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Una giornata particolare per una fragilità che unisce alla Festa del Cinema di Roma

Immaginiamo la giornata particolare di una casalinga, Antonietta (Sophia Loren), madre di sei figli che, nella miseria della casa di un comprensorio popolare, prepara di prima mattina la colazione per la famiglia e stira gli abiti per la parata del 6 maggio del 1938, giorno della visita di Adolf Hitler a Roma. Moglie di un usciere fascista burbero e prepotente, prigioniera di stereotipi, è chiusa dal “destino” in una gabbia di solitudine estranea ad ogni aspirazione. Non partecipa all’atteso evento. Ma è un merlo a indicarle la strada per la libertà, fuggendo dalla gabbietta da lei distrattamente lasciata aperta mentre si prende cura anche di lui. Dalla necessità di riprendere l’uccello sul davanzale dell’appartamento di fronte, nasce, infatti, l’incontro con l’inquilino Gabriele (Marcello Mastroianni), uomo gentile e sensibile, conduttore radiofonico in attesa di andare al confino perché omosessuale. Sullo sfondo dell’immediata sintonia che irrompe tra i protagonisti, la roboante radiocronaca dell’intesa tra Hitler e Mussolini.

Parte dal film Una giornata particolare del 1977 di Ettore Scola, ambientato a Palazzo Federici, complesso residenziale di 650 appartamenti degli anni Trenta, il dibattito organizzato dal Censis il 22 ottobre scorso, dal titolo Leggere, interpretare e raccontare la società italiana, presso l’Accademia nazionale di San Luca, nell’ambito della ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Obiettivo, una riflessione congiunta di ricerca sociale, giornalismo, cinema e architettura per interpretare l’attuale periodo attraverso una pellicola che ha saputo fissare una drammatica memoria storica. Nella sede quattrocentesca della fondazione dell’accademia di belle arti, Giorgio De Rita, Segretario generale Censis, Aldo Cazzullo, giornalista, saggista e conduttore televisivo, e Francesca Serafini, sceneggiatrice e scrittrice, accompagnano la proiezione spiegando l’importanza di raccontare la storia di tutti, con il dovere di guardare la realtà anche con gli occhi degli altri, per condividere valori.

Un dialogo tra passato e futuro per decifrare la complessità del presente, in un periodo storico di incertezza di prospettive politiche e instabilità sociale, nel quale sembra essersi perso il senso della memoria. Individualismo, narcisismo e abbandono di luoghi di aggregazione, compiacimento dell’ignoranza e uso di linguaggi inaccessibili, sono la triste fotografia di un paese che, oggi, sembra dimenticare la propria storia. La sfida è creare spazi condivisi per un ’”Io” che diventi “Noi”, con l’orgoglio di essere italiani. Nelle radici della nostra identità, è la speranza per il futuro, evidenzia Aldo Cazzullo che, con il programma di successo “Una giornata particolare”, racconta la storia dell’Italia. Bellezza, arte e cultura, figure artistiche e storiche chiedono una responsabilità storica per un patrimonio unico al mondo.

“Piangere si può fare anche da soli, ma ridere bisogna farlo in due”, recita il personaggio Gabriele. In una società di individui smarriti e disorientati dalla mancanza di riferimenti, in un’iperconnessione digitale che genera maggiore isolamento amplificando rancori e violenze e che crea sempre nuove solitudini e diversità, i sentimenti sono in grado di accogliere e offrire risposte? “Una giornata particolare” non è una romantica storia d’amore, è la magia di due anime che si riconoscono in una fragilità che diventa forza, unisce, trasforma l’emarginazione in ascolto reciproco e umanità senza tempo. Per entrambi i protagonisti, lei emarginata in quanto donna che vive nel culto del duce, lui discriminato dal regime in quanto omosessuale, è “solo” una giornata ma è di quelle che cambiano la vita. In grado di risvegliare la coscienza e comprendere che non esiste una normalità accettabile, se imposta. Nella quotidianità inaridita da modelli e stereotipi, dalla dimensione più intima nasce la bellezza di un inatteso sentimento.

L’opera cinematografica del 1977 che, grazie a un lavoro di restauro, continua a rappresentare una pietra miliare di risonanza internazionale e, con i filmati d’epoca, un mirabile ritratto dell’Italia fascista, è, dunque, un invito a riflettere sulla Storia, sui sentimenti, sulle discriminazioni, sull’identità. Rappresentazione, come per numerosi ritratti femminili della Festa del Cinema di Roma 2026, anche del tormentato percorso della condizione femminile e, al contempo, di un modello maschile in crisi. Lo scatto di Sergio Strizzi di Monica Vitti sul set de “L’eclisse” del regista Antonioni, scelta come immagine per il festival, evoca alienazione individuale e crisi di sentimenti, ma non scomparsa definitiva della luce, lasciando al temporaneo oscuramento uno spazio di speranza.

Quale sarà la nostra “giornata particolare” tenera e potente, leggera e profonda, per un orizzonte di futuro? Ogni giorno è “una giornata particolare” che ci pone di fronte a scelte di indifferenza o, invece, di autenticità e vicinanza, guardando a un possibile cambiamento con il cuore aperto. Nelle relazioni, in famiglia, nelle comunità e, soprattutto, con noi stessi, lontani da inutile retorica e alla ricerca di emozioni e valori, sogni e desideri. Nella speranza che, alla fine della “giornata”, non ritorni tutto come prima, come nel film di Scola, lasciando un senso di profonda malinconia e rassegnazione. Senza futuro.

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Dietro le nuove proteste, tra mobilitazione digitale e guerra cognitiva. La lettura di Lombardi

Le piazze non si accendono più soltanto attraverso le parole d’ordine ideologiche. Si preparano nelle chat, si coordinano sulle piattaforme digitali, si spostano da un’applicazione all’altra per sottrarsi ai controlli. E quando le indicazioni circolano all’ultimo momento, la prevenzione diventa una partita più complessa. La nascita del movimento “17 ottobre”, le manifestazioni, le città blindate, le allerte delle ambasciate e le analogie con quanto accade in Francia riportano al centro una questione che va oltre la gestione dell’ordine pubblico: la capacità delle democrazie europee di riconoscere e anticipare le nuove forme del conflitto.

Marco Lombardi, sociologo e docente all’Università Cattolica di Milano, studia da anni sicurezza, radicalizzazione, terrorismo e comunicazione del rischio. La sua chiave di lettura parte da un elemento preciso: la trasformazione organizzativa della protesta, resa possibile dagli strumenti digitali e inserita in un contesto internazionale segnato da tensioni crescenti. “Il vero target di questa guerra è l’opinione pubblica”, avverte. Una guerra cognitiva nella quale la violenza di piazza può diventare uno strumento di destabilizzazione, senza che questo autorizzi a ricondurre automaticamente ogni manifestazione a una regia occulta.

Professore, partiamo dal movimento “17 ottobre” e dalle mobilitazioni di questi giorni. La scelta di comunicare i punti di ritrovo all’ultimo momento e il ricorso a Telegram e ad altre piattaforme indicano una trasformazione delle forme di protesta?

Sì, è stato fatto un salto organizzativo. Il movimento “17 ottobre” nasce con un obiettivo organizzativo, prima ancora che ideologico. I social servono anche a condividere l’ideologia, ma qui la dimensione organizzativa è ormai evidente. Questa mattina la chat su Telegram contava 2.627 iscritti. C’era una struttura articolata: una chat generale nella quale gli amministratori fornivano indicazioni, uno spazio di discussione e poi stanze dedicate alle singole città, da Roma a Bologna, passando per Milano e Padova. Circolavano regole comuni e informazioni di sicurezza. Non siamo più soltanto davanti alla diffusione di messaggi propagandistici, ma a un sistema che coordina concretamente le persone.

Che cosa cambia per le forze dell’ordine?

Cambia molto. Quando il fenomeno è prevalentemente ideologico, le istituzioni hanno più tempo per attivare strategie di monitoraggio, prevenzione e contrasto. Quando invece la mobilitazione si struttura attraverso canali operativi, bisogna intervenire con strumenti diversi. Il passaggio da Telegram a piattaforme come Session e Signal, fino all’utilizzo di codici QR o di indicazioni comunicate direttamente sul posto, segnala una capacità organizzativa più elevata. Una delle ipotesi tecniche è il jamming, cioè l’interferenza sulle comunicazioni, ma per lo Stato è una strada complessa, anche sul piano normativo e delle conseguenze operative. Il punto è che non basta più presidiare la piazza: bisogna comprendere come e quando quella piazza viene costruita.

Tra Italia e Francia si osservano modalità di mobilitazione e tensioni che presentano analogie. Siamo davanti a una nuova fase del conflitto sociale europeo?

Siamo davanti a un’evoluzione delle esigenze di ordine pubblico, perché sta cambiando lo scenario. Per anni le forze dell’ordine hanno seguito un modello nel quale si cercava di evitare lo scontro violento anche accettando, in alcuni casi, che beni pubblici e privati subissero danni. Ma oggi dobbiamo considerare anche la tutela dei cittadini e la necessità di adeguare progressivamente le modalità operative sul campo. Le analogie tra Italia e Francia sono evidenti. Esiste inoltre un comportamento imitativo che attraversa le ideologie: quando una modalità operativa si dimostra efficace, viene osservata e replicata. È un meccanismo che abbiamo conosciuto anche in altri contesti, dal terrorismo in poi. Dietro l’imitazione, però, può esserci una riflessione più profonda sulle vulnerabilità dei sistemi sociali.

Quanto pesa il disagio giovanile e quanto, invece, la capacità di soggetti organizzati di sfruttarlo?

Le violenze giovanili esplodono in un contesto generale e globale di conflitto. Il disagio esiste, ma dobbiamo domandarci se qualcuno abbia individuato proprio questo momento di vulnerabilità per utilizzarlo. L’Europa rischia di diventare la pancia molle di queste tensioni, un terreno nel quale le fragilità interne possono essere sfruttate per alimentare ulteriori conflitti. È un quadro che considero in peggioramento e sul quale occorre intervenire con urgenza. Questo non significa affermare che dietro ogni episodio ci sia necessariamente una regia unica. Significa riconoscere che le vulnerabilità possono essere individuate e sfruttate da attori diversi, con obiettivi differenti.

Esiste il rischio che qualcuno punti deliberatamente a provocare uno scontro con conseguenze drammatiche?

Se ci fosse un attore esterno interessato a destabilizzare il sistema, l’eventualità di una vittima potrebbe rappresentare, dal suo punto di vista, un elemento capace di far precipitare il conflitto sociale. Sarebbe uno scenario di massima criticità, perché un episodio del genere potrebbe innescare una spirale di contrapposizioni. Ma bisogna distinguere le ipotesi dagli elementi verificati. Quello che possiamo dire è che il rischio di escalation va preso sul serio e che la prevenzione deve partire prima che le persone si radunino.

Questo significa intervenire direttamente sui social network?

Significa affrontare la dimensione digitale della mobilitazione. Se l’organizzazione passa attraverso le piattaforme, le istituzioni devono essere in grado di comprenderne le dinamiche e di intervenire preventivamente, nel rispetto delle regole. Aspettare che tutto si trasferisca fisicamente nelle strade significa arrivare quando una parte del processo è già compiuta. Occorre lavorare prima della piazza, senza confondere il dissenso politico, che è legittimo, con la pianificazione della violenza.

L’ambasciata americana ha invitato i propri cittadini a evitare alcune aree delle manifestazioni. È soltanto una misura precauzionale o racconta un cambiamento nella percezione del rischio europeo?

Non è una novità assoluta: negli ultimi dieci anni abbiamo visto comunicazioni analoghe, anche con inviti a evitare determinate zone urbane. Ma è indubbio che esista una crescente attenzione americana verso i rischi che attraversano l’Europa. Non escluderei che questo rifletta anche una valutazione più generale del contesto internazionale. Dobbiamo ricordare che, in una guerra cognitiva, il vero obiettivo è l’opinione pubblica. Le percezioni di insicurezza, la polarizzazione e la sfiducia nelle istituzioni possono produrre effetti profondi anche senza uno scontro militare diretto.

Quale ruolo possono avere le manifestazioni nello scenario di guerra cognitiva che ha descritto?

Il contesto è quello in cui il bersaglio non è soltanto il territorio, ma il modo in cui le persone interpretano ciò che accade. La capacità di alimentare paura, divisioni e conflitti interni diventa parte della dinamica strategica. In questo quadro, anche le manifestazioni possono essere sfruttate per amplificare le fratture sociali, indipendentemente dalle intenzioni originarie di chi vi partecipa. Non dobbiamo però cadere nell’errore opposto: attribuire automaticamente ogni protesta a una guerra cognitiva o a un disegno esterno.

Il rischio, allora, è normalizzare la violenza come una componente inevitabile del conflitto politico?

È proprio ciò che dobbiamo evitare. Non dobbiamo normalizzare la guerra, in nessuna delle sue forme, né considerare inevitabili le conseguenze della violenza. In un contesto nel quale gli attori possono essere alleati sul piano tattico senza essere necessariamente amici, la capacità di leggere gli interessi in gioco diventa fondamentale. Ma il punto conclusivo resta un altro: la violenza non ha giustificazione. E la difesa delle istituzioni democratiche passa anche dalla capacità di impedire che le tensioni sociali vengano trasformate in strumenti di destabilizzazione.

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Phisikk du role – Lo Stabilicum cade alla Consulta. Fantapolitica di un proporzionale ritrovato

A meno di non mettere in catalogo Grisham, Connelly, o i grandi classici come Orwell, Ray Bradbury e Aldous Huxley, che di politica pure parlavano denunciando dittature presenti camuffate da futuro o presagendo controlli delle masse attraverso i media allora conosciuti, non c’è una grande tradizione di fiction del possibile ma non vero, che abbia al centro la politica. Qualcosa è circolata anche in Italia, ma insomma, nulla di memorabile. Allora proviamo un po’ noi, senza manifestare inopportune posture di autopromozione (molto in voga, tuttavia, nel tempo corrente), ma solo per gioco. Allora proviamo.

La legge elettorale nota come “Stabilicum” giunge al vaglio della Corte Costituzionale e i giudici, dopo un complicato dibattito che, oltre ad analizzare minutamente ogni capoverso della legge, ha valutato attentamente i precedenti, in particolare la sentenza del 2014 che abbatté il Porcellum, hanno reso noto il loro verdetto. È una sentenza articolata che poi sarà meglio interpretabile quando verranno rese note le motivazioni, ed è, come consuetudine, autoapplicativa, nel senso che consente l’immediato impiego della legge modificata secondo le indicazioni scaturite dalla sentenza.

La “ciccia” è questa: saltano i listoni bloccati di 70 nomi alla Camera e 36 al Senato e, di conseguenza, non essendo più assegnabile il premio di maggioranza, le elezioni avverranno su base esclusivamente proporzionalistica. Insomma: tanti voti ogni lista prende, tanti rappresentanti le vengono attribuiti, non uno in più né uno in meno. Nello stringato commento dell’ufficio stampa si è fatto cenno alla sentenza n.1 del 2014 con cui si dichiaravano parzialmente illegittime le liste bloccate “lunghe” perché si privava il corpo elettorale del potere di scegliere i propri rappresentanti. Un effetto collaterale importante è la perdita di senso dell’indicazione del candidato premier: la spinta coalizionale si giustifica proprio in ragione del premio. Non che l’averla messa in una legge ne avrebbe attribuito un valore superiore a quello che è già scolpito in Costituzione e cioè il potere del Capo dello Stato di conferire l’incarico di primo ministro, ma è evidente che se non c’è più il premio si depotenzia il senso dello stare insieme.

È una bella botta per il governo, anche se, a ben vedere lo stesso effetto si sarebbe verificato “naturalmente” se nessuna coalizione avesse raggiunto il 42%, ipotesi più che probabile viste le difficoltà di entrambe le alleanze a raggiungere quel traguardo.

Il primo ad esternare è stato il leader dei 5 Stelle che ha detto, con una formula un po’ criptica: “Il Movimento si sentirà così ancora più vicino ai suoi elettori, senza dover subire le alleanze con entità politiche poco compatibili”; per il resto non è sembrato che a sinistra ci fosse un gran dolore, forse perché così ogni pezzo del Campo Largo potrà cercare i suoi voti senza dover fare cedimenti o mediazioni.

A destra è stato come quando a “nascondino” l’ultimo dice “tana libera tutti”: ognuno ha cominciato a correre per cercare il suo elettore. La Lega si è ristrutturata in chiave paleoleghista ripescando le parole d’ordine del senatur sulla “Padania Uber alles”. I forzitalioti, divisi tra il riformismo laicista della signora Berlusconi e il lealismo filogovernativo dei ministri e i FdI provano la postura del partito pigliatutto guardando a modelli della Prima Repubblica. Rischia di rimanere con armi spuntate Vannacci, che aveva costruito la sua prima proposta in chiave antagonista nei confronti di tutti, compresi i suoi camerati.

Si parla di una reunion dei centristi. Ma questo è un romanzo a parte del genere fantascienza.

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Parigi schiva il downgrade. Moody’s grazia Lecornu

E pensare che il mercato era già pronto. Ma no, non è ancora l’ora del panico a Parigi. La Francia in piena tempesta finanziaria, sufficientemente contagiosa e con le città trasformate in campo di battaglia, evita per ora un nuovo downgrade, ma resta sotto stretta osservazione. Moody’s, infatti, ha confermato il rating sovrano Aa3, mantenendo però l’outlook negativo, in una fase in cui la pressione dei mercati sui titoli di Stato francesi, lo scorso giovedì lo spread tra gli Oat francesi e i bund tedeschi si è portato a 170 punti base, resta elevata. La decisione offre un sollievo al governo, ma non cancella i dubbi sulla traiettoria dei conti pubblici e sulla capacità politica di approvare una manovra in grado di ridurre il deficit.

Moody’s, più nel dettaglio, ha concluso la propria revisione periodica lasciando invariato il giudizio sulla Francia ad Aa3, livello che mantiene da ottobre 2025 un outlook negativo. Il mancato downgrade evita per il momento un allineamento con S&P e Fitch, che avevano già ridotto il proprio giudizio sul credito francese. Il ministero delle Finanze francese ha accolto positivamente la decisione, sostenendo che la conferma del rating rifletta la credibilità della legge di bilancio 2027 presentata dal governo. Moody’s, tuttavia, ha chiarito che il giudizio attuale presuppone l’approvazione di una manovra capace di ridurre il deficit e un progressivo allentamento sia dei costi di finanziamento sia delle tensioni sociali. E lo stesso primo ministro, Sebastien Lecornu, chiamato a una manovra lacrime e sangue per salvare i conti, ha subito espresso soddisfazione sulla piattaforma X per una decisione che “smentisce le previsioni di declino” di “coloro che speculano sul debito francese”.

Il punto centrale è però  proprio l’outlook negativo. Moody’s considera infatti ancora elevata l’incertezza sulla capacità della Francia di superare la frammentazione parlamentare e riportare i conti su un percorso più sostenibile. Il governo punta a ridurre il deficit al 5% del Pil nel 2027, dal 5,4% previsto per quest’anno, ma il percorso parlamentare si è già complicato. Anche la Commissione europea continua a indicare una traiettoria difficile: nelle previsioni di primavera vede il deficit francese al 5,1% del Pil nel 2026 e al 5,7% nel 2027 a politiche invariate, con il debito pubblico destinato a salire dal 115,6% del Pil del 2025 al 120,2% nel 2027.

Tuttavia, come ha fatto notare l’economista della Bocconi, Daniel Gros, da queste colonne, “la Francia non è la Grecia. E comunque, l’economia di Parigi non è poi messa così male. Anzi, le dico di più, cresce più di quella tedesca, se in Europa c’è una grande malata, quella è la Germania. La Francia, ed è questo il problema più della crescita, ha un sistema politico paralizzata ed è per questo che i conti pubblici sono sfuggiti di mano. Parigi viene da quindici anni di politiche keynesiane, l’austerità l’avrebbe dovuta fare quando le cose andavano meglio di adesso”.

 

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Dal disagio al ribellismo, cosa agita le democrazie europee secondo il prof. Corbino

La fiammata di ribellismo che sta mettendo a soqquadro mezza Europa ha ragioni certamente diverse, complesse e in parte anche radicate. Non sono riducibili a un’unica causa. Ma sarebbe pericoloso sottovalutare il sostegno implicito che ciascuna riceve dalle altre o immaginare che si possa uscire in breve dalla crisi.

Si sommano disagio non affrontato, rancore per la discriminazione sociale che immigrati (di seconda e terza generazione) ritengono di subire, solidarietà istintiva (sostenuta da ragioni anche religiose) verso cause (la palestinese) sentite come prossime e considerate trascurate dai governi occidentali, ragioni specifiche contingenti ma pressanti, ora generiche e diffuse (come carovita e difficoltà economiche esasperate dalla crisi energetica), ora legate a condizioni più particolari (situazioni scolastiche vissute come penalizzanti) o dimenticate (questione-casa).

Alle quali tutte si aggiunge una ragione di bassa cucina politica. Il favore verso tutte le proteste – ancorché condannandone le violenze cui danno immancabilmente occasione – di coloro che intravedono la possibilità (molto concreta) che le nostre principali democrazie si ritrovino sotto governi “contro-corrente” (negli orientamenti di fondo) rispetto a quelli degli ultimi decenni. In Francia e Spagna si annunciano svolte elettorali non proprio banali. Altrove (come in Italia) si sono già avviate e se ne teme perciò il consolidamento.

In altri Paesi (Germania) non possono dirsi sicure, ma certamente non possono escludersi. In altri ancora (di minor peso politico generale) è accaduto (o sta accadendo) lo stesso.

Il tutto in un mondo sconvolto nei suoi tradizionali equilibri geo-politici, agitato da guerre tradizionali e ibride (delle quali anche queste proteste sono, in parte, un momento) e sollecitato da ambizioni (interne ed esterne all’Occidente) delle quali è difficile arginare gli straripamenti consentiti da tecnologie sempre più nel controllo di pochi.

Non credo che alcuno possa seriamente avere facili ricette salvifiche. Ma è certo anche che non potrà esserne ricercata alcuna (con l’approfondita riflessione che la situazione esige e con i conseguenti necessari tempi) senza muovere da due cose: il ripristino dell’importanza delle “forme” (che sole possono esserne il canale) e una ritrovata coscienza che le nostre società vanno giudicate “anche” per il (molto) di benessere e di progresso che hanno assicurato (e continuano ad assicurare).

Meriterebbero una difesa ferma e determinata. Non solo da chi le governa, ma anche da chi vi aspira. Sono il nostro vero “bene comune”.

Le nostre “democrazie” sono caratterizzate in tanto (sottolineo, in tanto) da squilibri e da malessere. Ma è grazie ad esse che il nostro mondo contemporaneo è incomparabilmente migliore di quello di ogni tempo precedente. Per i diritti di cui godiamo, per il contrasto che garantisce alle malattie e alla povertà (sì, alla povertà: quella che per noi è “assoluta”, altrove è ancora spesso un traguardo lontano). Prima di lasciarle “liquidare” dalle delusioni maturate (vere e non immaginarie) dovremmo provare a domandarci da dove viene il disagio che oggi dilaga. Scopriremo che viene da errori (com’è umano e come sempre è accaduto).

Ai quali non si rimedia negandoli o condannandoli. Ma sforzandosi di comprenderne le cause e di riorientare la realtà. E soprattutto accettandone costi e tempi.

Il dato di fondo su cui riflettere è “culturale”.

Da decenni, si è abbassata dovunque la soglia della tolleranza e della disponibilità ad accettare le “difficoltà” che ogni presente in rapida trasformazione comporta. Soprattutto quando, come nelle democrazie, esso sconvolge equilibri che interessano le contrastanti aspirazioni di milioni e milioni di attori, esposti a epocali, rapidi e universali cambiamenti.

Ne è nato un problema “politico” che, nell’Europa continentale, è stato reso più acuto da una pratica “democratica” che non vive (come nel mondo anglo-sassone, che non è comunque al riparo dalla questione) di assetti fatti di antica abitudine alle alternanze. Le nostre culture sono più frammentate e gli assetti delle nostre democrazie (anche nella semipresidenziale Francia, dove la cosa ha funzionato abbastanza però solo con De Gaulle, segno che il carisma non si inventa) sono stati disegnati in funzione di una complessità del “decidere” che ha sempre imposto stagioni politiche durevoli, concluse, non raramente, da svolte vissute come liberatorie (vedi quel che è accaduto da noi con Tangentopoli). Un costume dal quale siamo tuttora segnati.

Le elezioni sono divenute contendibili, ma continuano ad essere (rispettivamente) temute e vissute come foriere di “terremoti” da scongiurare/favorire. Il problema non sono, evidentemente, “solo” le forme. Benché esse vi concorrano certamente.

Forme “disegnate” per un tempo di decisioni conseguibili “lentamente” non possono funzionare allo stesso modo in un uno che ne reclama di “tempestive”. Ma è solo una semplificazione frettolosa (e infatti inefficace) delegarle per questo a un “leader”. Andrebbero piuttosto attentamente ripensate.

A dispetto di una vulgata di comodo, le nostre democrazie sono state fattualmente “liberali”. Aperte a una continua sperimentazione di “possibilità”, come suggerite dai contesti (mai immobili). Per un lungo tempo, nel quadro di assetti “politici” molto stabilizzati (come è stato nell’Italia della cd Prima Repubblica). Da alcuni decenni (per via del maggioritario e del cambiato quadro internazionale), di altri meno consolidati (e tuttavia non meno esposti).

Né i primi, né i secondi hanno mai impedito (se anche faticosamente) di correggere le devianze (e le concentrazioni di interesse) che “ogni” consolidamento di potere porta con sé. Le nostre democrazie non sono state immobili. Solo un cieco può non vedere (per restare a noi) cosa era la società italiana (in termini di pluralismo culturale, uguaglianza dei diritti, protezionale sociale) cinquant’anni addietro e cosa è oggi.

Perché allora tanto ribellismo?

Pesa – a mio sommesso modo di vedere – una visione della socialità che ha cessato (da decenni appunto) di essere vissuta come partecipe e “collaborativa”.

La condizione che subiamo è conseguenza di molte accelerazioni. Alcune ineludibili e incontrollabili (le straordinarie possibilità aperte dalle tecnologie). Altre dovute invece alla perduta coscienza che la storia sociale non cammina al ritmo di quella materiale. Ha bisogno di una “coesione” che si rinnovi continuamente. Si costruisce nell’esperienza. Nasce dal radicarsi di convinzioni “maturate” in questa e non “progettate” per guidarla.

Quando rimpiangiamo gli “statisti” degli anni Cinquanta e Sessanta, dovremmo ricordarci che essi poterono esserlo (come certamente furono) non solo per le loro qualità personali, ma anche per il contesto sociale che consentì loro di esserlo.

Tutti consideravano allora la “moderazione” politica, più che una virtù, una necessità. La condizione di ogni sviluppo “sostenibile”. Faceva comprendere (e accettare) che i nostri figli (non noi) avrebbero potuto avere di più. Avere abbandonato questo costume ha generato ciò che è sotto i nostri occhi. Ne è venuta presto una formazione (e una conseguente cultura) che da “umanistica” (critica, e perciò moderante) si è fatta “scientifica” (pretensiva).

La libertà è una condizione difficile. Resiste finché coniugata con il “limite”.

Superato (con la ricostruzione) il trauma della guerra, è stato tutto un fiorire di movimenti sempre più determinati ad ottenere che i loro obbiettivi divenissero “la” priorità. Il progresso ne è stata la “bandiera”, ma l’arroganza (troppo spesso) la loro ordinaria “voce”.

Le nostre società si sono spaccate. Da un lato, le tante “minoranze” attive. Dall’altro, una larga maggioranza di tiepidi o indifferenti. Le prime tumultuanti. La seconda in parte asserragliata nelle cittadelle della conservazione (talora anche al limite dell’ottusità), in parte (la prevalente) ritratta in un privato sempre più estremo (vedi l’esponenziale rapida crescita dell’astensionismo politico).

Da regime della “composizione” mediante, la democrazia ha cominciato ad essere percepita come quello della “prevalenza” prevaricatrice. Gradito alle minoranze rumorose, sospettato dalle maggioranze silenti, stordite dal clamore delle prime.

L’effetto? Lo spazio che sta conquistando chi invita non a contenere (come “non può non” essere) la “libertà”, ma a contenerla nel massimo (come “non deve” essere). Così demolendo la cultura “liberale”. E spingendo, allo stesso tempo, le maggioranze disorientate a farsi strumento delle torsioni autoritarie che affiorano nelle nostre democrazie.

È a queste derive che si dovrebbe reagire uniti.

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Uccidere per turismo. Ciccotti legge “I cecchini del weekend”

Quel 30 marzo del 1995, un forte e freddo vento corre “tra le case in cerca di qualcosa da portare via”. Siamo a Milano e, all’edicola di Porta Venezia, lo scrittore e giornalista Ezio Gavazzeni acquista una copia del Corriere della Sera. Un titolo in taglio basso attira la sua attenzione. “Vacanze in Bosnia tiro all’uomo compreso”. Il pezzo è firmato dall’attento Venanzio Postiglione, quindi credibile.

Gavazzeni, da antico e curioso cronista, non ci dorme sopra. Inizia la sua ricerca sul caso dei “turisti” europei, tra cui diversi italiani, i quali, durante l’assedio di Sarajevo (1992-1996), a opera delle truppe serbo-bosniache, pagavano per andare sulle colline, quinte naturali della capitale bosniaca, a caccia di inermi cittadini. Persone, che nei momenti di relativa tranquillità, tra un cannoneggiamento e l’altro, negli interstizi dei colpi dei cecchini, si affrettavano sui marciapiedi lungo i lati del piccolo fiume Miljacka (l’affluente della Bosna che divide la città in due), nella piazza Fra Grga Martic (quella davanti alla cattedrale cattolica), o negli slarghi del quartiere musulmano, per rimediare la parca spesa quotidiana, per correre a trovare una nonna malata, bloccata in casa, o per una visita dal dottore. Tali “vacanze” in Bosnia andavano dal venerdì alla domenica, da cui il titolo del volume “I cecchini del weekend. L’inchiesta sui safari umani a Sarajevo” (PaperFirst, 2026, pp. 280).

Altro input per l’inchiesta di Gavazzeni è un fascicolo aperto dal Tribunale dei Popoli di Trento, tra le cui carte vi è un articolo del quotidiano di Sarajevo, l’ “Oslobođenje”, del 1° aprile 1995. Qui si riferisce dell’offerta di cecchinaggio ai danni di passanti adulti in Sarajevo, avanzata da un ufficiale serbo a un “turista” italiano, dal quale si sente rispondere, “preferisco sparare ai bambini” (p. 34).

Una successiva traccia, incontrata “casualmente su Google”, è il film documentario “Sarajevo Safari”, uscito nel 2022, dello sloveno Miran Zupanič. Gavazzeni contatta il regista per sincerarsi sulla verità di quella che si configurerebbe come una probabile storia nazista fuori tempo. Miran conferma come durante la guerra ricchi occidentali si trasformavano in cecchini del week-end, con scarponi da montagna e mimetiche. Gavazzeni, unendo il materiale raccolto dal 1995 al 2022, cui aggiunge la corrispondenza con Zupanič, oltre al suo film, presenta una formale denuncia presso la Procura di Milano in merito “a degli italiani che hanno pagato per andare a sparare a civili a Sarajevo tra il 1992 e il 1995” (p. 39).

Come era strutturato il “viaggio” e come avveniva la “caccia”? Gavazzeni decide quindi rifare il percorso praticato anni prima dai “turisti-cecchini”, cercando ulteriori testimoni. Sono passate, intanto, alcune settimane dalla sua “scoperta”: siamo nel dicembre 2025. Egli parte da Milano verso Trieste, lo accompagna il giudice Guido Salvini. Incontreranno dei testimoni. Alcuni parleranno, altri balbetteranno di non ricordare, altri taceranno omertosamente.

Scioccante la testimonianza del “Legionario”, di Trieste, cui si deve il resoconto dell’itinerario seguito dai turisti-cecchini. Questi venivano accompagnati da una guida attraverso la Slovenia, Croazia sino in Bosnia. Ricorda un gruppo, per esempio, che ufficialmente godeva di un viaggio-premio elargito da una casa farmaceutica, attiva nel donare/vendere medicinali nelle zone di guerra. I componenti del gruppo, ben accolti da militari-guida, in quanto rappresentanti di aziende con fini etici, erano guidati attraverso frontiere e posti di blocco militari. Al gruppo venivano poi fornite delle armi, lungo il viaggio, ufficialmente per “difesa”. Quelle persone andavano, in realtà, a cecchinare, senza pietà, su inermi cittadini, dalle colline di Sarajevo.

Sulla provenienza dei cecchini del week-end, o della settimana, c’è ancora molto da scavare. Una informazione da me raccolta a Sarajevo, nell’estate scorsa, mi confermava la provenienza di questi turisti del delitto gratuito da altri Paesi, appartenenti a diversi ceti sociali. Mi ha colpito la presenza, tra di loro, di un pacifico maestro di scuola elementare, proveniente dai Balcani.

Nel capitolo firmato dalla criminologa Marina Radice, tra le diverse analisi, ci si sofferma sul piacere generato dal “tuffo adrenalitico” (p. 248) generato dall’uccidere “persone sconosciute, soprattutto bambini”. Come anche interessante è l’osservazione psicologica sulla cancellazione del senso di colpa: l’azione criminosa è subito categorizzata mentalmente come un gioco.

L’ inedito libro-denuncia di Ezio Gavazzeni, una doccia fredda sul lettore, è un tassello sconosciuto di “cronaca di guerra”, di cui gli storici dovrebbero tener conto.

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La stagione delle piogge politiche comincia dal Brasile. L’analisi dell’amb. Castellaneta

Dal Brasile comincia una nuova stagione delle piogge politiche: una sequenza di elezioni destinate potenzialmente a ridisegnare gli equilibri internazionali. Domenica 25 ottobre i brasiliani sceglieranno tra il presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva e il senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair (attualmente agli arresti domiciliari). Seguiranno le elezioni in Israele, le mid-term americane a inizio novembre e poi il ciclo europeo cominciando dalla Spagna a fine novembre. Nell’ottobre 2027 tornerà alle urne anche l’Argentina. Non sono appuntamenti separati: in un sistema globale quanto mai frammentato, ogni voto sposta alleanze, mercati e margini diplomatici. Insomma, tra un anno potremmo trovarci un mondo con il volto radicalmente diverso

Il ballottaggio è quanto mai incerto. Flávio Bolsonaro ha chiuso il primo turno al 47%, precedendo Lula, fermo al 45. Ma il vantaggio si è assottigliato: l’ultima rilevazione Datafolha assegna a entrambi il 50% dei voti validi, mentre altri istituti mantengono Bolsonaro avanti di uno o due punti, entro il margine d’errore. Decideranno l’affluenza e la capacità di conquistare chi al primo turno non ha scelto nessuno dei due. La scelta riguarda due programmi molto diversi: Lula propone continuità e ampliamento della protezione sociale, come del resto è sempre stato nel suo stile. Sul clima rivendica la riduzione della deforestazione e l’obiettivo di azzerarla entro il 2030, anche al fine di salvaguardare la straordinaria biodiversità che caratterizza il Brasile. Flávio Bolsonaro offre invece un’agenda liberal-conservatrice: aggiustamento più rapido dei conti pubblici, taglio di almeno dieci ministeri, riduzione delle imposte, privatizzazioni e maggiore spazio all’iniziativa privata. Promette di fermare il disboscamento illegale entro il 2029, ma vuole alleggerire vincoli che considera un ostacolo ad agricoltura, miniere e infrastrutture.

La differenza più rilevante per il resto del mondo riguarda però la collocazione internazionale. Con Bolsonaro si consoliderebbe un asse conservatore che, partendo dall’Argentina di Javier Milei, e con il Venezuela sotto tutela, arriverebbe agli Stati Uniti di Donald Trump. Brasília cercherebbe un rapporto privilegiato con Washington e potrebbe ridimensionare il proprio ruolo nei Brics, espressione di un’idea alternativa di multilateralismo che fa capo alla Cina. Una sua vittoria rafforzerebbe Trump nell’emisfero occidentale, consentendogli di dichiarare la dottrina Donroe come una sorta di ‘missione compiuta’ e potrebbe offrirgli maggiore libertà di manovra sugli altri dossier: dalla guerra nello Stretto di Hormuz al tentativo di raggiungere un’intesa con la Russia sull’Ucraina. Non esiste un automatismo, ma il clima politico internazionale conta.

Se vincesse Lula, il Brasile diventerebbe invece un grande cuneo progressista nel nuovo spazio conservatore americano. In quello che, per ragioni anagrafiche, sarebbe verosimilmente il suo ultimo mandato, accentuerebbe l’autonomia strategica di Brasília: cooperazione con Washington senza allineamento, rapporto economico essenziale con la Cina, protagonismo nel Sud globale e ulteriore investimento nei Brics e negli organismi regionali. Una linea che non equivale a schierarsi contro l’Occidente, ma rivendica il diritto di dialogare con tutti e di non dipendere da nessuno.

Queste elezioni contano per il resto del mondo anche perché il Brasile è una potenza quasi continentale, con oltre 214 milioni di abitanti, immense riserve di acqua, biodiversità e terre coltivabili, crescente capacità energetica e minerali critici. L’Amazzonia rende ogni sua scelta nazionale una questione globale. Importante sarà anche l’atteggiamento verso l’accordo tra Unione europea e Mercosur, decisivo per rilanciare i rapporti economici fra le due sponde dell’Atlantico. Anche per l’Italia si tratta di un’elezione più vicina di quanto sembri. In Brasile vivono circa 32 milioni di discendenti italiani e quasi un milione di persone con doppia cittadinanza; vi operano oltre mille nostre imprese, dalla meccanica all’energia, dalle infrastrutture alle telecomunicazioni, con Tim Brasil fra le presenze più rilevanti. Insomma, dal voto capiremo se le Americhe stanno diventando sempre più conservatrici (anche dopo le vittorie della destra in Cile e Colombia) oppure se il gigante brasiliano continuerà a seguire una propria rotta. In entrambi i casi, cambierà l’equilibrio tra Stati Uniti, Cina ed Europa.

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Quale economia vuole diventare l’Italia? La cultura come scelta industriale

L’Italia deve decidere quale economia può e vuole diventare. Una domanda che riguarda le filiere sulle quali investire, ma anche la capacità di costruire le condizioni perché tali investimenti generino crescita.

La debolezza della crescita, il peso del debito pubblico e una pressione fiscale elevata rendono questa scelta sempre meno rinviabile.

Certo, la nostra economia può continuare a galleggiare, ma il galleggiamento difficilmente può diventare una strategia di sviluppo, soprattutto in un momento storico come questo.

Se si analizza l’agenda internazionale, il dibattito delle grandi potenze, così come quello europeo, si concentra sulle grandi industrie del futuro: intelligenza artificiale, robotica, nuovi materiali, biotecnologie.

Si tratta di segmenti importantissimi, che se strutturati secondo una logica sistemica riescono a connettere, e per certi versi a trainare, settori come ricerca, capitali pazienti, infrastrutture e imprenditoria, sviluppando un processo che conduce dal laboratorio al mercato.

Si tratta di strade che anche il nostro Paese può perseguire, ma va compreso quanto il nostro ecosistema sia attrezzato per sostenerle e, soprattutto, quali trasformazioni siano necessarie: dalla fiscalità all’aggregazione dei capitali, dal trasferimento tecnologico alla capacità di acquistare innovazione.

Così come va compreso se l’attivazione di tali percorsi da parte dell’Italia sia da sola sufficiente a generare un posizionamento strategico distintivo, o se tale attivazione non porti il nostro Paese esclusivamente a rincorrere altri mercati più strutturati.

E’ senza dubbio vero che le opportunità tecnologiche siano una sfida globale, ma tali opportunità si possono cogliere soltanto raggiungendo risultati più avanzati delle altre nazioni. E le condizioni dalle quali parte la nostra economia sono molto differenti da quelle che caratterizzano Stati Uniti e Cina.

Non si tratta, si badi bene, di semplice disponibilità di capitali. Anzi. I mercati internazionali sarebbero molto propensi ad avviare forme di investimento importanti nel nostro Paese, integrando con investimenti finanziari le ormai consolidate attività di natura immobiliare e di acquisizione di imprese attive nell’economia reale che già da tempo interessano l’Italia.

Ad essere centrale, in questo senso, è l’ecosistema di riferimento, quel cosiddetto scenario normativo, economico, finanziario, culturale e burocratico che fa sì che determinati contesti risultino più prolifici di altri.

In questo ambito, l’Italia ha sicuramente una grande tradizione accademica, in cui ancora oggi sono presenti talenti scientifici di grande rilievo, e parallelamente ha anche una grande tradizione imprenditoriale, con piccole e medie imprese che sviluppano soluzioni innovative in tantissimi settori dell’economia (dalla meccanica di precisione alla farmaceutica).

Ciò che manca è forse una cultura organizzativa che consenta di migliorare proprio il rapporto tra accademia, impresa e segmento “investor”, equilibrio molto difficile da costruire da zero, soprattutto considerando le condizioni fiscali, regolamentali e burocratiche che caratterizzano il nostro Paese.

Ci sono però altri settori su cui l’Italia potrebbe decidere di investire, tra i quali, la cultura, potrebbe senza dubbio rappresentare una grande opportunità. Se estendiamo la visione di cultura così che possa includere sia il patrimonio culturale (da questo storico-archeologico a quello museale), sia il settore della produzione culturale e creativa, la dimensione diviene immediatamente chiara.

Scomponendo il settore secondo le sue dimensioni economiche (occupazione, imprenditoria, ecc.), la grande capillarità della cultura è esperienza sensibile di ciascuno di noi (suffragata anche da studi e report istituzionali).

La grande disponibilità di “patrimonio culturale” è indubbia. Così come è indubbia la grande numerosità di occupati potenziali con elevati livelli di specializzazione e istruzione formale.

L’imprenditoria, e l’autoimprenditorialità sono elevate, e il rapporto tra accademia e impresa ha le giuste caratteristiche per essere più “fluido” di quanto lo sia in altri settori, proprio perché nell’ambito culturale chi fa impresa e chi fa ricerca frequentemente condivide una grande parte del percorso formativo e professionale.

Se quindi ci si concentra sulla cultura come segmento economico, allora si può iniziare a comprendere che ci sono dei settori che, se adeguatamente supportati attraverso la creazione di un ambiente economico-finanziario, possono non solo mostrare segni di crescita significativi, ma possono anche fungere da traino e contaminare altri segmenti dell’economia.

Si pensi ai videogiochi. Secondo IIDEA, nel 2024 la produzione italiana contava oltre 200 operatori e un fatturato stimato fra 180 e 200 milioni di euro.

Un segmento ancora contenuto, ma orientato soprattutto ai mercati esteri. Un mercato potenzialmente molto interessante, in cui però manca una dimensione di investimento che consenta alle imprese di trovare dei finanziatori per sviluppare progetti ambiziosi.

Si pensi poi al design, al quale il rapporto Design Economy 2026 attribuisce quattro miliardi di euro di valore aggiunto. Non si tratta solo di “disegno”, si tratta di una vera e propria filiera di produzione che, partendo proprio da una ricercatezza di stile impone scelte tecniche di fabbricazione, che incrementano la capacità produttiva di piccole e medie imprese che, se supportate sotto il profilo dei contratti e del rapporto con l’estero, possono poi risultare competitive anche all’interno di catene di produzione globali.

O ancora si pensi alle tecnologie per conservazione e restauro. Materiali, diagnostica e sistemi di monitoraggio possono trovare nel patrimonio italiano una domanda qualificata e luoghi nei quali essere sperimentati. Spesso si guarda alla manutenzione del grande patrimonio storico e archeologico del nostro Paese configurandolo come un “problema di sostenibilità”.

In realtà, un tale livello di domanda di servizi innovativi potrebbe, da solo, trasformare il settore del Patrimonio Culturale in uno dei settori più competitivi del nostro Paese, con grandi e piccole imprese che cooperano con territori, istituzioni e università per l’identificazione di soluzioni efficaci e sempre meno invasive, con tutto ciò che ne deriva non solo in termini di industrializzazione di un comparto e di posizionamento internazionale della filiera nazionale, ma anche in termini di distribuzione delle grandi innovazioni in settori affini (edilizia, grandi opere), e innovativi (la ricerca sui materiali ha delle implicazioni ingegneristiche non da poco).

È chiaro che per raggiungere tali posizionamenti è necessario investire e sviluppare una coerente politica economica e industriale, ma si tratta di investimenti che, in fondo, risultano essere meno ingenti di quelli necessari alle grandi industrie dell’IA, dove l’Italia ha un ritardo sostanziale anche soltanto in termini di infrastrutture.

Così come è chiaro che l’obiettivo di questa riflessione non è proporre una dismissione degli investimenti sui settori su cui il nostro Paese non può non essere presente.

Si tratta però di capire che, al di là dei megatrend industriali del momento, l’Italia ha anche ulteriori opportunità di sviluppo, che possono risultare forse meno “competitive” rispetto alle cosiddette Disruptive Technologies, ma nelle quali siamo noi ad essere realmente competitivi.

Provare, anche solo per diversificare la portata degli investimenti nazionali, anche a giocare in casa, potrebbe non far male, dopotutto.

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Dalla tv alle piattaforme, come i broadcaster europei stanno costruendo il loro ecosistema digitale

Mentre il dibattito pubblico continua spesso a contrapporre televisione tradizionale e streaming, il mercato europeo sta evolvendo in una direzione diversa. La vera trasformazione non consiste infatti nella sostituzione della televisione lineare da parte delle piattaforme OTT, ma nella nascita di un nuovo ecosistema digitale nel quale broadcaster, operatori pay, piattaforme streaming, pubblicità online e Connected Tv convergono progressivamente nello stesso ambiente competitivo. È questa una delle principali evidenze che emergono da Turning Digital 2026 – The Broadcaster’s Digital Ecosystem, il nuovo rapporto annuale di ITMedia Consulting.

Nel 2025 il mercato televisivo dell’Europa occidentale ha raggiunto i 80,4 miliardi di euro, in crescita del 2,4% rispetto all’anno precedente, confermando la solidità dell’industria audiovisiva europea nonostante il rallentamento economico e le tensioni geopolitiche internazionali. Dietro questa crescita si nasconde però una trasformazione molto più profonda. Le categorie che per decenni hanno definito il settore stanno progressivamente perdendo significato. Broadcaster, operatori pay TV, piattaforme streaming e servizi video digitali competono ormai per le stesse risorse: audience, dati, investimenti pubblicitari e attenzione degli utenti.

La risposta europea alle piattaforme globali

Per anni l’evoluzione del mercato audiovisivo è stata raccontata quasi esclusivamente come l’affermazione dei grandi operatori globali dello streaming. Questa lettura oggi appare incompleta. I broadcaster europei stanno infatti accelerando la costruzione di ecosistemi digitali propri attraverso piattaforme Bvod, canali Fast, distribuzione su Connected Tv e sistemi pubblicitari basati sui dati. Il risultato è un modello che combina la forza editoriale della televisione tradizionale con le logiche tipiche delle piattaforme digitali. La crescita dei servizi Bvod è particolarmente significativa. Nati come semplici piattaforme catch-up, sono progressivamente diventati veri hub digitali attraverso i quali i broadcaster costruiscono relazioni dirette con gli utenti, raccolgono dati, personalizzano l’offerta e sviluppano nuove forme di monetizzazione. Nel 2025 i ricavi pubblicitari generati dal Bvod hanno raggiunto circa 2,6 miliardi di euro in Europa, rappresentando ormai oltre il 10% delle entrate pubblicitarie dei broadcaster.

Accanto al Bvod cresce il fenomeno Fast, ovvero i canali gratuiti supportati dalla pubblicità. Pur rappresentando ancora un segmento relativamente limitato, nei cinque principali mercati europei hanno già superato i 360 milioni di euro di ricavi e stanno diventando uno strumento importante per valorizzare cataloghi esistenti e intercettare nuove audience.

La convergenza tra media, dati e pubblicità

La trasformazione non riguarda però soltanto i contenuti. La vera novità consiste nell’integrazione crescente tra produzione audiovisiva, distribuzione digitale, dati e pubblicità. La Connected TV sta diventando il luogo nel quale convergono televisione, streaming, advertising digitale e tecnologie di misurazione avanzata. Non è più semplicemente uno schermo, ma l’infrastruttura attraverso la quale si organizza il nuovo ecosistema audiovisivo.
Anche l’evoluzione del mercato pubblicitario racconta questa dinamica. Nel 2025 la raccolta televisiva tradizionale è diminuita dell’1,6%, mentre l’Avod ha continuato a crescere fino a rappresentare il 26% dei ricavi pubblicitari televisivi complessivi, contro appena il 9% del 2019. La pubblicità video sta quindi abbandonando progressivamente la distinzione tra televisione e digitale, per spostarsi verso ambienti convergenti nei quali convivono linear TV, Bvod, Avod, FAST e Connected TV.

Un tema industriale e strategico per l’Europa

Questa evoluzione assume un significato che va oltre il settore audiovisivo.
In un contesto segnato dalla crescente competizione digitale globale, la capacità dei broadcaster europei di costruire piattaforme proprietarie, rapporti diretti con gli utenti e nuovi modelli pubblicitari rappresenta anche una questione di autonomia industriale e tecnologica.
Il Regno Unito appare oggi il mercato più avanzato nello sviluppo di questi ecosistemi, ma anche Francia e Germania mantengono posizioni molto solide. L’Italia, pur restando uno dei Paesi nei quali la televisione conserva il peso più elevato nel mercato pubblicitario, è chiamata ad accelerare la transizione verso modelli sempre più integrati e data-driven.

Oltre la contrapposizione tra lineare e streaming

L’insegnamento più importante che emerge dal rapporto è forse proprio questo: il futuro dell’audiovisivo europeo non sarà determinato dalla vittoria della televisione sullo streaming o viceversa. Sta emergendo un ecosistema nel quale contenuti, dati, pubblicità, piattaforme digitali e distribuzione convergono progressivamente all’interno di un unico mercato. I broadcaster che avranno successo non saranno necessariamente quelli che controlleranno i canali televisivi più forti, ma quelli capaci di costruire le relazioni più solide con il pubblico attraverso piattaforme digitali integrate, valorizzando insieme contenuti, dati e capacità tecnologiche. In questo senso, il futuro non è più “televisione contro streaming”. Il futuro è l’ecosistema digitale europeo dell’audiovisivo.

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Perché la politica pubblica del cinema non può fare a meno dei dati. Scrive Prosperi

L’autunno romano del cinema e dell’audiovisivo si apre tradizionalmente all’insegna dei grandi incontri istituzionali e di mercato: mentre tra gli spazi dell’Auditorium Parco della Musica e Palazzo Barberini si intrecciano le proiezioni della Festa del Cinema di Roma e le negoziazioni internazionali del MIA (Mercato Internazionale Audiovisivo), la discussione politica sul futuro della filiera trova un punto d’appoggio fondamentale nell’analisi dei dati. Proprio in questo contesto ad alta densità di settore, la misurazione rigorosa dei flussi produttivi e dei comportamenti di consumo cessa di essere un esercizio per addetti ai lavori e diventa l’infrastruttura imprescindibile per qualsiasi forma di politica pubblica.

In un contesto istituzionale in cui la qualità della legislazione si misura sempre più sulla capacità di valutarne gli impatti effettivi — come dimostra anche la recente riforma del Regolamento della Camera dei Deputati, che rafforza le competenze delle Commissioni parlamentari nell’analisi d’impatto ex ante e nella valutazione ex post delle politiche pubbliche — il settore del cinema e dell’audiovisivo diventa un terreno d’elezione per verificare questo cambio di paradigma.

Le narrazioni plasmano l’immaginario, ma l’architettura che le sostiene si fonda su flussi economici, modelli d’incentivo e capacità d’indirizzo dello Stato. Senza la bussola dei dati e del rigore empirico, tuttavia, anche la visione strategica più ambiziosa rischia di risolversi in pura retorica. È a partire da questa consapevolezza che la politica pubblica sul cinema è chiamata oggi a un fondamentale cambio di paradigma.

La relazione finale 2025 sulla valutazione d’impatto della legge 220/2016 (curata dal Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche e pubblicata a settembre 2026) integra per la prima volta i dati amministrativi della DGCA — ora diretta da Giorgio Carlo Brugnoni — con gli archivi Aida, IMDb e Lumière. Il suo messaggio di fondo è che la politica industriale del settore è entrata in una fase nuova: dopo l’espansione della capacità produttiva, contano selettività, addizionalità e misurabilità dei risultati. La legge cinema, già licenziata all’unanimità dalla Camera dei Deputati il 10 settembre – grazie al lavoro del Presidente della Commissione cultura della Camera Federico Mollicone, del Ministro Giuli e del Sottosegretario Borgonzoni – va quindi misurata su ciò che il report richiede in concreto: un sistema programmabile, un sostegno proporzionato, il controllo dei costi e dati interoperabili.

Il primo bisogno è la programmabilità. Le domande approvate scendono da 1.455 (2023) a 1.178 e poi a 1.018 (2025); le risorse allocate passano da 894,1 a 656,6 e a 477,6 milioni di euro (-27,2% nell’ultimo anno). La contrazione è interamente riconducibile al tax credit, passato da 622,6 a 402,8 milioni (-35,3%) e da 888 a 527 domande, mentre i contributi selettivi crescono da 199 a 363 domande e da 21,5 a 61,8 milioni. Non si tratta di un crollo, bensì di una ricomposizione coerente con i limiti al beneficio, i meccanismi di de-escalator e le aliquote differenziate introdotte nel biennio 2024-2025, oltre che con la perimetrazione finanziaria del 2026. La relazione evidenzia tuttavia due elementi critici: lo splafonamento nasce dalla divergenza tra crediti riconoscibili e risorse programmabili; inoltre, la prevedibilità della spesa pubblica non sempre coincide con la prevedibilità dell’accesso per l’operatore, poiché il tax credit è ormai elemento strutturale del piano finanziario e le frequenti modifiche di aliquote, requisiti e finestre temporali pesano soprattutto sulle piccole e medie imprese. L’articolo 4, comma 2, lett. b) del ddl risponde con una programmazione triennale aggiornata annualmente, con stanziamenti definiti per linea, finestre di presentazione e termini certi per la conclusione dei procedimenti e l’erogazione, mentre la lett. l) prevede un sistema coordinato di rilevazione e verifica degli oneri, idoneo a garantire il rispetto dei limiti di spesa e a individuare tempestivamente gli scostamenti.

Il secondo bisogno è l’addizionalità. Il 55,9% delle imprese, con una produzione media inferiore ai 500 mila euro, riceve appena il 6,0% dei contributi erogati nel periodo 2018-2025; per contro, il 6,4% delle aziende con fatturato/produzione di almeno 20 milioni ne assorbe il 53,1%, mentre la fascia 5-20 milioni (7,5% delle imprese) ne intercetta un ulteriore 24,4%. I contributi valgono in media il 37% del valore della produzione (salendo fino al 77% per le realtà più piccole) e, al netto degli interventi, il risultato operativo medio si attesta a -32,8% (-76% per le piccole). Tuttavia, il rapporto tra contributi e risultato operativo netto raggiunge il 764% per le strutture sotto i 500 mila euro, mentre scende al 72% oltre i 20 milioni; per le classi intermedie e superiori (5-20 e oltre 20 milioni), la relazione tra contributo e redditività non risulta statisticamente significativa. Sul piano causale, un incremento di 20 punti nell’intensità dell’aiuto si associa a circa 40 punti di crescita della produzione, con effetti maggiormente marcati sulle piccole imprese. Il ricorso ai contributi è peraltro prevalentemente non cumulativo: circa il 68% delle opere sostenute tramite tax credit non beneficia di altri strumenti. Il ddl interviene in tal senso con la lett. f), che modula l’intensità degli aiuti in relazione alla dimensione aziendale e dei gruppi d’impresa; con la lett. h), che limita i selettivi per le opere con stanziamento superiore a 5 milioni a favore di opere prime e seconde, giovani autori e coproduzioni (soglia coerente con un costo medio della finzione superiore ai 4,5 milioni nel 2024); e con la lett. oo), che introduce premialità e quote di riserva per la produzione indipendente nei contributi ex art. 26 della legge 220.

Il terzo bisogno è il controllo dei costi e la comprensione dinamica della domanda. Le evidenze e le interviste qualitative segnalano l’esigenza di garantire l’appropriatezza dei costi, la solidità industriale dei beneficiari e di contrastare la crescita artificiale dei budget. Poiché il tax credit copre in media il 31% del costo dichiarato, la congruità del budget rappresenta il vero punto critico dell’architettura d’incentivo. La lett. m) del ddl prevede la verifica della congruità dei costi ammissibili rispetto ai parametri di mercato e introduce misure di prevenzione dei comportamenti elusivi o abusivi; la lett. e) istituisce la figura del responsabile per contributi e incentivi.

Sul versante della qualità e dei mercati, l’analisi pubblica non può prescindere dall’integrazione con i dati e gli studi forniti dalle associazioni di categoria, come ANICA e APA, che fotografano la trasformazione dei modelli di fruizione e l’impatto occupazionale della filiera. I dati emersi dalla ricerca “Sala & Salotto” condotta da Ergo Research per ANICA evidenziano una profonda ricomposizione del consumo di film in Italia. Nel 2025, a fronte di 68,4 milioni di ingressi totali e di una popolazione cinematografica complessiva (moviegoer 3+) di 24,5 milioni di individui (42% della popolazione), emerge una netta polarizzazione anagrafica: gli under 35 trainano la fruizione in sala (esprimendo oltre il 56% degli ingressi), mentre la fascia over 50, pur rappresentando la metà della popolazione italiana, genera soltanto il 25% delle presenze totali. Sul piano della frequenza generale, l’italiano medio dichiara un consumo di 91 film all’anno tra tutti i touchpoint (-7% sul 2025): la TV lineare free continua ad assorbire il 57% degli atti di visione (età media 54,8 anni), mentre le offerte pay (SVOD e Pay TV) intercettano il 22% dei film visti (età media 46,5 anni) e la sala cinematografica l’1,6% (con un pubblico nettamente più giovane, età media 36,5 anni).

L’analisi sperimentale ANICA sulle quattro settimane di monitoraggio (maggio-giugno 2026) rivela un rapporto di 1 a 7,7 tra gli ingressi al cinema (4,2 milioni) e gli atti di visione su piattaforme pay (32,55 milioni). Tale moltiplicatore sale a 1:18,6 se si considera specificamente la cinematografia nazionale: nelle 4 settimane considerate, i film italiani hanno generato 337 mila presenze in sala (l’8% del totale) contro 6,3 milioni di visioni su offerte a pagamento (il 19% del totale pay). Questo dato dimostra l’elevata capacità del prodotto italiano di estendere la propria vita utile sulle piattaforme digitali, dove il 92% degli atti di visione di film italiani recenti (2025/2026) riguarda titoli usciti precedentemente al cinema. La sala si conferma dunque la vetrina essenziale e il primo motore economico di una parabola di valorizzazione che prosegue con forza nello streaming.

Parallelamente, i dati sulla struttura dell’industria e sull’occupazione promossi dalle rilevazioni dell’APA (Associazione Produttori Audiovisivi) confermano come l’impatto economico del settore vada ben oltre il puro perimetro della sala. La filiera audiovisiva si attesta come un comparto ad alta intensità di lavoro qualificato, in cui gli investimenti diretti e l’effetto moltiplicatore del sostegno pubblico generano un volume occupazionale rilevante e capillare, che necessita di adeguata tutela della proprietà intellettuale e di continuità nei flussi produttivi. A queste sfide il ddl risponde con le lettere bb), ll), mm) — quest’ultima dedicata alla formazione su produzione virtuale, VFX e intelligenza artificiale — e la lett. p), relativa al Registro pubblico.

Il quarto bisogno riguarda i dati. Il capitolo 8 del Report rileva che l’informazione è presente ma frammentata, e propone l’adozione di un cruscotto analitico articolato su quattro livelli (progetto, linea, Fondo, legge), fondato su un dizionario dati comune e identificativi persistenti, affidando alla DGCA la titolarità degli standard.

L’articolo 3 istituisce la nuova Agenzia (ente pubblico non economico sottoposto alla vigilanza del MiC e al controllo della Corte dei conti), alla quale vengono trasferite le funzioni gestionali della Direzione generale: gestione dell’osservatorio (comma 3, lett. d), pubblicazione periodica dei dati economici, occupazionali e industriali (lett. h), trasmissione dei flussi verso la Ragioneria Generale dello Stato per la riforma dell’appendice VI del PSB 2025-2029, e linee guida per le Film Commission (lett. l). L’Agenzia sarà operativa dal 1° gennaio 2028, con oneri previsti pari a 7,16 milioni di euro per il 2028 e 6,61 milioni a decorrere dal 2029. Sul lato della domanda, il mercato delle sale chiude il 2025 a 496,55 milioni di euro di incassi (+0,5%) e 68,36 milioni di presenze (-2%), con una quota di cinema italiano pari al 32,7%. Il Report — che per il 2026 stima un volume di 90 milioni di euro destinato alle sale — le riconosce come presidio culturale e infrastruttura primaria di accesso; in questa direzione si muovono le lettere d), cc) e nn), prevedendo un piano straordinario di riapertura e rigenerazione e contributi diretti al funzionamento.

In ultima analisi, dunque, la relazione sulla Legge 220 dimostra in modo inequivocabile che il ruolo dello Stato nel settore cinematografico e audiovisivo non va ridimensionato, bensì ricalibrato e reso più strategico. Per far questo, il decision-maker pubblico necessita del supporto fondamentale dell’evidenza empirica e dei dati integrati delle istituzioni e delle associazioni di categoria come ANICA e APA. Il cinema e l’audiovisivo sono vettori identitari e strumenti di influenza nella competizione globale. A fronte di trasformazioni strutturali dei consumi e delle piattaforme intelligenti, la capacità dello Stato di ricalibrare i propri interventi attraverso l’evidenza dei dati segna la linea di confine tra l’assistenzialismo passivo e la vera politica industriale.

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Operazione Vivaldi, la tattica che ha aperto la strada alle avanzate ucraine

Il 475º Reggimento d’assalto autonomo “Code 9.2” dell’Esercito Ucraino è uno degli esempi più noti di integrazione tra armi di linea e droni. Nato come una normale unità di fanteria cui era stato aggiunto un drappello di droni da ricognizione, dopo i cicli operativi di Bachmut, Časiv Jar, Kliščiїvka e Lyman il rapporto si è invertito, aumentando drasticamente la presenza organica di droni, impiegati anche con funzioni offensive.

Durante la battaglia di Huljajpole, all’inizio di quest’anno, le forze del 475º Reggimento hanno affrontato la 40ª Brigata autonoma Fanteria di Marina delle Guardie “Krasnodar-Harbin” della Marina Militare Russa, infliggendole pesanti perdite con l’impiego di tattiche che sono state, poi, ripetute su larga scala nel corso dell’Operazione Vivaldi.

Mentre una parte importante della teoria – specialmente quella più critica nei confronti di qualunque tipo di approccio “manovriero” o che ritenga che il rapporto tra guerra di movimento e guerra di posizione sia paritetico e intercambiabile a seconda di specifiche condizioni sul campo – pensa che nella grey zone, cioè quello spazio interstiziale di incertezza dove il terreno è conteso, sia impossibile manovrare; le azioni connesse al ciclo operativo di Vivaldi sembrano mostrare il contrario proprio “a condizione”.

Infatti, ha scritto il teorico militare e ufficiale in congedo dell’Aeronautica Indiana, Sameer Joshi, che la novità tattico-operativa più importante emersa dalle observations dell’Operazione Vivaldi sta nel “metodo utilizzato per creare e proteggere successive avanzate tattiche sotto la minaccia di azioni offensive da parte dei droni russi”. Trattare il problema della trasparenza e della presenza dei droni nemici nello spazio aereo litorale come una questione di “difesa terminale” e non con un approccio sistemico non è una soluzione. A dover essere neutralizzato per ottenere risultati (sempre, ben inteso, di natura tattica) è il reconnaissance-strike system che tiene in piedi l’impalcatura del dispositivo militare nemico, non la singola piattaforma.

Alla trasparenza è connesso un elevato volume di fuoco, che può essere limitato proprio andando a rompere il meccanismo di trasmissione della kill-chain avversaria, così da consentire l’apertura di una “finestra di dominanza” utile ad avanzare. Mentre ad Huljajpole tale tattica fu impiegata dagli ucraini per frenare l’avanzata russa; a Lyman è stata usata in chiave offensiva per consentire alla fanteria del 3° Corpo d’Armata ucraino di avanzare sull’asse Novoselivka-Yarova e poi su quello Serednie-Shandryholove-Derylove-Drobysheve, con l’aggiunta della costituzione di quella security bubble o “bolla tattica” necessaria ad operare per manovra su terreno empty-transparent e della quale Joshi ha fornito ampia descrizione delle caratteristiche.

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Business e price cup, cosa porta a casa Meloni dal bilaterale in Kuwait

Non solo accordi e memorandum, l’Emiro del Kuwait dice sì a prorogare il price cap su benzina e gasolio, già applicato da Q8 nelle scorse settimane in risposta all’appello del governo italiano per contenere i costi dell’energia e tutelare famiglie e imprese. Il bilaterale tra il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e Misha’al Al-Ahmad Al-Jaber Al Sabah al Bayan Palace di Kuwait City è stato ricco di spunti.

Da un lato sono stati siglati cinque accordi: il Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo della promozione degli investimenti diretti tra Agenzia Ice e l’Autorità del Kuwait per la promozione degli investimenti diretti; la lettera di intenti tra Leonardo Spa e il ministero della Difesa dello Stato del Kuwait relativa allo sviluppo delle capacità di difesa e alla cooperazione industriale; il protocollo d’intesa tra l’Arma dei Carabinieri e la Guardia Nazionale dello Stato del Kuwait sulla cooperazione militare nei settori della consulenza e della formazione; la dichiarazione dell’adozione dell’Action Plan 2027-2030 tra la Repubblica Italiana e lo Stato del Kuwait sul rafforzamento della cooperazione bilaterale; infine il memorandum d’intesa tra i Carabinieri e la Guardia Nazionale kuwaitiana.

Dall’altro con la visita in Kuwait del 23 ottobre, la tredicesima nelle Nazioni del Golfo, Giorgia Meloni diventa il primo presidente del Consiglio italiano ad avere visitato tutte e sei le Nazioni del Consiglio di Cooperazione del Golfo nel corso di un mandato di governo. Numeri che raccontano il peso specifico delle relazioni tra Palazzo Chigi e il Golfo, come confermato tra le altre cose anche dall’invito a partecipare al Vertice del GCC di Manama del dicembre 2025. Inoltre a proposito del price cap su benzina e gasolio, fonti di Palazzo Chigi spiegano che la disponibilità dell’Emiro rappresenta “un segnale concreto della solidità delle relazioni tra Italia e Kuwait e della capacità del Governo italiano di promuovere un dialogo costruttivo con i partner strategici, traducendo il confronto diplomatico in misure di rilievo per cittadini e sistema produttivo”.

Non va dimenticato che tra Italia e Kuwait ci sono una serie di interlocuzioni molto intense, come la partecipazione dell’Italia alla liberazione del Kuwait dopo l’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein, le relazioni da quel momento intrecciate in ambiti nevralgici, come il turismo, l’immobiliare, l’alta tecnologia, l’energia, dove Q8 rappresenta la presenza più riconoscibile con un portafoglio che comprende una rete di distribuzione di 3.000 punti vendita e investimenti nella raffinazione e nella produzione di biocarburanti, anche in partnership con Eni. Le intese siglate hanno lo scopo di cementare ulteriormente questa relazione bidirezionale, come dimostra l’accordo tra Ice e Kuwait Direct Investment Promotion Authority.

Non solo business, la geopolitica è stata al centro del bilaterale con una serie di valutazioni che il premier italiano e l’emiro hanno effettuato su temi sensibili, come le infrastrutture critiche più resilienti, le catene di approvvigionamento e distribuzione alternative, i grandi corridoi regionali e intercontinentali. Ambiti nei quali capitali kuwaitiani e capacità industriali italiane possono concorrere a ridurre le vulnerabilità comuni e creare nuove opportunità di crescita. La difesa resta un pilastro del rapporto bilaterale, spiegano fonti italiane. La visita “segue” il passo da gigante compiuto nelle relazioni bilaterali grazie all’accordo di cooperazione nel settore della difesa entrato in vigore lo scorso 12 ottobre. Sul versante della sicurezza, verrà inoltre definito un memorandum d’intesa tra i Carabinieri e la Guardia Nazionale kuwaitiana.

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Una tregua per Oleshky. Cosa prevede l’accordo mediato dalla first lady Melania Trump

Una tregua circoscritta a una sola città, ma dal forte valore simbolico. La first lady statunitense Melania Trump ha ottenuto da Russia e Ucraina un cessate il fuoco a Oleshky, centro della regione di Kherson sotto controllo russo dal febbraio 2022. Lo ha annunciato la stessa Melania parlando venerdì alla Casa Bianca, precisando che la sospensione delle ostilità scatterà il 29 ottobre. Secondo il comunicato della first lady, le due parti avrebbero accettato di fermare temporaneamente ogni azione militare nella città per consentire l’ingresso degli aiuti umanitari e organizzare l’evacuazione dei civili attraverso un corridoio sicuro. Gli abitanti rimasti denunciano da tempo un aggravarsi della crisi alimentare.

Melania ha descritto Oleshky come una città di prima linea “sull’orlo del disastro”, abitata soprattutto da anziani che hanno bisogno urgente di cure mediche, farmaci, cibo e acqua potabile. Stando ai dati diffusi dalla Casa Bianca, la popolazione è oggi compresa tra 1.700 e 2.000 persone, tra cui una cinquantina di bambini, a fronte dei circa 24.000 residenti del periodo prebellico. La città, situata sulla sponda del Dnipro opposta a Kherson, è stata sommersa per circa il 90% in seguito alla distruzione della diga di Kakhovka.

Il meccanismo concordato prevede che squadre non militari di entrambi i Paesi visitino i residenti nelle loro abitazioni e coordinino il trasferimento di chi intende lasciare la città, verso la Russia o verso l’Ucraina a seconda della scelta di ciascuno. Melania Trump ha detto di aspettarsi che una parte degli abitanti opti per la prima destinazione e una parte per la seconda. Le operazioni saranno documentate da un’organizzazione mediatica americana, non indicata nel comunicato (anche se Newsmax, testata di area conservatrice, ha riferito che le proprie telecamere avranno accesso esclusivo all’area).

La Casa Bianca ha sottolineato che i termini della tregua locale sono stati definiti dalla first lady e da un suo rappresentante in contatto diretto con le leadership di Mosca e Kyiv. Non è il primo impegno di Melania sul dossier ucraino, con la first lady che si è già spesa per il ritorno alle famiglie dei bambini ucraini sottratti dalla Russia durante il conflitto. L’intesa su Oleshky arriva però al termine di settimane di pressioni internazionali sul caso, a partire da quelle della Santa Sede. Il 16 ottobre, in una telefonata dal Policlinico Gemelli dove era ricoverato per un intervento al polmone, papa Leone XIV aveva chiesto al leader russo Vladimir Putin una tregua per consentire l’arrivo di cibo e medicinali e l’evacuazione dei civili. Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, aveva letto nella disponibilità del Cremlino al colloquio un segnale incoraggiante. Tre giorni dopo il Pontefice ha sentito anche Zelensky, auspicando una cooperazione tra le parti per far arrivare gli aiuti e garantire un’evacuazione sicura della popolazione.

L’annuncio però potrebbe avere anche una profondità politica, considerando che si inserisce in una fase in cui il presidente Donald Trump sta esercitando pressioni sul presidente ucraino Volodymyr Zelensky affinché raggiunga un’intesa con il presidente russo per porre fine alla guerra.

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Serbia al voto, tra voglia (studentesca) di Ue e potere di Vucic

Domenica la Serbia andrà al voto anticipato: può finire l’era targata Vucic (e quindi le preoccupazioni europee sul feeling con Mosca e Pechino) oppure la piazza degli studenti può influire sul nuovo corso, prendendo il potere. Ma attenzione alle infiltrazioni in entrambi gli schieramenti, dal momento che i collettivi studenteschi non sono immuni da episodi di guerra ibrida, sulla falsariga dei maranza: convocati e indottrinati sui social. Quasi sei milioni e mezzo gli elettori chiamati alle urne in ottomila seggi, compresi quelli per gli elettori residenti in Kosovo e in Bosnia Erzegovina, tutt’altro

Al voto

Il presidente uscente, Aleksandar Vucic, guida la lista Serbia unita, seguita dalla lista del Partito socialista serbo (Sps) di Ivica Dacic e da quella studentesca Gli studenti vincono. Gli ultimi sondaggi condotti dall’agenzia Ipsos danno Vucic al 47,4% dei consensi, contro il 40 della Lista studentesca, prevedendo con un’affluenza del 64,7%.

La Lista Studentesca nasce dopo l’incidente di Novi Sad, che ha innescato un movimento di protesta contro il regime di Vucic, accusandolo di corruzione. Ieri decine di persone hanno affollato l’ultimo comizio nel Palazzetto dello Sport a chiusura di una campagna elettorale che essenzialmente è bipolare. L’ex presidente si dipinge come l’uomo della continuità, che è il passaggio maggiormente contestato dagli studenti, pront invece a chiedere totale discontinuità.

A sfidare Vucic ci sarà il professore di medicina Ilija Srdanovic che dal novembre 2024, data dell’incidente ferroviario in cui persero la vita 16 persone, ha impostato un certo tipo di impegno politico. Da quel giorno ha costruito un movimento che si è trasformato in partito. È stato anche accusato di far parte di un disegno esterno per destabilizzare il Paese e sostituire Vucic, ma sul punto si è registrata la presa di distanza dell’ex presidente del Montenegro Milo Djukanovic che ha escluso tale scenario e ha contrastato con veemenza le voci di una suo appoggio alla Lista studentesca.

La geopolitica, oltre le liste

Ma non c’è solo l’urna elettorale in quanto tale al centro della disputa di domenica, bensì anche l’aspetto geopolitico: il Paese balcanico è in bilico tra l’ingresso in Ue da un lato e le pressioni di Cina e Russia dall’altro, passando per le sanzioni americane che, ad esempio, hanno spinto la Serbia a cercare un nuovo proprietario per la sua compagnia petrolifera controllata da Gazprom. Nell’ultimo periodo Belgrado ha stretto ancora maggiori relazioni con Pechino. Il partenariato tra Vucic e Xi è considerato “di ferro”, caratterizzato da legami politici, economici e militari che, in concomitanza con l’ascesa di Vucic, si sono ulteriormente cementati. Durante l’incontro dello scorso maggio, i due leader hanno deciso di promuovere congiuntamente quattro iniziative globali, otre ad aver concluso una serie di accordi di cooperazione pluriennale.

Anche la russa Rosatom potrebbe fare i conti con l’ostracismo serbo e sganciarsi dal paese balcanico, dal momento che il suo progetto di costruire una centrale nucleare su larga scala sarebbe in contrasto con il processo di adesione all’Ue. Nel paese intanto montano le preoccupazioni di tipo occupazionale, dopo che la fabbrica tessile turca Kaizen di Smederevo ha avviato la liquidazione, con il rischio che 350 lavoratori restino a casa. Un altro elemento che potrebbe influire sugli umori elettorali, accentuando il voto di protesta.

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Un disertore, una diciassettenne e un ex commissario. Il mosaico russo della guerra ibrida

Dietro la linea di fuoco tra eserciti contrapposti, il conflitto in Ucraina ha anche un fronte “interno” che non riguarda la coesione della popolazione, ma la presenza di individui che possono essere reclutati dalla fazione avversaria come agenti della “quinta colonna”, per usare un termine coniato da Francisco Franco durante la guerra Civile spagnola del secolo scorso. Una realtà che ci è stata ricordata dalle notizie delle ultime ore, durante le quali sono emersi tre casi molto diversi per natura e gravità, ma che evidenziano la stessa minaccia.

Il primo caso riguarda un presunto disertore della regione di Zhytomyr, arrestato dal controspionaggio militare dell’Sbu con il supporto del comando in capo delle Forze armate ucraine. Secondo quanto diffuso dai servizi ucraini e riportato da Ukrinform, l’uomo avrebbe guidato i missili russi contro le posizioni della sua stessa unità di droni, consentendo però agli investigatori di intervenire in tempo, permettendo a oltre cento velivoli ucraini di essere evacuati dalla potenziale area dell’attacco, e di sequestrare un drone nemico. La ricostruzione dell’Sbu descrive un percorso costruito a tavolino: reclutato dall’Fsb ancor prima di vestire la divisa, l’uomo avrebbe svolto inizialmente compiti di prova, monitorando impianti energetici e petroliferi nel nord del Paese, per poi ricevere l’ordine di arruolarsi. Durante i corsi per operatori di droni avrebbe raccolto dati personali di comandanti e istruttori; dopo aver abbandonato il reparto senza autorizzazione, si sarebbe spostato nella regione di Kyiv per mappare i centri logistici dell’esercito destinati a raid missilistici e aerei. È stato fermato nei pressi di uno dei magazzini strategici della capitale. In cambio, Mosca gli avrebbe promesso l’“evacuazione” in Russia e la cittadinanza. Ora è detenuto senza cauzione e rischia l’ergastolo con confisca dei beni.

Ancora più inquietante il secondo episodio, annunciato dalla Polizia nazionale ucraina. Una ragazza di 17 anni è stata arrestata con l’accusa di aver collaborato con i servizi russi all’avvelenamento di militari ucraini. Il meccanismo, spiegano gli investigatori, prevedeva che i soldati venissero agganciati su Telegram con l’offerta di droga gratuita, che sarebbe stata inviata poi per posta. Ma nelle capsule inviate erano presenti dosi letali di metadone, che hanno portato alla morte di due soldati nella regione di Zhytomyr . La giovane, che avrebbe agito su istruzione di un referente dell’Fsb, si occupava di confezionare le sostanze e spedirle utilizzando false generalità. Il compenso promesso ammontava a 5mila grivnie, pari circa 100 euro. Le indagini sui decessi avrebbero permesso di risalire ad altri quattro destinatari delle spedizioni, nelle regioni di Kirovohrad, Zaporizhzhia, Chernivtsi e Ivano-Frankivsk, sventandone l’avvelenamento.

Il terzo caso sposta l’attenzione da Kyiv a Bruxelles. Il sito EUobserver riferisce di aver visionato una serie di messaggi WhatsApp risalenti al 2022 tra l’ex commissario europeo Didier Reynders e Hugues Brulin, all’epoca dirigente dei servizi segreti belgi, oggi acquisiti in un’indagine della polizia del Belgio. Dalle conversazioni emergerebbero tentativi di bloccare gli approfondimenti sui presunti legami di Reynders con la Russia, con Brulin che avrebbe comunicato che il “lavoro” era stato in larga parte portato a termine, ricevendo in risposta l’apprezzamento dell’ex commissario. Nei messaggi comparirebbero anche riferimenti a come contrastare un informatore che aveva segnalato i sospetti, mentre tre agenti impegnati su quelle piste avrebbero visto le proprie carriere compromesse. Reynders, già ministro degli Esteri e della Difesa belga e commissario europeo alla Giustizia dal 2019 al 2024, era stato incriminato nel 2025 in un procedimento per presunto riciclaggio relativo a operazioni per circa un milione di euro. Le nuove rivelazioni, ancora da verificare in sede giudiziaria, si inseriscono in quel quadro.

Tre storie completamente diverse e apparentemente distanti, ma che mostrano come l’azione di Mosca non si limiti a quella convenzionale, ma vada ben oltre il fronte. Rappresentando una minaccia concreta non solo per l’Ucraina, ma per tutta l’Europa.

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Il Nord Africa e il nuovo gioco delle medie potenze. Come cambia l’ordine globale

Il Nord Africa sta diventando uno dei laboratori più significativi della trasformazione dell’ordine internazionale. In una regione tradizionalmente legata agli interessi strategici europei, la crescente presenza di Turchia, monarchie del Golfo e Russia rivela come la distribuzione dell’influenza globale stia cambiando, attraverso dinamiche che non possono essere ricondotte esclusivamente alla competizione tra Stati Uniti e Cina.

Un recente commentary dello Stimson Center, firmato da Stefan Lukas e Yusuf Can, ricostruisce questa evoluzione attraverso le strategie adottate dai diversi attori regionali. La tesi è che la capacità di incidere sugli equilibri politici e di sicurezza dipenda sempre più dall’integrazione di strumenti economici, militari e diplomatici, utilizzati con flessibilità e adattati alle specifiche condizioni locali.

La Russia ha consolidato la propria presenza attraverso la cooperazione militare, soprattutto in Libia, sfruttando l’accesso a infrastrutture strategiche e le relazioni con attori locali. Gli Emirati Arabi Uniti hanno combinato investimenti, sostegno politico e capacità militari, mentre l’Arabia Saudita ha privilegiato la leva finanziaria, particolarmente rilevante nei rapporti con l’Egitto. La Turchia ha sviluppato un modello più articolato, nel quale esportazioni militari, accordi energetici, investimenti infrastrutturali e diplomazia culturale contribuiscono a sostenere una presenza regionale duratura.

Queste strategie presentano differenze sostanziali, ma condividono una caratteristica: la capacità di trasformare risorse relativamente circoscritte in influenza politica, intervenendo su settori nei quali gli interlocutori locali manifestano esigenze immediate.

Il risultato è una progressiva moltiplicazione dei centri decisionali. I governi nordafricani possono diversificare le proprie relazioni, negoziare con interlocutori differenti e ridurre la dipendenza da un singolo partner. Tuttavia, questa maggiore disponibilità di alternative non coincide necessariamente con un rafforzamento dell’autonomia strategica. In alcuni casi, la diversificazione produce nuove vulnerabilità, soprattutto quando finanziamenti, forniture militari e infrastrutture critiche diventano strumenti di condizionamento politico.

È proprio questa ambivalenza a rendere il Nord Africa interessante per comprendere un fenomeno più ampio. Le medie potenze stanno acquisendo maggiore capacità di iniziativa all’interno di un sistema internazionale nel quale le gerarchie tradizionali risultano meno vincolanti. La loro influenza deriva dalla possibilità di costruire relazioni trasversali, partecipare contemporaneamente a reti concorrenti e utilizzare le proprie capacità settoriali per ottenere vantaggi diplomatici.

Il tema è emerso anche durante un recente confronto organizzato da Sioi e Formiche, dedicato alla geopolitica delle medie potenze. Dal Canada al Brasile, fino all’India e alle monarchie del Golfo, la ricerca di autonomia si traduce nella diversificazione delle partnership economiche, tecnologiche e di sicurezza, accompagnata dalla richiesta di partecipare maggiormente alla definizione delle regole internazionali.

Esiste tuttavia una distinzione importante tra le potenze intermedie che cercano di ampliare il proprio spazio decisionale e quelle che utilizzano le proprie capacità per condizionare gli equilibri di Paesi più vulnerabili. Le due dinamiche possono coesistere, ma producono conseguenze differenti sulla stabilità regionale e sulla governance internazionale.

Anche la categoria stessa di middle power richiede una certa cautela. La Russia, potenza nucleare e membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, occupa una posizione strutturalmente diversa rispetto alla Turchia o agli Emirati. Eppure, nel contesto nordafricano, alcuni strumenti della sua proiezione regionale possono essere analizzati attraverso logiche operative comparabili.

Per l’Europa, questa trasformazione presenta implicazioni particolarmente rilevanti. L’Unione europea conserva un ruolo economico centrale nel Nord Africa, ma l’intensità degli scambi commerciali non garantisce automaticamente un’influenza equivalente sulle dinamiche politiche e di sicurezza. La disponibilità di partner alternativi modifica il potere negoziale dei governi locali e riduce l’efficacia di strumenti tradizionali come la condizionalità economica.

La questione europea riguarda quindi la capacità di integrare relazioni economiche, cooperazione industriale, sicurezza e diplomazia in una strategia coerente, riconoscendo che gli interlocutori regionali dispongono oggi di margini di scelta più ampi.

Il Nord Africa suggerisce, infine, una considerazione sull’evoluzione dell’ordine globale. La crescente influenza delle medie potenze non implica necessariamente la formazione di un sistema multipolare stabile. Può invece favorire una configurazione più fluida, nella quale il potere viene esercitato attraverso reti di relazioni, accesso a infrastrutture strategiche e capacità di intervenire su specifiche vulnerabilità.

In questo scenario, la competizione internazionale riguarda sempre più la possibilità di costruire e mantenere connessioni strategiche. Ed è proprio attraverso queste connessioni che le potenze intermedie stanno contribuendo a ridefinire gli equilibri del sistema internazionale.

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Lula da Silva o Bolsonaro? Il peso di Trump nel voto brasiliano

Ultimi giorni prima della grande scelta presidenziale in Brasile. Ad oggi, il candidato Flávio Bolsonaro si mantiene in testa nei sondaggi, che prevedono una sua vittoria nel ballottaggio di domenica 25 ottobre. Tuttavia, la distanza dal presidente Luiz Inácio Lula da Silva è marginale, come nel primo turno. La possibilità di un pareggio tecnico c’è ancora.

Il sondaggio di Quaest pubblicato mercoledì scorso indica che il figlio dell’ex presidente Bolsonaro gode del 45% del consenso, con un solo punto di vantaggio rispetto a Lula, che ha il 44% del gradimento dei brasiliani. Il report di mercoledì è il primo studio sulle proiezioni di voti dopo il dibattito di domenica tra i due candidati. La scorsa settimana, la stessa impresa di sondaggi dava a Bolsonaro il 46% e a Lula il 44%.

Invece per Nexus, che ha eseguito un sondaggio lunedì, subito dopo il confronto tra Bolsonaro e Lula da Silva, la differenza sarebbe di soli 0,6%, vedendo in vantaggio l’attuale presidente con il 46,5% dei voti e Bolsonaro figlio con il 45,9%. Il sondaggio precedente registrava una distanza di oltre tre punti percentuali. Per Nexus, circa il 4,7% degli elettori avrebbe deciso di votare in scheda nulla o bianca e il 2,9% è ancora indeciso.

La consultazione della firma Datafolha del 15 ottobre indica che Bolsonaro avrebbe il 47% dei voti e Lula da Silva il 45%. Gli ultimi sondaggi sembrano avere dato conto dell’effetto della riforma del lavoro approvata dal governo di Lula e dal Congresso, che offre un giorno di riposo a settimana (pagato).

Nell’ultimo tratto della campagna elettorale, il candidato di destra invece si è concentrato sul bisogno di un cambiamento di direzione per il Paese e nelle potenzialità del Brasile, che potrebbe diventare una delle sette principali economie del mondo. “Avevano detto che il bolsonarismo era finito, ma si sono dimenticati che Jair Bolsonaro ha lasciato milioni e milioni di semi”, ha detto il figlio, Flávio. Il candidato ha mantenuto il discorso sulla lotta contro la criminalità e la proposta di ridurre la età di responsabilità penale per reati gravi.

“Non dite all’indeciso per chi votare – ha detto il presidente brasiliano -. Chiedetegli di pensare in quale Brasile vuole vivere. Sicuro che voteranno per noi, siamo l’unica opzione per migliorare il Brasile”.

Oltre agli argomenti e i progetti di governo, il tema dell’ingerenza degli Stati Uniti nelle elezioni presidenziali brasiliane è al centro del dibattito. Molti esperti sostengono che gli Usa hanno preso misure politiche, economiche e diplomatiche per favorire il candidato Bolsonaro – più vicino alla linea del presidente Donald Trump – perché una possibile vittoria della destra agevolerebbe gli interessi americani nella regione.

James N. Green, professore di storia politica del Brasile dell’Università Brown, ha detto alla Bbc che i dazi sono stati disegnati dall’amministrazione Trump per fare pressione sul governo di Lula: “Non c’era una giustificazione economica. Era semplicemente un’altra forma per interferire nelle elezioni”.

Anche il quotidiano Folha de São Paulo ha pubblicato un documento in cui l’Agenzia dell’Intelligence Brasiliana eleva a livello critico la possibilità di ingerenza degli Stati Uniti nel voto di domenica 25 ottobre. Per il Dipartimento di Stato americano, “qualsiasi insinuazione di una ‘strategia’ per danneggiare le elezioni in un Paese democratico è una bugia senza fondamento”.

Oggi ci sarà l’ultimo dibattito televisivo per confrontare le due proposte di Lula da Silva e Bolsonaro jr. prima del voto finale. Entrambi i candidati hanno promesso di svelare il loro patrimonio e quello delle loro famiglie in diretta.

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Musk riaccende Starlink in Ucraina? L’incognita della telefonata di Trump

Sarebbe stato il presidente americano Donald Trump a chiedere ad Elon Musk di ripristinare l’accesso dell’Ucraina a Starshield, la componente esclusivamente militare della costellazione satellitare Starlink diventata un’infrastruttura imprescindibile per le forze di Kyiv.

Secondo il Wall Street Journal, Trump avrebbe chiesto a Musk di rimuovere le restrizioni sull’uso ucraino del servizio, mostrandosi frustrato per le velocità ancora limitate. Poco dopo la telefonata, riferiscono fonti americane e ucraine citate dal quotidiano, il sistema ha ripreso a funzionare in modo più regolare. Il quadro resta però incerto, con alcuni funzionari ucraini i quali sostengono che Starlink non sia tornato alla piena funzionalità, pur operando a velocità superiori al tetto imposto. Lo stesso Volodymyr Zelensky aveva dichiarato giovedì che la velocità non era stata ripristinata, auspicando colloqui a breve con il segretario di Stato Marco Rubio.

Resta l’ambiguità sulle responsabilità. Trump ha negato qualsiasi coinvolgimento nella decisione di rallentare il servizio, mentre Rubio ha ribadito mercoledì che le scelte sull’accesso ucraino spettano a SpaceX e a Musk, non alla Casa Bianca. Una linea difficile da conciliare con la ricostruzione del Wsj, secondo cui sarebbe bastata una telefonata presidenziale per sbloccare la situazione.

La posta in gioco è anzitutto militare. Starlink regge le comunicazioni sul campo di battaglia e le operazioni con droni, e la limitazione del servizio ha penalizzato sia le missioni d’attacco sia quelle di difesa aerea condotte con velivoli senza pilota contro la Russia. Lo sfondo è quello di relazioni tra Kyiv e Washington mai così tese. Trump ha annunciato un accordo per l’acquisto di diesel russo, ha rinunciato a nuove sanzioni contro Mosca, ha chiesto all’Ucraina di fermare gli attacchi alle raffinerie russe e ha invitato gli ucraini a sostituire Zelensky. Intanto i combattimenti proseguono: giovedì la Russia ha colpito Kyiv con missili balistici e l’Ucraina ha lanciato centinaia di droni verso Mosca, nonostante l’ultima spinta americana per chiudere il conflitto. La vicenda conferma quanto la tenuta ucraina dipenda da un’infrastruttura privata, e quanto questa resti esposta alle oscillazioni della politica americana.

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La reputazione come fattore di competitività. La Fondazione Guido Carli lancia il Manifesto per Leadership responsabili

La reputazione come infrastruttura invisibile della competitività. È da questa convinzione che partirà il 27 novembre, nella Sala della Regina di Palazzo Montecitorio, la Convention inaugurale della stagione 2026-2027 della Fondazione Guido Carli. Un appuntamento che farà da cornice al lancio del Manifesto per Leadership responsabili, un patto rivolto a istituzioni, imprese e società civile per riaffermare il valore della credibilità in una fase segnata da policrisi, cambiamenti rapidi e nuove opportunità.

L’iniziativa aprirà anche il percorso che accompagnerà il diciottesimo anniversario della Fondazione Guido Carli, nata per custodire e tramandare l’eredità morale e culturale dello statista che fu governatore della Banca d’Italia, ministro del Tesoro e senatore della Repubblica. Le celebrazioni culmineranno il 21 maggio 2027 con la XVIII edizione del Premio Guido Carli nella cornice del Teatro dell’Opera di Roma.

“Dalla Capitale e dal cuore delle istituzioni democratiche apriremo un cantiere di idee e di progetti centrato sulla credibilità”, spiega la presidente della Fondazione Guido Carli, Romana Liuzzo. “Avvertiamo più forte che mai la necessità di favorire un’alleanza virtuosa tra chi decide, chi produce e chi rappresenta la società civile. Per questo lanceremo il Manifesto per Leadership responsabili, un patto che mette al centro una parola che riteniamo decisiva: reputazione”.

Secondo Liuzzo, la competizione globale non si misura più soltanto sul costo dell’energia o sulla corsa ai brevetti dell’intelligenza artificiale generativa. “Oggi conta anche la fiducia che una nazione, un’impresa o un’istituzione riescono a generare. In un mondo attraversato dal sovrapporsi di crisi e shock imprevedibili, il capitale reputazionale rappresenta un fattore determinante per attrarre investimenti, sostenere le filiere produttive e rafforzare la tenuta delle comunità”.

In questo quadro, il capitale reputazionale diventa un elemento decisivo per attrarre investimenti, garantire la tenuta delle filiere produttive e rafforzare la coesione delle comunità. Per questo la Convention riunirà esponenti di mondi diversi ma interconnessi, dalle infrastrutture energetiche alla farmaceutica, dal lusso all’agroalimentare, dalla finanza all’impresa sociale.

“Vogliamo rafforzare quel capitale di fiducia che consente a persone, organizzazioni e territori di affrontare il cambiamento con maggiore solidità”, osserva Liuzzo. Il richiamo è alla lezione di Guido Carli, indicata come un modello capace di coniugare rigore e visione, crescita economica e attenzione al sociale, governo del presente e fiducia nelle nuove generazioni.

“A diciotto anni dalla nascita della Fondazione vogliamo riproporre il suo metodo come stella polare: la capacità di tenere insieme rigore e visione, conti e persone, progresso economico e attenzione al sociale. È un’eredità che consideriamo più attuale che mai e che guarda con fiducia alle nuove generazioni”. Una prospettiva che la Fondazione sintetizza nell’obiettivo di “disegnare nuove mappe di speranza”.

Dopo il saluto iniziale di Romana Liuzzo, sarà il Prefetto di Roma, Lamberto Giannini, ad aprire i lavori della Convention, moderata da Costanza Calabrese, giornalista e conduttrice Mediaset. In dialogo con lei interverranno Ettore Prandini, presidente di Coldiretti; Alessandro Zehentner, presidente di Snam; Nico Acampora, fondatore di PizzAut; Laura Burdese, ceo di Bulgari; Alessandro Circiello, membro del TASIN del ministero della Salute; Sergio Marullo di Condojanni, presidente e amministratore delegato di Angelini Pharma; Claudia Parzani, presidente di Borsa Italiana e Maria Elena Boschi, presidente del Gruppo Italia Viva alla Camera.

Le loro testimonianze offriranno uno spaccato su come il sistema produttivo possa trasformare la reputazione in un fattore di competitività e in uno strumento di proiezione internazionale del Paese, valorizzando non solo l’eccellenza del Made in Italy, ma anche quel capitale di fiducia che contribuisce a raccontare qualità, innovazione e coesione sociale.

Saranno 170 gli ospiti ammessi nella Sala della Regina. Da Montecitorio prenderà così avvio il percorso del Manifesto per Leadership responsabili, con l’obiettivo di tradurre il tema della reputazione in un impegno concreto condiviso tra istituzioni, imprese e territori.

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