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Chi sono gli Studenti serbi che hanno sconfitto Vučić: organizzazione orizzontale, nessun leader e decisioni assembleari. Adesso la prova di governo

26 October 2026 at 16:51

Dopo una lunga notte che ha avuto le sembianze di un sogno, è arrivato il giorno. E la Studentska lista ora ha sulle proprie spalle la vera sfida: traghettare la Serbia verso una stagione più luminosa, dimostrare ai cittadini che hanno riposto in loro fiducia che condizioni di vita migliori sono davvero possibili. Il movimento nato dalla tragedia di Novi Sad, in cui 16 persone il primo novembre del 2024 persero la vita a causa del crollo della pensilina della stazione cittadina, è legato soprattutto a volti giovanissimi. Furono loro i primi a scendere per le strade per chiedere che si facesse chiarezza, che si mettesse fine a un sistema corrotto i cui gangli permeavano tutti i settori della società, edilizia compresa. Ma come sotto l’effetto di un contagio collettivo, il movimento nei mesi si è allargato, riuscendo ad abbracciare una parte significativa della società serba in modo trasversale e a catalizzare persone di età, esperienze lavorative e provenienze diverse. Tra i 250 candidati presentati lo scorso settembre figurano infatti, oltre agli studenti, docenti universitari, artisti, agricoltori e professionisti negli ambiti più disparati.

Tuttavia, almeno per il momento, uno dei principali capisaldi che la Studentska lista ci ha tenuto a rimarcare è l’assenza di un leader o di un portavoce. L’intenzione dichiarata è quella di basarsi su un’organizzazione orizzontale, anche se durante la campagna elettorale il movimento è stato guidato soprattutto da Ilija Srdanović, un professore della Facoltà di Medicina dell’Università di Novi Sad. Il cardiologo, al momento, è visto come il candidato più probabile a occupare la posizione di primo ministro, anche se non è chiaro chi assumerà la guida dei ministeri chiave, inclusi quelli degli Affari Interni, delle Finanze e della Giustizia.

In questo passaggio anti-verticistico è custodito il vero taglio con il passato, poiché negli ultimi 14 anni la Serbia è stata abituata a qualcosa di diverso, a un singolo uomo, Aleksandar Vučić, che aveva finito per trattare il suo partito (SNS, Partito Progressista Serbo) e la politica di governo come un affare personale. Opponendosi a una formula verticistica del potere, le decisioni del movimento sono prese attraverso i plenum, assemblee studentesche in cui le proposte vengono discusse e poi sottoposte al voto. Anche la selezione dei candidati è avvenuta attraverso questo processo, con l’obiettivo di garantire una rappresentanza condivisa, seguendo un modello orizzontale che punta a ridurre il peso dei singoli. L’obiettivo è quello di fare pulizia e nell’opera di rinnovamento di cui gli studenti vogliono essere gli artefici hanno una traiettoria segnata da undici punti, quelli che compongono il loro programma ufficiale.

“Con interventi decisi, vogliamo fermare il saccheggio delle risorse pubbliche e restituire alle casse dello Stato il denaro sottratto, destinandolo direttamente all’istruzione e allo sviluppo economico. L’obiettivo è creare le condizioni affinché i giovani possano restare in Serbia e costruire qui il proprio futuro e quello delle loro famiglie – si legge nel documento – Abbiamo bisogno di istituzioni capaci di funzionare senza direttive delle segreterie di partito, di una magistratura in cui la legge sia uguale per tutti, indipendentemente da chi si trovi davanti ai giudici. Di finanze pubbliche sottoposte al controllo dei cittadini, di un sistema di istruzione e di una sanità che lo Stato non consideri un peso. Di media liberi dalle pressioni politiche. E di amministrazioni locali in cui i cittadini partecipino davvero alle decisioni che determinano la loro vita”.

Tra i punti più concreti del programma ci sono libri di testo gratuiti per tutti gli studenti delle scuole primarie e secondarie, ma anche gite e attività scolastiche più economiche. Sul fronte sociale, la lista propone soluzioni abitative a condizioni agevolate per alcune categorie, mentre in ambito occupazionale, vuole ridurre da 24 a 12 mesi la durata dei contratti a tempo determinato. Per quanto riguarda la questione sanitaria, invece, emerge la priorità per un accesso più equo a medicinali e farmacie nelle aree rurali e meno sviluppate.

Tuttavia, mentre a una prima occhiata risultano molto chiare le riforme interne, appaiono più sfumate le posizioni su alcuni temi cruciali riguardanti la politica internazionale della Serbia, come il percorso di integrazione nell’Unione europea e il complesso rapporto con il Kosovo. In alcune interviste ai media del Paese, Radomir Sajčić, una delle figure che fa parte della Studentska lista, nel merito ha cercato la risposta nella Costituzione serba che considera il Kosovo parte integrante del Paese. Una posizione in controtendenza rispetto ai principi di giustizia e libertà di cui il movimento si vuole fare portavoce. Resta quindi da capire come i vincitori del 25 ottobre navigheranno tra i tanti scogli politici accumulati negli anni dalla politica serba e se sapranno davvero differenziarsi dal regime che sono stati in grado di sconfiggere nelle cabine elettorali.

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Cibo a base di insetti e carne coltivata, gli europei divisi: chi è disposto a mangiarli

26 October 2026 at 13:57

Gli alimenti a base di insetti, la carne coltivata in laboratorio e gli ingredienti ottenuti attraverso tecniche innovative fanno parte di un dibattito sempre più centrale per il sistema agroalimentare europeo, chiamato a confrontarsi con il cambiamento climatico, la scarsità di risorse e la necessità di rendere più resilienti le filiere produttive.

Intanto, i consumatori sembrano riconoscere le opportunità offerte dalla ricerca, ma chiedono più trasparenza, informazioni comprensibili e garanzie sulla sicurezza di ciò che acquistano. Non tutti, però, sono aperti a questa eventualità.

Cibo a base di insetti e carne da laboratorio, cosa pensano gli europei

Come riportato nel nuovo Eurobarometro sull’innovazione alimentare, pubblicato dalla Commissione europea il 26 ottobre 2026:

  • il 68% degli europei riconosce che l’innovazione in ambito alimentare può aiutare agricoltori e produttori ad affrontare le sfide del settore;
  • il 72% dichiara di non sentirsi adeguatamente informato sui nuovi alimenti, ingredienti e colture.

Il primo dato che emerge dall’indagine (condotta in tutti i 27 Stati membri tra il 22 maggio e il 24 giugno 2026 su 26.456 persone di almeno 15 anni) è che quasi sette europei su dieci ritengono che l’innovazione alimentare possa fornire strumenti aggiuntivi per affrontare problemi come:

  • siccità;
  • parassiti;
  • eventi meteorologici estremi;
  • scarsità di risorse;
  • interruzioni delle catene di approvvigionamento.

Tuttavia, molti europei che riconoscono l’utilità della ricerca sono poco convinti all’idea di acquistare alimenti realizzati con ingredienti insoliti o processi produttivi poco conosciuti. E questo nonostante abbiano già visto quanto siccità ed eventi estremi pesino sulla competitività dell’agricoltura e sulla stabilità dei prezzi.

Il sostegno, quindi, non equivale necessariamente alla disponibilità a consumare qualsiasi prodotto ottenuto attraverso tecniche recenti. Infatti:

  • il 51% degli intervistati dichiara di avere una visione negativa dei prodotti alimentari innovativi;
  • solo il 39% ne ha una positiva.

Chi è più disposto a provare il cibo del futuro

Dati più specifici sulla carne coltivata arrivano da altre indagini. Uno studio realizzato da Euroconsumers nel gennaio 2025 in quattro Paesi europei, tra cui l’Italia, ha rilevato che il 47% dei consumatori italiani sarebbe disposto a provarla se fosse autorizzata e disponibile sul mercato. La percentuale sale al 56% in Spagna, al 53% in Portogallo e si attesta al 44% in Belgio.

C’è quindi un potenziale interesse, che non si traduce con certezza in domanda (e acquisto). La ricerca però fa anche luce su quali condizioni potrebbero favorire la diffusione della carne coltivata:

  • per il 48% dei consumatori coinvolti nello studio, il prodotto dovrebbe avere gusto e consistenza simili a quelli della carne tradizionale;
  • per il 59% il prezzo è altrettanto importante: più della metà degli intervistati ha infatti dichiarato che non la comprerebbe se costasse più della carne convenzionale.

Il 51% esprime timori legati ai possibili effetti sulla salute nel lungo periodo, mentre il 68% si dichiara disposto a fidarsi dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) nel valutare se il prodotto sia sicuro.

Il discorso cambia quando si parla di insetti destinati all’alimentazione umana. Grilli, larve e altre specie commestibili possono essere trasformati in ingredienti utilizzabili, per esempio, in farine, snack e prodotti ad alto contenuto proteico. In questo caso, secondo un altro studio, condotto in 11 Paesi dell’Unione europea, il 12,9% degli intervistati non escludeva la possibilità di sostituire la carne con gli insetti, pur senza dichiararsi disposto a farlo con certezza. Tra i Paesi in cui emergeva una maggiore apertura figuravano Belgio, Austria e Paesi Bassi.

La resistenza, quindi, non riguarda soltanto la conoscenza delle caratteristiche nutrizionali, ma anche le abitudini alimentari e la percezione di ciò che viene considerato normale o accettabile a tavola.

Chi accetta meglio le novità

Secondo il nuovo Eurobarometro, infine, la disponibilità ad accettare alimenti innovativi è maggiore in alcune fasce della popolazione:

  • i giovani;
  • le persone con livelli di istruzione più elevati;
  • chi vive nelle grandi città;
  • chi conosce già queste tecnologie.

In particolare, oltre il 50% degli intervistati con meno di 39 anni dichiara di sentirsi a proprio agio con gli alimenti innovativi, contro il 34% delle persone di almeno 55 anni. Nelle grandi città, più della metà dei residenti esprime un atteggiamento positivo rispetto agli alimenti sviluppati con tecniche moderne, mentre nelle aree rurali e nei villaggi la percentuale varia tra il 42% e il 46%.

La differenza più marcata, tuttavia, riguarda il livello di informazione:

  • tra chi ritiene di essere ben informato sugli alimenti innovativi, il 72% ha un’opinione positiva;
  • la percentuale scende al 27% tra chi non si sente adeguatamente informato;
  • il 59% di chi ne aveva già sentito parlare si dichiara a proprio agio con gli alimenti innovativi, contro il 32% di chi non li conosceva.

Uno dei risultati più importanti dell’indagine riguarda comunque le informazioni che dovrebbero accompagnare i nuovi prodotti. L’85% degli europei ritiene infatti che gli alimenti innovativi debbano avere denominazioni chiare e fornire indicazioni comprensibili su come vengono prodotti, quali ingredienti contengono e da dove provengono.

Gli Studenti sconfiggono Vucic e sperano nella svolta europea: il sogno di un Paese con istituzioni trasparenti e democratiche

26 October 2026 at 10:22

Ad Aleksandar Vucic non è bastato onorare il genocida Ratko Mladic con funerali di Stato per titillare il nazionalismo dei serbi, specialmente dei giovani che guardano all’Europa. Dopo 14 anni alla guida del Paese, il suo ultimo disperato tentativo per rimanere al potere facendosi eleggere di nuovo primo ministro dopo essersi dimesso anticipatamente dalla presidenza della Repubblica si è infranto contro il muro dell’aspirazione di oltre metà della popolazione di vivere e crescere in un Paese con istituzioni trasparenti e realmente democratiche in grado peraltro di far entrare il Paese nell’Unione europea.

La “Lista degli Studenti”, con a capo il cardiologo e docente universitario di Novi Sad Ilija Srdanović, ha costretto l’equilibrista conservatore neoliberale Vucic, da sempre vicino a Mosca e a Pechino anziché a Bruxelles, ad ammettere la sconfitta a seggi appena chiusi. L’enorme affluenza, anche tra gli espatriati, ai seggi aveva fatto comprendere a Vucic che il giochetto non gli era riuscito: se non si fosse dimesso a un anno dalla scadenza del mandato, sarebbe ancora presidente della Repubblica. Le manifestazioni di massa di questi due anni – iniziate subito dopo la tragedia dei 16 morti in seguito al crollo della pensilina appena ricostruita con fondi pubblici nella stazione ferroviaria di Novi Sad – tuttavia invece di spegnersi con l’aumento delle intimidazioni e strette sulla libertà di stampa da parte del presidente e del suo partito, l’SNS, al governo sono andate aumentando mettendolo di fatto all’angolo. I lavori di ristrutturazione della stazione erano stati appaltati anche a imprese cinesi, sollevando accuse di corruzione. Nel 2018 la cinese Zijin ha comprato il 63% della società che gestisce le miniere di rame di Bor. Vucic aceva sostenuto anche il progetto di Rio Tinto per estrarre litio nella valle di Jadar, nonostante le proteste degli abitanti che temono danni alle falde acquifere e quindi alle coltivazioni. Gli studenti hanno pertanto chiesto contratti e responsabilità. Vucic ha risposto accusandoli di essere al servizio di potenze straniere. La polizia ha arrestato e picchiato manifestanti.

Da parte sua il movimento studentesco ha presentato un programma: contratti stabili, libri scolastici gratuiti, medicinali meno cari, case accessibili, confisca dei patrimoni illeciti. La Sinistra Europea ha sostenuto ufficialmente la loro lista. Queste legislative sono state di fatto un referendum contro Vucic diventato l’emblema della corruzione di Stato e del business senza regole. Non solo il movimento studentesco ma la maggior parte dei serbi ha mostrato di esigere una scelta anche in ambito geopolitico. Ma Vucic non l’ha fatta, anzi ha cercato in ogni modo di reprimere il dissenso piuttosto che il dialogo, soprattutto con la generazione Z.

Ora la prova decisiva per capire dove andrà la Serbia con i suoi 6.5 milioni di cittadini sarà osservare tre decisioni del nuovo governo: l’indipendenza della magistratura; il rapporto con la Russia e Cina; i progressi nella normalizzazione con il Kosovo.

Se su questi fronti arriveranno cambiamenti concreti, la vittoria degli studenti potrà diventare l’inizio di una vera svolta europea.

Se invece prevarranno le difficoltà interne e la continuità geopolitica, la Serbia potrebbe cambiare governo senza avvicinarsi in modo significativo all’Unione.

La caduta del “ sistema Vucic” può aprire la porta dell’Europa, ma non significa che la Serbia l’abbia già attraversata.

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Tumori, in Italia e in Europa si muore di meno: cure innovative e prevenzione fanno la differenza

26 October 2026 at 09:15

Ogni anno, in Europa, sono 2,7 milioni i nuovi casi di cancro, pari a 5 ogni minuto. Dall’altro lato, grazie alle campagne di prevenzione e a cure sempre più efficaci, dal 1988 a oggi sono stati evitati circa 7,3 milioni di decessi oncologici nell’Unione Europea. Nel 2026 sono stimate circa 1.230.000 morti per tumore, con una diminuzione del 7,8% per gli uomini e del 5,9% per le donne rispetto al periodo 2020-2022.
Lo ricordano gli esperti dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), in occasione del Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), segnalando come la strada da fare sia ancora lunga.

Si stima che in Europa il 5% della popolazione abbia affrontato una diagnosi di tumore, per un totale di 23,7 milioni di persone. In Italia vivono 4 milioni di cittadini dopo la diagnosi di cancro. Nel 2025, nel nostro Paese, sono stati stimati circa 390.000 nuovi casi. In numerose neoplasie i tassi di sopravvivenza e guarigione sono in aumento. Il 63% delle donne e il 54% degli uomini sono vivi a 5 anni e almeno un paziente su quattro è tornato ad avere la stessa aspettativa di vita della popolazione generale e può ritenersi guarito. Per migliorare ulteriormente questi risultati, è fondamentale investire nella ricerca e nei programmi di prevenzione.

I numeri che fanno sperare e riflettere

Il carcinoma polmonare nei maschi fa registrare la diminuzione più consistente (-22,5%). L’innovazione non si traduce solo in vite salvate, ma anche nella possibilità di reinserire nel tessuto sociale e produttivo le persone che hanno vissuto l’esperienza del cancro. In Europa infatti, i costi indiretti, legati soprattutto alla perdita di produttività determinata dalla malattia, sono diminuiti del 16% in circa 30 anni, da 97 miliardi di euro nel 1995 a 82 miliardi nel 2023. Per quanto riguarda il calo dei decessi per cause oncologiche nella popolazione maschile, il merito va soprattutto alla diminuzione dell’abitudine tabagica negli uomini.

Viste le buone notizie, con margini di miglioramento ancora da esplorare, restano però criticità nell’accesso alle terapie innovative. Nel Vecchio Continente, in media, viene reso disponibile solo il 51% dei nuovi farmaci approvati dall’ente regolatorio europeo (EMA) e servono 655 giorni per accedervi (nel 2025).

Il nostro Paese presenta dati migliori, anche se i tempi sono ancora troppo lunghi. L’Italia, infatti, garantisce l’accesso all’89% dei farmaci anticancro approvati da EMA e, in questa classifica, è seconda in Europa dopo la Germania (91%) (Austria 86%; Spagna 73%; Francia 68%). Nel nostro Paese, però, devono trascorrere 470 giorni, cioè circa 15 mesi, per la disponibilità delle nuove cure.
Come segnala Massimo Di Maio, Presidente AIOM,

“le terapie innovative non migliorano solo la sopravvivenza, ma favoriscono anche il ritorno al lavoro e alla vita sociale. La riduzione dei costi indiretti del cancro è un risultato molto importante, determinato da cure sempre più efficaci, che devono essere disponibili per tutti i pazienti, perché si possa parlare di equità nell’innovazione. In un anno si sono allungati di oltre 2 mesi in Europa e di circa un mese in Italia i tempi per disporre dei nuovi farmaci anticancro. Nel 2024 in Europa servivano in media 586 giorni, nel nostro Paese 441. In Italia restano ancora criticità legate alle procedure burocratiche e amministrative perché, dopo l’approvazione della rimborsabilità da parte dell’Agenzia Italiana del Farmaco, in alcune Regioni è necessario attendere l’inserimento nei Prontuari Terapeutici Regionali. E ulteriori ritardi possono essere causati dalle gare regionali e dalla necessità di inclusione anche nei Prontuari Terapeutici Ospedalieri”.

L’impatto della politica

In 10 anni (2014 – 2023), in Europa, la spesa per i farmaci anticancro è aumentata da 24,9 miliardi di euro a 64,3 miliardi. Questa crescita è stata trainata da una combinazione di effetti legati ai prezzi e all’incremento del numero di casi di tumore. L’Italia sostiene il 14% della spesa europea per i farmaci oncologici e si colloca al terzo posto dopo Germania (19%) e Francia (19%). Ma per il futuro potrebbero esserci impatti anche dalle scelte di macroeconomia e di politica che potrebbero giocare un ruolo importante.

I tempi per accedere alle nuove cure potrebbero essere ulteriormente dilazionati a causa della clausola della “nazione più favorita” (MFN, Most Favored Nation), stabilita dall’amministrazione statunitense, che prevede di ridurre i prezzi dei farmaci americani allineandoli a quelli più bassi di altri Paesi, compresa l’Italia. Il provvedimento rischia di dilatare ulteriormente i tempi e di generare pesanti ripercussioni sull’assistenza oncologica nel nostro Paese. Le aziende farmaceutiche, infatti, potrebbero decidere di ritardare il lancio di nuove terapie oncologiche innovative in Europa e in Italia o di non renderle del tutto disponibili, per evitare che un prezzo basso locale condizioni o abbassi i ricavi sul più redditizio mercato statunitense.

Meno chemioterapia

Ma come siamo messi sul fronte delle cure? I progressi si vedono, eccome.

“In Europa, la quota della chemioterapia sulla spesa totale di farmaci oncologici è diminuita dal 22% nel 2014 al 6% nel 2023, superata dalle terapie mirate e dalle immunoterapie. Le sole immunoterapie rappresentano oggi il 29% delle uscite. Questi cambiamenti riflettono il crescente impatto dell’oncologia di precisione, che permette di selezionare la cura adatta per il singolo paziente. Il numero di approvazioni da parte di EMA è aumentato significativamente, passando da una media di un nuovo farmaco all’anno nel periodo 1995-2000 a circa 14 all’anno nel 2021-2024. I Paesi dell’Europa occidentale tendono a rimborsare un maggior numero di terapie e a farlo più rapidamente rispetto all’Europa centrale e orientale. Ad esempio, la Germania ha reso disponibile il 91% dei farmaci oncologici approvati dall’EMA nel periodo 2021-2024 entro poco più di 100 giorni, mentre Romania, Estonia, Malta, Slovacchia e Lettonia si fermano a percentuali pari o inferiori al 20% e il tempo di rimborso si attesta intorno ai 1.000 giorni in Lituania, Romania ed Estonia, determinando forti disuguaglianze, che devono essere superate quanto prima”

ricorda Giuseppe Curigliano, Presidente eletto ESMO.

La protesta che infiamma l’Albania è la più dura, e la più sottovalutata

26 October 2026 at 03:45

Oscurate dalle piazze francesi e italiane, le manifestazioni dei giovani contro il premier Edi Rama continuano da maggio in un Paese impoverito e scosso dalla corruzione, ma hanno ripreso vigore nell'ultima settimana con cruenti scontri

Le “sedie del dialogo” fatte collocare da Edi Rama davanti al palazzo del governo sono state bruciate domenica pomeriggio, al culmine di un altro weekend di scontri di piazza. Nelle proteste in Albania che vanno avanti da quasi centocinquanta giorni c’è anche una vena situazionista che potrebbe far sorridere, se non ci fosse seriamente da preoccuparsi per la tenuta di una democrazia ancora giovane e fragile. 

Il primo ministro, memore del suo passato di pittore e quindi aduso alla messa in scena, mentre la capitale Tirana veniva trasformata in campo di battaglia, con azioni sempre più repressive della polizia, il 20 ottobre aveva fatto collocare delle eleganti sedie in damasco rosso con sopra la scritta “dialog”. Il giorno dopo le sedie erano state sostituite con altre nere e più spartane. Infine, al terzo giorno: solo dei cilindri in cemento armato. Alla scenografica offerta di dialogo rivolta ai giovani che protestano contro l’aumento delle rette universitarie, la mancanza di studentati, la fatiscenza delle strutture e, in definitiva, contro la corruzione dilagante e la cronica crisi economica che affligge il Paese, a dire il vero, Rama aveva accompagnato azioni concrete molto meno concilianti. 

Innanzitutto, il tentativo comprensibile di dividere la piazza tra i facinorosi e chi protesta in pace, poi l’affermazione non supportata da prove concrete, secondo cui tra gli studenti ci fossero «persone radicalizzate», manovrate da Russia e Iran con l’obiettivo di impedire l’ingresso dell’Albania nell’Unione europea. Ancora, la minaccia di abbassare l’età della responsabilità penale che oggi è già a 16 anni (e a 14 per i reati più gravi), infine il bonus di 2.500 euro concesso in corso d’opera agli agenti schierati in piazza, parso a molti come l’atto più evidente di una volontà repressiva.

La risposta è arrivata sabato sera, anch’essa scenografica: i manifestanti hanno imbracciato mortai per fuochi d’artificio contro i reparti antisommossa. Lo spettacolo pirotecnico ha presto lasciato spazio a un’altra battaglia, con migliaia di persone lungo le vie principali di Tirana e verso piazza Skanderbeg, un principio d’incendio all’ingresso del ministero del Turismo e seimila poliziotti pronti anche a esplodere proiettili di gomma ad altezza d’uomo e a menare a più non posso. I video sui social documentano il pestaggio di Lulzim, un manifestante lasciato a terra esanime, l’aggressione al giornalista di News24 Klevin Muka con spray al peperoncino, e soprattutto il ferimento di Erjon Vishkulli, un ventottenne che rischia di perdere l’occhio sinistro.  

La protesta albanese oscurata prima da quella per la crisi abitativa in Spagna, poi dalle violente manifestazioni in Francia, infine dalle devastazioni dei maranza a Milano, è rimasta periferica nell’attenzione dei media e dell’opinione pubblica europea, ma ha radici ancora più profonde. 

A fine maggio l’Albania era stata scossa dalla cosiddetta Rivoluzione dei fenicotteri. Decine e poi centinaia di migliaia di persone per 136 giorni consecutivi si sono date appuntamento ogni sera nel cuore di Tirana per dire no alla “svendita” del Paese ai capitali stranieri. Tutto era nato da una protesta ambientalista contro un resort e centinaia di ville che dovrebbe nascere tra l’isola incontaminata di Sazan e la costa di Zvernec, attorno alla zona umida di Narta, dove i fenicotteri ignari del diritto societario svernano da sempre. Dietro la mega speculazione da quattro miliardi di euro c’è la Atlantic Incubation Partners, una società che fa capo a Jared Kushner e alla moglie Ivanka, la figlia di Donald Trump.

I manifestanti hanno chiesto per mesi l’abrogazione di due leggi che rendono possibile la costruzione di alberghi e resort anche nelle aree protette. Inascoltati hanno cominciato ad alzare il tiro, mettendo in discussione la permanenza al governo di Rama, il leader del Partito socialista rieletto solo l’anno scorso con una maggioranza schiacciante e al potere senza interruzioni dal 15 settembre 2013.  

«La protesta era pacifica, a tratti giocosa – spiega Arbër Agalliu, giornalista albanese naturalizzato italiano -, e per la prima volta vedeva gli albanesi scendere in piazza senza una regia politica, senza dei leader riconoscibili. Una mobilitazione nato dal basso». La svolta è arrivata il 13 ottobre, con le rivendicazione studentesche e i primi tafferugli. Manifestazioni ancora senza capi, organizzate via chat, ma stavolta colme di rabbia, pronte allo scontro fisico e con un’unica piattaforma programmatica: le dimissioni di Edi Rama.

«Frutto del malcontento generato dai problemi economici, i salari bassi, il gap sempre più ampio tra chi, anche in Albania, ha raggiunto un benessere di livello europeo e chi sopravvive» dice ancora Agalliu. Un Paese in cui tra il 2011 e il 2023 sono emigrate oltre seicentomila persone, su una popolazione scesa a poco più di 2,3 milioni di abitanti. Un Paese che esporta i propri ventenni, ma importa braccia disposte a paghe da fame da India, Filippine ed Egitto. Un Paese scosso dagli scandali, con il sindaco di Tirana Erion Veliaj (successore di Rama, che lo era stato per undici anni) in carcere dal febbraio 2025 per corruzione e riciclaggio, o con la vicepremier Belinda Balluku costretta alle dimissioni e formalmente accusata proprio il 20 ottobre di aver interferito nell’assegnazione di appalti per duecento milioni di euro e di “riciclaggio di denaro proveniente da attività criminali”.

«La criminalità ha preso il controllo dello Stato. C’è una crisi delle istituzioni e della democrazia» ha detto Fatos Lubonja, uno degli intellettuali di maggior spicco, rimasto diciassette anni nelle prigioni di Enver Hoxha, critico sia con Rama che con l’opposizione guidata da Sali Berisha, vecchio politicante, a sua volta accusato di corruzione, sanzionato da Gran Bretagna e Stati Uniti per «atti di corruzione che hanno minato la democrazia». 

Gli scontri di sabato con la polizia che spara ad altezza d’uomo / Ap

Sembra evidente, così, che per il governo in carica si tratti di una questione di vita o di morte politica, ma contro un avversario che non riesce a incasellare, che non può blandire, e che non vuole dialogare. «In Occidente nessun governo è mai caduto per le manifestazioni di piazza – dice ancora Agalliu -, e Rama è stato votato da ottocentomila albanesi: ha già detto che non si dimetterà, e anche se lo facesse ha la maggioranza assoluta in parlamento. Dall’altra parte, la piazza riuscirà magari a darsi dei leader, a compiere un upgrade politico come è accaduto in Serbia, ma ci vorrà del tempo». Merce che oggi non sembra la più a buon mercato in Albania.

In soli sette giorni, dal 13 al 19 ottobre, si sono contati trecentodieci feriti tra agenti e manifestanti, duecentosettantuno arresti, e la situazione non è certo migliorata nei sei giorni successivi. Res Publica, un’organizzazione che offre assistenza legale, ha presentato alla Procura speciale anticorruzione e criminalità organizzata (Spak) un esposto di ventinove pagine su oltre centottanta presunti episodi di abusi a Tirana e in altre città: foto, video, testimonianze riguardanti l’impiego sproporzionato della forza, arresti arbitrari, trattamenti degradanti, possibili violazioni dei diritti dei minorenni e ostacoli al lavoro della stampa. Non ancora un’inchiesta della magistratura, ma una denuncia circostanziata, mentre la vicenda di Erjon Vishkulli crea nuove frizioni. 

Il giovane è stato trasferito all’ospedale San Carlo di Roma e il primo ministro si è attribuito il merito dell’iniziativa: «L’ho presa io personalmente», smentito dalla sorella, secondo la quale in principio sarebbero stati la famiglia e gli amici a sostenere le spese. Rama stavolta ha comunicato su X con un post durissimo e teatrale: «Voi siete l’oscurità che ha chiuso a quel ragazzo la luce dell’occhio! Voi siete le dita e le unghie della mano maledetta che perseguita l’Albania fin dal 1912, chiudendole gli occhi ogni volta che questo paese vede la luce! Ma stavolta siete perduti…». Per poi annunciare nuove restrizioni alle proteste di piazza. Nulla di buono attende la Terra delle Aquile.

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