❌

Normal view

Un frate francescano, una parrocchia romana, un pallone e la birra

29 October 2026 at 03:45

Foto di Tommao Wang su Unsplash

Birra e religione, è possibile unire il sacro con il profano? Ma certamente! Pensate agli ordini monastici che furono istituzioni fondamentali per traghettare la produzione brassicola dal mondo antico fino all’età moderna e quindi non c’è da stupirsi se anche nel 2026 dei frati francescani si ingegnano per produrre della birra artigianale.

L’animatore di tutta questa vicenda è fra Daniele Randazzo del Terzo Ordine Regolare dei Frati Francescani, un milanese trapiantato nella periferia di Roma per seguire la sua vocazione di fede e dar vita a questa esperienza d’innovazione che riprende l’antica tradizione della produzione birraia fatta dai frati ma reinterpretandola in chiave moderna e con un forte spirito sociale.

Il suo desiderio è sempre stato quello di coniugare la sua missione pastorale con il lavoro concreto, manuale, ovvero in altri termini, artigianale. Come lui tiene a ricordare, già san Francesco diceva ai suoi seguaci di trovarsi un’occupazione per vincere l’ozio e cimentarsi in attività di “lavoritia”. Per lungo tempo nella sua mente c’è quindi l’idea di un lavoro pratico che possa richiamarsi alla tradizione religiosa ma che possa anche saper implementare aspetti innovativi andando a creare nuove dinamiche che si adattino alla vita contemporanea. La birra appare quindi come una risposta molto sensata e interessante; i monaci tradizionalmente facevano la birra (sebbene i Francescani in minima parte rispetto ai Benedettini e i Trappisti) ed è un lavoro che ha trovato negli ultimi anni un certo successo. La visione che s’inizia a materializzare è quindi quella dell’ambiente lavorativo come spazio di vita in cui favorire l’incontro umano e la crescita reciproca, annunciando anche il vangelo seppur in modo implicito.

Dall’idea alla pratica è presto fatto, nel 2013 fra Daniele inizia alcune sperimentazioni di homebrewing nella parrocchia di Santa Maria della Salute nel quartiere di Primavalle a Roma condividendo la passione con altri tre parrocchiani con cui si divertivano a fare qualche piccola cotta insieme, studiando tutto il processo dal punto di vista chimico e biologico. Questa esperienza ha poi trovato stimolo per evolversi e diventare altro, non forse per una scelta immediata di fra Daniele ma per delle esigenze del contesto attorno a lui e alla parrocchia che un giorno sono venute a bussare alla porta… letteralmente.

Un mercoledì mattina di marzo di una decina di anni fa, il religioso sente citofonare alla porta della parrocchia e aprendo l’uscio si trova di fronte due ragazzini che gli chiedono un pallone per giocare nel cortile. Incuriosito da questa presenza (e conseguenze assenza da scuola), fra Daniele decide di fare due chiacchiere con loro, cercando di capire come mai i due non fossero a lezione. «Tanto ormai quest’anno ci bocciano» gli dicono, «non serve a niente che andiamo a scuola»; questa risposta lo fa riflettere molto e lo porta a una considerazione profonda: già a marzo o aprile, molti giovani scelgono di “buttare” via l’anno e perdere un anno della propria vita in maniera infruttuosa non è cosa da poco. Da qui allora la domanda successiva: «Che desideri avete per la vostra vita in futuro?». Le risposte possono sembrare banali: la macchina costosa, tanti soldi, una bella fidanzata… desideri semplici o superficiali, dipende dalle prospettive ma condivisi da molti. Quello che poi lascia ancora più turbato il frate, proseguendo il confronto, è che questi ragazzi non avevano però alcuna idea di come evolvere e strutturare le loro vite; ai suoi occhi sono parsi come delle persone disinformate o comunque incapaci di saper formulare dei desideri più “profondi” di realizzazione di sé stessi.

È così che nasce il birrificio, non per esigenze economiche o solo per coltivare una passione personale ma al fine di attrarre giovani che vivono esperienze esistenziali “fragili” e aiutarli a sognare e immaginare un futuro diverso e migliore. Fare la birra per regalare la possibilità d’immaginare sé stessi in una maniera differente. La visione viene quindi tradotta nel nome del birrificio, soprattutto nella parte inglese “Contemporary Tradition” che esprime il senso di una ricerca di equilibrio fra il riscoprire il passato e l’adattamento al presente.

Nel 2023 fra Daniele porta il progetto al Capitolo Provinciale (assemblea ufficiale che riunisce i membri di una provincia religiosa, cioè una suddivisione territoriale di un ordine o congregazione) e chiede l’autorizzazione ad avviare un’attività commerciale sotto la sua direzione. Il birrificio trova sede in un luogo poco distante, a Montespaccato, un altro quartiere molto sfidante della periferia ovest di Roma.

Due Fusti ha da subito un’impronta chiara che incarna tutta la visione espressa da fra Daniele, un ambiente di lavoro sano e positivo, dove si fa si fatica ma nell’ottica di una crescita personale oltre che professionale. Attualmente collaborano otto persone under 30 fra produzione e taproom con servizio cucina; la gente giunge per passaparola e trova un luogo accogliente e amichevole. I giovani arrivano attraverso la parrocchia o sono persone di Montespaccato che hanno intercettato l’attività nella loro ricerca di lavoro. Il senso generale dell’esperienza è che i giovani devono essere di passaggio nel birrificio, non si devono fermare. A fra Daniele piace spiegare quest’idea del fatto che i giovani lì non si devono fermare rifacendosi a una scena di “Will Hunting – Genio ribelle” quando Chuckie (Ben Affleck) incita il suo amico Will (Matt Damon) ad andarsene dal quartiere in cui vivono, cogliere l’opportunità che la sorte gli sta dando e provare a vivere una vita diversa. Il birrificio dev’essere capace di capire le fragilità di queste persone, la vita in questa periferia è complessa e sfidante; spesso ci sono battute d’arresto e complicazione durante i turni, esperienze che avrebbero fatto desistere altri datori di lavoro ma il Due Fusti è differente, intende seriamente investire nel rapporto umano con questi giovani.

In questi tre anni di apertura, il Due Fusti ha consolidato la sua produzione e sviluppato la taproom con cucina dove i clienti possono degustare tutte le birre. La scelta di non essere un’impresa sociale (nonostante la forte vocazione) è dovuta all’aspirazione di dimostrare come sia possibile coniugare un’azienda totalmente sul mercato con la generazione d’impatti sociali significativi; provare a misurarsi sulla sostenibilità economica solo con proprie risorse senza donazioni o finanziamenti.

Particolarità che forse non si nota subito ma che ha suscitato la mia curiosità durante l’intervista è che un birrificio gestito da frati francescani ha come nomi di referenze delle divinità pagane. La spiegazione è molto scherzosa, essendo loro del Terzo Ordine Regolare (TOR) hanno dedicato la prima birra (una porter) alla propria confraternita solo con un “H” in più per divertimento; poi è nata l’Imperial Russian Stout, anche questa scura ma più intensa, da subito identificata come “il padre di Thor” ed è così che è nata la “Odino”, a chiudere il cerchio dunque la Valhalla.

La birra come strumento al servizio della crescita dei giovani per lavorare sui loro desideri, sogni e aspirazioni. Nei tre anni di esperienza, circa dodici giovani sono passati come collaboratori; c’è chi ha finito il suo periodo ed è andato a studiare, chi ha trovato un nuovo lavoro, chi una nuova vita da un’altra parte. Il birrificio è un luogo di ristoro, anche per lo spirito, per ritrovarsi e ripartire, uscire da quelle porte e andare, convintamente, nel mondo.

Estratto da “Dalla fermentazione all’inclusione. Viaggio tra le birre sociali italiane” di Michele Bianchi, Altra Economia, 224 pagine, euro 18

L'articolo Un frate francescano, una parrocchia romana, un pallone e la birra proviene da Linkiesta.it.

Il sogno di Marte serve a Musk per conquistare Wall Street

29 October 2026 at 03:45

Subito dopo aver reso pubblicamente ufficiale che la Luna prende il posto di Marte come obiettivo primario, Musk annuncia la fusione di SpaceX con xAI, la società di Intelligenza Artificiale dal valore di 300 miliardi di dollari.

L’operazione, che secondo Bloomberg ha una valutazione societaria combinata di circa 1,25 trilioni di dollari, porta sotto un unico ombrello SpaceX, Starlink, Starshield, xAI (con il suo modello Grok45) e la piattaforma X. L’obiettivo dichiarato è quello di costruire i data center nello Spazio che, alimentati da energia solare, siano capaci di sostenere futuri sistemi di ai con una potenza di calcolo impossibile da ottenere sulla Terra.

La «Starship Enterprise», secondo la brillante definizione del settimanale The Economist, esplicita la convergenza dell’economia integrata nell’ecosistema imprenditoriale di Elon Musk, e ridefinisce le sue priorità attraverso l’integrazione di SpaceX con xAI. Sposta il centro di gravità da Marte alla Luna e alle orbite tra quest’ultima e la Terra, dove realizzare le infrastrutture orbitali per l’ai, mettendo per il momento in secondo piano i sogni multiplanetari, senza però farli scomparire del tutto. Ma per realizzare la «Starship Enterprise» servono miliardi di dollari, e quindi, si passa da Marte a Wall Street nel giro di un batter di ciglia.

Due sono le domande da porsi. Primo: la «Starship Enterprise» dipende, nomen omen, dal successo tecnologico della futuristica astronave, ma crescono i dubbi sul fatto che il razzo più potente del mondo riuscirà mai a superare le sue sfide ingegneristiche. Il dodicesimo volo di prova, avvenuto subito dopo la pubblicazione del prospetto informativo per l’offerta pubblica, è stato descritto da SpaceX come «una missione quasi perfetta» nel pieno rispetto della Retorica narrativa della società. In realtà, si sono verificati guasti ai motori sia nel primo che nel secondo stadio e, secondo il South China Morning Post, il primo stadio – super heavy booster – è entrato nel Golfo del Messico ad alta velocità, mentre la Starship è riuscita a malapena a raggiungere l’area di rientro designata nell’Oceano Indiano. Magari la fonte cinese potrebbe essere considerata faziosa (anche perché gli aspetti positivi della missione non sono certo stati pochi), ma ci ha pensato comunque la Federal Aviation Authority americana a stabilire ufficialmente che, nei fatti, la missione era da considerarsi globalmente non del tutto positiva per cui era necessaria una approfondita analisi investigativa delle cause. L’indagine si è positivamente risolta in un paio di mesi, e SpaceX ha potuto lanciare a luglio il tredicesimo volo di prova della Starship che, per la gioia degli investitori di Wall Street, è stato positivo superando i problemi verificatisi durante il test precedente e aprendo la strada alle missioni più ambiziose.

La seconda domanda da porsi è: di là dalle scommesse tecnologiche descritte sopra, che certo non sfuggono ai mercati finanziari, se la priorità dell’azienda fosse stata ancora solo la colonizzazione di Marte quanto si sarebbero fidati gli investitori a scommettere una tale montagna di denaro? Lasciando al lettore la risposta, ci si sarebbe tranquillamente potuti attendere che la priorità narrativa dell’azienda avrebbe assunto forme differenti. E invece, leggendo il prospetto informativo S-149 che SpaceX ha depositato il 20 maggio 2026 alla sec, la Securities and Exchange Commission statunitense, ci si rende conto che lo schema retorico è incredibilmente dirompente in quanto espressamente ancorato alla Retorica originaria dell’esplorazione multiplanetaria, quasi si trattasse di un racconto di Asimov e non di un documento societario per Wall Street. Nel prospetto si legge che l’azienda prevede di accelerare l’avvio urgente di nuovi mercati da migliaia di miliardi di dollari sulla Luna, su Marte e oltre, e di garantire il florido futuro dell’umanità per far sì che gli esseri umani non condividano la stessa sorte dei dinosauri. Si tratta di frasi difficilmente riscontrabili con qualsiasi altro documento della sec in previsione di una quotazione di borsa.

Il testo introduttivo del prospetto è stato redatto dallo stesso Musk, il quale scrive testuale: «Si tratta di credere nel futuro e di pensare che sarà migliore del passato. Non riesco a immaginare nulla di più esaltante che partire alla conquista dello Spazio e trovarci tra le stelle». E sul suo profilo X rincara la dose: «Voglio permettere a ciascuno di avere la propria Luna o il proprio Marte, perché è ciò che garantisce il futuro della coscienza».

Coscienza, avete letto bene. Ma poi, a leggere bene, si evince che il business planetario su cui si regge l’intera operazione è dato da tre settori: connettività, ai e data center, che poi sono tutti e tre interconnessi tra loro.

Per il grande pubblico, la Retorica si aggiorna guardando alla Luna e mantenendo sullo sfondo Marte e il suo slancio salvifico per l’umanità, mentre Wall Street guarda direttamente al Pentagono. Perché la narrativa lunare implica due incipit contingenti, non esplicitati: in primis Starlink, il sistema di connettività globale che fornirà telecomunicazioni commerciali dagli aerei fino agli smartphone; e, in secondo luogo, il Golden Dome, cioè lucrosi contratti del dipartimento della Guerra.

Non è un caso se nei giorni immediatamente successivi al deposito del prospetto di borsa, SpaceX ha ricevuto due contratti dalla us Space Force per un totale di 6,45 miliardi di dollari: i due appalti fanno parte del programma Golden Dome e prevedono il lancio di migliaia di satelliti in orbita terrestre bassa, sia per la rete di comunicazione centrale, e sia per lo Space-Based Advanced Moving Target Indicator (sbamti), progettato per rilevare e tracciare minacce aeree in movimento quali aerei da combattimento, droni e missili cruise.

Bisogna poi considerare che, di fatto, nel Golden Dome si integra anche il progetto ai e data center nello Spazio, presentato nel prospetto di SpaceX per la borsa. Anche in questo caso l’annessa Retorica è quella del beneficio per il pianeta dovuto allo spostamento oltre l’atmosfera di infrastrutture voraci di acqua per raffreddamento e di energia per il funzionamento, risorse queste – freddo ed energia – disponibili gratis nello Spazio. Ma il non detto sottinteso è che i data center costituiranno pure un futuro potenziale business commerciale, ma in realtà sono anch’essi delle infrastrutture strategiche per il funzionamento dell’intera architettura spaziale di protezione missilistica, e quindi oggetto di altrettanto lucrosi appalti militari.

In estrema sintesi, l’AI orbitale trasforma il sistema di difesa missilistica tradizionale che si basa su «rilevamento-comunicazione-risposta» con satelliti in orbita e centri di comando e controllo a terra, in un sistema del tutto nuovo basato su «rilevamento-reazione-risposta» autonomo e interamente spaziale. Questo è il Golden Dome. Spostare tutto il sistema di allerta, rilevamento e risposta nello Spazio riduce il tempo di reazione da minuti a secondi; ecco perché i data center spaziali sono l’unica architettura computazionale compatibile con questa velocità operativa.

In sintesi, Marte può attendere, Wall Street e (soprattutto) il Pentagono invece no. Elon Musk, grazie ai suoi indubbi successi tecnici, vende una visione del futuro così forte e convincente da spingere gli investitori a perdonargli cose che non verrebbero permesse a nessun altro – come per esempio un prospetto informativo per la quotazione di borsa che assomiglia a un libro di fantascienza.

Così come appaiono futuribili, e finanziariamente enormi, le previsioni di mercato che SpaceX ipotizza: 28.500 miliardi di dollari di cui 1.600 miliardi grazie a Starlink (che oggi genera ricavi per 4,4 miliardi), e 26.500 miliardi nell’ai con servizi dallo Spazio.

Qui la narrazione esageratamente ampia dei dati economici è funzionale a comunicare che l’azienda non punta a un mercato esistente ma a uno che ancora non c’è, e che prenderà forma concreta proprio grazie all’intrapresa industriale dell’iniziativa stessa. Logico quindi che i sogni di salvezza multiplanetaria restino sullo sfondo; essi sono rinviati perché la funzione escatologica del pianeta rosso non è un progetto commerciale, ma una missione di salvezza della specie. E se questa Retorica eleva il discorso al di fuori della portata della critica ordinaria, ciò non funziona proprio (né potrebbe funzionare) con il mercato finanziario.

Volendo trarre delle conclusioni, si potrebbe riassumere che la narrativa dello Spazio, e di Marte in particolare, di Elon Musk rappresenta uno dei più sofisticati esempi di Retorica contemporanea incentrata su un’idea visionaria extraterrestre, che viene sapientemente applicata alla raccolta di capitali, al lobbying politico e alla costruzione di un consenso pubblico globale, indipendentemente poi dal fatto che su Marte ci si arrivi in tempi ragionevoli. Infatti, il sogno marziano viene ex abrupto messo da parte nel momento in cui la Geopolitica terrestre detta vincoli e limiti.

Tratto da “Tra spazio e terra. Retorica e politica della corsa alla Luna” (Paesi edizioni), di Marcello Spagnulo, 18 euro, 144 pagine.

L'articolo Il sogno di Marte serve a Musk per conquistare Wall Street proviene da Linkiesta.it.

I ricchi americani vivono quanto i poveri europei

29 October 2026 at 03:45

A nurse transports a patient on a stretcher inside Brookdale University Hospital and Medical Center on Tuesday, July 1, 2025, in the Brooklyn borough of New York. (AP Photo/Andres Kudacki)

Qualche anno fa, mio figlio adolescente aveva trovato un lavoro estivo nel Midwest degli Stati Uniti, più precisamente in Minnesota. Era un campo, che poi ho scoperto essere relativamente noto, chiamato «Concordia Language Village» in cui d’estate fin dagli anni Sessanta si organizzano corsi di lingue per giovani americani. Mio figlio era l’assistente di campo nella parte del villaggio in cui si insegnava italiano. Per noi italiani il Midwest è un luogo remoto, nel mezzo del nulla e lontano dalle città a cui siamo abituati. Immaginiamo grandi campi coltivati, distese verdi e boscose con più orsi che umani, poche case, magari qualche lago. E immaginiamo bene.

Una mattina, verso la fine della permanenza, mio figlio è svenuto, forse per un colpo di caldo, scarsa idratazione, poco sonno, qualche bagordo, vai a sapere. Nulla di grave. Per prudenza, però, e probabilmente anche per proteggersi da eventuali rischi legali, i responsabili del campo lo portarono in ospedale. Lo hanno tenuto lì dodici ore in osservazione, gli hanno somministrato un flacone di soluzione salina con una flebo, 600 milligrammi di ibuprofene, e gli hanno fatto una lastra all’addome perché aveva un po’ di mal di pancia. Insomma, una ipermedicazione per un malessere che da noi sarebbe stato risolto con una giornata di riposo all’ombra e un po’ di TV. Ma va bene, la prudenza non è mai troppa, di certo non mi sono lamentato.

Un paio di settimane dopo, a casa è arrivata la fattura dell’ospedale: 8000 dollari. Ottomila. Fortunatamente avevamo stipulato un’assicurazione. Ma, come tutti sanno, nelle assicurazioni esiste quasi sempre una franchigia, una somma minima che devi comunque pagare di tasca tua. In questo caso era del 20 per cento, quindi 600 milligrammi di ibuprofene, ovvero tre pastiglie da 200 – che poi è l’unica cosa sensata che ha ricevuto in quelle dodici ore, assieme presumibilmente alla visita di un medico che gli ha misurato la febbre che non aveva –, mi sono costati 1600 dollari.

Gli americani sono un popolo che vive così, sapendo che un problema di salute anche minore, anche risolvibile, anche privo di particolari angosce, porta con sé conseguenze finanziarie serie per chiunque abbia un lavoro normale e una famiglia normale, né ricca né povera. Invece, i problemi di salute che portano con sé angosce e preoccupazioni provocano vere e proprie rovine finanziarie. Le persone si trovano a dover decidere se morire senza curarsi, o curarsi per provare a sopravvivere ma con la famiglia al tracollo finanziario.

Perché comincio un capitolo sull’Europa parlando degli Stati Uniti? Una prima, ovvia, ragione è che se avessi iniziato con una testimonianza del nostro sistema sanitario che funziona, dove per «nostro» intendo quello di qualsiasi paese europeo, l’argomento che voglio trattare qui sarebbe stato meno efficace. Nessun sistema è immune da difetti, quello sanitario in Italia è certamente in una condizione di grande affaticamento e crisi, per molte ragioni tra cui l’enorme invecchiamento della popolazione. Tuttavia, è ancora largamente capace di curare e assistere, i social media sono pieni di storie positive e di gratitudine, e dodici ore al pronto soccorso per togliersi una preoccupazione non sono pagate dal malato, sono pagate dalla fiscalità generale, ossia dalle tasse di tutti. Detto altrimenti, la comprensione di quel che siamo è più evidente dal confronto.

Una seconda ragione per usare gli Stati Uniti come pietra di paragone sta nel fatto che recentemente è molto discussa l’idea che l’Unione europea sia indietreggiata rispetto agli Usa. Che sia meno avanzata e meno prospera, che la popolazione soffra particolarmente di tali differenze. L’idea esiste in buona fede, ma è anche in gran parte veicolata con scarsi argomenti e molta propaganda da macchine algoritmiche nei social media, nonché dai sostenitori di Trump e dai loro utili collaboratori e simpatizzanti.

Questa narrazione si appoggia a un dato di realtà indiscutibile e senza dubbio rilevante: la distanza evidente che esiste tra Stati Uniti ed Europa nei settori tecnologicamente avanzati del software e dell’intelligenza artificiale. Questo fatto, però, non è sufficiente a decretare la superiorità, financo temporanea, dell’economia e società americane.

La fine del neoliberismo - Marco Simoni | Libri Mondadori

Tratto da “La fine del neoliberismo” (Mondadori), di Marco Simoni, 18,50 euro, 192 pagine.

 

L'articolo I ricchi americani vivono quanto i poveri europei proviene da Linkiesta.it.

Dubai potrebbe diventare il centro della prossima crisi globale

28 October 2026 at 03:45

A man steers a boat during sunset, as the city skyline with Burj Khalifa is seen in the background at Dubai Creek Harbour in Dubai, United Arab Emirates, Wednesday, March 11, 2026. (AP Photo/Fatima Shbair)

A fine febbraio del 2026 ero a Dubai per lavoro. Quella sera stavo cenando sulla terrazza dell’hotel quando sentii un’esplosione sorda, lontana. Qualche secondo dopo il telefono emise un allarme assordante. Poi un secondo. Poi altri allarmi. I messaggi invitavano a mettersi al riparo nei bunker. L’Iran aveva lanciato missili verso obiettivi negli Emirati. I sistemi di difesa degli uae li avevano intercettati.

Alzai gli occhi di scatto. Le luci del Burj Khalifa erano ancora accese. I ristoranti sul lungomare ancora pieni. Nel Golfo, le luci dei cargo continuavano a muoversi nel buio esattamente come un’ora prima, navi che trasportavano petrolio, gas e merci verso porti che il giorno dopo li avrebbero smistati in tutto il mondo. Il sistema funzionava, con il suo ritmo e la sua continuità, come se nulla fosse successo. Non era indifferenza. Era adattamento.

C’è un tipo di rischio che non ha bisogno di nascondersi. Gli basta restare fermo. Se un pericolo entra all’improvviso, lo riconosci. Se fa rumore, lo guardi. Se sconvolge, reagisci. Ma se resta nella stanza abbastanza a lungo da diventare parte dell’arredamento, succede qualcosa di più sottile: inizi a muoverti come se non ci fosse. Non perché sei diventato imprudente, ma perché ti sei abituato. E l’abitudine, nei mercati come nella vita, è la forma più silenziosa di rischio che esista.

Dubai è una città costruita a circa duecento chilometri da uno stretto attraverso cui transita una quota enorme del petrolio mondiale, in una regione in cui ogni decennio si ridisegnano equilibri politici ed economici rilevanti. Eppure negli ultimi vent’anni Dubai ha fatto esattamente l’opposto di ciò che la geografia suggerirebbe. Ha attratto capitali, ha concentrato ricchezza, diventando uno dei principali hub globali per family office, fondi sovrani e patrimoni privati in cerca di stabilità operativa.

Quando un rischio è strutturale e permanente, smette di funzionare come deterrente e diventa una variabile del sistema, nominata, misurata e poi messa da parte. Non sparisce. Smette di pesare sulle decisioni quotidiane proprio nel momento in cui è diventato abbastanza familiare da sembrare una condizione permanente invece che un pericolo reale.

[…]

Nassim Nicholas Taleb, studioso del rischio, ha definito Cigno Nero un evento imprevedibile che i modelli non riescono a vedere e che, dopo il fatto, viene spiegato come inevitabile. Il fenomeno che a me interessa è l’opposto: non l’ignoto ma il noto, non ciò che manca all’analisi ma ciò che l’analisi ha reso così familiare da non generare più reazione.

Il Dragone Nero è quel rischio grande, visibile e discusso che resta nella stanza abbastanza a lungo da diventare arredamento. Viene misurato, commentato e modellizzato, e proprio per questo smette di essere percepito come urgente. Non è un pericolo che appare all’improvviso, ma un pericolo che abbiamo imparato ad abitare. È la «miccia in salotto». Quello che troverete in queste pagine non sono previsioni o formule, ma un processo fatto di domande e distinzioni che uso quando il costo dell’errore è troppo alto per permettersi narrazioni comode.

Quella sera a Dubai, le luci dei cargo continuavano a muoversi nel buio del Golfo mentre il sistema funzionava esattamente come aveva sempre funzionato. È da qui che bisogna iniziare a guardare.

Tratto da “Il Dragone Nero” (Paesi edizioni), di Giacomo Calef, 18 euro, 192 pagine.

L'articolo Dubai potrebbe diventare il centro della prossima crisi globale proviene da Linkiesta.it.

Appunti ritrovati sui giorni dell’alluvione

27 October 2026 at 03:45

Sergio
giugno 2014 

Quando squillò il telefono, il fisso che ancora tenevamo nell’ingresso, Letizia era in bagno e si preparava ad andare a letto. La sentivo aprire l’acqua, tossire piano, far scorrere i cassetti. Io, in poltrona, leggevo e sgranocchiavo frutta secca di nascosto sbirciando la televisione accesa su Colombia-Uruguay, lo stesso Uruguay che quattro giorni prima ci aveva eliminato dai Mondiali. Era la nostra liturgia serale. Andava cosí da quando i ragazzi erano partiti. E se avevo una certezza (oltre al fatto che da quella sconfitta non ci saremmo piú ripresi) è che nella quiete di quelle abitudini Letizia e io avremmo potuto tirare avanti altri mille anni, giorno piú giorno meno. 

Al secondo squillo posai il libro sul pavimento. 

– Pronto? 

– Buonasera, – disse una voce di donna. – Sergio Alderighi? 

– Sí. 

– Sono Beatrice Sammichele. La chiamo perché è possibile che lei conoscesse mio padre, Nicola Sammichele. Nicola. Da quanto non pensavo a lui. Tantissimo tempo. Qualcosa come vent’anni dall’ultima volta che lo avevamo evocato in famiglia e quasi cinquanta da quando ci eravamo conosciuti. 

– Ma certo, – risposi. 

– Accidenti… 

Letizia s’affacciò dal bagno massaggiandosi le guance, aveva uno sbuffo di crema grigioblu sulla fronte. 

– Quindi è lei, – disse la donna, e da un’increspatura nella voce intuii che il fatto che io fossi io doveva essere per lei un conforto, ma anche una sofferenza. – Volevo… – Poi ci fu un vuoto, come se si fosse allontanata dalla cornetta. – Mio padre è morto il mese scorso. 

Drizzai la schiena. Portai la mano alla bocca. Frizionando la fronte Letizia fece un’espressione buffa delle sue, da procione, una smorfia che di solito mi avrebbe ricordato perché la amavo, un’espressione come a dire: Allora, chi è? 

La figlia di Nicola lasciò alla notizia il tempo di depositarsi. – Cavolo, – dissi, – mi spiace –. Avrei dovuto aggiungere qualcosa, lo so, anche solo per educazione, ma vuoi il caldo vuoi la sorpresa non mi veniva in mente nulla, niente, vuoto totale. Cosí, un istante prima che il silenzio si tramutasse in imbarazzo, fu lei a proseguire. 

– L’ho cercata perché ieri tra le cose di mio padre ho trovato una busta. Sopra c’è scritto «per Sergio» e contiene un quaderno, appunti presi a Firenze nei giorni dell’alluvione, quella degli anni Sessanta. Sa, è capitato che mio padre raccontasse qualcosa di quei giorni ma non sapevo avesse tenuto un diario. Comunque, negli appunti parla di un ragazzino, Cencio, Cencio Alderighi, che però si chiamava Sergio. Quel ragazzino è lei, giusto?

Cencio. Ecco un altro nome che emergeva dalla nebbia della memoria. Strofinai un occhio. – Ero, – dissi. 

Chiacchierammo per una decina di minuti. Beatrice Sammichele mi raccontò qualcosa della vita di Nicola. Era un discorso che doveva aver fatto diverse volte perché riuscí a riassumerla con particolare efficacia, anche se ciò, a testimonianza del fatto che Nicola era stato un padre molto amato, non le impedí di commuoversi. Poi, quando si rese conto che non restava granché oltre le frasi di circostanza, disse: – Dove posso spedirglielo. Va bene a casa? 

– Spedire? 

– Il quaderno. 

– Vuole darlo a me? 

– Certo. È indirizzato a lei. C’è il suo nome sulla busta. 

– Ma no, – dissi. – Lo tenga per i suoi figli, per i nipoti di Nicola, è un ricordo del nonno.

– No, Sergio, non ha capito. Mio padre voleva che lei lo avesse. Nel diario ci sono informazioni che la riguardano. Glielo spedisco. E lei dovrebbe leggerlo. – … 

– Mi ha sentito? 

– Sí. 

– Credo proprio che dovrebbe. 

Quando attaccò restai con la cornetta in mano, nel ronzio del segnale. Letizia riapparve nel corridoio con indosso una tunica di lino leggera e ampia, rosa cipria. – E quindi? – chiese. – Chi era? 

La guidai in cucina, aprii il frigorifero e versai un dito di vino bianco in due bicchieri bassi. Il mio lo ingollai in piedi con lo sguardo rivolto alla finestra. Sul vetro vedevo la faccia di Nicola: un ragazzo di vent’anni dalle guance sporche di fango, una sciarpa rossa attorno al collo e dietro gli occhiali lo sguardo perso, con dentro una forma di malinconia. Letizia e io trascorremmo la notte a parlare. Le raccontai ciò che ricordavo, oggi potrei dire: ciò che sapevo. Cose che in passato dovevo già averle detto ma di cui si era scordata. In fondo, cinquant’anni prima, Nicola era entrato e uscito dalla mia vita in una manciata di giorni. Mi addormentai che albeggiava. 

Il pacco arrivò la settimana successiva. Avevo chiesto alla figlia di Nicola di spedirlo in studio. Carta marrone, scotch marrone, scrittura nera tonda. Nome, indirizzo. Tornato a casa lo posai sulla scrivania tra gli appunti e le bollette e nel corso del pomeriggio mi limitai a scrutarlo da lontano con la diffidenza di un animale selvatico. Letizia non chiese. Andammo a cena da amici e al rientro aspettai che si addormentasse. A quel punto mi sedetti, accesi la lampada con la base d’ottone e tagliai lo scotch con il coltellino. Il quaderno aveva la copertina nera e gli angoli consumati. Lo estrassi piano come si fa con gli oggetti fragili. Aveva il peso delle cose che non sai dove mettere. Lo aprii e sulla prima pagina ingiallita, con una grafia antica, c’era scritto: «Firenze ’66».

Cencio, Cover

Tratto da “Cencio”, di Fabio Geda, Einaudi, 2026, 18,50€, 240 pagine

L'articolo Appunti ritrovati sui giorni dell’alluvione proviene da Linkiesta.it.

Gli ucraini di Kherson, e la resistenza dopo un disastro ambientale

16 October 2026 at 03:45

Kherson Ucraina

Mentre nella via accanto al suo negozio l’acqua arriva ancora alle caviglie, Oleksij Gesin spala una massa grigio-marrone di terra zuppa e imballaggi fradici fuori dalla porta della sua attività. La pioggia battente lava via parte della massa, la restante la calpestano lui e altri davanti all’ingresso.

All’interno, di questo fango umido che puzza di muffa ce n’è ancora di più. Frigoriferi e scaffali rovesciati formano isole spigolose nell’acqua scura del bassofondo. Nel mezzo, bicchieri, pacchetti di riso sporchi, sacchetti di plastica rossi. «Riaprirò il prima possibile» dice Oleksij Gesin. Ha sessant’anni e possiede questo negozio dal 1997. «La gente ha bisogno di procurarsi i viveri».

Questa domenica a Cherson sono passati cinque giorni da quando la diga del lago di Kachovka in Ucraina, un invaso creato nel 1956, ai tempi dell’Unione Sovietica, ha ceduto. Il lago era lungo duecentotrenta chilometri, novecento chilometri di costa, 18,2 miliardi di metri cubi d’acqua che hanno gonfiato a tal punto il Dnipro e i suoi affluenti che nel tardo pomeriggio del 6 giugno, nel negozio di alimentari di Oleksij, l’acqua arrivava già alla maniglia; il livello massimo misurato il giorno seguente nell’area è stato di 5,29 metri, questa domenica sono ancora 3,60.

Secondo il Ministero degli Interni ucraino, quasi ottanta insediamenti sarebbero finiti sott’acqua, quattordici dei quali nel territorio occupato dalla Russia sulla sponda sinistra del Dnipro. Anche nella città di Mykolaïv, quasi cento chilometri a nordovest di Cherson, c’è acqua nelle strade, e vicino a Odesa i tetti divelti delle case galleggiano nel Mar Nero.

Il Ministero della Salute mette in guardia dal rischio di malattie come il colera, a causa dell’acqua inquinata. Finora, riferisce il Ministero degli Interni di Kyïv, quasi duemilasettecento persone sono state evacuate dalla regione di Cherson, e circa mille dalla regione di Mykolaïv.

Ma anche se a essere colpite sono state pure altre aree, l’inondazione è un colpo particolarmente duro per la popolazione di Cherson. La città è stata conquistata e occupata dai soldati della Federazione Russa pochi giorni dopo l’invasione del febbraio del 2022. In molti qui si chiedono ancora cosa abbia sbagliato il governo ucraino per permettere che ciò accadesse con tale rapidità. Appena nel novembre dello scorso anno le truppe ucraine hanno riconquistato la città. E adesso, circa sei mesi dopo, gli abitanti assistono alla distruzione della diga di Kachovka. Lo sbarramento era controllato dai soldati di Mosca, perciò per le persone con cui parliamo a Cherson è chiaro che la responsabilità di ciò che è successo è dell’esercito di Putin.

Oleksij Gesin riceve una visita, un vecchio amico passa dal suo negozio, si ferma davanti alle vetrine scheggiate. Volodymyr ha sessantatré anni e non vuole rivelare il suo cognome. Fa vedere una piastrina che porta al collo, ha combattuto in Afghanistan per l’Unione Sovietica. Non vuole che qualcuno in Russia lo riconosca, i servizi segreti, dice. La paura che molte persone hanno della Russia è grande, da quando l’esercito di Putin ha occupato la città. Volodymyr vive proprio dall’altra parte della strada, dietro la farmacia, ed è uno dei pochi a essere fuori, in giro, questa domenica. Cherson sembra vuota, puoi camminare per diversi minuti senza incontrare anima viva. Volodymyr muove a malapena le labbra quando parla, dice che questa zona viene bombardata regolarmente dall’artiglieria.

I colpi arrivano dall’altra sponda del fiume, occupata dalla Russia. Quel giorno si sentiranno in continuazione i colpi sordi di proiettili di grosso calibro che vengono sparati e vanno a segno. «Ho trovato del latte, è ancora buono» urla Oleksij verso l’esterno del negozio. Il suo amico annuisce. Se qui è così pericoloso, ora con l’acqua per giunta, perché Volodymyr non se ne va? «Dove dovrei andare?» chiede. «I miei figli sono in Germania e in Svizzera, questa è casa mia».

Il settanta per cento dei suoi clienti è scappato, racconta al telefono Oleksij Gesin, più tardi quella sera, poco dopo aver chiuso il negozio. A non essersene andati, a fare ancora la spesa da lui, sono gli anziani, le persone con mobilità ridotta e quelle che non hanno un lavoro.

Volodymyr intanto può tornare a casa senza stivali di gomma. Ma perfino in quelle zone di Cherson dove le case sono raggiungibili solo in barca, perché il Dnipro ha allagato uno o più piani, alcune persone non vogliono andarsene.

Io non sento più le sirene, di Daniel Schulz, traduzione di Federico Scarpin_Bottega Errante Edizioni

Tratto da “Io non sento più le sirene” (Bottega Errante edizioni), di Daniel Schulz, 20 euro, 320 pagine.

L'articolo Gli ucraini di Kherson, e la resistenza dopo un disastro ambientale proviene da Linkiesta.it.

Non è detto che rompere il talismano di uno chef porti sfortuna

15 October 2026 at 03:45

Pixabay

Durante la mia formazione come cuoco ho avuto la grande fortuna di trascorrere un’estate nella cucina di un ristorante chiamato Chez Nico a Londra. Nico Ladenis e sua moglie Diana gestivano la loro piccola attività a Battersea e all’epoca potevano vantare due stelle Michelin. In seguito avrebbero ottenuto anche la terza, un traguardo ambito, dopo essersi trasferiti nel quartiere di Mayfair, decisamente più alla moda. Durante quell’estate dovevo sostituire un membro dello staff di cucina in procinto di partire per fare un’esperienza in un ristorante in Francia. Nico era molto noto, dentro e fuori il settore della ristorazione, e aveva la reputazione di essere un tipo difficile, incapace di scendere a patti con chiunque, clienti compresi: era famoso per aver invitato un signore ad andarsene solo perché aveva osato chiedere del sale. Nico non teneva il sale sui tavoli per paura che i clienti potessero sconvolgere l’equilibrio di sapori dei piatti che aveva preparato con tanta cura. Alcuni tabloid lo avevano preso in giro pubblicando una vignetta in cui Nico inseguiva i clienti per strada brandendo minacciosamente una saliera. In realtà non ha mai inseguito nessuno, ma sapevo che stavo entrando in una cucina dove la posta in gioco era molto alta e la tensione poteva esserlo altrettanto.

La prima settimana si rivelò a dir poco tesa. In quella piccola cucina eravamo in tre oltre a Nico, e seguivamo le sue istruzioni alla lettera. O si faceva come diceva lui o niente, il che mi sembrava un approccio onesto e corretto. Per me era tutto nuovo e dovevo imparare tutti i dettagli e i sapori dei piatti di cui ero responsabile prima che il ragazzo che avrei sostituito partisse per la Francia.

In quella prima settimana viaggiavo ogni giorno da Gatwick al centro di Londra. Questo significava alzarsi alle sei del mattino e arrivare a casa all’una di notte per poi alzarsi di nuovo alle sei e così via. Lavoravamo a turni spezzati, con qualche ora libera nel pomeriggio. Esausto, approfittavo di quelle brevi pause per raggomitolarmi su una panchina di Battersea Park come un senzatetto, e cadevo in un sonno profondo, distrutto dallo stress e dalla mancanza di riposo. Con il passare dei giorni, parlavo a monosillabi e non riuscivo a dare il meglio di me. Il sabato sera, mentre salutavo lo chef in partenza per la Francia, mi resi conto che Nico era preoccupato. Il suo staff era troppo ridotto per permettersi di avere un anello debole, le sue stelle Michelin erano preziose e io sembravo sul punto di crollare. Fortuna volle che durante quel primo weekend trovassi una stanza a pochi passi dal ristorante e il martedì tornai al lavoro fresco, ritemprato ed entusiasta. Iniziai a riposare come si deve tutti i pomeriggi, visto che la casa distava pochi minuti dal mio posto di lavoro. Da quel momento rifiorii e tutto andò a gonfie vele.

In cucina ogni cosa aveva il suo posto. Ogni frusta, ogni ciotola, ogni pentola. Da Nico imparai molto sul cibo ma anche sull’organizzazione. In cucina regnava sempre il silenzio. A lui piaceva così. Imparai anche che spesso essere silenziosi come Nico non significava essere un mostro o un maleducato: significava soltanto evitare di dire qualcosa di inutile. Mi sembrava che Nico sentisse tutto il peso di quelle due stelle sulle spalle. Un giorno ci stavamo dando da fare, preparandoci per il servizio, e Nico era in piedi al suo solito posto accanto al passavivande, da cui lui stesso consegnava ogni singolo piatto ai camerieri. Nulla sfuggiva alla sua attenzione. D’un tratto il cucchiaio di legno che stavo usando per mescolare qualcosa mi si spezzò in mano. La cosa quasi mi divertì e pensai che evidentemente stavo davvero dando il massimo in quello che stavo facendo. Tuttavia percepii calare il gelo nella stanza. Era un silenzio diverso da quello in cui lavoravamo di solito.

Alzai immediatamente lo sguardo dalla ciotola, perché era chiaro che era appena successo qualcosa di cui non mi ero accorto. Gli altri due chef e Nico avevano smesso di fare quello che stavano facendo. Nico guardava me e loro guardavano lui, tutti e tre con la bocca leggermente aperta. Nico si tolse gli occhiali, si massaggiò l’attaccatura del naso ed esclamò con tono solenne che avevo appena rotto il suo cucchiaio di legno “fortunato”. Beh, se avessi saputo che quel semplice utensile era considerato un talismano dotato di poteri magici, non l’avrei mai neanche preso in mano. Ovviamente non dissi niente di tutto ciò a Nico, ma in compenso lui mi raccontò quanta strada aveva fatto con quel cucchiaio. Sentiva che aveva contribuito al suo successo. Lo implorai di perdonarmi. Non ricordo come risolvemmo la questione. Probabilmente i clienti stavano cominciando ad arrivare e tornammo a concentrarci sul problema più urgente, ossia sfamare gli ospiti.

Nei mesi successivi non accadde nulla di terribile. Anzi, io e Nico andammo d’amore e d’accordo. Lui era entusiasta del mio lavoro e le sue stelle luccicanti erano ancora intatte. Come sostituto del suo aiuto-cuoco me l’ero cavata egregiamente. Per il mio ultimo giorno di lavoro organizzammo un pranzo d’addio. Erano tutti di buon umore poiché quel giorno coincideva con l’inizio della chiusura annuale per le vacanze di agosto. Alla fine del pranzo, con grande ilarità generale, Nico mi regalò un enorme cucchiaio di legno su cui aveva fatto incidere una frase: “Il cucchiaio fortunato di Rory”. Scoppiammo tutti a ridere, anche se, nel mio caso, con un pizzico di agitazione. Per la prima volta in quella lunga, calda e gratificante estate, vidi Nico con un sorriso ampio e soddisfatto sul viso. Poteva concedersi un mese di pausa dalla pressione della sua personalissima versione del cucchiaio di legno: le stelle Michelin. Quell’uomo incompreso, dolce, educato, gentile, dal fascino sommesso, mi insegnò molto sul cibo e sulla gestione di una cucina e su come a volte il silenzio, se corroborato dal successo, possa essere un gran bel rumore.

Estratto da “La gioia del cibo. Una celebrazione del Buono in cucina” di Rory O’Connell, Guido Tommaso Editore, 353 pagine, euro 30,00

L'articolo Non è detto che rompere il talismano di uno chef porti sfortuna proviene da Linkiesta.it.

❌