro al metro quadro contro i 2.220 euro/mq medi della città. A Roma Termini occorrono 6.100 euro al metro quadro contro i 3.810 euro/mq della media comunale. Ma non è una regola valida ovunque: a Napoli, per esempio, gli immobili vicini alla Stazione Centrale costano quasi un quarto in meno rispetto alla media cittadina.
A fotografare queste differenze è un’analisi di Immobiliare.it Insights, che ha confrontato i prezzi delle abitazioni in vendita entro dieci minuti a piedi dalle principali stazioni ferroviarie italiane con quelli medi dei rispettivi Comuni.
Torino è la città con il divario più alto
Tra le città analizzate, Torino registra la differenza più marcata tra i prezzi delle case vicino alla stazione e quelli medi comunali. Per acquistare un immobile entro dieci minuti a piedi da Porta Nuova occorrono in media 3.994 euro al metro quadrato, contro i 2.220 euro richiesti mediamente nel resto della città. Il sovrapprezzo raggiunge così il 79,9%.
Al secondo posto si colloca Roma. Nelle vicinanze della stazione Termini, il prezzo medio delle abitazioni in vendita arriva a circa 6.100 euro al metro quadrato, mentre la media comunale si attesta a 3.810 euro. La differenza è pari a circa il 60%, un divario che rende particolarmente costoso acquistare casa in prossimità del principale snodo ferroviario della Capitale. Completa il podio Venezia, dove comprare un’abitazione nei dintorni della stazione di Santa Lucia costa mediamente 5.049 euro al metro quadrato. Il valore supera del 54,8% la media cittadina, pari a 3.262 euro al metro quadrato.
Firenze, Bari e Milano: quanto costa la vicinanza alla stazione
Il divario tra i prezzi degli immobili nelle aree vicine alle stazioni e quelli medi comunali supera il 20% anche a Firenze e Bari. Nel capoluogo toscano, chi cerca casa a dieci minuti a piedi dalla stazione di Santa Maria Novella deve mettere in conto una spesa media di 5.719 euro al metro quadrato. Il dato è superiore del 21,9% rispetto ai 4.692 euro al metro quadrato registrati a livello comunale.
A Bari, invece, acquistare nei dintorni della stazione Centrale richiede mediamente 2.767 euro al metro quadrato, contro i 2.288 euro della media cittadina. In questo caso, la differenza raggiunge il 20,9%. Anche a Milano la prossimità alla stazione si accompagna a prezzi più elevati, sebbene lo scarto sia più contenuto. Nell’area della Stazione Centrale, il costo medio delle abitazioni in vendita è di 6.566 euro al metro quadrato, contro i 5.649 euro della media comunale. Il divario è quindi del 16,2%.
A Bologna e Trento il sovrapprezzo è più contenuto
In altre città, la differenza tra i valori immobiliari vicino alla stazione e quelli medi comunali è decisamente più ridotta. A Bologna, comprare casa nei pressi della stazione Centrale costa in media 4.116 euro al metro quadrato, l’8,6% in più rispetto ai 3.791 euro registrati nel Comune.
A Trento, invece, gli immobili situati nelle vicinanze della stazione ferroviaria hanno un prezzo medio di 3.614 euro al metro quadrato. Si tratta di un valore superiore del 6,1% rispetto ai 3.405 euro al metro quadrato della media cittadina. Questi dati mostrano come il vantaggio di vivere vicino al treno non si traduca ovunque nello stesso incremento dei prezzi. L’entità del divario varia infatti da una città all’altra e può essere molto diversa anche in funzione delle caratteristiche del mercato immobiliare locale.
Genova, Palermo e Napoli: vicino alla stazione si risparmia
L’analisi di Immobiliare.it Insights evidenzia anche tre eccezioni alla tendenza generale. A Genova, Palermo e Napoli, infatti, acquistare casa vicino alla stazione ferroviaria costa mediamente meno rispetto alla media comunale. A Genova, un’abitazione situata entro dieci minuti a piedi da Piazza Principe costa in media 1.781 euro al metro quadrato, contro i 1.833 euro della media cittadina. La differenza è contenuta, pari al 2,8%.
A Palermo lo scarto è più ampio: nei dintorni della stazione Centrale i prezzi si attestano a 1.466 euro al metro quadrato, circa il 5,8% in meno rispetto ai 1.557 euro medi del Comune. Il caso più significativo è però quello di Napoli. Qui, acquistare casa vicino alla Stazione Centrale significa spendere mediamente 2.279 euro al metro quadrato, contro i 2.990 euro della media comunale. Il prezzo risulta quindi inferiore del 23,8%.
La stazione può influenzare il valore di una casa, ma non è l’unico fattore
Nel complesso, i dati mostrano che la vicinanza ai collegamenti ferroviari rappresenta spesso un elemento capace di incidere sui prezzi delle abitazioni, ma non determina automaticamente un aumento del valore immobiliare.
A Torino, Roma e Venezia la differenza rispetto alla media cittadina è particolarmente elevata, mentre a Bologna e Trento il sovrapprezzo è più limitato. A Genova, Palermo e soprattutto Napoli, invece, le case vicine alle stazioni risultano mediamente più economiche. Per chi intende acquistare un immobile, quindi, la distanza dalla stazione è un elemento da valutare insieme agli altri fattori che influenzano il prezzo: posizione, caratteristiche dell’abitazione, servizi disponibili e qualità del contesto urbano. Il confronto con la media comunale offre un primo riferimento utile, ma non sostituisce un’analisi dei prezzi delle singole zone e delle caratteristiche specifiche dell’immobile.
Server informatici manipolati per conoscere in anticipo l’itinerario dei tagliandi milionari, acquistati a colpo sicuro da parenti e conoscenti: così si è consumata la truffa dei Gratta e Vinci scoperta dalla Guardia di Finanza di Roma, che ha portato all’esecuzione di un sequestro di beni per un valore superiore a 25 milioni di euro nei confronti di cinque ex dipendenti di una società concessionaria del gioco, risultata estranea ai fatti.
Il provvedimento cautelare è stato disposto su delega della Procura Regionale della Corte dei conti per il Lazio per garantire il risarcimento del danno erariale causato all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.
Come funzionava la truffa e la violazione dei server
Il sistema del Gratta e Vinci si fonda sulla rigida gestione del concessionario e su meccanismi di distribuzione che dovrebbero garantire la totale casualità delle vincite. Gli ex dipendenti hanno tuttavia sfruttato le proprie credenziali di accesso per violare i sistemi informatici e manipolare i server aziendali.
Attraverso questo accesso riservato, la banda riusciva a tracciare in anticipo la posizione esatta di quattro biglietti vincenti dal valore complessivo di 24 milioni di euro:
due tagliandi che garantivano un premio da 7 milioni di euro ciascuno.
due tagliandi da 5 milioni di euro ciascuno.
Una volta individuata la ricevitoria sul territorio nazionale a cui la concessionaria aveva spedito i biglietti, i truffatori inviavano parenti e amici ad acquistarli a colpo sicuro. Un meccanismo che ha alterato la casualità del gioco e sottratto premi che, in condizioni ordinarie, avrebbero potuto anche non essere riscossi e rimanere allo Stato.
Il maxi sequestro da 25 milioni di euro
L’inchiesta contabile e finanziaria ha portato al blocco di un ingente patrimonio immobiliare e finanziario riconducibile agli indagati. I sigilli della Guardia di Finanza sono scattati su 25 immobili (tra cui villini, appartamenti, garage e cantine) situati nelle province di Roma, Viterbo, Treviso, Taranto, Grosseto e Reggio Calabria.
Oltre alle proprietà immobiliari, sono stati sottoposti a sequestro auto e moto di grande cilindrata e diversi conti correnti. Ora spetterà al giudice contabile stabilire se confermare, modificare o revocare il provvedimento a tutela delle casse pubbliche.