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Cybersicurezza, DEAS lancia a Palermo “The Dfir Chronicles”: a lezione dalle spie buone della rete

28 October 2026 at 17:01

Giovani e cybersicurezza: a Palermo la sfida degli hacker etici

“The Dfir Chronicles” è il progetto presentato dalla Società leader di Cybersicurezza DEAS a Palermo, in occasione del Mondadori Academy Forum Orienta. 28 e 29 ottobre, due giorni per entrare nel vivo della cyber investigazione e comprendere i processi della digital forensic attraverso un hackathon che vedrà alternarsi 32 squadre composte da studenti delle scuole secondarie di secondo grado.

Due scenari da analizzare e risolvere in un tempo prestabilito. LA Società fondata dall’imprenditrice e mecenate per giovani talenti Stefania Ranzato entra nel vivo della formazione italiana per divulgare e promuovere il concetto di “white hat”, hacker al servizio del Paese, coloro che operano per difendere l’asset strategico italiano.

Circa 5 mila studenti visiteranno l’area espositiva allestita all’interno dei cantieri culturali della ZISA di Palermo e sarà questa l’occasione di incontrare alcuni hacker di DEAS, il top che l’Italia vanta nelle competizioni internazionali come certificato dall’ultima Hack The Box 2026. Mondadori Academy Forum Orienta ha scelto le migliori realtà italiane per offrire una seria opportunità di incontro tra mondo della scuola e quello del lavoro e proprio nell’ecosistema cyber si caratterizzano occasioni straordinarie per costruire il proprio futuro e magari farlo per il bene del Paese. 

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Siamo all’ottavo decreto sicurezza. Ma la frustrazione dei giovani non si cancella così

28 October 2026 at 05:22

Siamo all’ottavo decreto sicurezza. A questo punto è evidente che continuare a invocare l’ordine pubblico per giustificare nuove leggi diventi solo propaganda; anzi, il modo più comodo per evitare domande scomode ed eludere risposte impegnative.

Se sette decreti sicurezza non sono stati sufficienti a impedire il ripetersi delle proteste e delle tensioni sociali, forse il problema non è soltanto l’assenza di norme o la loro insufficiente severità, ma ciò che la politica continua ostinatamente a non vedere.

E’ stato detto e ripetuto più volte: le proteste di piazza non possono essere liquidate come una questione di polizia, né affrontate esclusivamente con gli strumenti repressivi. La violenza non è giustificabile, va perseguita e la sicurezza dei cittadini va garantita. Ma trasformare ogni conflitto sociale in un problema di ordine pubblico significa confondere gli effetti con le cause, reprimere il sintomo e lasciare intatta la malattia.

Ormai, dovrebbe essere chiaro che, al di là delle rivendicazioni specifiche riguardanti il mondo della scuola, nelle proteste emerge una domanda molto più profonda, che i giovani studenti ripetono e scrivono a caratteri cubitali sugli striscioni che mostrano durante le proteste: “Vogliamo un futuro”. Che significa avere opportunità di lavoro dignitose, non essere condannati alla precarietà, poter costruire una vita senza dipendere dalle condizioni economiche della famiglia di origine. Ma anche: vivere in un mondo in pace, ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche, partecipare alle decisioni che riguardano il proprio domani: è questa la sicurezza che manca, quella che nessun decreto può garantire da solo.

Sono richieste e aspirazioni che dovrebbero interrogare la politica ben più di qualche slogan urlato in piazza. Si può contenere una protesta, ma non si cancella con un decreto la frustrazione di una generazione che non vede prospettive.

La rabbia, quando non trova ascolto, rischia di trasformarsi in disperazione, di alimentare la violenza e di approfondire la frattura tra cittadini e istituzioni. Per questo deve essere sostituita dalla speranza, che si alimenta non attraverso prediche moralistiche, ma con risposte concrete. E qui il pensiero va inevitabilmente alla mobilitazione degli studenti in Serbia, la quale dimostra che una generazione organizzata può diventare protagonista e non semplice spettatrice del proprio destino, pur in presenza di un partito – quello di Vučić – che nell’ultimo decennio aveva progressivamente preso il controllo di istituzioni e media, governando in modo illiberale.

Sia ben chiaro, ogni situazione è diversa dall’altra: Italia e Serbia hanno storie, culture e tradizioni diverse. Tuttavia, per incidere sull’agenda politica e cambiare la direzione imboccata servirebbe un progetto capace di unire le nuove generazioni attorno a obiettivi comuni, superando la frammentazione e la protesta fine a se stessa, progetto fondato sui valori fondamentali affermati dalla Costituzione (lavoro, giustizia sociale, ripudio della guerra), dei quali i giovani, e non solo, avvertono il tradimento.

La politica, pertanto, dovrebbe smettere di domandarsi soltanto come fermare i giovani e cominciare a chiedersi perché non si fidino più delle istituzioni. La sicurezza non si può costruire soltanto imponendo divieti e sanzioni, bensì offrendo diritti, opportunità e prospettive. E se un Governo si preoccupa solo di perseguire le violenze e i saccheggi delle vetrine dei negozi, dimenticando ciò che chiede la stragrande maggioranza di coloro che protestano pacificamente, nonché di dare risposte al disagio sociale, che è reale, si rischia di lasciare un Paese in ginocchio e senza futuro.

Per questo serve un impegno immediato e verificabile: un piano nazionale per l’occupazione giovanile, investimenti nella scuola pubblica, misure concrete contro la precarietà e le disuguaglianze, iniziative diplomatiche credibili per la pace e strumenti permanenti di partecipazione degli studenti alle decisioni politiche.

Serve, altresì, un protagonismo nuovo dei giovani: reti studentesche, mobilitazioni pacifiche e un programma comune capace di trasformare la protesta in proposta. Non basta scendere in piazza per denunciare ciò che non funziona: bisogna costruire insieme ciò che dovrebbe cambiare. La politica è chiamata a rispondere, ma i giovani devono poter diventare parte attiva di questa risposta.

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Le nomine di Gdf e intelligence agitano Palazzo Chigi

28 October 2026 at 03:45

Il governo sembra orientato a dare altri sei mesi di proroga ad Andrea De Gennaro come comandante generale della Guardia di Finanza. Il suo mandato, già prorogato in primavera, è in scadenza il prossimo 31 dicembre. Ma il governo non sembra aver trovato ancora la quadra.

Tra i potenziali successori ci sono Vito Augelli, alla guida dell’Ispettorato per gli istituti di istruzione del Corpo, Leandro Cuzzocrea, transitato all’intelligence e oggi vicedirettore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), e Umberto Sirico, a capo dei reparti speciali delle Fiamme gialle. Ma non solo: nei giorni scorsi il quotidiano Domani ha citato Francesco Greco, erede di Augelli al Comando interregionale per l’Italia meridionale, e Giuseppe Arbore, capo di stato maggiore. Lo stesso giornale parla di nuove tensioni, anche su questa nomina, tra il sottosegretario Alfredo Mantovano, che ha la delega all’intelligence e alla cyber, e Guido Crosetto, ministro della Difesa.

La partita al comando delle Fiamme gialle potrebbe incrociare quella ai vertici dell’intelligence: Carlo De Donno, generale dei Carabinieri, e Francesco Paolo Figliuolo sono entrambi in scadenza come vicedirettori rispettivamente all’Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi) e all’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise). Il primo, classe 1959, è vicedirettore dall’inizio del 2021 sotto il governo Conte II e ha ottenuto un ulteriore mandato, di due anni, a fine novembre 2024 dal governo Meloni. Il secondo, classe 1961, è vicedirettore da dicembre 2024. Per entrambi, dunque, è già scattata l’età pensionabile (65 anni: per De Donno prima della proroga di novembre 2024, per Figliuolo lo scorso luglio). Ma una proroga è ancora possibile, l’importante è che ci sia continuità di mandato.

Intanto, oggi il Copasir sente il direttore dell’Aise, Giovanni Caravelli. È la terza volta in meno di un mese, con il comitato parlamentare di vigilanza impegnato nell’indagine conoscitiva sulla Cina che, evidentemente, sta fornendo molto materiale da visionare e discutere.

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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C’è una guerra nell’intelligence americana, e la sta vincendo la Cia

28 October 2026 at 03:45

Il Pentagono vuole costruirsi una rete di spie sotto copertura, e la Central Intelligence Agency non sembra intenzionata a lasciarglielo fare. Dietro il progetto per rafforzare le capacità clandestine del dipartimento della Difesa – della Guerra, sotto l’amministrazione Trump – si intravede una battaglia per il controllo dello spionaggio americano, nella quale Langley sembra avere oggi il vantaggio politico. Ma la vittoria di un’agenzia sulle altre non significa che gli Stati Uniti siano più preparati a raccogliere informazioni in un mondo in cui le coperture tradizionali sono sempre più difficili da mantenere.

Secondo il Washington Post, il Pentagono sta pianificando un programma più ambizioso di nonofficial cover officer (Noc): agenti che operano all’estero senza apparenti legami con il governo americano, fingendosi imprenditori o professionisti del settore privato. L’obiettivo è raccogliere informazioni economiche sulla Cina e sugli altri concorrenti strategici degli Stati Uniti. Il progetto è ancora in fase di pianificazione e il Pentagono contesta la ricostruzione del giornale. A supervisionarlo sarebbe Tom Rakusan, veterano della Agency con 39 anni di servizio, entrato al Pentagono dopo il passaggio al fondo Cerberus Capital Management, cofondato da Steve Feinberg, oggi vicesegretario alla Difesa. L’idea di sviluppare capacità autonome di copertura non ufficiale, tuttavia, tocca un nervo scoperto: Langley considera le operazioni clandestine all’estero una propria competenza fondamentale e vuole che siano coordinate dai suoi capi stazione sul territorio.

La notizia ha alimentato il sospetto che la fuga di informazioni al Washington Post sia stata orchestrata proprio da Langley per bloccare l’iniziativa. Il leak sarebbe, secondo questa lettura, una mossa nella guerra burocratica tra le agenzie e un’altra vittoria di John Ratcliffe, direttore della Agency.

Di certo c’è che il conflitto è plausibile, e il problema operativo che lo alimenta è reale. Costruire una copertura credibile oggi è molto più difficile che in passato: controlli biometrici, tracce digitali e informazioni facilmente accessibili rendono complicato nascondere un’identità o un passato militare. Anche il comportamento di un agente può tradirlo. Il Pentagono, del resto, ha già sperimentato i limiti delle coperture commerciali: in un caso citato dal Post, operatori legati alle forze speciali in Africa si presentarono come dipendenti di una società mineraria senza avere conoscenze adeguate del settore.

E neppure Langley sembra aver risolto il problema. Un rapporto interno risalente al periodo della pandemia segnalava che circa tre quarti dei suoi ufficiali sotto copertura profonda sarebbero arrivatI all’età pensionabile entro la metà degli anni Venti, senza un ricambio e una formazione sufficienti. Un precedente tentativo di rafforzare queste capacità era fallito anche per carenze di addestramento e supervisione. La fonte citata interpreta proprio questa fragilità come la vera questione strategica: gli Stati Uniti hanno bisogno di un programma di copertura non ufficiale adeguato al contesto tecnologico attuale, ma finora nessuno è riuscito a costruirlo.

La battaglia per il controllo dell’intelligence, intanto, si combatte anche a Washington. Il confronto tra Ratcliffe e Tulsi Gabbard, fino a giugno direttrice l’Intelligence nazionale, ovvero l’organismo che coordina la comunità d’intelligence americana (composta da 18 strutture), ha già compromesso la collaborazione tra le due strutture. A giugno Reuters aveva rivelato che Langley aveva ridotto i propri contributi ad alcune valutazioni dell’Ufficio del direttore dell’Intelligence nazionale (Odni), comprese quelle sull’Iran, nel quadro di uno scontro che si trascinava da oltre un anno. La frattura riguardava anche il controllo delle informazioni e il Presidential Daily Brief, il rapporto quotidiano destinato al presidente. Gabbard aveva istituito un gruppo per indagare sulla politicizzazione dell’intelligence; Langley riteneva che aggirasse le procedure di condivisione e declassificazione, mentre l’Odni accusava la Agency di limitarne l’accesso ai dati. Le successive revoche di autorizzazioni di sicurezza a funzionari attuali ed ex, tra cui un ufficiale sotto copertura della Agency, hanno aggravato la crisi.

L’Odni era stato creato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 per migliorare il coordinamento tra le agenzie e correggere i fallimenti analitici che avevano preceduto la guerra in Iraq. La sua debolezza, però, è strutturale: deve coordinare apparati dotati di proprie capacità operative, culture e interessi, senza disporre necessariamente dell’autorità necessaria a imporsi su di loro. La Cia, al contrario, conserva un peso istituzionale considerevole e un accesso diretto alla Casa Bianca.

Gabbard ha lasciato, ufficialmente per stare accanto a suo marito malato. Dopo di lei è arrivato, ad interim, Bill Pulte, a capo anche dell’agenzia federale per la finanza immobiliare e senza una comprovata esperienza nel settore dell’intelligence; poi Jay Clayton, ex procuratore federale del distretto Sud di New York. È diffusa da tempo, ma con l’amministrazione Trump si è man mano rafforzata, l’idea che l’Odni finisca per legittimare decisioni politiche anziché garantire valutazioni indipendenti. Ciò anche a causa dell’indebolimento dell’ufficio, tra licenziamenti e pressioni sul personale che si occupa di analisi.

Il problema va oltre la rivalità tra agenzie: se l’ufficio incaricato di integrare le informazioni e preservare l’indipendenza dell’analisi perde autorevolezza, l’intero sistema rischia di diventare più frammentato e vulnerabile alle pressioni della Casa Bianca.

In questo quadro, Ratcliffe sembra aver guadagnato terreno: la Cia mantiene il proprio peso mentre l’Odni perde centralità e il Pentagono incontra resistenze nel tentativo di ampliare le proprie capacità clandestine. È una vittoria politica, non una soluzione strategica. La comunità d’intelligence americana deve ancora affrontare la questione decisiva: come reclutare fonti, proteggerle e raccogliere informazioni affidabili in un ambiente tecnologico e geopolitico radicalmente cambiato. Vincere la contesa a Washington non basta a vincere la futura guerra dello spionaggio.

 

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Non diamo la colpa ai giovani se il contratto sociale è saltato

28 October 2026 at 03:45

Chi ha ascoltato i ragazzi sa che chiedono di avere un posto nella società, una prospettiva di futuro, e la risposta non può essere solo repressiva: da loro si pretende responsabilità senza dare potere, è venuto il momento di condividerne un po'

Le scuole fatiscenti e l’accesso all’università a Parigi, gli affitti a Madrid e Lisbona, il carovita, la precarietà e la scuola da noi. Francia, Spagna, Portogallo, Italia: le piattaforme sono diverse, ma un elemento accomuna le manifestazioni di queste settimane: l’età di chi scende in piazza. Molti sono studenti delle superiori, alcuni non ci sono ancora arrivati. A Milano, tra i giovani identificati dopo i saccheggi del 17 e 18 ottobre, il più piccolo ha undici anni e frequenta le medie in una scuola della Barona.

L’occasione era troppo ghiotta per non indurre i media e la politica a buttarcisi; così abbiamo visto adulti che poco o nulla sanno delle condizioni di vita dei ragazzi improvvisarsi sociologi, pedagogisti, psicologi o neuropsichiatri: nella migliore delle ipotesi per pontificare; nella peggiore per legiferare. È il caso del decreto legge 22 ottobre 2026, n. 190, che introduce – per l’ennesima volta in questa legislatura – un nuovo reato, stabilisce che tra i 14 e i 18 anni l’imputabilità è presunta e invia a Milano cinquecento militari per gestire l’ordine pubblico. Ci si spinge fino a stravolgere l’impianto peculiare del processo minorile, che chiede di accertare caso per caso la maturità dell’imputato e segue la logica della messa alla prova e del recupero.

Sgombro il campo da un possibile equivoco: la violenza non si giustifica, e chi spacca vetrine e saccheggia negozi deve risponderne. Ma se l’unica risposta che lo Stato sa dare è penale, vuol dire che ha rinunciato a capire. Come ha rinunciato a capire chi guarda con simpatia a chi contesta il Capitale o l’Ordine costituito, con una senile nostalgia per gli anni in cui “gli eroi son tutti giovani e belli”, che per ragioni anagrafiche non ha potuto vivere da protagonista.

Per capire un fenomeno, si sa, è buona pratica allargare lo sguardo. In questo contributo provo a farlo mettendo in fila tre cose: una generazione sacrificata, un sistema educativo tirato in ballo a sproposito, un diritto che continuiamo a negare.

In fondo alla fila
Chi ha ascoltato i ragazzi, invece di parlare al posto loro, ha sentito sempre le stesse parole: salari inadeguati, lavori che non soddisfano, nessuna certezza sul futuro lavorativo, abitativo e previdenziale. E i dati sono lì, impietosi, a confermarlo. La crisi nasce da un patto che non regge più. La promessa implicita era semplice: studia, impegnati, e avrai un posto nella società almeno pari a quello dei tuoi genitori. Oggi quella promessa non è più credibile, e i diretti interessati lo sanno meglio di noi.

Questo risultato non è frutto del caso: è l’effetto cumulato di scelte. Il debito pubblico è cresciuto quasi sempre senza chiedersi come migliorasse la vita di chi dovrà ripagarlo. La spesa per pensioni e sanità è destinata a crescere, e quella per istruzione e sostegno alla genitorialità a contrarsi. In questa «repubblica fondata sul lavoro», i giovani lavoratori sono poco tutelati. E la tutela dell’ambiente, che l’articolo 9 riformato nel 2022 lega espressamente all’«interesse delle future generazioni», resta più spesso enunciata che praticata.

C’è un filo che tiene insieme queste scelte. La politica risponde, legittimamente, a chi la vota; e chi vota è sempre più anziano, mentre una parte di chi pagherà il conto, quel conto non può nemmeno contestarlo nelle urne. Quando il contratto sociale salta per una parte della popolazione, quella parte cerca altri modi per farsi sentire. Alcuni sono pacifici, altri no.

Il triangolo educativo
Ogni volta che la cronaca coinvolge adolescenti o preadolescenti, la reazione è quasi pavloviana: si tira in ballo il ruolo della scuola, spesso a sproposito. La dimensione educativa è ovviamente decisiva, ma pensare che qualcuno abbia la bacchetta magica è quantomeno ingenuo. Serve un approccio sistemico, che coinvolga tutti i vertici del cosiddetto triangolo educativo: scuola, famiglia e territorio, cioè istituzioni e associazioni.

Non siamo all’anno zero: questi soggetti, almeno quelli pubblici, gli strumenti per intervenire li hanno già. E li usano ogni giorno, in silenzio e nel disinteresse generale. Certo, non tutti sono attrezzati allo stesso modo: le istituzioni sono fatte di persone, e le persone non sono tutte ugualmente capaci. Anche per questo i tre vertici devono sostenersi a vicenda in un dialogo costante.

L’intervista che la dirigente della scuola dell’undicenne della Barona ha dato al Corriere della Sera lo mostra con chiarezza. La scuola su quello studente aveva investito e continua a farlo. Ha costruito un percorso individuale, ha segnalato le difficoltà e chiesto l’intervento dei servizi sociali. E quando lo ha riconosciuto nei video, i docenti hanno pianto per il senso di impotenza.

Da quella storia si ricavano una buona e una cattiva notizia. La buona è che le nostre scuole sono tenute in piedi da persone che sanno quello che fanno e non aspettano il fatto eclatante per muoversi. La cattiva è che, anche quando ciascuno fa la propria parte, a volte non basta.

Ora proviamo a guardare con questa lente il modo in cui reagiamo quando una generazione irrompe sulla scena pubblica. Quasi mai la risposta rafforza uno dei tre vertici. La famiglia, spesso il vertice più fragile, viene colpevolizzata. Sul territorio si mandano militari senza formazione nella gestione dell’ordine pubblico, invece di educatori, assistenti sociali o presidi culturali. La risposta repressiva è necessaria quando vengono commessi reati. Ma dovrebbe essere l’extrema ratio e, in ogni caso, va letta per quello che è: la certificazione di un fallimento. Quando diventa la prima risposta, è come se quel fallimento lo certificassimo in anticipo.

No imputation without representation
C’è poi un paradosso che il decreto rende evidente. Per lo Stato un quattordicenne che commette un reato è presunto maturo quanto un adulto, e come un adulto può essere fermato anche prima di commetterlo. Ma non è abbastanza maturo da partecipare alla scelta di chi fa le leggi.

Gli chiediamo responsabilità e non gli diamo potere. I coloni americani, davanti a un Parlamento che li tassava senza farli votare, risposero: «no taxation without representation», dando vita a una delle grandi rivoluzioni liberali della storia moderna, la prima a concludersi con una repubblica fondata su una costituzione scritta. Due secoli e mezzo dopo, potremmo applicare un principio simile: «no imputation without representation».

Iniziamo a riflettere su come eliminare dall’articolo 48 della Costituzione il requisito della maggiore età per votare. Non ripeto qui l’argomentazione che ho fatto in questo saggio. Mi limito a osservare che il modo strutturale per smettere di legiferare contro l’interesse dei più giovani è dare loro il voto, perché ignorarli diventi più costoso. Con due vantaggi ulteriori: chi può votare non pensa che spaccare tutto sia l’unico modo per farsi sentire; e la responsabilità non si insegna per decreto, si impara esercitandola.

Fare gli adulti
Rubo a Francesco Costa una domanda, anch’essa ispirata dai disordini di Milano, Bologna e Torino: gli adulti possono fare gli adulti? È la domanda giusta. Fare gli adulti non significa pontificare, né rispondere a una vetrina rotta con un nuovo reato. Significa fare in modo che i tre vertici del triangolo educativo funzionino e si sostengano, perché dove uno cede possano arrivare gli altri. E significa accettare di condividere un po’ di potere con chi erediterà le conseguenze delle nostre scelte.

Altrimenti la prossima volta torneremo a stupirci dell’età di chi è in piazza, a cercare un colpevole nella scuola o nelle famiglie e a scrivere un altro decreto. E i ragazzi avranno avuto ancora una volta la conferma di ciò che già pensano: che di loro ci occupiamo solo quando fanno notizia.

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