La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi presentati dai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia, confermando in via definitiva la sentenza della Corte d’Appello di Milano: l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto chiude per ragioni di tutela ambientale e sanitaria. Trattandosi dell’ultimo grado di giudizio, la pronuncia chiude i contenziosi pendenti e certifica lo stop alle attività.
Il verdetto giunge a 48 ore dal vertice di Palazzo Chigi tra Esecutivo e sindacati, togliendo una delle incertezze che, secondo il Sottosegretario Alfredo Mantovano, impedivano un cronoprogramma definito.
Cosa comporta lo spegnimento di Taranto
La decisione della Corte, che ha confermato il verdetto in appello, interessa l’area a caldo del sito pugliese, la sezione dell’impianto in cui le materie prime vengono fuse all’interno degli altoforni per la produzione dell’acciaio primario. Delle quattro strutture presenti a Taranto, solo un altoforno risultava ancora operativo, o comunque mantenuto in assetto di preriscaldo. Con la sentenza definitiva, l’impianto dovrà fermarsi entro la fine del mese.
Le conseguenze operative si riflettono sull’intera catena industriale, gruppo che conta circa 10.000 dipendenti. L’interruzione della produzione a Taranto blocca l’approvvigionamento dei semilavorati destinati alle lavorazioni a freddo negli altri siti del gruppo:
Genova Cornigliano;
Novi Ligure;
Racconigi.
Gli effetti sulla gara di vendita e sulla decarbonizzazione
La pronuncia giudiziaria azzera l’assetto produttivo basato sul ciclo integrale a carbone a pochi giorni da una scadenza decisiva. Il prossimo 8 novembre scade infatti il termine per la presentazione delle offerte vincolanti per l’acquisto dei complessi aziendali del Gruppo Ilva e di Acciaierie d’Italia.
In assenza della continuità garantita dall’area a caldo tradizionale, i potenziali acquirenti dovranno strutturare i propri piani industriali sulla transizione verso i forni elettrici e l’impiego del preridotto per la decarbonizzazione del sito. Una conversione tecnologica che, per quanto annunciata da tempo, richiede tempi di realizzazione e risorse finanziarie che probabilmente ora non sono disponibili.
Ammortizzatori sociali e prospettive occupazionali
Con la conferma della Cassazione dello spegnimento dell’altoforno per motivi ambientali e di tutele sanitarie per lavoratori e popolazione residente, torna al centro del dibattito la gestione della tenuta occupazionale. Potrebbero trovare conferma le misure preannunciate dal Governo per la prossima Manovra di bilancio, legate a incentivi all’esodo, prepensionamenti e all’estensione della cassa integrazione straordinaria a rotazione.
Assume sempre più rilevanza il percorso di confronto avviato dall’Esecutivo con alcuni grandi gruppi a partecipazione pubblica come Fincantieri, Rheinmetall, Leonardo e Ferrovie dello Stato. I commissari straordinari trasmetteranno a queste aziende i profili del personale dipendente dell’ex Ilva per valutare riassorbimenti e progetti industriali alternativi sul territorio.
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Estrazioni del Lotto
Ruota
1° estr.
2° estr.
3° estr.
4° estr.
5° estr.
Bari:
28
19
52
20
46
Cagliari:
21
63
52
31
26
Firenze:
86
15
6
28
25
Genova:
35
59
20
34
30
Milano:
54
47
64
48
30
Napoli:
15
2
46
88
49
Palermo:
64
66
68
71
28
Roma:
47
32
22
90
36
Torino:
73
61
10
24
59
Venezia:
54
60
33
20
14
Nazionale:
6
53
88
72
81
Estrazione del 10eLotto serale
2
6
15
19
20
21
28
32
35
47
52
54
59
60
61
63
64
66
73
86
Numero oro: 28
Doppio oro: 28 19
Prossima estrazione
La prossima estrazione del Lotto, SuperEnalotto e 10eLotto serale sarà alle 20:00 del venerdì 30 ottobre 2026. Puoi giocare fino alle 19:30 del giorno dell’estrazione. Il jackpot del SuperEnalotto è di € 46.600.000,00 milioni e il montepremi complessivo è di 46,6 milioni di euro.
Estrazione precedente
Nell’ estrazione precedente di martedì 27 ottobre 2026, non ci sono stati né 6 né 5+.
L’intelligenza artificiale corre, ma l’elettricità necessaria per alimentarla deve ancora trovare la propria strada. Dietro i grandi investimenti nei data center, i nuovi impianti industriali e le infrastrutture digitali si nasconde un problema molto concreto: servono cavi elettrici, connessioni e reti capaci di trasportare quantità crescenti di energia. Costruirli richiede molto più tempo di quanto ne occorra per acquistare nuovi server.
È qui che sta emergendo un cambiamento negli equilibri economici. Chi produce i collegamenti indispensabili al funzionamento delle infrastrutture acquista un potere contrattuale crescente. Chi deve utilizzarli, invece, rischia di sostenere costi maggiori, attendere più a lungo o rinviare investimenti già programmati.
Il caso della francese Nexans e la crescita dell’italiana Prysmian raccontano una trasformazione che riguarda l’intera economia: la disponibilità di elettricità non dipende soltanto da quanta energia viene prodotta, ma anche dalla possibilità di trasportarla dove serve.
Nexans lancia il segnale: produrre nuovi cavi richiede anni
In occasione della pubblicazione dei risultati dei primi nove mesi dell’anno, Nexans ha confermato la forte domanda nei settori legati all’elettrificazione. Le attività del comparto hanno registrato una crescita organica del 5,3% nei primi nove mesi, accelerata al 7,1% nel terzo trimestre. Il portafoglio ordini rettificato della divisione Transmission ha raggiunto 7,8 miliardi di euro a fine settembre.
Il dato più interessante, tuttavia, riguarda la capacità produttiva. Il direttore finanziario Vincent Piquet ha spiegato, in una intervista, che realizzare una nuova linea per produrre cavi con isolamento in polietilene reticolato, indicato dalla sigla XLPE, può richiedere circa tre anni. Questo significa che la produzione non può aumentare immediatamente per rispondere a un improvviso incremento della domanda. La capacità disponibile diventa così una risorsa preziosa.
Un esempio arriva dalla Francia: secondo quanto riferito da Piquet, il gestore della rete di distribuzione Enedis è passato da accordi annuali di approvvigionamento a contratti della durata di sei o sette anni, per garantirsi le forniture. È un segnale importante. In un mercato dove ottenere i materiali può diventare difficile, assicurarsi oggi le consegne di domani assume un valore economico autonomo.
Il vero collo di bottiglia dell’intelligenza artificiale
Quando pensiamo a un data center immaginiamo server, processori e sistemi di raffreddamento, ma ogni struttura deve anche essere collegata alla rete elettrica, distribuire energia al proprio interno e garantire continuità di alimentazione. L’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) prevede che i consumi elettrici mondiali dei data center passino da circa 485 terawattora nel 2025 a 950 nel 2030. Nello stesso periodo, quelli delle strutture specificamente dedicate all’intelligenza artificiale potrebbero triplicare.
L’aumento della domanda, tuttavia, non riguarda soltanto il settore tecnologico. Veicoli elettrici, pompe di calore, industrie e impianti rinnovabili richiedono nuove connessioni.
Secondo il rapporto Electricity 2026 dell’IEA, nel mondo rimangono bloccati nelle code di connessione progetti per oltre 2.500 gigawatt, comprendenti produzione rinnovabile, sistemi di accumulo e grandi utilizzatori di energia. Non tutti questi ritardi dipendono dalla carenza di cavi: pesano anche autorizzazioni, capacità delle reti e disponibilità di altre apparecchiature. Il risultato, però, è lo stesso: un investimento può essere completato senza poter entrare pienamente in funzione.
Chi guadagna dalla scarsità dei collegamenti elettrici
Il vantaggio economico riguarda, innanzitutto, i produttori capaci di fornire cavi complessi, certificati e disponibili nei tempi richiesti. Quando la capacità produttiva è limitata, le imprese possono selezionare con maggiore attenzione le commesse, negoziare contratti pluriennali e ottenere condizioni commerciali più favorevoli. Questo non significa che tutti i prezzi aumentino automaticamente. Il costo dei metalli, soprattutto rame e alluminio, incide sulle quotazioni, mentre la concorrenza e le clausole contrattuali limitano la libertà di determinare i prezzi.
La scarsità può, comunque, migliorare la redditività dei produttori meglio posizionati, specialmente nei segmenti tecnologicamente più complessi.
Protagonista
Opportunità o rischio economico
Produttori di cavi
Maggiore domanda, contratti lunghi e migliore selezione delle commesse
Gestori delle reti
Investimenti necessari, ma anche maggiori costi e vincoli regolatori
Data center
Rischio di ritardi, immobilizzazione dei capitali e costi aggiuntivi
Imprese industriali
Possibili attese per nuovi allacciamenti o ampliamenti
Consumatori
Eventuale pressione sulle tariffe, secondo le regole di finanziamento delle reti
Il vantaggio dei produttori, dunque, non è privo di rischi. Aumentare la capacità industriale comporta investimenti rilevanti, spesso effettuati anni prima di incassare i ricavi previsti. Se la domanda rallentasse, una parte delle nuove linee potrebbe risultare sottoutilizzata.
Prysmian, il ruolo dell’Italia nella nuova economia elettrica
L’Italia partecipa a questa trasformazione attraverso Prysmian, gruppo con sede a Milano e protagonista internazionale dei sistemi in cavo per energia e telecomunicazioni. I risultati del secondo trimestre 2026 mostrano la dimensione delle opportunità: ricavi pari a 6,02 miliardi di euro, crescita organica del 9,4% e margine del segmento Transmission salito al 21,2%, rispetto al 17,1% dello stesso periodo dell’anno precedente.
La domanda nordamericana dei data center ha contribuito alla crescita della divisione Industrial & Construction, mentre Power Grid e Transmission hanno beneficiato degli investimenti nelle infrastrutture elettriche. Prysmian sta, inoltre, rafforzando il proprio ruolo nei collegamenti digitali. A luglio ha annunciato un accordo fino a 5,5 miliardi di euro con Molex, della durata massima di dieci anni, per forniture di cavi ottici destinati agli interni dei data center.
Il gruppo prevede investimenti per 1,25 miliardi di euro entro il 2031, finalizzati all’espansione della capacità produttiva di fibre e cavi ottici. È importante distinguere i due mercati: i cavi elettrici trasportano energia, quelli ottici trasmettono dati. La crescita dell’AI sostiene entrambi, ma attraverso esigenze differenti. Per l’Italia il valore strategico riguarda anche competenze industriali, progettazione e stabilimenti specializzati, tra cui quello di Arco Felice, a Pozzuoli, coinvolto nella produzione di cavi sottomarini.
Un impianto fermo può costare più del cavo
Per comprendere il valore delle connessioni basta immaginare un’impresa che investe milioni di euro in un nuovo stabilimento. I macchinari arrivano, i lavoratori vengono selezionati e i contratti commerciali sono pronti, ma l’allacciamento elettrico necessario non è ancora disponibile. L’azienda continua a sostenere costi finanziari e organizzativi senza poter utilizzare pienamente il capitale investito.
Per questo il costo del cavo non coincide con il suo prezzo di acquisto. Conta anche il tempo necessario per ottenerlo e installarlo. Un ritardo può modificare la redditività complessiva di un progetto, soprattutto quando gli investimenti sono elevati e il mercato cambia rapidamente. Il fenomeno riguarda i data center, ma anche fabbriche, infrastrutture ferroviarie e nuovi impianti energetici.
Chi pagherà il potenziamento delle reti?
La questione più delicata riguarda la distribuzione dei costi. Le reti elettriche sono infrastrutture regolamentate. Una parte degli investimenti può essere recuperata attraverso le tariffe, secondo regole che variano tra Paesi e sistemi elettrici. Il punto è stabilire quanto debbano contribuire i grandi utilizzatori che richiedono nuove connessioni e quanto, invece, debba essere distribuito sulla collettività.
L’IEA stima che gli investimenti mondiali annui nelle reti debbano aumentare di circa il 50% entro il 2030 rispetto agli attuali 400 miliardi di dollari per sostenere la domanda prevista. È una spesa necessaria, ma richiede attenzione: costruire infrastrutture insufficienti rallenta l’economia; realizzarne troppe o nei luoghi sbagliati rischia di generare costi difficili da recuperare. Per famiglie e imprese, quindi, la partita non riguarda soltanto la produzione di elettricità a prezzi competitivi.
Riguarda anche chi finanzia la rete, chi ottiene priorità nelle connessioni e come vengono ripartiti i benefici degli investimenti.
La nuova corsa all’elettricità sta cambiando il significato stesso della scarsità. Non manca necessariamente l’energia: può mancare la possibilità di farla arrivare al momento giusto. Ed è proprio in questo spazio, tra domanda crescente e infrastrutture lente da realizzare, che i produttori di cavi stanno acquisendo un ruolo economico sempre più importante.
La domanda decisiva non è soltanto chi produrrà l’elettricità del futuro, ma chi sarà in grado di collegarla al mondo che vuole utilizzarla.
Jake La Furia, nome d’arte di Francesco Vigorelli, è uno dei protagonisti della scena rap italiana. Dai successi con i Club Dogo alla carriera da solista, passando per la radio e la televisione, ha costruito un percorso professionale che gli ha permesso di affiancare alla musica diverse fonti di reddito. Giudice di X Factor dal 2024, la sua partecipazione al talent gli permette di avere un ulteriore compenso da aggiungere all’attività principale che lo ha reso famoso in tutto il Paese.
Chi è Jake La Furia e come ha iniziato la carriera
Francesco Vigorelli, conosciuto dal pubblico come Jake La Furia, è nato a Milano il 25 febbraio 1979. Si è avvicinato alla cultura hip hop negli anni Novanta, iniziando con il writing, cioè la realizzazione di graffiti, prima di dedicarsi sempre più alla musica e alla scrittura dei testi rap.
Le prime esperienze musicali sono legate alle Sacre Scuole, gruppo formato insieme a Guè e Dargen D’Amico. Nel 2001, dopo la fine di quell’esperienza, Jake e Guè danno vita ai Club Dogo con il produttore Don Joe. La formazione diventa progressivamente uno dei riferimenti del rap italiano, grazie a un linguaggio diretto e a una produzione musicale capace di raggiungere un pubblico sempre più ampio. Il successo arriva attraverso album come Mi Fist, Vile denaro, Dogocrazia e Che bello essere noi. Il gruppo contribuisce a portare l’hip hop milanese oltre la dimensione underground, costruendo nel tempo un seguito importante anche dal punto di vista commerciale.
Dopo una lunga fase di attività e il successivo allontanamento dalle scene come gruppo, i Club Dogo tornano insieme nel 2024 con un nuovo album omonimo. La reunion comprende anche una serie di concerti sold out al Forum di Assago e un evento allo stadio San Siro di Milano, confermando la forza commerciale del marchio.
La carriera da solista e i guadagni dalla musica
Parallelamente all’attività con i Club Dogo, Jake La Furia ha sviluppato una carriera individuale. Il suo primo album da solista, Musica Commerciale, è uscito nel 2013 ed è stato seguito da Fuori da qui nel 2016. Nel 2020 ha pubblicato 17 insieme a Emis Killa, mentre nel 2022 è arrivato Ferro del mestiere. Nel 2025 ha proseguito il proprio percorso con Fame.
Questa attività rappresenta una componente importante delle sue entrate. Per un artista affermato, infatti, i ricavi non derivano soltanto dalla vendita degli album o dagli ascolti sulle piattaforme digitali, ma anche dai diritti d’autore, dalle royalties, dai concerti e dalle collaborazioni con altri musicisti.
Il ritorno dei Club Dogo ha inoltre riportato il repertorio del gruppo al centro dell’attenzione del pubblico, creando nuove opportunità attraverso la musica dal vivo e la valorizzazione del catalogo storico.
Jake La Furia, quanto vale il patrimonio: i numeri della società
Per comprendere meglio la situazione economica del rapper è utile osservare i risultati della sua attività imprenditoriale. Francesco Vigorelli è infatti proprietario al 100% di LaFuria Srl, società milanese costituita nel 2018 e attiva nel settore delle edizioni musicali.
Secondo i dati riportati da Affaritaliani il 10 settembre 2026, il bilancio della società relativo al 2025 si è chiuso con ricavi pari a 871mila euro, in diminuzione rispetto agli 1,07 milioni registrati nell’esercizio precedente. Anche l’utile ha evidenziato una flessione significativa, passando dai 434mila euro del 2024 a 130mila euro nel 2025. Il bilancio evidenzia inoltre un patrimonio netto di circa 1,3 milioni di euro e debiti per 190mila euro.
Radio e televisione: le altre fonti di reddito
La musica però non è l’unico ambito in cui Jake La Furia lavora. Nel corso degli anni il rapper ha ampliato la propria presenza nel mondo dello spettacolo, affiancando ai dischi esperienze radiofoniche e televisive. È legato a Radio 105, dove ha lavorato come conduttore, e ha partecipato a diversi programmi televisivi. Nel 2017 ha condotto Carpool Karaoke nella versione italiana e ha preso parte a StraFactor. Successivamente ha lavorato anche per Sky Sport con Goal Deejay.
Dal 2024 è inoltre entrato nella giuria di X Factor, ruolo che ha contribuito a renderlo riconoscibile anche a un pubblico meno vicino alla scena rap. La partecipazione al talent rappresenta un’ulteriore attività professionale e le cifre circolate parlano di un cachet di circa 5mila euro a puntata.
La nuova selezione della guida Vini d’Italia 2027 di Gambero Rosso ha assegnato il riconoscimento “Tre Bicchieri” ben 18 etichette abruzzesi che raccontano l’evoluzione della viticoltura regionale. Si tratta di vitigni locali con stili differenti, ma accomunati dall’attenzione all’equilibrio e alla qualità. Tra i premiati ci sono rossi strutturati, ma anche rosati sempre più identitari e bianchi che dimostrano come l’Abruzzo abbia ancora ampi margini di crescita anche al di là dei suoi vini più conosciuti.
I migliori vini abruzzesi del 2027 secondo Gambero Rosso
Gambero Rosso, in Abruzzo, ha assegnato i Tre Bicchieri a vini che di fatto raccontano una regione in trasformazione, nella quale convivono vitigni storici, denominazioni consolidate e una crescente attenzione alla provenienza delle uve.
Ecco l’elenco completo dei migliorivini abruzzesi inseriti nella guida 2027:
Abruzzo Pecorino Superiore Colline Pescaresi Kerrias 2024 – Tenuta del Priore/Col del Mondo;
Cerasuolo d’Abruzzo Baldovino 2025 – Tenuta I Fauri;
Uno degli sviluppi più importanti per il futuro del vino regionale riguarda il cosiddetto modello Abruzzo, un nuovo sistema delle denominazioni entrato effettivamente in vigore dalla vendemmia 2024, che punta a:
valorizzare le differenze tra le principali aree vitivinicole;
offrire strumenti più precisi per identificare la provenienza delle bottiglie.
Il modello individua quattro sottozone, ovvero:
Terre di Chieti;
Colline Pescaresi;
Colline Teramane;
Terre Aquilane.
E proprio queste sono state inserite progressivamente nelle etichette, fornendo al consumatore un’informazione ulteriore rispetto alla varietà utilizzata. Poiché il luogo di produzione può incidere sul profilo del vino attraverso fattori come altitudine, esposizione, composizione dei suoli, condizioni climatiche e pratiche agronomiche, indicare una sottozona significa valorizzare queste differenze.
Dal punto di vista commerciale, una maggiore precisione geografica può favorire la riconoscibilità delle etichette nei mercati nazionali e internazionali, oltre a sostenere il lavoro delle aziende che investono sulla qualità e sull’identità dei propri vini. Questo soprattutto perché l’evoluzione del vino abruzzese si sviluppa in un contesto produttivo segnato anche dal cambiamento climatico.
Dopo il forte calo della produzione del 2023, causato in particolare dalle conseguenze della peronospora, nel 2024 i volumi sono tornati a circa 2,29 milioni di ettolitri, ma nel 2025 la produzione si è mantenuta poco sotto i 2,3 milioni di ettolitri. Il comparto ha recuperato dopo una stagione difficile, tuttavia la viticoltura continua a essere esposta a rischi fitosanitari e condizioni meteorologiche sfavorevoli.
Quindi, la competitività futura dipende anche dalla capacità di differenziare l’offerta e creare valore. Un vino riconoscibile per origine, stile e qualità può distinguersi più facilmente in un mercato affollato e sostenere un posizionamento commerciale meno legato alla competizione sul prezzo.
Mettete gli scarpini, indossate la tuta e via. Corsa, stretching, percorsi con esercizi fisici diventano un vero e proprio viatico per il benessere, sfruttando il verde delle città. Perché i parchi urbani possono diventare uno strumento di salute pubblica. E la scienza dice che sono in grado di aiutare nella prevenzione cardiovascolare e cardiometabolica.
A dirlo sono gli esperti presenti nei giorni scorsi per la Prima Conferenza Nazionale sui Presìdi Sanitari Naturali, promossa dall’IRCCS MultiMedica e Parco Nord Milano e tenutasi allo Spazio Oxy.gen di Bresso, vicino a Milano, con l’obiettivo di aprire un confronto tra comunità scientifica, istituzioni territoriali, mondo della sanità e studiosi di green policy. E dagli esperti riuniti è emersa una proposta condivisa: implementare anche in Italia in modo strutturato la prescrivibilità dell’esercizio fisico nei parchi urbani e nelle oasi naturali, come già avviene in diversi Paesi nel mondo, dove la “nature prescription” è già una pratica consolidata e normata.
Quanto vale muoversi nel verde
Numerosi studi di popolazione e metanalisi internazionali evidenziano il valore aggiunto dell’attività fisica svolta nella natura, anche rispetto allo stesso esercizio praticato in ambienti indoor. Frequentare con regolarità gli spazi verdi riduce del 40% lo stress psicofisico rispetto agli ambienti urbani, del 25% l’incidenza di depressione e ansia e del 28% il rischio di diabete tipo 2. 150 minuti a settimana di esercizio nella natura abbattono del 30% il rischio cardiovascolare mentre almeno 2,5 ore a settimana di camminata nel verde riducono del 35-45% il rischio di demenza. I motivi sono molteplici: migliorano sensibilità insulinica, profilo glicemico e lipidico, diminuisce l’infiammazione cronica, la risposta immunitaria anti-tumorale risulta potenziata, così come la memoria e la neuroplasticità.
“Le più recenti evidenze scientifiche confermano che la natura costituisce un determinante fondamentale della salute, in grado di contribuire in modo significativo alla prevenzione primaria e secondaria delle malattie cardiovascolari, respiratorie e metaboliche, oltre che al benessere psicologico”
è il commento di Paola Muti, Direttrice Scientifica dell’IRCCS MultiMedica.
Ciò che conta, in ogni caso, è ricordare che il movimento nel verde è una vera e propria terapia: non basta raccomandare di andare al parco, una prescrizione strutturata rende la prevenzione più concreta. Va detto infine che i vantaggi ci sono anche per i bambini: fuori casa c’è tutto lo spazio per correre e saltare, quindi meno rischio di sovrappeso e un allenamento naturale per il fisico. Non solo: stare all’aperto li aiuta a conoscere altri bambini, fare amicizia e imparare a giocare insieme e come se non bastasse l’aria fresca allena le difese naturali, che si attivano per adattarsi alle temperature più basse.
Cosa migliora con lo sport nel verde
Un umore migliore. Un’azione più efficace sullo stress e sul controllo della frequenza cardiaca. Chi fa sport regolarmente sa quanto e come questa semplice misura a costo zero sia utile sulla salute. Ma qualche tempo fa una ricerca ha detto anche di più. Gli aspetti positivi sarebbero più significativi se ci si muove in un parco o comunque nel verde, piuttosto che correre a lato delle strade di città o allenarsi al chiuso. Lo studio è stato condotto da esperti dell’Università di Copenaghen e dell’Università di Verona ed è apparso su Psychology of Sport and Exercise.
L’analisi ha considerato venticinque giovani. Tutti hanno dovuto camminare alla medesima andatura ma in tre ambienti diversi: un’area naturale, un percorso urbano e un ambiente fitness al chiuso. Dopo ogni passeggiata, sono stati misurati il loro umore, i livelli di stress e lo sforzo fisico. E si è visto che i partecipanti si sono sentiti significativamente più rilassati ed hanno mostrato livelli più bassi di cortisolo, l’ormone dello stress, dopo aver camminato nella natura. Allo stesso tempo, hanno riportato maggiore gioia e meno affaticamento.
Lo studio dimostra quindi quanto e come l’esercizio fisico in un ambiente naturale offra benefici mentali molto maggiori rispetto agli ambienti urbani e interni. I partecipanti hanno valutato la natura come maggiormente rigenerante ed hanno anche provato, in termini generali, un impatto sulle emozioni più significativo dopo la passeggiata nel verde. In generale sono aumentati gioia, soddisfazione e ottimismo, rispetto agli ambienti urbani e interni, mentre si sono rivelate inferiori emozioni negative come ansia, irritazione e noia.
Sia chiaro. Lo studio non si è limitato a valutare parametri psicologici, ma si è basato anche su rilevazioni della fisiologia dei partecipanti. In questo senso, le rilevazioni confermano appieno il valore dell’attività fisica nel verde. Ad esempio, considerando un indice indiretto di stress come l’innalzamento del numero dei battiti del cuore, la frequenza cardiaca dei partecipanti si è abbassata più rapidamente dopo una passeggiata nella natura. Non solo. Anche la variabilità della frequenza cardiaca, che indica quanto bene il corpo attiva il sistema nervoso parasimpatico che promuove la calma e il recupero, è risultata del 20-30% superiore rispetto alla stessa camminata in ambiente chiuso, che pure ha il valore di mettere a contatto con gli altri e favorisce l’interazione umana.
Christine Lagarde lascia la presidenza della Banca Centrale Europea. Lo ha comunicato in una nota diffusa giovedì 29 ottobre nella quale informa il Consiglio direttivo e il presidente del Consiglio europeo António Costa che lascerà l’incarico nel 2027, precisamente il 7 febbraio.
L’addio arriva in anticipo rispetto alla scadenza naturale del mandato, fissata al 31 ottobre 2027. La notizia arriva a poche ore dalla decisione sui tassi di politica monetaria e in un momento nel quale l’UE deve fare i conti con un’inflazione che viaggia su percentuali elevate.
Lagarde si dimette in anticipo dalla BCE
In un comunicato arrivato a Francoforte nella mattinata di giovedì 29 ottobre 2026, Christine Lagarde ha annunciato le dimissioni dalla presidenza della Banca Centrale Europea.
Lascerà l’incarico il 7 febbraio 2027, con circa nove mesi di anticipo sulla scadenza del mandato. Infatti Lagarde si era insediata il 1° novembre 2019 e avrebbe dovuto chiudere i suoi otto anni di mandato, non rinnovabile, il 31 ottobre 2027.
Come e quando si sceglierà il successore di Lagarde
Per la nomina del successore di Christine Lagarde bisognerà attendere gli svariati passaggi burocratici della macchina europea. La nomina finale, come indicato dall’articolo 283 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, spetta comunque al Consiglio europeo.
Il percorso però ha diversi passaggi. In breve:
il Consiglio dell’Unione europea formula una raccomandazione;
vengono consultati il Parlamento europeo e il Consiglio direttivo della Bce;
vengono consultati i leader dei Paesi che hanno l’euro.
Il parere dell’Eurocamera non è vincolante e alla fine la scelta avviene a “maggioranza qualificata”.
La Bce ha già spiegato in una nota che “il successore della presidente Lagarde sarà nominato dal Consiglio europeo secondo la procedura di nomina prevista dall’articolo 283 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea”.
Cosa cambia per tassi, mutui e risparmi dopo le dimissioni di Lagarde
Fino a febbraio 2027, non dovrebbero esserci cambiamenti nella linea della BCE dettata dalla presidente dimissionaria. In genere un cambio al vertice potrebbe portare una temporanea volatilità sui mercati, soprattutto per comprendere al meglio quale potrebbe essere la linea futura del successore di Christine Lagarde.
Per mutui e risparmi, non ci sono effetti dovuti alle dimissioni della presidente della BCE. Si tratta di fattori che vengono stabiliti in base all’andamento Euribor per i tassi variabili e IRS per i tassi fissi e ovviamente anche a seconda delle decisioni prese dal Consiglio direttivo.
Arrivano le targhe personalizzate. Tra le tante misure su famiglie, giovani, energia e difesa, compare a sorpresa la possibilità di personalizzare le targhe di auto e moto. L’annuncio arriva direttamente da Giorgia Meloni durante la conferenza stampa a margine del Consiglio dei Ministri che ha confermato il testo della legge di Bilancio 2027.
Per la premier ci si potrà “più o meno sbizzarrire” e ha commentato che la creatività degli italiani potrebbe farsi valere. Questo ha un costo di 600 euro. La possibilità era già prevista nel Codice della Strada, ma non c’erano normative per attuarla.
Via alle targhe personalizzate
È stata proprio la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ad annunciare la novità delle targhe personalizzabili durante la conferenza stampa per la Manovra 2027.
Infatti, una delle novità inserite nella legge di bilancio approvata dal consiglio dei Ministri nella giornata di mercoledì 28 ottobre è la possibilità di personalizzare le targhe dei propri veicoli a due e quattro ruote.
Per Meloni:
Ci si potrà più o meno sbizzarrire come si ritiene, ovviamente sostenendo un costo e qualcosa mi dice che la creatività degli italiani qui potrebbe farsi valere.
Quanto costeranno
Una possibilità che era già prevista dal Codice della Strada, quella delle targhe personalizzate, ma che non poteva essere attuata in mancanza di un decreto e di norme specifiche.
Ora arriva l’ok, sostenendo un costo di 600 euro. Nello specifico, per le due targhe dell’auto (anteriore e posteriore) si dovranno versare 500 euro al Poligrafico dello Stato e una maggiorazione del 20%, pari a 100 euro, al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Per le moto il prezzo è inferiore perché dovrà essere richiesta una sola targa personalizzata. Il costo in questo caso è di 360 euro in totale.
Attenzione: chi sceglie la targa personalizzata non dovrà pagare il contrassegno di 41,78 euro per l’immatricolazione e la messa su strada.
Cosa si potrà scrivere
Al momento le targhe per auto e moto sono una sequenza di lettere e numeri. Nello specifico, due lettere seguite da tre numeri e infine altre due lettere.
Non è chiaro ancora cosa si potrà fare e quali siano i limiti, potrebbe infatti cambiare lo schema. La stessa Giorgia Meloni ha però parlato di “più o meno sbizzarrire” lasciando intendere che ci saranno dei limiti.
Tra questi è probabile che saranno escluse combinazioni di lettere e numeri che possono essere offensive, ambigue o che rendano due targhe uguali.
Quando arrivano le targhe personalizzate
La riforma del Codice della Strada è ancora al vaglio di diversi pareri. Il governo dovrà quindi emanare il decreto legislativo per il nuovo Codice della Strada nella prossima primavera 2027.
Secondo le tempistiche dovrebbe entrare in vigore il 30 aprile 2027, con le regole che si applicheranno sulle strade dal 1° gennaio 2028.
L’Aci, come riporta Open, precisa che non è detto che le targhe personalizzate siano disponibili fin dal primo giorno e dipenderà, come sempre in questi casi, dalle norme di attuazione.
Secondo gli ultimi dati Istat relativi all’occupazione, il mese di settembre mostra un’economia in cui la spinta alla creazione di nuovi posti di lavoro va rallentando mentre ci sono importanti segnali di precarizzazione per via della sostituzione di contratti indeterminati con contratti a termine.
Ma c’è anche il rovescio della medaglia, rappresentato dalla contestuale diminuzione degli inattivi su base annua (-293mila), che indica un segnale di fiducia nel complesso. Le persone tornano a cercare un’occupazione, anche se l’assorbimento da parte delle imprese stenta a stare al passo nel breve termine.
Occupazione e disoccupazione a settembre 2026
Il dato più preoccupante è relativo al tasso di disoccupazione: a settembre 2026 è pari al 6,3%. A settembre 2025 era pari al 5,9% mentre a settembre 2024 era del 6,1%.
Guardando i dati in dettaglio, a settembre 2026 il numero di occupati è pari a 24 milioni e 328mila unità. Un dato più o meno stabile rispetto al mese precedente.
Cresce, dunque, la disoccupazione mentre contestualmente cresce anche l’inflazione. Un colpo per il portafoglio, soprattutto per chi è socialmente più fragile.
Questo l’andamento della disoccupazione giovanile (15-24): settembre 2026 al 19,9%, settembre 2025 al 20,5% e settembre 2024 al 18,6%.
La crescita dei dipendenti a termine, che sono 2 milioni e 567mila unità, è compensata dal calo dei dipendenti permanenti (che sono 16 milioni e 490mila unità).
Rimane stabile il numero dei lavoratori autonomi (pari a 5 milioni e 270mila unità).
L’occupazione rispetto a settembre 2025 (+198mila occupati in un anno) interessa:
i dipendenti permanenti (+71mila);
quelli a termine (+89mila);
e gli autonomi (+38mila).
Nel confronto mensile i tassi di occupazione, disoccupazione e inattività rimangono invariati:
tasso di occupazione 63%;
tasso di disoccupazione 6,3%;
tasso di inattività 32,7%.
Chi cerca lavoro in Italia
La crescita delle persone in cerca di lavoro (+0,3%, pari a +4mila unità) coinvolge soprattutto le donne, i 25-34enni e i 35-49enni.
Il numero dei disoccupati
Secondo l’Istat, il numero di disoccupati diminuisce tra gli uomini e nelle classi d’età. Il tasso di disoccupazione è stabile al 6,3% e quello giovanile cala al 19,9% (-0,4 punti).
Rispetto al trimestre precedente, le persone in cerca di lavoro crescono del 7,2% (+108mila unità) e gli inattivi di 15-64 anni diminuiscono dello 0,8% (-101mila unità).
Popolazione per genere e condizione professionale
Di seguito i dati relativi all’occupazione del mese di settembre 2026 (variazioni congiunturali):
Valori assoluti
(migliaia di unità)
set26
ago26
(assolute)
set26
ago26
(percentuali)
lug-set26
apr-giu26
(assolute)
lug-set26
apr-giu26
(percentuali)
MASCHI
Occupati
13.955
-12
-0,1
+17
+0,1
Disoccupati
844
-6
-0,7
+41
+5,3
Inattivi 15-64 anni
4.487
+24
+0,5
-56
-1,2
FEMMINE
Occupati
10.373
+5
0,0
-30
-0,3
Disoccupati
776
+10
+1,3
+66
+9,5
Inattivi 15-64 anni
7.634
-27
-0,4
-46
-0,6
TOTALE
Occupati
24.328
-7
0,0
-13
-0,1
Disoccupati
1.620
+4
+0,3
+108
+7,2
Inattivi 15-64 anni
12.121
-3
0,0
-101
-0,8
Qui sotto i le variazioni tendenziali:
set26
set25
(assolute)
set26
set25
(percentuali)
MASCHI
Occupati
+126
+0,9
Disoccupati
+41
+5,0
Inattivi 15-64 anni
-110
-2,4
FEMMINE
Occupati
+72
+0,7
Disoccupati
+77
+11,0
Inattivi 15-64 anni
-183
-2,3
TOTALE
Occupati
+198
+0,8
Disoccupati
+117
+7,8
Inattivi 15-64 anni
-293
-2,4
Occupati per posizione professionale e carattere dell’occupazione
Qui sotto una tabella che mostra la distribuzione degli occupati per posizione professionale a settembre 2026 (variazioni congiunturali):
Valori assoluti (migliaia di unità)
set26 ago26
(assolute)
set26 ago26
(percentuali)
lug-set26 apr-giu26
(assolute)
lug-set26 apr-giu26
(percentuali)
OCCUPATI
24.328
-7
0,0
-13
-0,1
Dipendenti
19.057
-7
0,0
+18
+0,1
– permanenti
16.490
-108
-0,7
+35
+0,2
– a termine
2.567
+101
+4,1
-17
-0,7
Indipendenti
5.270
0
0,0
-32
-0,6
Qui sotto un altro punto di vista sull’occupazione, tenendo conto delle variazioni tendenziali:
Non un bonus per i nuovi nati, ma un investimento per il futuro. Così è stato introdotto il Fondo nuovi nati, un “salvadanaio” alimentato dallo Stato che verserà un’iniziale quota di 100 euro di benvenuto e che i genitori potranno incrementare di anno in anno. La misura è stata fortemente voluta dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e salutata con soddisfazione dalla maggioranza.
Libretto per i nuovi nati, incrementabile di anno in anno fino al raggiungimento dei 18 anni, cambia il modo di fare risparmio e previdenza. Vediamo come funziona e quali sono i limiti.
Fondo nuovi nati: cos’è
La Manovra 2027 punta alle famiglie e ai giovani e uno strumento che unisce queste due macroaree è il fondo previdenziale di 100 euro per i nuovi nati.
Nel testo viene infatti introdotto un fondo per i nuovi nati a partire dal 2027. La premier Giorgia Meloni, illustrando le misure della legge di Bilancio 2027 durante la conferenza stampa, ha dichiarato:
Per ogni bambino che nasce l’Inps aprirà una posizione previdenziale come fosse un piccolo salvadanaio in cui lo Stato verserà inizialmente una quota di 100 euro di “benvenuto”, ma negli anni successivi i genitori potranno incrementarla.
Come funziona il libretto?
Si tratta di un vero e proprio fondo previdenziale che parte con un tesoretto da 100 euro per i nuovi nati a partire dal 2027 fino al 18º anno di età.
Nella pratica, come si evince dalle parole dette in conferenza stampa, si tratta di un fondo di 100 € messo dallo Stato su un salvadanaio aperto dall’Inps.
Un “salvadanaio” che potrà essere alimentato dai familiari e che sarà utilizzabile dai nuovi nati, a partire dal 2027, quando avranno raggiunto i 18 anni di età, per alcune spese.
L’ammontare, ha precisato Meloni, non sarà tassabile, pignorabile e potrà essere utilizzato solo al raggiungimento dei 18 anni.
Attenzione: potrebbero esserci delle eccezioni, ma servirebbe l’ok di un giudice tutelare. Si attende il testo ufficiale per capire queste “eccezioni” a cosa facciano riferimento.
Quali spese?
A partire dai 18 anni di età, il bambino a cui è stato aperto questo salvadanaio potrà spendere i soldi accumulati per determinate spese.
Si tratta di spese scolastiche o universitarie, ma i fondi potranno essere utilizzati anche come strumento di previdenza complementare.
Gabriele Fava, presidente dell’Inps, era stato tra i primi a commentare favorevolmente l’ipotesi di un fondo per i nuovi nati. Soprattutto sulla possibilità di utilizzare la somma come strumento di previdenza complementare:
È una scelta che cambia la storia della previdenza italiana. Finora la pensione si cominciava a costruire con il primo lavoro, da oggi inizia dalla nascita.
Fava ha spiegato che nel sistema contributivo la pensione è il frutto di ciò che si accumula lungo tutta la vita e un fattore decisivo è proprio il tempo. “Chi parte prima arriva più lontano”, aveva commentato spiegando come 18 anni di risparmio, che cresce e si capitalizza, valgano molto più di qualunque intervento tardivo.
La Manovra 2027 è stata presentata come un insieme di incentivi che puntano a famiglie, giovani, sanità e anziani. La voce più consistente è proprio quella delle politiche per la famiglia e la spesa sociale, alle quali sono destinate risorse per lo 0,21% del Pil, ossia 5 miliardi di euro.
Tra i sostegni che vengono confermati e potenziati ci sono il bonus mamme lavoratrici e il congedo parentale. Novità il fondo per i nuovi nati che punta a raccontare un modo di fare risparmio e di investire nel futuro dei propri figli.
Manovra 2027: cosa c’è per le famiglie
Il consiglio dei Ministri ha approvato il testo della legge di Bilancio 2027. In attesa della bozza, sono le dichiarazioni dei ministri come Giorgetti, il viceministro all’Economia Leo, Tajani e la premier Giorgia Meloni ad anticipare conferme e novità della Manovra 2027.
Dopo aver approfondito le novità a tema giovani, come il bonus under 30 che Meloni ha descritto come un premio per i giovani lavoratori di 2.500 euro, ci addentriamo nella voce “famiglia”.
Conferme e novità come:
congedo parentale, potenziato;
bonus mamme lavoratrici;
fondo nuovi nati;
voucher baby-sitting.
Congedo parentale potenziato: come funziona
Misura destinata alla natalità, nella più ampia voce dedicata alle famiglie, è il potenziamento del congedo parentale. Con la manovra infatti si va ad aggiungere il periodo di tempo di congedo parentale pagato all’80%, che arriva a quattro mesi per tutti i nuovi nati.
Nel caso di secondo figlio i mesi diventano cinque e per il terzo figlio si aggiunge un ulteriore mese, arrivando a sei mesi.
Bonus mamme diventa strutturale
Il bonus mamme lavoratrici non solo viene confermato, ma diventa strutturale. La misura che agevolava le donne con almeno due figli e un reddito da lavoro non superiore a 40.000 euro annui diventa permanente.
Viene confermata nella sua versione estesa, ovvero includendo anche le lavoratrici autonome e a tempo determinato.
madri con due figli, se il più piccolo ha meno di 10 anni;
madri con almeno tre figli, se il più piccolo ha meno di 18 anni.
Attenzione: nel conteggio rientrano anche i figli adottati o in affidamento preadottivo.
Fondo nuovi nati: 100 euro dallo Stato
Presentato anche un fondo per i nuovi nati che prevede il versamento da parte dello Stato di una quota di 100 euro per ogni neonato fino al compimento del 18º anno.
Nel testo viene specificato che il fondo partirà nel 2027. Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, si è detto molto soddisfatto per la sottoscrizione della misura da parte di tutti gli alleati.
Nel concreto si tratta di un piccolo salvadanaio in cui lo Stato verserà una quota di 100 euro di “benvenuto”, ma che negli anni successivi i genitori potranno incrementare.
Voucher baby-sitting
Sostegno specifico anche per i lavoratori autonomi con figli. Per i genitori che lavorano è stato pensato un voucher fino a 500 euro mensili, per un massimo di tre mesi, per usufruire del servizio di baby-sitting ed educazione dell’infanzia.
Il pacchetto casa della Manovra 2027 modifica le aliquote della cedolare secca sugli affitti.
La cedolare secca resta al 21% sugli affitti tradizionali, ma può calare al 5% o addirittura all’1% per una specifica categoria.
Cedolare secca al 5% sugli affitti a canone concordato
La prima novità riguarda i contratti abitativi a canone concordato. Attualmente, chi sceglie la cedolare secca per questo tipo di locazione paga un’imposta pari al 10% del canone annuo.
Per capirci: un ipotetico affitto da 850 euro al mese si traduce su base annuale in un incasso per il proprietario di casa di 10.200 euro, sul quale va pagata una cedolare secca da 1.020 euro. Sempre a patto che si opti per questa opzione.
Dal 2027, secondo quanto previsto dal Ddl di Bilancio, l’aliquota scenderebbe al 5%. E sull’esempio considerato, si andrebbe a pagare 510 euro, ovvero la metà.
Va specificato: il canone concordato non viene stabilito liberamente fra le parti (locatario e locatore) ma deve rispettare le fasce definite dagli accordi territoriali stipulati tra le associazioni dei proprietari e degli inquilini.
Questi accordi tengono conto di diversi elementi, tra cui la zona in cui si trova l’immobile, la superficie e le caratteristiche dell’abitazione. Il risultato è un canone generalmente inferiore a quello applicato sul mercato libero. Si applicano poi altri sconti relativi all’Imu. La riduzione fiscale punta a compensare il proprietario per il prezzo calmierato. Il patto fra le parti è il seguente: il padrone di casa accetta di incassare un affitto più basso, ma in cambio paga meno tasse.
Cedolare secca all’1% per chi affitta ai giovani
Ma la novità più rilevante riguarda i proprietari che affittano a inquilini con un’età non superiore a 35 anni.
Per i contratti a canone concordato che rispettano i requisiti di legge, la Manovra 2027 introduce una cedolare secca all’1%.
Tornando al nostro ipotetico affitto da 850 euro al mese, in questo caso la cedolare secca da pagare su base annua è pari ad appena 102 euro.
L’obiettivo è favorire l’accesso alla locazione da parte dei giovani, che possono avere maggiori difficoltà a sostenere i prezzi del mercato libero o a offrire le garanzie richieste dai proprietari.
Secondo le indicazioni attualmente disponibili, non sarebbe previsto un limite di reddito per accedere alla misura. Ma ciò dovrà essere confermato durante il passaggio parlamentare: il testo della Manovra emerso dal Cdm, infatti, dovrà essere vagliato da Camera e Senato, dove arriveranno specifiche, ma anche eventuali modifiche e correzioni.
Questioni aperte
Restano da chiarire anche anche alcune questioni operative: per esempio, se l‘età dell’inquilino sia determinante soltanto al momento della firma oppure anche durante tutta la durata del contratto. Che succede, infatti se l’affittuario alla firma del contratto ha 34 anni e poi, l’anno successivo, ne compie 35? L’aliquota rimane all’1% o scatta la maggiorazione al 5%?
Bisognerà inoltre capire come debbano essere gestite le locazioni con più intestatari di età differenti (ad esempio due fidanzati, uno di 36 anni e l’altro di 34).
C’è poi da scoprire cosa accade agli affitti che riguarda le frazioni di immobili. Soprattutto nelle città universitarie, infatti, gli affitti possono riguardare solo singole stanze, con uso garantito di cucina, bagno, aree comuni e pertinenze. Bisognerà capire se un singolo appartamento possa essere affittato secondo modalità differenti a persone di età differente.
Lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi è tornato a calare in apertura il 29 ottobre. Il differenziale è sceso a 114 punti base, mentre i rendimenti sono tornati al 4,50%, dopo essersi allontanati da questa soglia nella giornata di ieri. I segnali dai mercati continuano a indicare una stabilizzazione delle obbligazioni.
Nella giornata di ieri si è conclusa l’asta dei Bot, da cui il Tesoro ha ricavato 4,5 miliardi di euro a breve termine. Oggi ci saranno invece le emissioni di quattro titoli a medio e lungo termine, con l’ultima asta di ottobre.
Lo spread continua a calare, ma lentamente
Un’altra apertura in leggero calo per lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi. La normalizzazione dei mercati obbligazionari, dopo la speculazione che aveva colpito soprattutto gli Oat francesi nelle ultime settimane, continua. L’intoppo di ieri in apertura, dopo i risultati incerti delle elezioni in Israele, sembra essere stato superato.
I rendimenti dei Btp decennali lo confermano, rientrando al 4,50%. Si tratta comunque di rendite alte, sia rispetto al recente passato, sia rispetto alla media degli ultimi 25 anni, da quando è stato introdotto l’euro, ed è un punto percentuale in più dei risultati che i Btp ottenevano anche solo pochi mesi fa.
Oggi arriva la decisione di politica monetaria della Bce
Non dovrebbe cambiare molto nemmeno dopo la comunicazione della decisione di politica monetaria della Bce. I mercati si aspettano che l’Eurotower lasci i tassi di interesse invariati, rimandando a dicembre ogni possibile ulteriore stretta monetaria. Sull’Europa pesa ancora un’inflazione più alta del previsto, ma le ragioni sono contingenti e non strutturali. La Bce teme che, aumentando ancora i tassi, si finisca per rallentare eccessivamente l’economia.
Il lento calo degli spread europei
Anche nel resto d’Europa è in corso un lento rientri degli spread su livelli più bassi rispetto al picco della scorsa settimana. In Spagna, i Bonos si sono assestati a 62 punti base, ma i rendimenti sono scesi sotto la soglia del 4%.
Spread e rendimenti dei titoli di Stato europei all’apertura del 29 ottobre 2026
Titoli di Stato
Rendimenti
Spread
Bund tedeschi
3,35%
–
Btp italiani
4,50%
115
Oat francesi
4,90%
155
Bonos spagnoli
4,38%
62
Recupera lentamente anche la Francia, presa di mira dalla speculazione nelle scorse settimane. Lo spread tra Oat e Bund è a 115 punti base, mentre i rendimenti sono calati al 4,90%.
Oggi si concludono le aste dei titoli di Stato
Nella giornata di ieri si sono concluse le emissioni di due Bot, con vita residua di 4 e 1 mese, per un totale di 4,5 miliardi di euro raccolti dal Tesoro e rendimenti tra il 2,6 e il 2,8%. Nella giornata di oggi, invece, si terrà l’ultima asta di ottobre dei titoli di Stato italiani, con quelli a medio e lungo termine, che metteranno a disposizione:
un Btp in scadenza a febbraio 2031 con cedola annua lorda del 3,50%;
un Btp in scadenza a febbraio 2032 con cedola annua lorda del 3,95%;
un Btp in scadenza a ottobre 2036 con cedola annua lorda del 4,00%;
un CctEu in scadenza ad aprile 2936 con tasso annualizzato corrente al 3,70%.
Le aste riprenderanno poi a novembre. Le date da segnarsi sono:
l’11 novembre per l’asta dei Bot;
il 12 novembre per l’asta dei titoli a medio e lungo termine;
il 25 novembre per l’asta dei Btp Short Term e dei Btp€i;
il 26 novembre per la seconda asta dei Bot;
il 27 novembre per la seconda asta dei titoli a medio e lungo termine.
La Manovra 2027 ha introdotto un voucher sociale di 300 euro per gli italiani over 75, valido per determinate spese sanitarie.
Oltre al requisito anagrafico ce n’è anche uno economico: avere una pensione fino a 28.000 euro l’anno. La misura è stata presentata dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri che ha approvato la Manovra.
Bonus 300 euro over 75
La platea di beneficiari ammonta a 5,5 milioni di persone e il costo complessivo del provvedimento ammonta a 1,6 miliardi di euro.
La Manovra 2027 punta a famiglie, sanità e soprattutto ai giovani. Per loro è stato previsto un sostegno che la premier Giorgia Meloni ha descritto come un “premio per i giovani lavoratori under 30”. Si tratta di un bonus da 2.500 euro, tassato all’1%.
Dentro anche un sostegno a chi assume i giovani, le donne con figli e le persone con disabilità. Sul tema della crisi abitativa, che colpisce soprattutto i giovani nelle grandi città, il Governo incentiva gli affitti agli under 35 co una cedolare secca all’1%.
Manovra 2027: cosa c’è per i giovani
La presidente del Consiglio, durante la conferenza stampa a margine del Cdm che ha approvato la bozza del testo della legge di Bilancio, ha raccontato la scelta di inserire un premio per i giovani lavoratori under 30.
La Manovra 2027 infatti punta su famiglie, anziani, sanità e giovani, quelli che “abbiamo visto scendere in piazza” e ai quali il Governo vuole dare risposte.
Bonus giovani lavoratori under 30
Una di queste è l’introduzione di un premio ai giovani lavoratori under 30. Si tratta di 2.500 euro tassati all’1% che si possono ricevere nell’arco di 12 mensilità o in un’unica soluzione.
Meloni:
Vogliamo che un ragazzo che inizia a lavorare in Italia senta che questa Nazione vuole spronarlo.
Deduzione per chi assume giovani
Altra conferma che punta a incentivare il lavoro dei giovani in Italia, questa volta guardando alle imprese, è la super deduzione al 120% per chi assume giovani under 30.
La misura, introdotta nel 2023, è stata confermata e prevede una maggiorazione fino al 130% per chi assume categorie specifiche di lavoratori, come:
persone con disabilità;
giovani under 30;
donne con due o più figli;
vittime di violenza;
soggetti svantaggiati.
Cedolare secca per gli affitti
Un altro aiuto per i giovani è la cedolare secca ridotta per gli affitti: i proprietari che affitteranno immobili a canone concordato ai giovani under 35 anni potranno accedere alla cedolare secca all’1%.
È una delle iniziative che punta a risolvere la crisi abitativa e a rendere più semplice l’accesso al mercato degli affitti ai giovani. Meloni ha dichiarato che con “più case sul mercato e affitti più bassi, più giovani possono uscire di casa e costruirsi una vita”.
Flat tax al 5%
Infine resta sul tavolo la flat tax al 5% per i neoassunti under 35. Si discute ancora della possibilità di una flat tax fino a circa 30-35.000 euro e di una mini-Irpef per chi ha meno di trent’anni.
Su questo non ci sono ancora conferme, mentre sulla no tax area per i più giovani c’è stato l’accordo. Antonio Tajani, leader di Forza Italia che ha proposto la no tax area, ha dichiarato:
Stiamo ancora lavorando. Dovrebbe essere fino ai trent’anni, con altre agevolazioni per un’altra parte fino ai 35 anni.
Nuova ricerca di personale ad Alba da parte di Ferrero, che punta a rafforzare la squadra tecnica del suo storico polo produttivo. L’azienda ricerca manutentori meccanici ed elettronici destinati a garantire l’efficienza di oltre 95 linee di produzione e circa 19.600 macchinari ad alta tecnologia.
I profili selezionati si occuperanno della gestione, della diagnostica e della risoluzione dei guasti sui sistemi automatici di fabbrica, lavorando a stretto contatto con soluzioni di automazione industriale e logiche di produzione snella.
Retribuzione e inquadramento
I candidati idonei saranno inseriti con inquadramento al terzo livello Ccnl dell’Industria Alimentare. Il quadro retributivo prevede:
una Retribuzione Annua Lorda base minima garantita pari a 30.580,62 euro;
una definizione del trattamento economico complessivo commisurata all’esperienza effettiva, alle qualifiche e alle competenze del profilo selezionato;
la ripartizione della retribuzione secondo le mensilità previste dal contratto collettivo di categoria.
Quali sono le mansioni operative
L’attività di manutenzione copre l’intero ciclo produttivo, dalle fasi di preparazione delle materie prime fino al confezionamento finale dei prodotti aziendali. Nello specifico, gli interventi riguarderanno:
diagnosi e riparazione di guasti su pompe per fluidi alimentari e celle automatiche;
manutenzione di magazzini automatizzati, isole con bracci robotizzati e macchine confezionatrici complesse;
esecuzione di controlli periodici programmati per prevenire le interruzioni di produzione;
applicazione delle procedure di diagnostica avanzata e dei principi dell’industria digitale.
Quali sono i requisiti del candidato ideale
Le selezioni si rivolgono a candidati con formazione tecnica e spiccata attitudine alla risoluzione dei problemi. Per presentare la candidatura occorre possedere:
Diploma di Maturità o Qualifica professionale a indirizzo meccanico, meccatronico o elettronico;
comprovata capacità di analisi dei guasti e diagnostica su impianti industriali complessi;
proattività, inclinazione al lavoro di squadra e propensione all’aggiornamento tecnico continuo;
disponibilità lavorativa articolata su tre turni e nei fine settimana.
Come presentare la candidatura online
Per accedere alla selezione è necessario inviare la propria candidatura tramite la piattaforma ufficiale del gruppo, consultando la sezione Carriere.
Una volta individuato l’annuncio relativo alla sede di Alba per manutentori tecnici, sarà possibile registrare il proprio profilo e caricare il proprio Curriculum Vitae aggiornato sulla piattaforma.
Altri annunci di lavoro attivi
Le assunzioni in Ferrero si affiancano ad altre opportunità di impiego attive nel comparto produttivo e commerciale in Italia. Si segnalano i reclutamenti curati da Fincantieri per addetti tecnici e di cantiere, le selezioni di Esselunga per addetti ai reparti freschi e le offerte di lavoro promosse da Trenitalia per figure operative su tutto il territorio nazionale.
Chi richiede la pensione di anzianità deve possedere tutti i requisiti previsti dalla legge compresa, quando richiesta, la cessazione dell’attività lavorativa. Se il beneficiario inizia un nuovo rapporto di lavoro prima della decorrenza del trattamento, possono sorgere dubbi sul diritto alla prestazione e sull’obbligo di restituire le somme eventualmente incassate senza titolo.
In queste situazioni assume speciale importanza l’obbligo di comunicare all’Inps le circostanze che possono incidere sul riconoscimento o misura della pensione. Non fornire informazioni rilevanti — quando l’ente previdenziale non le conosce né può conoscerle autonomamente — è spia della volontà di eludere le regole vigenti, escludendo così le tutele che limitano la restituzione dell’indebito.
È quanto emerge dalla sentenza della Corte di Cassazione 26206/2026 che ha accolto il ricorso dell’Inps annullando la pronuncia impugnata.
Il caso degli oltre 52mila euro di pensione contestati dall’Inps
L’Inps aveva chiesto a un pensionato la restituzione di 52.447,99 euro, relativi al periodo dal primo gennaio 2008 al 31 dicembre 2012. Secondo l’Istituto, le somme erano state indebitamente percepite perché la pensione di anzianità era stata erogata contemporaneamente allo svolgimento di lavoro subordinato. Il pensionato aveva contestato la richiesta sostenendo di non essere tenuto al rimborso.
Il Tribunale aveva accolto la sua domanda, indicando sostanzialmente che — al momento della presentazione della richiesta di pensione — l’interessato aveva terminato la precedente attività e non aveva agito con l’intento di aggirare la legge a danno dell’Inps. Inoltre per il giudice l’indebito era dipeso da un errore dell’Istituto. Stesso esito in appello.
L’ente ha così fatto ricorso in Cassazione, denunciando la violazione delle norme sulla restituzione dell’indebito previdenziale e sui relativi limiti. Il pensionato si è opposto con controricorso e memoria difensiva.
Pensione di anzianità, perché conta la cessazione del lavoro
La pronuncia della Cassazione considera il requisito dell’inoccupazione, ovvero l’assenza di un lavoro quando la legge la prevede come condizione per ottenere la prestazione. La Corte richiama un orientamento giurisprudenziale consolidato (ad esempio sent. n. 16789/2014) secondo cui la cessazione del lavoro è elemento essenziale del diritto alla pensione di anzianità.
Questa regola si collega alla funzione della previdenza sociale. L’art. 38Costituzione riconosce ai lavoratori il diritto a mezzi adeguati alle esigenze di vita in presenza dei presupposti stabiliti dall’ordinamento. Nella ricostruzione giurisprudenziale richiamata dalla Corte, la fine dell’attività lavorativa è associata a una presunzione di bisogno che giustifica l’erogazione della pensione.
La prosecuzione di un rapporto alle dipendenze, con relativo reddito, può invece escludere tale presupposto. Per questo, quando la cessazione dell’attività costituisce una condizione necessaria per il trattamento, la pensione non può essere erogata prima che il rapporto sia terminato.
La Corte precisa che il principio può riguardare anche la pensione di vecchiaia. Questo non significa, tuttavia, che tutte le prestazioni pensionistiche siano soggette indistintamente alle stesse regole sul cumulo tra pensione e reddito da lavoro: occorre verificare la disciplina applicabile alla specifica prestazione e al periodo considerato.
La nuova assunzione prima della decorrenza della pensione
Nel caso esaminato, la successione delle date è determinante. Il pensionato aveva presentato domanda di pensione di anzianità il 24 ottobre 2007 e aveva iniziato un nuovo rapporto di lavoro subordinato il successivo 5 novembre. Il trattamento pensionistico era poi decorso dal primo gennaio 2008.
La nuova assunzione era quindi intervenuta dopo la domanda ma prima dell’inizio dell’erogazione della pensione. Non era sufficiente accertare che il lavoratore avesse cessato la precedente attività al momento della richiesta: occorreva verificare che il requisito necessario per il riconoscimento della prestazione sussistesse anche nel momento rilevante per la sua attribuzione. Per la Cassazione, sulla base degli accertamenti riportati nella sentenza impugnata, il requisito mancava perché il rapporto lavorativo era ripreso prima della decorrenza del trattamento.
Perché la comunicazione del datore di lavoro non basta
Un altro punto centrale riguarda gli obblighi informativi nei confronti dell’Inps. La Corte d’Appello aveva attribuito importanza alle comunicazioni effettuate e alla mancata verifica annuale dei redditi da parte dell’Istituto, che avrebbe potuto consentire un recupero più tempestivo delle somme.
La Cassazione ha invece evidenziato che il datore aveva sì comunicato la nuova assunzione al Centro per l’impiego, ma il pensionato non aveva segnalato personalmente all’Inps la propria rioccupazione. Sono due comunicazioni indirizzate a soggetti diversi e con finalità differenti.
Quando una nuova attività lavorativa può incidere sul diritto alla pensione, il beneficiario non deve presumere che l’Istituto sia automaticamente a conoscenza di ogni circostanza importante. È una correttezza che deve sempre ispirare i rapporti con l’ente e che anche il datore vìola quando omette di versare i contributi.
Indebito previdenziale e dolo, quando l’Inps può recuperare le somme
L’art. 2033 Codice Civile stabilisce, in via generale, che chi riceve un pagamento non dovuto è tenuto a restituirlo. In ambito previdenziale, tuttavia, l’art. 52 legge 88/1989 e l’art. 13 della legge 412/1991 prevedono limiti alla ripetizione dell’indebito, subordinati alle condizioni stabilite dalla normativa applicabile.
Queste tutele non operano indistintamente in ogni situazione. Secondo la giurisprudenza richiamata dalla Cassazione, la mancata o incompleta comunicazione di circostanze capaci di incidere sul diritto e misura della pensione può integrare dolo quando le informazioni omesse non siano già conosciute né conoscibili dall’ente competente.
Il dolo non presuppone necessariamente una dichiarazione esplicitamente falsa: può rilevare anche il silenzio su informazioni che l’interessato aveva l’obbligo di comunicare e che risultavano essenziali per la corretta liquidazione della prestazione (Cass. 2169/2026).
In presenza di un’omissione dolosa, il beneficiario non può invocare le disposizioni che limitano la restituzione delle somme indebitamente percepite. Di conseguenza si applica la regola generale sulla restituzione dell’indebito.
Che cosa cambia
Accogliendo il ricorso dell’Inps, la Cassazione ha annullato la sentenza d’appello e rinviato la causa allo stesso giudice, in diversa composizione, per un nuovo esame. Questo non significa che il pensionato debba necessariamente restituire gli oltre 52mila euro: spetterà ora alla Corte d’Appello riesaminare la controversia alla luce dei principi della Cassazione e pronunciarsi anche sulle spese legali.
Non molto diversa da un recente caso deciso ancora dalla Suprema Corte, la vicenda riguarda una rioccupazione intervenuta prima della decorrenza della pensione e va distinta dal caso in cui il beneficiario riprenda a lavorare dopo l’inizio dell’erogazione. In generale, il diritto alla pensione di anzianità o di vecchiaia deve essere valutato sulla base dei requisiti previsti dalla disciplina applicabile e della loro effettiva sussistenza nel momento rilevante. E non può essere dato per scontato il “diritto acquisito” del pensionato.
In definitiva, quando una nuova assunzione precede la decorrenza del trattamento pensionistico, è essenziale sempre verificarne le conseguenze sul diritto alla prestazione e sugli eventuali obblighi informativi verso l’Inps. La possibilità di opporsi alla restituzione delle somme indebitamente percepite dipende anche dalle informazioni eventualmente omesse, dall’esistenza di uno specifico obbligo di comunicarle e dalla possibilità per l’Istituto di conoscerle autonomamente.
Per un numero crescente di lavoratori italiani vicini al pensionamento, la prospettiva di trasferirsi oltre confine rappresenta una scelta strategica per garantire un potere d’acquisto maggiore, godere di un clima favorevole o semplicemente iniziare un nuovo capitolo della propria vita. Quando si affronta il tema della pensione all’estero, tuttavia, emerge una profonda e spesso inaspettata spaccatura tra il destino dei lavoratori che provengono dal comparto privato e quello riservato agli ex dipendenti pubblici.
Se per il settore privato l’espatrio fiscale costituisce una strada relativamente consolidata e ricca di opportunità di pianificazione tributaria, chi ha trascorso la propria carriera nelle fila della Pubblica Amministrazione – dagli insegnanti al personale sanitario, dalle forze dell’ordine ai funzionari ministeriali ed enti locali – si trova ad affrontare una realtà nettamente diversa. Molti ex dipendenti statali scoprono soltanto a cose fatte che il proprio assegno pensionistico continua a subire la scure del fisco italiano, azzerando quasi del tutto i vantaggi fiscali sperati nel Paese di destinazione.
Capire le motivazioni alla base di questa disparità, analizzare il quadro normativo internazionale e individuare le rare eccezioni ancora praticabili è essenziale per chiunque intenda pianificare una pensione all’estero provenendo dal pubblico impiego.
Pensione all’estero, la matrice del problema
La ragione per cui i dipendenti pubblici in pensione vengono trattati in modo differente rispetto al settore privato non risiede in un’arbitraria decisione dell’INPS o in una recente legge di bilancio nazionale. La causa va ricercata nell’impalcatura dei trattati internazionali volti a evitare le doppie imposizioni fiscali, gran parte dei quali ricalca lo schema proposto dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico).
Nelle convenzioni bilaterali stipulate dall’Italia con le singole nazioni estere, la ripartizione della potestà tributaria si fonda su due pilastri concettuali nettamente distinti:
principio della residenza (articolo 18 del modello OCSE). Questo criterio si applica alla generalità delle pensioni del settore privato, ai lavoratori autonomi e ai liberi professionisti. In base a tale norma, le somme erogate dagli enti previdenziali sono imponibili in via esclusiva nello Stato in cui il pensionato stabilisce la propria residenza fiscale effettiva. Di conseguenza, l’INPS accredita l’importo al lordo dell’Irpef e le imposte vengono dovute unicamente secondo le aliquote dell’ordinamento ospitante;
principio dello Stato erogatore o della fonte (articolo 19 del modello OCSE). Questo principio regola espressamente i trattamenti erogati a fronte di servizi resi allo Stato o a un suo ente locale. La norma stabilisce che le retribuzioni e le pensioni corrisposte da una Pubblica Amministrazione rimangono imponibili esclusivamente nello Stato da cui provengono, indipendentemente da dove il beneficiario scelga di dimorare.
La ratio giuridica dell’articolo 19 è di natura storica e legata al concetto di sovranità statale. Poiché la risorsa economica, erogata sotto forma di pensione pubblica, trae origine dalla fiscalità generale del Paese d’origine per remunerare una funzione svolta al servizio della collettività nazionale, lo Stato erogatore intende mantenere il diritto intangibile di applicare le proprie imposte su quelle stesse somme.
L’impatto pratico sulle scelte di trasferimento
L’effetto immediato di questa architettura normativa è una drastica limitazione della libertà di movimento e di ottimizzazione fiscale per i dipendenti pubblici. Un ex lavoratore del settore privato ha la possibilità di valutare un ventaglio ampissimo di destinazioni europee ed extra-europee che offrono regimi agevolati o aliquote sostitutive molto basse sulla pensione lorda.
Al contrario, gli ex appartenenti alla PA che scelgono di trasferire la propria residenza in mete celebri per la loro attrattività fiscale – come il Portogallo, la Grecia, Cipro, la Spagna o l’Albania – continuano a subire la ritenuta Irpef alla fonte da parte dell’INPS, calcolata con le aliquote progressive e le addizionali regionali e comunali italiane.
Il rischio concreto della doppia imposizione
Uno dei problemi operativi più complessi derivanti da questa situazione riguarda la gestione del prelievo fiscale nei Paesi che adottano il principio della tassazione sul reddito mondiale (worldwide income principle). Se uno Stato estero prevede per legge la tassazione di tutti i redditi percepiti dai propri residenti fiscali, inclusi quelli esteri, la pensione dell’ex dipendente pubblico rischia di essere colpita due volte: una prima volta in Italia tramite ritenuta alla fonte e una seconda volta nel Paese di residenza.
Per evitare che la somma dei prelievi eroda drammaticamente l’assegno previdenziale, il contribuente deve avvalersi del meccanismo del credito d’imposta per le imposte pagate all’estero. Questo strumento permette di detrarre dalle imposte dovute nel Paese di residenza l’importo già versato al fisco italiano, ma richiede un contenzioso o una complessa gestione burocratica in sede di dichiarazione dei redditi, senza azzerare l’impatto dell’Irpef originaria.
Le uniche vie d’uscita: Paesi eccezione e cambio di cittadinanza
Sebbene la regola generale segnali un blocco quasi totale dei benefici fiscali, esistono scenari specifici in cui un ex lavoratore statale può effettivamente ottenere la detassazione dell’assegno italiano sulla sua pensione all’estero.
I quattro Paesi in deroga al modello standard
Nel vasto panorama delle convenzioni bilaterali firmate dall’Italia, si registrano rare eccezioni strutturali in cui il testo sottoscritto deroga all’impostazione rigida dell’articolo 19 OCSE. Allo stato attuale, la piena defiscalizzazione in Italia per un ex dipendente pubblico è concessa soltanto qualora ci si trasferisca in uno dei seguenti quattro Paesi:
Tunisia. Rappresenta la destinazione più vicina e storicamente più fruibile per i pensionati pubblici italiani. La convenzione bilaterale consente la tassazione nel Paese africano dove, grazie a un regime fiscale locale particolarmente favorevole, la quota imponibile delle pensioni estere viene fortemente ridotta, traducendosi in un prelievo effettivo minimo;
Australia. La convenzione bilaterale prevede la possibilità di spostare la tassazione nello Stato di approdo, ma richiede il soddisfacimento di stringenti requisiti di residenza e di status di visto;
Cile. Accordo che attribuisce la potestà tributaria allo Stato di residenza, superando il principio della fonte per la componente pubblica;
Senegal. Presenta un’impostazione analoga che consente la tassazione esclusiva nel Paese africano previa dimostrazione dell’effettiva residenza fiscale.
Per tutte le altre destinazioni mondiali non incluse in questo ridottissimo elenco, per gli ex dipendenti pubblici si applica inesorabilmente la trattenuta Irpef italiana.
Il fattore cittadinanza
L’altra clausola di salvaguardia prevista dall’articolo 19 del Modello OCSE per sbloccare la tassazione estera della pensione pubblica è legata al possesso della cittadinanza del Paese ospitante.
La norma stabilisce che, se l’ex dipendente della PA acquisisce la cittadinanza dello Stato in cui ha trasferito la propria residenza fiscale (e in alcuni trattati, se non è più unicamente cittadino italiano), la potestà tributaria passa allo Stato di residenza. Si tratta tuttavia di un percorso lungo, articolato e complesso, che richiede anni di permanenza continuativa all’estero e il rispetto di rigorosi iter burocratici nazionali, rendendo questa opzione impraticabile nel breve periodo per chi si è appena affacciato all’età pensionabile.
Prospettive di riforma e la complessità diplomatica
La profonda disparità di trattamento tra comparto privato e pubblico è da anni al centro delle rivendicazioni delle sigle sindacali e delle associazioni dei pensionati. La richiesta ricorrente è quella di equiparare tutti i lavoratori e garantire pari libertà di scelta nell’espatriare senza subire penalizzazioni fiscali differenziate.
Tuttavia, realizzare questo cambiamento è estremamente complesso. Trattandosi di norme fissate da trattati internazionali bilaterali, l’Italia non può intervenire unilateralmente con una legge nazionale per modificare il regime fiscale dei propri ex dipendenti che risiedono all’estero. Ogni eventuale modifica richiederebbe la riapertura dei canali diplomatici, la rinegoziazione formale di ciascuna convenzione con i singoli Stati esteri e la ratifica da parte dei rispettivi Parlamenti.
Per questa ragione, la materia rimane ancorata agli attuali vincoli internazionali. Chiunque abbia svolto la propria attività lavorativa nel settore pubblico e accarezzi l’idea di fruire della pensione all’estero deve necessariamente valutare con estremo rigore la propria posizione. Prima di effettuare passi definitivi, come l’iscrizione all’AIRE o la disdetta di contratti d’affitto in Italia, risulta indispensabile consultare i testi delle convenzioni bilaterali e rivolgersi a professionisti specializzati in fiscalità internazionale per evitare sgradite e costose sorprese.
A novembre 2026 si rinnova l’appuntamento con l’Assegno di inclusione. E anche in questo mese le date del pagamento dell’Adi sono due.
Il primo pagamento Inps è fissato al 13 novembre per quanto riguarda le nuove domande accolte, maggiorate di eventuali arretrati e in presenza di requisiti confermati. Si passa al pagamento del 27 novembre, invece, per i vecchi fruitori che sono già beneficiari della ricarica ordinaria. Il calendario è stato indicato dall’Inps nel messaggio n. 214 del 22 gennaio 2026.
Come controllare il saldo
Per controllare l’avvenuta erogazione dell’Assegno di inclusione, si può entrare nel portale Inps. L’ingresso è garantito ai possessori di Spid, Cie o Cns.
Un’alternativa è controllare saldo e movimenti della Carta di Inclusione direttamente negli uffici postali o tramite gli sportelli Postamat.
Che fare se l’assegno di inclusione non arriva
Può capitare che, alla data fissata, l’accredito non risulti ancora erogato. Nella maggior parte dei casi non c’è da preoccuparsi: l’erogazione può anche non essere istantanea e può avvenire in diversi momenti della giornata. Ciò si deve all’enorme mole di beneficiari, che può creare dei ritardi nella gestione delle pratiche a causa di tempi tecnici. Il più delle volte basta solo pazientare.
Si ricorda infatti che dalla nascita dell’Assegno di inclusione a gennaio 2024, i nuclei familiari che hanno ricevuto almeno una mensilità dell’Adi sono oltre 1 milione, pari a circa 2,4 milioni di persone in totale.
In caso di ritardo a oltranza, bisogna controllare all’interno della procedura Adi per vedere se la propria richiesta è
accolta;
respinta;
in evidenza;
sospesa per la necessità di un supplemento istruttorio.
In caso di problemi, in generale, basta correggere i dati errati o aggiungere quelli mancanti. Per la corretta gestione delle domande respinte, in evidenza o sospese, si rimanda al messaggio Inps numero 684 del 14 febbraio 2024. Dal sito dell’Inps è inoltre scaricabile un tutorial dettagliato, contenente il messaggio 622 del 9 febbraio 2024 con l’allegato 1 del sopracitato messaggio 684/2024.
In caso non si riesca a risolvere da soli, è sempre possibile rivolgersi a un Caf, a un patronato o al proprio consulente di fiducia.
È anche possibile contattare telefonicamente il Contact center dell’Inps, ai numeri:
803164 (gratuito da telefono fisso);
06164164 da cellulare (può essere a pagamento in base alla tariffa applicata dal proprio gestore).
Si ricorda che per continuare a beneficiare dell’Adi è indispensabile mantenere i requisiti richiesti, compreso un Isee 2026 in corso di validità. Il limite Isee per accedere all’Adi è fissato a 10.140 euro. La mancata presentazione della nuova Dsu (Dichiarazione Sostitutiva Unica) può comportare la sospensione dell’erogazione fino alla messa in regola della propria posizione.
Chi a novembre 2026 riceve una somma inferiore potrebbe semplicemente trovarsi nella fase di rinnovo: si ricorda che la prima mensilità successiva al rinnovo viene corrisposta al 50% dell’importo spettante.
Date del pagamento dell’Assegno di inclusione a novembre
Chiudiamo facendo un micro-recap a beneficio della chiarezza.
Ecco quando viene pagato l’Assegno di inclusione a novembre:
venerdì 13 novembre 2026 c’è l’accredito per le nuove attivazioni dell’Adi, dopo l’accoglimento della domanda e la sottoscrizione del Pad (Patto di Attivazione Digitale) e nell’accredito possono essere riconosciute anche eventuali mensilità arretrate se spettanti;
venerdì 27 novembre 2026 c’è la ricarica per chi ha già ricevuto almeno una mensilità in precedenza e continua a rispettare le condizioni richieste.
Un’azienda annuncia utili record e le sue azioni scendono. Per chi segue i mercati, magari attraverso un fondo o qualche titolo in portafoglio, sembra una contraddizione. Eppure è proprio la distanza tra risultati e aspettative a spiegare quello che accade a Samsung.
Nella mattinata di oggi, 29 ottobre, il titolo del gruppo sudcoreano è arrivato a perdere il 6,2% durante le contrattazioni. Hanno pesato l’assenza di nuovi dettagli immediati sulla remunerazione degli azionisti e prospettive meno ottimistiche rispetto alla concorrente SK Hynix. Il dato fotografa un movimento intraday, non la chiusura della seduta.
Per le Borse europee il caso merita attenzione: dietro i chip asiatici ci sono fornitori, investimenti e aspettative che coinvolgono anche Amsterdam e Piazza Affari.
Perché gli utili record non bastano alla Borsa
Samsung ha chiuso il terzo trimestre con 195.300 miliardi di won di ricavi e 107.400 miliardi di utile operativo. La divisione semiconduttori ha prodotto 106.500 miliardi di utile operativo, concentrando quasi tutto il risultato del gruppo.
Numeri impressionanti, ma il prezzo di un’azione guarda soprattutto avanti. Se gli investitori hanno già comprato aspettandosi risultati eccezionali, quei risultati possono essere in buona parte incorporati nella quotazione.
Immaginiamo, con un esempio puramente illustrativo, una società che aumenta l’utile da 100 a 130. È cresciuta del 30%, ma se il mercato si aspettava 150 può, comunque, deludere. La crescita dell’impresa e il rendimento dell’azione misurano cose diverse.
Dividendi e investimenti: due destinazioni per la stessa liquidità
Samsung ha annunciato un dividendo trimestrale complessivo di 30.000 miliardi di won. La prossima politica di remunerazione, insieme all’ammontare finale delle distribuzioni per il 2026 e ai dettagli esecutivi ancora da definire, sarà finalizzata nel consiglio previsto per fine gennaio 2027.
Per gli investitori conta quanto denaro tornerà nelle loro tasche e quando. Il dividendo è una distribuzione agli azionisti; il buyback consiste nel riacquisto delle proprie azioni da parte della società. Sono strumenti diversi, entrambi rilevanti per valutare come un’impresa utilizzi la liquidità.
Contemporaneamente, Samsung prevede per il 2026 investimenti complessivi di circa 84.400 miliardi di won, dei quali 76.800 miliardi destinati alla divisione semiconduttori. Sono programmi per l’intero anno, non somme tutte già spese.
Quanto capitale serve, quindi, per sostenere la crescita e quanto può essere restituito senza indebolirla? Investire prepara i ricavi futuri, ma richiede liquidità oggi e comporta il rischio che la domanda non segua le attese.
ASML, il collegamento concreto con l’Europa
Il passaggio dalla Corea all’Europa è particolarmente chiaro per ASML, il gruppo olandese che fornisce sistemi per produrre semiconduttori.
L’8 settembre Samsung e ASML hanno annunciato un ampliamento della collaborazione. Il progetto comprende l’impiego della tecnologia litografica High NA EUV nella produzione futura di memorie DRAM, con introduzione pianificata entro il 2028.
Se i produttori costruiscono o aggiornano gli impianti, possono alimentare gli ordini dei fornitori di macchinari.
Questo spiega perché un calo di Samsung non determini automaticamente un peggioramento delle prospettive di ASML. Una società può deludere sul denaro distribuito agli azionisti e continuare a investire nella produzione. Per valutare il fornitore, occorre capire quanto di quella spesa si tradurrà effettivamente in ordini e ricavi.
STMicroelectronics, che cosa osservare a Piazza Affari
Per STMicroelectronics occorre una lettura distinta. Nei risultati del secondo trimestre, il gruppo aveva indicato una crescita della domanda e alzato l’obiettivo dei ricavi da datacenter oltre un miliardo di dollari per il 2026. Si tratta di indicazioni precedenti, da confrontare con il nuovo aggiornamento societario.
Il calendario rende il confronto particolarmente attuale: ST ha fissato proprio per oggi la pubblicazione dei risultati trimestrali. I suoi conti e le sue previsioni sono, dunque, essenziali per interpretare il titolo, senza attribuire ogni movimento alle notizie coreane.
Società
Il punto da seguire
Samsung
Equilibrio tra risultati, investimenti e remunerazione degli azionisti
ASML
Traduzione dei programmi industriali dei clienti in ordini
STMicroelectronics
Risultati propri, margini e aggiornamento delle prospettive
Questi collegamenti aiutano a leggere la seduta europea, ma non dimostrano che un eventuale movimento a Milano o Amsterdam sia provocato da Samsung: vanno considerate anche le notizie delle singole società e il quadro generale dei mercati.
Il messaggio per chi investe
La notizia coreana offre una chiave per leggere anche le nostre Borse: non basta chiedersi se un’azienda guadagna, bisogna capire quanto il mercato si aspettasse che guadagnasse.
Per chi possiede titoli o fondi tecnologici, distinguere produttori di memorie, fornitori di macchinari e altri semiconduttori aiuta a comprendere esposizioni differenti. La stessa corsa all’intelligenza artificiale può generare opportunità industriali e pressioni finanziarie diverse, anche all’interno del medesimo portafoglio.