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Quanto costa andare a Lucca Comics: alloggi, biglietti e dove dormire per risparmiare

24 October 2026 at 16:17

Sta per cominciare il Lucca Comics & Games 2026, momento nel quale la città di Lucca viene invasa dai fan dell’animazione, dei videogiochi e del fumetto. La fiera si terrà da mercoledì 28 ottobre a domenica 1° novembre e come ogni anno accedervi è piuttosto difficile. La biglietteria è stata aperta lo scorso 1° settembre, ma gli abbonamenti a prezzo ridotto erano disponibili già dal 23 giugno al 24 luglio 2026. Tutto questo per arrivare poi a cercare dove alloggiare o come arrivare attraverso il trasporto pubblico o privato in città in occasione dell’evento.

Per chi già conosce la fiera, i prezzi degli alloggi sono una nota dolente. La spesa media per partecipare a Lucca Comics & Games 2026, considerando due notti di pernottamento, viaggio e abbonamento per due persone, è di 696 euro. Altroconsumo ha confrontato i prezzi e trovato la soluzione più conveniente per chi vuole vivere l’esperienza della fiera.

Quanto costa un weekend a Lucca Comics & Games 2026

Altroconsumo ha messo a confronto i prezzi di pernottamento, viaggio e abbonamento per un weekend a Lucca Comics & Games 2026. La spesa media per due persone è di 696 euro.

Durante la ricerca delle città dove soggiornare, è stata stilata una classifica delle più convenienti. Il costo varia sensibilmente in base alla città di partenza e la soluzione più conveniente è Firenze con 596 euro complessivi. A seguire:

  • Genova 620 euro;
  • Bologna 665 euro.

E sale per chi parte da città più lontane, con spese di viaggio che fanno aumentare il prezzo complessivo. Per chi parte da Bari la spesa è di 784 euro, per chi parte da Torino è di 749 euro e per chi parte da Milano è di 739 euro.

La spesa più alta del weekend resta comunque il pernottamento, che prevede una media di circa 400 euro, mentre il costo del viaggio è determinato dalla città di partenza. La partecipazione al festival in sé è quello che costa meno, con biglietti che variano dai 26,50 euro di mercoledì 28 ottobre ai 34,50 euro di sabato 31 ottobre.

Gli alloggi segnano +138% durante l’evento

Il Lucca Comics & Games smuove masse di fan e la città viene invasa. L’impatto è di forte pressione sugli alloggi, con un aumento dei prezzi nell’area di Lucca, Pisa e Viareggio che nel weekend raggiunge fino a 404 euro, contro i 170 euro di un weekend tradizionale.

Il rincaro medio nel 2026 è del +138%, molto superiore rispetto al +70% rilevato nel 2024. Un aumento che impatta su tutte le tipologie di struttura, con le dovute differenze:

  • appartamenti e case fino a +325% su Booking e +196% su Airbnb;
  • alberghi e ostelli arrivano a costare il doppio;
  • B&B e campeggi registrano rincari fino al 50%.

A Lucca, secondo l’indagine, si trovano meno alloggi disponibili rispetto alle altre città prese in considerazione ed è anche la città dove le spese medie per un alloggio crescono di più. Per un weekend possono raggiungere cifre anche di 1.600 euro, contro i 208 euro in un weekend di confronto. L’aumento è del 414%.

Per risparmiare, chi vuole partecipare all’evento può guardare nell’area intorno a Lucca, per esempio a Pisa, dove i rincari sono più bassi ed è possibile trovare un appartamento per un weekend al costo di 292 euro.

Meno prenotazioni rispetto allo scorso anno

Federalberghi-APAM ha confermato che l’evento “è un momento strategico” per la città di Lucca, ma secondo i dati provvisori l’andamento delle prenotazioni per il 2026 è più cauto e lento rispetto agli standard storici. Dati che però risultano in linea con la vendita in calo dei biglietti per l’evento.

Il presidente Carlo Bartolini parla del Lucca Comics come di un’importante occasione di lavoro per le strutture della città, ma sottolinea che bisogna garantire flussi anche nei mesi successivi attraverso altri eventi, come per esempio quelli natalizi.

Secondo il presidente di Assohotel-Confesercenti, Giovanni Biondi, la manifestazione del 2026 ha portato volumi di lavoro normali e non ci sarebbe stato “il boom degli scorsi anni”.

Desertificazione negozi, 460mila locali sfitti ci costano quasi 5 miliardi l’anno

24 October 2026 at 14:55

Le città italiane sono a rischio desertificazione. Gli esercizi commerciali locali e le piccole attività stanno lasciando spazio ai punti vendita delle multinazionali o all’acquisto online. Secondo la stima condotta dall’Ufficio Studi di Confcommercio in collaborazione con l’Istituto Tagliacarne, entro il 2026 i negozi sfitti sul territorio nazionale raggiungeranno quota 458.000.

La mappa che emerge dall’analisi dei dati condotta è quella di una crisi strutturale che colpisce in maniera disomogenea il Paese, con criticità profonde soprattutto nel piccolo commercio e nei servizi. E a pagare il prezzo più alto di questa trasformazione economica, si legge, sono il piccolo commercio non alimentare e il settore della ristorazione e dei bar.

I numeri del fenomeno

Le dimensioni del fenomeno sono importanti. La fotografia scattata dall’ufficio di Confcommercio segnala 460.000 locali commerciali sfitti, di cui uno su quattro nelle zone rurali. Il dato va di pari passo con la proprietà degli stessi locali: solo 1 imprenditore su 3 è proprietario dell’immobile.

La quota più bassa di proprietà del locale è stata registrata nel Lazio (31,5%), mentre la quota più alta è registrata in Basilicata con il 46,5%.

Basta camminare per le città per accorgersi di questo fenomeno sempre più ampio, dove a pagare sono soprattutto i piccoli commerci non alimentari (171 mila negozi chiusi) e il settore della ristorazione e dei bar, dove si stimano quasi 90.000 locali vuoti.

I picchi si registrano in:

  • negozi tradizionali;
  • abbigliamento;
  • calzature;
  • articoli per la casa;
  • agenzie di viaggio;
  • cura della persona (saloni di parrucchieri ed estetiste).

Dove chiudono più negozi?

Il fenomeno, come altri registrati in Italia, appare più profondo e complesso nel Mezzogiorno, dove raggiunge il 19,4% rispetto a un Nord-Est che registra l’incidenza più contenuta, pari al 13,8%. A giocare un ruolo cruciale nella tenuta del tessuto commerciale, secondo l’analisi, è il livello di urbanizzazione.

Nei piccoli comuni o nei comuni rurali o scarsamente popolati si tocca la punta massima del 18,7% di saracinesche abbassate, mentre nelle grandi città e nei centri urbani intermedi si registra la quota più bassa, intorno al 16%.

Desertificazione, quanto ci costa

A preoccupare non è però soltanto la quantità dei negozi chiusi, ma anche da quanto tempo questo fenomeno va avanti. Tra il 2012 e il 2023 la durata dell’inutilizzo di un locale commerciale è stata calcolata in 7,2 anni. Secondo l’Osservatorio del Mercato Immobiliare, il canone medio annuo stimato è di circa 16.000 euro a prezzi attuali.

Un negozio vuoto genera un guadagno mancato complessivo di 116.000 euro lungo l’intero periodo di sfitto. Questo si traduce, per il sistema economico italiano, in una perdita di 53 miliardi di euro complessivi, pari a circa 4,4 miliardi di euro all’anno (0,2% del Prodotto Interno Lordo nazionale).

Paolo Testa, responsabile del settore Urbanistica e Rigenerazione Urbana di Confcommercio, ha commentato:

Il negozio di vicinato sta attraversando una profonda trasformazione culturale e politica: non viene più considerato semplicemente come un’attività d’impresa, ma come una vera e propria infrastruttura civica indispensabile per la vita urbana.

Riqualificazione urbana: la strategia

Da qui nascono progetti come quello di Confcommercio che vuole riportare il valore sociale delle imprese di prossimità al centro dell’agenda delle istituzioni nazionali ed europee. Si chiama “Cities”, e sottolinea come un locale di vicinato garantisca un presidio, anche di sicurezza grazie alle sue vetrine accese, crei legami umani che alimentano la rete di welfare invisibile nei quartieri e contribuisca a mantenere lo spazio pubblico curato, vivo e vivibile.

Per Confcommercio è necessario intervenire sulle condizioni generali di vivibilità, sicurezza, attrattività e qualità dell’abitare per spingere i cittadini a tornare a vivere, frequentare e fare acquisti nei propri quartieri. Serve che ogni città si doti, si legge nel report, di un proprio Piano d’azione territoriale pensato per riaprire i locali sfitti e rivitalizzare i centri storici, restituendo energia ai quartieri periferici.

Per farlo funzionare servono risorse ai Comuni per riaprire i quartieri vuoti. Il Governo, chiede il presidente di Confcommercio, deve destinare adeguate risorse ai Comuni per realizzare i piani di sostegno alle economie di prossimità, con l’obiettivo di riaprire i locali vuoti e favorire nuove attività per ridare vita alle comunità.

Mutui in rialzo, vendite in calo e affitti più alti: le città più care

24 October 2026 at 14:03

L’aumento dei tassi di interesse sta impattando sul mercato immobiliare, cioè sulla possibilità delle persone di accedere a un mutuo e acquistare una casa. Lo scenario per la fine del 2026 e l’inizio del 2027, secondo gli esperti, è che difficilmente si potrà registrare un’inversione di tendenza. Questo si traduce in un impatto maggiore su vendite, mutui e affitti.

Idealista ha analizzato i dati di compravendite e affitti città per città e ha disegnato un quadro di previsione per il mercato immobiliare complesso.

Mercato dei mutui: tasso fisso

In questo momento i mutui più a rischio di aumento sono quelli a tasso fisso. L’Eurirs a vent’anni infatti è arrivato il 1° ottobre al 3,75%. È logico, si legge ancora nell’analisi, aspettarsi che i mutui fissi arrivino con un tasso effettivo ad almeno il 4%. Non un valore insostenibile, ma in un contesto di riduzione del potere d’acquisto appare come un ostacolo al mutuo.

Oggi a parità di rata e di reddito si ottiene un finanziamento minore. L’esempio citato nell’analisi del Corriere della Sera è il seguente:

con 1.000 euro al mese per trent’anni al 3% si finanziano 273.000 euro, mentre al 4% si scende a 210.000 euro.

Mercato dei mutui: tasso variabile

A regolare i mutui a tasso variabile è invece l’indicatore Euribor, che è leggermente sceso. Questo tipo di mutuo in Italia è meno usato rispetto al tasso fisso, perché è considerato più rischioso.

Comunque nelle prossime riunioni della BCE potrebbe tornare ad aumentare, vista l’inflazione che viaggia a un ritmo doppio rispetto al target del 2%.

L’impatto sul mercato immobiliare

L’aumento dei tassi e del costo del mutuo porta incertezza sul mercato immobiliare. Le persone chiedono meno alle banche per ottenere un mutuo, non soltanto per l’incertezza generale, ma anche perché viene concesso loro meno.

Ci saranno quindi meno mutui e, secondo quanto riportato nell’analisi, al calo delle erogazioni fa seguito dopo pochi mesi un calo analogo di vendite di prime case. Così meno acquisti significano meno vendite o più fatica a vendere. In una prima fase si chiederà di più per compensare l’inflazione, ma a un certo punto si riconosceranno le difficoltà di chi cerca di acquistare e si arriverà a scontare (o “svendere”) le proprie abitazioni.

Trend degli affitti

In assenza della possibilità di acquistare una prima casa, sono moltissimi quelli che restano in affitto. Il mercato però è saturo di richieste oltre il sostenibile, come a Milano.

Come per gli acquisti di case, nell’analisi si ipotizza che caleranno anche gli affitti.

Prezzi di compravendite e canoni di locazione: dove aumentano

Idealista ha pubblicato il consuntivo sui prezzi di compravendita e sui canoni di locazione in Italia, fotografando e mappando province e capoluoghi dove i prezzi sono saliti e scesi. Per quanto riguarda i prezzi delle vendite, il dato generale sull’intero Paese è di -1,1%, ma su base annua il dato rimane positivo.

Per quanto riguarda invece i comuni capoluogo, le variazioni sono principalmente positive rispetto al trimestre precedente, con rialzi più consistenti a:

  • Mantova con +5,4%;
  • Ragusa con +5,1%;
  • Imperia con +5%.

Incrementi inferiori nei grandi centri come Padova e Torino, ma soprattutto Roma, Napoli, Firenze e Milano. Quest’ultima resta in testa alla classifica delle città più care con 5.659 euro al metro quadro, seguita da Venezia, Bolzano e Firenze. In un confronto con Roma, il prezzo al metro quadro è pari a 3.810 euro.

Per quanto riguarda invece i canoni di locazione, sulla media nazionale l’aumento è pari a +0,5%, ma nel mercato delle principali città l’aumento maggiore è stato registrato a:

  • Genova con +7,3%;
  • Torino con +5,6%;
  • Bologna con +2,1%;
  • Roma con +1,9%;
  • Palermo con +1,3%;
  • Firenze con +1,1%.

Anche in questo caso, Milano resta la città più cara con 22,4 euro al metro quadro al mese: tradotto, sarebbero 1.800 euro al mese per 80 metri quadri. Anche in questo caso si può fare un confronto con Roma, che invece si ferma a 19,2 euro al metro quadro al mese.

Agrivoltaico, la scommessa dell’Europa solare: pro e contro per gli agricoltori

24 October 2026 at 12:51

I pannelli fotovoltaici possono aiutare gli agricoltori. L’agrivoltaico infatti potrebbe contribuire a prevenire l’abbandono dei terreni agricoli, diventando una fonte di energia e allo stesso tempo una barriera protettiva per i raccolti. L’agrivoltaico permette di integrare la produzione alimentare con la produzione di energia rinnovabile e nella pratica consiste nell’installazione di pannelli fotovoltaici sopra o tra le coltivazioni agricole.

Secondo uno studio del 2023, l’Europa ha il potenziale per generare una quantità di energia elettrica pari a 25 volte il suo attuale fabbisogno tramite l’agrivoltaico o fotovoltaico agricolo. L’agrivoltaico ha un grande potenziale sia in termini di benefici economici sia ambientali, perché permette di ridurre la superficie necessaria per generare energia dal solare. Non tutti però sono d’accordo, perché questo sistema potrebbe “ignorare i reali problemi”.

Trasformare l’Europa in una potenza solare

L’Europa può diventare una potenza solare e a dircelo è stato persino Elon Musk, quando lo scorso gennaio ha affermato come le zone scarsamente popolate di Sicilia e Spagna potrebbero teoricamente generare l’energia solare sufficiente per tutto il continente.

Uno scenario non lontano dalla realtà che aziende come Amazon e Apple stanno cercando di realizzare. Infatti queste multinazionali hanno firmato contratti per l’acquisto di energia da grandi progetti agrivoltaici con capacità di oltre 150 MW, capaci di soddisfare il fabbisogno di circa 100.000 famiglie italiane.

Euronews ricorda anche come l’Europa stia già finanziando il progetto AgriSol, un investimento di 1,9 milioni di euro per progetti agrivoltaici in Spagna e in Italia. La sola Italia ha ottenuto 1,7 miliardi di euro di aiuti proprio per l’iniziativa.

L’impatto sull’agricoltura

Da una parte ci sono le promesse di un continente capace di sostentarsi solo con l’energia rinnovabile, dall’altra c’è il reale impatto di questa corsa. Le normative europee infatti limitano l’utilizzo di grandi campi per gli impianti fotovoltaici, lasciandoli all’agricoltura.

Anche i progetti agrivoltaici hanno dei limiti. In Francia, per esempio, i progetti devono mantenere almeno il 90% della produzione agricola rispetto ai rendimenti di riferimento stabiliti a livello locale, mentre in Italia la percentuale è del 70%.

La chiave, come spiega Pilar Flores, coordinatrice del progetto agrivoltaico finanziato dall’Unione Europea presso l’Istituto Murciano per la Ricerca e lo Sviluppo Agricolo e Ambientale, è garantire una perdita minima di terreno coltivabile.

Quali sono i vantaggi per gli agricoltori?

L’agrivoltaico può essere una scelta vantaggiosa per diversi agricoltori. A seconda dei casi, infatti, l’agrivoltaico può migliorare l’efficienza dell’uso dell’acqua, proteggere i raccolti dalle condizioni meteorologiche e aumentare la produttività dei terreni. Se si inizia a pensare agli impianti fotovoltaici sui terreni agricoli come a un sistema per proteggere questi ultimi dai cambiamenti climatici, allora l’agrivoltaico può diventare un vantaggio reale per gli agricoltori, pur riducendo leggermente la percentuale di terreno dedicata alla sola coltivazione.

L’agrivoltaico infatti rappresenta uno strumento fisico per evitare l’abbandono dei terreni, ridurre i cali di profitto per gli agricoltori e proteggere i campi da caldo e piogge eccessive. I pannelli banalmente proiettano ombra, riducendo l’evaporazione e quindi aiutando il terreno a trattenere l’umidità.

Quali sono gli svantaggi?

La verità è che i benefici descritti non sono garantiti. “Tutte queste opportunità vengono talvolta presentate come se fossero scontate, ma dipendono dal sistema agrivoltaico utilizzato e dalle caratteristiche del territorio”, spiega Flores.

In alcuni casi i territori vengono sottoposti a uno stress aggiuntivo in presenza di pannelli fotovoltaici e quindi bisogna analizzare caso per caso per capire se ci siano vantaggi o meno. È della stessa opinione il presidente dell’Associazione Rurale Italiana, Fabrizio Garbarino:

L’agrivoltaico sta approfittando della crisi del settore agricolo in Italia, mentre dovremmo concentrarci su soluzioni concrete per prevenire l’abbandono dei terreni agricoli.

Le grandi aziende tecnologiche promettono risultati anche per gli agricoltori, ma come abbiamo visto non sono scontati. In uno studio del 2025 si è scoperto che l’agrivoltaico favorisce i grandi agricoltori, i proprietari terrieri e gli investitori, a scapito dei piccoli agricoltori e delle comunità locali.

I motivi sono gli elevati costi iniziali e le lunghe attese per l’allacciamento alla rete elettrica. In Italia circa 775 milioni di euro di fondi pubblici destinati ai progetti agrivoltaici sono stati impiegati su larga scala, su proprietà di multinazionali straniere e non dei piccoli agricoltori. I grandi investitori così si insediano in luoghi che spesso non conoscono e ottengono solo i benefici economici della produzione energetica, non garantendo lo stesso risultato agli agricoltori che quel terreno lo hanno ceduto.

L’agrivoltaico ha il potenziale per essere un beneficio per entrambe le parti, per chi investe nell’energia e per chi coltiva la terra, ma deve partire da una coordinazione comune, senza mai smettere di pensare al terreno e alla comunità locale.

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