Normal view
- VP News
- Il piano americano per l’Ucraina svelato dall’Economist e il nodo della sicurezza eurasiatica
La grande tentazione extraprofitti, tra banche e petrolieri d’oro
Ricetta per una legge di Bilancio in tempi di magra: tritare profitti, meglio se extra, tassare a piacere e puntare a (ri)vincere le elezioni. La pietanza va di moda nel ristorante di Palazzo Chigi. L’aver fallito per pochi decimali l’uscita dalla procedura di infrazione costringe il governo a uno slalom tra i paletti del deficit. Giocoforza deve cercare i soldi là dove ci sono. La caccia ai cento forzieri d’Italia è aperta. Il faro si è acceso, come da qualche anno puntualmente accade, sulle banche.
Nei soli primi sei mesi dell’anno i cinque istituti bancari più importanti del Paese – vale a dire Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Mps e Bper – hanno realizzato più di 15 miliardi di profitti, in rialzo del 3,7% rispetto al medesimo periodo di un anno fa. Dopo il periodo buio dei tassi a zero, con cui la Bce aveva costretto il mondo del credito. Confrontarsi, il ritorno a uno scenario più normale ha riportato il sereno sui conti delle banche. Complice anche una scelta ben precisa: quella di non remunerare più, come invece veniva fatto in passato, i conti correnti. Dunque le banche guadagnano dagli interessi passivi, grazie a mutui e finanziamenti, e risparmiano su quelli attivi. Una scelta ben precisa di business, aiutata da altri motori che nel tempo si sono aggiunti, quali le commissioni e la crescita impetuosa del peso della (remunerativa assai) attività assicurativa.
L’azzeramento degli interessi ha alimentato a lungo la teoria degli extraprofitti, utili che senza questa piccola manovra sui conti (costano poco ma remunerano zero) e l’incentivo al risparmio gestito e assicurativo, sarebbero stati bene inferiori. Perciò anche quest’anno Palazzo Chigi sta guardando alle banche per avere risorse per la Finanziaria, mandando su tutte le furie banchieri e il banchiere dei banchieri, il presidente dell’Abi Antonio Patuelli che grida allo scandalo: “Pacta sunt servanda”, i patti vanno rispettati, dice. Giancarlo Giorgetti, invece, conta di ricavare 5 miliardi.
Ma la rivolta dei banchieri in grisaglia costringe il governo a guardarsi intorno in cerca di altre prede da tassare. Ci sono le società elettriche, per esempio. Sul banco degli imputati c’è l’aumento del gas, impetuoso quanto il petrolio visto che negli ultimi sei mesi è raddoppiato da 44 fin oltre 84 euro al MWh a causa delle crisi, energicamente sensibilissime, in Ucraina e in Iran. C’è però un tema di cui a Roma si stanno rendendo conto. Le società elettriche comprano il gas come chiunque altro. Le energie rinnovabili, che potrebbero trarre beneficio dal prezzo di mercato determinato dalla fonte più costosa necessaria in un dato momento, cioè il gas, spesso vengono vendute separatamente e in anticipo, con contratti a lungo termine. Morale: negli ultimi due anni in Italia le società registrano utili in calo. Ci sono profitti, ma tutt’altro che extra. E tassarli sarebbe un surplus di accanimento, come si sgola il presidente di Elettricità Futura, Salvatore Pinto.
Non resta che un altro target: i petrolieri. I governi di mezza Europa da tempo si sono accorti che qualcosa da queste parti non va. In questo complesso 2026 il Brent, prezzo di riferimento del greggio del Mare del Nord, è passato da 60 a 130 dollari. E il lavoro del petroliere è tutto sommato lineare: scoprire i giacimenti, sfruttarli e surfare sull’onda dei prezzi impazziti e acuiti dalla scarsità di raffinerie, raddoppiando facilmente i profitti, come puntualmente i colossi del settore stanno registrando in questi giorni. Così, mentre i camionisti bloccano tutto per un gasolio divenuto insostenibile nei prezzi, lasciando il Sud con scaffali desolatamente vuoti, ci sono azionisti che festeggiano tra dividendi straordinari e buyback rinforzati. Per gli economisti, parlare di extraprofitti è un’aberrazione, un peccato mortale: il libero mercato ha come limite il cielo, vi diranno. Ma convincere di questo un governo alle prese con ristrettezze e piazze coi nervi a fior di pelle è tutto un altro discorso.
L'articolo La grande tentazione extraprofitti, tra banche e petrolieri d’oro proviene da Affaritaliani.it.

- Il Fatto Quotidiano
- Trump e il petrolio del Venezuela: l’accordo segreto che tutela gli investitori Usa e lascia Caracas senza garanzie
Trump e il petrolio del Venezuela: l’accordo segreto che tutela gli investitori Usa e lascia Caracas senza garanzie
Donald Trump lo aveva definito come l’accordo petrolifero “più grande della storia”, utile a “riempire le riserve strategiche degli Usa” e – parlando all’elettorato, in vista del midterm – ad “abbattere i costi della benzina”. L’intesa – che coinvolge compagnie come Chevron, Eni, Total, Repsol – avrebbe portato “grandi benefici” anche al Venezuela, diceva il presidente Usa, ricordando però che “il bottino appartiene al vincitore”. E lui avrebbe vinto, prelevando l’allora presidente Nicolás Maduro all’alba del 3 gennaio. Delcy Rodríguez (presidente in carica del Venezuela) parlava addirittura di “accordo storico”, che avrebbe fatto “rinascere” il Paese, riportando “speranza ai venezuelani”. Promesse smentite dall’accordo stesso – 18 pagine, classificate dagli Usa con la scritta “sensibile” – che blinda la compagnia North American Blue Energy Partners (Nabep), con sede alle Barbados, mediante la partecipazione diretta degli Usa (35%), il suo amministratore delegato Alejandro Betancourt, già indagato negli Stati Uniti per corruzione, e addirittura gli investitori secondari e contitolari, che godono di assoluto anonimato. Tali condizioni impediscono di verificare la reale provenienza e la destinazione dei fondi della Nabep. Così lo svela una recente inchiesta di ProPublica, che ha potuto visionare l’accordo, sottolineandone durata e vincoli: cent’anni di estrazione Usa su 17 giacimenti (distribuiti tra la conca del Lago di Maracaibo e la Fascia dell’Orinoco), e mezzo secolo di “diritti di acquisto preferenziale” sul 20% delle riserve di greggio a 30 dollari al barile.
E non solo. Stando al documento, la maggioranza dei soci della Nabep deve essere costituita da cittadini americani, mentre non è prevista alcuna rappresentanza dello Stato venezuelano. La Casa Bianca ha inoltre potere di veto sui membri del Consiglio. L’accordo non prevede alcun “obbligo vincolante” che garantisca i 200 miliardi di dollari in tasse e royalties spettanti a Caracas. “Il Venezuela subirà una perdita netta di entrate fiscali”, prevede l’economista Francisco Rodríguez. L’intesa, sottoscritta dal segretario di Stato Marco Rubio, dal segretario alla Guerra Pete Hegseth e dallo stesso Alejandro Betancourt, prevede una clausola di confidenzialità che impedisce a Nabep di svelare al pubblico i dettagli commerciali del contratto. Eventuali controversie – si legge – saranno discusse “davanti a un Tribunale federale del Texas”, togliendo allo Stato venezuelano ogni potestà sulle proprie risorse. Nulla di nuovo, in un Paese che vede i propri servizi segreti (Sebin) sotto intervento Usa. Washington si riserva anche la possibilità di acquistare l’intera produzione della Nabep in caso di dichiarata emergenza nazionale. Lo scopo è impedire l’annullamento del contratto da parte dei futuri governi.
C’è chi però considera già “nullo” l’accordo, come i senatori dem Jeanne Shaheen, Jack Reed, Elizabeth Warren e Martin Heinrich, che in una missiva inviata al governo federale chiedono “dettagli” sull’operato dell’amministrazione Trump, sollevando diversi interrogativi sulle “basi legali” e sulle competenze del Pentagono nell’accordo. I senatori esprimono perplessità anche sulla figura di Alejandro Betancourt, già indagato negli Usa per “corruzione” e “riciclaggio”, chiedendo una copia del documento, mai giunto nelle loro mani. Interpellato da ilfattoquotidiano.it, l’istituto di ricerca Oikos Research sottolinea che l’intesa “presenta profili di illegalità sia a Washington che a Caracas” in quanto “la concessione di cento anni supera di gran lunga il limite di 25 anni imposto dalla Legge organica sugli idrocarburi” in vigore nel Paese sudamericano. Inoltre, il Dipartimento della Guerra Usa non potrebbe acquistare partecipazioni in compagnie private senza previa autorizzazione del Congresso degli Stati Uniti.
A livello pratico, l’accordo affronta molteplici difficoltà socioambientali. Fonti e Ong locali denunciano a Ilfattoquotidiano.it il moltiplicarsi di incidenti e fuoriuscite di greggio nel Lago di Maracaibo, dove sono presenti una decina di campi petroliferi coinvolti nell’accordo. “Siamo una trentina, tutti ingaggiati da Nabep – commenta Eligio Quintero, 32 anni, pescatore del municipio di Cabimas – ed eccoci qua, senza attrezzature: il compito è rimuovere il greggio che rovina le nostre coste, ma in pratica dobbiamo farlo con le unghie”. Secondo l’associazione Azul Ambientalista, l’emergenza ambientale coinvolge almeno sei municipi dello stato Zulia, tra cui Lagunillas e Baralt. “Non c’è un piano reale per rispondere ai costanti disastri petroliferi”, denuncia Yohan Flores, direttore dell’associazione, a Ilfatto.it, “il nostro lago muore, insieme a tutto l’ecosistema, colpito dall’indifferenza di chi comanda”. La regione affronta anche blackout che superano le dieci ore giornaliere, aumentando il malcontento della popolazione. “Alle compagnie petrolifere è stato chiesto di provvedere al proprio fabbisogno energetico, ma molte restano ancorate al Sistema elettrico nazionale, già privo di manutenzione, sottraendo più di mille megawatt alla popolazione”, denuncia a Ilfatto.it un ingegnere della Corporación Eléctrica Nacional (Corpoelec), che ha chiesto di rimanere anonimo perché non autorizzato a riferire alla stampa.
I danni sono alla luce del sole, anche se i pozzi attivi sono appena il 30% del totale e, dopo una prima impennata (circa 1 milione di barili al dì), la produzione è tornata a calare del 27%, allontanandosi dal traguardo degli 1,5 milioni di barili giornalieri voluto da Trump. “Gli Stati Uniti si prendono il nostro petrolio, ma i soldi rimangono alle élite – lamenta Raúl Pápariti, portavoce del Sindacato dei lavoratori petrolieri dello Zulia –, ma noi siamo ancora senza trasporti, senza salari degni e i campi petroliferi sono in rovina”.
L'articolo Trump e il petrolio del Venezuela: l’accordo segreto che tutela gli investitori Usa e lascia Caracas senza garanzie proviene da Il Fatto Quotidiano.