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Marco Rizzo sbarca in Parlamento e guarda a destra: “Più simpatica del Pd, non correremo con questa sinistra traditrice”

28 October 2026 at 17:36

Marco Rizzo svolta a destra? L’ingresso in coalizione non c’è, ma in diversi lo hanno pensato quando hanno visto che al Senato un ex meloniano, Antonio Guidi, se n’è andato al Misto aderendo a una sigla sconosciuta (Civici Marche) la quale ha poi cambiato nome in Italia Domani – Marco Rizzo. Uno stratagemma che consentirà al partito dell’ex leader comunista di poter correre alle prossime elezioni politiche aggirando la contestatissima raccolta firme monstre imposta dalla legge elettorale. A Rizzo “basteranno”, si fa per dire, 1.500 firme a collegio. Ma è difficile credere che la destra non si aspetti di vedere il favore ricambiato.

Marco Rizzo, che è successo?

Semplicemente conosco la politica, conosco i regolamenti parlamentari avendo fatto il capogruppo e conosco molto bene le leggi elettorati, avendo organizzato le desistenza con l’Ulivo trent’anni fa. E quindi ho fatto un accordo, abbiamo stabilito un rapporto con un senatore che ovviamente non ha il vincolo di mandato.

Ma è un prestito dalla destra.

In Parlamento ci sono centrodestra e centrosinistra, non è che potessimo dialogare con un marziano, da qualcuno dovevamo “prendere” un senatore. Guidi è una persona seria che si è impegnato molto su alcuni temi che seguiamo, per esempio sulla disabilità. Ma non è vero che entriamo nel centrodestra: tra quindici giorni si vota per le suppletive a Chieti e noi avremo un nostro candidato, Danilo Ranieri.

Va bene, ma da ex comunista avrebbe potuto rivolgersi al centrosinistra, no?

Di questa sinistra posso dare solo un aggettivo: traditrice. Non mi appartiene, io sono per la sinistra di Berlinguer, mio padre era un operaio a Mirafiori. Questo Pd è per l’Unione europea, vota per le armi, per il Green Deal…

Ma sono le stesse cose che ha votato Meloni.

Ma io non sto mica entrando in Fratelli d’Italia. Diciamo che ci sono un po’ di cose che rendono la destra un po’ più simpatica. Almeno non va dietro al woke…

Si dice che FdI abbia favorito l’accordo perché lei può togliere voti a Vannacci: è vero?

Non so cosa succederà con Vannacci, di sicuro diceva alcune cose interessanti e giuste per esempio sull’Ucraina o sulla sicurezza, anche se poi per esempio non sono d’accordo sulla remigrazione, visto che oltre a pagare il biglietto a qualche immigrato rischieremo poi di ritrovarcelo di nuovo qua. Ma a parte questo, non ha un programma economico e non ha costruito una classe dirigente. Il mio partito ha 10 mila iscritti, ma i nostri sono veri…

Correrà col centrodestra alle prossime elezioni?

Certamente non correremo col centrosinistra.

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Midterm, se i rischi interferenze nel voto non riguardano (solo) l’AI

28 October 2026 at 15:31

C’è tensione non soltanto politica attorno alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Il risultato decreterà l’agenda del governo di Donald Trump dei prossimi due anni, per cui l’attenzione è massima. Soprattutto per possibili irregolarità nel voto. La paura di interferenze è alta. Il timore che qualcuno possa infiltrarsi nei sistemi elettorali è reale, ma gli esperti pongono l’attenzione su altro. Ci sono dei vulnus importanti, è vero, ma non proprio quelli che ci si aspetta. Non ci sono evidenze che dimostrino irregolarità nelle tornate elettorali del passato. Piuttosto, i buchi da coprire sono altrove.

Il sito Axios ne elenca alcuni, dopo essersi confrontata con gli esperti di sicurezza nazionale. Come J. Alex Halderman, dell’Università del Michigan, secondo cui la Louisiana rimane “il dinosauro delle elezioni americane”. Il motivo è semplice: è l’unico – ed ultimo – Stato d’America in cui si continua ancora a votare a macchina. Quando scelgono il loro candidato, gli elettori premono su un tasto e il sistema immagazzina la risposta. E qui sì che gli esperti hanno avvertito che c’è il rischio di interferenza, vista la vulnerabilità agli attacchi informatici. Ma potrebbe anche verificarsi il caso che il sistema elabori la risposta in modo sbagliato. Siccome gli altri Stati hanno riscontrato delle falle, essendo impossibilitati a controllare in modo indipendente i risultati, sono passati al cartaceo. La macchina va vista solo come una fotocopiatrice che stampa la scheda contrassegnando la preferenza dell’elettore.

Anche qui ci sono però dei problemi tutt’altro che banali. Queste macchine sono comunque soggette ad hackeraggi. Molto spesso infatti, quando devono marcare la scelta dell’elettore, quest’ultimo può essere tratto in inganno. Ciò che vede sullo schermo può essere manipolato, e anche i risultati possono essere manomessi. Questi sistemi, noti come Ballot Marking Device (MBD), possono essere estremamente utili, soprattutto per chi non è in grado di compilare autonomamente una scheda cartacea. Il 23% degli americani vota tramite riconoscimento facciale. Un grande comodità, ma anche un grande rischio. Per sicurezza quindi, dentro i seggi elettorali si tende a fornire anche le schede fisiche.

Non bastasse, c’è anche qualcosa di più allarmante. A tirarla fuori lo scorso agosto è stato un ricercatore, Max Springer, che è potenzialmente riuscito a ricostruire come hanno votato gli elettori alle scorse primarie in Georgia. Gli è bastato entrare in possesso del registro elettorale e pagare la modica cifra di 20 euro per istruire un modello di intelligenza artificiale. In pochi minuti, ha ricostruito l’ordine in cui sono stati espressi i voti del 98,9% dei voti in persona. E questo solamente per due contee. “A livello statale, questa falla potrebbe compromettere le schede elettorali di milioni di cittadini della Georgia”, sottolinea Springer. Siccome il problema potrebbe estendersi ad altre contee e Stati, ciò che suggerisce è di implementare il software, risolvere il problema della macchina (senza quindi censurare l’accesso pubblico ai registri, che è un modo per garantire la trasparenza) e, nel mentre, anonimizzare i dati degli elettori.

Israele, l’enigma del voto: tre scenari per il dopo-Netanyahu (ma il rebus non si scioglie)

28 October 2026 at 15:21

Elezioni in Israele, Netanyahu resiste ma è stallo: nessuno ha i numeri per governare

L’illusione dell’opposizione di essersi lasciata alle spalle l’era Netanyahu è durata appena il tempo dei primi exit poll di ieri sera, quando sui palchi si celebrava già Gadi Eisenkot presentandolo come “il prossimo primo ministro”. Lo spoglio reale ha però ribaltato la serata: con la maggior parte delle schede ormai conteggiate, la destra di Netanyahu conquista 54 seggi contro i 47 del fronte del cambiamento, mentre i partiti arabi toccano il record storico di 19 parlamentari. La soglia di 61 deputati indispensabile per formare un governo rimane così un miraggio per chiunque. A questo punto saranno decisivi i voti ancora da spogliare a Tel Aviv, bacino storico del centrosinistra, insieme alle schede inviate da soldati e diplomatici all’estero. I risultati ufficiosi si vedranno venerdì, mentre la convalida ufficiale arriverà a inizio novembre, sapendo che in un Parlamento così spaccato anche un singolo seggio può ribaltare l’esito finale.

Invece di crollare come previsto dai sondaggi, il Likud torna in vetta con 27 seggi: sono 5 in meno rispetto alla precedente tornata, ma bastano a riportare Bibi al centro dei giochi. I centristi di Eisenkot si fermano a quota 20, mentre la vera sorpresa arriva dai seggi arabi del Triangolo, che salgono a 13 seggi diventando la terza forza del Paese.

Ora la palla passa al presidente Herzog per l’avvio delle consultazioni. Chi riceverà l’incarico avrà sei settimane per trovare un’intesa; in caso di fallimento ci sarà un secondo tentativo, prima di passare a un’ultima finestra di tre settimane in cui qualunque parlamentare potrà cercare di unire 61 voti. Qualora non si trovasse un accordo resterebbero solo le urne, anche se in Israele le trattative si preannunciano lunghissime. Sul tavolo restano tre strade, e nessuna è priva di ostacoli.

La prima strada porta a un nuovo mandato per Netanyahu con il Likud. Nel suo discorso notturno Bibi ha ringraziato i suoi “partner leali” lanciando un appello affinché “la maggioranza sionista deve tornare in sé e unirsi“, senza fare nomi specifici. Un’uscita che, “scrive il quotidiano israeliano Haaretz”, molti interpretano come un segnale d’apertura verso Ben-Gvir, Smotrich e i partiti religiosi. Per arrivare alla quota magica servono altri sette deputati, ma le sponde scarseggiano, dato che Bennett e Liberman, suoi ex ministri poi diventati fieri avversari, hanno escluso qualsiasi accordo per farlo tornare al potere.

Dal canto suo Abbas fa notare che a cercarlo “non è solo il blocco del cambiamento”, ricordando le intese sfiorate con Bibi nel 2021 prima del veto di Smotrich. Tuttavia, pure con i 6 voti di Ra’am, Netanyahu si fermerebbe a quota 60.Rimane l’opzione di una grande coalizione di unità nazionale, ben vista dalla presidenza e, dicono a Gerusalemme, caldeggiata anche da Donald Trump.

La seconda opzione punta a un governo di minoranza guidato da Eisenkot con il sostegno esterno dei parlamentari arabi,un’ipotesi credibile ai primi dati ma ormai quasi impossibile dopo lo scrutinio notturno. L’alleanza progressista conta appena 47 seggi e, pur sommando Ra’am e ipotizzando l’astensione della Lista Unita, resterebbe sotto i 54 seggi di Netanyahu.

Per ottenere la fiducia servirebbe infatti il voto favorevole di tutti i 19 deputati arabi, che si dicono aperti a trattare: Abbas è pronto a entrare nell’esecutivo e Tibi offre una «rete di protezione». L’ostacolo è però nel campo avverso, perché Eisenkot aveva promesso in campagna elettorale di non accettare quel sostegno, mentre Liberman — pur attaccando pesantemente il premier definendolo “il capo di un’organizzazione criminale”— rifiuta l’idea di un esecutivo di minoranza. Con questi dati sfuma pure l’ipotesi dell’opposizione di creare un governo provvisorio per sostituire il presidente della Knesset Amir Ohana e lanciare la commissione d’inchiesta sui fatti del 7 ottobre sempre bloccata da Netanyahu.

La terza via è quella più pericolosa: in assenza di un’intesa, Netanyahu rimarrebbe in carica come premier ad interim fino a nuove elezioni, che rappresenterebbero la settima chiamata alle urne dal 2019. È un film già visto, dato che tra il 2019 e il 2020 guidò una fase provvisoria per un anno e mezzo attraverso tre tornate elettorali, ma la differenza è che oggi il Paese si trova in guerra.

Un primo ministro con poteri ridotti dovrebbe affrontare emergenze gravissime, dall’Iran a Gaza, senza una maggioranza solida. A Netanyahu, tuttavia, il caos potrebbe persino far comodo, scommettendo su un calo dei votanti arabi e su una minore affluenza degli israeliani all’estero. Nel campo dell’opposizione, “racconta il giornale israeliano Ynet”, c’è già chi teme che possa sfruttare l’escalation con Teheran per costringere tutti a un esecutivo d’emergenza.

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