In Francia centinaia di migliaia di manifestanti. Scontri a Parigi


Un ultimo duello tv, a due giorni dal voto, dove il candidato della destra Flavio Bolsonaro ha attaccato lo sfidante e presidente uscente Luiz Inacio Lula Da Silva, definendolo a più riprese il suo avversario ‘nove dita’. Un riferimento di dubbio gusto, già adottato dal padre Jair 4 anni fa, alla mutilazione subita da Lula quando a 17 anni perse il mignolo della mano sinistra sotto una pressa. È lo scambio andato in onda nell’ultimo faccia a faccia televisivo prima del ballottaggio in Brasile, dove il 25 ottobre oltre 158 milioni gli elettori saranno chiamati alle urne per scegliere il capo dello Stato per i prossimi quattro anni. In generale, il candidato della destra ha scelto toni più cauti, più moderati, a tratti presidenziali, abbandonando l’arroganza e l’aggressività dell’ultimo dibattito tv. Lula invece è andato all’attacco, rivendicando con efficacia la sua storia di ex operaio diventato presidente, la sua profonda conoscenza del Paese e la sua azione di governo a favore dei ceti meno abbienti. Ambedue, in un clima molto più composto rispetto alla rissa in tv di domenica scorsa, hanno espresso con calma le proprie idee e le proprie proposte. Solo in un momento Flavio ha seriamente barcollato, ma solo l’esito del voto dirà se quello di Lula è stato un colpo da ko, o se segnerà solo una leggera vittoria ai punti. Ed è quando ha appellato il rivale “nove dita”.
“Quel dito l’ho perso lavorando di notte per poter mangiare – ha risposto Lula -, quando ero ancora minorenne e nemmeno avrei potuto lavorare. Non permetterò a un miliziano di chiamarmi ‘nove dita’, a uno che non ha mai lavorato in vita sua. Non sa nemmeno cosa sia un libretto di lavoro. Il suo primo impiego è stato un lavoro fittizio procuratogli da suo padre”. Parole talmente nette che Bolsonaro ha barcollato. E ha chiesto subito perdono: “Non volevo offendere nessuno, mi scuso”. Ma quell’insulto di fatto ha stonato con tutta la gestione della sua serata all’impronta del dialogo. Un passaggio che ha messo in crisi la sua strategia generale: Folha aveva appena scovato nei fogli preparatori al duello, in mano alla moglie di Flavio, la scritta: “uomo di stato”. Ma la rete ha colto il suo momento di difficoltà: in pochi minuti l’Esercito di Lula ha diffuso l’hashtag “SomosTodos9Dedos”, siamo tutti nove dita. Più avanti ha implicitamente accennato all’età di Lula, 81 primavere tra qualche giorno. “Non capisco quando parli”, ha ironizzato sulla sua voce roca, dimenticando però il tumore alla gola che lo ha colpito nel 2011.
Anche alla fine del dibattito, Lula, consapevole della caduta di stile di Flavio, nel suo appello al voto finale, ha affondato su questo punto: “Ho una storia di lotta che è la stessa di milioni di brasiliani, di chi ha iniziato a lavorare a 12 anni e poi è arrivato alla Presidenza senza dimenticare da dove viene né per chi governa”. Per il resto, in oltre due ore di dibattito, Bolsonaro ha spinto sul tema a lui molto caro della sicurezza, della lotta all’inflazione, dell’azione a favore delle imprese. Lula, di contro, ha punzecchiato il suo avversario sulla sua presunta inesperienza accusandolo di non “conoscere il Brasile”. Quindi ha esaltato i programmi sociali del suo governo, dalla settimana corta al salario minimo, dal condono a 4 milioni di brasiliani di piccoli debiti agli investimenti per la scuola. Quando Lula gli ha rinfacciato di aver votato contro l’allungamento della maternità, ha perfino detto di essersi sbagliato. Una pacatezza ostentata per dare la caccia ai voti centristi. La Folha è riuscita a scovare la scritta cerchiata “uomo di Stato” in un foglio preparatorio in mano alla moglie di Flavio. Chi invece è andato all’attacco rivendicando con orgoglio la sua biografia politica, la sua storia personale di ex operaio diventato presidente, e anche il suo buongoverno, è stato Lula.
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Si aggrava il bilancio dell’attacco perpetrato ieri contro la chiesa greco-ortodossa di San Giorgio a Hammoud, nel governatorato di Karak, nel sud della Giordania. Uno dei feriti è morto a causa delle lesioni riportate, ha reso noto il ministro della Salute, Ibrahim Al-Bdour. Il numero delle vittime sale dunque a otto. Al-Bdour ha inoltre precisato che 26 persone ferite nell’attacco restano ricoverate in ospedale. Venerdì le autorità avevano riferito di sette morti e 34 feriti.
Il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente ha espresso “profondo sdegno e ferma condanna”: “Prendere di mira le chiese, i luoghi di culto e le persone raccolte in preghiera costituisce una flagrante violazione della sacralità dei luoghi santi e dei valori umani e morali che uniscono i membri della famiglia umana – afferma il Consiglio delle chiese in Medio Oriente -; i luoghi di culto esistono per essere case di preghiera, di pace e di speranza, non scenari di violenza, uccisioni e paura”. Il Consiglio si dice “fiducioso” del fatto che le autorità competenti faranno ”piena luce sulle circostanze del crimine”.
Il patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, Teofilo III, ha presieduto oggi una preghiera in suffragio delle vittime e ha invocato “il riposo eterno per le persone uccise nell’attentato, il conforto per le loro famiglie e il dono della pace e della riconciliazione per una regione segnata dalla violenza”. Il Patriarcato di Gerusalemme ha ricordato che l’attacco ha gettato “il Patriarcato di Gerusalemme e l’intera società giordana in un profondo lutto”, colpendo un Paese che “continua a distinguersi per i legami di convivenza pacifica e fraternità tra le diverse componenti religiose”.
Anche Hezbollah ha condannato “questo efferato atto terroristico contro l’umanità che costituisce una palese profanazione della sacralità dei luoghi di culto e un brutale massacro di persone comuni, si inserisce nel quadro di una serie di attività terroristiche che da anni causano morte e distruzione nella nostra regione”, ha dichiarato Mohammad Khansa, responsabile delle relazioni con le istituzioni e i partiti cristiani del movimento sciita. “Condanniamo fermamente questo atto criminale ed esprimiamo le nostre più sentite condoglianze e la nostra solidarietà alla fraterna nazione giordana e alle famiglie delle vittime. Chiediamo a Dio Onnipotente di avvolgere le vittime nella Sua immensa misericordia e di concedere ai feriti una pronta guarigione”, ha aggiunto Khansa.
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Quasi 800mila persone hanno partecipato oggi alle manifestazioni organizzate in tutta la Francia contro il caro-vita. Lo ha reso noto il sindacato Cgt, secondo cui nella sola capitale sono scese in piazza 250mila manifestanti. Una cifra superiore a quella comunicata dalla prefettura di polizia di Parigi, che ha stimato la partecipazione al corteo nella capitale in 110mila manifestanti. Secondo il ministero dell’Interno, sono stati complessivamente 410mila i manifestanti in tutto il Paese. Oggi erano oltre 70mila gli agenti schierati in tutto il Paese, 700 le forme di protesta annunciate. E non solo: oltre 30mila persone hanno manifestato a Orlèans, dove si teneva il congresso del Rassemblement National. Finora 135 persone sono state fermate.
A Parigi, dopo un corteo pacifico, si sono registrati scontri tra forze dell’ordine e manifestanti quando gran parte del corteo è arrivato a destinazione, alla Porte de Vincennes. Gas lacrimogeni e un idrante in azione per tentare di disperdere la folla, mentre i manifestanti, la maggior parte con il volto coperto da una maschera, gridano slogan ostili alla polizia. Fino all’arrivo del corteo, tutto si era svolto nella calma. Tensioni si sono registrate anche a Lione, dove 10.000 persone si sono riunite per manifestare nonostante il divieto della polizia in un ampio perimetro della città. Tafferugli anche a Marsiglia e Rennes, dove a fine manifestazione la polizia ha fatto uso di gas lacrimogeni. A Nantes gli agenti sono ricorsi agli idranti per disperdere raduni non autorizzati.
I gilet gialli hanno organizzato 700 forme di protesta oggi in Francia. Secondo una mappa pubblicata sul loro sito Internet, hanno previsto azioni in 86 rotatorie, 21 aree di servizio, due depositi di carburante, 33 stazioni ferroviarie, tre porti, 17 ponti e 17 caselli autostradali. I principali musei di Parigi sono rimasti chiusi e le autorità hanno schierato un ingente contingente di polizia in vista di una nuova ondata di proteste previste per oggi in tutta la Francia, nella speranza di evitare il ripetersi dei violenti disordini della scorsa settimana, che hanno sconvolto il Paese. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha dichiarato che saranno dispiegati in tutto il Paese fino a 70mila agenti, affiancati da elicotteri, veicoli blindati e cannoni ad acqua. Si prevede nuovamente una partecipazione massiccia, dopo che la scorsa settimana oltre mezzo milione di persone sono scese in piazza.
Intanto si sono radunanti 11mila manifestanti (29mila per gli organizzatori) ad Orléans, nel centro della Francia, contro il congresso del Rassemblement National che si svolge in città oggi e domani, stando ai dati della Prefettura. Presenti anche Olivier Faure (Ps), Bally Bagayoko (Lfi) e Sophie Binet (Cgt). La prefettura precisa che la stima “può ancora cambiare”, dal momento che molte persone sono ancora in viaggio.
Il sindaco Serge Grouard ha annunciato stamattina l’instaurazione di un coprifuoco in tutto il comune le prossime due notti per i minorenni. “Questo provvedimento preventivo – ha dichiarato il sindaco – deriva dalla volontà di prevenire qualsiasi violazione dell’ordine pubblico, limitare i rischi di disordini e garantire la sicurezza delle persone in un contesto di raduni annunciati”.
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Nelle cabine degli aerei si combatte da tempo una “guerra” silenziosa e il campo di battaglia è la tendina del finestrino. A chi spetta decidere? A chi occupa il posto accanto all’oblò, al personale di bordo o all’intera fila? Le opinioni, tra dibattiti virali e discussioni infinite sul galateo in volo, restano divise.
Ma a schierarsi con decisione è un’ex assistente di volo, Alona Vasylieva, che per quasi dieci anni ha lavorato per una compagnia internazionale e che di tendine ne ha controllate migliaia. Lo riporta Business Insider.
Prima di decollo e atterraggio, spiega, il suo compito era verificare che fossero alzate, proprio come si controlla che gli schienali siano in posizione verticale. Una regola che molte compagnie impongono e che, a suo giudizio, ha una logica precisa.
In caso di emergenza una visuale libera verso l’esterno è utile e permette ai soccorritori a terra di guardare dentro la cabina. Raggiunta la quota di crociera, però, le norme di sicurezza si fermano e subentra la sua regola personale: tendine abbassate.
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“Felicità è un bicchiere di vino con un panino“. Ma anche far la pace con il Cremlino. Chissà se era questo il ritornello che le girava nella testa quando Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha deciso di arruolare l’ambasciatore più improbabile della diplomazia mondiale per sferrare l’ultimo attacco al governo italiano: Al Bano Carrisi. Con un post su Telegram il cui tono oscilla tra il melodrammatico e il canzonatorio, la zarina della comunicazione russa ha esortato Giorgia Meloni ad ascoltare l’accorato appello del cantante di Cellino San Marco, che chiedeva di “aprire le porte alla Russia” e cancellare le sanzioni, trasformando l’artista pugliese, che oltre l’ex cortina di ferro è una vera e propria pop star, in un testimonial capace di scardinare la linea atlantista di Roma.
Il trionfatore di Sanremo ’84, gloria della canzone nazional-popolare, ha concesso un’intervista a Sandro Teti Editore, pubblicata su YouTube il 21 ottobre, nella quale ha affermato che la Russia è un Paese “che ci ama” e che “ha molta linfa italiana”, chiedendosi: “Perché fare sanzioni alla Russia? Diamo azioni alla Russia, diamo fiori alla Russia. Facciamo in modo che si smetta questa maledetta guerra”. E ha aggiunto: “Cara Giorgia, ti voglio bene. Te ne vorrei ancora di più se apriamo le porte alla Russia. Io sono un uomo di pace”.
“Il famoso e popolare cantante italiano Al Bano, molto conosciuto e amato nel nostro Paese – ha scritto Zakharova – ha rivolto un appello pubblico, molto sincero e sentito, alla presidente del Consiglio dei ministri italiano Giorgia Meloni. Sottolineando i profondi legami storici e culturali tra i nostri Paesi, ha esortato con grande emotività la presidente del Consiglio a smettere di imporre sanzioni alla Russia, riaprire le porte alla Russia e iniziare finalmente a lavorare concretamente per raggiungere una pace duratura in Ucraina. Ma la sua voce verrà ascoltata a Roma?”.
“A giudicare dagli ultimi avvenimenti le autorità italiane sembrano avere serie difficoltà ad accogliere le voci che dissentono dal discorso politico predominante”, prosegue il post di Zacharova. “I giovani italiani protestano: si cerca una pista russa. I cittadini italiani esprimono il loro malcontento: si sospetta un’influenza straniera”, osserva ancora, chiedendosi ironicamente se “il prossimo obiettivo delle indagini dei servizi segreti italiani sarà Al Bano”.
Da tempo la retorica di Zakharova sembra seguire logiche da show-biz più che da istituzione diplomatica. Se Al Bano è stato elevato al rango di consulente geopolitico di Palazzo Chigi, solo poche settimane fa il ministro della Difesa, Guido Crosetto, si era visto rifilare una recensione tutt’altro che lusinghiera per aver scelto come consigliere l’ex ministro ucraino Mykhailo Fedorov. In quell’occasione, Zakharova aveva liquidato la Difesa italiana come un “Teatro dell’Assurdo“, arrivando a scomodare lo scrittore per ragazzi Gianni Rodari e insinuando che di questo passo Roma avrebbe potuto assumere persino Osama bin Laden.
Anche il Quirinale è stato a lungo il bersaglio prediletto di questa insolita retorica. La prima, durissima escalation risale al 14 febbraio 2025, quando Zakharova definì “invenzioni blasfeme” e “oltraggiose” le parole pronunciate pochi giorni prima a Marsiglia da Sergio Mattarella, che aveva accostato l’aggressione russa in Ucraina alle mire espansionistiche del Terzo Reich. Neanche 72 ore dopo, 17 febbraio, la portavoce russa era tornata alla carica avvertendo in tv che quelle dichiarazioni “non sarebbero rimaste senza conseguenze“.
Il culmine dello scontro si era consumato il 13 marzo, giorno del terzo affondo: in un briefing rilanciato dalle agenzie russe, Zakharova ha accusato direttamente Mattarella di diffondere “menzogne, falsità e disinformazione” in merito alle minacce nucleari di Mosca all’Europa: “La Federazione Russa si è fatta promotrice di una rinnovata e pericolosa narrativa nucleare, a cui si aggiungono il blocco dei lavori del Trattato di non proliferazione, instillando l’inaccettabile idea che ordigni nucleari possano divenire strumento ordinario nella gestione dei conflitti”, aveva detto il capo dello Stato l’8 marzo a Hiroshima. Un attacco frontale così violento da costringere il ministro degli Esteri Antonio Tajani a convocare d’urgenza l’ambasciatore russo a Roma per consegnargli una formale nota di biasimo.
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Sono rientrate in Italia le cinque connazionali fermate in Cisgiordania dalle Forze di difesa israeliane. Funzionari dell’ambasciata d’Italia a Tel Aviv, ha reso noto il ministero degli Esteri, hanno potuto effettuare ieri sera una visita consolare presso l’aeroporto, in cui le italiane sono apparse in buone condizioni fisiche: è stato consentito loro l’utilizzo dei telefoni cellulari e tutte hanno potuto parlare almeno una volta con il proprio legale.
Le cinque donne sono volontarie e attiviste internazionali. Si trovavano nel West Bank per fornire “protezione attiva” e supporto agli agricoltori palestinesi impegnati nella raccolta delle olive, periodo storicamente caratterizzato da forti tensioni, aggressioni a opera dei coloni e restrizioni nell’area da parte delle autorità israeliane. Il fermo è scattato il 22 ottobre nel villaggio di al-Bweib, a sud di Hebron. Le attiviste sono state prelevate insieme ad altri volontari internazionali e condotte inizialmente presso la stazione di polizia dell’insediamento di Kiryat Arba per essere interrogate. Subito dopo il fermo, la Farnesina si è attivata chiedendo a Israele chiarimenti urgenti e l’immediato rilascio delle cittadine.
Negli ultimi mesi, le autorità israeliane hanno intensificato i fermi, i respingimenti alla frontiera e le espulsioni di volontari delle Ong, presenti sul territorio con lo scopo di documentare le violazioni dei diritti umani e proteggere i civili palestinesi dalle violenze dei coloni e dalle operazioni militari, ma accusati da Israele di alimentare le provocazioni.
Il 21 ottobre un’operazione su vasta scala dell’Idf aveva portato al blocco e al fermo di circa 90 volontari, tra cui il candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti Brad Lander, rilasciato poco dopo insieme a decine di altri attivisti sotto severe restrizioni di movimento. Nelle stesse ore sono stati trattenuti due italiani, un padre e un figlio originari di Bolzano, Manuel e Alberto Tartarotti, di 35 e 67 anni. I due erano arrivati in Cisgiordania per consegnare fondi umanitari e sostenere la raccolta nei campi. Dopo essere stati detenuti per ore dalla polizia israeliana sono stati espulsi dal Paese con il divieto di rientro in Israele per i prossimi dieci anni.
La raccolta delle olive in Cisgiordania rappresenta da sempre un momento cruciale e ad altissimo rischio di incidenti. Nelle ultime settimane si è registrata un’impennata di attacchi condotti da gruppi di coloni estremisti, culminati lo scorso fine settimana nel ferimento di una fotoreporter del Wall Street Journal e nell’assalto ad alcune auto diplomatiche europee.
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No, nessun rimborso per la somma già versata per assicurarsi la location, nonostante il suo futuro marito nel frattempo era morto. Questo è quello che si sarebbe sentita rispondere Zoe Vandeloo, che insieme a Diego Hernandez, poi tragicamente scomparso prima delle nozze, aveva deciso di sposarsi nella location per matrimoni e grandi eventi Posey Meadows, nelle vicinanze di Austin, in Texas.
Le nozze per la coppia erano in programma per il prossimo 20 novembre, ma questo giorno di festa non si potrà celebrare, dal momento che alla fine dello scorso aprile Hernandez ha perso la vita all’improvviso. La donna è stata così costretta ad annullare l’evento, ma non si aspettava certamente di dover affrontare una battaglia legale per vedere riconosciuto il diritto a essere risarcita per la cifra versata per la location.
La coppia aveva, infatti, già dato circa 16.000 dollari per il luogo in cui avrebbe voluto sposarsi. Quando allora Vandeloo ha comunicato alla proprietà di Posey Meadows di voler ottenere indietro la somma già versata, la proprietaria Julie Campbell, stando a quanto visionato da KSAT, avrebbe proposto come opzioni l’utilizzo della location in un’altra data o per un altro evento oppure un parziale rimborso nel caso in cui fosse riuscita ad affittare la location per il giorno in cui era stata tenuta occupata per la coppia.
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L’Ucraina è tornata a usare a pieno regime il sistema Starlink nel conflitto con la Russia. Gli specialisti del ministero e delle Forze di Difesa hanno registrato che Starshield, la versione militare della rete satellitare utilizzata da Kiev per manovrare i droni in funzione offensiva e difensiva contro l’esercito di Mosca, è ora in grado di operare regolarmente anche a velocità superiori ai 161 km/h.
A metà ottobre, SpaceX ha applicato un blocco software per cui i terminali perdevano istantaneamente la connessione satellitare se l’hardware si muoveva a una velocità fisica superiore ai 160-161 km/h. Questo limite ha ostacolato l’esercito di Kiev poiché i droni intercettori ucraini, muovendosi a velocità elevate per inseguire i droni russi (che viaggiano a oltre 400 km/h), superavano i 161 km/h, si “disattivavano” a mezz’aria a causa della perdita di segnale e precipitavano nel vuoto.
Nelle ultime ore, ha fatto sapere il ministro della Difesa ucraino Yevhenii Khmara, il sistema rimane stabile anche a velocità superiori ai 400 km/h: “È un risultato fondamentale per il fronte: per il nostro personale militare, per le operazioni con i droni, per la logistica e le comunicazioni”. “Questo è un ulteriore esempio di come il dialogo diretto e la posizione risoluta assunta dal presidente dell’Ucraina ai massimi livelli producano risultati”, ha aggiunto il ministro della Difesa.
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Cercavano sole, spiagge e brezza tropicale, hanno trovato il freddo canadese. Migliaia di passeggeri della Oasis of the Seas, nave di punta della Royal Caribbean, hanno visto stravolgersi l’itinerario a causa del maltempo: invece di Florida e Bahamas, la rotta è stata deviata verso Halifax, in Nova Scotia, in Canada.
La modifica è arrivata a ridosso della partenza dal New Jersey. Secondo quanto riferito, ai viaggiatori sono state concesse appena poche ore di preavviso. “Mio marito mi ha chiesto se fosse uno scherzo”, ha raccontato Marie Durning, residente nel New Jersey, all’emittente canadese CTV News. Tra cappello di lana e paraorecchie, ha ammesso di aver dimenticato solo la sciarpa.
Il piano originario prevedeva una crociera di sette giorni con mezza giornata a Port Canaveral e poi le Bahamas. «Poi il tempo è peggiorato e siamo finiti qui», ha spiegato Ron Green, della Virginia, parlando con la stessa testata mentre la nave era ormeggiata a Halifax.
La sosta canadese è durata una sola giornata. Per compensare il cambio di programma, la compagnia avrebbe riconosciuto a tutti i passeggeri un buono viaggio pari al 50% e il rimborso delle escursioni a terra non più fruibili. A bordo c’è stato così tempo per una passeggiata sul lungomare, un po’ di shopping e un giro in barca nel porto.
La partenza era fissata per le 18 di mercoledì. Seguiranno tre giorni di navigazione, con rientro nel New Jersey domenica.
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In fiamme il Kehlsteinhaus, il “Nido dell’Aquila” di Adolf Hitler, il rifugio sul monte Obersalzberg a Berchtesgaden, nella Germania meridionale, usato dai dirigenti del nazionalsocialismo. “Una persona sospetta è stata posta in stato di fermo”, ha dichiarato la polizia in un comunicato, riportato dalla France Presse. I vigili del fuoco hanno trovato già da ieri sera “completamente in fiamme” l’edificio amato dai gerarchi nazisti. Il Comando di Polizia dell’Alta Baviera Meridionale ha riferito che i primi soccorritori sono arrivati alle 21.52 di ieri sera e hanno constatato un incendio di vaste proporzioni.
“Le indagini della polizia giudiziaria sono in corso”, ha detto la portavoce della polizia Lisa Maier. Poco dopo l’inizio del rogo “una persona sospetta ha attirato l’attenzione degli investigatori”, ha aggiunto la polizia. “Le indagini mirano attualmente a stabilire se tale individuo sia coinvolto nell’incendio”, ha aggiunto la fonte. Secondo il tabloid Bild, si sta valutando l’ipotesi di un incendio doloso: giungendo sul posto, le forze dell’ordine avrebbero incrociato un motociclista, che sarebbe stato successivamente fermato.
Circa 200 vigili del fuoco sono stati mobilitati per domare le fiamme nell’edificio, situato in una posizione estremamente difficile da raggiungere, su uno sperone roccioso che sovrasta Berchtesgaden. L’allarme antincendio è scattato ieri sera grazie a un rilevatore di fumo presente nella struttura. I vigili del fuoco, una volta allertati, hanno notato alte fiamme mentre si dirigevano verso il luogo dell’incendio. L’accesso al sito e le operazioni di spegnimento si sono rivelati complessi, ha spiegato ancora Maier.
Costruito tra il 1937 e il 1938 vicino a Berchtesgaden a un’altitudine di 1834 metri, il Kehlsteinhaus faceva parte della “zona riservata al Führer” sull’Obersalzberg e doveva fungere da edificio di rappresentanza per Hitler, che lo visitò solo poche volte. Realizzato in pietra e granito, era concepito per impressionare i diplomatici stranieri. L’edificio è sopravvissuto alla Seconda Guerra mondiale senza subire danni. Dal 1952 è adibito a ristorante e ospita un’esposizione che ne ripercorre la storia.
Contrariamente a quanto si crede comunemente, la Kehlsteinhaus non fu un regalo per il cinquantesimo compleanno di Hitler nel 1939, secondo quanto riportato sul sito web della casa. Un ascensore dorato, incastonato nella roccia, permetteva di raggiungere l’edificio, coprendo gli ultimi 125 metri circa. È accessibile tramite la Kehlsteinstraße, una strada ora utilizzata esclusivamente dagli autobus.
Nei film di guerra americani, l’edificio veniva chiamato “Nido dell’Aquila”. A differenza di altre dimore appartenenti a dignitari nazisti sull’Obersalzberg, non subì danni durante gli attacchi alleati.
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Duecentotrentadue giorni dopo, l’Iran ha un nuovo ministro della Difesa. Con 237 voti favorevoli e solo 15 contrari, il Parlamento iraniano lo scorso 18 ottobre ha approvato la nomina di Mehrdad Ketabchi Akhlaqi per l’importante dicastero, rimasto “orfano” del suo titolare dallo scorso 28 febbraio, quando un bombardamento israelo-americano uccise l’allora ministro Aziz Nasirzadeh. Da quel giorno, la carica era stata assunta ad interim da Majid Ebn-Reza, anch’egli poi sfuggito ad un altro bombardamento ad inizio marzo. La nomina di Akhlaqi, proposta due settimane prima del voto dal presidente riformista Masoud Pezeshkian, e poi valutata dalle commissioni parlamentari preposte, è significativa per diverse ragioni.
La più immediata ha a che fare proprio con i tempi ridotti della sua approvazione: Akhlaqi ha infatti ottenuto il placet in un Parlamento dominato da maggioranza principalista, normalmente ostile ai riformisti, tanto da spingere lo stesso Pezeshkian a congratularsi con i deputati a margine del voto, e parlare di un “chiaro messaggio (di unità, ndr) al mondo intero”. Suo figlio Yousef, consigliere politico e professore di fisica, noto soprattutto per la sua pagina di aggiornamenti politici su Telegram, ha aggiunto che il voto “dimostra che quelli che vogliono creare divisioni nel Paese sono pochi, e che c’è grande unità tra i nostri ufficiali in tempi in cui bisogna difendersi”. La sua nomina arriva in giorni peraltro concitati sul confine occidentale iraniano, nei pressi del quale sono in corso scontri armati tra reparti dell’Irgc e miliziani curdi del Pjak – che, ironicamente, hanno preso ad utilizzare anche droni a fibra ottica, gli stessi usati da Hezbollah contro le Idf nel sud del Libano, in grado di bypassare gli strumenti di jamming.
Quella di Akhlaqi è una figura sui generis, sia perché sembra aver messo d’accordo un Parlamento di norma molto conflittuale e polarizzato, sia per un’altra ragione, connessa alla prima, nonché al momento storico che sta vivendo la Repubblica islamica: a differenza di gran parte dei suoi predecessori, che provenivano dalla politica, dalla diplomazia o dai ranghi delle Forze armate, Akhlaqi ha alle spalle una lunga carriera nell’industria. Non un’industria qualunque, bensì quella aerospaziale e missilistica, che gli hanno fatto guadagnare l’appellativo di “uomo dei missili”.
Dopo gli studi in ingegneria chimica e management strategico, Akhlaqi è entrato nelle industrie legate alla Difesa nei primi anni 80, attorno ai 25 anni, per poi avvicinarsi professionalmente ad Hassan Tehrani Moghaddam, il “padre” del programma di missili balistici iraniani, rimasto ucciso nel 2011. Nella biografia di quest’ultimo – “L’uomo eterno“, scritta dalla giornalista Masoumeh Sepehri – si racconta del ruolo del neo ministro della Difesa nella scelta di approvare, quasi 20 anni fa, un investimento da 10 milioni di dollari per lo sviluppo di quello che diventerà uno dei fiori all’occhiello del programma missilistico iraniano, il missile Fateh 110, nonostante le diverse incertezze, al tempo, sulla sua riuscita.
Un manager, in grado di valutare correttamente il rischio imprenditoriale, ma anche un tecnico specializzato, se è vero che buona parte della carriera di Akhlaqi – nei primi 2000 a capo del Shahid Bagheri Industrial group, dal 2014 alla guida della Aerospace Industries Organization – è ruotata attorno alla gestione delle industrie legate alla costruzione dei missili balistici e soprattutto allo sviluppo dei sistemi propulsivi a combustibile solido, che caratterizzano diversi dei missili iraniani come il Fateh 313, il Sejjil ed il Khaibar Sheikan.
La propulsione a combustibile solido è particolarmente utile agli iraniani, dato che rispetto a quella a combustibile liquido permette ai missili di rimanere immagazzinati per periodi molto più lunghi, nonché di accorciarne i tempi di preparazione prima del lancio. Come noto, al netto dell’inferiorità dell’aviazione iraniana sul piano convenzionale rispetto ai suoi nemici, i missili balistici di Teheran costituiscono un fondamentale – seppur limitato – strumento di deterrenza, poiché in grado di colpire obiettivi anche molto lontani, e di farlo sfuggendo spesso alle difese anti missile. Il loro numero, che già era complicato calcolare prima dell’aggressione israelo-americana, è tuttora sconosciuto ma la stessa Cia ha confermato nei mesi scorsi che Teheran ha ripreso a pieno regime la loro produzione.
Con Akhlaqi – che secondo Pezeshkian sarebbe a sua volta nella lista degli obiettivi americani e israeliani, e da quasi 20 anni è sotto sanzioni americane, britanniche e dell’Ue – è verosimile che questo processo venga rafforzato, e la sua nomina segnala la volontà di ricostituire una piena capacità industrial-militare dopo i bombardamenti subiti nei mesi scorsi. Secondo Iran International, oltre a ribadire il sostegno agli alleati regionali come Hezbollah, Akhlaqi avrebbe proposto di aumentare i ritmi di produzione delle difese aeree e sviluppare nuove tecnologie, intensificando la collaborazione con le università e accorciando i tempi di messa a punto di alcune tecnologie difensive ad un massimo di sei mesi, anche grazie ad un processo di semplificazione gestionale, con cui oltre il 75% della loro produzione verrebbe direttamente affidato ad aziende al di fuori del Ministero della Difesa.
Mentre si rincorrono le voci su una possibile ripresa della guerra – con la notizia che Netanyahu avrebbe cercato di convincere Trump a bombardare l’Iran prima delle elezioni israeliane del 27 ottobre -, che sembra soltanto questione di tempo, Akhlaqi nel corso di alcune interviste ha risposto alle domande sulle recenti nuove minacce americane, compresa quella che allude all’utilizzo della bomba GBU-43, la più potente tra quelle non nucleari. “Siamo pronti ad adottare misure in risposta. Il presidente americano dovrebbe concentrarsi su come far uscire i suoi soldati dalla regione ancora vivi. Se decide di sganciare una bomba, è bene che si faccia un’idea su quanti di questi soldati dovranno essere portati a casa orizzontalmente”.
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Un mese prima del voto del 27 ottobre, i maggiori esponenti politici israeliani fuori dall’attuale governo si sono ritrovati nella casa di Tel Aviv del leader di Yesh Atid, Yair Lapid, per suggellare un patto: rimanere uniti con l’obiettivo di escludere Benjamin Netanyahu dall’esecutivo israeliano. Riuniti intorno a un tavolino da caffè ci sono il padrone di casa insieme al suo alleato Naftali Bennett nella coalizione Yachad, il leader di Yashar, Gadi Eisenkot, quello dei Democratici, Yair Golan, e di Yisrael Beiteinu, Avigdor Lieberman. Promettono un radicale stravolgimento delle politiche portate avanti dall’esecutivo Netanyahu, insieme ai suoi alleati estremisti Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, e per questo sono già stati ribattezzati Change Bloc, il blocco del cambiamento. Ma basta leggere i loro programmi elettorali e ascoltare le loro dichiarazioni per capire che sul tema diventato di gran lunga il più importante per il futuro dello Stato di Israele, ossia il rapporto con il popolo palestinese, poco cambierà anche in caso di loro vittoria. Nessuno di loro si batterà per liberare i territori illegalmente occupati e nella campagna ellettorale non trova spazio nemmeno l’idea di un percorso di pacificazione tra popolazione ebraica e palestinese.
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Nei giorni immediatamente precedenti alle elezioni israeliane, considerate da molti tra le più importanti nella storia recente del Paese, mi sembra che l’analisi non debba fermarsi alle tradizionali categorie di destra e sinistra. Ci troviamo di fronte a fenomeni che sollevano interrogativi più profondi sul funzionamento della democrazia e sul rapporto tra sicurezza nazionale e interesse politico.
Negli ultimi giorni si è parlato molto dei tentativi del governo guidato da Benjamin Netanyahu di aumentare la tensione con l’Iran. Diverse fonti giornalistiche hanno riferito che aerei da combattimento israeliani si sarebbero avvicinati al confine iraniano per poi rientrare alle basi, senza oltrepassarlo. Secondo alcune ricostruzioni, tale operazione sarebbe stata interpretata da alcuni osservatori come una dimostrazione di forza e da altri come un possibile tentativo di provocare una reazione iraniana.
Non è un segreto che queste elezioni rappresentino una prova cruciale per il governo. A mio avviso, Netanyahu legge i sondaggi, percepisce l’umore del Paese e comprende che il suo lungo ciclo politico potrebbe avvicinarsi alla conclusione. Dopo quasi due decenni in cui è stato la figura dominante della politica israeliana, l’idea di perdere il potere potrebbe apparirgli particolarmente difficile da accettare. A questo si aggiungono questioni che probabilmente continueranno a pesare nel dibattito pubblico anche dopo il voto: le discussioni sulle responsabilità politiche precedenti al 7 ottobre, le future inchieste e le polemiche relative ai rapporti tra alcuni suoi collaboratori e il Qatar. Sono tutti temi che potrebbero contribuire a un giudizio severo sull’operato del governo.
È in questo contesto che nasce una mia ipotesi personale, sulla quale non pretendo di avere alcuna certezza. Mi chiedo se possa esistere la tentazione di utilizzare una grave crisi militare come strumento per modificare il quadro politico interno. Un conflitto diretto con l’Iran potrebbe infatti creare una situazione di emergenza nazionale tale da spingere verso il rinvio delle elezioni o verso la formazione di un governo di unità nazionale guidato dalla stessa leadership attualmente al potere.
So bene che si tratta di un’ipotesi grave. In molte democrazie occidentali sarebbe considerata quasi impensabile. Tuttavia, proprio perché Israele sta vivendo uno dei momenti più drammatici della sua storia, ritengo che qualsiasi decisione che possa influire sul regolare svolgimento del processo democratico debba essere osservata con la massima attenzione.
Ciò che trovo significativo è che i principali segnali di cautela sembrano provenire da alcune istituzioni dello Stato. Secondo recenti ricostruzioni giornalistiche, il capo di stato maggiore Eyal Zamir avrebbe sottolineato l’importanza di permettere lo svolgimento delle elezioni senza interferenze e avrebbe espresso preoccupazione per le conseguenze che una nuova guerra potrebbe avere sul processo elettorale.
In definitiva, la questione non riguarda soltanto il destino politico di Netanyahu. Riguarda la capacità delle istituzioni democratiche di resistere alle pressioni generate da una situazione eccezionale e di garantire che decisioni di guerra e di pace vengano assunte esclusivamente per motivi di sicurezza nazionale, e non per esigenze di sopravvivenza politica.
Un elemento che mi porta a pensare che Netanyahu percepisca concretamente il rischio della sconfitta non sono tanto i sondaggi, quanto il modo in cui sta conducendo la campagna elettorale. Guardando la comunicazione del Likud e del governo uscente, colpisce l’assenza quasi totale dei ministri che hanno caratterizzato gli ultimi anni di governo. Figure come Yariv Levin, principale promotore della riforma giudiziaria, o altri ministri che hanno avuto ruoli centrali nella legislatura sembrano improvvisamente scomparsi dalla scena pubblica e dalla propaganda elettorale. Anche il ministro della Difesa viene raramente posto in primo piano. Personaggi che per anni sono stati presentati come colonne dell’azione governativa oggi non vengono quasi mai utilizzati come simboli della campagna.
È una scelta che, a mio parere, suggerisce una certa consapevolezza politica. Se il governo fosse convinto che il proprio operato sia stato giudicato positivamente dagli elettori, sarebbe naturale mettere in mostra i risultati ottenuti, le riforme realizzate e i ministri che le hanno portate avanti. Invece la campagna sembra ruotare quasi esclusivamente attorno alla figura di Netanyahu.
Ancora più significativo è il fatto che il dibattito non sia costruito sui risultati ottenuti dal governo, sui miglioramenti per i cittadini o sui successi amministrativi. Il messaggio centrale appare molto più semplice e radicale: o vince la destra oppure nascerà uno Stato palestinese. Una narrazione fondata principalmente sulla paura e sulla contrapposizione identitaria piuttosto che sul bilancio dell’azione di governo.
A questo clima si sommano gli episodi di violenza sul terreno: gli attacchi nelle aree di Hebron e Nablus riportano subito al centro il tema della sicurezza, immediatamente riassorbito nella retorica di Netanyahu sull’esigenza di una leadership forte. Diventa così sempre più difficile scindere le reali necessità di sicurezza nazionale da un loro uso strumentale nella comunicazione politica.
Anche il livello del confronto pubblico sembra essersi deteriorato. In questi giorni si sono sentite espressioni e attacchi personali che, in una democrazia matura, dovrebbero suscitare forte preoccupazione. Quando un avversario politico viene ridicolizzato o descritto come una scimmia manovrata da altri poteri, si abbandona il terreno del confronto democratico per entrare in quello della delegittimazione personale.
Per questa ragione ritengo che il tema non siano soltanto le percentuali elettorali o le previsioni dei sondaggisti. Ciò che colpisce è il comportamento stesso della classe dirigente uscente. Se davvero una parte del gruppo di governo arrivasse a considerare accettabile l’uso di una crisi militare per influenzare il calendario politico o il clima elettorale, ci troveremmo di fronte a qualcosa di molto più grave di una semplice competizione tra partiti.
Naturalmente questa rimane una mia interpretazione e non un fatto dimostrato. Tuttavia la combinazione tra l’estrema personalizzazione della campagna, la scomparsa dalla scena dei principali ministri, il ricorso costante a messaggi di emergenza e il deterioramento del linguaggio politico mi sembrano il segnale di un sistema sotto forte pressione.
Al di là di chi vincerà le elezioni, l’impressione è quella di un Israele attraversato da una profonda sofferenza politica e istituzionale. Una democrazia è solida non quando tutti sono d’accordo, ma quando gli avversari si riconoscono reciprocamente come legittimi. Quando prevale la paura, quando il dibattito pubblico si riduce a scontri personali e quando ogni elezione viene descritta come una battaglia esistenziale, è il tessuto democratico stesso a mostrare segni di affaticamento.
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