
Mescolano tutto, carovita, scuola, Palestina, in un cocktail che cattura ogni pulsione senza costruire realmente una piattaforma politica seria.
Oggi tutte le grandi città saranno “occupate” da cortei autorizzati o non autorizzati per lo sciopero generale degli Usb, che ancora una volta hanno fregato sul tempo la Cgil, che farà il suo sciopero generale il 20 novembre. Questi Usb hanno già giocato sull’equivoco quando ci fu la grande manifestazione pro-Pal: molta gente credette che era il classico sciopero generale dei sindacati o almeno della Cgil, e andò in piazza.
Gli eredi dei Cobas fanno di nuovo da calamita per l’arcipelago pro-Pal, a cui si aggiungono gli studenti del Movimento 17 ottobre, diviso tra manifestanti pacifici e casinisti di ogni risma. Vedremo le dimensioni della protesta, ma è già chiara la sua connotazione radicale: non è un giudizio di valore – al netto delle pratiche violente – ma una constatazione. Il Pd infatti non ci sarà, se non con i dirigenti più movimentisti e “flotilleri”.
Non è neppure chiaramente identificabile come una giornata contro il governo Meloni – anzi, se ci scapperanno le botte la cosa farà gioco proprio alla premier – ma contro un Avversario Indistinto, il Liberismo, il Sionismo… Si prevede anche gente pronta a infrangere le regole e il diritto degli altri cittadini a una giornata normale, in questo magma segnato da spinte ribelliste, anarcoidi e nichiliste, come si è visto nelle giornate dei disordini soprattutto a Milano.
L’estremismo storico fa la sua parte e ci mette il cappello, Askatasuna a Torino, i centri sociali a Roma, i disoccupati a Napoli. Vedremo se la parte democratica degli studenti, che giustamente reclama una scuola molto diversa da quella attuale, riuscirà a governare la piazza. Ma al di là della cronaca, che comunque in questi casi è politica, è innegabile che ci sia un ritorno di un estremismo anche venato di “rossobrunismo” – le simpatie per Putin, il disprezzo per Zelensky, l’indifferenza ideologica, l’ostilità per l’Europa – il che lo differenzia enormemente dall’estremismo classico del Novecento e che, anche per questo, è persino più pericoloso, perché è in grado di catturare l’“umor nero” degli italiani senza minimamente darvi risposta.
Questo vento movimentista si accompagna e forse in una certa misura imprime una spinta radicale al campo largo, che sta un po’ dentro e un po’ fuori dal magma. Alimenta uno slittamento estremistico della coalizione guidata da Schlein, Conte, Fratoianni, a cui ora si è aggiunto – oggettivamente chiamato dalla segretaria del Pd – il rifondarolo Maurizio Acerbo, e benedetta da vari intellettuali, cineasti e commentatori, di norma gente benestante che si lamenta del carovita. Sempre oggi il campo largo si riunirà nel formato-osteria (Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli), cioè il gruppetto dei leader che il 16 giugno s’incontrò a pranzo all’Osteria Costanza, nel centro di Roma, per discutere il percorso di costruzione del programma del centrosinistra in vista delle elezioni e annunciare due appuntamenti politici, fissati per l’8 e il 15 luglio: il primo finì male, il secondo non si fece e finora il programma è una scatola vuota.
La famosa foto del quartetto avvolto in una luce livida non portò bene. Anche oggi i quattro dovrebbero decidere se e quando fare una manifestazione contro il carovita, incastrandola tra vari scioperi generali, con il fondato rischio di un flop a paragone di quelli. Difficile che si discuta di primarie, visto che non c’è accordo sui tempi: per Conte bisognerebbe sbrigarsi, mentre la leader del Pd immagina i gazebo a metà marzo, nella convinzione che le politiche saranno a maggio, dunque meglio non bruciarsi per la troppa fretta. È un labirinto che sarebbe piaciuto a Borges.
Dunque, da una parte c’è la persistenza di un movimento segnato da un’egemonia estremista con preoccupanti spinte violente; dall’altro si vede un ulteriore rafforzamento della spinta radicale nel campo largo. Potrebbe sembrare che la sintonia tra la piazza e la politica della sinistra sia una buona cosa, specie dal punto di vista elettorale. Ma probabilmente si tratta di un’illusione ottica: l’estremismo non vince mai.
Piuttosto, ciò che è davvero inquietante è la totale assenza di reazione da parte dei moderati del centrosinistra, indaffarati nelle proprie beghe sulle loro liste più che impegnati a costruire un autonomo programma di riforme possibili e utili per il Paese. Un’ignavia che fa male soprattutto a loro, sempre più marginali.
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