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Botta e risposta tra Vannacci e Balzano. “Non escludiamo di uscire da Ue e Nato”. “Posizione vaga”

29 October 2026 at 13:36

Confronto vivace a Battitori liberi, su Radio Cusano, tra il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, e Savino Balzano, conduttore della trasmissione insieme a Gianluca Fabi. A far scattare il battibecco è la posizione dell’ex generale sull’Unione europea e sull’euro: a Balzano che lo incalza sulle sue dichiarazioni contestandogli una posizione poco incisiva rispetto alle aspettative del suo elettorato, Vannacci replica con tono piccato, respingendo la ricostruzione del saggista (“Sbagliato, è una falsificazione”) e chiarendo che l’uscita dall’Ue e dalla moneta unica resta una possibilità, anche se non figura tra gli obiettivi programmatici del suo partito.

Il politico invita Balzano a leggere il programma di Futuro Nazionale: “Né nel programma né nelle nostre intenzioni c’è quella di mettere in piano un’uscita dall’Ue e dall’euro come punto programmatico del partito. Abbiamo sempre avuto un approccio critico nei confronti di questa Unione europea e di questa Unione monetaria, che vogliamo cambiare”. L’obiettivo, spiega, è “andare a ridiscutere i trattati principali dell’Unione europea”. E cita AfD in Germania, Rassemblement National in Francia, Vox in Spagna e altre forze politiche europee che, a suo giudizio, possono favorire una revisione degli accordi di Maastricht. Poi precisa: “Non escludiamo tuttavia, nel caso di impossibilità di cambiare questa Unione dall’interno, la possibilità anche di uscire“.

Una risposta che non convince Balzano: “Mi sembra una posizione un po’ vaga”.
Vannacci replica: “Non è vaga. È una questione di tempi, di fattibilità e di possibilità di intervenire”.
Ma il conduttore torna alla carica: “Io parlo da cittadino. Mi sembra una posizione vaga. Alla fine questa Unione europea non piace a nessuno, non piaceva neanche al Pd. Pure il Pd vuole cambiare l’Unione europea. Uno da lei si aspetterebbe una posizione più tranchant”.
Il leader di Futuro Nazionale rivendica allora la differenza tra il proprio progetto politico e quello dei democratici: “Il mio partito non si chiama Italexit, quindi già uno se ne dovrebbe essere accorto prima. Il Pd vuole cambiare questa Unione europea nel senso di una maggiore integrazione. Noi invece vogliamo l’Europa delle patrie, delle nazioni e dei popoli sovrani, che è una cosa ben diversa”.

Per Vannacci, tentare di modificare l’Unione dall’interno è una strada più praticabile rispetto all’uscita immediata attraverso l’articolo 50 dei trattati europei. “L’uscita dall’Unione europea è una cosa che gli sprovveduti tirano fuori così, tanto per prendere qualche voto. Chi ha seguito almeno il percorso della Brexit sa che è una cosa tutt’altro che facile e sa che molti in Inghilterra oggi se ne stanno pentendo. Vedasi la Scozia, che sta cercando un percorso alternativo. Quindi bisogna pensarci bene”.
Il discorso si estende anche all’Alleanza Atlantica. “Non escludiamo la possibile uscita anche dalla Nato – afferma Vannacci, che indica come priorità il rafforzamento del peso dell’Italia nelle organizzazioni internazionali – Vogliamo rafforzare la posizione nazionale all’interno di queste organizzazioni e non più subirle da succubi. Vogliamo diventarne attori che riescono a perorare l’interesse nazionale”. E contesta le direttive e i regolamenti che, a suo dire, la Commissione europea impone agli Stati membri.

Balzano, però, torna a punzecchiarlo e chiude con una battuta: “Faccia attenzione a non cascare nel ‘ma anche’ di Veltroni, però. Glielo do come consiglio da cittadino”.
Vannacci non lascia cadere la provocazione: “Veltroni fa un altro lavoro rispetto al mio. Io quello che dico lo mantengo e l’ho sempre fatto nella mia vita”. E ribadisce che la linea del partito è sempre la stessa: “Chiunque abbia letto il programma di Futuro Nazionale sa che questa è stata la posizione sin dall’inizio”.

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Kids Act, la Commissione Ue frena le leggi nazionali: stop di 12 mesi ai progetti dei Paesi membri

29 October 2026 at 13:31

In merito al Kids Act, l’iniziativa volta a vietare l’uso dei social network ai minori di 13 anni, “abbiamo avanzato una proposta molto chiara, che prevede un approccio graduale e l’obbligo di integrare la sicurezza fin dalla fase di progettazione (‘safety by design’) per tutti i servizi online. La nostra proposta armonizza le norme per garantire che tutti i minori nell’Ue godano di un pari livello di protezione, poiché un problema europeo richiede una risposta europea unitaria. Per questo motivo, posso confermare oggi che la Commissione ha deciso di rinviare di 12 mesi l’iter di qualsiasi progetto di legge nazionale che si sovrapponga alle future norme armonizzate”. 

La dichiarazione arriva da Thomas Regnier, portavoce dell’Esecutivo comunitario per il Digitale, nel corso del consueto incontro con i giornalisti. Motivando il rinvio, il portavoce ha spiegato: “Perché è importante? È assolutamente fondamentale per evitare una frammentazione del nostro mercato interno e per salvaguardare il lavoro dei nostri colegislatori. Dobbiamo ora concentrarci sui negoziati relativi all’Eu Kids Act e garantire un’efficace applicazione delle nostre norme”.

Entrando nel dettaglio dei provvedimenti già presentati, il portavoce ha poi evidenziato: “Ci sono già alcune leggi nazionali – sottolinea il portavoce – che sono state notificate alla Commissione europea” oltre all’Austria come “Slovenia,Italia, Belgio, Francia e altri Stati membri” e “i lavori su tali provvedimenti sono in corso, ma ciò non modifica la nostra posizione di fondo: non intendiamo frammentare il nostro mercato interno.

Se si procedesse in tal modo, si verrebbero a creare normative e requisiti differenti nei vari Stati membri, rendendo l’applicazione delle norme praticamente impossibile. Le piattaforme non sarebbero in grado di conformarsi a un mercato così frammentato e, in ultima analisi, ci ritroveremmo privi di qualsiasi livello di tutela. È proprio per questo che abbiamo presentato una proposta armonizzata volta a proteggere tutti i minori”.

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Lagarde si dimette dalla BCE, lascia in anticipo la presidenza dal 7 febbraio 2027

29 October 2026 at 10:49

Christine Lagarde lascia la presidenza della Banca Centrale Europea. Lo ha comunicato in una nota diffusa giovedì 29 ottobre nella quale informa il Consiglio direttivo e il presidente del Consiglio europeo António Costa che lascerà l’incarico nel 2027, precisamente il 7 febbraio.

L’addio arriva in anticipo rispetto alla scadenza naturale del mandato, fissata al 31 ottobre 2027. La notizia arriva a poche ore dalla decisione sui tassi di politica monetaria e in un momento nel quale l’UE deve fare i conti con un’inflazione che viaggia su percentuali elevate.

Lagarde si dimette in anticipo dalla BCE

In un comunicato arrivato a Francoforte nella mattinata di giovedì 29 ottobre 2026, Christine Lagarde ha annunciato le dimissioni dalla presidenza della Banca Centrale Europea.

Lascerà l’incarico il 7 febbraio 2027, con circa nove mesi di anticipo sulla scadenza del mandato. Infatti Lagarde si era insediata il 1° novembre 2019 e avrebbe dovuto chiudere i suoi otto anni di mandato, non rinnovabile, il 31 ottobre 2027.

Come e quando si sceglierà il successore di Lagarde

Per la nomina del successore di Christine Lagarde bisognerà attendere gli svariati passaggi burocratici della macchina europea. La nomina finale, come indicato dall’articolo 283 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, spetta comunque al Consiglio europeo.

Il percorso però ha diversi passaggi. In breve:

  • il Consiglio dell’Unione europea formula una raccomandazione;
  • vengono consultati il Parlamento europeo e il Consiglio direttivo della Bce;
  • vengono consultati i leader dei Paesi che hanno l’euro.

Il parere dell’Eurocamera non è vincolante e alla fine la scelta avviene a “maggioranza qualificata”.

La Bce ha già spiegato in una nota che “il successore della presidente Lagarde sarà nominato dal Consiglio europeo secondo la procedura di nomina prevista dall’articolo 283 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea”.

Cosa cambia per tassi, mutui e risparmi dopo le dimissioni di Lagarde

Fino a febbraio 2027, non dovrebbero esserci cambiamenti nella linea della BCE dettata dalla presidente dimissionaria. In genere un cambio al vertice potrebbe portare una temporanea volatilità sui mercati, soprattutto per comprendere al meglio quale potrebbe essere la linea futura del successore di Christine Lagarde.

Per mutui e risparmi, non ci sono effetti dovuti alle dimissioni della presidente della BCE. Si tratta di fattori che vengono stabiliti in base all’andamento Euribor per i tassi variabili e IRS per i tassi fissi e ovviamente anche a seconda delle decisioni prese dal Consiglio direttivo.

Il conto della guerra: per il commissario Ue all’energia oltre 50 milioni di europei non saranno in grado di scaldare casa. “L’inverno sarà duro”

29 October 2026 at 09:45

Il prossimo inverno sarà “duro” per i cittadini europei. Oltre 50 milioni di persone potrebbero non essere in grado di “riscaldare adeguatamente” le proprie abitazioni, a causa degli elevati prezzi dell’energia causati dalla guerra in Medio Oriente. È l’allarme lanciato dal commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, a Lussemburgo, a margine del Consiglio Ue Energia che discuterà una proposta di regolamento per adeguare alle esigenze future la componente delle bollette destinata a remunerare i costi delle reti. Ieri il prezzo del gas sul Ttf di Amsterdam, piazza di riferimento per l’Europa, ha sfondato la soglia dei 100 euro a megawattora tornando sui livelli del 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. “In un anno qualunque, purtroppo, quasi cinquanta milioni di europei non riescono a riscaldare adeguatamente le proprie abitazioni a causa degli elevati prezzi dell’energia in Europa”. Secondo Eurostat, nel 2025 la quota di popolazione Ue che non riusciva a mantenere la propria abitazione adeguatamente calda è scesa all’8,8%, a circa 40 milioni di persone. “Quest’anno, probabilmente, il numero sarà ancora più alto. Dobbiamo quindi fare tutto il possibile per alleviare queste difficoltà”, ha dichiarato.

“L’Ue è in una posizione migliore per affrontare questa crisi” rispetto al 2022, quando la guerra in Ucraina e il taglio delle forniture russe avevano provocato una crisi dei prezzi, ha spiegato Jorgensen, “perché abbiamo ridotto il nostro consumo di gas ma questa crisi è anche più grave, perché riguarda anche il petrolio e i prodotti petroliferi”. Per il momento, ha precisato il commissario, l’Unione non prevede una crisi di approvvigionamento dei carburanti. Ma la distinzione vale poco per chi non riesce a sostenere i costi. “Per i cittadini che non possono permettersi di acquistare la benzina per la propria auto o per riscaldare le case” la situazione non è diversa da una crisi di approvvigionamento, ha sottolineato Jorgensen, chiedendo di “discutere ulteriori misure su ciò che si può effettivamente fare per alleviare questa grave situazione”.

La linea di Bruxelles è duplice: da un lato, aiutare nell’immediato le famiglie più esposte ai rincari. Dall’altro, accelerare la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. Gli Stati membri, ha ribadito il commissario, dovrebbero adottare misure “mirate e temporanee” per sostenere gli utenti più vulnerabili. Ma il messaggio politico rivolto ai governi guarda soprattutto alla transizione energetica. “Fate tutto ciò che è in vostro potere per abbandonare i combustibili fossili il più rapidamente possibile”, ha detto Jorgensen. Questo significa, ha aggiunto, puntare maggiormente sulle energie rinnovabili e sull’efficienza energetica, favorire l’elettrificazione, sostituire le caldaie a gas o a olio combustibile con pompe di calore elettriche e passare dai veicoli con motore a combustione a quelli elettrici. “Sono tutte misure che possono essere sostenute e che, già nel breve periodo, sono in grado di fare una differenza concreta”, ha concluso.

La presidenza irlandese: “Né l’Ue né gli Stati hanno la bacchetta magica per far sparire gli aumenti”

Il problema è come affrontare la fase di transizione mentre famiglie e imprese continuano a fare i conti con bollette e carburanti costosi. A riconoscerlo è anche il ministro dell’Energia irlandese Darragh O’Brien, il cui Paese ha la presidenza di turno dell’Unione. “È bene essere chiari: né l’Ue né gli Stati membri hanno la bacchetta magica per far sparire gli aumenti dei prezzi”, ha affermato a margine del Consiglio. I governi sono già intervenuti sul fronte fiscale e con misure di sostegno di breve periodo, ha ricordato O’Brien, citando la riduzione delle accise su diesel e benzina e gli aiuti a settori come quello dell’autotrasporto. Ma vanno individuate soluzioni più strutturali. “L’obiettivo di oggi è capire come superare queste misure, puntando a soluzioni più sostenibili. È per questo che le reti e i relativi oneri di rete rivestono un’importanza cruciale, ed è per questo che vogliamo promuoverne lo sviluppo durante la nostra presidenza”.

Il nodo è anche quello dei costi delle infrastrutture elettriche, indispensabili per sostenere l’aumento della domanda legato alla diffusione delle auto elettriche, delle pompe di calore e delle altre tecnologie alimentate dall’elettricità. “Non c’è tempo da perdere: stiamo attraversando una crisi energetica molto grave che minaccia la competitività dell’Unione e richiede un intervento adeguato”, ha detto il ministro irlandese. “Dobbiamo fare tutto il possibile per intervenire sugli oneri di rete, sulle infrastrutture e sull’accelerazione dell’elettrificazione, per garantire il nostro futuro”.

In salita la discussione sulla proposta per ridurre le bollette

Sul tavolo del Consiglio ci sono i principi per definire le tariffe e la tassazione dell’elettricità riducendo gli oneri di rete e il costo delle bollette, ma anche gli obiettivi di efficienza energetica, resilienza, interconnessioni ed elettrificazione da integrare nel quadro successivo al 2030, in vista dell’obiettivo climatico europeo per il 2040 e della neutralità climatica entro il 2050. Le discussioni, finora mantenute a livello tecnico, iniziano in salita, con quasi una decina di Paesi che hanno sollevato preoccupazioni sull’intervento per garantire all’elettricità un regime fiscale più favorevole rispetto al gas. La misura era stata proposta dalla Commissione lo scorso luglio nel quadro del pacchetto di revisione delle tariffe di rete per ridurre i costi dell’energia. Diverse capitali – tra cui Svezia, Finlandia, Polonia, Lettonia e Repubblica Ceca – spingono per eliminare l’intervento, contestando la base giuridica scelta da Bruxelles, che consentirebbe di adottare la disposizione a maggioranza qualificata in quanto misura accessoria alla revisione delle tariffe di rete, evitando l’unanimità normalmente richiesta per le decisioni in materia fiscale.
I servizi giuridici del Consiglio Ue hanno definito la proposta di Bruxelles ‘legale’ dal punto di vista procedurale. Ma resta il nodo politico, che potrebbe spingere Palazzo Berlaymont a ritirare la misura nel caso in cui l’opposizione tra i Paesi dovesse allargarsi ancora.

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