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Giovani in piazza: perché punire non basta, ma serve educazione

23 October 2026 at 17:00

I ragazzi hanno bisogno di essere ascoltati ed educati, la scuola e la famiglia hanno un ruolo fondamentale. Serve una forte sinergia fra queste due agenzie educative che hanno perso terreno e carisma nella nostra società.

Personalmente non credo proprio sia la strada giusta ampliare le carceri anche per i minori. Credo che per i minori servano dei progetti educativi strutturati che facciano loro prendere coscienza dei danni che hanno creato durante le manifestazioni, ma che soprattutto gli insegnino a focalizzare la rabbia e ad esternare le emozioni. Credo che nelle città dovrebbero esserci più spazi creativi ed educativi per i giovani, dove si sentano liberi di esprimersi e manifestare anche le proprie fragilità. Senza essere giudicati o condannati.

Condanno con fermezza gli atti vandalici messi in atto durante la manifestazione dei giorni scorsi, ma ritengo che il diritto di manifestare debba restare un diritto sacrosanto e nessun governo debba utilizzare la repressione per cercare di controllare e di impedire il diritto a manifestare.

La scuola al suo interno dovrebbe avere maggiori spazi di ascolto e di confronto in modo che gli strumenti imparino ad ascoltarsi fra di loro e prendano coscienza anche delle difficoltà dei propri compagni; imparino ad accettare i propri limiti ed essere più collaborativi nell’aiutare chi gli sta accanto. In contemporanea, vanno insegnate le materie scolastiche.

La cosa fondamentale per educare dal mio punto di vista credo sia il segnale ad esplorare la propria interiorità, così che ogni studente possa trovare la propria dimensione e sentirsi più sicuro nell’affrontare il domani.

Chi ci governa non deve tagliare i fondi legati alla scuola, alla sanità e alla cultura, tutti questi ambiti vanno incrementati e non sacrificati per incrementare il potere e il profitto che si ottiene attraverso la vendita e l’acquisto delle armi.

Se vogliamo un mondo migliore dobbiamo stimolare dei giovani le qualità positive e la pace. La pace non si ottiene di certo comprando le armi, né continuando ad alimentare i conflitti già esistenti e trovando ulteriori pretesti per innescarne di nuovi. Incoraggio con forza i giovani a continuare a manifestare, ma senza saccheggiare le città o distruggere ciò che vi circonda, voi avete tutto il diritto di far sentire la vostra voce e le vostre esigenze.

Lottate sempre con dignità e rispetto per i vostri ideali positivi e di chi vi sta accanto e potrebbe avere bisogno del vostro aiuto.

Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it

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Perché rispondere agli scontri di Milano con più carcere per i minori è la cosa peggiore che si possa fare

23 October 2026 at 15:56

Il cosiddetto pacchetto Sicurezza approvato dal governo a seguito dei recenti scontri tra la polizia e i ragazzini nel centro di Milano segue ancora la linea dell’aumento delle pene, secondo una tradizionale, ma fallimentare, logica economica. Nel 1992 l’economista americano Gary Becker vinse il premio Nobel anche per la sua teoria razionale della criminalità. Per l’economista conservatore ogni atto criminale deriva da un calcolo dei costi e dei benefici. Quindi per sradicare ogni tentazione criminale sarebbe sufficiente aumentarne il costo, per esempio incrementando gli anni di pena.

Questa teoria molto semplicistica del crimine è stata abbondantemente smentita da ogni lato e abbandonata scientificamente, ma continua a circolare perché ha il pregio della semplicità e di una sua efficacia mediatica.

Se questa teoria è risultata insufficiente nei confronti degli adulti, diventa del tutto fallimentare se applicata agli adolescenti tra i 14 e i 18 anni, come previsto dal governo. Nasce un nuovo reato, quello di partecipazione violenta a una manifestazione, che può portare fino a cinque anni di galera, e anche di più con il volto mascherato o per chi la organizza. Basterà questo aumento sproporzionato della pena a dissuadere i dodicenni o tredicenni dal manifestare in maniera rabbiosa e violenta? Il governo pensa di sì, risolvendo tutto con un decreto da dare in pasto all’opinione pubblica.

Ma anche seguendo la vecchia logica economica dei costi e dei benefici, il calcolo è sbagliato e il governo Meloni sta compiendo un grossolano errore, che avrà purtroppo conseguenze durature. Sul piano dei benefici per la comunità mettiamo pure un riacquistato senso di sicurezza per le persone che frequentano i centri urbani e il risparmio dei danni evitati con la deterrenza. E sul lato dei costi?

Supponiamo che il tredicenne esaltato sia individuato e condannato a scontare i suoi cinque anni di carcere. Possiamo dargli o darle il massimo della pena perché a capo della protesta. Credo che in questo modo venga procurato un danno umano, educativo e personale notevolissimo, visto che la persona che stiamo considerando è nella sua fase formativa. Per la società la repressione degli adolescenti sicuramente rappresenta un costo futuro molto salato che non può essere ignorato. I ragazzini e le ragazzine che usciranno dopo qualche anno dal carcere non credo saranno persone migliori di quando sono entrate. Anzi potrebbero, per comprensibili ragioni, rappresentare un nuovo e più grande pericolo per la società.

Però la punizione, non la repressione, anche per gli adolescenti che protestano violentemente, ci vuole in uno stato di diritto. Certamente. Ecco allora che si possono pensare delle punizioni alternative. Qui il catalogo è molto ampio, dai lavori socialmente utili a iniziative che facciano capire agli adolescenti la complessità del mondo in cui viviamo, complessità che non può essere risolta spaccando una vetrina e arraffando una felpa. Il governo, vista la giovane età dei devianti, avrebbe dovuto comportarsi da buon genitore e non da ottuso gendarme che non si pone il problema del perché. Punire per reprimere è un non senso da un punto di vista educativo e un fallimento per la società.

Ma chi sono questi ragazzetti che ci fanno paura e che il governo vuole mettere in galera? Forse i più sono come i ladruncoli che popolano i libri di Charles Dickens. Nei romanzi del grande scrittore, ambientati nella Londra opulenta di fine Ottocento, i giovani criminali vengono arrestati, processati e messi in carcere con pene severissime. La loro unica colpa era quella di cercare di campare con furtarelli o stratagemmi illegali in una società che li teneva ai margini. Insomma, la loro colpa era la miseria, una direzione che ci potrebbe aiutare anche oggi.

Speravo che a distanza di un secolo e mezzo le cose fossero cambiate e invece, con il governo Meloni, si torna veramente all’odioso antico. Il carcere per i quasi bambini è da considerare una vergogna e uno scandalo che tutti dovremmo condannare, anche perchè i ragazzini violenti, oggi più di ieri, sono figli della società intera che se ne deve fare carico. In un certo senso, tutti ne siamo responsabili.

Non so se il mondo sarà salvato dai ragazzini, quelli che protestano devastando o gli altri, come scriveva nel suo testo onirico, dallo stesso titolo, Elsa Morante nel 1968. So solo che ora stanno parlando al mondo degli adulti, anche se con un linguaggio rude e aspro che non ci piace. Ascoltarli è nostro dovere, punirli anche, metterli in carcere invece è la cosa peggiore che possiamo fare.

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Da Milano all’intera penisola: così è distribuito il disagio sociale in Italia – le mappe interattive

23 October 2026 at 15:36

Le mappe che trovate qui di seguito mostrano i principali indici di disagio sociale calcolati dall’Istat. I dati di riferimento sono quelli del 2023, gli ultimi resi disponibili dall’Istituto di Statistica. La prima mappa è dedicata a Milano – diventata epicentro della protesta giovanile nelle ultime settimane. E’ possibile navigare selezionando i quartieri, le aree ADU (aree di disagio urbano definite dall’Istat) o specificamente all’interno delle sezioni urbane.

Una cosa importante da tenere in considerazione è che all’interno del Comune, l’indice sintetico di disagio sociale (Idise) misura la variazione rispetto al valore dell’intero Comune fatto 100. L’Idise, a sua volta, è “un indice composito costruito come combinazione di nove indicatori elementari, rappresentativi delle componenti più rilevanti del fenomeno e misurabili con elevata disaggregazione territoriale”. Questo significa, banalmente, che alcuni indicatori – ad esempio la presenza di anziani soli in abitazioni in affitto, possono “pesare” come disagio anche in quartieri tendenzialmente ricchi. Dalla mappa di Milano, ad esempio, appare tanto evidente quanto sorprendente che zone come Duomo e Brera abbiano un indice di disagio maggiore rispetto alla media della città. Ma non necessariamente, scorrendo i singoli indici, questo significa che si tratti di zone più povere. Al contrario, alcuni indicatori usati nell’indice possono avere una doppia valenza. Il basso numero di lavoratori stabili – ad esempio – che nei quartieri più poveri pesa certamente come fattore di disagio, nei quartieri ricchi potrebbe avere una valenza esattamente contraria. A questo va aggiunto che alcune aree centrali della città hanno pochissimi residenti dichiarati. Di conseguenza il peso statistico delle eccezioni è molto più forte nella costruzione dell’indice. Questo tipo di avvertenza non è necessario nella seconda mappa, dedicata all’intero territorio nazionale e navigabile per comuni. In questo caso i pesi statistici sono riequilibrati sull’intero territorio.

Gli indicatori mostrati sono complessivamente 26: nove dedicati ai singoli indicatori di disagio (anziani soli, disoccupazione, istruzione, continuità lavorativa) e 15 che spiegano il contesto di riferimento (immigrazione, età, composizione delle famiglie) più un indice riassuntivo. In ogni mappa è possibile cercare tra le aree/comuni, zoomare e tornare alla visione di insieme.

La mappa del disagio a Milano

La mappa del disagio a livello nazionale

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Protesta degli autotrasportatori, siamo di fronte a una situazione socialmente esplosiva

23 October 2026 at 12:00

Mi ha colpito il post di una mia amica, originaria di Carinola, in provincia di Caserta, che ha raccontato ciò che ha visto in questi giorni di protesta degli autotrasportatori. Ha descritto una mamma che, in farmacia, cercava il latte in polvere per il proprio bambino. Il prodotto, ordinato da giorni, non era ancora disponibile. Era disperata e arrabbiata, con le lacrime agli occhi. Non riusciva a trovare ciò che serviva per dare da mangiare a suo figlio.

Quando una famiglia non riesce più a garantire ai propri figli il cibo necessario, non siamo più di fronte a una semplice difficoltà economica, ma a una situazione socialmente esplosiva. La disperazione di chi non riesce più a soddisfare i bisogni essenziali può trasformarsi in rabbia e sfociare in gravi disordini sociali.

Sono sempre di più le famiglie in difficoltà che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Per loro anche riuscire a mettere qualcosa in tavola diventa sempre più difficile.

In ogni crisi sono le persone più vulnerabili, quelle con meno risorse, a pagare le conseguenze più pesanti. Per chi ha una buona disponibilità economica, anche un aumento dei prezzi non è un problema. Non si può dire lo stesso per chi vive con risorse limitate.

Anche gli autotrasportatori sono in difficoltà. È un lavoro faticoso e i costi crescenti pesano sempre di più sulle imprese del settore. Secondo quanto dichiarato all’Ansa dal presidente del consorzio Acar, da gennaio a settembre i costi sono aumentati di quasi 2.000 euro al mese per ogni mezzo.

Se questo settore entra in crisi, si blocca l’Italia. Nel nostro Paese, infatti, purtroppo oltre il 92% delle merci trasportate via terra viaggia su strada.

Di fronte a una crisi del genere servono risorse adeguate, non briciole. Il Governo dovrebbe affrontare il problema alla radice, invece di puntare sulla minaccia della precettazione per fermare la protesta. La precettazione non può sostituire un confronto serio e un intervento strutturale, sostenuto da risorse adeguate, che affronti le cause della crisi e dia risposte durature al settore. Senza interventi adeguati, il rischio è che la crisi continui a scaricare i suoi effetti su chi ha meno strumenti per difendersi.

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Quello del Bosco Ospizio a Reggio Emilia è ecocidio: perché condivido il boicottaggio contro Conad

23 October 2026 at 06:22

Non si sottolinea mai abbastanza l’importanza di un boicottaggio. Specialmente oggi, con i social network e la loro capacità di replicare e amplificare le nostre azioni, il boicottaggio risulta un’arma molto potente per colpire chi è o chi si ritiene colpevole di malefatte.

Un’arma tanto potente quanto misconosciuta, un esempio? Il genocidio a Gaza, i soprusi in Cisgiordania, tanto basterebbe per giustificare un sano boicottaggio sia delle imprese che collaborano fattivamente con Israele, sia dei prodotti israeliani. In realtà un’operazione del genere esiste ed è condotta da BDS (Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni), e ha prodotto anche un saggio in collaborazione con L’Indipendente.

Ma penso invece a quell’operazione politica di puro opportunismo che è il campo largo e che su un tema di gravità enorme qual è la politica genocida israeliana non si spende più di tanto – e comunque non fa ricorso all’arma del boicottaggio, probabilmente per non disturbare e inimicarsi le grandi imprese che collaborano con quel governo sporco di sangue. Che coraggio questi politici!

Ma se parlo di boicottaggio oggi è perché ne è iniziato uno assolutamente condivisibile, ed è quello contro Conad, che si è macchiata di un piccolo ma significativo ecocidio in quel di Reggio Emilia, spazzando via il Bosco Ospizio, tra l’altro senza attendere l’esito dell’udienza del Consiglio di Stato che, ironia della sorte, ha sospeso i lavori di abbattimento. In ordine sparso sono già nate manifestazioni di protesta e di restituzione della tessera a livello locale.

Ma per il prossimo venerdì 6 novembre, è prevista una giornata nazionale di boicottaggio con volantini ai supermercati e la pubblica e collettiva restituzione delle tessere Conad. La pubblicità in rete è già partita, con tanto di vignette illustrative (“Conan” anziché “Conad”; “Conad cose prima delle persone”). Pensiamoci. Non si richiede in fondo un grande sforzo: di punti vendita della grande distribuzione ce ne sono in ogni dove, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Si può benissimo non andare più a fare la spesa da Conad e farglielo magari anche sapere.

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