Si tiene la Lega e alza anche il tiro, a cosa punta Salvini
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Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva è stato rieletto domenica, sconfiggendo al secondo turno il candidato di destra Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro. Con il 100 per cento delle schede scrutinate, Lula ha ottenuto il 51,79 per cento dei voti, contro il 48,21 per cento del suo avversario, secondo i dati del Tribunale superiore elettorale. Il presidente uscente ha raccolto oltre 64,2 milioni di preferenze, circa 4,4 milioni in più rispetto a Bolsonaro, che ha però rifiutato di riconoscere il risultato e annunciato l’intenzione di chiedere l’annullamento delle elezioni.
La vittoria di Lula, che si prepara a iniziare il suo quarto mandato presidenziale, rappresenta un risultato senza precedenti nella storia democratica recente del Brasile. Dal ritorno della democrazia nel 1985, nessun candidato arrivato secondo al primo turno era riuscito a vincere il ballottaggio. Il 4 ottobre Bolsonaro aveva preceduto il presidente uscente, alimentando le aspettative di una vittoria della destra. Nelle tre settimane successive una vasta mobilitazione nelle piazze e sui social network ha modificato gli equilibri della campagna elettorale, consentendo a Lula di recuperare lo svantaggio.
Il presidente, che compirà 81 anni martedì, aveva già governato il Brasile dal 2003 al 2010, prima di tornare al potere nel gennaio 2023 dopo aver sconfitto Jair Bolsonaro alle presidenziali del 2022. Con il nuovo successo diventa il primo politico brasiliano a vincere quattro elezioni presidenziali. La sua affermazione interrompe inoltre una serie di vittorie della destra in America Latina, dove negli ultimi anni diversi governi progressisti sono stati sostituiti da amministrazioni conservatrici.
Il risultato è arrivato al termine di una giornata elettorale segnata da contestazioni e difficoltà organizzative. In diverse città, tra cui Salvador e San Paolo, sono stati segnalati problemi al trasporto pubblico che hanno impedito o ritardato l’arrivo degli elettori ai seggi. Nelle regioni meridionali, invece, piogge intense, allagamenti e interruzioni dell’elettricità hanno ostacolato le operazioni di voto. Entrambe le campagne hanno chiesto alle autorità di prolungare l’apertura dei seggi, sebbene per ragioni differenti.
Il giudice della Corte suprema Cristiano Zanin, già avvocato di Lula, ha quindi disposto un’estensione di due ore delle votazioni su tutto il territorio nazionale. La decisione, arrivata quando alcuni seggi avevano già terminato le operazioni, ha provocato confusione. In alcuni casi le sezioni elettorali non sono riuscite a riaprire dopo la chiusura, creando condizioni differenti per gli elettori.
È proprio su questo provvedimento che Flávio Bolsonaro ha costruito la sua contestazione. Parlando ai sostenitori riuniti a Brasília, il candidato sconfitto ha definito inspiegabile quanto accaduto e accusato Zanin di aver modificato le regole durante lo svolgimento delle elezioni, compromettendo a suo giudizio la parità di trattamento degli elettori. Ha quindi annunciato che i suoi avvocati chiederanno l’annullamento del risultato. Il margine di oltre quattro milioni di voti rende particolarmente difficile dimostrare che le irregolarità denunciate abbiano modificato l’esito delle elezioni.
Le principali autorità istituzionali brasiliane hanno intanto riconosciuto l’esito del voto. Tra queste figurano i presidenti della Corte suprema, del Tribunale superiore elettorale, del Senato e della Camera dei deputati. Kassio Nunes Marques, presidente del Tribunale superiore elettorale e giudice nominato alla Corte suprema da Jair Bolsonaro, ha confermato la vittoria di Lula, sostenendo che il prolungamento delle votazioni non abbia compromesso la regolarità dello scrutinio.
Il rifiuto di riconoscere la sconfitta richiama quanto accaduto nel 2022, quando Jair Bolsonaro contestò la vittoria di Lula. L’ex presidente è stato successivamente condannato a 27 anni di carcere per aver partecipato a un piano golpista finalizzato a impedire il trasferimento del potere. Attualmente sta scontando la pena agli arresti domiciliari. Flávio Bolsonaro, 45 anni, avvocato ed ex senatore di Rio de Janeiro, aveva raccolto l’eredità politica del padre proponendo una linea conservatrice sulla sicurezza e sulle relazioni internazionali.
La rimonta di Lula si è costruita soprattutto dopo il primo turno. La sconfitta del 4 ottobre aveva imposto una riorganizzazione della campagna del Partito dei Lavoratori, che ha intensificato la presenza nelle piazze e la mobilitazione degli elettori più giovani. Centinaia di migliaia di persone hanno partecipato a manifestazioni contro Bolsonaro nelle principali città del paese, mentre una campagna digitale coordinata dal deputato André Janones ha raggiunto milioni di utenti attraverso WhatsApp.
Il canale denominato Exército do Lula, che ha superato i dieci milioni di iscritti, è diventato uno degli strumenti principali della mobilitazione digitale, diffondendo contenuti e iniziative per incoraggiare la partecipazione al voto. La campagna ha puntato in particolare sugli elettori che si erano astenuti al primo turno e su quelli che avevano sostenuto candidati esclusi dal ballottaggio.
Durante le ultime settimane Lula ha inoltre concentrato la propria comunicazione sulla difesa dei programmi sociali, dei diritti dei lavoratori e della sovranità nazionale. Ha ricordato i risultati ottenuti dal suo governo nella riduzione della povertà, della disoccupazione e della deforestazione, accusando il rivale di voler ridimensionare la protezione sociale e avvicinare eccessivamente il Brasile agli Stati Uniti. Tra le misure promosse durante la campagna figurano un aumento del 15 per cento dei principali trasferimenti sociali, già in fase di attuazione, e una proposta per rendere gratuito il trasporto pubblico nei fine settimana, che dovrà essere sottoposta al Congresso.
Il presidente ha anche riconosciuto la necessità di governare per l’intera popolazione, compresi gli elettori che hanno scelto Bolsonaro. Il risultato mostra infatti un paese ancora profondamente diviso: quasi metà dei votanti ha sostenuto il candidato conservatore, nonostante la mobilitazione che ha permesso a Lula di ribaltare il risultato del primo turno.
La difficoltà principale per il presidente rieletto sarà però il rapporto con il Congresso. Le elezioni legislative hanno prodotto uno dei parlamenti più conservatori dalla fine della dittatura militare, e il Partito Liberale di Bolsonaro è tra le formazioni che hanno ottenuto i maggiori progressi. Secondo le proiezioni riportate da Reuters, il PL e i suoi alleati potrebbero controllare oltre 280 seggi alla Camera e fino a 50 al Senato, disponendo così di maggioranze sufficienti a ostacolare numerose iniziative del governo.
Lula dovrà quindi cercare accordi parlamentari per approvare le proprie riforme, a partire da quelle economiche e sociali. Il nuovo mandato si aprirà inoltre in una situazione finanziaria complessa. Il debito pubblico ha superato l’82 per cento del prodotto interno lordo, i tassi di interesse rimangono elevati e il governo prevede per il 2027 una crescita economica del 2,3 per cento. L’indebitamento delle famiglie rappresenta un’ulteriore preoccupazione, mentre gli investitori guardano con cautela alla prosecuzione delle politiche economiche sostenute dal presidente.
La rielezione avrà conseguenze anche sulla politica estera brasiliana. Durante la campagna Flávio Bolsonaro aveva promesso un maggiore allineamento con l’amministrazione statunitense di Donald Trump, soprattutto sui temi della sicurezza, del commercio e della lotta alla criminalità organizzata. Lula ha invece insistito sulla necessità di preservare l’autonomia diplomatica del Brasile e di mantenere relazioni economiche con partner diversi, compresa la Cina.
Il presidente ha ribadito questa posizione anche nel discorso della vittoria, ripetendo che il Brasile non intende accettare una condizione di subordinazione rispetto ad altre potenze. Il messaggio era rivolto soprattutto a Washington, che sotto Trump ha cercato di rafforzare la propria influenza politica e strategica in America Latina. Nelle prime ore successive al risultato non sono arrivati commenti ufficiali dal presidente degli Stati Uniti, mentre diversi leader latinoamericani e il primo ministro canadese Mark Carney si sono congratulati con Lula.
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A poche ore dalle elezioni di domani, Benjamin Netanyahu lancia un messaggio che rischia di trasformarsi in un boomerang elettorale: Israele deve prepararsi a un futuro in cui potrebbe non poter più contare né sugli aiuti militari americani né sull’accesso senza ostacoli al sistema finanziario internazionale. Tra le contromisure ipotizzate dal primo ministro uscente c’è anche il ricorso alle criptovalute. Una prospettiva che ha provocato la reazione della banca centrale e delle opposizioni.
«Dobbiamo prepararci a modi per aggirare le sanzioni bancarie attraverso un sistema economico alternativo», ha dichiarato Netanyahu in un’intervista a Channel 10. Alla domanda sull’impiego di blockchain e valute digitali, ha risposto: «Sì, è una delle possibilità. Ho già chiesto che venga preparato un piano».
Il primo ministro ha collegato questo scenario anche al futuro del sostegno statunitense. «È finita. È solo questione di tempo», ha detto riferendosi agli aiuti militari americani, avvertendo che gli Stati Uniti sono cambiati. L’attuale accordo tra Washington e Gerusalemme prevede però 3,8 miliardi di dollari l’anno fino al 2028, in gran parte destinati all’acquisto di equipaggiamenti militari statunitensi.
La risposta della Banca d’Israele è stata netta. Sabato l’istituto ha avvertito che le criptovalute «non possono servire come mezzo per aggirare le sanzioni imposte a Israele», invitando la leadership politica a ridurre le tensioni internazionali. La priorità, secondo la banca centrale, dovrebbe essere preservare le relazioni economiche con i principali partner commerciali, non prepararsi a perderle.
Anche gli avversari politici hanno attaccato Netanyahu. Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e sfidante del premier, lo ha accusato di stare «smantellando l’economia israeliana». Yair Lapid ha paragonato l’idea di un’economia alternativa a quella di Iran, Russia e Venezuela, Paesi che devono fare i conti con restrizioni finanziarie e difficoltà nei pagamenti internazionali.
Il rischio evocato da Netanyahu non nasce dal nulla, ma va distinto dalle misure già adottate. Regno Unito, Francia, Canada, Paesi Bassi e Spagna hanno annunciato o valutato iniziative contro l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e le violenze dei coloni. Le misure comprendono strumenti diplomatici, commerciali e restrizioni rivolte a individui o aziende. Non equivalgono a un regime generalizzato di sanzioni bancarie contro Israele.
È proprio questo, tuttavia, il salto di scala che preoccupa alcuni osservatori. Se le restrizioni arrivassero a coinvolgere i rapporti tra banche, i servizi di corrispondenza e i pagamenti transfrontalieri, le conseguenze potrebbero estendersi ben oltre l’economia degli insediamenti. Come ha avvertito l’ex responsabile della vigilanza bancaria israeliana Yair Avidan, istituti stranieri potrebbero decidere di interrompere i rapporti con le controparti israeliane. Per un’economia fortemente integrata nei mercati globali, soprattutto nei settori tecnologico, finanziario e dei servizi, il problema non sarebbe soltanto trovare un sistema alternativo per trasferire denaro. Sarebbe mantenere l’accesso a credito, investimenti e reti commerciali internazionali. Le criptovalute possono facilitare alcuni trasferimenti, ma non sostituiscono queste infrastrutture. E le blockchain pubbliche, come hanno ricordato anche esponenti del settore, consentono di tracciare le transazioni: non sono uno strumento per rendere invisibili i flussi finanziari.
Netanyahu presenta dunque come una misura di preparazione ciò che i suoi critici considerano il segnale di un fallimento politico. Invece di prevenire l’isolamento, sostengono, il governo starebbe pianificando come sopravvivergli. Le sue dichiarazioni arrivano mentre cerca di difendere la propria leadership alla vigilia del voto, in un contesto in cui la guerra a Gaza, l’espansione degli insediamenti e le violenze in Cisgiordania hanno aggravato le tensioni con diversi partner occidentali.
La questione è anche economica: prospettare pubblicamente la possibilità di sanzioni finanziarie può alimentare l’incertezza tra investitori e imprese, prima ancora che vengano adottate nuove misure. Il messaggio di Netanyahu è che Israele deve prepararsi a fare da sé. La replica della banca centrale è che l’obiettivo dovrebbe essere evitare di arrivare a quel punto.
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Matteo Salvini è stato confermato segretario della Lega per la quarta volta, ottenendo 465 voti contro i 146 dello sfidante Massimo Garavaglia. Il risultato del congresso straordinario, concluso domenica a Milano, gli assegna un nuovo mandato di quattro anni, fino al 2030. Nel suo intervento, il vicepresidente del Consiglio ha annunciato che chiederà al governo di interrompere l’invio di finanziamenti e armi all’Ucraina, una posizione destinata ad aprire un nuovo confronto all’interno della maggioranza guidata da Giorgia Meloni. La votazione si è svolta a scrutinio segreto, con 611 voti espressi. Salvini ha ottenuto circa il 76 per cento delle preferenze, mentre Garavaglia si è fermato al 24 per cento. Alla proclamazione del risultato sono seguiti gli applausi dei delegati e un abbraccio sul palco tra i due candidati. La conferma del segretario era considerata probabile, ma il consenso raccolto da Garavaglia ha mostrato quanto sia consistente la parte del partito che chiede un cambiamento della linea politica e dell’organizzazione interna.
Il passaggio più rilevante del discorso di Salvini ha riguardato la guerra in Ucraina. Prima del voto, il segretario aveva chiesto ai delegati di sostenerlo nella richiesta di interrompere gli aiuti italiani a Kyjiv. «Questo congresso, se mi risceglierete come segretario, mi darà il mandato di andare in Consiglio dei ministri a portare la posizione chiara della Lega: non possiamo continuare a mandare soldi e armi all’Ucraina», ha dichiarato, invitando i presenti a esprimere il proprio consenso per alzata di mano.
Le divergenze emerse al congresso non riguardano però soltanto la politica estera. La candidatura di Garavaglia è stata sostenuta dall’area della Lega che negli ultimi mesi ha criticato il progressivo indebolimento del partito nei territori settentrionali, tradizionalmente centrali nella sua storia politica. Il senatore ha spiegato di essersi candidato per invertire il calo dei consensi, ricordando che la Lega aveva ottenuto l’8,8 per cento alle elezioni politiche senza riuscire successivamente a recuperare terreno.
Garavaglia ha proposto un maggiore coinvolgimento degli amministratori locali e una direzione meno concentrata sulla figura del segretario. Durante il suo intervento ha indicato Luca Zaia, Claudio Durigon, Giancarlo Giorgetti e lo stesso Salvini come figure da valorizzare nella guida del partito. Dopo la sconfitta ha giudicato positivamente il risultato, ottenuto senza una struttura organizzativa a sostegno della sua candidatura, e ha assicurato la disponibilità a lavorare insieme alla maggioranza.
Le critiche alla gestione del partito erano emerse già nella prima giornata del congresso, soprattutto negli interventi dei rappresentanti delle regioni settentrionali. Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato e tra i principali esponenti dell’area critica, aveva spiegato che la richiesta di un confronto politico nasceva dalla perdita di consenso tra gli elettori e non da una contrapposizione personale con Salvini. Dopo il voto, Romeo ha sostenuto che il risultato di Garavaglia conferma l’esistenza di un malessere reale, non limitato alla Lombardia.
Anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha riconosciuto apertamente le difficoltà del partito. «Va tutto bene? No, non va tutto bene», ha detto ai delegati, citando il caso di Bergamo, dove la Lega è passata da risultati vicini al 50 per cento a percentuali intorno al 20 per cento. Giorgetti ha inoltre ribadito la propria preferenza per una Lega nazionale ma non nazionalista, fondata sulle identità territoriali. Ha avvertito che una presenza prolungata nelle istituzioni può indebolire il rapporto con gli elettori e la capacità del partito di rappresentarne le richieste.
Il confronto ha riportato al centro del dibattito l’autonomia regionale e il federalismo, temi che avevano caratterizzato la Lega delle origini, guidata da Umberto Bossi. Il presidente della Lombardia Attilio Fontana ha insistito sulla necessità di difendere le competenze delle regioni dalle decisioni del governo centrale, mentre l’ex presidente del Veneto Luca Zaia ha richiamato l’importanza dell’autonomia e dell’identità settentrionale. Le loro posizioni hanno evidenziato le differenze tra chi vorrebbe rafforzare il radicamento territoriale del partito e chi sostiene la linea nazionale sviluppata sotto la guida di Salvini.
Una prima risposta organizzativa è arrivata con la modifica dello statuto, approvata nella giornata di sabato. La Lega istituirà una segreteria politica composta da un massimo di nove membri, rappresentativi dei livelli nazionale, regionale e locale. I componenti saranno nominati e potranno essere revocati dal segretario federale. La nuova struttura dovrebbe consentire una maggiore partecipazione alla gestione del partito, pur mantenendo nelle mani di Salvini il potere di scegliere i suoi collaboratori.
Il segretario ha annunciato che si prenderà una o due settimane per definire la composizione dell’organismo. Tra i nomi considerati più importanti c’è quello di Zaia, che Salvini ha definito una risorsa preziosa. Non è ancora chiaro quale ruolo avranno gli esponenti che hanno sostenuto Garavaglia, né se Romeo manterrà l’incarico di capogruppo al Senato. Interrogato su quest’ultimo punto, Salvini ha rimandato la decisione ai senatori della Lega.
Il congresso ha portato anche alla presentazione di un nuovo simbolo. La denominazione proposta è Lega Italia federale, senza il nome di Salvini, presente nel precedente contrassegno elettorale. Al centro rimane la figura di Alberto da Giussano con la spada alzata, uno dei simboli storici del movimento. Salvini ha spiegato di essersi ispirato alla tradizione della Lega di Bossi e Roberto Maroni, sostenendo che la nuova identità debba conciliare la dimensione nazionale del partito con il federalismo.
Nel suo discorso Salvini ha cercato anche di ridefinire i rapporti con gli alleati. Ha confermato il sostegno a Meloni, dicendosi convinto che il centrodestra vincerà le prossime elezioni politiche, ma ha indicato come obiettivo quello di riportare la Lega al secondo posto nella coalizione, davanti a Forza Italia. Ha inoltre chiesto maggiore considerazione per il partito nelle amministrazioni regionali governate dal centrodestra, affermando che non intende più accettare un trattamento da alleato di secondo piano.
Il segretario è tornato anche sulla decisione di partecipare al governo di Mario Draghi insieme al Partito Democratico, definendola un errore di cui si assume la responsabilità. Ha difeso invece la collocazione europea della Lega nel gruppo dei Patrioti per l’Europa, sostenendo la necessità di cambiare profondamente le politiche dell’Unione Europea. Su immigrazione e cittadinanza ha confermato la contrarietà all’introduzione dello ius soli e dello ius scholae.
Un altro momento controverso del congresso ha riguardato i rapporti con la stampa. Salvini ha attaccato alcuni giornalisti, accusandoli di raccontare il partito in modo ostile, e ha rivendicato la decisione di tenere i cronisti accreditati fuori dalla sala dei delegati, facendoli seguire i lavori da un’area separata. Le dichiarazioni hanno provocato le proteste dell’Ordine dei giornalisti, della Federazione nazionale della stampa italiana e dell’Associazione stampa parlamentare. Il presidente dell’Ordine, Carlo Bartoli, ha ricordato che il compito dei giornalisti è fornire informazioni ai cittadini anche quando queste non sono gradite ai responsabili politici, chiedendo a Salvini di ritirare gli insulti.
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La coperta è corta e il clima di burrasca resta all’orizzonte. Giancarlo Giorgetti torna a mettere in guardia la maggioranza alla vigilia del varo della legge di bilancio, atteso tra domani e mercoledì. Sabato il ministro dell’Economia, dall’assemblea della Compagnia delle Opere, ha rivendicato la prudenza sui conti pubblici. Ma dietro le sue parole c’è un problema che nessun annuncio può risolvere: le risorse disponibili non bastano a soddisfare tutte le promesse politiche.
La manovra vale 23,5 miliardi di euro. Tolti gli spazi di flessibilità legati a energia e difesa, restano circa nove miliardi per finanziare le altre misure. È su questo margine che si confrontano le priorità della maggioranza: aumentare i salari dei giovani, incentivare l’occupazione femminile, sostenere le famiglie, intervenire sulla sanità e alleggerire le imposte sul ceto medio.
Sul tavolo ci sono ipotesi ancora da definire. Per i giovani si studiano agevolazioni fiscali, compresa una possibile flat tax al 5 per cento per gli under 30-35 con redditi tra 20.000 e 30.000 euro. Le maxideduzioni per le assunzioni potrebbero salire dal 130 al 140 per cento per i giovani e al 180 per cento per le giovani madri. Forza Italia insiste sull’estensione del taglio dell’Irpef, mentre la Lega chiede di consentire l’uscita anticipata dal lavoro a 64 anni. Per la sanità si valuta un bonus o una card destinata soprattutto agli anziani e alle persone più fragili.
Ogni misura, però, ha un costo. E ogni priorità ne esclude potenzialmente un’altra. La tentazione di distribuire bonus per rispondere alle diverse sensibilità della coalizione si scontra con la necessità di concentrare le risorse su pochi obiettivi. Non a caso, la Cisl mette in guardia contro una manovra di taglio elettorale, invitando il governo a evitare una distribuzione a pioggia degli interventi.
A complicare il quadro c’è il confronto con le banche, alle quali l’esecutivo vorrebbe chiedere un contributo da cinque miliardi. Il presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro, ha avvertito che sarà difficile rinnovare un accordo con una controparte che non rispetta gli impegni. Anche questo fronte mostra quanto sia difficile trovare nuove risorse senza aprire un conflitto con chi dovrebbe metterle a disposizione.
Il problema, tuttavia, va oltre la singola legge di bilancio. Come raccontato su Linkiesta, il peso del debito rischia di diventare il vincolo decisivo per qualsiasi governo: gli interessi da pagare restringono lo spazio per investimenti e politiche pubbliche, mentre la crescita insufficiente rende più difficile alleggerire quel peso.
È qui che la prudenza invocata da Giorgetti incontra il limite strutturale della politica economica italiana. La manovra può distribuire risorse, correggere imposte e finanziare incentivi, ma non può moltiplicarle. E finché il debito continuerà ad assorbire una parte consistente della spesa pubblica, il margine per trasformare le promesse in interventi duraturi resterà ristretto. Il ministro dell’Economia può scegliere come usare la coperta. Non può allungarla per decreto.
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Aleksandar Vučić ha riconosciuto la sconfitta alle elezioni parlamentari anticipate in Serbia, vinte dal movimento nato dalle proteste studentesche contro la corruzione e il governo. Le prime proiezioni attribuiscono alla Lista degli studenti la maggioranza assoluta dei seggi, mettendo fine a oltre un decennio di predominio politico di Vučić e del suo Partito progressista serbo (SNS). Il voto di domenica ha registrato un’affluenza vicina al 70 per cento, la più alta dalla dissoluzione della Jugoslavia nel 1992.
La sconfitta è stata riconosciuta dallo stesso Vučić in un intervento dalla sede del suo partito a Belgrado, quando ancora non erano disponibili i risultati definitivi. Secondo le stime da lui comunicate, la Lista degli studenti dovrebbe ottenere tra 135 e 140 deputati sui 250 che compongono il parlamento serbo, contro i circa 105 del SNS. Una proiezione elaborata dagli istituti CeSID e Ipsos assegna invece 138 seggi al movimento studentesco e 104 al partito di Vučić. I seggi rimanenti dovrebbero essere distribuiti tra le formazioni rappresentative delle minoranze etniche.
L’annuncio ha provocato grandi festeggiamenti a Belgrado e in altre città del paese. Migliaia di persone sono scese nelle strade della capitale, mentre alla sede della Lista degli studenti i sostenitori hanno accolto le prime proiezioni con applausi e cori. Radomir Saičić, professore dell’Università di Belgrado intervenuto a nome del movimento, ha dichiarato: «Stasera festeggiamo la vittoria, domani costruiremo il futuro».
Il risultato rappresenta un cambiamento particolarmente significativo per la politica serba. Il Partito progressista serbo è al potere dal 2012 e Vučić ha occupato le principali cariche dello Stato per oltre dodici anni. È stato primo ministro dal 2014 al 2017 e successivamente presidente della Repubblica, consolidando un sistema politico nel quale il suo partito ha esercitato una notevole influenza sulle istituzioni e sui principali mezzi di informazione.
Negli anni il presidente è stato accusato dalle opposizioni e dalle organizzazioni per i diritti civili di avere indebolito l’indipendenza delle istituzioni, limitato la libertà dei media e utilizzato strutture pubbliche per rafforzare il proprio potere. Vučić e il SNS hanno sempre respinto le accuse di corruzione e repressione degli oppositori. I suoi sostenitori gli riconoscono invece di avere contribuito alla modernizzazione del paese, attraverso investimenti nelle infrastrutture, nei trasporti, nella sanità e nell’istruzione.
La crisi politica che ha portato alle elezioni è cominciata il 1° novembre 2024, quando il crollo di una pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad ha provocato la morte di 16 persone. La tragedia ha sollevato interrogativi sulla sicurezza delle opere pubbliche e sulle responsabilità delle autorità, alimentando accuse di corruzione, irregolarità nei lavori e mancanza di controlli adeguati.
Le prime manifestazioni, organizzate soprattutto dagli studenti universitari per chiedere giustizia e accertare le responsabilità del disastro, si sono progressivamente trasformate in una mobilitazione nazionale contro il governo. Alle proteste hanno aderito insegnanti, agricoltori, professionisti e altri settori della società serba. Nel corso di quasi due anni, le manifestazioni sono diventate le più importanti nel paese dalla caduta di Slobodan Milošević nel 2000.
Di fronte alla crescente pressione, Vučić ha indetto elezioni anticipate a settembre, scegliendo anche di dimettersi dalla presidenza per candidarsi nuovamente alla carica di primo ministro. Il suo secondo mandato presidenziale sarebbe terminato nel maggio del 2027 e la Costituzione serba gli impediva di concorrere per un terzo.
La decisione ha offerto al movimento studentesco la possibilità di trasformare la mobilitazione nelle piazze in una proposta politica. È nata così la Lista degli studenti, una formazione che non ruota attorno a un unico leader e che ha presentato 250 candidati provenienti da diversi ambiti della società civile, tra cui professori universitari, medici, agricoltori, attori e sportivi.
Il primo nome della lista è quello del cardiologo Ilija Srdanović, ma non è ancora stato chiarito chi potrebbe assumere la guida del governo. Una delle caratteristiche del movimento è proprio la scelta di affidare le candidature a figure esterne alla politica tradizionale, anziché agli studenti che hanno organizzato le proteste.
La campagna elettorale si è concentrata soprattutto sulla lotta alla corruzione, sulla responsabilità delle istituzioni e sulla necessità di ridurre l’influenza dei partiti nella gestione dello Stato. Tra gli obiettivi indicati dal movimento figurano la rimozione dei funzionari coinvolti nelle repressioni delle manifestazioni, la fine delle nomine politiche alla guida delle imprese pubbliche, il rafforzamento del sistema educativo e la restituzione dell’indipendenza al servizio pubblico radiotelevisivo.
La Lista degli studenti ha cercato di costruire un consenso anche al di fuori delle grandi città e degli ambienti universitari, organizzando incontri nei centri rurali e nelle zone considerate tradizionalmente favorevoli a Vučić. Una strategia che le ha consentito di intercettare una parte del malcontento verso il governo, in un paese dove le opposizioni tradizionali erano rimaste a lungo frammentate.
Vučić ha reagito accusando ripetutamente il movimento di essere sostenuto da interessi stranieri, indicando in particolare presunti finanziamenti provenienti dalla Croazia e dal Montenegro. Gli studenti hanno respinto queste accuse. Nel discorso con cui ha riconosciuto la sconfitta, l’ex presidente ha inoltre attribuito parte della responsabilità del risultato ai media indipendenti serbi e a presunte interferenze di paesi europei e di settori dell’apparato statunitense, senza fornire elementi a sostegno di queste affermazioni.
Durante la campagna elettorale il SNS aveva puntato soprattutto sulla continuità economica e sulla stabilità, promettendo aumenti delle pensioni, degli stipendi pubblici e degli investimenti nella sanità. Vučić aveva inoltre presentato la propria esperienza diplomatica come una garanzia per mantenere gli equilibri internazionali della Serbia.
La vittoria della Lista degli studenti apre ora una fase politica il cui orientamento non è ancora del tutto definito, soprattutto per quanto riguarda la politica estera. La Serbia è candidata all’adesione all’Unione Europea, ma il percorso di integrazione è stato rallentato dalle preoccupazioni europee sullo stato di diritto, sull’indipendenza della magistratura e sulla corruzione. Il movimento studentesco ha finora dedicato maggiore attenzione alle questioni interne rispetto agli orientamenti internazionali. Non è quindi ancora chiaro in quale misura un eventuale nuovo governo intenda modificare la posizione della Serbia nei confronti di Bruxelles, Mosca e Pechino.
Durante gli anni di Vučić, Belgrado ha mantenuto rapporti stretti con la Russia, suo tradizionale alleato e principale fornitore di gas naturale, evitando di aderire alle sanzioni occidentali contro Mosca dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina. Allo stesso tempo ha rafforzato le relazioni economiche con la Cina, importante investitore nel paese, e ha continuato a dichiarare l’obiettivo dell’integrazione europea. L’Unione Europea resta il principale partner commerciale della Serbia.
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