L’onda (corta) delle frequenze TLC

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Gli Stati Uniti hanno ripreso a condividere con l’Ucraina informazioni di intelligence utili ad anticipare gli attacchi missilistici russi. Lo ha detto Volodymyr Zelensky dopo l’incontro con l’inviato americano Steve Witkoff a Oslo, in Norvegia. «Adesso funziona. È ottimo», ha detto il presidente ucraino, spiegando che gli avvisi preventivi possono salvare vite umane. Il ripristino delle informazioni arriva dopo giorni in cui Kyjiv sembrava aver perso una parte del sostegno di Washington, in una delle fasi più difficili dei rapporti tra i due Paesi dall’inizio dell’invasione russa.
L’incontro si è svolto dopo una settimana di forti tensioni. Il 9 ottobre, ricorda il Guardian, Donald Trump aveva annunciato un’intesa con Mosca sul diesel russo, mentre Kyjiv aveva subito una temporanea interruzione della condivisione di intelligence e restrizioni nell’utilizzo di Starshield, la versione militare di Starlink, il servizio satellitare di Elon Musk. Le limitazioni hanno compromesso la capacità ucraina di condurre alcuni attacchi con droni a medio raggio contro le posizioni russe. Trump ha negato che ci sia stata una decisione politica per danneggiare l’Ucraina e ha continuato a criticare Zelensky, sostenendo che Kyjiv avrebbe potuto raggiungere un accordo con Mosca già due anni fa.
A Oslo il presidente ucraino ha cercato di ricostruire un canale di dialogo. Witkoff ha incontrato Zelensky insieme, in collegamento video, a Jared Kushner, genero di Trump. Hanno partecipato anche il premier norvegese Jonas Gahr Støre, il presidente finlandese Alexander Stubb e rappresentanti europei e britannici della sicurezza. Il colloquio è stato definito «costruttivo» da un funzionario americano. Zelensky ha parlato anche con il segretario di Stato Marco Rubio e ha detto di aver discusso con lui le restrizioni a Starshield e le garanzie di sicurezza per l’Ucraina.
Certo, è difficile aspettarsi che l’incontro produca cambiamenti sostanziali. Il risultato più concreto potrebbe essere proprio il ripristino della condivisione di intelligence, il pieno funzionamento dei sistemi satellitari e la prosecuzione del programma Purl, attraverso cui i Paesi alleati acquistano armi americane per Kyjiv. Intanto Witkoff si prepara a incontrare Vladimir Putin in Russia. Secondo Washington, l’obiettivo è aprire la strada a negoziati diretti tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, oltre che a colloqui multilaterali.
Resta però il nodo di chi debba sedersi al tavolo. Zelensky ha respinto l’ipotesi di un vertice tra Trump, Putin e il presidente cinese Xi Jinping che escluda Kyjiv, proposta attribuita al leader russo. «Non può esserci nulla sull’Ucraina senza l’Ucraina», ha detto Zelensky a Oslo. E ha aggiunto: «Se si parla dell’Ucraina e del nostro futuro, può essere accettabile soltanto se siamo al tavolo dei negoziati».
Per Kyjiv, il ripristino dell’intelligence è un segnale importante, ma non risolve le divergenze sul futuro della guerra. E per l’Europa resta il timore che Washington e Mosca cerchino un’intesa sulle condizioni della pace senza tenere adeguatamente conto delle richieste ucraine.
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Dopo gli scontri di Milano, il governo ha approvato un altro decreto sicurezza. Il provvedimento introduce il reato di partecipazione violenta alle manifestazioni, estende alcune misure preventive ai minorenni e prevede sanzioni per i genitori dei ragazzi coinvolti nelle violenze. È il sesto decreto sicurezza dell’esecutivo Meloni. La risposta è ancora una volta affidata al diritto penale, con nuove fattispecie e pene più severe, mentre restano da chiarire le cause delle violenze e le falle nella gestione dell’ordine pubblico.
Tra le novità c’è un nuovo reato per chi partecipa a manifestazioni violente in gruppo, con pene fino a cinque anni di carcere e multe fino a ventimila euro. Per chi organizza o promuove gruppi con l’obiettivo di compiere violenze, anche attraverso strumenti informatici, la pena può arrivare a dodici anni. Il decreto estende inoltre l’arresto in flagranza differita e introduce aggravanti per danneggiamenti e saccheggi. Per i genitori dei minorenni responsabili di violenze sono previste multe da cinquecento a mille euro, raddoppiabili in caso di recidiva.
La miusra riguarda direttamente anche gli under-18. Il fermo preventivo viene esteso ai luoghi caratterizzati da un consistente afflusso di persone e può applicarsi ai ragazzi che abbiano compiuto 16 anni. Per i minori sopra i 14 anni viene inoltre introdotta una presunzione di capacità di intendere e di volere, che consente di procedere penalmente senza doverla accertare caso per caso. Sono misure che rendono più semplice l’intervento repressivo, ma aprono interrogativi sulla proporzionalità delle risposte e sulle conseguenze per la giustizia minorile.
La linea della premier è quella del «chi rompe paga». «Nessuna idea politica o disagio sociale» può giustificare le devastazioni, ha dichiarato Giorgia Meloni, chiedendo alle forze politiche di stare «dalla parte della legalità». Ma il punto è proprio distinguere tra la responsabilità individuale di chi commette reati e le ragioni di un disagio sociale che non si esaurisce negli episodi di violenza. Punire i responsabili è necessario; considerare l’inasprimento delle pene una risposta sufficiente è un’altra cosa.
Il decreto, intanto, interviene anche sulla presenza dei militari a Milano. Arriveranno cinquecento soldati in più, con una spesa di 4,7 milioni di euro fino al 31 dicembre, ma non potranno esercitare funzioni di polizia giudiziaria né arrestare direttamente i sospetti. Su questo punto, come riferisce Repubblica, il governo ha rinunciato alla previsione iniziale dopo le osservazioni del Quirinale e le divergenze interne alla maggioranza. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha contestato i limiti del loro impiego; il titolare dell’Interno Matteo Piantedosi ha ribadito che i militari devono agire in funzione complementare rispetto alle forze di polizia.
Resta infine da capire che cosa abbia prodotto gli scontri. Crosetto ha evocato una possibile «guerra ibrida», mentre Matteo Salvini ha respinto l’ipotesi di una regia russa. Piantedosi ha parlato di una dinamica che merita approfondimenti, pur riferendo che i primi accertamenti escluderebbero legami strutturati con gruppi antagonisti. L’indagine è ancora in corso.
È qui che il populismo penale mostra il suo limite. Il diritto penale è uno strumento indispensabile, ma dovrebbe essere una risorsa da usare con precisione, non la risposta automatica a ogni emergenza. Moltiplicare i reati e aumentare le pene può offrire un segnale politico immediato. Non sostituisce però il lavoro sulle cause del disagio, la prevenzione delle violenze e la capacità delle istituzioni di gestire le manifestazioni. Né risolve, da solo, le carenze che hanno permesso agli scontri di degenerare.
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La bellezza può generare valore anche al di là del suo significato artistico e culturale? E come si possono misurare gli effetti che produce sulle comunità, sulle relazioni e sullo sviluppo dei territori? Sono le domande al centro della quinta edizione del Forum della Bellezza, promosso dalla Fondazione Italia Patria della Bellezza e ospitato il 15 ottobre a Palazzo della Meridiana, a Genova.
Il confronto è nato dalla presentazione di “Good_VIBE, Valuing the Impact of Beauty”, un report realizzato dall’Alta Scuola Politecnica di Milano e Torino che propone di ampliare la valutazione dei progetti culturali oltre il tradizionale rapporto tra investimenti e risultati economici. L’obiettivo è considerare anche gli effetti di medio e lungo periodo sulla vita delle comunità: dalla capacità di creare esperienze e senso di appartenenza alla costruzione di relazioni e opportunità. «La quantificazione della bellezza passa necessariamente attraverso i luoghi, fisici e intangibili, in cui si fa cultura. Il nostro concetto di cultura ne abbraccia tutte le declinazioni: quella che si costruisce con le parole, con la conservazione del patrimonio artistico, con la cura e la scienza, e con la partecipazione collettiva», ha spiegato Maurizio di Robilant, presidente della Fondazione Italia Patria della Bellezza.
Il Forum ha articolato la riflessione in quattro filoni: il patrimonio storico e artistico come risorsa viva per la cittadinanza; la letteratura come spazio di memoria collettiva; la bellezza come strumento di cura e trasformazione; e le nuove geografie dell’incontro, dai progetti di quartiere alle iniziative di cooperazione tra territori. Tra le esperienze presentate figurano i Rolli Days di Genova, la Fondazione Cesare Pavese, il progetto Sciroppo di Teatro a Milano, la Fondazione Bullone e ZIP Zone nelle periferie romane.
La capacità di comunicare il valore dei progetti culturali è anche al centro del bando annuale della Fondazione, arrivato nel 2026 alla sesta edizione. Quest’anno sono state raccolte duecentosettanta candidature, con tre progetti selezionati per ricevere un contributo economico e altre diciannove realtà ammesse a un’adozione pro bono da parte di professionisti della comunicazione. Le richieste sono cresciute del trenta per cento rispetto all’anno precedente.
Il tema, quindi, non riguarda soltanto la tutela del patrimonio, ma anche la capacità delle istituzioni culturali di raggiungere nuovi pubblici e rendere riconoscibile il contributo che producono per la società. Una sfida che richiede strumenti per leggere risultati spesso difficili da quantificare, ma che possono incidere nel tempo sulla qualità della vita e sulle relazioni tra le persone.
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«La Russia conduce da tempo una guerra ibrida contro l’Europa, anche contro Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania». Nell’intervista al Corriere della Sera, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky allarga lo sguardo oltre il campo di battaglia ucraino e porta la minaccia russa dentro le democrazie occidentali. Non soltanto missili e droni, ma televisione, mezzi d’informazione, Internet e social network: strumenti attraverso cui, secondo il presidente ucraino, Mosca cerca di alimentare divisioni e influenzare le opinioni pubbliche. «I cittadini hanno diritto di essere soddisfatti o insoddisfatti dei propri governi, non devono essere manipolati da campagne russe», dice Zelensky. La distinzione è cruciale: il dissenso politico è parte della democrazia, mentre le operazioni di influenza straniere mirano a sfruttarlo e indirizzarlo. «Come vivere e chi eleggere devono deciderlo italiani, francesi, ucraini, spagnoli. Non i russi».
Il presidente ucraino indica nell’immigrazione uno dei terreni su cui il Cremlino può fare leva, insieme a religione, lingua e questioni di genere. L’obiettivo, nella sua ricostruzione, è usare qualsiasi argomento capace di dividere le società e indebolire la fiducia nelle istituzioni. È un avvertimento rivolto anche all’Italia, chiamata a riconoscere che la competizione con Mosca non si esaurisce nel sostegno militare a Kyjiv.
Le parole di Zelensky arrivano in una fase delicata della diplomazia. Secondo Axios, l’inviato speciale americano Steve Witkoff è atteso a Oslo per incontrare il presidente ucraino e i leader europei. L’obiettivo è elaborare una proposta di pace da presentare alla Russia. In seguito, Witkoff intende recarsi a Mosca per discutere le idee sviluppate con Kyjiv e i partner europei.
Il percorso negoziale si apre però mentre i rapporti tra Washington e Kyjiv sono sotto pressione. Zelensky ha detto di sentirsi tradito dal presidente Donald Trump denunciato limitazioni nella condivisione di informazioni d’intelligence e nella fornitura di armamenti, oltre a restrizioni su Starlink. Il presidente ucraino le considera ingiuste e chiede che gli Stati Uniti si comportino da partner.
È in questo quadro che la denuncia sulla guerra ibrida assume un significato più ampio. Mentre si cerca una formula per fermare i combattimenti, resta aperta la questione di come proteggere le società europee dalle operazioni di influenza attribuite a Mosca. Per Zelensky, la posta in gioco non riguarda soltanto i confini dell’Ucraina: riguarda anche la libertà degli europei di scegliere il proprio futuro senza interferenze straniere.
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Il governo prepara una stretta sulla sicurezza dopo le violenze e le devastazioni che hanno accompagnato le manifestazioni contro il carovita a Milano. Il Consiglio dei ministri, convocato per oggi alle 17.30, esaminerà un decreto legge per rafforzare gli strumenti di contrasto ai disordini di piazza. Tra le misure previste c’è il dispiegamento di altri 500 militari nel capoluogo lombardo, nell’ambito dell’operazione Strade sicure, ma soprattutto la possibilità di attribuire temporaneamente ai soldati funzioni proprie delle forze di polizia.
È il ministro della Difesa Guido Crosetto a insistere sulla necessità di accompagnare il rafforzamento del contingente con una modifica normativa. «È facile annunciare militari in più senza nemmeno affrontare il problema di cosa dovranno fare e come potranno farlo», ha scritto su X. Per il ministro, il decreto dovrà consentire ai militari di «agire come le forze di polizia» per il tempo necessario a sostenere Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza, quantificato in tre mesi. Il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago sta lavorando con gli uffici legislativi del ministero per definire le norme necessarie. L’obiettivo è rendere immediatamente operativo il rafforzamento del dispositivo di sicurezza a Milano, dove il governo vuole aumentare la presenza sul territorio dopo gli scontri dei giorni scorsi. La sottosegretaria Isabella Rauti, con delega all’operazione Strade sicure, ha confermato che il dispiegamento di altri 500 militari è stato deciso durante il vertice straordinario convocato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
La riunione si è svolta lunedì a Palazzo Chigi ed è durata circa un’ora e mezza. Oltre a Meloni, erano presenti i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari, i ministri Crosetto, Matteo Piantedosi (Interno) e Francesco Lollobrigida (Sovranità alimentare), insieme ai vertici delle forze dell’ordine e dell’intelligence. Al centro dell’incontro, un’analisi degli scontri registrati in diverse città e la definizione di una risposta che, nelle intenzioni dell’esecutivo, non comprometta la libertà di manifestazione del pensiero e il diritto a organizzare cortei pacifici.
Il decreto dovrebbe contenere anche altre misure. Tra le ipotesi figurano l’estensione fino a 24 ore del fermo preventivo, al di fuori delle manifestazioni autorizzate, il rafforzamento degli strumenti di prevenzione del questore e l’introduzione del reato di danneggiamento aggravato. Si valuta inoltre l’arresto obbligatorio per i reati di devastazione commessi durante le manifestazioni, con la possibilità di procedere all’arresto differito entro 48 ore, e il potenziamento degli organici dei tribunali per i minorenni. I ministeri competenti stanno lavorando al testo, sul quale è attesa anche un’interlocuzione con il Quirinale.
La linea politica è stata sintetizzata dai due vicepremier. «Il governo risponderà duramente agli attacchi contro lo Stato, anche con misure in grado di fermare i minorenni violenti», ha scritto Tajani. Salvini ha salutato l’iniziativa con un «dalle parole ai fatti». Anche il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti ha promesso una risposta decisa, dichiarando che il governo intende stroncare quelli che ha definito «rigurgiti anni Settanta».
Intanto, a Milano, circa un centinaio di persone si sono riunite in piazza San Carlo, nei pressi del Duomo, per esprimere solidarietà alle forze dell’ordine. Alla manifestazione hanno partecipato il presidente del Senato Ignazio La Russa e due possibili candidati del centrodestra alle prossime elezioni comunali, Silvia Sardone della Lega e Matteo Perego di Cremnago di Forza Italia. La Russa ha criticato chi condanna le violenze accompagnando la propria posizione con delle riserve, sostenendo che così facendo si finisce per alimentare le proteste.
Sul fronte cittadino, le conseguenze degli scontri hanno colpito anche il quadrilatero della moda, dove diversi negozi di lusso hanno abbassato le serrande. Il bilancio riportato dalle agenzie parla di 14 poliziotti feriti, 271 persone accompagnate in questura e danni stimati in un milione di euro. Il sindaco Giuseppe Sala ha visitato gli esercizi commerciali danneggiati.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso solidarietà alle forze dell’ordine e definito inaccettabili le violenze, chiedendo però anche un’analisi approfondita degli episodi e dei soggetti coinvolti. Una precisazione che accompagna il confronto politico sulle nuove misure: il governo punta a dare una risposta rapida, mentre il decreto dovrà tradurre gli annunci in norme concrete, definendo limiti e poteri degli operatori chiamati a garantire l’ordine pubblico.
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