Il 23 dicembre Enrico Mentana condurrà per l’ultima volta il Tg La7. Lo ha annunciato lui stesso dal palco del Premio giornalistico Franco Marchiaro di Alessandria, confermando una decisione sulla quale si rincorrevano indiscrezioni da mesi: “Il 23 dicembre saluterò i miei telespettatori, sarà il mio ultimo giorno alla conduzione del Tg de La7”. Dopo sedici anni alla guida del telegiornale, il giornalista si prepara dunque a chiudere un capitolo importante della sua carriera. Ma cosa ne pensa Urbano Cairo? E, soprattutto, chi prenderà il posto di Mentana?
A rispondere è stato proprio l’editore di La7 e del Corriere della Sera, ospite di Giorgio Lauro e Nancy Brilli a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1: “Ha detto questa cosa, ci conosciamo da una vita. È con me da tredici anni ed era a La7 già prima. In tutto questo tempo gli ho sempre lasciato una libertà assoluta. È una persona particolare, ma ci siamo sempre trovati bene e siamo anche amici. Posso capire che, dopo tanti anni, si senta il desiderio di chiudere un’esperienza”.
Nessun tentativo dichiarato di convincerlo a restare, dunque, almeno per il momento. “In questa vicenda rispetto molto i suoi desiderata. Lo stimo, è una persona di altissimo livello, quindi lascio decidere a lui”, ha spiegato Cairo. Che, interrogato sul piano personale, ha aggiunto: “Mi dispiacerebbe molto. Siamo amici, è bello condividere una colazione o una cena. Ma arriva anche il momento in cui le esperienze possono concludersi”.
E il futuro di Mentana? Tra le indiscrezioni circolate nelle ultime settimane c’è quella di un possibile approdo a Sky, ma Cairo preferisce non sbilanciarsi: “Non lo so e non voglio entrare in questo tema. Vediamo, abbiamo ancora due mesi davanti”. Una risposta che non aggiunge conferme alla voce di mercato, ma che non chiude nemmeno definitivamente la porta a un eventuale ripensamento. Resta poi la questione più delicata per La7: chi raccoglierà l’eredità di Mentana alla direzione del telegiornale? Per il momento, almeno stando alle parole dell’editore, non c’è un nome già individuato. “Ho letto tanti nomi, adesso vediamo, decideremo nelle prossime settimane. Nel momento in cui con Mentana le cose si interrompono decidiamo. E, comunque, saremo pronti”.
E quando gli viene chiesto se abbia già un possibile sostituto in mente, Cairo risponde senza troppi giri di parole: “Se lo avessi trovato lo avrei anche annunciato, dal momento in cui Mentana dice che il 23 dicembre è il suo ultimo giorno allora anche io posso annunciare il prossimo direttore, ma non l’ho ancora trovato”. Insomma, la data dell’addio è fissata, ma il dopo Mentana resta ancora da scrivere.
Bruciate le immagini di Meloni e Bernini a Napoli durante lo scioperogenerale. Gli studenti e le studentesse del CAU (collettivo autorganizzato universitario), durante il grande corteo regionale indetto dall’unionesindacale di base contro carovita, guerra e carobenzina hanno dato fuoco ad un’immagine rappresentante la premier GiorgiaMeloni e la Ministra dell’università AnnamariaBernini mentre stringono le mani del famoso omino simbolo del gioco di società Monopoly.
Gli studenti hanno spiegato le ragioni del lorogesto: “I prezzi dei beni di prima necessità sono triplicati, la benzina è diventata un bene di lusso, i trasporti funzionano sempre peggio, lo stipendio – quando c’è – non basta più, e invece di ricevere risposte concrete dall’attuale governo vediamo solo tappetirossi alla speculazione edilizia”.
La criticaprincipale mossa dai giovani del CAU è proprio rivolta all’attuale piano di edilizia studentesca voluto dal governo Meloni nel PNRR: “Siamo stufi di continuare ad assistere a politiche di privatizzazione e di definanziamento del settoreuniversitario, paghiamo affitti che raggiungono i 700€ per una camera singola nelle grandi città universitarie e l’unica risposta di questo governo è investire miliardi del PNRR per la costruzione di studentati di lusso privati in cui solo il 30% dei posti è a prezzi calmierati e che coprono meno del 5% del numero di fuorisede in Italia”.
Infine, concludono: “Noi vogliamo una vita degna, una vita bella, chiediamo che il totale degli investimentiPNRR siano destinati alla sola costruzione di studentatipubblici al 100%, un calmiere sui prezzi degli affitti delle nostre città e extratassazione dei multiproprietari che nelle nostre città posseggono decine di case e le tengono sfitte”.
Mentre muoveva all’attacco del Fatto Quotidiano, per poi rinunciare dopo il no dei soci fondatori, Leonardo Maria Del Vecchio – insieme agli altri eredi del fondatore di Luxottica – era a sua volta sotto attacco. Il finanziere e produttore di armi ceco Michal Strnad ha infatti presentato un’offerta d’acquisto da 30 miliardi per l’intero capitale della holding per la holding Delfin. Del Vecchio jr ha confermato giovedì sera l’anticipazione del Domani, facendo sapere che “il lavoro di una vita” del “padre deve restare un patrimonio dell’Italia”.
Strnad, 34 anni, lo scorso luglio ha acquistato il 14% di Pirelli attraverso Lumina Crown, una società ceca indipendente di investimento da lui fondata. Il valore offerto è calcolato sull’attuale Net asset value di Delfin scontato del 30%, come di norma avviene per una holding. Siamo quindi nell’ordine dei 30 miliardi per il 100% capitale, ma l’aspirante compratore si accontenterebbe anche del 62,5% pur di prendere il controllo della cassaforte cui fa capo EssilorLuxottica e le partecipazioni bancarie in Mps, Generali e Unicredit. Un’eventuale decisione per accettare la proposta dovrebbe essere presa all’unanimità dagli otto soci di Delfin ed eredi di Del Vecchio senior, che sono divisi su tutto. Al di là dei contrasti fra gli otto eredi, e di alcuni di loro con il presidente di Delfin e ad di EssilorLuxottica Francesco Milleri, l’offerta di Srnad è considerata per nulla allettante. Inoltre l’eventuale cambio di proprietà della holding, secondo fonti legali citate da Domani, potrebbe far scattare l’obbligo di opa sul gruppo di lenti e occhiali quotato alla Borsa a Parigi, che pur viaggiando ai minimi degli ultimi tre anni vale comunque oltre 80 miliardi di euro.
Per Leonardo Maria Del Vecchio il colosso degli occhiali “è l’unico vero campione italiano nel mondo” e “non può essere trattato come un asset qualsiasi”, mentre le partecipazioni della holding “sono presidi che devono restare stabili, al servizio delle istituzioni e dei risparmiatori italiani”. La questione, sostiene, “riguarda tutto il Paese“: “Attraverso Delfin, la mia famiglia detiene partecipazioni rilevanti nel sistema bancario e assicurativo italiano. Sono presidi che devono restare stabili, trasparenti e al servizio delle istituzioni e dei risparmiatori italiani. Davanti a un’operazione di questa portata, è doveroso che la provenienza e la struttura dei fondi siano chiare, verificabili e sottoposte al pieno vaglio delle autorità competenti”.
Tra i punti più chiacchierati della nuova legge di Bilancio approvata dal Consiglio dei Ministri figurano il taglio dell’Irpef e la revisione delle aliquote, una misura strutturale pensata per alleggerire la pressione fiscale sui redditi da lavoro e da pensione nel prossimo anno.
Il Governo mantiene così la promessa di ridurre il carico fiscale per la fascia media dei contribuenti rimodulando gli scaglioni di reddito, con l’obiettivo di sostenere il potere d’acquisto delle famiglie di fronte all’aumento del costo della vita.
Cosa prevede l’intervento sulle aliquote Irpef
Il provvedimento inserito nella Manovra 2027 conferma l’architettura tripartita delle aliquote, con un ritocco che innalza il tetto della seconda fascia di reddito. Nello specifico, il quadro delle aliquote si configura come segue:
aliquota al 23% per i redditi fino a 28.000 euro;
aliquota al 33% (invece del precedente 35%) estesa ai redditi compresi tra 28.000 e 55.000 euro;
aliquota al 43% riservata ai soli redditi superiori a 55.000 euro.
L’intervento punta a mitigare l’effetto del fiscal drag, ovvero il drenaggio fiscale subito dai lavoratori dipendenti e dai pensionati per effetto dell’inflazione sui salari reali. Recuperando liquidità dalla tassazione, la precisa fascia di reddito che spesso risulta esclusa dalla maggior parte dei bonus e delle agevolazioni sociali riuscirà così a godere di un margine di potere d’acquisto più ampio.
Dal progetto originario all’asticella dei 55.000 euro
Nelle intenzioni iniziali dell’Esecutivo, il piano di revisione dell’Irpef prevedeva un intervento che prevedeva l’allargamento dell’aliquota del 33% fino alla soglia dei 60.000 euro. Tuttavia, i vincoli di finanza pubblica e la necessità di contenere le coperture hanno costretto il Governo a rimodulare il perimetro della misura, fissando il tetto definitivo a 55.000 euro.
Come chiarito dalla premier Giorgia Meloni nella conferenza stampa di ieri, chi guadagna 55.000 euro l’anno si troverà a pagare 15.350 euro all’anno di Irpef contro i 16.550 euro dovuti all’insediamento dell’esecutivo, per un beneficio netto annuale cumulato fino a 1.200 euro annui.
Quanti contribuenti ne beneficeranno
I dati del Ministero dell’Economia evidenziano come l’estensione dello scaglione fino a 55.000 euro andrà a impattare su una fetta contenuta di contribuenti. La misura specifica sulla fascia 50.000-55.000 euro riguarda infatti circa 600.000 persone, pari a circa l’1,3% dei contribuenti italiani.
In Italia la stragrande maggioranza della popolazione, circa il 92,3%, dichiara redditi inferiori a queste cifre e beneficia del consolidamento del primo scaglione, mentre solo il 6,4% supera la soglia massima e continuerà a versare l’aliquota del 43% sulla quota eccedente.
Quanto margine di manovra resta ai conti pubblici
Finanziare la riduzione delle aliquote Irpef, seppure per una platea così stretta di contribuenti, assorbe risorse considerevoli: lo scostamento e l’impatto stimato sui conti pubblici si attesta infatti su circa 2,5 miliardi di euro all’anno per la misura complessiva, di cui circa 1,2 miliardi destinati all’estensione della fascia intermedia. Con un costo annuo strutturale di questa entità, il margine di manovra utilizzabile per investimenti produttivi, sanità o nuove politiche di sviluppo risulta estremamente ridotto.
Due militari e due operatori della Cri (Croce Rossa Italiana) hanno perso la vita ieri 29 ottobre mentre si trovavano a bordo di un elicottero che è precipitato in Bosnia. Accanto a loro 11 persone sono rimaste ferite. Secondo le ricostruzioni, il velivolo, un CH 47, si è alzato in volo giovedì mattina da Viterbo e, dopo uno scalo all’aeroporto di Pratica di Mare, ha raggiunto la Bosnia: è precipitato nel corso di alcune operazioni addestrative quotidiane, che sono una delle attività proprie dell’operazioneEufor Althea. Quest’ultima è una missione che opera sotto l’autorità del Consiglio dell’Unione europea e ha come obiettivi il monitoraggio delle condizioni di pace che hanno posto fine alla guerra di Bosnia-Erzegovina e il supporto delle autorità nel percorso di crescita del Paese e di adesione all’Ue.
I due militari ai comandi del velivolo erano il sergente Simone Ruggia, pilota, e il sergente Claudio Marchesi, specialista dell’aeromobile, ed entrambi erano in servizio al Comando aviazione dell’Esercito (Aves) di Viterbo. I due soldati, inoltre, erano di stanza al primo reggimento Antares del Centro Addestrativo di Viterbo – struttura di addestramento e formazione di piloti e tecnici di volo. Simone Ruggia, 30 anni, era originario di Salerno ed era a Viterbo da almeno otto anni: amava il mare, la corsa e il ciclismo. Claudio Marchesi, 35 anni, era originario di Orvieto e si trovava nella città laziale da tre anni: lo sport era la sua passione principale, in particolare la palestra, lo sci e il calcio, che aveva praticato da ragazzo.
Le altre due vittime facevano parte del Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana: il tenente Franco Adriano Zecchillo, infermiere originario di Milano che avrebbe compiuto 65 anni tra pochi giorni, e il sergente Laura Procacci, studentessa di medicina. Quest’ultima aveva 24anni ed era la prima donna sottoufficiale di Andria ad aver prestato giuramento nel Corpo militare della Cri.
L’intelligenza artificiale è diventata parte della routine digitale quotidiana. Si usa per scrivere testi, tradurre documenti, correggere immagini, organizzare dati e persino per prendere decisioni rapide durante il lavoro o lo studio. Tutto sembra immediato: una domanda entra nello schermo e una risposta compare pochi secondi dopo. Ma dietro quella semplicità esiste una struttura enorme, fatta di energia, server, raffreddamento e calcolo continuo.
Negli ultimi mesi, sempre più analisti hanno iniziato a discutere il vero costo invisibile dell’IA. Non soltanto in termini economici, ma anche ambientali e infrastrutturali. Ogni prompt inviato a un sistema avanzato attiva migliaia di operazioni simultanee all’interno di data center distribuiti nel mondo. Il risultato è una rete gigantesca che consuma risorse fisiche molto più concrete di quanto si immagini.
La personalizzazione online richiede calcolo continuo
Gran parte del successo delle piattaforme moderne dipende dalla capacità di personalizzare contenuti, risultati e suggerimenti in tempo reale. Gli algoritmi osservano comportamento, posizione geografica, interessi e cronologia per mostrare risultati sempre più specifici.
Questa dinamica è evidente nei servizi di streaming, negli e-commerce, nei social network e persino nelle piattaforme di annunci locali. Una ricerca mirata come escort a Parma, ad esempio, attiva sistemi di geolocalizzazione, classificazione automatica dei risultati, suggerimenti personalizzati e filtri dinamici che funzionano in pochi istanti. Dietro quell’apparente semplicità esiste una quantità enorme di elaborazione invisibile.
L’utente vede soltanto il risultato finale. Quello che resta nascosto è il lavoro costante dei server che analizzano dati, aggiornano priorità e distribuiscono contenuti personalizzati ventiquattro ore su ventiquattro.
L’intelligenza artificiale accelera ulteriormente questo processo perché rende le piattaforme più “reattive”, più capaci di prevedere comportamenti e più dipendenti da potenza computazionale continua. La sensazione di leggerezza che internet continua a vendere
Una delle illusioni più diffuse del mondo digitale è l’idea che tutto esista “nel cloud”, quasi senza peso reale. In pratica, però, ogni ricerca, video, messaggio o risposta generata dall’IA dipende da infrastrutture enormi che funzionano senza interruzioni.
I moderni data center richiedono elettricità continua, sistemi avanzati di ventilazione e grandi quantità d’acqua per mantenere le temperature sotto controllo. Con la crescita dell’intelligenza artificiale generativa, il fabbisogno energetico è aumentato ancora di più, perché i modelli linguistici richiedono potenza computazionale costante.
Non si tratta solo delle grandi piattaforme tecnologiche più conosciute. Anche servizi digitali legati a nicchie specifiche partecipano a questo ecosistema invisibile. Portali con milioni di accessi quotidiani, sistemi di annunci geolocalizzati e piattaforme ad alto traffico devono sostenere un flusso continuo di richieste in tempo reale. In questo contesto, realtà come Evavip mostrano quanto anche gli spazi digitali più discreti dipendano da infrastrutture tecnologiche sofisticate, capaci di gestire ricerche, filtri, immagini e aggiornamenti continui senza interruzioni.
La differenza è che gran parte degli utenti non percepisce mai questo costo materiale. Tutto appare istantaneo, silenzioso e immateriale. L’energia dietro una risposta di pochi secondi
Un singolo prompt può sembrare banale, ma il processo che lo rende possibile è molto più complesso. I sistemi di IA analizzano enormi quantità di dati, eseguono calcoli paralleli e distribuiscono il lavoro tra GPU estremamente potenti. Ogni operazione richiede elettricità e capacità di raffreddamento.
Gli esperti del settore parlano già di una nuova corsa globale alle risorse energetiche. Alcune grandi aziende stanno investendo direttamente in centrali elettriche, energia nucleare e sistemi di raffreddamento alternativi per sostenere l’espansione dell’IA nei prossimi anni.
Il problema non riguarda soltanto il futuro. In alcune regioni del mondo, la costruzione di nuovi data center sta aumentando la pressione sulle reti elettriche locali e sul consumo idrico. Più l’intelligenza artificiale diventa popolare, più cresce la domanda di elaborazione continua.
Questo cambia anche il significato stesso di “consumo digitale”. Oggi una semplice richiesta scritta in chat può richiedere più energia rispetto a una tradizionale ricerca online effettuata pochi anni fa.
Il futuro dell’IA potrebbe dipendere dall’energia
Per anni il dibattito tecnologico si è concentrato soprattutto sui software. Oggi, invece, il vero nodo strategico sembra essere l’infrastruttura. Chi controllerà energia, chip e capacità di calcolo avrà un vantaggio enorme nel settore dell’intelligenza artificiale.
Non è un caso che governi e aziende parlino sempre più spesso di sovranità tecnologica. La competizione non riguarda soltanto le applicazioni di IA, ma anche i componenti fisici che permettono di farle funzionare: semiconduttori, GPU, reti energetiche e sistemi di raffreddamento.
Nel frattempo, gli utenti continuano a utilizzare questi strumenti con naturalezza crescente. Scrivere un prompt è diventato un gesto automatico, quasi invisibile. Eppure dietro quella richiesta esiste una macchina globale che lavora continuamente, consumando energia, risorse e capacità computazionale su scala mai vista prima.
Il lato invisibile dell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto la tecnologia. Riguarda il modo in cui il mondo digitale sta trasformando il rapporto tra comodità, consumo e infrastruttura reale.
Aprire un’app “solo per cinque minuti” e ritrovarsi ancora lì dopo quasi un’ora è diventata un’esperienza comune. Piattaforme social, servizi di streaming, marketplace e applicazioni di intrattenimento sono progettati per mantenere l’utente coinvolto il più a lungo possibile. Non si tratta di un caso né semplicemente di abitudine: dietro questa capacità esistono strategie precise di design, algoritmi e studio del comportamento umano.
Negli ultimi anni, la cosiddetta “economia dell’attenzione” è diventata uno dei pilastri più importanti del mondo digitale. Ogni secondo passato online rappresenta valore per le piattaforme, che competono continuamente per conquistare spazio nella routine delle persone. Esperienze personalizzate e attenzione continua
Un altro elemento importante è la sensazione di controllo personale. Le piattaforme più efficaci riescono a dare l’impressione che ogni esperienza sia unica e costruita attorno all’utente.
Questo vale per i social network, per le app di streaming, ma anche per piattaforme più specifiche che lavorano su interessi o preferenze particolari. In alcuni casi, siti dedicati a incontri e contenuti per adulti riescono a mantenere alto il coinvolgimento proprio grazie alla personalizzazione dell’esperienza, alla navigazione continua e alla possibilità di esplorare profili differenti in modo rapido. È anche per questo che termini come escort italiane finiscono spesso associati a piattaforme che puntano molto sul tempo di permanenza e sull’interazione costante degli utenti.
Il coinvolgimento nasce quindi dalla combinazione tra curiosità, accessibilità e aggiornamento continuo dei contenuti.
L’algoritmo capisce cosa ci interessa prima di noi
Una delle ragioni principali per cui alcune piattaforme risultano così coinvolgenti è la personalizzazione estrema dei contenuti. Gli algoritmi osservano continuamente le azioni degli utenti: cosa guardano, quanto tempo restano su un contenuto, cosa ignorano e perfino a che velocità scorrono lo schermo.
Con il tempo, il sistema costruisce un profilo comportamentale molto preciso. Questo permette alle piattaforme di offrire contenuti sempre più vicini agli interessi personali dell’utente, creando una sensazione di continuità quasi infinita.
Il meccanismo funziona perché elimina gli attriti. Non serve più cercare qualcosa: il contenuto arriva automaticamente, spesso nel momento perfetto.
La gratificazione immediata cambia il comportamento online
Molte piattaforme utilizzano dinamiche psicologiche molto studiate. Notifiche, suggerimenti personalizzati, video brevi e aggiornamenti continui attivano nel cervello piccoli meccanismi di ricompensa. Ogni nuova interazione crea curiosità e stimola il desiderio di continuare.
Questo modello è particolarmente forte nelle piattaforme che si aggiornano costantemente. Feed infiniti, contenuti consigliati e sistemi di autoplay rendono difficile interrompere l’esperienza. L’utente ha sempre la sensazione che il prossimo contenuto potrebbe essere ancora più interessante del precedente.
La tecnologia moderna non si limita più a offrire servizi: cerca di costruire abitudini digitali quotidiane.
Le notifiche sono progettate per interrompere la giornata
Molti utenti credono di utilizzare le piattaforme solo quando ne hanno voglia. In realtà, spesso è il contrario: sono le piattaforme a richiamare continuamente l’attenzione attraverso notifiche, email, vibrazioni e suggerimenti.
Ogni avviso viene progettato per creare una piccola sensazione di urgenza. Un messaggio ricevuto, un contenuto consigliato o una nuova attività online diventano motivi per tornare sull’applicazione.
Con il tempo, questo meccanismo modifica le abitudini quotidiane. Le persone iniziano a controllare automaticamente il telefono durante pause, momenti di noia o persino conversazioni sociali.
Il design invisibile che guida le decisioni
Anche il design delle piattaforme gioca un ruolo fondamentale. Colori, animazioni, disposizione dei pulsanti e velocità di caricamento vengono studiati nei minimi dettagli per rendere l’esperienza il più fluida possibile.
Le aziende tecnologiche investono enormi risorse in test comportamentali per capire quali elementi aumentano il tempo trascorso online. Persino piccoli dettagli grafici possono influenzare il modo in cui gli utenti interagiscono con un’applicazione.
L’obiettivo è ridurre qualsiasi ostacolo tra la curiosità dell’utente e il contenuto successivo.
Sempre più persone cercano un rapporto più sano con la tecnologia
Nonostante l’efficacia di questi sistemi, cresce anche una maggiore consapevolezza sul tempo trascorso online. Sempre più persone cercano modi per limitare notifiche, ridurre il tempo davanti allo schermo o utilizzare applicazioni meno invasive.
Questo ha portato alla nascita di nuove tendenze digitali: modalità focus, detox digitale, piattaforme minimaliste e strumenti per monitorare il tempo di utilizzo. La tecnologia continua a evolversi, ma cresce anche il desiderio di usarla in modo più equilibrato.
Le piattaforme che riescono a trattenere l’attenzione per ore non lo fanno per caso. Dietro ogni scroll infinito, suggerimento automatico o notifica esiste un’intera industria che studia comportamento umano, psicologia e abitudini digitali.
Capire questi meccanismi è diventato importante non solo per chi lavora nel settore tecnologico, ma anche per gli utenti stessi. Perché nell’era dell’iperconnessione, l’attenzione è una delle risorse più preziose — e più contese — del mondo digitale.
“Amadeus farà Passaparola su Canale 5”. Chi lo dice? Fiorello, che di Amedeo Sebastiani è amico fraterno da quasi quarant’anni. La “bomba” è stata sganciata durante la puntata di ieri, 29 ottobre, de La Pennicanza, il programma che lo showman conduce con Fabrizio Biggio su Rai Radio2. E oggi in molti si chiedono se si sia trattato di una delle sue consuete boutade o di uno spoiler destinato a trovare conferma.
“Ora io non voglio perdere amicizie, ma la gente mi chiama, io c’ho un sacco di amici a Mediaset… Questa cosa qua Amadeus forse non la sa, forse gliela devono ancora dire… chi me l’ha detto non si può dire… uno di Mediaset mi ha detto ‘sai che all’amico tuo molto probabilmente gli proporranno Passaparola?’”, ha raccontato Fiorello.
Dunque Amadeus potrebbe essere il volto del ritorno di Passaparola su Canale 5? Il quiz reso celebre da Gerry Scotti è tra i titoli storici che Mediaset starebbe valutando di riportare in palinsesto, anche sulla scia del successo de La Ruota della Fortuna. Ma per il momento non c’è alcuna conferma ufficiale. Una delle ipotesi è che il programma possa arrivare in estate, magari proprio nell’access prime time, al posto della Ruota.
Se così fosse, Amadeus si ritroverebbe a sfidare direttamente Stefano De Martino e Affari Tuoi, il programma che lui stesso ha condotto prima dell’addio alla Rai. Ed è proprio pensando a questo scenario che Fiorello ha lanciato un avvertimento, naturalmente con il suo consueto tono ironico, ai vertici di Viale Mazzini: “Amici della Rai, occhio! O lo riprendete subito o vi fa un mazzo così!”.
Lo showman, del resto, sembra convinto delle potenzialità dell’operazione: “Secondo me lo deve fare subito, io credo che sia uno dei giochi più belli, più divertenti… poi fatto da Amadeus… secondo me potrebbe avere lo stesso successo de La Ruota della Fortuna”.
Per Amadeus si tratterebbe di un nuovo capitolo televisivo dopo la conclusione anticipata del rapporto con Warner Bros. Discovery, annunciata a giugno, e il ritorno sulle reti Mediaset come giudice di Amicidi Maria De Filippi. Proprio pochi giorni fa, durante una telefonata in diretta a La Pennicanza, il conduttore aveva spiegato all’amico: “Sono con Maria fino a fine maggio, dopo sono libero”.
L’annuncio della fine del 2026 di JannikSinner lo aveva reso inevitabile. Bisognava solo capire dove sarebbe terminata una rincorsa durata oltre 10 anni e che molti ormai credevano non sarebbe mai arrivata a conclusione. Alexander Zverev è il nuovo numero uno del mondo. È bastato raggiungere i quarti di finale nel 500 di Vienna (grazie alla vittoria contro TallonGriekspoor) per completare il sorpasso su Jannik Sinner nella classifica mondiale: 9.450 punti per entrambi (tedesco avanti però per la regola prevista nei pari meriti). Nella Race invece il tedesco è molto più avanti, mettendo insieme oltre 9mila punti in questa stagione. Attualmente quasi 1.500 più dell’azzurro.
Un risultato che arriva all’ombra dei 30 anni, quando quasi nessuno ci avrebbe più scommesso, figlio di perseveranza, tanto lavoro e quella fortuna che non guasta mai. Si, perché è inutile girarci intorno, per raggiungere la vetta del ranking Zverev ha avuto bisogno anche dei guai fisici che hanno colpito Carlos Alcaraz e Sinner (il primo bloccato per cinque mesi, il secondo fermo dalla finale di Wimbledon). Il numero uno è il secondo tabù spezzato dal tedesco in questo 2026, dopo essersi sbloccato negli Slam con i titoli al Roland Garros e allo Us Open. Due traguardi che hanno cancellato anni di delusioni, alleviato pressioni e limiti psicologici, rimosso la fastidiosa etichetta di “incompiuto”. Un traguardo meritato quello di Sasha: ha vinto più partite di tutti, ha vinto più Slam ed è stato più continuo. E poi c’è il fisico. In un tennis sempre più intenso, la solidità e la gestionefisica sono ormai una caratteristica non secondaria. Una dote tanto importante quanto un rovescio.
Eppure il numero uno di Zverev racchiude anche un paradosso: il nuovo leader del ranking non è considerato tale da tutti. Tutti i meriti del tedesco infatti si scontrano con alcuni dati: nessun titolo Masters 1000 nel 2026 (finora) e un rendimento contro i top 10 non certo da numero uno del mondo. Zverev quest’anno ha vinto tre partite contro un giocatore nella top 10 e non ha mai battuto un avversariodiretto. Con Sinner cinque sconfitte su cinque partite, con Alcaraz ha perso l’unico confronto in Australia. E anche da Novak Djokovic è stato sconfitto a Pechino.
Questa prima posizione mondiale di Zverev arriva dopo un percorso lungo dodicianni, cominciato da Braunschweig, città della BassaSassonia. È qui che, il 5 luglio 2014, Sasha trionfa nel Challenger ad appena 17 anni presentandosi al mondo del tennis. Gli appassionati all’improvviso imparano a conoscere il suo nome e due anni dopo arriva anche il primo titolo Atp a San Pietroburgo superando Stan Wawrinka. Ma è nel 2017 che la rincorsa di Zverev diventa importante. Mentre Roger Federer e RafaNadal si dividono gli Slam, lui mette insieme due Masters 1000 agli Internazionali d’Italia (battendo Djokovic) e a Montreal (superando Federer) e sale fino alla posizione numero 3 del mondo. La vetta ormai è lì a un passo, molti già lo preannunciano, e invece Zverev non riesce a fare quell’ultimo step.
Negli Slam fatica e delude, nei momenti clou i suoi limiti vengono a galla, spesso contro i BigThree. Gli exploit non mancano. Nel 2018 elimina Federer e Djokovic e vince le Atp Finals; tre anni dopo replica il successo alle Finals e vince l’oro olimpico a Tokyo (superando ancora Nole in semifinale). Vittorie pesanti a cui si unisce però la sconfitta nella finale dell’Us Open 2020 contro Dominic Thiem dove c’è tutto Zverev, nel bene e nel male: il tedesco va in vantaggio due set a zero, si fa rimontare, è ad un passo dal vincere ma alla fine perde. Alti e bassi che non trovano mai una consacrazionedefinitiva. Durante la semifinale al Roland Garros 2022 contro Nadal arriva poi il grave infortunio alla caviglia. Ha 25 anni, ancora nessun titolo Slam in bacheca, e aumentano quelli che pensano che non li avrà mai.
Lo stop di sette mesi è uno spartiacque della carriera del tedesco. La stagione seguente torna in semifinale al Roland Garros (sconfitto da CasperRuud) e in top 10, mentre nel 2024 ritrova la seconda posizione mondiale e la finale in un torneo del Grande Slam, sempre a Parigi, perdendo da Alcaraz. La rivalità con il giovane spagnolo e con Sinner parte ufficialmente in questa stagione, anche se il tedesco appare sempre distante dai due. Arriva in finale anche in Australia nel 2025, è convinto di essere vicino al livello di Sinner e invece l’altoatesino lo batte tre set a zero in una partita che poi condizionapsicologicamente tutta la sua stagione. Zverev chiude comunque il 2025 al terzo posto della classifica, lontano però 6mila punti dal numero 2 di Sinner. È una voragine quella che lo separa dal duo Alcaraz-Sinner. Per colmarla c’è bisogno di regolarità, tanta pazienza e anche una mano della fortuna. Come quella arrivata in questo 2026.
Su Laura Chiatti e Marco Bocci sono tornate a circolare voci di crisi riguardo al loro matrimonio. Ad alimentarle questa volta è il settimanale Diva e Donna, che è in edicola con una copertina che titola: “Per Laura tenera notte di carezze con un altro uomo“. Un’allusione a un tradimento o a una nuova relazione da parte dell’attrice, che da tredici anni condivide la propria vita sentimentale con Bocci.
In risposta a questa copertina, è arrivato un commento proprio di Laura Chiatti, che su Instagram, sotto il post del settimanale con la copertina che la ritraeva in compagnia di questo presunto “altro uomo”, ha così commentato: “Pietà”. Ad accompagnare il commento anche una faccina che ride, quasi quindi a voler smentire la notizia data da Diva e Donna, circa una presunta crisi tra lei e Marco Bocci.
A fare maggiore chiarezza è stata una storia postata sempre su Instagram da Chiatti. “Di questo passo, prima di dire ‘ciao’ a qualcuno, bisognerà chiedere se è consentito. Non si sa mai” ha scritto l’attrice, sbugiardando così quanto veniva mostrato nella copertina del settimanale.
Proprio alcuni mesi fa, Bocci, però, non faceva mistero del rapporto altalenante che da sempre la coppia ha. “Io e Laura siamo abbastanza selvaggi nella nostra vita insieme” aveva raccontato lo scorso aprile a “Verissimo”. “Oggi vengo qui da lasciato! Laura mi tiene in standby, sia nella parte affettiva che nella parte lavorativa” aveva spiegato in quell’occasione.
“Laura, per favore riprenditelo, dove va senza di te. Tu Marco, devi andare a casa e fare pace” era l’invito che allora Silvia Toffanin aveva rivolto all’attrice. Bocci, però, aveva chiarito: “Ci sosteniamo e ci lasciamoun sacco di volte; io penso di essere l’uomo più lasciato della storia dell’umanità”.
“Siamo stati uccisi. Il 9 novembre spegneremo le luci del nostro edificio, dove abbiamo vissuto per 30 anni, spegneremo i server e ce ne andremo. Il giornale non esiste più. Le autorità russe e i servizi segreti russi hanno costretto la redazione a cessare le attività”. Il sito di NovayaGazeta, quotidiano classificato come agente straniero da Mosca, ha annunciato la cessazione delle attività in Russia. La testata, nota in Occidente soprattutto per essere il quotidiano sul qualeAnna Politkovskaja – uccisa nel 2006 – pubblicava le sue inchieste, era già sottoposta a limitazioni dal 2022. Parte della redazione aveva già lasciato il Paese, continuando a lavorare al progetto Novaya Gazeta – Europe.
“Una trentina d’anni di vita insieme al Paese e ai suoi cittadini finiranno per noi per strada, senza mezzi di sussistenza, sotto la costante minaccia della repressione“, aggiunge Novaya Gazeta. Il giorno prima era stato reso noto che la redazione sarebbe stata sfrattata dalla propria sede in Potapovsky Lane, nel centro di Mosca, dove i giornalisti avevano lavorato per 29 anni, sottolinea Meduza, evidenziando che a seguito di ciò chiuderà anche il Museo di AnnaPolitkovskaya, che aveva sede nell’ex ufficio della giornalista. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 le autorità russe hanno bloccato i siti web del giornale e ne hanno revocato la registrazione, poi a settembre del 2026 Novaya Gazeta era stato dichiarato “agente straniero”. Secondo l’Economist, il 26 ottobre si è tenuta una riunione del board del giornale in cui è stato deciso di chiudere e oggi è giunto l’annuncio della testata.
Nel lungo testo dell’annuncio pubblicato sul suo sito, Novaya Gazeta ripercorre la sua storia, che si intreccia con quella della Russia. “I nostri anni sono stati felici: pieni di creatività e speranze, lettori, amici, testi, film. A volte, questi anni sono stati disperatamente amari. Amari, perché è stato proprio durante il regno di questo regime, e non negli anni ’90 della criminalitàorganizzata, che i nostri colleghi sono stati uccisi per motivi politici, per aver adempiuto al loro dovere professionale e civico: Igor Domnikov, Yuri Shchekochikhin, Anna Politkovskaya, Stas Markelov, Anastasia Baburova, Natalya Estemirova. Contemporaneamente alla lettera di sfratto, hanno disattivato il sistema di donazioni che ci permetteva di ricevere contributi dai nostri lettori. In altre parole, ci hanno privato di qualsiasi fonte di finanziamento. Completamente”, denuncia il giornale. E ancora: “Si tratta di un’operazione coordinata. Nessuno si lascerà convincere dalla giustificazione delle banche secondo cui agiscono in base a regole aziendali interne. Si tratta di regole esterne, stabilite dall’apparato statale repressivo, da funzionari dell’Fsb che si sono infiltrati in ogni organizzazione. Considerano il Paese come una loro proprietà“.
Poi, dopo avere ripercorso le restrizioni a seguito dello scoppio della guerra in Ucraina e l’aggressione al caporedattore DmitryMuratov, Nobel per la Pace nel 2021, Novaya Gazeta sottolinea che “questa non è solo la nostra storia personale. È la storia di un Paese e di una società che vengono annientati esattamente allo stesso modo”. “A compiere tutto questo sono l’Fsb, il ministero della Giustizia, la Procura e altri che hanno privatizzato lo Stato e usurpato il potere. Non si tratta di risentimento sovietico; sotto questa copertura è stata praticamente instaurata una dittaturamilitare“, denuncia il giornale. “I diritti umani e le libertà sono stati eliminati nel Paese, e la loro tutela è stata equiparata a un reato. Le elezioni e gli organi eletti sono stati di fatto eliminati. Le istituzioni pubbliche sono state smantellate. La libertà di coscienza e la dignità umana sono state calpestate. La vita privata è stata stravolta da mani sporche. L’articolo 29 della Costituzione, secondo cui ‘la censura è vietata’, non suona forse oggi come una beffa? I tribunali sono stati distrutti, insieme alla legge e allo Stato di diritto. Avere le proprie convinzioni è ora considerato tradimento”, si legge ancora. Poi la conclusione: “Ma il tradimento è quando uno Stato tradisce la propria Costituzione. E questo tradimento è un crimine in corso, che si sta svolgendo proprio ora sotto gli occhi del mondo intero. L’assassinio di Novaya Gazeta ne è un’ulteriore prova. In tutti questi anni abbiamo scritto proprio di questo. Finché abbiamo potuto. Ecco perché l’abbiamo chiusa. Grazie a tutti coloro che ci hanno ascoltato”.
Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina gran parte dello staff del giornale si era spostata in Lettonia e aveva lanciato Novaya Gazeta Europe. La testata originaria è stata privata della licenza per operare in Russia già nel 2022, all’indomani dell’avvio delle ostilità contro Kiev. Da allora era rimasta operativa nel Paese solo per la raccolta di informazioni relative alle inchieste giornalistiche. Sul sito del giornale si legge: “Novaya Gazeta Europe è stata fondata nell’aprile 2022, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina avvenuta sei settimane prima e alla conseguente introduzione della censura di guerra che ha costretto la maggior parte dei redattori e dei giornalisti di Novaya Gazeta a lasciare il Paese. Con sede a Riga, capitale della Lettonia, Novaya Gazeta Europe intende portare avanti l’eredità di Novaya Gazeta, che da oltre 30 anni è uno dei nomi più autorevoli del giornalismo indipendente russo”. Da giugno 2023 anche questa nuova entità – che ha sede a Riga e collaboratori nell’est Europa – è stata dichiarata “organizzazione indesiderata” e messa al bando in Russia.
È stato eliminato un limite che penalizzava i lavoratori assunti prima del Jobs Act e licenziati illegittimamente dalle piccole imprese. Con la sentenza 174/2026, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la parte dell’art. 8 legge 604/1966 che legava la possibilità di aumentare l’indennità risarcitoria al numero complessivo di dipendenti dell’azienda.
La decisione consente anche ai lavoratori delle piccole imprese di ottenere, ricorrendone i presupposti, un’indennità fino a 10 mensilità per chi ha più di dieci anni di anzianità e fino a 14 per chi supera i vent’anni. Attenzione però, l’aumento non è automatico: spetta al giudice determinare l’importo in base alle circostanze del caso concreto.
Chi riguarda la sentenza della Corte costituzionale
La pronuncia interessa i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015, data di entrata in vigore del d.lgs. 23/2015, che disciplina il cosiddetto contratto a tutele crescenti. Per questi rapporti, nelle imprese che non raggiungono le soglie dimensionali previste per l’applicazione della tutela ordinaria dell’art. 18 Statuto dei lavoratori, continua a valere l’art. 8 legge 604/1966.
La disposizione riguarda i licenziamenti privi di giusta causa o giustificato motivo. In questi casi, il datore può scegliere, in alternativa alla riassunzione del dipendente entro tre giorni, di versargli un’indennità risarcitoria.
Prima della sentenza 174/2026, l’importo poteva essere compreso tra 2,5 e 6 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. La possibilità di elevare il massimo a 10 o 14 mensilità era riservata ai dipendenti delle aziende con più di 15 lavoratori complessivi, purché ricorressero anche i requisiti di anzianità.
La Corte ha eliminato proprio questa condizione dimensionale: la maggiorazione non dipende più dal fatto che l’impresa occupi complessivamente più di quindici dipendenti.
La pronuncia non cancella, tuttavia, ogni distinzione tra piccole e grandi imprese, né modifica tutte le tutele contro i licenziamenti illegittimi. In particolare, non attribuisce al lavoratore un diritto generalizzato a essere reintegrato al lavoro.
Perché il limite di sei mensilità è stato dichiarato incostituzionale
Il caso concreto riguardava una lavoratrice assunta nel 2003 come assistente in uno studio dentistico, con contratto a tempo indeterminato part-time. Nel luglio 2024, dopo oltre vent’anni di servizio, era stata licenziata per giusta causa, sulla base di presunte irregolarità nelle procedure di sterilizzazione degli strumenti di lavoro.
Il Tribunale di Livorno, che ha sollevato la questione di legittimità costituzionale, aveva rilevato gravi vizi nel licenziamento, tra cui la mancata preventiva contestazione degli addebiti e l’insufficienza delle prove a carico della dipendente. Poiché lo studio occupava meno di quindici lavoratori, l’indennità non avrebbe però potuto superare sei mensilità.
Secondo il giudice, un risarcimento così limitato non era però adeguato né a compensare il danno subìto dalla donna né a dissuadere il datore dal commettere violazioni analoghe. La Consulta ha condiviso questo ragionamento, richiamando i principi costituzionali di uguaglianza e ragionevolezza, la tutela del lavoro e della dignità del lavoratore e l’esigenza di garantire un ristoro effettivo in caso di licenziamento illegittimo.
In particolare, una forbice compresa tra 2,5 e 6 mensilità rischiava di equiparare situazioni diversissime, impedendo al giudice di adeguare sufficientemente l’indennizzo alla gravità dell’illecito e alle conseguenze concrete del licenziamento.
Il collegamento con la sentenza 118/2025 sul Jobs Act
La decisione si inserisce nel solco giurisprudenziale della sentenza 118/2025 della Corte costituzionale, che aveva già eliminato l’analogo tetto di sei mensilità previsto dall’art. 9 comma 1 d.lgs. n. 23/2015 per i lavoratori assunti dal 7 marzo 2015 nelle piccole imprese.
Dopo quella pronuncia per i licenziamenti illegittimi soggetti al Jobs Act, l’indennità nelle imprese sotto soglia può variare da 3 a 18 mensilità nei casi previsti dall’art. 3 comma 1, del decreto. Si era così creata una differenza difficilmente giustificabile: un lavoratore assunto dopo il 2015 poteva ottenere una tutela economica superiore a quella riconosciuta a un collega con maggiore anzianità, anche per licenziamenti di gravità analoga.
La Corte ha osservato che una diversa data di assunzione può giustificare discipline differenti soltanto quando la distinzione è ragionevole. Tuttavia, dopo l’eliminazione del tetto per i nuovi assunti la precedente giustificazione — legata all’obiettivo di favorire l’ingresso nel mercato del lavoro con maggiore flessibilità in uscita — aveva perso gran parte della propria forza. Anche perché i lavoratori più anziani possono incontrare maggiori difficoltà nel trovare una nuova occupazione.
Perché il risarcimento può arrivare a 10 o 14 mensilità
Per eliminare la disparità, la Corte non ha sostituito direttamente il limite di sei mensilità con quello di dodici, come richiesto dal Tribunale di Livorno. Ha scelto un intervento più mirato, cancellando dall’art. 8 legge 604/1966 le parole che subordinavano la maggiorazione al numero di dipendenti occupati dal datore.
Restano quindi applicabili le maggiorazioni già previste dalla legge:
fino a 10 mensilità per chi ha un’anzianità di servizio superiore a dieci anni;
fino a 14 mensilità per chi supera i vent’anni di anzianità.
Poiché la disciplina riguarda gli assunti prima del 7 marzo 2015, nel 2026 tutti hanno ormai maturato più di dieci anni di servizio. Chi supera i vent’anni può accedere alla fascia più elevata.
Attenzione: il superamento del tetto delle sei mensilità non comporta il riconoscimento automatico dell’importo massimo e non introduce un regime unico per tutti i licenziamenti illegittimi. Di volta in volta, il giudice dovrà determinare l’indennità risarcitoria considerando anzianità di servizio, dimensioni dell’impresa, tipo di violazione contestata, comportamento e condizioni delle parti. Nella valutazione rilevano anche gli ulteriori fattori indicati dalla legge 183/2010, tra cui le condizioni del lavoratore e la situazione del mercato del lavoro locale.
Che cosa cambia
La sentenza n. 174/2026 della Corte costituzionale elimina una specifica disparità di trattamento, rafforza la tutela economica dei lavoratori e la funzione dissuasiva del risarcimento.
Ora anche per i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015 nelle imprese sotto soglia, l’indennità per licenziamento illegittimo potrà superare sei mensilità, potendo arrivare fino a 14. L’importo effettivo resta affidato alla valutazione del giudice che deve considerare tutte le circostanze concrete. Le dimensioni ridotte dell’impresa non possono però impedire di valorizzare la maggiore anzianità di servizio.
La pronuncia interessa imprese di diversi settori, dagli studi professionali e ambulatori ai negozi, dalle attività artigiane alle piccole aziende di servizi. Non conta il settore economico ma il regime giuridico applicabile. Il caso tipico riguarda un rapporto a tempo indeterminato instaurato prima del 7 marzo 2015, anche part-time, con un datore che non raggiunge le soglie dimensionali previste per l’applicazione dell’art. 18 Statuto dei lavoratori, in caso di licenziamento privo di giusta causa o giustificato motivo. Per gli assunti dal 7 marzo 2015 nelle piccole imprese si applica invece il d.lgs. n. 23/2015, come modificato dalla sentenza n. 118/2025.
La disciplina non si estende automaticamente ai contratti a termine, all’apprendistato o ai rapporti autonomi: di volta in volta, occorre verificare la natura del rapporto e le regole applicabili alla cessazione. Restano inoltre ferme le ipotesi in cui spetta la tutela reintegratoria piena, come nei licenziamenti discriminatori, verbali o nulli per altra causa, indipendentemente dalle dimensioni aziendali.
Il mese di novembre 2026 porta con sé tutti i tipici pagamenti Inps, fra i quali spicca il Supporto per la Formazione e il Lavoro.
La misura, nota anche semplicemente come Sfl, è un sostegno al reddito di 500 euro destinato a chi si attiva fattivamente per entrare, o rientrare, nel mondo del lavoro. Scopriamo il calendario dei pagamenti di novembre.
Quando pagano il Supporto Formazione e Lavoro a novembre
Il calendario dei prossimi pagamenti Sfl vede due date: c’è un accredito il 13 novembre per le domande trasmesse all’Inps dopo il 15 del mese precedente.
Invece per le domande trasmesse entro il 15 dello stesso mese e per i pagamenti successivi al primo, l’accredito è atteso a partire dal 27 novembre.
Come controllare il pagamento Sfl Inps
Le date indicate rappresentano l’avvio dei pagamenti. Per motivi tecnici è però possibile che possano verificarsi ritardi relativi alla gestione della pratica. Per verificare la propria posizione in caso di ritardi a oltranza, essendo sicuri di essere in regola con il proprio percorso e di non avere variazioni non comunicate, è possibile consultare l’apposita sezione del portale Inps accedendo con Spid, Cie o Cns. Si può controllare anche la piattaforma Siisl (Sistema Informativo per l’Inclusione Sociale e Lavorativa) per verificare che non ci siano blocchi.
Per assistenza è possibile rivolgersi a Caf, patronati e consulenti. Ed è sempre possibile chiamare il Contact center dell’Inps: 803164 (gratuito da telefono fisso) e 06164164 da cellulare (può essere a pagamento in base alla tariffa applicata dal proprio gestore).
Supporto Formazione e Lavoro, come funziona
Come si nota, le date dei pagamenti ricalcano quelle della misura gemella dell’Sfl, ovvero l’Adi (Assegno di Inclusione). Sfl e Adi sono gli eredi diretti del vecchio Reddito di cittadinanza.
Sfl si rivolge ai singoli componenti di nuclei familiari di età compresa tra i 18 e i 59 anni e in possesso di determinati requisiti di cittadinanza, soggiorno, residenza ed economici.
Come funziona
Per accedere al beneficio, è necessario:
presentare domanda online all’Inps;
iscriversi alla piattaforma Siisl;
sottoscrivere il Pad (Patto di attivazione digitale);
sottoscrivere il Patto di servizio personalizzato;
frequentare un corso o altra iniziativa di attivazione lavorativa.
Successivamente, il richiedente può accedere alla piattaforma Siisl e cercare in autonomia le offerte lavorative o le attività formative più utili al suo profilo. Oppure può affidarsi ai servizi di orientamento e accompagnamento al lavoro.
Sfl, spettano 500 euro al mese
Come detto, i beneficiari ottengono 500 euro al mese. Ma l’importo, erogato con bonifico da parte dell’Inps, viene erogato se c’è effettiva partecipazione del beneficiario alle attività previste e fino a un massimo di 12 mesi.
Il limite di 12 mesi può essere prorogato per ulteriori 12 mesi, con aggiornamento del Patto di servizio personalizzato, se alla scadenza è in corso un percorso formativo. Il beneficio è riconosciuto per la durata del corso o dell’attività ed è condizionato alla partecipazione effettiva, pena la decadenza.
I requisiti
Il richiedente deve essere:
cittadino italiano;
cittadino di un altro Paese dell’Unione europea;
familiare di un cittadino italiano o dell’Unione europea;
titolare del diritto di soggiorno, anche permanente, oppure ancora cittadino di paesi terzi con permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo;
titolare dello status di protezione internazionale o apolide con analogo permesso;
residente in Italia da almeno cinque anni, di cui gli ultimi due in modo continuativo.
L’Isee in corso di validità non deve essere superiore a 10.140 euro annui e il valore del reddito familiare deve essere inferiore a 10.140 euro annui, moltiplicato per il parametro della scala di equivalenza Isee.
Ci sono poi altri requisiti relativi al possesso di beni immobili e beni mobili. Tutti i dettagli sul portale Inps (Home / Lavoro / Supporto per la Formazione e il Lavoro).
“Adesso sono la mamma di, invece Alessandro ha sofferto molto il fatto di essere figlio di”. Con questa ammissione BarbaraBouchet, ospite nel salotto televisivo di CaterinaBalivo a La volta buona, ha ripercorso gli esordi professionali del figlio AlessandroBorghese, svelando un retroscena inedito che ha segnato i primi passi del celebre chef. Un aneddoto che ruota attorno al peso di un cognome ingombrante e a un tentativo di raccomandazione finito nel peggiore dei modi.
L’episodio risale agli anni Novanta, nel periodo immediatamente successivo al naufragio della nave da crociera Achille Lauro (avvenuto il 30 novembre del 1994), tragedia marittima alla quale il giovane Borghese, che all’epoca lavorava a bordo, riuscì a sopravvivere. Nonostante il dramma, il futuro volto della televisione era determinato a proseguire la sua carriera in mare. “Lui dopo il naufragio voleva tornare sulla nave crociera e io da brava mamma ho pensato di dover fare qualcosa“, ha spiegato l’attrice nel corso dell’intervista, confessando apertamente il tentativo di favorire il figlio sfruttando le proprie conoscenze: “Devo ammettere che tanti anni fa l’ho raccomandato a una compagnia di navi da crociera”.
Roma punta sulla transizione energetica, sulla mobilità sostenibile e sull’adattamento ai cambiamenti climatici. È la strategia illustrata dal sindaco Roberto Gualtieri nella sala Borgna dell’Auditorium Parco della Musica. Un programma che, tra obiettivi di lungo periodo e interventi sulla città, si affianca alla conferma delle restrizioni al traffico nella Ztl Fascia Verde.
L’allarme di Gualtieri: “Il 50% delle emissioni arriva dagli edifici”
Il punto di partenza indicato dal sindaco sono le fonti dell’inquinamento urbano. Secondo i dati citati da Gualtieri, a Roma il 50% delle emissioni di CO2 proviene dagli edifici, mentre il 35% è legato alle automobili. “Se si incentiva l’efficientamento energetico degli edifici e se dal gas si passa ai pannelli solari si genera un drastico abbattimento delle emissioni di CO2 e un risparmio”. Tra gli obiettivi, l’installazione di pannelli solari su tutte le 1.500 scuole della Capitale entro i prossimi sei anni. L’energia prodotta in eccesso durante i periodi di chiusura degli istituti, nelle intenzioni dell’amministrazione, potrà essere utilizzata per sostenere le persone in difficoltà attraverso le comunità energetiche. Le scuole potrebbero inoltre diventare punti di riferimento durante le ondate di calore. Gualtieri ha prospettato la possibilità di trasformarle in rifugi climatici per gli anziani, grazie alla climatizzazione degli ambienti.
Piste ciclabili e meno auto: la sfida della mobilità
Il secondo fronte è quello della mobilità. Per Gualtieri, una parte significativa degli spostamenti in automobile riguarda distanze inferiori al chilometro, distanze che potrebbero oggettivamente essere percorribili a piedi o in bicicletta. Una scelta che, secondo il sindaco, contribuirebbe a ridurre emissioni e congestione stradale migliorando anche la circolazione per chi deve necessariamente utilizzare l’auto. “Abbiamo poche piste ciclabili, molte in meno di tante altre città europee. Occorre realizzare percorsi sicuri e protetti”. L’obiettivo è rendere gli spostamenti a piedi e in bicicletta più agevoli, superando le resistenze al cambiamento e intervenendo sulla qualità dello spazio pubblico. “La transizione ecologica non può limitarsi alle infrastrutture. Si deve cambiare anche la cultura. Quartieri più vivibili e relazioni sociali più forti possono favorire comportamenti diversi e una maggiore capacità delle comunità di affrontare gli effetti del cambiamento climatico”.
Fascia Verde, ordinanza fino al 31 ottobre 2027
Vi sono anche delle misure già definite. Roma Capitale ha pubblicato l’ordinanza sindacale numero 144 del 29 ottobre 2026, che conferma le limitazioni alla circolazione nella Ztl Fascia Verde per il periodo compreso tra il 1° novembre 2026 e il 31 ottobre 2027. Il provvedimento mantiene i divieti già previsti, senza introdurre nuove restrizioni. Le limitazioni si applicano dal lunedì al sabato e sono consultabili sul sito ufficiale del Comune di Roma Capitale. La conferma della Fascia Verde è considerata in Campidoglio come la naturale scelta di continuità delle misure studiate per migliorare la qualità dell’aria. L’idea è intervenire sulle cause strutturali delle emissioni e sulla trasformazione dello spazio urbano”. Spiega il sindaco. La vera sfida tuttavia è tradurre gli obiettivi annunciati in interventi concreti, rendendo la transizione sostenibile compatibile con le esigenze quotidiane di chi vive e si sposta nella Capitale.
Una lettera di cinque pagine, datata 20 ottobre e valida trenta giorni, con un’offerta da circa 30 miliardi di euro per l’intero capitale di Delfin, la holding lussemburghese degli eredi di Leonardo Del Vecchio. A firmarla, secondo il Domani, è Michal Strnad, 34 anni, patron del gruppo ceco della difesa Csg, sbarcato a gennaio alla Borsa di Amsterdam con la più grande Ipo di sempre nel settore. Dalla holding nessun commento.
La cifra equivale al valore netto degli attivi scontato del 30%, come d’uso per le holding, e implica quindi un Nav intorno ai 43 miliardi. In portafoglio Delfin ha il 32,4% di EssilorLuxottica e quote pesanti in Mps (17,5%), Generali (10%) e UniCredit (2,7%). Strnad, che a luglio ha già rilevato il 14% di Pirelli dai cinesi di Sinochem, sarebbe pronto ad accontentarsi anche del 62,5%, sufficiente per il controllo.
La strada è però in salita. Il finanziere chiede di abolire la soglia dell’88% prevista dallo statuto per le decisioni chiave: oggi, di fatto, serve l’unanimità degli otto soci, divisi da anni su governance e riassetto della cassaforte. Alcuni lamentano pure di essere stati informati in ritardo della lettera. E per fonti legali sentite dal Domani un cambio di controllo potrebbe far scattare un’Opa obbligatoria su EssilorLuxottica, che vale oltre 80 miliardi.
L’offerta arriva mentre Delfin, primo azionista del Monte, ha già aderito all’Opas di Intesa Sanpaolo su Mps. Leonardo Maria Del Vecchio ha replicato che l’eredità del padre deve restare italiana.
Direttamente dagli anni 70, JBL riprende uno dei diffusori più ambiti dagli appassionati. Aggiornato con le tecnologie moderne ritorna in vendita ma con un prezzo per pochissimi... Leggi tutto