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Clima, l’Ue si prepara a un aumento di 2 gradi entro il 2050 ma delega i piani di adattamento ai singoli Stati. E l’Italia è ferma al palo

27 October 2026 at 12:29

Dovranno essere i singoli Paesi dell’Unione Europea a elaborare i piani strategici per adattarsi all‘aumento delle temperature globali stimato in 2 gradi entro il 2050 e 3 gradi entro il 2100 rispetto ai livelli pre-industriali. Lo prevede il nuovo quadro sulla resilienza climatica adottato dalla Commissione Ue che per la prima volta responsabilizza gli Stati nella prevenzione. Le autorità nazionali dovranno tenere conto della realtà climatica e dei rischi nelle proprie decisioni, ma Bruxelles non imporrà soluzioni specifiche. E questa rischia di essere una brutta notizia per l’Italia, considerando che finora, fra ritardi e sprechi, il nostro Paese ha dimostrato di non saper mettere in campo strategie efficaci per limitare e mitigare i danni causati dal cambiamento climatico. L’Italia ha raggiunto appena il 15% degli obiettivi al 2030 inseriti nel Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec). Mentre il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), nato già poco operativo a inizio 2024, è di fatto fermo al palo. Senza soldi, né minime indicazioni di gestione.

Secondo la Commissione, i piani nazionali dovranno coprire i diversi settori dell’economia e il monitoraggio sarà collegato anche al Semestre europeo, per trattare il problema come una questione di resilienza economica e non solo ambientale. Il quadro prevede un’iniziativa legislativa e una comunicazione non vincolante. Il piano adottato non introduce nuove risorse finanziarie, dal momento che nel quadro finanziario pluriennale 2028-2034 Bruxelles ha proposto un obiettivo di spesa del 35% per il clima e la biodiversità naturale, che include anche la preparazione ai cambiamenti climatici.

Il quadro fissa una traiettoria comune di riferimento basata sulla base delle evidenze scientifiche del gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico che considera un aumento di 2°C di riscaldamento entro il 2050 e +3°C entro il 2100. Non si tratta di un obiettivo politico, ma uno scenario di riferimento comune sulla base del quale gli Stati membri possono valutare i futuri rischi climatici al momento di prendere decisioni. Per sostenere le autorità pubbliche ad affrontare i rischi climatici, la Commissione europea lancerà una piattaforma online europea per la resilienza climatica che includerà una serie di strumenti, tra cui l’European Climate Viewer, sviluppato dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine, che fornirà una mappa interattiva dei rischi climatici previsti in tutto il continente. E il Navigator of Climate Resilience Tools, sviluppato dall’Agenzia europea dell’ambiente per aiutare gli utenti a individuare strumenti di resilienza climatica pertinenti in base alla loro ubicazione, al settore di appartenenza e ai rischi specifici che devono affrontare.

Bruxelles conferma che nei prossimi mesi lancerà un piano europeo contro le ondate di calore, un’alleanza per l’assicurazione contro i rischi climatici e un’iniziativa europea per l’acqua. Avvierà inoltre un gruppo consultivo PreparEU sulla preparazione alle catastrofi e un’iniziativa per individuare 100 territori europei più vulnerabili ai cambiamenti climatici. “L’Europa si sta riscaldando a un ritmo doppio rispetto a quello globale. Per diventare veramente resilienti al clima, dobbiamo adattarci e imparare lungo il percorso”, sottolinea la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. “Si stima che l’adattamento delle infrastrutture, dell’ambiente costruito, degli ecosistemi e dell’economia dell’Europa alle future condizioni climatiche richiederà investimenti pari a circa 70 miliardi di euro all’anno”, ha spiegato la Commissione europea

Le perdite economiche stimate, dovute ai danni causati dal clima nel periodo 2022-2025, ammontano a circa 200 miliardi di euro, ovvero 50 miliardi di euro all’anno, “in aumento rispetto agli 8,6 miliardi di euro del periodo 1980-1989”. Si legge nei documenti del nuovo quadro. “Le ondate di calore previste in Europa per il 2026 potrebbero comportare un costo annuo in termini di produzione pari a 113 miliardi di euro in 30 paesi, un onere economico sostanziale derivante da un unico fenomeno climatico”, si legge ancora. L’agricoltura viene indicata tra i settori che registrano le perdite più consistenti legate al clima. La perdita media annua nell’Ue è stimata a circa 28,3 miliardi di euro, con solo il 20-30% di tali perdite assicurato. La siccità è la principale causa delle perdite in questo settore: “Ad esempio, nel 2026 le perdite potrebbero raggiungere i 90 miliardi di euro”.

“L’estate scorsa sarà anche stata una delle più calde o la più calda mai registrata, ma con ogni probabilità sarà la più fresca degli anni a venire. E qualunque cosa facciamo, la situazione probabilmente peggiorerà”. È l’avvertimento lanciato dal commissario Ue al clima, Wopke Hoekstra, in conferenza stampa. “La buona notizia è che abbiamo un certo margine di manovra: le scelte che facciamo oggi possono effettivamente rendere meno gravi tali impatti. Quindi occorre fare di più a tutti i livelli: locale, regionale, nazionale, ma naturalmente anche a livello europeo. Per aiutare a proteggere, pianificare e prepararci a un’Europa più calda”, conclude.

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Rapporto Oxfam, lo 0,1% più ricco inquina più di 3,5 miliardi di persone: “Incendiano il pianeta e noi paghiamo gli estintori”

27 October 2026 at 11:07

I super-ricchi non sembrano curarsi molto della crisi climatica in corso, a cui hanno contribuito in larga scala. Secondo l’ultimo rapporto Oxfam, lo 0,1% più ricco del pianeta, che corrisponde a circa 8 milioni di persone, emette più CO2 di quasi 3,5 miliardi di esseri umani appartenenti alla metà più povera dell’umanità. L’emblema della disuguaglianza sono i jet privati, che in soli due secondi di volo emettono più anidride carbonica di quanto una persona della metà più povera del mondo riesca a generare in un anno intero. Secondo Francesco Petrelli, portavoce di Oxfam Italia, “i super-ricchi prima incendiano il pianeta e poi ci presentano il conto per gli estintori”.

Il documento annuale pubblicato dalla confederazione internazionale Oxfam ha fotografato una situazione in cui un singolo miliardario contribuisce 400 volte in più, rispetto a una persona comune, alle ondate di calore che affliggono il pianeta. “La crisi climatica viene spesso descritta come una sfida che dovrebbe accomunare l’intera umanità, ma quello a cui assistiamo va esattamente nella direzione opposta”, ha spiegato Petrelli. Ma a subire le conseguenze degli eventi climatici sempre più estremi sono comunque i più poveri, che non hanno le capacità economiche per trovare le “vie d’uscita” dei ricchi, come le polizze assicurative in grado di coprire le potenziali perdite, bunker sotterranei ipertecnologici o squadre antincendio private.

Alla vigilia della Cop31 sul clima, in programma dal 9 novembre ad Antalya, in Turchia, Oxfam ha lanciato l’appello “chi inquina paga”. Entro il 2050, i danni economici attribuibili all’1% più ricco sfioreranno i 53.000 miliardi di dollari. Dal 1990 a oggi, il 20% del riscaldamento globale registrato è stato causato da questa piccola percentuale di popolazione. L’appello di Oxfam è quello di tassare i grandi patrimoni e i beni di lusso inquinanti, triplicare i fondi per l’adattamento del Sud globale entro il 2035 evitando prestiti che accrescono il debito, rafforzare il welfare contro i nuovi rischi climatici e fermare la speculazione sui disastri.

Se da un lato la crisi climatica grava sui comuni mortali, dall’altro c’è chi riesce a trarne un duplice profitto. Nel rapporto “Destroy & Rebuild Index” di Oxfam sono state analizzate 217 grandi aziende che hanno guadagnato prima alimentando la crisi con i combustibili fossili, poi incassando su prevenzione, risposta e ricostruzione. Il mercato globale della gestione dei disastri potrebbe crescere da 70 a 92 miliardi di dollari l’anno entro il 2029 e fondi come BlackRock e Vanguard detengono partecipazioni nel 92% di queste aziende, per oltre 1.000 miliardi di dollari. Le differenze di genere pesano anche sulla crisi climatica: nei paesi più fragili le donne sono maggiormente gravate anche da insicurezza alimentare, lavoro di cura non retribuito, abbandono scolastico e matrimoni precoci. Finché chi genera la crisi climatica ne trae profitto, conclude il rapporto, la sfida “che dovrebbe accomunare l’umanità” resterà una beffa per chi la paga in prima persona.

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Per la quarta volta l’Europa chiede un trattato contro i fossili. Ma politici e media tacciono ancora

27 October 2026 at 06:32

Se mi avessero dato un euro per ogni volta che un politico politicante italiano, con media da riporto ovviamente a fare da compiacente megafono, ha usato l’espressione “ce lo chiede l’Europa” per far passare qualche schifezza invisa alla larga maggioranza dei cittadini italiani ma gradita a lorsignori, potrei fare i tuffi e nuotare nelle monete d’oro come Zio Paperone nel suo deposito.

Guarda caso, invece, quando quello che ci chiede l’Europa rischia di disturbare il manovratore, se ne stanno tutti zitti. I politici politicanti e i media da riporto. Così va il mondo, dicono quelli di dura cervice ma di ineguagliato acume (a detta loro, ovviamente) o anche quelli – stessa razza, stessa faccia – che sotto sotto rimangono fan del Marchese del Grillo (quello di “io so io e voi non siete un biiip”).

E allora uso almeno questo spazio ancora una volta per dare conto di una notizia che in un Paese non dico serio ma appena appena decente, in epoca di crisi climatica conclamata da mo’ e che anche quest’estate col caldo killer ha provocato morti a decine di migliaia (ribadiamolo a beneficio soprattutto dei marchesedelgrill-iani: morti-a-decine-di-migliaia) nella tanto avanzata Europa patria dei diritti faro della civiltà giardino fiorito in un mondo-giungla (sic!) e via discorrendo, avrebbe dovuto essere sparata a manetta h24 dai giornaloni e media mainstream di lorsignori (gli stessi che hanno messo il silenziatore al genocidio che prosegue a Gaza, per capirsi) per farla penetrare financo nei sanpietrini. Perché riguarda quella che – non mi stancherò di ripeterlo a sfinimento – è di gran lunga la prima e principale causa della crisi climatica: l’utilizzo dei combustibili fossili, carbone, petrolio e gas fossile (e anche basta con ‘sta storia del gas combustibile di transizione).

A esser precisi la notizia riguarda quello che si è affermato negli anni come uno degli strumenti potenzialmente più efficaci per combattere in modo serio, duraturo, coordinato, globale la crisi climatica da tempo scoppiataci in faccia. Vale a dire l’iniziativa per un Trattato internazionale di Non-Proliferazione dei combustibili, il Fossil fuel Treaty, che prosegue il suo cammino mietendo consensi e cogliendo risultati. E senza ombra di dubbio sarà uno dei topics che terranno banco anche alla prossima Cop31 in programma ad Antalya, in Turchia, dal 9-20 novembre. Ma anche much beyond la Cop31. Perché a luglio 2027 a Tuvalu, nel Pacifico (con pre-conferenza in Irlanda, Paese co-organizzatore), si terrà la seconda Transition Away from Fossil Fuels conference (TAFF per gli amici) dopo quella inaugurale che si è tenuta ad aprile a Santa Marta, in Colombia (coi Paesi Bassi co-organizzatori), con una sessantina di Paesi presenti, appuntamenti di cui il Fossil fuel Treaty è stato uno dei principali promotori.

La notizia è questa, che in vista della Cop in Turchia il Parlamento Europeo – che anche lui per fortuna ne azzecca una ogni tanto, come l’orologio rotto che almeno due volte al giorno segna l’ora giusta – ha votato una risoluzione in cui chiede che sia adottato un trattato di non-proliferazione dei combustibili fossili. Al quale, per inciso, danno il loro supporto circa un migliaio di parlamentari in giro per il mondo, oltre all’Organizzazione Mondiale della Sanità e di fatto al Vaticano con il mai abbastanza apprezzato Movimento Laudato Si’.

Per i marchesedelgrill-iani, il testo della risoluzione si può leggere qui. Agevolo il passaggio, al punto 21 (Google-translated): “[il Parlamento Ue] invita (..) a elaborare un trattato di non proliferazione dei combustibili fossili e piani con scadenze precise per eliminare gradualmente i sussidi ai combustibili fossili e la loro produzione il più rapidamente possibile, e incoraggia l’Ue ad assumere un ruolo guida nei negoziati per un tale trattato”. Crystal clear, inequivocabile.

Ah, la risoluzione cita anche la conferenza TAFF, giusto per rispondere a quelli che ma chi se la fila la conferenza di Santa Marta. Agevolo anche qui il passaggio, al punto 20: “[il Parlamento Ue] accoglie con favore l’esito della prima conferenza TAFF, tenutasi a Santa Marta, in Colombia, nell’aprile 2026, come un passo importante nella diplomazia climatica”.

È la quarta volta che il Parlamento Ue compie un passo del genere. La quarta volta che “ce lo chiede l’Europa” di adottare un trattato di non-proliferazione delle fossili. La quarta volta. La quarta. Un, due, tre, quattro.

Politici politicanti, media da riporto (e mettiamoci pure per via trasversa i marchesedelgrill-iani, melius abundare quam deficere): avete le orecchie aperte? Avete tolto le fette di salame sugli occhi? Cos’è che non è chiaro? O siete troppo presi a compiacere il lobbista fossile che bussa praticamente ogni giorno alla vostra porta, o a non fare uno sgarbo all’inserzionista pubblicitario fossile che vi foraggia lautamente (per non dire che vi tiene in piedi, dato che senza dovreste chiudere con ogni probabilità baracca e burattini)? Prima o poi qualcuno vi chiederà conto delle vostre responsabilità per quelle decine di migliaia di morti. E per quelli che inevitabilmente purtroppo verranno. Justice is coming, no doubt.

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