Quote SuperStar • 5 punti più SuperStar: vincitori • 4 punti più SuperStar: 1 vincitori totalizzano € 35.054,00 • 3 punti più SuperStar: 59 vincitori totalizzano € 2.618,00 • 2 punti più SuperStar: 896 vincitori totalizzano € 100,00 • 1 punti più SuperStar: 5974 vincitori totalizzano € 10,00 • 0 punti più SuperStar: 12957 vincitori totalizzano € 5,00
Estrazioni del Lotto
Ruota
1° estr.
2° estr.
3° estr.
4° estr.
5° estr.
Bari:
58
79
20
27
7
Cagliari:
64
45
51
54
62
Firenze:
84
69
21
54
78
Genova:
70
24
76
56
73
Milano:
32
36
19
33
72
Napoli:
1
38
67
70
36
Palermo:
78
4
72
84
74
Roma:
58
70
85
21
34
Torino:
49
82
36
69
84
Venezia:
21
86
70
33
63
Nazionale:
6
24
10
28
63
Estrazione del 10eLotto serale
1
4
20
21
24
32
36
38
45
49
51
58
64
69
70
78
79
82
84
86
Numero oro: 58
Doppio oro: 58 79
Prossima estrazione
La prossima estrazione del Lotto, SuperEnalotto e 10eLotto serale sarà alle 20:00 del sabato 31 ottobre 2026. Puoi giocare fino alle 19:30 del giorno dell’estrazione. Il jackpot del SuperEnalotto è di € 47.200.000,00 milioni e il montepremi complessivo è di 47,2 milioni di euro.
Estrazione precedente
Nell’ estrazione precedente di giovedì 29 ottobre 2026, non ci sono stati né 6 né 5+.
Ai Routes World Awards 2026, assegnati a Francoforte, due aeroporti italiani si sono distinti sulla scena internazionale per la loro capacità di sviluppare rotte aeree e collegamenti con le principali destinazioni. I premi, in questo caso, sono stati assegnati tenendo conto della disponibilità di voli diretti e del numero di passeggeri in transito, ma anche valutando l’apertura verso nuove destinazioni e la collaborazione con le compagnie aeree per creare nuove opportunità di traffico.
I migliori aeroporti per voli e collegamenti nel 2026
Ai Routes World Awards 2026, Roma Fiumicino ha conquistato il titolo di vincitore assoluto e il primo posto nella categoria degli scali con oltre 30 milioni di passeggeri all’anno. A seguire si è posizionato l’aeroporto di Cagliari-Elmas, che ha ottenuto il riconoscimento nella fascia compresa tra 5 e 10 milioni di passeggeri.
un traffico record di 51,3 milioni di passeggeri, con un incremento del 4% rispetto all’anno precedente;
10,8 milioni di viaggiatori sulle rotte di lungo raggio.
Il programma di sviluppo della rete previsto per quest’anno, invece, comprende:
oltre 40 nuove rotte, più di 15 nuove destinazioni e l’ingresso di quattro nuove compagnie aeree;
22 aeroporti del Nord America, con servizi che includono Seattle, operata da Alaska Airlines, e Houston, collegata da Ita Airways.
All’aeroporto di Cagliari il premio è andato soprattutto per il lavoro svolto per ampliare i collegamenti e rafforzare la connettività della Sardegna. L’offerta dello scalo sardo si è tradotta in un ampliamento che ha portato a:
lo sviluppo di 12 nuove rotte di linea per la stagione estiva 2026;
quattro nuovi collegamenti per l’inverno 2026-2027 e un aumento di frequenza su 45 rotte già esistenti.
Secondo i dati riportati in occasione dell’assegnazione dei premi, la capacità prevista per l’inverno 2026-2027 è di circa 2,2 milioni di posti, grazie soprattutto agli sforzi per ridurre le oscillazioni stagionali del traffico. La stagionalità rappresenta una delle principali sfide per l’economia turistica sarda. Durante l’estate, il richiamo delle spiagge e delle località costiere alimenta la domanda di voli e servizi ricettivi. Nei mesi autunnali e invernali, al contrario, la riduzione dei flussi può rendere più difficile mantenere un’offerta ampia e frequente.
Un’offerta più distribuita nel corso dell’anno può quindi aiutare le strutture ricettive a programmare aperture più lunghe, offrire maggiori opportunità di lavoro e rendere più sostenibili gli investimenti in ristorazione, trasporti ed esperienze turistiche.
Routes World Awards 2026, come vengono premiati gli aeroporti
La cerimonia dei Routes World Awards si è svolta il 22 ottobre 2026 a Francoforte, in Germania, nell’ambito di Routes World, appuntamento internazionale che riunisce aeroporti, compagnie aeree e organizzazioni turistiche per discutere le strategie di sviluppo delle reti aeree.
Per le categorie dedicate agli aeroporti e alle destinazioni, la valutazione coinvolge una giuria composta da esponenti del settore della pianificazione delle reti delle compagnie aeree. Per ottenere i riconoscimenti, tuttavia, ci si deve candidare, dopodiché le candidature vengono esaminate sulla base del contributo offerto allo sviluppo della connettività e dell’efficacia delle iniziative messe in campo per favorire nuovi collegamenti.
Non si tratta, quindi, di una semplice classifica degli aeroporti più grandi o più frequentati, né di una graduatoria basata esclusivamente sulla qualità dei servizi ai passeggeri. L’attenzione è rivolta alla capacità di:
costruire relazioni con i vettori;
individuare nuove opportunità commerciali;
rendere sostenibili le rotte nel tempo.
Il lavoro di sviluppo delle rotte comprende perciò analisi di mercato, negoziazioni commerciali, promozione territoriale e iniziative di marketing condivise.
La Camera di Commercio di Roma ha indetto un concorso pubblico per esami finalizzato all’assunzione a tempo pieno e indeterminato di 47 unità nell’Area degli Istruttori, con il profilo professionale di Assistente ai servizi amministrativi e di supporto.
Le assunzioni avverranno nel corso del 2027 e alla selezione si applicano le riserve di legge per i volontari delle Forze Armate e per chi ha completato il servizio civile universale senza demerito.
Requisiti di accesso
Per candidarsi è necessario essere in possesso del diploma di scuola secondaria di secondo grado, oltre a soddisfare i requisiti generali previsti per l’accesso al pubblico impiego, tra cui:
essere maggiorenni;
avere la cittadinanza italiana, di uno Stato membro dell’Unione Europea o rientrare nelle categorie previste dall’art. 38 del D.Lgs. 165/2001;
godere dei diritti civili e politici;
non avere condanne penali a carico che impediscano la costituzione di un rapporto di lavoro con la Pubblica Amministrazione e non essere stati interdetti dai pubblici uffici;
essere in posizione regolare nei confronti degli obblighi di leva;
non essere stati destituiti, dispensati, licenziati o dichiarati decaduti da un impiego presso una pubblica amministrazione;
possedere l’idoneità fisica allo specifico impiego.
Struttura delle prove e selezione
La procedura concorsuale è articolata nelle seguenti fasi:
un’eventuale preselettiva, prevista qualora le domande presentate siano superiori a 300, composta da quesiti a risposta multipla di cultura generale e sulle materie d’esame, che non attribuisce punteggio utile per la graduatoria finale;
valutazione attitudinale, prova svolta con il supporto di uno psicologo per verificare le competenze trasversali, il cui superamento è vincolante per l’accesso allo scritto;
prova scritta, incentrata su quesiti a risposta multipla su diritto amministrativo, diritto commerciale, gestione dei rapporti di lavoro nella pubblica amministrazione, gestione patrimoniale dell’Ente ed economia politica, superata con un voto minimo di 18 su 30;
prova orale, consistente in un colloquio interdisciplinare sulle materie della prova scritta con contestuale verifica della conoscenza della lingua inglese e delle competenze informatiche di base, superata con un punteggio minimo di 18 su 30.
Come ed entro quando inviare la domanda
La candidatura deve essere presentata esclusivamente online sul Portale inPA, autenticandosi tramite Spid, Cie, Cns o eIdas e indicando il proprio indirizzo di posta elettronica certificata.
La scadenza per la presentazione della domanda è fissata alle ore 23:59 del 6 novembre. Per partecipare è necessario aver versato un contributo di segreteria pari a 10,00 euro tramite PagoPA.
Altri concorsi attivi
Chi sta valutando opportunità di assunzione a tempo pieno e indeterminato nel settore pubblico può prendere in considerazione diversi altri bandi attivi in questo periodo. Tra le selezioni negli enti territoriali spicca il concorso di Roma Capitale per 80 insegnanti. Sul fronte delle carriere militari e della difesa, sono aperte le candidature per il concorso da 400 marescialli dei Carabinieri, oltre al reclutamento per 2.300 volontari dell’Esercito Italiano.
Quanto guadagna Cesara Buonamici? È una domanda che accompagna spesso la carriera della giornalista, soprattutto da quando è entrata nel cast del Grande Fratello come opinionista. Da oltre trent’anni è uno dei volti più riconoscibili dell’informazione televisiva italiana: conduce il TG5, ha partecipato alla nascita della testata e nel tempo ha assunto incarichi di responsabilità all’interno della redazione. A questa attività ha affiancato negli ultimi anni anche la presenza nei programmi di intrattenimento di Mediaset.
Chi è Cesara Buonamici e che lavoro fa
Cesara Buonamici è nata a Fiesole il 2 gennaio 1957. Giornalista e conduttrice televisiva, ha costruito gran parte della propria carriera professionale all’interno del gruppo Mediaset, diventando una delle figure storiche del TG5. I suoi primi passi nel mondo dell’informazione risalgono alla fine degli anni Settanta, quando inizia a lavorare per Tele Libera Firenze, un’emittente locale toscana. Dopo il passaggio a Retequattro e l’esperienza a Italia 1 con Studio Aperto, nel 1992 entra nella squadra che dà vita al TG5, insieme a Enrico Mentana, Lamberto Sposini, Cristina Parodi e Clemente Mimun.
Da allora la sua carriera è rimasta strettamente legata al telegiornale di Canale 5. Inizialmente conduce l’edizione delle 13, per poi diventare uno dei volti principali dell’edizione serale delle 20, appuntamento con cui è entrata nelle case di milioni di telespettatori.
Nel 2018 assume l’incarico di vicedirettrice del TG5 e nel 2023 riceve il titolo di direttrice ad personam, un riconoscimento del suo ruolo e della lunga esperienza professionale maturata nella testata.
Quanto guadagna Cesara Buonamici al TG5
Il compenso che Mediaset riconosce a Cesara Buonamici per il lavoro al TG5 non è stato reso pubblico. Non sono disponibili documenti ufficiali che permettano di conoscere nel dettaglio il suo stipendio, né indicazioni certe sulla parte fissa della retribuzione o su eventuali premi e indennità legati agli incarichi ricoperti. Secondo alcune stime pubblicate dalla stampa, il guadagno annuo della giornalista per l’attività televisiva potrebbe collocarsi in una fascia compresa tra 45mila e 110mila euro. Si tratta, però, di una valutazione non confermata da Mediaset e non di una cifra certificata riferibile al suo contratto.
Il cachet di Cesara Buonamici al Grande Fratello
Una parte delle indiscrezioni sui guadagni della giornalista riguarda il suo ruolo al Grande Fratello. Buonamici ha debuttato come opinionista nel 2023, portando la propria esperienza giornalistica in un contesto televisivo diverso da quello del telegiornale. La partecipazione al reality è proseguita anche nelle edizioni successive e nel 2026 è stata confermata nel ruolo di opinionista del Grande Fratello Vip.
Secondo le indiscrezioni riportate da Money.it nel marzo 2026, il cachet della giornalista si collocherebbe tra 10mila e 14mila euro a puntata (da 2.500 a 3.500 euro all’ora, di fatto). Anche in questo caso non si tratta di un importo ufficiale: Mediaset non ha comunicato pubblicamente le condizioni economiche del suo accordo con il programma. Il compenso complessivo dipende inoltre dal numero di puntate previste e dagli accordi contrattuali. Non è quindi possibile stabilire con certezza quanto Buonamici incassi per un’intera stagione del reality.
La partecipazione al programma rappresenta comunque un’attività aggiuntiva rispetto al lavoro svolto al TG5. Il suo ruolo è quello di commentare le dinamiche tra i concorrenti e offrire al pubblico un punto di vista esterno, basato anche sulla propria esperienza televisiva.
La vita privata e l’attività fuori dalla televisione
Accanto alla carriera giornalistica, Cesara Buonamici è legata anche alla sua famiglia e al territorio di origine. Insieme al fratello Cesare si occupa infatti dell’azienda agricola di famiglia a Fiesole, che dedica particolare attenzione alla produzione biologica di olio. L’attività rappresenta un ulteriore impegno rispetto al lavoro televisivo, ma non sono disponibili informazioni pubbliche sui relativi ricavi o sui guadagni personali della giornalista.
Sul piano privato, nel 2022 ha sposato Joshua Kalman, medico israeliano con cui aveva una relazione da molti anni. Nel 2026 è stata inoltre insignita dell’onorificenza di commendatore, riconoscimento legato ai suoi meriti professionali.
Il meccanismo della rivalutazione delle pensioni prevede un adeguamento all’inflazione. Questo scatterà dal 1° gennaio 2027, come di consueto. Non abbiamo però ancora una percentuale certa. Sarà infatti fissata da un decreto del ministero dell’Economia, che lo scorso anno è giunto il 19 novembre.
Per il momento circolano delle stime, che ipotizzano un adeguamento compreso tra il 2,5 e il 3,5%. Saremmo dunque ben al di sopra dell’1,4% riconosciuto per il 2026. Non c’è da fare nulla per ottenere una pensione leggermente più alta, dal momento che gli aumenti sono applicati in automatico dall’INPS.
Il tema però resta spinoso perché l’incognita è la legge di Bilancio. Il governo sta valutando di intervenire sul meccanismo per contenere la spesa. Non è da escludere uno stop alla rivalutazione per gli assegni più alti.
Come funziona la rivalutazione delle pensioni nel 2027
La rivalutazione non è uguale per tutti. Il sistema funziona per fasce d’importo, che vengono calcolate in multipli del trattamento minimo INPS. Questo nel 2026 è pari a 611,85 euro al mese. Con il meccanismo attualmente in vigore, l’adeguamento si applica:
al 100% sulla parte di pensione fino a 4 volte il minimo, cioè fino a 2.447,40 euro lordi al mese;
al 90% sulla parte compresa tra 4 e 5 volte il minimo, cioè tra 2.447,40 e 3.059,25 euro;
al 75% sulla parte che supera 5 volte il minimo, oltre 3.059,25 euro.
Il calcolo avviene per scaglioni, come per l’Irpef. Questo vuol dire che anche chi ha una pensione alta ottiene la rivalutazione piena sulla prima parte dell’assegno. Riceve però una percentuale ridotta sulle quote superiori. Per questo, oltre una certa soglia, l’aumento in euro continua a crescere ma meno che in proporzione. Di seguito c’è una simulazione, utile per capire davvero come funziona il sistema. Precisiamo però che gli importi indicati sono lordi. Per avere il netto, infatti, occorre tener conto delle trattenute Irpef.
Le simulazioni: quanto aumentano le pensioni
Applicando i tre scenari di inflazione, 2,5, 3 e 3,5%, proponiamo gli aumenti lordi mensili stimati per diverse fasce di pensione. Si tratta di simulazioni, il che vuol dire che andranno aggiornate quando sarà pubblicata la percentuale ufficiale.
Pensione lorda mensile 2026
Aumento con il 2,5%
Aumento con il 3%
Aumento con il 3,5%
1.000 euro
25,00 euro
30,00 euro
35,00 euro
1.500 euro
37,50 euro
45,00 euro
52,50 euro
2.000 euro
50,00 euro
60,00 euro
70,00 euro
2.500 euro
62,37 euro
74,84 euro
87,32 euro
3.000 euro
73,62 euro
88,34 euro
103,07 euro
4.000 euro
92,59 euro
111,11 euro
129,63 euro
5.000 euro
111,34 euro
133,61 euro
155,88 euro
Per le pensioni fino a 2.447,40 euro l’aumento è semplicemente proporzionale. Con il 3%, infatti, una pensione da 1.500 euro sale di 45 euro al mese, pari a 585 euro lordi in un anno (considerando le 13 mensilità).
Sopra quella soglia entra in gioco il taglio delle percentuali. Una pensione da 3.000 euro, con il 3%, ottiene il 100% della rivalutazione sui primi 2.447,40 euro e il 90% sui restanti 552,60 euro. Ciò si traduce in un aumento di 88,34 euro al mese anziché 90. Su un assegno da 5.000 euro, sempre con il 3%, l’aumento si ferma a 133,61 euro contro i 150 di un adeguamento pieno.
Pensione minima 2027, i possibili nuovi importi
La rivalutazione riguarda anche il trattamento minimo, che nel 2026 è di 611,85 euro al mese. Con un adeguamento del 2,5% salirebbe a 627,15 euro, con il 3% a 630,21 euro e con il 3,5% a 633,26 euro.
Il nuovo valore del minimo non è però solo un importo di riferimento per chi percepisce l’assegno più basso. Da questo infatti dipendono anche le soglie delle fasce di rivalutazione degli anni successivi, così come svariati limiti di reddito usati per prestazioni e agevolazioni legate alla pensione.
Cosa cambia se la manovra blocca la rivalutazione
Le simulazioni valgono con il meccanismo attuale, ma la legge di Bilancio potrebbe cambiare le carte in tavola. Tra le ipotesi allo studio c’è infatti un blocco della rivalutazione per le pensioni sopra 4 volte il minimo, cioè oltre 2.447,40 euro lordi al mese. Una soglia che riguarda circa il 45,9% dei pensionati.
Per capire l’impatto, basta guardare la tabella. Se lo stop riguardasse l’intero assegno, con un’inflazione al 3% una pensione da 3.000 euro rinuncerebbe a 88,34 euro lordi al mese, pari a circa 1.148 euro lordi l’anno.
Una da 4.000 euro rinuncerebbe invece a 111,11 euro al mese, circa 1.444 euro l’anno. Si tratta di uno scenario ipotetico, perché le modalità di un eventuale intervento non sono ancora definite. Va ricordato, inoltre, che la rivalutazione mancata non viene recuperata negli anni successivi. Di fatto l’assegno riparte ogni anno da una base più bassa, con un effetto che si trascina nel tempo.
Quando arrivano gli aumenti e cosa controllare
Gli aumenti scatteranno con la pensione di gennaio 2027, se tutto dovesse proseguire come al solito, e saranno applicati in automatico dall’INPS. Il tutto sulla base della percentuale provvisoria fissata dal decreto del ministero dell’Economia. L’eventuale differenza tra l’inflazione stimata e quella definitiva verrà poi recuperata con il conguaglio dell’anno successivo.
Per verificare i nuovi importi basterà consultare il cedolino della pensione nell’area riservata MyInps, accessibile con SPID, CIE o CNS, oppure dall’app Inps Mobile. Prima di allora sarà importante seguire due passaggi:
pubblicazione del decreto con la percentuale ufficiale;
Tra inflazione, oscillazione dei prezzi dell’energia e la necessità di gestire un numero sempre crescente di abbonamenti e servizi, la gestione del bilancio familiare è diventata un’attività complessa. Ogni mese ci si trova a destreggiarsi tra bollette della luce, fatture del gas, canoni per la fibra di casa, ricariche telefoniche e i costi per gli spostamenti quotidiani.
Una frammentazione che non solo complica la pianificazione finanziaria, ma rischia di far lievitare i costi nascosti e le inefficienze operative. In questo scenario, la vera risposta per proteggere il potere d’acquisto non è solo tagliare i consumi, ma ottimizzare la gestione delle spese.
Scegliere un operatore unico come Enel risponde esattamente a questa esigenza: affiancare alla tradizionale fornitura di luce e gas un ecosistema integrato di connettività, tecnologie ad alta efficienza e mobilità elettrica, sbloccando importanti economie di scala per le famiglie.
Perché un unico operatore conviene al portafoglio
Il primo pilastro della razionalizzazione delle spese parte dalle utenze di base. Unire sotto uno stesso fornitore l’energia (luce e gas) e i servizi di connettività – come la fibra ottica per l’abitazione e le SIM per la telefonia mobile – cambia radicalmente l’impatto sul budget di casa.
Avere un unico interlocutore non significa solo azzerare il tempo perso nell’amministrazione burocratica di scadenze e fornitori diversi. Dal punto di vista strettamente economico, la convergenza dei servizi consente di accedere a condizioni e tariffe dedicate riservate a chi sceglie di centralizzare le proprie forniture, sbloccando bonus, sconti in fattura e promozioni esclusive che riducono direttamente il costo complessivo delle bollette.
Il rendimento energetico dell’immobile
La seconda voce di costo su cui intervenire riguarda il rendimento energetico dell’immobile. Il comfort domestico oggi coincide con l’abbattimento degli sprechi grazie all’adozione di soluzioni ad alto rendimento, come quelle proposte da Enel: climatizzatori di ultima generazione e caldaie a condensazione capaci di recuperare il calore disperso.
Ma il vero salto di qualità per la protezione del bilancio familiare è rappresentato dalla produzione in proprio di energia pulita. L’installazione di impianti fotovoltaici su tetti o balconi consente di abbattere la quota di energia acquistata dalla rete. Per chi vive in appartamento o non ha la possibilità di effettuare interventi strutturali, esistono formule innovative come l’autoproduzione virtuale (tramite soluzioni come ebitts): una modalità che permette di beneficiare della produzione di impianti rinnovabili già esistenti, garantendo un risparmio economico diretto in bolletta senza dover sostenere i costi di ristrutturazione o installazione di un cantiere domestico.
La mobilità elettrica che conviene
La voce “trasporti” rappresenta una delle componenti più pesanti del bilancio familiare. La transizione verso la mobilità elettrica diventa una scelta di risparmio quando è supportata da tecnologie di gestione intelligente dei consumi. Attraverso l’app Enel On Your Way, pianificare i viaggi e individuare le stazioni di ricarica diventa un’operazione rapida e priva di imprevisti finanziari.
A casa, le moderne Wallbox per la ricarica dei veicoli integrano funzionalità pensate per massimizzare il risparmio: con il Solar Charging la ricarica dell’auto sfrutta direttamente l’energia gratuita prodotta dal fotovoltaico di casa, mentre con la Tariff Optimization il sistema programma automaticamente il pieno di energia nelle fasce orarie in cui il costo dell’elettricità è più basso. Fuori casa, soluzioni come il Plug&Charge velocizzano l’operazione avviando la sessione automaticamente non appena il cavo viene collegato alla colonnina compatibile.
Tasso zero e zero rischi
L’efficienza di una scelta finanziaria si misura anche nella gestione degli imprevisti e delle modalità di pagamento. Per consentire alle famiglie di investire nell’efficienza della propria casa senza intaccare la liquidità o i risparmi, Enel mette a disposizione soluzioni di finanziamento a tasso zero (TAN 0% e TAEG 0%) dedicate ai clienti luce e gas per l’acquisto di prodotti ed impianti. A questo si aggiungono i servizi dedicati di manutenzione e riparazione per caldaie, climatizzatori, impianti elettrici, idraulici e del gas, che proteggono l’immobile da guasti improvvisi e costosi, oltre ai vantaggi cumulativi offerti dal programma fedeltà EnelTiPremia.
A completare il quadro intervengono due elementi chiave per la tutela del consumatore: la sicurezza e la presenza sul territorio. Con oltre 1.500 negozi in tutta Italia, la consulenza di persona garantisce un punto di riferimento concreto vicino a casa per ogni esigenza. Sul fronte della trasparenza, invece, la certezza di far riferimento al numero verde 140 – l’unico canale telefonico ufficiale per l’assistenza commerciale – protegge da possibili tentativi di truffa, mettendo al sicuro contratti e scelte di risparmio.
Per gli autotrasportatori il 2 novembre rappresenta una scadenza importante. Il lunedì dopo Ognissanti è infatti l’ultimo giorno per le imprese del comparto logistica su gomma per presentare la dichiarazione relativa al rimborso delle accise sul gasolio consumato nel terzo trimestre dell’anno, il periodo compreso tra il 1° luglio e il 30 settembre.
L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha pubblicato le istruzioni operative. L’agevolazione consentirà di recuperare una quota rilevante delle imposte versate, sia attraverso il credito d’imposta sia mediante accredito diretto sul conto corrente.
Da dove vengono i soldi per il rimborso delle accise
Queste risorse a sostegno della filiera logistica si inseriscono nel quadro degli strumenti sbloccati nel mese di luglio dall’Unione europea per sostenere i settori strategici colpiti dalla fluttuazione dei costi energetici.
Il riallineamento dei fondi del Piano RePowerEU e dei programmi di coesione ha consentito di mantenere invariata la soglia di aliquota agevolata, incentivando al contempo l’impiego dei biocarburanti Hvo in linea con gli obiettivi comunitari di decarbonizzazione del trasporto merci.
A quanto ammonta il rimborso
Per l’autotrasporto la legge fissa un’aliquota agevolata di riferimento pari a 403,22 euro per mille litri. Il beneficio spettante varia in funzione dell’accisa ordinaria applicata al momento del rifornimento, che tra luglio e settembre ha subito diverse fluttuazioni normative.
L’importo recuperabile per ogni 1.000 litri di gasolio consumato è così articolato:
Periodo di rifornimento
Accisa ordinaria (per 1.000 l)
Rimborso spettante (per 1.000 l)
Dal 1° al 3 luglio
622,90 euro
219,68 euro
Dal 4 al 27 luglio
672,90 euro
269,68 euro
Dal 28 luglio al 17 settembre
532,90 euro
129,68 euro
Dal 18 al 25 settembre
572,90 euro
169,68 euro
Dal 26 al 30 settembre
622,90 euro
219,68 euro
Regole specifiche si applicano anche ai biocarburanti conformi alle direttive europee di sostenibilità. Per questi prodotti il credito spetta in misura variabile pari a 214,18 euro, 129,68 euro o 169,68 euro per mille litri a seconda del periodo d’acquisto.
Chi ha diritto all’agevolazione
Il recupero delle accise sul carburante per autotrazione non è aperto a tutti gli operatori, ma è riservato a specifiche categorie di mezzi e attività professionali:
veicoli dedicati al trasporto merci di massa complessiva pari o superiore a 7,5 tonnellate impiegati da autotrasportatori iscritti all’Albo, titolari di licenza in conto proprio o vettori dell’Unione europea;
autobus e mezzi impiegati nei servizi di trasporto pubblico locale, regionale o interregionale, oltre agli impianti a fune adibiti al servizio pubblico.
Sono invece esclusi dall’agevolazione i veicoli di classe ambientale Euro 4 o inferiore, i furgoni o camion merci con massa inferiore a 7,5 tonnellate e le autovetture della categoria M1. Per accedere al rimborso, gli acquisti devono essere provati da fattura elettronica recante la targa del mezzo rifornito.
Come presentare la domanda e le scadenze
La presentazione della dichiarazione segue canali differenti a seconda della modalità di fruizione prescelta dall’azienda:
compensazione tramite F24 trasmessa in via esclusivamente telematica dal Servizio telematico doganale inserendo il codice tributo 6740, non soggetto al limite annuo di 250.000 euro;
rimborso in denaro inviando una richiesta via Pec o tramite i servizi doganali, con accredito diretto sul conto corrente bancario o postale dell’impresa.
In tutti i casi la dichiarazione per il terzo trimestre va trasmessa entro il 2 novembre 2026. Il meccanismo del silenzio-assenso per l’utilizzo del credito, ovvero l’approvazione tacita dell’istanza, scatta dopo 30 giorni dalla ricezione dell’istanza da parte dell’Ufficio delle Dogane competente.
«Dai, che altrimenti va a finire male». È la frase che quattro giovani padovani attribuiscono a Fedez nella querela per minacce e lesioni personali presentata alla Procura di Milano dopo lo scontro avvenuto all’alba del 16 ottobre, davanti al The Club di largo La Foppa. Nel locale il rapper aveva festeggiato il suo 37° compleanno; i ragazzi, tra i 19 e i 21 anni, erano arrivati da Padova per salutare un amico in partenza per l’Australia. Secondo il loro racconto, tutto sarebbe cominciato con la richiesta di un selfie, seguita dalle minacce e poi dall’aggressione. Nella querela descrivono spintoni, pugni e calci, attribuiscono al cantante un colpo al volto di uno di loro e sostengono di essere stati «spintonati violentemente dalle guardie del corpo, sotto le direttive di Fedez». Gli uomini li avrebbero poi inseguiti lungo Corso Garibaldi.
Uno dei diciannovenni avrebbe perso i sensi per alcuni istanti. Soccorso dal 118 e trasportato al Policlinico di Milano, è stato dimesso con quattro giorni di prognosi; tre quelli riconosciuti al fratello, ventunenne. Anche gli altri due amici si sono fatti visitare a Padova. Sul posto è intervenuta la polizia. La querela, dodici pagine accompagnate da filmati e dalla richiesta di ascoltare alcuni testimoni oculari, è stata depositata il 19 ottobre. La Procura di Milano ha aperto un fascicolo.
La ricostruzione è contestata dai legali del rapper, che negano che Fedez abbia partecipato a un pestaggio e sostengono che abbia reagito all’aggressione di giovani in «evidente stato di alterazione». La loro versione individua anche altri protagonisti: «La contrapposizione è stata tra i giovani e il personale di sicurezza del locale». Il 27 ottobre, intervistato da Fabrizio Corona per Falsissimo, lo stesso Fedez ha ammesso: «Gli ho dato uno schiaffo in faccia». Ha raccontato di essersi sentito minacciato da uno dei ragazzi e ha sostenuto che il gruppo fosse già stato allontanato dalla discoteca per comportamenti molesti nei confronti di alcune ragazze. Ha inoltre precisato che, quella notte, era in compagnia di due donne, senza la propria sicurezza, e che gli uomini ripresi nei filmati non erano suoi bodyguard.
In ogni caso, chi abbia sferrato i colpi è soltanto una parte della questione. L’altra è chi possa esserne chiamato a rispondere, anche senza aver colpito.
Chi paga i danni se un bodyguard aggredisce qualcuno?
Chi ordina un’aggressione può essere chiamato a risarcire i danni anche senza aver sferrato i colpi. Chi impiega l’addetto alla sicurezza può rispondere per una ragione diversa, pur senza aver dato alcun ordine.
“L’art. 2043 c.c. obbliga chi cagiona dolosamente o colposamente un danno ingiusto a risarcirlo, quando siano accertati l’illecito e il nesso causale”.
Nella querela contro Fedez compare, anche l’esortazione «Inseguiteli», attribuita al cantante. Ordinare un inseguimento, però, non equivale a ordinare di picchiare: occorre dimostrare che quella condotta abbia effettivamente contribuito alle violenze.
Chi si avvale dell’attività di un addetto può rispondere degli illeciti collegati alle mansioni affidate, anche senza aver impartito ordini o commesso errori nella scelta e nella vigilanza. È la responsabilità del preponente (art. 2049 c.c.), fondata sul rischio connesso all’impiego dell’attività altrui. Restano da provare il rapporto di preposizione e il collegamento tra incarico e fatto dannoso.
Se gli uomini intervenuti operavano per la sicurezza personale del cantante, occorre accertare chi concretamente se ne avvalesse; se lavoravano per la discoteca, rileva il rapporto con il gestore. Qualora il servizio fosse affidato a una società esterna autonoma, la responsabilità dell’impresa non si estenderebbe automaticamente al locale, ferma la possibilità di un autonomo titolo di responsabilità del gestore. Non è neppure indispensabile un contratto di lavoro subordinato: la Cassazione, nella sentenza n. 12258/2026, relativa a una diversa vicenda in ambito sportivo, ha ribadito che la preposizione può sussistere anche senza un rapporto retribuito.
Le due responsabilità possono concorrere. Quando lo stesso danno è imputabile a più soggetti, anche per titoli differenti:
“L’art. 2055 c.c. prevede la solidarietà: il danneggiato può chiedere a ciascun responsabile l’intero risarcimento”.
La discoteca risponde anche fuori dal locale?
“Se un addetto alla sicurezza aggredisce qualcuno fuori dalla discoteca, anche il gestore può essere chiamato a risarcire i danni”.
Nel caso esaminato dalla Cassazione nel 2025, un cliente era stato invitato a uscire dopo una discussione con altri avventori, proseguita anche all’esterno. Qui aveva subito lesioni da un addetto alla sicurezza, che aveva agito per ragioni personali, a distanza di tempo dall’allontanamento. La Corte d’appello aveva escluso la responsabilità del preponente. La Cassazione, con l’ordinanza n. 2851 del 2025 ha cassato la decisione con rinvio: il luogo dell’aggressione, il tempo trascorso e il movente personale non bastano, da soli, a spezzare il collegamento con le mansioni affidate.
Il criterio è quello dell’occasionalità necessaria.
“L’art. 2049 c.c. opera quando l’incarico abbia determinato, agevolato o reso possibile l’illecito, purché la condotta rimanga nel «normale sviluppo» delle mansioni”.
Normale, però, non significa lecito. Una violenza può essere contraria agli ordini ricevuti senza essere necessariamente estranea all’incarico. Se un addetto interviene per gestire l’allontanamento di un cliente e il confronto degenera in aggressione, l’abuso può ancora essere collegato alle funzioni esercitate. Non basta, invece, che l’aggressore lavori nel locale: una lite esclusivamente privata, priva di un legame funzionale con il servizio, non rende automaticamente responsabile il preponente.
L’incarico di sicurezza, del resto, non conferisce un potere generale di coercizione. Per gli addetti ai servizi di controllo dei locali di intrattenimento, la l. n. 94/2009 e il D.M. 6 ottobre 2009 prevedono compiti delimitati: l’art. 5 esclude l’uso della forza o di altri mezzi di coazione nelle procedure di primo intervento, mentre l’art. 6 vieta di portare armi, oggetti atti a offendere e strumenti di coazione fisica. La disciplina non si applica automaticamente a ogni guardia del corpo personale. La Cassazione indica il criterio per attribuire la responsabilità, non il responsabile di quella notte.
Bastano i video per farsi risarcire?
Il valore dei filmati allegati alla querela contro Fedez dipende da ciò che effettivamente documentano.
“Nel processo civile, l’art. 2712 c.c. riconosce alle videoregistrazioni piena efficacia probatoria per i fatti rappresentati, se la parte contro cui sono prodotte non ne disconosce la conformità”.
Una contestazione generica non basta: il disconoscimento deve essere specifico e circostanziato(Cass. sent. n. 3045/2025).
Un video può mostrare chi colpisce, ma non tutto ciò che è accaduto prima. Può identificare chi partecipa a uno scontro senza chiarire per conto di chi operi. È uno dei punti controversi della vicenda milanese: i denuncianti parlano di bodyguard del cantante, mentre Fedez sostiene che gli uomini ripresi non appartenessero alla sua sicurezza personale. Possono servire testimonianze, riscontri delle forze dell’ordine, turni di servizio e documenti sui rapporti con il gestore o con un’impresa esterna.
La difesa del rapper sostiene inoltre che i giovani avessero un atteggiamento aggressivo e fossero in stato di alterazione.
“Anche una provocazione, però, non autorizza a picchiare”.
La Cassazione ha escluso, in un caso di lesioni inflitte da buttafuori a un cliente, che la provocazione giustificasse di per sé una riduzione del risarcimento ai sensi dell’art. 1227 c.c. (Cass. sent. n. 5679/2026). Diverso è difendersi da un’aggressione effettiva: la legittima difesa, disciplinata dagli artt. 52 c.p. e 2044 c.c., richiede un pericolo attuale di offesa ingiusta e una reazione necessaria e proporzionata. Presupposti che devono essere accertati, non dedotti dalla sola insistenza o alterazione di una persona.
Anche il danno deve essere dimostrato. Referti, spese mediche, eventuali valutazioni medico-legali e documenti sulle perdite economiche servono a provare le conseguenze risarcibili, patrimoniali e non patrimoniali (artt. 2056 e 2059 c.c.).
Binance, una delle più grandi piattaforme di scambio di criptovalute al mondo, ha subito un attacco informatico che ha coinvolto asset digitali per circa 6,3 miliardi di dollari. Si tratta di quello che potrebbe essere il più grande furto di criptovalute mai registrato. La società ha confermato l’incidente il 30 ottobre 2026, spiegando di aver avviato immediatamente le procedure di sicurezza e le operazioni per recuperare i fondi sottratti. Circa 3 miliardi di dollari sono stati congelati, grazie alla collaborazione con altri operatori del settore. Nel frattempo, Binance ha temporaneamente sospeso i prelievi e ha assicurato che coprirà le perdite utilizzando le proprie risorse.
Attacco hacker a Binance, cosa è successo e quanti soldi sono stati rubati
L’attacco informatico ha interessato Binance.com, la piattaforma internazionale utilizzata per acquistare, vendere e scambiare criptovalute. Secondo le prime ricostruzioni, gli hacker sarebbero riusciti a eseguire numerose transazioni non autorizzate, trasferendo una quantità elevata di asset digitali verso portafogli esterni.
Le operazioni hanno coinvolto diverse reti blockchain e una parte consistente dei fondi sarebbe stata spostata in un intervallo di circa venti minuti. Binance ha stimato l’impatto complessivo in 6,3 miliardi di dollari, una cifra superiore ai circa 1,5 miliardi sottratti nel febbraio 2025 alla piattaforma Bybit.
Il gruppo ha comunicato di aver lavorato con società specializzate nell’analisi della blockchain e con gli emittenti di criptovalute per individuare e bloccare gli asset. Al momento della prima comunicazione ufficiale, circa 3 miliardi di dollari risultavano congelati, mentre una parte dei fondi rimaneva sotto il controllo degli aggressori.
L’ipotesi del computer compromesso
Le verifiche iniziali di Binance hanno individuato un possibile punto di accesso nel computer portatile di un ingegnere DevOps, una figura professionale che gestisce infrastrutture e sistemi informatici. Secondo questa ipotesi, la compromissione del dispositivo avrebbe permesso agli hacker di accedere a un componente dei sistemi della piattaforma e inviare richieste di prelievo non autorizzate.
Le successive indagini interne hanno però individuato ulteriori punti di violazione, suggerendo che l’attacco possa aver coinvolto più sistemi. Il co-amministratore delegato Richard Teng ha precisato che non si sarebbe trattato del semplice utilizzo delle autorizzazioni di un dipendente, ma di un’operazione più articolata.
Hacker della Corea del Nord sospettati del furto: chi è TraderTraitor
Tra le principali ipotesi investigative figura il coinvolgimento di TraderTraitor, gruppo di hacker ritenuto collegato alla Corea del Nord. La società di intelligence blockchain TRM Labs ha attribuito l’attacco al gruppo sulla base di elementi raccolti dalle transazioni digitali e da altre attività investigative.
Anche Chainalysis, specializzata nell’analisi dei movimenti di criptovalute, ha dichiarato di ritenere altamente probabile un collegamento con gli hacker nordcoreani. TraderTraitor viene associato all’apparato informatico noto come Lazarus Group, già indicato come responsabile di numerosi attacchi contro imprese del settore.
Binance blocca i prelievi, quando riprendono le operazioni
Dopo l’individuazione dell’attacco, Binance ha disposto una sospensione temporanea di depositi e prelievi per effettuare verifiche sui sistemi. La società ha successivamente comunicato che i depositi non risultano più interessati dalle restrizioni, mentre il servizio di prelievo rimane temporaneamente sospeso.
Secondo gli aggiornamenti diffusi, Binance prevede il ripristino dei prelievi entro circa 48 ore, subordinatamente al completamento dei controlli di sicurezza. La piattaforma ha inoltre revocato alcune autorizzazioni utilizzate durante l’attacco e avviato una revisione dei sistemi coinvolti.
La sospensione riguarda Binance.com, mentre Binance.US, il servizio separato destinato agli utenti statunitensi, ha dichiarato di non essere stato interessato dall’incidente.
Cosa succede ai soldi degli utenti
In merito al furto, Binance ha assicurato che coprirà tutte le perdite derivanti dall’attacco, utilizzando il fondo SAFU e le risorse aziendali. Il SAFU, acronimo di Secure Asset Fund for Users, è un fondo creato per contribuire alla protezione degli utenti in caso di eventi straordinari.
La società ha dichiarato che gli asset dei clienti sono al sicuro e che, una volta completate le operazioni di ripristino, pubblicherà un aggiornamento delle proprie riserve. L’effettiva entità dei fondi da recuperare dipenderà anche dall’esito delle operazioni di congelamento e tracciamento degli asset trasferiti dagli hacker.
La Manovra 2027 del Governo Meloni avrà ricadute dirette su una serie di categorie, a partire dalle famiglie e dai giovani.
Vediamo chi ci guadagna, e quanto, con alcune delle misure previste nella Legge di Bilancio di prossima approvazione.
Il libretto previdenziale alla nascita
Il Governo punta ad aprire una posizione previdenziale già alla nascita, sul modello tedesco. È previsto un contributo dello Stato di 100 euro all’anno dalla nascita al compimento dei 18 anni.
Si parla, quindi, di 1.800 euro in totale in gestione alla Cassa depositi e prestiti. Basandosi sulle stime del Governo tedesco per quanto riguarda la misura applicata in Germania, e rapportando le stime all’Italia, il beneficiario si ritroverebbe con un tesoretto di oltre 50mila euro all’età di 65 anni. Che potrebbe arrivare a sfiorare i 110mila euro con il contributo dei genitori di 120 euro l’anno fino ai 18 anni. Con 240 euro l’anno, il capitale salirebbe a 160mila euro.
Congedi parentali
Cambiamenti in arrivo anche sul fronte dei congedi parentali: nel caso del congedo retribuito all’80%, fruibile entro i sei anni del figlio, si passa da tre a quattro mesi per il primo figlio. E si sale a cinque mesi per il secondo figlio e a sei mesi dal terzo figlio.
Si prenda adesso il caso di un genitore con uno stipendio di 2.500 euro lordi al mese. Con il congedo all’80% porta a casa 2.000 euro lordi. Nei mesi col congedo al 30% incassa 750 euro. Si tratta di una differenza di 1.250 euro al mese.
Oggi, con tre figli, ha diritto a tre mesi all’80% per ciascun figlio, nove in tutto. Se passasse la norma della Manovra 2027, i mesi diventerebbero quindici: quattro per il primo, cinque per il secondo, sei per il terzo. Traduzione: sei mesi in più pagati all’80% anziché al 30%. In soldoni: 7.500 euro lordi.
E per i genitori con un lavoro autonomo, che i congedi non sanno cosa siano, è previsto un voucher per baby-sitting e servizi per l’infanzia fino a 500 euro al mese, per max tre mesi: 1.500 euro in totale.
Pensione a 64 anni
Restiamo in tema famiglia: per i genitori in là con gli anni e per i nonni c’è l’ipotesi, fortissimamente voluta da Matteo Salvini (Lega), di una nuova Quota 100. Si tratterebbe, se confermata, di una pensione anticipata a 64 anni con 36 anni di contributi. Il tutto, però, con un rischio di vedere un taglio dell’assegno pensionistico. Secondo le prime simulazioni, il taglio dell’assegno potrebbe aggirarsi attorno al 10%.
Irpef
Per i lavoratori è in arrivo una novità che riguarda l’Irpef: dal 2027, il secondo scaglione Irpef salirà da 50 a 55mila euro. E sulla quota di reddito compresa fra queste due soglie si pagherà il 33% anziché il 43%. Il taglio vale un massimo di 500 euro l’anno. Il risparmio è di 100 euro ogni 1.000 euro di reddito imponibile oltre i 50mila euro. La misura riguarderà sia i lavoratori sia i pensionati.
Flat tax
La manovra innalza da 85mila a 100mila euro la soglia di ricavi e compensi per restare nel regime forfettario, lasciando invariata la flat tax al 15% (5% per le nuove attività). Chi supera gli 85mila euro, ma non oltrepassa i 100mila, potrà quindi mantenere il regime agevolato anche l’anno successivo. Il risparmio stimato è di 7.450 euro con 90mila euro di compensi, 8.140 euro con 95mila e circa 9mila euro con 100 mila.
Giovani
La Manovra introduce per i lavoratori dipendenti under 30 una tassazione agevolata all’1% sugli aumenti di reddito, fino a un massimo di 2.500 euro e per un solo anno.
Ipotizziamo il caso di un impiegato di 28 anni che guadagna 25.000 euro lordi all’anno. Se nel 2027 riceve un aumento di 1.500 euro lordi, su questa somma paga innanzitutto circa 138 euro di contributi Inps. Sui restanti 1.362 euro si applica l’imposta sostitutiva dell’1%, pari a circa 14 euro. L’aumento netto che gli rimane in busta paga è quindi di circa 1.348 euro. Con la tassazione ordinaria, il lavoratore incasserebbe sui 1.150 euro. Il vantaggio della nuova agevolazione sarebbe quindi di circa 200 euro netti in un anno.
Addio caro vecchio San Siro (o Giuseppe Meazza), benvenuto Generali Stadium: il nuovo stadio di Inter e Milan è stato presentato al Castello Sforzesco di Milano.
Avrà due anelli, una struttura esterna illuminata con i colori delle squadre e una capienza di 71.500 spettatori. L’inaugurazione è prevista per la stagione 2031-2032, in tempo per gli Europei.
Il nuovo San Siro, il Generali Stadium
Il nuovo San Siro sarà una struttura iper-moderna, progettata da due architetti di fama internazionale: Lord Norman Foster e David Manica, reduci dall’esperienza condivisa per la riedificazione di Wembley a Londra.
L’accordo commerciale per il diritto di denominazione durerà vent’anni, grazie a un’operazione finanziaria che, pur in assenza di conferme ufficiali, si stima attorno ai 600 milioni complessivi.
La struttura sorgerà nell’area adiacente all’attuale Meazza, dove oggi si trovano il parcheggio di San Siro e il Parco dei Capitani. Il progetto di rigenerazione urbana interesserà complessivamente 281mila metri quadrati.
Le curve saranno l’anima dello stadio.
[Lord Norman Foster]
Come sarà il nuovo stadio di Inter e Milan
Della capienza e della struttura ad anelli si è già detto. Per il resto, il Generali Stadium sarà lungo 270 metri, mentre l’altezza raggiungerà i 60 metri nel punto più alto, che diventano 70 metri considerando il piano del campo.
Uno degli elementi più riconoscibili sarà la facciata esterna, composta da grandi elementi diagonali incrociati, realizzati in cemento armato prefabbricato. La struttura richiama alcune caratteristiche dell’architettura milanese, dal Duomo alla Galleria Vittorio Emanuele II, fino ad alcune opere di Gio Ponti. Gli elementi della facciata potranno illuminarsi con i colori della squadra che giocherà in casa: rossonero per il Milan e nerazzurro per l’Inter. Sarà inoltre possibile proiettare immagini dei calciatori e scritte, trasformando l’esterno dello stadio in una superficie luminosa personalizzabile.
Le curve
Le curve sono state progettate per ricreare un’atmosfera molto intensa durante le partite: avranno un’inclinazione di 37 gradi e saranno organizzate per creare un vero e proprio muro di tifosi, con una capienza indicata da Norman Foster in circa 11mila persone. Il riferimento è il celebre muro giallo del Westfalenstadion di Dortmund, lo stadio del Borussia Dortmund, diventato uno dei simboli del tifo calcistico europeo. L’obiettivo è avvicinare il pubblico al terreno di gioco e amplificare il rumore prodotto dagli spettatori, trattenendolo all’interno dell’impianto per limitare i disagi acustici per i residenti della zona.
Volevamo mantenere la stessa anima creando una struttura nuova. San Siro è un feeling, è un sentimento più che un edificio. Abbiamo cercato di inserirlo. [David Manica]
Come spiegato da David Manica, è stata prestata particolare attenzione alla visibilità da ogni settore e alla vicinanza delle poltroncine al campo. Anche il comfort dovrebbe migliorare rispetto allo stadio attuale: sono previsti sedili più comodi, maggiore spazio per le gambe e i gomiti e postazioni accessibili alle persone con disabilità in tutti i settori. Saranno inoltre presenti ascensori e scale mobili, numerosi servizi igienici e punti ristoro distribuiti nelle diverse aree.
Il tetto
Il tetto non sarà retrattile e integrerà soluzioni per la raccolta dell’acqua piovana, garantendo il funzionamento di un impianto ad alimentazione elettrica. Presso la copertura verranno posizionati quattro maxischermi dedicati agli spettatori.
Il titolo mondiale è tutt’altro che distante per Kimi Antonelli. Se alla fine dovesse davvero arrivare quel giorno, varrebbe 73 milioni di euro in più da qui al 2030. Una stima inserita nello studio di StageUp, società di ricerca e consulenza specializzata in sport marketing e sponsorizzazioni.
Numeri molto importanti e attuali, considerando come il Gran Premio del Messico, in programma domenica 1° novembre 2026, potrebbe già assegnare il titolo al pilota italiano della Mercedes. Una carriera che sta facendo sognare gli appassionati e, guardando al futuro, le cifre per lui sono destinate soltanto ad aumentare. Immaginiamo un secondo titolo entro il 2028. In quel caso, infatti, il valore aggiuntivo per lui supererebbe i 105 milioni di euro.
Antonelli a un passo dal titolo: la classifica
Dopo la vittoria nel Gran Premio di Austin, Antonelli guida la classifica del Mondiale con 365 punti, 123 in più del compagno di squadra George Russell e 124 in più di Lewis Hamilton. Il tutto quando mancano ancora 125 punti da assegnare. Il campionato potrebbe quindi chiudersi già nel weekend di Città del Messico.
In caso di successo, a 20 anni Antonelli diventerebbe il più giovane campione del mondo nella storia della Formula 1. Riuscirebbe inoltre a riportare il titolo piloti in Italia per la prima volta dal 1953. Un’attesa lunga oltre 70 anni, che rappresenta anche una chance commerciale unica.
Stipendio e rinnovo con Mercedes
In Formula 1 la parte più ricca dei guadagni di un pilota arriva dalla squadra. Per i piloti di vertice lo stipendio rappresenta circa il 90% delle entrate, mentre gli sponsor personali hanno un peso secondario. Oggi Antonelli percepisce uno stipendio base stimato in circa 3,4 milioni di dollari l’anno, con un contratto con Mercedes esteso fino al 2027 e un’opzione. Secondo lo studio, però, il vero salto arriverebbe con la rinegoziazione attesa nel 2028.
Il titolo gli porterebbe nelle casse anche premi consistenti, stimati fino a circa 10 milioni di dollari (quasi 9 milioni di euro). Presentandosi all’appuntamento con il rinnovo da campione in carica, lo stipendio Mercedes potrebbe salire a 35-40 milioni di dollari l’anno. Il Mondiale varrebbe quindi tra 10 e 15 milioni di dollari in più all’anno di solo stipendio, pari a circa 8,5-12,75 milioni di euro, rispetto a uno scenario sorprendente in cui il titolo dovesse sfuggirgli di mano.
Sponsor e diritti d’immagine: quanto può valere il marchio Antonelli
Oggi gli sponsor personali di Antonelli valgono circa 1,5 milioni di dollari l’anno. Con il titolo, stando alle stime, il valore di sponsorizzazioni e diritti d’immagine potrebbe salire a 9-18 milioni di dollari l’anno nel giro di due anni (circa 8-15 milioni di euro).
Di fatto sarebbe uno dei piloti più appetibili del circuito per i brand. Lo studio ha usato Hamilton come termine di paragone, indicando i suoi circa 20 milioni di dollari all’anno, così come i 6-8 milioni di Max Verstappen. Il giovane pilota si è già mosso per tutelare la propria immagine, oggi più preziosa che mai. Ad aprile 2026 è stato infatti registrato il marchio “Kimi Antonelli”, che copre categorie come abbigliamento, cosmetici, prodotti per il settore automotive e software.
Tra i punti più chiacchierati della nuova legge di Bilancio approvata dal Consiglio dei Ministri figurano il taglio dell’Irpef e la revisione delle aliquote, una misura strutturale pensata per alleggerire la pressione fiscale sui redditi da lavoro e da pensione nel prossimo anno.
Il Governo mantiene così la promessa di ridurre il carico fiscale per la fascia media dei contribuenti rimodulando gli scaglioni di reddito, con l’obiettivo di sostenere il potere d’acquisto delle famiglie di fronte all’aumento del costo della vita.
Cosa prevede l’intervento sulle aliquote Irpef
Il provvedimento inserito nella Manovra 2027 conferma l’architettura tripartita delle aliquote, con un ritocco che innalza il tetto della seconda fascia di reddito. Nello specifico, il quadro delle aliquote si configura come segue:
aliquota al 23% per i redditi fino a 28.000 euro;
aliquota al 33% (invece del precedente 35%) estesa ai redditi compresi tra 28.000 e 55.000 euro;
aliquota al 43% riservata ai soli redditi superiori a 55.000 euro.
L’intervento punta a mitigare l’effetto del fiscal drag, ovvero il drenaggio fiscale subito dai lavoratori dipendenti e dai pensionati per effetto dell’inflazione sui salari reali. Recuperando liquidità dalla tassazione, la precisa fascia di reddito che spesso risulta esclusa dalla maggior parte dei bonus e delle agevolazioni sociali riuscirà così a godere di un margine di potere d’acquisto più ampio.
Dal progetto originario all’asticella dei 55.000 euro
Nelle intenzioni iniziali dell’Esecutivo, il piano di revisione dell’Irpef prevedeva un intervento che prevedeva l’allargamento dell’aliquota del 33% fino alla soglia dei 60.000 euro. Tuttavia, i vincoli di finanza pubblica e la necessità di contenere le coperture hanno costretto il Governo a rimodulare il perimetro della misura, fissando il tetto definitivo a 55.000 euro.
Come chiarito dalla premier Giorgia Meloni nella conferenza stampa di ieri, chi guadagna 55.000 euro l’anno si troverà a pagare 15.350 euro all’anno di Irpef contro i 16.550 euro dovuti all’insediamento dell’esecutivo, per un beneficio netto annuale cumulato fino a 1.200 euro annui.
Quanti contribuenti ne beneficeranno
I dati del Ministero dell’Economia evidenziano come l’estensione dello scaglione fino a 55.000 euro andrà a impattare su una fetta contenuta di contribuenti. La misura specifica sulla fascia 50.000-55.000 euro riguarda infatti circa 600.000 persone, pari a circa l’1,3% dei contribuenti italiani.
In Italia la stragrande maggioranza della popolazione, circa il 92,3%, dichiara redditi inferiori a queste cifre e beneficia del consolidamento del primo scaglione, mentre solo il 6,4% supera la soglia massima e continuerà a versare l’aliquota del 43% sulla quota eccedente.
Quanto margine di manovra resta ai conti pubblici
Finanziare la riduzione delle aliquote Irpef, seppure per una platea così stretta di contribuenti, assorbe risorse considerevoli: lo scostamento e l’impatto stimato sui conti pubblici si attesta infatti su circa 2,5 miliardi di euro all’anno per la misura complessiva, di cui circa 1,2 miliardi destinati all’estensione della fascia intermedia. Con un costo annuo strutturale di questa entità, il margine di manovra utilizzabile per investimenti produttivi, sanità o nuove politiche di sviluppo risulta estremamente ridotto.
È stato eliminato un limite che penalizzava i lavoratori assunti prima del Jobs Act e licenziati illegittimamente dalle piccole imprese. Con la sentenza 174/2026, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la parte dell’art. 8 legge 604/1966 che legava la possibilità di aumentare l’indennità risarcitoria al numero complessivo di dipendenti dell’azienda.
La decisione consente anche ai lavoratori delle piccole imprese di ottenere, ricorrendone i presupposti, un’indennità fino a 10 mensilità per chi ha più di dieci anni di anzianità e fino a 14 per chi supera i vent’anni. Attenzione però, l’aumento non è automatico: spetta al giudice determinare l’importo in base alle circostanze del caso concreto.
Chi riguarda la sentenza della Corte costituzionale
La pronuncia interessa i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015, data di entrata in vigore del d.lgs. 23/2015, che disciplina il cosiddetto contratto a tutele crescenti. Per questi rapporti, nelle imprese che non raggiungono le soglie dimensionali previste per l’applicazione della tutela ordinaria dell’art. 18 Statuto dei lavoratori, continua a valere l’art. 8 legge 604/1966.
La disposizione riguarda i licenziamenti privi di giusta causa o giustificato motivo. In questi casi, il datore può scegliere, in alternativa alla riassunzione del dipendente entro tre giorni, di versargli un’indennità risarcitoria.
Prima della sentenza 174/2026, l’importo poteva essere compreso tra 2,5 e 6 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. La possibilità di elevare il massimo a 10 o 14 mensilità era riservata ai dipendenti delle aziende con più di 15 lavoratori complessivi, purché ricorressero anche i requisiti di anzianità.
La Corte ha eliminato proprio questa condizione dimensionale: la maggiorazione non dipende più dal fatto che l’impresa occupi complessivamente più di quindici dipendenti.
La pronuncia non cancella, tuttavia, ogni distinzione tra piccole e grandi imprese, né modifica tutte le tutele contro i licenziamenti illegittimi. In particolare, non attribuisce al lavoratore un diritto generalizzato a essere reintegrato al lavoro.
Perché il limite di sei mensilità è stato dichiarato incostituzionale
Il caso concreto riguardava una lavoratrice assunta nel 2003 come assistente in uno studio dentistico, con contratto a tempo indeterminato part-time. Nel luglio 2024, dopo oltre vent’anni di servizio, era stata licenziata per giusta causa, sulla base di presunte irregolarità nelle procedure di sterilizzazione degli strumenti di lavoro.
Il Tribunale di Livorno, che ha sollevato la questione di legittimità costituzionale, aveva rilevato gravi vizi nel licenziamento, tra cui la mancata preventiva contestazione degli addebiti e l’insufficienza delle prove a carico della dipendente. Poiché lo studio occupava meno di quindici lavoratori, l’indennità non avrebbe però potuto superare sei mensilità.
Secondo il giudice, un risarcimento così limitato non era però adeguato né a compensare il danno subìto dalla donna né a dissuadere il datore dal commettere violazioni analoghe. La Consulta ha condiviso questo ragionamento, richiamando i principi costituzionali di uguaglianza e ragionevolezza, la tutela del lavoro e della dignità del lavoratore e l’esigenza di garantire un ristoro effettivo in caso di licenziamento illegittimo.
In particolare, una forbice compresa tra 2,5 e 6 mensilità rischiava di equiparare situazioni diversissime, impedendo al giudice di adeguare sufficientemente l’indennizzo alla gravità dell’illecito e alle conseguenze concrete del licenziamento.
Il collegamento con la sentenza 118/2025 sul Jobs Act
La decisione si inserisce nel solco giurisprudenziale della sentenza 118/2025 della Corte costituzionale, che aveva già eliminato l’analogo tetto di sei mensilità previsto dall’art. 9 comma 1 d.lgs. n. 23/2015 per i lavoratori assunti dal 7 marzo 2015 nelle piccole imprese.
Dopo quella pronuncia per i licenziamenti illegittimi soggetti al Jobs Act, l’indennità nelle imprese sotto soglia può variare da 3 a 18 mensilità nei casi previsti dall’art. 3 comma 1, del decreto. Si era così creata una differenza difficilmente giustificabile: un lavoratore assunto dopo il 2015 poteva ottenere una tutela economica superiore a quella riconosciuta a un collega con maggiore anzianità, anche per licenziamenti di gravità analoga.
La Corte ha osservato che una diversa data di assunzione può giustificare discipline differenti soltanto quando la distinzione è ragionevole. Tuttavia, dopo l’eliminazione del tetto per i nuovi assunti la precedente giustificazione — legata all’obiettivo di favorire l’ingresso nel mercato del lavoro con maggiore flessibilità in uscita — aveva perso gran parte della propria forza. Anche perché i lavoratori più anziani possono incontrare maggiori difficoltà nel trovare una nuova occupazione.
Perché il risarcimento può arrivare a 10 o 14 mensilità
Per eliminare la disparità, la Corte non ha sostituito direttamente il limite di sei mensilità con quello di dodici, come richiesto dal Tribunale di Livorno. Ha scelto un intervento più mirato, cancellando dall’art. 8 legge 604/1966 le parole che subordinavano la maggiorazione al numero di dipendenti occupati dal datore.
Restano quindi applicabili le maggiorazioni già previste dalla legge:
fino a 10 mensilità per chi ha un’anzianità di servizio superiore a dieci anni;
fino a 14 mensilità per chi supera i vent’anni di anzianità.
Poiché la disciplina riguarda gli assunti prima del 7 marzo 2015, nel 2026 tutti hanno ormai maturato più di dieci anni di servizio. Chi supera i vent’anni può accedere alla fascia più elevata.
Attenzione: il superamento del tetto delle sei mensilità non comporta il riconoscimento automatico dell’importo massimo e non introduce un regime unico per tutti i licenziamenti illegittimi. Di volta in volta, il giudice dovrà determinare l’indennità risarcitoria considerando anzianità di servizio, dimensioni dell’impresa, tipo di violazione contestata, comportamento e condizioni delle parti. Nella valutazione rilevano anche gli ulteriori fattori indicati dalla legge 183/2010, tra cui le condizioni del lavoratore e la situazione del mercato del lavoro locale.
Che cosa cambia
La sentenza n. 174/2026 della Corte costituzionale elimina una specifica disparità di trattamento, rafforza la tutela economica dei lavoratori e la funzione dissuasiva del risarcimento.
Ora anche per i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015 nelle imprese sotto soglia, l’indennità per licenziamento illegittimo potrà superare sei mensilità, potendo arrivare fino a 14. L’importo effettivo resta affidato alla valutazione del giudice che deve considerare tutte le circostanze concrete. Le dimensioni ridotte dell’impresa non possono però impedire di valorizzare la maggiore anzianità di servizio.
La pronuncia interessa imprese di diversi settori, dagli studi professionali e ambulatori ai negozi, dalle attività artigiane alle piccole aziende di servizi. Non conta il settore economico ma il regime giuridico applicabile. Il caso tipico riguarda un rapporto a tempo indeterminato instaurato prima del 7 marzo 2015, anche part-time, con un datore che non raggiunge le soglie dimensionali previste per l’applicazione dell’art. 18 Statuto dei lavoratori, in caso di licenziamento privo di giusta causa o giustificato motivo. Per gli assunti dal 7 marzo 2015 nelle piccole imprese si applica invece il d.lgs. n. 23/2015, come modificato dalla sentenza n. 118/2025.
La disciplina non si estende automaticamente ai contratti a termine, all’apprendistato o ai rapporti autonomi: di volta in volta, occorre verificare la natura del rapporto e le regole applicabili alla cessazione. Restano inoltre ferme le ipotesi in cui spetta la tutela reintegratoria piena, come nei licenziamenti discriminatori, verbali o nulli per altra causa, indipendentemente dalle dimensioni aziendali.
Il mese di novembre 2026 porta con sé tutti i tipici pagamenti Inps, fra i quali spicca il Supporto per la Formazione e il Lavoro.
La misura, nota anche semplicemente come Sfl, è un sostegno al reddito di 500 euro destinato a chi si attiva fattivamente per entrare, o rientrare, nel mondo del lavoro. Scopriamo il calendario dei pagamenti di novembre.
Quando pagano il Supporto Formazione e Lavoro a novembre
Il calendario dei prossimi pagamenti Sfl vede due date: c’è un accredito il 13 novembre per le domande trasmesse all’Inps dopo il 15 del mese precedente.
Invece per le domande trasmesse entro il 15 dello stesso mese e per i pagamenti successivi al primo, l’accredito è atteso a partire dal 27 novembre.
Come controllare il pagamento Sfl Inps
Le date indicate rappresentano l’avvio dei pagamenti. Per motivi tecnici è però possibile che possano verificarsi ritardi relativi alla gestione della pratica. Per verificare la propria posizione in caso di ritardi a oltranza, essendo sicuri di essere in regola con il proprio percorso e di non avere variazioni non comunicate, è possibile consultare l’apposita sezione del portale Inps accedendo con Spid, Cie o Cns. Si può controllare anche la piattaforma Siisl (Sistema Informativo per l’Inclusione Sociale e Lavorativa) per verificare che non ci siano blocchi.
Per assistenza è possibile rivolgersi a Caf, patronati e consulenti. Ed è sempre possibile chiamare il Contact center dell’Inps: 803164 (gratuito da telefono fisso) e 06164164 da cellulare (può essere a pagamento in base alla tariffa applicata dal proprio gestore).
Supporto Formazione e Lavoro, come funziona
Come si nota, le date dei pagamenti ricalcano quelle della misura gemella dell’Sfl, ovvero l’Adi (Assegno di Inclusione). Sfl e Adi sono gli eredi diretti del vecchio Reddito di cittadinanza.
Sfl si rivolge ai singoli componenti di nuclei familiari di età compresa tra i 18 e i 59 anni e in possesso di determinati requisiti di cittadinanza, soggiorno, residenza ed economici.
Come funziona
Per accedere al beneficio, è necessario:
presentare domanda online all’Inps;
iscriversi alla piattaforma Siisl;
sottoscrivere il Pad (Patto di attivazione digitale);
sottoscrivere il Patto di servizio personalizzato;
frequentare un corso o altra iniziativa di attivazione lavorativa.
Successivamente, il richiedente può accedere alla piattaforma Siisl e cercare in autonomia le offerte lavorative o le attività formative più utili al suo profilo. Oppure può affidarsi ai servizi di orientamento e accompagnamento al lavoro.
Sfl, spettano 500 euro al mese
Come detto, i beneficiari ottengono 500 euro al mese. Ma l’importo, erogato con bonifico da parte dell’Inps, viene erogato se c’è effettiva partecipazione del beneficiario alle attività previste e fino a un massimo di 12 mesi.
Il limite di 12 mesi può essere prorogato per ulteriori 12 mesi, con aggiornamento del Patto di servizio personalizzato, se alla scadenza è in corso un percorso formativo. Il beneficio è riconosciuto per la durata del corso o dell’attività ed è condizionato alla partecipazione effettiva, pena la decadenza.
I requisiti
Il richiedente deve essere:
cittadino italiano;
cittadino di un altro Paese dell’Unione europea;
familiare di un cittadino italiano o dell’Unione europea;
titolare del diritto di soggiorno, anche permanente, oppure ancora cittadino di paesi terzi con permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo;
titolare dello status di protezione internazionale o apolide con analogo permesso;
residente in Italia da almeno cinque anni, di cui gli ultimi due in modo continuativo.
L’Isee in corso di validità non deve essere superiore a 10.140 euro annui e il valore del reddito familiare deve essere inferiore a 10.140 euro annui, moltiplicato per il parametro della scala di equivalenza Isee.
Ci sono poi altri requisiti relativi al possesso di beni immobili e beni mobili. Tutti i dettagli sul portale Inps (Home / Lavoro / Supporto per la Formazione e il Lavoro).
Il problema delle fatture non pagate rappresenta un ostacolo quotidiano per imprese, professionisti e lavoratori autonomi. Quando un cliente ritarda o evita un saldo dovuto, l’impatto sul flusso di cassa e sulla gestione aziendale può diventare critico. In Italia, la normativa offre precisi strumenti per tutelare i creditori, fissando tempi di pagamento, saggi di interesse e procedure di recupero del credito rapide. Allo stesso tempo, stabilisce requisiti rigorosi per chi deve difendersi da pretese illegittime o fatture contestate.
Comprendere come muoversi tra la fase bonaria e le aule di tribunale è fondamentale per agire tempestivamente, evitando la prescrizione del credito ed evitando inutili costi legali.
Fatture non pagate: termini di pagamento e clausole abusive
Per gestire correttamente l’incasso o il sollecito di una prestazione, occorre anzitutto definire la cornice temporale prevista dal legislatore italiano:
il termine ordinario nelle transazioni commerciali. Ai sensi del D.Lgs. 231/2002, nelle relazioni tra imprese o tra imprese e pubblica amministrazione, il termine di pagamento standard è stabilito in 30 giorni. Le parti possono concordare per iscritto un termine superiore, fino a un massimo di 60 giorni, a condizione che tale accordo non sia gravemente iniquo per il creditore;
tutele rafforzate per i lavoratori autonomi. Per i professionisti e i lavoratori autonomi, la Legge 81/2017 (Articolo 3) stabilisce che le clausole contrattuali che prevedono termini di pagamento superiori ai 60 giorni dalla ricezione della fattura sono considerate abusive e prive di ogni effetto giuridico.
Superata la data stabilita nel contratto o nella fattura, il ritardo configura a tutti gli effetti un inadempimento contrattuale, facendo scattare la decorrenza degli interessi di mora.
Interessi di mora e indennizzi forfettari
Il mancato saldo della fattura produce un danno economico per il creditore. Per questo motivo, la legge prevede l’applicazione automatica degli interessi di mora, distinguendo tra rapporti commerciali e rapporti con consumatori privati.
Transazioni commerciali (B2B e B2PA)
Si applica la disciplina del D.Lgs. 231/2002. Il tasso degli interessi moratori viene calcolato sommando il tasso di riferimento fissato dalla Banca Centrale Europea (BCE) con una maggiorazione fissa di 8 punti percentuali. Nel corso del 2026, con i tassi di riferimento fissati rispettivamente al 2,15% e poi al 2,40%, il saggio effettivo di mora risulta pari al 10,15% per il primo semestre e sale al 10,40% nel secondo semestre. A questo importo si aggiunge di diritto un indennizzo forfettario di 40 euro a titolo di risarcimento per i costi di recupero credito sostenuti, fatta salva la prova di un danno maggiore.
Rapporti Civili Ordinari (B2C)
Laddove la prestazione sia rivolta a un consumatore finale, gli interessi di mora si calcolano sulla base del saggio di interesse legale (fissato all’1,60% annuo dal 1° gennaio 2026 tramite Decreto MEF del 10 dicembre 2025).
Dal sollecito bonario al decreto ingiuntivo: il percorso del creditore
Quando una fattura risulta insoluta alla scadenza, la strategia di recupero del credito si sviluppa in due momenti principali.
La fase stragiudiziale
In prima battuta è sempre consigliabile effettuare una verifica contabile interna e procedere con un sollecito bonario (via email o telefono), utile per individuare eventuali sviste o problemi amministrativi temporanei.
Se il saldo non perviene, si passa alla formalizzazione dell’inadempimento tramite invio di una Lettera di Messa in Mora, da inoltrare attraverso una PEC o una Raccomandata A/R (ai sensi dell’Articolo 1219 del Codice Civile). La messa in mora impone al debitore un termine perentorio per adempiere (solitamente tra 7 e 15 giorni), interrompe i termini di prescrizione del credito e formalizza il calcolo degli interessi.
La fase giudiziale e il valore della fattura elettronica
In assenza di riscontro o a fronte di un rifiuto ingiustificato, il creditore può intraprendere la via giudiziale avvalendosi dell’assistenza di un legale.
Gli articoli 633 e 634 del Codice di Procedura Civile permettono al creditore di ottenere un Decreto Ingiuntivo. In particolare, l’articolo 634 c.p.c. stabilisce che le fatture elettroniche trasmesse e validate attraverso il Sistema di Interscambio (SdI), unitamente all’estratto conto autentico, costituiscono idonea prova scritta del credito per somministrazioni di merci o prestazioni di servizi:
notifica e termini. Il Giudice, verificata la regolarità della documentazione, emette l’ordine di pagamento (Articolo 641 c.p.c.) ingiungendo al debitore di saldare entro 40 giorni dalla notifica del provvedimento;
esecutività e pignoramento. Qualora il debitore non provveda al pagamento e non proponga tempestiva opposizione nei 40 giorni, il decreto viene dichiarato definitivamente esecutivo (Articolo 647 c.p.c.).
Successivamente, previa notifica dell’atto di precetto, si può avviare l’esecuzione forzata tramite il pignoramento di conti correnti, crediti presso terzi o beni mobili e immobili.
Come difendersi da fatture non dovute o contestate
Se da un lato il creditore ha strumenti rapidi per esigere le somme spettanti, dall’altro lato chi riceve un sollecito per una fattura ritenuta illegittima, errata o relativa a servizi mai erogati o difettosi ha il preciso onere di tutelarsi in modo formale:
la contestazione tempestiva. Ricevere una fattura e rimanere in silenzio non equivale automaticamente ad un’accettazione, ma rende più complesso dimostrare l’inadempimento della controparte in sede legale. È indispensabile inviare una formale contestazione scritta a mezzo PEC o Raccomandata A/R motivando nel dettaglio le ragioni del mancato pagamento (es. vizi della merce, difformità dal preventivo, ritardo essenziale);
opposizione al Decreto Ingiuntivo. Qualora la controparte abbia già notificato un decreto ingiuntivo, il debitore deve agire con estrema tempestività: ai sensi dell’Articolo 645 c.p.c., è possibile proporre opposizione entro e non oltre 40 giorni dalla notifica. L’atto di opposizione trasforma la procedura sommaria in una vera e propria causa civile ordinaria, all’interno della quale il giudice accerta il merito della prestazione e la fondatezza della pretesa creditoria.
Nota di credito e fatture non pagate: chiarimenti fiscali
Una questione comune riguarda la possibilità di annullare le fatture non pagate per evitare di versare le relative imposte. Dal punto di vista fiscale e tributario, un mancato pagamento non autorizza l’emissione automatica di una nota di credito.
Ai sensi dell’articolo 26 del DPR 633/1972, la nota di variazione in diminuzione (storno) è consentita solo qualora l’operazione venga risolta, annullata o ridotta in seguito ad un accordo contrattuale o a determinati vizi formali. Qualora la prestazione sia stata regolarmente effettuata ma il cliente risulti semplicemente insolvente, la fattura rimane valida e attiva a tutti gli effetti. Per il recupero dell’Iva versata sarà necessario attendere l’avvio o la conclusione di procedure concorsuali o l’esito infruttuoso delle procedure esecutive individuali.
Consigli pratici per la prevenzione del rischio di credito
Per ridurre l’insorgenza di controversie legate a fatture insolute, è consigliabile adottare buone prassi contrattuali nella gestione dei clienti:
predisporre contratti e preventivi scritti. L’accettazione chiara di termini, modalità di consegna e clausole di pagamento costituisce il presupposto fondamentale per qualsiasi successiva tutela giudiziale;
prevedere acconti e pagamenti a SAL. Nelle prestazioni di lunga durata o di importo rilevante, l’inserimento di acconti alla firma e scadenze legate allo Stato Avanzamento Lavori (SAL) limita il rischio di credito;
archiviazione rigorosa delle prove. Conservare report di consegna, documenti di trasporto (DDT), scambi PEC e registri di lavorazione per poter provare in modo inconfutabile l’avvenuto adempimento.
Lo spread tra Btp e Bund e tornato a crescere a 117 punti base, con i rendimenti dei titoli decennali che sono arrivati al 4,52%. È una battuta d’arresto rispetto alle ultime tendenze, che vedevano il differenziale in calo rispetto ai picchi della scorsa settimana. A far crescere lo spread ha contribuito anche il petrolio, tornato a 102 dollari al barile.
Nella giornata di ieri si è conclusa l’asta dei titoli di Stato a medio e lungo termine, l’ultima di ottobre. I rendimenti lordi dei prodotti emessi hanno raggiunto il 4,49%, rimanendo sotto la media di quelli sul mercato.
Perché lo spread è tornato a crescere
Dietro al nuovo aumento dello spread, che è tornato a crescere dopo una settimana in cui la tendenza sembrava al ribasso, ci sono vari fattori. Un riguarda soprattutto la Banca centrale europea, che ieri ha annunciato che avrebbe mantenuto stabili i tassi di interesse. Nella comunicazione successiva, però, la Bce ha anche fatto capire che, se l’inflazione dovesse continuare a crescere, non sono esclusi nuovi interventi per aumentare il costo del denaro.
Questo porterebbe inevitabilmente anche a un aumento degli interessi sui titoli di Stato, oltre che a un rallentamento dell’economia che potrebbe penalizzare l’Italia. Una situazione riflessa anche dai rendimenti dei Btp decennali, che sono arrivati al 4,52%.
Il petrolio continua a influire negativamente
Non ha aiutato, in mattinata, anche il prezzo del petrolio, che è tornato a crescere arrivando a 102 dollari al barile. Questo nonostante 10 Paesi dell’Ue abbiano annunciato un importante rilascio delle riserve di greggio e di carburante entro gennaio. Per alleviare le tensioni sul mercato petrolifero, in oltre, alcuni Stati hanno sospeso l’obbligo, per le aziende petrolifere, di ripristinare a breve termine le riserve svuotate.
Lo spread torna a salire anche in Europa
Anche nel resto d’Europa gli spread con i Btp tedeschi sono tornati a crescere. La Spagna ha visto i Bonos andare a 63 punti base di differenziale, pur mantenendo i rendimenti sotto il 4%.
Spread e rendimenti dei titoli di Stato europei all’apertura del 30 ottobre 2026
Titoli di Stato
Rendimenti
Spread
Bund tedeschi
3,35%
–
Btp italiani
4,52%
117
Oat francesi
4,95%
160
Bonos spagnoli
3,98%
63
Il Paese più in difficoltà rimane la Francia. Gli Oat sono arrivati a 160 punti base di spread, anche se i rendimenti sono rimasti al 4,96%.
Le prossime aste dei titoli di Stato
Nella giornata di ieri si sono concluse le aste dei titoli di Stato a medio e lungo termine. I rendimenti hanno toccato il 4,49% per i Btp decennali, che sono rimasti quindi sotto al benchmark. Le prossime aste si terranno a inizio novembre. Le date da segnarsi sono:
l’11 novembre per l’asta dei Bot;
il 12 novembre per l’asta dei titoli a medio e lungo termine;
il 25 novembre per l’asta dei Btp Short Term e dei Btp€i;
il 26 novembre per la seconda asta dei Bot;
il 27 novembre per la seconda asta dei titoli a medio e lungo termine.
Con la legge di Bilancio 2027 il Governo si prepara a immaginare una nuova evoluzione per la Carta del docente, che si prepara a trasformarsi in una più generale Carta dei Servizi. A questo punto non sarebbe più un’agevolazione dedicata al solo personale educante ma riguarderebbe tutti i lavoratori del comparto Scuola.
Il progetto del Ministero dell’Istruzione e del Merito è quello di strutturare un Piano Welfare integrato, che metta insieme agevolazioni sanitarie, diritto alla mobilità e formazione permanente.
Come funziona la nuova Carta dei Servizi
Attualmente il Piano Welfare per la Scuola mette a disposizione di docenti, personale Ata, educatori e dirigenti scolastici una serie di agevolazioni e convenzioni già operative, a partire dall’assicurazione sanitaria.
Con la Legge di Bilancio 2027, la vecchia Carta del docente smetterebbe di essere un beneficio dedicato al solo personale docente e confluirebbe all’interno di una più generale Carta dei servizi, una piattaforma unica che non si occupa di dare sostegno economico e personale solo ai docenti ma anche al resto del personale scolastico.
Tra i principali ambiti compresi e integrabili figurano:
sconti e convenzioni per gli spostamenti e l’acquisto di abbonamenti per i mezzi di trasporto;
agevolazioni per l’assistenza sanitaria integrativa e forme di tutela per gli infortuni;
sconti dedicati all’acquisto di beni di prima necessità, tecnologia e servizi per la persona;
la possibilità di continuare ad acquistare libri, riviste, corsi di aggiornamento, iscrizioni a master e ingressi a teatri o musei.
Quali docenti hanno diritto alla misura
Attualmente, la platea dei beneficiari della Carta del docente comprende tutti gli insegnanti di ruolo a tempo indeterminato e, a seguito delle modifiche legislative e delle pronunce della giurisprudenza, anche i docenti precari con contratto annuale.
La questione di professori e maestri a tempo determinato è stata al centro di una lunga battaglia legale. Inizialmente la legge 107/2015 riservava l’accesso ai soli titolari di cattedra fissa. Ma la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la Corte di Cassazione e il Consiglio di Stato, all’unanimità seppur in tempi diversi, hanno stabilito che l’esclusione dei precari costituisce una discriminazione illegittima. Gli incaricati annuali svolgono le medesime mansioni dei docenti di ruolo e sono soggetti agli stessi doveri di aggiornamento professionale, motivo per cui hanno lo stesso diritto di ricevere un sostegno economico per la propria formazione.
Cosa cambia per i precari
Restano invece tuttora esclusi dalla fruizione automatica i supplenti con contratti brevi e saltuari, le cosiddette supplenze temporanee per sostituzioni di poche settimane. Per questa categoria non è previsto alcun accredito, anche se diversi tribunali del lavoro stanno accogliendo i ricorsi dei singoli insegnanti per la quota proporzionale ai mesi di servizio prestati.
Importo del bonus e platea dei beneficiari
Uno dei nodi centrali resta il valore economico del contributo. Il bonus per la formazione, nato con un valore originario di 500 euro previsto dalla legge 107/2015, è sceso a 383 euro nel 2025 in seguito all’allargamento della platea ai contratti a tempo determinato.
Per quest’anno scolastico si stima un’ulteriore contrazione, con una cifra che potrebbe attestarsi intorno ai 370 euro per singolo beneficiario, proprio a causa dell’allargamento dei destinatari al personale Ata, educatori e dirigenti scolastici. La somma esatta verrà comunque ufficializzata con apposito decreto interministeriale entro il 30 gennaio 2027.
Andare in pensione anticipata a 64 anni anziché aspettare i 67 anni, ma accettando eventualmente un assegno più basso.
È l’ipotesi sulla quale la Lega continua a spingere in vista della Manovra 2027, dopo il via libera preliminare del Consiglio dei ministri alla legge di Bilancio.
Pensione a 64 anni in Manovra 2027
Il Governo ha già annunciato uno stanziamento da 850 milioni di euro per rafforzare la flessibilità in uscita dal lavoro e la premier Giorgia Meloni ha precisato che le risorse saranno destinate a chi va in pensione con il sistema contributivo. Tanto basta ad alimentare le aspettative del vicepremier Matteo Salvini, intenzionato a utilizzare il fondo per consentire ai lavoratori di andare in pensione a 64 anni.
L’ipotesi è quella di una nuova Quota 100, con almeno 64 anni di età e 36 anni di contributi (64 + 36 = 100). Ma l’eventuale anticipo, come detto, potrebbe comportare una riduzione della pensione, soprattutto per chi ha maturato una parte significativa dell’assegno con il sistema retributivo.
Restano da stabilire i vincoli aggiuntivi per capire effettivamente chi può andare in pensione a 64 anni nel 2027: non è chiaro, per esempio, se potranno accedere tutti i lavoratori che raggiungeranno i requisiti oppure soltanto alcune categorie, né se sarà previsto un importo minimo della pensione. Non sono domande astratte: la coperta è corta e il Governo potrebbe dover privilegiare alcune categorie a discapito di altre.
Attualmente, la possibilità di andare in pensione a 64 anni con la pensione anticipata contributiva riguarda principalmente chi ha iniziato a versare contributi dal 1° gennaio 1996. Esistono alcune eccezioni, come i lavoratori che possono utilizzare il computo nella Gestione separata Inps.
Differenza tra vecchia Quota 100 e nuova proposta Lega
La nuova Quota 100 è diversa da quella introdotta nel 2019. La misura introdotta nel 2019, infatti, aveva requisiti differenti e consentiva di andare in pensione a 62 anni con almeno 38 anni di contributi (62 + 38 = 100).
Una delle ipotesi in circolazione, ancora da confermare, riguarda il ricalcolo dell’interapensione con il sistema contributivo, una soluzione che potrebbe penalizzare soprattutto i lavoratori che hanno maturato una parte della pensione con il metodo retributivo.
Alcune ricostruzioni hanno ipotizzato riduzioni intorno al 10%. La percentuale, va ribadito, al momento è pura speculazione e non si sa se andrà applicata a tutti i lavoratori.
Ma c’è anche dell’altro: anche senza un ricalcolo integrale della pensione, uscire a 64 anni significa interrompere prima il versamento dei contributi e utilizzare un coefficiente di trasformazione meno favorevole rispetto a quello previsto a 67 anni. Nel sistema contributivo, infatti, il coefficiente utilizzato per trasformare il montante accumulato in pensione aumenta con l’età.
Il ricalcolo contributivo della pensione è permanente?
In linea generale, sì. Se il lavoratore scegliesse di andare in pensione anticipatamente con un assegno inferiore, non avrebbe automaticamente diritto a un ricalcolo più favorevole una volta raggiunti i 67 anni.
Pensione anticipata a 64 anni, come funziona nel 2026
Lasciando perdere le ipotesi in Manovra 2027, già oggi alcuni lavoratori possono scegliere di andare in pensione a 64 anni. La possibilità è aperta a chi ha iniziato a versare contributi dal 1° gennaio 1996. Nel 2026 i requisiti sono:
almeno 64 anni di età;
almeno 20 anni di contributi effettivi;
un importo della prima rata di pensione non inferiore a tre volte l’assegno sociale.
Per le donne con figli sono previste soglie più basse. La misura può essere utilizzata anche in particolari situazioni da lavoratori con contributi precedenti al 1996, attraverso il computo nella Gestione separata Inps, secondo le condizioni di legge. Dal 2027 i requisiti saliranno a 64 anni e un mese di età, più 20 anni e un mese di contributi. Da tenere presente poi la finestra di tre mesi tra la maturazione dei requisiti e la decorrenza della pensione.
Lo stop al bollo auto sembra che non si fermerà al 2027. La misura introdotta nell’ultima sessione autunnale diventerà strutturale a partire dalla nuova legge di Bilancio. Lo ha confermato la premier Giorgia Meloni nel corso della conferenza stampa a margine dell’approvazione del testo.
L’iter parlamentare della Manovra sembra proseguire senza modifiche sostanziali del testo base in commissione alla Camera. Ecco quindi i requisiti tecnici che devono rispettare i veicoli che a partire dal prossimo anno rientrano nell’area di esenzione permanente.
Quali veicoli rientrano nel taglio del bollo auto
Il criterio guida scelto dal Governo si basa sulla potenza del veicolo. L’esenzione strutturale riguarderà:
automobili con potenza inferiore o uguale a 80 kW (circa 108 cavalli);
motocicli e ciclomotori.
La soglia dei 80 kW permette di coprire una platea molto larga di automobilisti: le stime indicano che il beneficio coinvolgerà il 70% del parco auto circolante in Italia, intercettando principalmente le utilitarie e le vetture da città usate dalle famiglie e dai lavoratori pendolari.
Si tratta di un cambio di passo notevole rispetto alle prime ipotesi, che ipotizzavano paletti legati al reddito Isee o a cilindrate minime. Con il fissaggio dell’asticella a 80 kW la platea dei beneficiari cresce in maniera esponenziale, arrivando a coinvolgere quasi 28 milioni di veicoli su un totale di circa 40 milioni di auto circolanti in Italia.
Le auto più vendute che non pagheranno il bollo
Considerando il limite di potenza fissato a 80 kW, la misura d’esenzione comprende quasi tutti i modelli più venduti nel segmento delle utilitarie e delle citycar in Italia. Nella tabella seguente sono riportati alcuni dei modelli più diffusi che rientrano nella soglia d’esenzione:
Modello di auto
Motorizzazioni esenti
Potenza
Fiat Panda e Lancia Ypsilon
1.0 Hybrid
70 CV (51 kW)
Citroën C3 e Peugeot 208
1.2 PureTech
75 CV (55 kW) e 100 CV (74 kW)
Dacia Sandero
1.0 SCe e 1.0 ECO-G (GPL)
65 CV (48 kW) e 100 CV (74 kW)
Toyota Yaris
1.0 Benzina (varianti base)
72 CV (53 kW)
Volkswagen Polo e Renault Clio
1.0 MPI / TSI e 1.0 TCe
Fino a 100 CV (sotto gli 80 kW)
Fiat 500 e 500X
1.0 Mild-Hybrid e versioni d’ingresso
70 CV (51 kW) e d’ingresso sotto i 95 CV
Restano invece escluse dall’esenzione le vetture di fascia media e alta, i SUV di grande cilindrata e le motorizzazioni sportive che superano la soglia dei 108 cavalli di potenza.
Come viene finanziata la misura e le ipotesi di ampliamento
Trattandosi di una misura permanente, la copertura finanziaria nell’architettura della Manovra poggia su diverse voci di gettito. Tra i canali di finanziamento figura anche il gettito derivante dalle nuove risorse sull’auto, compresi i proventi legati alla personalizzazione delle targhe automobilistiche.
Nel corso del dibattito parlamentare resta aperto il confronto su un eventuale ampliamento della platea dei beneficiari. Tra le ipotesi allo studio del Parlamento c’è l’innalzamento del limite di potenza per le famiglie numerose con veicoli da 6 a 9 posti.