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Gli antidoti democratici di Israele funzionano. Sarà il dopo Netanyahu? La lettura dell’amb. Mattiolo

Le urne non hanno consegnato a Israele il verdetto definitivo su Benjamin Netanyahu. Gli hanno però presentato il conto di una stagione politica consumata tra guerre, tensioni interne e un Paese costretto a misurarsi con troppe emergenze contemporaneamente. L’affluenza oltre il 70%, insieme alla mobilitazione degli elettori arabi, racconta una democrazia tutt’altro che rassegnata. Ma la tenuta del Likud dimostra che archiviare Netanyahu è un’operazione molto più complessa del previsto. Ora il pallino passa alle alleanze: il blocco del cambiamento guidato da Gadi Eisenkot cerca i numeri per costruire un’alternativa, mentre sul tavolo restano i dossier più esplosivi, dagli insediamenti in Cisgiordania al servizio militare degli ultraortodossi, fino al futuro del rapporto con Washington e alla minaccia iraniana.

A leggere gli equilibri usciti dalle urne è Luigi Mattiolo, ambasciatore e profondo conoscitore delle dinamiche internazionali. Perché la partita israeliana non si esaurisce nella sfida tra un premier e i suoi avversari: riguarda la capacità di un Paese sotto pressione di cambiare direzione senza perdere di vista la propria sicurezza.

Ambasciatore, partiamo dal dato più evidente: un’affluenza superiore al 70%. Che cosa ci racconta questa partecipazione in un Paese sottoposto a una pressione securitaria straordinaria?

È un dato che colpisce e che merita di essere sottolineato. La partecipazione al voto è un segnale di vitalità democratica, tanto più significativo in un Paese come Israele, che attraversa una fase di forte tensione e deve confrontarsi con minacce su più fronti. È altrettanto importante la partecipazione della popolazione araba israeliana, che ha dimostrato di credere nella democrazia parlamentare del proprio Paese. Non dimentichiamo che Netanyahu aveva cercato di escludere i partiti arabi dalla competizione, ma la Corte suprema ha annullato quella decisione. È un elemento che invita a guardare alla realtà israeliana con maggiore complessità, senza appiattirla sulla narrazione di uno Stato irrimediabilmente antidemocratico.

Eppure chi pronosticava una bocciatura netta di Netanyahu è rimasto deluso. Il Likud ha tenuto e ha sottratto consensi anche alla destra più radicale. È ancora lui il baricentro della politica israeliana?

Il risultato dimostra che Netanyahu conserva una forza politica considerevole. Il Likud ha recuperato voti anche a scapito di altri partiti alla sua destra, un elemento di cui il premier potrà certamente vantarsi. Ma sarebbe sbagliato confondere la tenuta del suo partito con la possibilità di governare senza difficoltà. Il sistema elettorale israeliano, con la sua soglia di accesso alla Knesset, favorisce una rappresentanza articolata e rende indispensabili le coalizioni. Nessuno può governare da solo: la capacità di costruire una maggioranza parlamentare sarà decisiva.

Il blocco del cambiamento guidato da Gadi Eisenkot può davvero contendere il governo a Netanyahu? E quale margine ha per costruire una maggioranza alternativa?

La possibilità esiste, ma dipende dalla capacità di aggregare forze politiche diverse attorno a un progetto comune. Il blocco del cambiamento deve dimostrare di poter andare oltre la contrapposizione a Netanyahu e trovare una sintesi sulle questioni decisive per il futuro del Paese. In questa fase, la costruzione di una maggioranza è più importante del risultato del singolo partito. Il presidente Isaac Herzog dovrà valutare chi abbia le maggiori possibilità di raccogliere almeno 61 deputati su 120. L’incarico potrebbe essere affidato a più di un leader politico: la vera discriminante sarà la capacità di costruire una coalizione sostenibile.

I partiti arabi possono diventare gli arbitri della prossima maggioranza?

È una possibilità concreta. Se il blocco del cambiamento riuscisse a ottenere un sostegno esterno dai partiti arabi, potrebbe aprirsi una strada per la formazione di un governo. Resta anche l’ipotesi di un esecutivo di unità nazionale. L’incertezza è inevitabile, perché il sistema israeliano produce coalizioni composite, spesso fragili. La tenuta degli accordi sarà quindi fondamentale: una maggioranza numericamente sufficiente non è necessariamente una maggioranza in grado di governare con stabilità.

Al di là dei numeri, il voto può segnare una discontinuità rispetto alla stagione politica di Netanyahu?

Il segnale di una domanda di cambiamento esiste, anche se non si è tradotto in una bocciatura inequivocabile del premier. Una parte consistente della società israeliana ritiene che il Paese non possa continuare a essere impegnato contemporaneamente su tutti i fronti. Le questioni della sicurezza restano centrali, ma cresce la consapevolezza che occorra trovare un equilibrio diverso tra esigenze militari, tenuta interna e prospettive politiche. La vera incognita è se questa domanda riuscirà a trovare uno sbocco in una maggioranza parlamentare coerente.

Uno dei dossier più divisivi è quello degli insediamenti in Cisgiordania. Un eventuale governo del cambiamento potrebbe invertire la rotta?

È uno dei terreni sui quali potremmo assistere a una discontinuità. La politica degli insediamenti è stata uno degli elementi caratterizzanti dell’esecutivo Netanyahu e ha alimentato tensioni sia sul piano interno sia nei rapporti con la comunità internazionale. Un governo con una diversa composizione potrebbe quantomeno rimettere in discussione alcune scelte. Ma bisognerà capire quali forze entreranno nella coalizione e quale sarà il loro peso effettivo. Non basta evocare il cambiamento: occorre verificare se esistano le condizioni politiche per tradurlo in decisioni concrete.

C’è poi la questione dell’esenzione degli ultraortodossi dal servizio militare. Perché può diventare una linea di frattura decisiva?

Perché tocca un nervo scoperto della società israeliana: la distribuzione degli oneri della sicurezza. In un Paese che ha affrontato una lunga fase di conflitto, il tema del servizio militare non è soltanto una questione amministrativa, ma riguarda il principio di equità tra i cittadini. Eisenkot ha costruito una parte importante della propria campagna proprio su questo nodo. Un eventuale governo alternativo potrebbe provare a intervenire, ma si troverebbe davanti a resistenze politiche e sociali significative. È una delle questioni sulle quali si misurerà la capacità di un nuovo esecutivo di rispondere alle aspettative dei propri elettori.

Sul fronte palestinese, invece, esiste davvero uno spazio per riprendere un processo politico? O la sicurezza continuerà a dettare l’agenda?

La sicurezza rimane una precondizione imprescindibile. In Israele c’è una convergenza ampia sulla necessità del disarmo di Hamas, considerato un passaggio fondamentale per qualsiasi prospettiva politica credibile. Ma sicurezza e iniziativa diplomatica non dovrebbero essere considerate alternative. La sfida consiste nel creare le condizioni per superare la fase attuale e riaprire uno spazio di confronto tra israeliani e palestinesi. Il disarmo di Hamas, da solo, non risolve tutte le questioni del conflitto: è necessario capire quale assetto possa garantire stabilità e prospettive politiche nel lungo periodo.

Quanto ha pesato l’endorsement di Donald Trump a Netanyahu? E quanto conterà Washington nella fase che si apre?

Non credo che il sostegno di Trump abbia modificato in maniera determinante gli orientamenti dell’elettorato. È possibile che una parte dei votanti che in precedenza guardavano ai partiti ultraortodossi abbia finito per convergere sul Likud, ma sarebbe riduttivo attribuire l’esito del voto a un singolo fattore. Il rapporto con gli Stati Uniti sarà comunque decisivo. Un eventuale governo diverso da quello di Netanyahu potrebbe avere margini differenti nel dialogo con Washington, mentre una sua riconferma non farebbe prevedere cambiamenti sostanziali nell’impostazione dei rapporti bilaterali. Le elezioni di metà mandato americane aggiungeranno un ulteriore elemento di incertezza, anche se il presidente manterrà ampi poteri in materia di politica estera e difesa pure nell’eventualità di una perdita della maggioranza al Congresso.

Se Netanyahu dovesse restare al potere, quale dossier rischierebbe di tornare in cima all’agenda internazionale?

La minaccia nucleare iraniana potrebbe tornare a occupare una posizione ancora più centrale. Se non dovesse aprirsi una nuova stagione politica in Israele, è plausibile che la questione iraniana continui a rappresentare uno dei principali punti di convergenza tra Netanyahu e Trump. Il tema non riguarda soltanto la sicurezza israeliana, ma investe l’intero equilibrio mediorientale e il ruolo degli Stati Uniti nella regione.

Chiudiamo tornando al dato democratico. Il voto può essere letto come una risposta a chi descrive Israele come una democrazia ormai compromessa?

I segnali vanno letti con attenzione, senza trarre conclusioni assolute. L’affluenza, la partecipazione della componente araba e il ruolo di una diaspora israeliana particolarmente sensibile al tema dell’antisemitismo mostrano una società mobilitata e consapevole della posta in gioco. Anche il confronto tra forze politiche profondamente divise testimonia che gli strumenti democratici continuano a funzionare. Questo non significa ignorare le contraddizioni, le tensioni istituzionali o le criticità del rapporto con i palestinesi. Significa riconoscere che la realtà israeliana è più complessa di qualsiasi rappresentazione univoca. La prova decisiva, adesso, sarà trasformare la partecipazione elettorale in una soluzione politica capace di dare stabilità al Paese.

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Non c’è difesa senza Europa, non c’è Europa senza difesa. Scrive Nones

Il quadro strategico internazionale è sempre più preoccupante, ma non sono molti a rendersene conto e ancora meno ad ammetterlo. Nelle autocrazie questo è scontato, ma anche nei Paesi democratici le numerose scadenze elettorali sembrano frenare ogni spinta ad ammettere i crescenti rischi e la necessità di accettare realisticamente i possibili rimedi.

Su molti di questi ultimi pesa l’imbarbarimento del dibattito politico sui temi interni e sul loro approccio alle relazioni internazionali. Ancora una volta gli Stati Uniti sono stati la guida, questa volta negativa, del mondo occidentale e hanno condizionato, direttamente e indirettamente, lo scenario europeo.

I Paesi europei, a loro volta, portano la responsabilità di essersi fatti cogliere impreparati di fronte a questo vero e proprio cataclisma che ha colpito il sistema internazionale. Inutile, ma non per questo meno necessario, sottolineare che con un minimo di lungimiranza avremmo dovuto e potuto costruire nel tempo la strumentazione necessaria per navigare anche in acque agitate oltre che in quelle calme. 

La nostra grande contraddizione è che per superare il vero grande male europeo, il nazionalismo tradizionale dei singoli Paesi, si sarebbe dovuto costruire un nazionalismo paneuropeo basato sulla prioritaria tutela degli interessi collettivi europei e non proporre un “salto nel vuoto” in nome di un’Unione europea che non è riuscita a conquistare il cuore dei suoi cittadini, contenti di utilizzarne i vantaggi ma poco disposti ad accettarne gli oneri. Un’Unione che i vertici politici degli Stati membri, indipendentemente dal colore politico, non hanno voluto si espandesse dal mercato alla governance istituzionale e alle relazioni internazionali (e conseguentemente alle politiche di difesa e sicurezza).

Oggi di fronte alla necessità di fare scelte difficili ed inevitabilmente impopolari, la carenza più grave è la mancanza della consapevolezza che non c’è difesa senza Europa e non c’è Europa senza difesa.

Pochi esempi lo dimostrano e dovrebbero essere utilizzati per contrastare la diffusa illusione che sia ancora possibile una risposta “nazionale” ai problemi che ogni giorno, sempre di più, devono affrontare governi e parlamenti nazionali e gli stessi cittadini europei.

Le sorti del mondo sono sempre più nelle mani di tre grandi potenze (a cui cercano di aggiungersene alcune medie) che sono tali sul piano politico, economico e militare. L’Europa non c’è perché lo è solo su quello economico. Non tutti la riconoscono sul piano politico e nessuno su quello militare.

In questi settant’anni dalla firma dei Trattati di Roma l’Unione è stata presentata come un nuovo “animale istituzionale”: una costruzione giuridica e politica unica nella storia perché non è uno Stato sovrano federale, come gli Stati Uniti, ma non è nemmeno una semplice organizzazione internazionale o confederazione di Stati. Allegoricamente è stata spesso definita come un “ircocervo” (un animale mitologico metà becco e metà capra), proprio per sottolineare la sua natura ibrida e senza precedenti. Questo pregio oggi rischia di metterne a repentaglio la sopravvivenza perché si è aperta la caccia e le uniche due categorie sono i “predatori” e le “prede”.

L’ironia della sorte vuole che il primo Paese a non riconoscere un ruolo all’Europa sia proprio il suo principale alleato, gli Stati Uniti. Negli ultimi due anni non si contano le occasioni in cui ha dovuto subire la prepotenza dell’amministrazione Trump e pagare i costi delle sue scelte, dai dazi ai danni provocati dalle sue avventure politiche e militari (come la gestione della crisi israelo-palestinese e la richiesta di pagamento europeo delle forniture militari americane all’Ucraina e, da ultimo, l’attacco all’Iran con la chiusura dello Stretto di Hormuz e la conseguente impennata del prezzo del gas e del petrolio).

Non ci sono alternative per l’Europa: cominciare seriamente a diventare una “potenza” come le altre o diventare un loro terreno di conquista. La responsabilità della scelta spetta ai principali Paesi europei perché sono gli unici a disporre, insieme delle risorse necessarie, ma che devono trovare il coraggio per andare avanti sulla strada del riconoscimento del prevalente interesse comune. L’avvenuto allargamento dell’Unione (per altro non ancora concluso) impone la Cooperazione Strutturata Permanente come unico strumento disponibile nell’Unione per integrare non solo le loro politiche di difesa, ma, anche e prima, quelle internazionali. E, forse, per arrivarci più velocemente, la strada migliore potrebbe essere quella di un preliminare accordo intergovernativo fra i Paesi “willing and able” (compreso il Regno Unito), al di fuori ma non contro l’Unione.

Qualsiasi passo avanti in questa direzione espliciterebbe agli occhi dei cittadini europei che l’integrazione europea non è una scelta, ma una necessità.

La maggiore minaccia militare (tradizionale, ibrida, terroristica) è oggi rappresentata da quella proveniente dall’aria, come chiaramente dimostrato dall’esperienza della guerra condotta dalla Russia contro l’Ucraina e dei ripetuti e variegati scontri militari in Medio Oriente. Con l’avvento dei droni e delle nuove tipologie di missili, insieme al loro maggiore utilizzo anche da piattaforme aree, nonché l’interazione fra queste tre categorie di armamenti, è diventato prioritario lo sviluppo di una capacità di difesa in grado di contrastare ogni possibile forma di attacco dall’aria. Non va, inoltre, sottovalutato il rischio che, nell’attuale spirale di progressivo mancato rispetto di impegni e accordi internazionali e di indebolimento degli strumenti faticosamente costruiti negli ultimi ottanta anni per cercare di gestire la governance del sistema internazionale, possa venire coinvolto direttamente (e non solo indirettamente) il dominio spaziale.

La forza intrinseca di questa minaccia è che può arrivare da qualsiasi direzione e da qualsiasi quota (dallo spazio extra-atmosferico a pochi metri di altezza) con armamenti che possono raggiungere velocità elevatissime. Per difendersi serve quindi un sistema in grado di tenere sotto costante controllo vastissime aree del pianeta e dello spazio e di contrastare ogni tipologia di vettore il più lontano possibile dai presumibili obiettivi, assumendo tempestivamente ogni decisione operativa.

Non a caso si fa riferimento ad una cupola di difesa la cui circonferenza di base deve necessariamente includere tutti i Paesi che vi rientrano. L’unico Paese che fino ad ora lo ha sviluppato, su scala ridotta, è Israele (con l’aiuto americano), mentre gli Stati Uniti sono attualmente impegnati in un gigantesco sforzo per realizzarlo. L’Europa, invece, è ancora una volta molto indietro e sta marciando in ordine sparso. Non occorre essere fini esperti di strategia, ma semplici conoscitori elementari di geografia, per comprendere che una vera cupola di difesa dell’Europa deve comprendere una pluralità di Paesi dove collocare i sistemi di avvistamento e di contrasto avanzato, prevedendo anche un consistente impiego anche di mezzi navali e assetti spaziali per completare efficacemente la cintura di protezione sulla frontiera marittima e spaziale. E, ovviamente, serve anche un sistema avanzatissimo di comunicazione e di comando e controllo, nonché un accordo politico per gestire l’intera cupola.

Quindi un sistema molto costoso che richiede un grande sforzo tecnologico e industriale e una base solida e condivisa sul piano giuridico, istituzionale, militare: nessun Paese europeo, nemmeno i più grandi e ricchi, può seriamente pensare di arrivarci da solo e nemmeno con un semplice programma comune.

Una cupola di difesa europea dimostrerebbe concretamente ai cittadini europei quanto è importante l’Europa non solo per continuare a beneficiare dei vantaggi attuali, ma anche e soprattutto per metterli al riparo dalle crescenti minacce e assicurare la loro protezione e libertà e quella dei loro figli.

Nell’ultimo quindicennio uno dei principali problemi politici e sociali dell’Europa è stato quello dell’immigrazione, troppo spesso irregolare. Complici i conflitti più o meno dichiarati e la maggiore instabilità internazionale, ma anche le esigenze di una popolazione sempre più vecchia e restia a svolgere le mansioni più semplici e, infine, la sua conformazione e collocazione geografica, l’Europa (compreso il Regno Unito) è diventata la meta di circa 25-30 milioni di persone. Nel solo 2024 si stima l’arrivo di più di 4 milioni di immigrati extra-europei. La libera circolazione dei cittadini europei ha comportato due problemi: Le diverse politiche nazionali di riconoscimento della cittadinanza hanno favorito il movimento interno all’Unione degli immigrati regolarizzati. L’abolizione dei sistematici controlli alle frontiere interne dell’Unione ha favorito il movimento anche degli immigrati irregolari.

Questo quadro già complicato è stato aggravato dall’immigrazione irregolare via mare che ha coinvolto alcuni Stati membri e, in particolare, quelli che si affacciano sul Mediterraneo, fra cui l’Italia. Qui, infatti, qualsiasi “respingimento” sui confini marittimi dell’Unione comporta il rischio di mettere a repentaglio la vita di immigrati e loro famiglie. Ma una volta entrati nel territorio dell’Unione, è necessario individuare quanti devono essere riconosciuti come “profughi” e solo per gli altri può essere organizzato il ritrasferimento verso i Paesi di origine (a condizione che vi siano specifici accordi). Quanto ai “profughi”, la loro equa distribuzione fra gli Stati membri continua ad essere disattesa.

Nel complesso una situazione caotica che potrebbe essere gestita decentemente solo a livello europeo con criteri comuni sui criteri per la selezione e regolarizzazione degli immigrati, ma anche con sforzi comuni per limitare al massimo l’arrivo di immigrati irregolari. In quest’ottica solo l’Unione europea potrebbe avere la forza politica, economica ed operativa per realizzare propri campi profughi in alcuni Paesi della sponda sud del Mediterraneo (da cui per altro partono, compresi quelli che vi sono arrivati irregolarmente). In questi campi europei potrebbero essere concentrati gli immigrati intercettati in mare per poi procedere alla individuazione degli aventi diritto. I Paesi ospitanti potrebbero beneficiare dell’investimento europeo in termini di servizi (cibo, acqua, energia), di ospitalità del personale europeo impiegato per i controlli e per il mantenimento dell’ordine all’interno dei campi e di sorveglianza svolta dalle loro forze di sicurezza all’esterno, nonché di gestione del ritorno ai Paesi di origine di quanti respinti.

Questa soluzione avrebbe anche un forte effetto deterrente nei confronti dei flussi migratori irregolari e del traffico di esseri umani perché evidenzierebbe meglio la volontà europea di contrastare l’immigrazione irregolare e consentirebbe di conciliare i principi etici che caratterizzano il Vecchio Continente con una gestione dell’immigrazione che limiti l’allarme sociale che rischia di minare le basi della società europea e di quelle nazionali.

Anche in questo caso solo l’Europa potrebbe collettivamente farci uscire dall’attuale spirale perversa con cui tutti gli Stati membri si stanno misurando e dimostrare ai suoi cittadini la validità di una sua maggiore, e non minore, integrazione.

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Riz Ortolani, artista ancora da scoprire. Il racconto di Girelli

Più che meritati gli applausi e i positivi commenti dei critici a Marco Dentici, regista del film su Riz Ortolani proiettato alla Casa del Cinema ed inserito nella sezione Storia del cinema della Festa del Cinema di Roma 2026. In versione per trasmissione Rai, un’ora: l’integrale è molto più lungo. Si spera di poterlo proiettare a Pesaro, città natale di Ortolani. L’opera, nata da una idea della figlia Rizia che ha attivamente collaborato nelle ricerche andando ad intervistare anche in Messico i testimoni della presenza di Riz e Katina, ha richiesto cinque anni di impegnativo lavoro e l’impiego di notevoli risorse. Si è avvalsa dell’intenso contributo di Renato Marengo, tra i pochi che hanno cercato di approfondire seriamente la portata artistica di Riz e che nel marzo 2026 ha partecipato a Pesaro all’evento ufficiale di apertura delle celebrazioni per il centenario della nascita del compositore di cui ha illustrato il linguaggio innovativo delle sue colonne sonore. Una nutrita platea, presenti meritoriamente Daniele Vimini vice sindaco di Pesaro, Gianni Letta, Oriano Giovanelli ex-sindaco di Pesaro, la regista Giuliana Gamba, ha seguito il filmato con partecipazione e commozione, anche per la lunga frequentazione che molti dei presenti hanno avuto con Riz e Katyna.

Marco Dentici ha evitato la classica struttura da documentario istituzionale o «monumento celebrativo» ma ha esplorato l’eclettismo di Ortolani, capace di passare con disinvoltura dal jazz alla musica classica, fino alle sperimentazioni sonore più audaci. Una specie di partitura cinematografica – spiega Cristina Rossetti, Segnali sonori, 16.10.2026 – in cui le immagini cercano di seguire la libertà del compositore. «In altre parole è un film jazz», il cui autore rivendica una costruzione narrativa che procede per salti temporali e associazioni, anziché per capitoli cronologici. Ed è probabilmente il modo più appropriato per raccontare un artista che del jazz aveva assimilato non soltanto il linguaggio, ma anche l’attitudine a muoversi tra regole e improvvisazione. Sul finale del filmato (con riferimento al trasloco avvenuto dopo la scomparsa anche di Katyna) quelle pareti della sua abitazione prive delle benemerenze, dei ritratti, delle cose care, e quegli scatoloni ripieni hanno evidenziato che le «cose passano». Ma non passa il forte ed ammirato ricordo di Riz e delle sue splendide musiche, del suo valore artistico non emerso nella misura giusta finché era in vita ma destinato a lumeggiare sempre più mano a mano che anche in Italia, come già avvenuto in altri Paesi del mondo, a cominciare dagli Usa, si afferrano appieno le innovazioni artistiche e la promozione che con lui ha raggiunto la musica non più ancella ma valore autonomo, coprotagonista rispetto al film. Qualche autorevole commentatore ha detto che addirittura sono le sue musiche a «trascinare» qualche film, e non viceversa come fino allora avvenuto.

Ed in effetti Nicola Winding Refn, regista di Drive, dichiarò alla stampa di avere pensato alla pellicola ascoltando la sua musica. Analogo riconoscimento pervenne da Quentin Tarantino. Insomma un musicista – come è stato detto – capace di trasformare una colonna sonora in un racconto autonomo, capace di sopravvivere ai film stessi e dotato di una straordinaria capacità di fondere il jazz con la grande orchestra sinfonica e di creare melodie indelebili.

Ma non è materia mia ed io ho ascoltato con interesse i commenti di autorevoli personalità chiamate ad esplorare le “armonie e dissonanze” della vita artistica di Ortolani, quali Renzo Arbore, Franco Bixio, Pupi Avati, Andrea Bocelli, Placido Domingo (che da giovanissimo cercava di ascoltare Katyna dalle siepi che circondavano i locali in cui lei si esibiva in Messico, dove si era trasferito con la famiglia), Renato Marengo, Michele Mirabella, Giordano Sangiorgi, Filippo Sugar, nonchè Fabio Masini, direttore del conservatorio di Pesaro dove Riz si formò anche sotto la guida di Piero Giorgi (da lui sempre ricordato con gratitudine, come mi ha precisato Katyna) che compose diverse colonne sonore per il cinema dell’epoca.

Non stava bene, doveva portare un busto e lo studente Riz spesso dal conservatorio lo accompagnava a casa. Questo incontro aprì la strada all’interesse del giovane Riz per la musica applicata alle immagini. Non rientra purtroppo nell’elenco il regista Damiano Damiani, la cui levatura ho avuto modo di apprezzare direttamente a casa di Riz, mancato ormai da diversi anni. Ma questi e Riz Ortolani hanno dato vita a un sodalizio artistico fondamentale per il cinema italiano, legando le proprie carriere soprattutto a una serie di intensi film di denuncia civile, polizieschi e drammi politici tra gli anni ’70 e ’80 nonché alla stagione dei seguitissimi episodi (si parlò di picchi di 15 milioni) de La piovra (1984, con Michele Placido) le cui musiche sono state composte interamente da Riz Ortolani. Mentre Damiani esprimeva la sua morale rigorosa analizzando le storture della società, del potere e della criminalità organizzata, Ortolani “ne commentava le immagini con melodie che spaziavano dal lirismo nostalgico a sonorità tese e drammatiche”. Ma, oltre alle produzioni con Damiani, sono diversi gli aspetti della sua vita che ancora debbono essere “esplorati”. Come ad esempio, dopo decenni, le tappe del suo ritorno a Pesaro per l’amore che egli ha sempre conservato per la sua città natale e per il “suo” Conservatorio.

Arricchiscono il documentario coinvolgenti testimonianze di Katyna Ranieri, Rizia Ortolani ed Enrico Ortolani Sternini (molto attivo nella diffusione delle musiche di Riz nei conservatori) nonché dello stesso Riz che ha rievocato, tra l’altro, la sfortunata partecipazione giovanile ad un concorso a Torino per il posto di Primo Flauto nell’Orchestra Sinfonica della Rai. L’audizione naufragò tragicamente a causa di un improvviso e fortissimo bruciore alla gola, causato da una bevanda alcolica che gli aveva offerto poco prima un amico nell’intento di calmarne l’emozione e rincuorarlo. Ma il “rimedio”, per lui estraneo all’alcol, gli impedì di suonare lo strumento. Nel viaggio di ritorno non smise mai di piangere. Al termine delle sue affermazioni Riz ha reso omaggio alla moglie ”grande donna, che per favorire la mia carriera ha posto termine alla sua”. E bisogna rilevare che non si è trattato di rinuncia da poco: Katyna aveva raggiunto fama e successo internazionali. Basti ricordare che fu invitata all’Auditorium di Santa Monica di Hollywood per cantare «More», alla 36ª edizione dei Premi Oscar, circostanza che la rese l’unica cantante italiana nella storia ad essersi esibita sul palco dell’Academy Awards. E l’apprezzamento di cui godeva nel mondo è attestato da un episodio da lei stessa raccontato nel filmato di Dentici (e talvolta rievocato anche durante le indimenticabili cene estive nei pressi del mare con gli amici a Pesaro). Si stava esibendo sul palco del lussuoso locale Montmartre all’Avana. Fu sollecita a rientrare in fretta in albergo. Un commando di rivoluzionari stava per fare irruzione nel locale. Quando chiese: “Ma cosa è successo?”. Risposta: “Li hanno ammazzati tutti”, compreso il capo della Polizia Militare del regime di Batista, il colonnello Antonio Blanco Rico. Katyna manifesta gratitudine a Fidel Castro dal quale sarebbe pervenuto il “consiglio” che le “ha salvato la vita”.

Sul fatto per cui la figura di un artista come Riz ancora non sia stata sufficientemente studiata ed evidenziata, hanno inciso la sua eccessiva modestia e la lunga attività lontano dall’Italia, all’estero: Messico, Cuba, Stati Uniti dove – dicono i critici – è più famoso che in Italia. La misura della celebrità raggiunta da Ortolani in America è fornita da un episodio incredibile: il rinomato regista Stanley Kubrick, colpito dal talento di Riz (già vincitore di un Grammy e candidato all’Oscar per il famoso brano «More» del documentario Mondo Cane), gli scrisse una nota autografa per invitarlo a comporre la colonna sonora originale di “2001: Odissea nello spazio”. Ma la stesura, in un foglio a quadretti, era così disordinata e quasi incomprensibile che Riz non potè afferrarne autore e contenuto e cestinò l’appunto manoscritto di Kubrick, ritenendolo un anonimo “scarabocchio”. E la grande occasione sfumò.

Il centenario di Riz Ortolani dovrebbe servire soprattutto – scrive ancora Cristina Rossetti – a sottrarre la sua figura alla comoda etichetta di maestro delle colonne sonore. Definizione certamente corretta, ma insufficiente. Ortolani è stato un compositore del Novecento, un direttore d’orchestra, un arrangiatore, un musicista cresciuto nella tradizione classica. Celebre la colonna sonora di “Fratello Sole, sorella Luna” del film diretto da Franco Zeffirelli, liberamente ispirato alla vita di San Francesco d’Assisi. Nella versione cinematografica originale italiana, la canzone è interpretata dal giovane Claudio Baglioni. La musica di Ortolani (classico/sinfonica) restituisce – osservano gli esperti – “ la vera sacralità medievale e la profonda devozione francescana, distaccandosi dalle mode temporanee della musica pop e regalando al film una solennità immortale”. Ed è diventata un classico della musica sacra italiana. Che si contrappone alla versione pop/folk di Donovan, cantautore folk-psichedelico scozzese, voluta da Zeffirelli “per il mercato estero considerando che nel 1972, San Francesco veniva visto dai giovani come il primo vero «figlio dei fiori» della storia”. E ci sarebbe dunque da scavare su altre splendide composizioni della maturità e che Riz considerava traguardi della sua carriera di compositore: la «Sinfonia per la Memoria», o «La Congiura» non ancora adeguatamente approfondite dagli studiosi.

«Tutto quello che è accaduto nella sua vita» per lui andava «ascritto ad un grande fortuna». Non ha mai messo in primo piano il suo valore, non curava l’immagine. Sempre modesto e contenuto. Rientrando a Pesaro dopo le sue serate da ragazzo nei vicini locali romagnoli “prendeva il treno all’alba con gli operai – sono parole sue – e si sentiva un privilegiato”. Quando ho cominciato a frequentare casa sua restai stupito che personaggi come lui e la moglie non avessero un addetto stampa o comunque alle pubbliche relazioni. Erano così estranei al mondo delle comunicazioni che allorché non poterono proprio fare a meno di una collaborazione l’aiuto fu prelevato a… Pesaro (la brava Nelli Campanelli).

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La Turchia cerca spazio all’Onu, tra le ambizioni di Trump e il dilemma Orbán

La Turchia si prepara a candidare Feridun Sinirlioglu, segretario generale dell’Osce ed ex rappresentante permanente alle Nazioni Unite, alla successione di António Guterres. Secondo fonti turche, l’annuncio potrebbe arrivare venerdì sera e dipende dall’esito dello scrutinio informale che il Consiglio di Sicurezza tiene giovedì, il settimo. Ankara vuole leggere gli orientamenti dei cinque membri permanenti prima di scoprire la propria carta. Il momento ha una logica precisa: dopo il voto di giovedì restano pochi giorni alle elezioni americane di metà mandato del 3 novembre, dopo le quali Washington potrebbe decidere se far scendere in campo Viktor Orbán. Ankara si inserisce nell’intervallo in cui le opzioni americane sono ancora aperte, non ufficializzate.

La gara è bloccata dai veti più che dalla mancanza di voti. Nel sesto scrutinio, il primo con schede colorate per distinguere i cinque permanenti dai dieci eletti, Rebeca Grynspan Mayufis ha raggiunto i nove voti favorevoli necessari, ma due dei cinque l’hanno scoraggiata. Carolyn Rodrigues Birkett e Rafael Grossi hanno ottenuto lo stesso numero di voti contrari dai permanenti, senza arrivare a nove favorevoli. Quando ogni nome in corsa porta con sé un veto, l’ingresso tardivo diventa un vantaggio, e il precedente del 1981 lo conferma: lo stallo si sciolse con un outsider che non aveva fatto campagna (Javier Pérez de Cuéllar). Oggi mancano nove settimane alla scadenza del mandato di Guterres, e Washington ha chiesto di decidere entro l’anno.

L’alternativa che l’amministrazione Trump avrebbe sondato è di segno opposto. Orbán sarebbe stato incoraggiato a candidarsi, con segnali favorevoli da Mosca e Pechino – e secondo la stima di un funzionario del Dipartimento di Stato ci sono otto voti nel Consiglio, forse dieci, a suo sostegno. La candidatura ha però un problema di procedura che precede quello del consenso. I membri permanenti non nominano candidati, come ha ricordato il viceministro degli Esteri russo, e il governo di Péter Magyar, che ha battuto Orbán ad aprile, non ha motivo di sponsorizzarlo. Servirebbe uno Stato terzo disposto a sostenere il nome davanti a Parigi e Londra, che possono fermarlo con un veto o con un voto contrario, mentre Varsavia e Kyiv hanno già preso le distanze con sarcasmo. Una lettura plausibile è che il nome di Orbán serva a Washington più come leva che come candidatura, un argomento per chiedere a Francia e Regno Unito di accettare un compromesso meno sgradito.

In questo spazio Sinirlioglu offre ciò che Orbán non ha più: uno Stato alle spalle, con un seggio nella Nato, sette anni da ambasciatore all’Onu e il profilo di un diplomatico di carriera. Il criterio che rende Orbán problematico, un’autonomia costruita su rapporti stretti con Mosca e Pechino, si applica anche ad Ankara, che ha acquistato i sistemi russi S-400, ne ha pagato il prezzo con sanzioni americane e con l’esclusione dagli F-35, e mantiene con Mosca legami energetici e commerciali profondi. Sinirlioglu stesso ha lanciato la propria candidatura a margine dell’Assemblea Generale, nella stessa settimana in cui incontrava Sergej Lavrov a New York. La differenza sta nel grado e nella leva: Washington si troverebbe davanti un interlocutore difficile da controllare ma dotato di capacità proprie, mentre Orbán porta un’affinità politica senza apparato statale.

Il calcolo dei voti passa per i dieci seggi elettivi. Pakistan e Somalia sono legati ad Ankara da rapporti di sicurezza, e il Parlamento turco sta facendo avanzare un patto di difesa con Riad e Islamabad. La Grecia siede nel Consiglio con ragioni proprie di diffidenza, e il Bahrein appartiene al blocco dei sei Stati del Golfo che sostiene la candidata emiratina Lana Nusseibeh, per cui è difficile immaginarlo schierato con Ankara. La candidatura di Sinirlioglu erode in parte lo stesso bacino di voti arabi e musulmani su cui conta Nusseibeh, che secondo un funzionario turco ha già incontrato resistenze per le posizioni sulle crisi regionali, e che deve rispondere sulle accuse al suo Paese per il sostegno alle Forze di supporto rapido in Sudan, che Abu Dhabi respinge.

Cambia anche il criterio di scelta. I tre candidati in testa vengono tutti da America Latina e Caraibi, e Panama, che siede nel Consiglio, rivendica il turno per la regione. Sinirlioglu, Orbán e Nusseibeh appartengono a tre gruppi regionali diversi, e il loro ingresso trasforma la rotazione da regola in preferenza. La partita si sposta dal nome al principio con cui lo si sceglie: l’area geografica, il profilo politico o il peso geopolitico.

L’ostacolo concreto per Ankara è Parigi. Il presidente turco, Recep Tayyp Erdoğan, ha parlato con il francese Emmanuel Macron martedì sera, ma i contenziosi tra i due Paesi in Libia e nel Mediterraneo orientale rendono il veto francese più probabile di quello americano. Il paradosso è dichiarato dalla stessa diplomazia turca, secondo cui il mondo è più grande di cinque, mentre per ottenere l’incarico Ankara deve convincerli tutti.

Il rischio per la Turchia è di restare una candidatura di posizione, utile a sedersi al tavolo in cui si negozierà il compromesso finale e a incassare altrove, nei rapporti con Washington o con Bruxelles (e con Mosca e Pechino?), ciò che il voto non darà. Per gli Stati Uniti il rischio è più concreto: se i veti reggono fino a dicembre, il Consiglio sceglierà il profilo che offre meno motivi di opposizione, cioè il meno connotato politicamente. Il mandato è di cinque anni a partire da gennaio 2027 e arriva oltre la presidenza Trump: l’Onu “alle basi” che l’amministrazione chiede potrebbe avere alla guida un funzionario di carriera scelto per esaurimento delle alternative, e non l’alleato politico che Washington cercava.

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Il paradosso di Pechino: Xi rafforza il Partito, ma a Taiwan cresce la distanza politica

Il 73,5% dei taiwanesi esprime un giudizio negativo sul Partito comunista cinese (Pcc), contro appena l’8,9% che ne ha un’opinione favorevole. È quanto emerge dal nuovo Taiwan Public Sentiment Survey, condotto tra il 20 e il 22 ottobre e diffuso dal sondaggista Tai Li-an. Il risultato conferma una diffidenza consolidata verso il partito guida di Pechino, ma soprattutto rivela quanto questa percezione attraversi le tradizionali divisioni politiche dell’isola.

Il dato più interessante riguarda infatti il Kuomintang (Kmt), principale forza dell’opposizione, storicamente favorevole al dialogo con la Repubblica Popolare. Anche tra i suoi sostenitori prevale una valutazione negativa del Pcc, con il 50,3% di giudizi sfavorevoli contro il 34% di favorevoli. Tra gli elettori politicamente indipendenti, la distanza è ancora più marcata: il 62,5% esprime sfiducia, mentre soltanto il 3,1% manifesta un orientamento positivo.

Questi numeri confermano che la competizione politica taiwanese non possa essere interpretata semplicemente come uno scontro tra posizioni favorevoli e contrarie alla Cina. La disponibilità al dialogo economico e diplomatico con Pechino non coincide necessariamente con l’accettazione del suo sistema politico, né tantomeno delle sue rivendicazioni di sovranità sull’isola. Una distinzione fondamentale per comprendere gli orientamenti dell’opinione pubblica taiwanese.

Il sondaggio arriva mentre il Partito comunista cinese si riunisce per il quinto Plenum del Comitato centrale, appuntamento rilevante per gli equilibri interni della leadership e la definizione delle priorità strategiche. La coincidenza temporale mette in evidenza una tensione strutturale: mentre Pechino continua a considerare la riunificazione un obiettivo politico irrinunciabile, la società taiwanese mantiene un orientamento largamente sfavorevole verso il partito che dovrebbe governarla.

Per Xi Jinping, questa distanza costituisce un problema che non può essere affrontato esclusivamente attraverso la pressione militare o l’integrazione economica. La crescente capacità coercitiva cinese può modificare il calcolo strategico di Taipei, ma non produce certamente consenso politico. Al contrario, rischia di consolidare la diffidenza anche tra quei segmenti dell’elettorato tradizionalmente più disponibili al confronto con Pechino.

La rilevanza del sondaggio risiede dunque nella distinzione tra competizione partitica e orientamento strategico della società. Le divisioni interne a Taiwan restano profonde, ma non implicano una corrispondente disponibilità ad accettare il modello politico cinese. È su questa distanza, prima ancora che sugli equilibri militari dello Stretto, che si misura uno dei principali limiti della strategia di Pechino.

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Midterm, se i rischi interferenze nel voto non riguardano (solo) l’AI

C’è tensione non soltanto politica attorno alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Il risultato decreterà l’agenda del governo di Donald Trump dei prossimi due anni, per cui l’attenzione è massima. Soprattutto per possibili irregolarità nel voto. La paura di interferenze è alta. Il timore che qualcuno possa infiltrarsi nei sistemi elettorali è reale, ma gli esperti pongono l’attenzione su altro. Ci sono dei vulnus importanti, è vero, ma non proprio quelli che ci si aspetta. Non ci sono evidenze che dimostrino irregolarità nelle tornate elettorali del passato. Piuttosto, i buchi da coprire sono altrove.

Il sito Axios ne elenca alcuni, dopo essersi confrontata con gli esperti di sicurezza nazionale. Come J. Alex Halderman, dell’Università del Michigan, secondo cui la Louisiana rimane “il dinosauro delle elezioni americane”. Il motivo è semplice: è l’unico – ed ultimo – Stato d’America in cui si continua ancora a votare a macchina. Quando scelgono il loro candidato, gli elettori premono su un tasto e il sistema immagazzina la risposta. E qui sì che gli esperti hanno avvertito che c’è il rischio di interferenza, vista la vulnerabilità agli attacchi informatici. Ma potrebbe anche verificarsi il caso che il sistema elabori la risposta in modo sbagliato. Siccome gli altri Stati hanno riscontrato delle falle, essendo impossibilitati a controllare in modo indipendente i risultati, sono passati al cartaceo. La macchina va vista solo come una fotocopiatrice che stampa la scheda contrassegnando la preferenza dell’elettore.

Anche qui ci sono però dei problemi tutt’altro che banali. Queste macchine sono comunque soggette ad hackeraggi. Molto spesso infatti, quando devono marcare la scelta dell’elettore, quest’ultimo può essere tratto in inganno. Ciò che vede sullo schermo può essere manipolato, e anche i risultati possono essere manomessi. Questi sistemi, noti come Ballot Marking Device (MBD), possono essere estremamente utili, soprattutto per chi non è in grado di compilare autonomamente una scheda cartacea. Il 23% degli americani vota tramite riconoscimento facciale. Un grande comodità, ma anche un grande rischio. Per sicurezza quindi, dentro i seggi elettorali si tende a fornire anche le schede fisiche.

Non bastasse, c’è anche qualcosa di più allarmante. A tirarla fuori lo scorso agosto è stato un ricercatore, Max Springer, che è potenzialmente riuscito a ricostruire come hanno votato gli elettori alle scorse primarie in Georgia. Gli è bastato entrare in possesso del registro elettorale e pagare la modica cifra di 20 euro per istruire un modello di intelligenza artificiale. In pochi minuti, ha ricostruito l’ordine in cui sono stati espressi i voti del 98,9% dei voti in persona. E questo solamente per due contee. “A livello statale, questa falla potrebbe compromettere le schede elettorali di milioni di cittadini della Georgia”, sottolinea Springer. Siccome il problema potrebbe estendersi ad altre contee e Stati, ciò che suggerisce è di implementare il software, risolvere il problema della macchina (senza quindi censurare l’accesso pubblico ai registri, che è un modo per garantire la trasparenza) e, nel mentre, anonimizzare i dati degli elettori.

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La Liaoning attraversa le Filippine. Il messaggio strategico della Cina

La portaerei cinese Liaoning, accompagnata da tre unità di scorta, ha attraversato il 22 ottobre le acque dell’arcipelago filippino, sta raggiungendo lo Stretto di Basilan prima di dirigersi verso il Mare delle Filippine. Il movimento, monitorato dalle forze navali di Manila, rappresenta un nuovo episodio della crescente proiezione militare cinese nell’Indo-Pacifico, con implicazioni che superano le controversie territoriali nel Mar Cinese Meridionale.

Secondo un’analisi dell’Institute for the Study of War e dell’American Enterprise Institute, la manovra potrebbe aver simulato l’attraversamento della first island chain, la cintura geografica che collega Giappone, Taiwan e Filippine e costituisce un elemento centrale della pianificazione strategica americana nella regione. La capacità di operare oltre questa barriera consentirebbe alla marina cinese di esercitare pressione sulle linee di comunicazione marittima e, in uno scenario di conflitto, contribuire all’isolamento di Taiwan o delle stesse Filippine.

La navigazione della Liaoning assume particolare rilevanza nel contesto delle pressioni esercitate da Pechino su Manila per le rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale. Non si tratta necessariamente di una preparazione operativa immediata: le autorità militari filippine hanno descritto il transito come parte delle periodiche esercitazioni cinesi, escludendo motivi di allarme. Tuttavia, la dimostrazione di capacità navali contribuisce a modificare il quadro strategico entro cui si sviluppa la competizione regionale.

È in questo contesto che acquista significato la posizione espressa dalla ministra degli Esteri filippina Maria Theresa Lazaro in una recente intervista a Formiche.net. Lazaro ha sottolineato l’importanza della maritime domain awareness, ossia della capacità di monitorare e comprendere le attività negli spazi marittimi, indicando nella cooperazione con i partner europei, Italia compresa, uno strumento per rafforzare la sicurezza regionale. Una prospettiva che combina maggiore capacità di sorveglianza, diversificazione dei partenariati e mantenimento del dialogo diplomatico con Pechino.

Il movimento della Liaoning si inserisce inoltre in una competizione militare sempre più multidominio. Mentre la Cina accusa Washington di alimentare una possibile corsa agli armamenti spaziali, continua a sviluppare capacità satellitari, dual-use e controspaziali potenzialmente utilizzabili contro i sistemi americani e alleati. La superiorità navale dipende infatti sempre più dall’integrazione tra piattaforme marittime, intelligence, comunicazioni e infrastrutture orbitali.

La questione strategica non riguarda dunque soltanto dove possano arrivare le portaerei cinesi, ma quanto Pechino sia in grado di trasformare questa mobilità in capacità di condizionamento regionale, mettendo alla prova la resilienza delle Filippine e la credibilità della presenza americana nell’Indo-Pacifico.

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Netanyahu non perde. Pelanda spiega cosa cambia per Iran, Golfo e Ue

Queste elezioni, celebrate durante una guerra, hanno dimostrato che Israele è una democrazia vera, vivace e aperta a tutti, per cui se in Ue c’è qualche Stato illuminato dovrebbe capire come stare un po’ più tranquilli sull’antisionismo. Lo dice a Formiche.net uno degli analisti di geopolitica più autorevoli del panorama continentale, il prof. Carlo Pelanda, economista, accademico e autore de “L’Italia globale” per Rubbettino. “L’aspetto che mi preoccupa di più è che il mondo europeo e anche in parte quello statunitense, non capisce proprio alcunché di che cosa sia Israele. E quindi Israele reagisce in una maniera violenta”.

Carlo Pelanda

Netanyahu non perde le elezioni e resta premier ad interim: sarà stallo per la formazione del governo. Quale il primo effetto geopolitico sulla guerra in Iran?

Se l’America decide una mossa, Israele segue, anche se non sarà una decisione israeliana. Però se l’America parte, senza il supporto di Israele gli Stati Uniti potrebbero fare fatica a decidere. Quindi lo scenario di deterrenza nei confronti dell’Iran è piuttosto puntuto e ciò permette di sceneggiare soluzioni. Washington non ha intenzione di fare un conflitto aperto, ma solo selettivo per ottenere dall’Iran delle condizioni per cui fondamentalmente si riapre lo Stretto di Hormuz: in quel caso Israele diventerebbe strumento.

Netanyahu è in grado di spingere gli Stati Uniti a fare un’azione bellica in questo momento?

No, lui è una variabile più dipendente che indipendente.

Vede in questo voto anche un elemento conservativo rispetto a pericoli oggettivi, come l’antisemitismo e la pressione di Hamas su settori strategici come energia e difesa?

La preoccupazione dei cittadini è molto ampia, nel senso che il linguaggio di Netanyahu che tocca il rischio esistenziale di Israele ha funzionato, perché la maggioranza degli elettori di religione ebraica in Israele lo percepisce. Tutte le analisi giornalistiche in qualche modo non dico che lo neghino, ma attutiscono il rischio di antisionismo, senza dimenticare che Israele è una potenza nucleare. Per cui Netanyahu ha incassato questo allarme perché percepito dalla maggioranza dei votanti, che si sono divisi tra i due schieramenti, i quali però sono molto simili sulla politica estera.

Quindi?

Quindi è prevalso lui, cioè meglio “il vecchio bastardo” che conosciamo, ma che però quando serve fa la guerra, piuttosto che una figura nuova con punto interrogativo.

Il buon risultato dei partiti arabi che segnale rappresenta, anche in ottica di equilibri futuri?

È irrilevante. Sinceramente non so perché i giornalisti si siano oggi tanto concentrati su questo dato: quel 18% non conta nulla, a meno che non ci sia qualche partito tradizionale che voglia utilizzarlo. Inoltre, avendo un minimo di conoscenza della materia, anche per ragioni etniche, osservo che i due partiti cosiddetti arabi sono molto diversi fra loro, perché uno è fatto da beduini che non sono poi così amorevoli nei confronti dei palestinesi o di Hamas, mentre l’altro è fatto da filopalestinesi. Da un lato è molto bello che questo tipo di diversità etnica, politica e religiosa sia inclusa nel voto democratico e dimostra che Israele è una democrazia vera e non finta. Ma dall’altro è un elemento che non conta molto, perché il primo partito israeliano che vorrà in qualche modo includere un partito arabo verrà massacrato mediaticamente. In molti stanno facendo analisi su Israele senza conoscerla bene, circostanza di cui sono rimasto esterrefatto.

Medio Oriente, Golfo, Europa: come potrebbe cambiare (o non cambiare) il rapporto fra queste tre aree dopo il voto?

Dipenderà da quanto le nazioni arabe più importanti, cioè Emirati e Arabia Saudita, avranno bisogno dell’aiuto di Israele per uscire dalla crisi. E quindi dipenderà da quale mossa saggia potrà fare Netanyahu, in particolare per dare un aiuto ancora maggiore di quello che sta dando l’Arabia Saudita contro gli Houthi. Si tratta però di fattori che verranno decisi nello scenario mediorientale, ma se mi è permesso di dare dei suggerimenti ai leader europei consiglierei loro di stare un po’ più tranquilli sull’antisionismo. Il fatto che siano molto condizionati da una presenza islamica enorme nelle loro nazioni, non rende credibile questa postura. Penso ad esempio agli inglesi: non è conveniente per loro e per l’Unione europea questo atteggiamento. Per cui potrebbero attutire, oppure addirittura abolire, il divieto della partecipazione di aziende israeliane nel programma Horizon.

Israele in queste elezioni cosa ha dimostrato?

Di essere una democrazia vera che in una situazione di guerra ha celebrato le elezioni e resta aperta alla più ampia varietà del consenso. Ovviamente dentro Israele c’è una percezione che fa dire: “Tutto il mondo è contro di noi e quindi combattiamo”. Ma l’aspetto che mi preoccupa di più è che il mondo europeo e anche in parte quello statunitense, non capisce proprio alcunché di che cosa sia Israele. E quindi Israele reagisce in una maniera violenta. Se uno spettatore israeliano vedesse ad esempio tutte le manifestazioni che si sono svolte in Italia, che è un Paese in una posizione più equilibrata rispetto ad altri, cosa dovrebbe pensare dinanzi a chi invoca un nuovo olocausto? Queste elezioni mostrano la realtà di Israele, di una democrazia molto vivace, attiva e dove prevale la percezione di essere circondata da tutto il mondo e quindi è disposta a lottare per la propria sopravvivenza.

Cosa dovrebbe fare l’Ue?

Se c’è fra gli Stati membri qualche nazione europea illuminata, le direi di attutire la polemica nei confronti di Israele, al netto del fatto che è giusto criticare gli eccessi dei coloni in Cisgiordania che sono inaccettabili per le modalità. Al contempo però bisognerebbe allungare una mano a Israele per mostrare comprensione, ricordandole di stare dentro le regole della democrazia: e soprattutto non escludere Israele. Credo sia stato un errore da dilettanti da parte delle nazioni europee.

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Giovani, Irpef e sanità. Cosa c’è nell’ultima manovra di Meloni

Una manovra nel segno della continuità. Come a dire, nessun tradimento della filosofia che ha accompagnato le quattro leggi di Bilancio che l’hanno preceduta, tutte firmate da Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti. L’ultima finanziaria prima che la parola venga restituita agli elettori cuberà, euro più, euro meno, complessivamente 26 miliardi di euro, inclusa quella flessibilità concessa dall’Europa all’Italia, e che vale 28 miliardi ma spalmati su due anni, che l’esecutivo ha voluto a tutti costi assemblare con la legge di Bilancio appena approvata dal Consiglio dei ministri. Con i mercati ancora nervosi (lo spread Btp/Bund non scende sotto i 100 punti base da settimane ormai) e con le pinze della procedura per deficit eccessivo ancora strette sullo Stivale, era difficile fare di meglio, a cominciare dall’allentamento dell’Irpef sul ceto medio, sotto forma di estensione dell’aliquota al 33% per i redditi fino a 55 mila euro.

E dunque, la manovra di bilancio per il 2027 conterrà alcune misure fiscali a favore dei giovani. Su questo erano tutti d’accordo nella maggioranza. Si parte da una flat tax del 5% per i neoassunti fino a 35 anni con contratto stabile fino a 30-35mila euro, accompagnata da una super deduzione fino al 140% per le aziende che assumono under 35. Ma ci sono anche delle varianti, come una no tax area più ampia per i giovani under 25. In arrivo anche aiuti sul fronte della sanità per gli anziani con più di 75 anni e a basso reddito (soglia Isee da definire). Non è tutto.

La manovra di bilancio potrebbe prevedere che chi ha questi requisiti abbia diritto a una card sanitaria da 300-500 euro (anche qui le cifre sono cambiate in continuazione durante la messa a punto dei provvedimenti) con la quale pagare prestazioni non fornite dal servizio sanitario nazionale, come le spese per il dentista, determinate protesi, esami e visite non coperti, ticket vari. E poi c’è il capitolo Irpef, il vero tormentone della manovra. Fino a qualche settimana fa governo e maggioranza assicuravano che sarebbe finalmente arrivato il taglio delle tasse sul ceto medio, attraverso l’aumento del secondo scaglione dell’Irpef (quello con aliquota del 33%) fino a 60 mila euro di imponibile (contro i 50 mila attuali), con risparmi d’imposta fino a mille euro l’anno. Ma con un costo per lo Stato di 2,7 miliardi annui. Troppi, visti i vincoli di bilancio. Alla fine, si è optato per fissare l’asticella a 55 miliardi.

Sembrava insomma fosse tramontato definitivamente il taglio dell’Irpef al ceto medio, ma la misura è riuscita a entrare nel testo della legge di Bilancio, almeno a 55mila euro di reddito. La maggioranza ha lavorato nelle ultime ore per reperire le risorse, 1,2 miliardi in tutto, per ampliare l’aliquota Irpef al 33% per i redditi sopra ai 50mila euro. Gli azzurri come sappiamo avevano proposto una misura in due fasi: per il 2027 fino a 55mila euro per poi salire a 60mila.

Ancora, l’esame del decreto legge per ridurre il costo dell’energia elettrica e del gas per famiglie e imprese all’ordine del giorno del Cdm, secondo quanto si apprende da diverse fonti di governo, è stato rinviato per la necessità, viene spiegato, di alcune modifiche tecniche. Fra i provvedimenti sul tavolo c’erano anche un decreto legislativo sulla riforma dell’artigianato e un altro sul riordino delle norme sui dehors. Mentre arriverà in manovra un fondo nuovi nati, strutturato come fondo previdenziale, che prevede a partire dal 2027 il versamento da parte dello Stato di 100 euro all’anno per ogni neonato, fino al compimento del diciottesimo anno. Lo si apprende da fonti di governo. La misura parte da una proposta del ministro dell’Economia, molto soddisfatto per la condivisione della misura da parte di tutti gli alleati.

Giorgetti, due settimane fa, parlando in audizione alla Camera sul Documento programmatico di bilancio, spiegava, rivolgendosi ai partiti, affinché abbiano a cuore la sostenibilità del debito italiano: “la credibilità finanziaria del Paese, ancora più in una fase come questa, è una risorsa che va assolutamente preservata con l’auspicabile più ampio consenso delle forze parlamentari. L’Italia ha dimostrato in questi anni di saper rispettare gli impegni assunti nell’ambito delle nuove regole europee di bilancio e di voler mantenere un percorso di finanza pubblica sostenibile senza rinunciare tuttavia a mettere in luce alcuni nodi irrisolti della nuova governance economica che solo con la sua concreta applicazione potevano emergere”. E così è stato, ancora una volta.

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La guerra sotto il mare è già iniziata. La sfida della sicurezza nei fondali

Il 25 dicembre 2024 la petroliera Eagle S trascinò l’ancora nel Golfo di Finlandia, danneggiando un interconnettore elettrico e quattro cavi per le telecomunicazioni. La vicenda, arrivata davanti ai giudici di Helsinki, mostra quanto sia complesso attribuire le responsabilità. È uno dei casi raccontati da Elisabeth Braw in The Undersea War, volume presentato all’Associazione della Stampa Estera di Roma durante un incontro organizzato da Formiche e Airpress, con la moderazione di Flavia Giacobbe.

Conoscere per proteggere

Ad aprire i lavori è stato l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, capo di Stato maggiore della Marina militare, che ha richiamato il cambiamento delle condizioni di sicurezza dei fondali. Per lungo tempo la profondità del mare è stata considerata una protezione naturale, ma lo sviluppo tecnologico ha reso accessibili aree un tempo difficilmente raggiungibili, aumentando l’esposizione delle infrastrutture sottomarine. Da qui la necessità di rafforzare le capacità di sorveglianza. “Non possiamo proteggere quello che non conosciamo”, ha osservato, richiamando l’operazione Fondali sicuri, il coordinamento con la Nato e il ruolo del Polo nazionale della dimensione subacquea. Per Berutti Bergotto, “la cooperazione è la prima forma di deterrenza”, fondata sulla condivisione delle informazioni e su procedure comuni.

Tra sabotaggio e diritto del mare

Per oltre un secolo i fondali hanno garantito collegamenti affidabili proprio grazie alla loro relativa inaccessibilità. Una condizione ormai superata, come ha spiegato Elisabeth Braw, secondo cui “non possiamo più dare per scontato che i fondali marini siano sicuri”. Vi operano flotte sottomarine in espansione, sistemi autonomi e nuove attività estrattive. La competizione riguarda anche chi costruisce i cavi e autorizza il loro passaggio, fra rivalità sino-americane e controversie nel Mediterraneo orientale. Resta soprattutto la difficoltà di distinguere un incidente da un’azione deliberata, come dimostrato dalla vicenda della Eagle S, nella quale “le autorità finlandesi hanno dovuto decidere che cosa fare”, ha ricordato l’autrice.

Sul versante giuridico, Francesco Paolo Bello, managing partner di Deloitte Legal, ha richiamato proprio il caso Eagle S e i limiti della giurisdizione nelle zone economiche esclusive. Individuare la nave responsabile di un danneggiamento non basta a dimostrare un sabotaggio né a ottenere una condanna. Bello ha proposto un riconoscimento specifico delle infrastrutture sottomarine critiche, maggiori obblighi per gli Stati di bandiera e accordi che rafforzino la protezione nelle Zee. Tra autorità e operatori vanno inoltre chiariti compiti investigativi e costi delle riparazioni.

Le tecnologie e la filiera italiana

La tecnologia ha contribuito a rendere accessibili profondità prima considerate sicure, ma offre anche gli strumenti per proteggerle. È la prospettiva illustrata da Gabriele Maria Cafaro, executive vice president Underwater di Fincantieri, che ha sottolineato la necessità di sviluppare soluzioni interoperabili, integrando robotica, intelligenza artificiale e sensori, dalla manutenzione alla protezione. In questa direzione va anche l’acquisizione di Next Geosolutions, specializzata nelle ispezioni dei fondali, considerate essenziali per migliorarne la conoscenza.

Il monitoraggio dei cavi può diventare esso stesso uno strumento di sicurezza. Roberto Candela, amministratore delegato di Electrical and Optical Sensing Solutions di Prysmian, ha spiegato come variazioni di temperatura e altri segnali, un tempo destinati alla manutenzione, possano rivelare possibili intrusioni. Un guasto può essere localizzato in tempo reale con precisione di un metro, riducendo le riparazioni da mesi a poche settimane. Resta da stabilire come gestire e condividere la crescente quantità di dati raccolti.

Investimenti e capacità operative

Nelle conclusioni, il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago ha richiamato il vantaggio dell’Italia per posizione geografica e competenze industriali, insistendo sulla necessità di facilitare l’accesso ai capitali delle imprese più piccole. “Il nostro sistema Paese deve avere maggiore accesso ai capitali per poter crescere”, ha affermato, invitando anche i fondi di investimento a guardare con maggiore attenzione al comparto della difesa. Nei nuovi domini, ha sostenuto, “il meccanismo è invertito”, con un ruolo crescente dell’iniziativa privata in quella che ha definito una “partnership privato-pubblico”. Fra le prospettive indicate, sciami di droni per la sorveglianza continua delle infrastrutture e data center sottomarini raffreddati naturalmente dall’acqua. Un’evoluzione che, per il sottosegretario, richiederà di valorizzare la filiera nazionale e il contributo della Marina militare e del Polo nazionale della dimensione subacquea.

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Washington e Mosca parlano già di affari. E all’Europa non piace

Anche se la guerra in Ucraina non è ancora finita, e anzi i negoziati non sembrano essere in procinto di uscire dallo stallo, a Washington già si pensa a ricostruire i rapporti commerciali con Mosca nello scenario post-bellico. Sul tavolo ci sarebbero una joint venture che coinvolge le principali compagnie petrolifere statunitensi e russe all’interno di alcuni progetti nei pressi della (contesa) isola di Sakhalin, così come il coinvolgimento di grandi compagnie americane in un piano volto a riprendere le vendite di petrolio russo all’Europa attraverso l’oleodotto Druzhba. A queste opzioni si aggiungono anche il ripristino dell’accesso delle compagnie aeree statunitensi allo spazio aereo russo per il transito e il sorvolo, uno sviluppo che ridurrebbe in modo significativo i costi in carburante dei voli, così come la ripresa della cooperazione tra aziende statunitensi e russe nella produzione e nella fornitura di titanio, un componente fondamentale negli aerei civili. Tutte strade che erano già state battute da aziende americane in passato, come Boeing ed Exxon, ma che si erano arenate con l’inizio del conflitto.

Secondo una fonte informata, che ha parlato in forma anonima con il Financial Times, dietro queste aperture ci sarebbe la volontà di offrire degli incentivi per arrivare a dei risultati concreti dal punto di vista diplomatico. Ma, dati i precedenti e le parole pronunciate in passato dallo stesso Trump, difficilmente una lettura cinica del caso attraverso le lenti del puro interesse economico statunitense risulterebbe sbagliata. Dal lato del Cremlino, invece, queste trattative servirebbero a spingere ad una normalizzazione dei rapporti tra Russia e Stati Uniti già prima della fine del conflitto.

Questa tipologia di “dialogo esclusivo” portato avanti senza il coinvolgimento dei partner ucraini ed europei, di poco posteriore all’accordo per importare gasolio russo, allo stop (apparentemente temporaneo) sulle sanzioni a Mosca e le pressioni rivolte a Kyiv per cessare gli attacchi contro le infrastrutture energetiche ucraine, rischia di stressare ulteriormente i rapporti transatlantici in un momento di tensione già elevata. Soprattutto perché oltre alle questioni di Sakhalin e Druzhba, sul tavolo ci sarebbero la cessione degli asset internazionali di Lukoil a investitori vicini alla Casa Bianca, un progetto di gas naturale liquefatto in Alaska con la partecipazione di Novatek e persino la ripresa delle forniture attraverso ciò che resta di Nord Stream. Si parla anche di un allentamento delle sanzioni sui fertilizzanti potassici, da esportare attraverso i porti del Baltico, che richiederebbe però una decisione di Bruxelles. Infine, c’è l’ipotesi di affidare la gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia a un soggetto statunitense, incaricato di ripartire l’energia prodotta tra Russia e Ucraina. Le diplomazie europee hanno ribadito ai loro interlocutori americani che nessuna decisione che riguardi interessi comunitari può essere presa senza il loro consenso. “Non è una questione di soldi, ma di umiliazione e controllo”, ha sintetizzato un diplomatico europeo.

Al di là dell’esito dei negoziati, è innegabile che il dato politico resti. Washington tratta con Mosca dossier che toccano direttamente gli interessi europei, scavalcando gli alleati di sempre. Se pure si tratta di sole ipotesi, delineano già sul piano pratico un rovesciamento degli equilibri transatlantici costruiti nell’arco di decenni. Una prospettiva tutt’altro che rassicurante.

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Conflitto politico e scontro giudiziario. La lezione brasiliana

Guardare all’America Latina con la leggerezza del tifo calcistico è una tentazione ricorrente nel dibattito europeo. Da una parte, i sostenitori del progressista Lula; dall’altra, i fautori del sovranismo bolsonarista. In Europa si finisce spesso per tifare per l’uno o per l’altro schieramento, dimenticando che, al di là delle simpatie ideologiche, la realtà istituzionale brasiliana è attraversata da forti tensioni e profonde contraddizioni.

Il punto non è stabilire a priori chi abbia ragione, ma interrogarsi su una dinamica che segna da tempo la politica brasiliana: il progressivo intreccio tra conflitto politico e scontro giudiziario, nel quale l’avversario rischia di essere delegittimato non soltanto alle urne, ma anche attraverso procedimenti penali. È una dinamica che viene da lontano. Basti pensare al caso di Sérgio Moro, il giudice che condannò Lula nell’ambito dell’inchiesta Lava Jato e che, dopo la vittoria elettorale di Jair Bolsonaro, fu nominato ministro della Giustizia. Successivamente, il Supremo Tribunal Federal, la Corte suprema brasiliana, annullò le condanne di Lula per ragioni di competenza e riconobbe la parzialità di Moro nel procedimento relativo al triplex di Guarujá. Una vicenda che ha lasciato un segno profondo sulla credibilità delle istituzioni giudiziarie e sul rapporto tra giustizia e politica.

Il ritorno di Lula alla presidenza non ha posto fine a queste tensioni. Al contrario, le indagini e i procedimenti che hanno coinvolto Jair Bolsonaro, i suoi alleati e alcuni membri della sua famiglia hanno alimentato accuse di persecuzione politica, contrapposte alla tesi secondo cui la magistratura starebbe semplicemente facendo rispettare la legge. Il caso di Eduardo Bolsonaro è emblematico. Nel giugno 2026, l’ex deputato è stato condannato a quattro anni e due mesi di reclusione per coazione nell’ambito di un procedimento giudiziario; nell’ottobre successivo, nei suoi confronti è stato emesso un mandato di arresto. Eduardo si trova negli Stati Uniti, dove, secondo le notizie circolate nelle ultime ore, si sarebbe recato anche il fratello Flávio, sconfitto da Lula al ballottaggio presidenziale. La sua partenza si inserisce in un contesto di forte tensione politica e giudiziaria, mentre restano aperti interrogativi sulla sua posizione legale in Brasile.

È uno schema che sembra ripetersi, mettendo in luce la fragilità degli equilibri istituzionali brasiliani. Sarebbe tuttavia riduttivo ricondurre ogni procedimento giudiziario a una persecuzione politica, così come sarebbe ingenuo ignorare il rischio che la giustizia diventi parte integrante del conflitto tra schieramenti. La questione centrale è proprio questa: come distinguere l’applicazione imparziale della legge dall’eventuale uso strumentale degli strumenti giudiziari?

La lezione riguarda anche l’Italia e l’Europa. Occorre liberare il dibattito pubblico dalle lenti ideologiche e smettere di presentare i leader sudamericani ora come campioni della democrazia, ora come nemici delle libertà, a seconda delle convenienze del momento. Nessun abuso di potere diventa accettabile soltanto perché colpisce l’avversario politico di turno. Giustificare, minimizzare o addirittura esaltare una violazione delle garanzie oggi significa contribuire a creare un precedente che domani potrebbe ritorcersi contro chiunque. Anche in Europa.

Il Brasile dovrebbe dunque rappresentare un monito per le democrazie europee: non un modello da condannare o celebrare in blocco sulla base delle proprie appartenenze ideologiche, ma un caso da osservare e studiare con attenzione, senza pregiudizi e senza indulgenze.

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L’Africa è entrata nella rotta della droga latino-americana. Ecco come

Da molti anni, la cocaina latinoamericana ha viaggiato attraverso alcuni Paesi africani per arrivare ai mercati internazionali, come quelli dell’Europa. Ora però l’aumento della richiesta di consumo di cocaina e altre droghe sintetiche, tra cui la metanfetamina, ha costretto i narcos a spostare la logistica. E l’Africa si presenta come un epicentro vantaggioso per alcune tappe della produzione e commercializzazioni delle sostanze illegali.

Così, le autorità hanno individuato un aumento significativo nelle attività dei cartelli latinoamericani nel continente africano. Come sostiene un report dell’Africa Center for Strategic Studies, un’istituzione del Dipartimento della Difesa americano finanziata dal Congresso per lo studio delle questioni di sicurezza globale.

I dati parlano anche di operazioni per contrastare questo fenomeno. Lo studio svela che l’Agenzia nazionale per l’applicazione della legge sugli stupefacenti (NDLEA) della Nigeria, ad esempio, ha sequestrato 2025 circa 5.000 tonnellate di droga e arrestato quasi 20.000 persone. “Si tratta di un incremento di 17 volte rispetto alle 273 tonnellate sequestrate nel 2020. Dal 2011, la NDLEA ha individuato e smantellato circa 25 laboratori di metanfetamina”, si legge nello studio.

La crescente influenza delle organizzazioni criminali latinoamericane in Africa si traduce in ripercussioni profonde sulla sicurezza. Questo a causa di un aumento nella richiesta di consumo della cocaina. Quasi tutta la cocaina prodotta a livello mondiale proviene da Colombia, Perù e Bolivia. “Dato che l’Europa assorbe circa un quarto dell’offerta globale di cocaina – spiega l’Africa Center for Strategic Studies -, l’Africa funge da tempo da snodo per questo commercio illecito. I carichi di cocaina attraversano solitamente l’Atlantico partendo dalle coste del Brasile – occultati all’interno di container diretti verso i porti dell’Africa occidentale, lungo il Golfo di Guinea – per poi proseguire verso l’Europa”.

I narcos hanno dunque dimostrato una grande capacità di adattamento e di essere molto sofisticati. Disegnano carichi più piccoli su imbarcazioni di ridotte dimensioni (dagli yacht privati ai sommergibili senza equipaggio) e cercano di farli partire da porti meno sorvegliati in Brasile, Guyana e Suriname.

Anche la produzione di metanfetamina è aumentata come mai nella storia. “Il mercato globale degli stimolanti di tipo anfetaminico ha un valore stimato tra i 17 e i 29 miliardi di dollari, con un tasso di crescita del 13% annuo” […] L’Africa è diventata un nodo sempre più centrale per questa droga sintetica illecita, poiché i cartelli cercano di sfruttare contesti favorevoli alla produzione e al traffico. I cartelli della droga latinoamericani hanno stretto accordi con gruppi criminali africani per ottenere supporto logistico, terreni e protezione, stabilendo così laboratori per la produzione di metanfetamina nel continente”.

In questo nuovo scenario, l’Africa si presenta come un luogo strategico per i cartelli della droga latinoamericani perché ci sono “reti di traffico illecito già consolidate, rotte di contrabbando secolari, scarsa capacità di interdizione marittima e costiera, nonché la presenza di numerosi pescherecci – cinesi e non solo – impegnati in attività di pesca illegale al largo delle coste dell’Africa occidentale, che offrono una copertura ideale per le operazioni di trasbordo di stupefacenti”.

E quali organizzazioni sono presenti? Dal famoso cartello di Sinaloa a quello di “Jalisco Nueva Generación”, entrambi del Messico. Ma anche “Primeiro Comando da Capital”, il più grande del Brasile e il Clan del Golfo della Colombia. Il report indica anche la presenta dell’Ndrangheta dell’Italia.

“La crescente influenza dei cartelli latinoamericani in Africa accresce i rischi per la sicurezza nel continente, includendo la possibile introduzione di tecnologie basate su droni tra i gruppi criminali locali e la collaborazione con formazioni estremiste violente. Analogamente a quanto accade in America Latina, una volta che questi cartelli riescono a radicarsi, diventano una minaccia per le attività economiche lecite, per interi settori produttivi, nonché per le amministrazioni locali e le forze dell’ordine”, avverte lo studio.

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Lobito Corridor, così il Piano Mattei rafforza la filiera dei minerali critici

Collegare, bypassando la Cina, le terre rare dall’Africa alle fabbriche di magneti in Ue e Usa. Con la nomina di Webuild come preferred bidder per il Lotto 1B del Lobito Railway Corridor in Zambia, progetto promosso dal Piano Mattei, l’Italia di fatto si trova a guidare una delle infrastrutture più strategiche del continente africano. Infatti la decisione da parte di Africa Finance Corporation di affidare l’opera al player italiano apre uno squarcio significativo all’interno dell’economia complessiva dell’interlocuzione italo-africana, mettendo la ciliegina sulla torta al Piano Mattei: ovvero cooperazione, interazione, progettazione che si traduce in un asse assolutamente strategico per i minerali critici. Non solo è oggettivamente prioritario per l’Ue ma anche in chiave G7. A questo punto la joint venture per uno dei progetti infrastrutturali più ambiziosi oggi in Africa è pienamente operativa.

Il progetto

Si tratta, entrando nello specifico, di 517 km di nuova ferrovia tra Copperbelt e Atlantico, composta da 22 ponti e viadotti, 8 stazioni e 3 depositi di manutenzione progettati per sostenere grandi volumi di traffico merci. All’interno del consorzio a guida Webuild ci sono anche altri soggetti, come la turca İçtaş (30%) e la portoghese Mota-Engil (30%). La selezione del preferred bidder è subordinata alla conclusione delle negoziazioni tecniche, commerciali e legali, il cui avvio è previsto per novembre 2026. Il Lotto 1B appartiene alla cosiddetta tratta zambiana del progetto Zambia Lobito Railway, che in tutto sarà lungo 831 km e offrirà una nuova linea tra Zambia e Angola. Attraverso la nuova tratta si raccorderà a Luacano alla ferrovia di Benguela, parte del Lobito Corridor esistente, già operativo e destinatario di investimenti significativi.

La chiave geopolitica dell’opera

Il Piano Mattei fortemente voluto dal governo Meloni non vive di solo perimetro africano e la dimostrazione di questo assunto si ritrova proprio nell’opera in questione: un asse assolutamente strategico per i minerali critici. Quindi per l’Ue e paesi del G7 rappresenta una grande occasione. La Repubblica democratica del Congo e Zambia, infatti, detengono un notevole potenziale alla voce minerali critici: come il rame, essenziale per l’elettrificazione e le reti elettriche; come il cobalto, imprescindibile per produrre le batterie per veicoli elettrici; come il neodimio e il praseodimio, essenziali per magneti permanenti utilizzati nei veicoli elettrici e nelle turbine eoliche.

Non va sottaciuto che il predominio della Cina nelle catene di approvvigionamento delle terre rare è oggettivo e rappresenta un elemento geopolitico che impatta sulle economie e sulle strategie dei singoli Paesi. Infatti Pechino controlla circa il 60% dell’estrazione delle terre rare, il 90% della loro lavorazione e il 92% della produzione di magneti a base di terre rare. Significa che difesa e automotive di vari paesi sono soggetti a tali dati.

La posizione dell’Occidente

Sul punto si segnalano due iniziative ad hoc: il Critical Raw Materials Act dell’Ue e l’Inflation Reduction Act degli Stati Uniti. Entrambe mirano alla diversificazione della catena di approvvigionamento delle terre rare per affrontare il prossimo decennio con una visione maggiormente lungimirante rispetto al passato. Per cui la cornice del Piano Mattei vede proprio nella direttrice legata all’infrastrutturazione una leva fondamentale per sottolineare il nesso tra Africa e occidente.

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Inps lancia Arianna, l’assistente IA per orientare i cittadini tra servizi e prestazioni

L’Inps accelera sul fronte dell’intelligenza artificiale e presenta Arianna, il nuovo assistente digitale sviluppato per accompagnare cittadini, lavoratori, pensionati e imprese nell’accesso ai servizi dell’Istituto. La piattaforma è stata illustrata oggi nella sede della Direzione generale dell’ente, alla presenza del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione, Alessio Butti, del presidente dell’Inps Gabriele Fava, della direttrice generale Valeria Vittimberga e del direttore centrale Tecnologia, Informatica e Innovazione Massimiliano D’Angelo.

L’obiettivo dichiarato è semplificare il rapporto tra cittadini e amministrazione, utilizzando l’intelligenza artificiale generativa per trasformare la ricerca di informazioni e servizi in una conversazione naturale. Arianna è disponibile sul portale istituzionale dell’Inps ed è integrata nell’app Inps Mobile. A differenza di un tradizionale chatbot, spiega l’Istituto, è progettata come un punto di accesso unico ai servizi, capace di comprendere il linguaggio naturale e orientare gli utenti senza che questi debbano conoscere in anticipo il nome di una prestazione o l’organizzazione interna dell’ente.

Secondo il presidente Fava, il nuovo sistema interviene su una delle criticità storiche del welfare pubblico, cioè la crescente complessità dell’accesso ai servizi. “Per generazioni è stato il cittadino a dover capire lo Stato. Adesso è lo Stato che deve imparare a capire il cittadino”, ha affermato, sottolineando come Arianna sia alimentata esclusivamente da fonti validate dall’Inps e resti sotto il controllo dell’amministrazione pubblica.

L’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso di trasformazione digitale dell’Istituto e nella strategia del cosiddetto “Welfare Generativo”, che punta a rendere i servizi pubblici più accessibili, proattivi e personalizzati. Una visione che, nelle parole della direttrice generale Vittimberga, ambisce a fare dell’Inps un laboratorio di innovazione per l’intera pubblica amministrazione, mettendo a disposizione competenze, modelli e soluzioni tecnologiche riutilizzabili anche da altre amministrazioni.

Dal punto di vista tecnologico, Arianna è costruita su un’architettura multi-agente che combina framework open source e modelli di intelligenza artificiale generativa. Il sistema, ha spiegato D’Angelo, è stato progettato per crescere nel tempo e integrare progressivamente nuovi servizi. La scelta di basare le risposte esclusivamente su contenuti verificati dall’Istituto punta a mitigare il rischio di informazioni errate e a garantire trasparenza e affidabilità.

Attualmente la piattaforma copre oltre 400 prestazioni nei principali ambiti di attività dell’Inps, tra cui pensioni, previdenza, lavoro, sostegni economici, indennità, servizi per imprese e liberi professionisti. L’assistente interpreta le richieste dell’utente, individua il bisogno e propone le informazioni e i percorsi più pertinenti, con l’obiettivo di ridurre tempi e complessità nella ricerca dei servizi.

L’iniziativa si collega anche alla strategia del governo sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione. Per Butti, Arianna rappresenta infatti una delle applicazioni concrete del modello di “Stato agentico”, cioè un’amministrazione in grado di riconoscere i bisogni degli utenti, prevenire errori e facilitare l’accesso ai diritti. Un percorso che, secondo il sottosegretario, trova un punto di equilibrio nella normativa nazionale sull’IA, costruita attorno ai principi di trasparenza e responsabilità umana nelle decisioni.

I risultati emersi dai test preliminari condotti con gli utenti mostrano indicatori positivi. L’Inps riferisce che il 97% dei casi d’uso è stato completato con successo, con un incremento di 36,6 punti percentuali rispetto alla versione precedente del sistema. Il Customer Effort Score ha raggiunto quota 4,8 su 5, mentre il Customer Satisfaction Score si è attestato a 4,5 su 5, in crescita del 18,4%. Anche durante la fase di utilizzo del servizio circa il 90% dei feedback raccolti è risultato favorevole.

Le prossime evoluzioni riguarderanno l’estensione dell’assistenza agli scenari successivi all’autenticazione, l’integrazione con ulteriori servizi e simulatori dell’Inps e il supporto diretto alla compilazione delle domande e alla gestione delle segnalazioni. L’obiettivo, secondo l’Istituto, è fare in modo che l’assistenza digitale diventi una componente sempre più centrale dell’esperienza dei cittadini, trasformando la complessità dei servizi pubblici in un percorso più semplice e guidato.

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La Cina si sgonfia sull’AI. Il crollo della Borsa che preoccupa il mercato

Più che un boom, uno sboom. In Cina le cose non vanno per niente bene sul fronte dell’Intelligenza Artificiale, come più volte raccontato da questo stesso giornale. Solo che adesso ballano soldi, tanti soldi. Tradotto, la correzione dei titoli cinesi legati all’Intelligenza Artificiale è già diventata un crollo. L’indice Star50, nel quale figurano importanti società dei semiconduttori e della tecnologia, ha perso circa il 40% in meno di quattro mesi. Un  ribasso che ha cancellato all’incirca 480 miliardi di dollari di capitalizzazione e ha interrotto un lungo periodo di entusiasmo per l’innovazione sostenuta da Pechino.

Ora, le pressioni sono diverse: prezzi azionari cresciuti molto più degli utili, incertezza sulla domanda finale di applicazioni IA, timori per restrizioni americane alle esportazioni di tecnologie e necessità di liquidità da parte degli investitori. Non emerge, insomma, un’unica notizia capace di spiegare il ribasso. Proprio l’assenza di un detonatore isolato segnala quanto fossero fragili le valutazioni costruite sulle aspettative verso l’Intelligenza Artificiale made in China. Alla cui bolla ha concorso anche una certa diffidenza dello stesso governo, preoccupato di poter perdere il controllo sulle macchine, qualora queste sostituissero l’uomo.

Il danno, comunque, c’è. Il contraccolpo colpisce soprattutto i piccoli risparmiatori, che avevano comprato società di robotica e microchip confidando nella crescita industriale e nel sostegno pubblico. Alcune aziende simbolo della corsa tecnologica hanno perso metà del valore dai massimi. Anche l’indice generale delle grandi società cinesi, il CSI300, è sceso di circa il 20% rispetto al picco di giugno. Le vendite hanno quindi superato il perimetro dei singoli nomi dell’IA. Tutto questo mentre nell’emisfero occidentale ci si prepara all’Ipo del secolo.

Anthropic ha depositato il prospetto per la quotazione, il documento modulo S-1 inviato alla Securities and Exchange Commission (Sec), che prevede la quotazione delle azioni di classe A sul Nasdaq, con il simbolo Ant. Il gruppo guidato da Dario Amodei ha chiarito che sia Goldman Sachs, sia Morgan Stanley si occuperanno della quotazione. Una cosa è certa, l’ambizione non manca: Anthropic si prepara infatti a sbarcare a Wall Street con un’Ipo da oltre 100 miliardi di dollari, che potrebbe valutare il gruppo fino a 2 mila miliardi. Ma anche qui non mancano i dubbi.

Nel suo prospetto, la stessa Anthropic ammette nero su bianco i rischi all’umanità posti dall’AI: “Peoccupazioni sono state sollevate sia all’interno della nostra organizzazione che da altri ricercatori, regolatori, responsabili politici e partecipanti del settore, riguardo al fatto che sistemi di AI sufficientemente avanzati potrebbero, se non sviluppati, implementati e gestiti con adeguate misure di sicurezza, supervisione e protezione, rappresentare rischi catastrofici o esistenziali per l’umanità, soprattutto se tali sistemi venissero utilizzati in modo improprio, replicati, trasformati in armi o lasciati operare con un alto grado di autonomia”.

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Romania, il rogo vicino a Romarm porta a una rete di sabotaggio russa

Dietro l’incendio scoppiato lo scorso 14 settembre sulla piattaforma industriale Carfil di Brașov, nella Romania centrale, ci sarebbe una rete di sabotaggio coordinata dalla Federazione Russa. A renderlo pubblico è stato il Serviciul Român de Informații (SRI), che ha annunciato di avere ricostruito, insieme alle autorità nazionali e a partner stranieri, una parte della struttura responsabile dell’operazione.

Il caso è stato riportato anche dal Kyiv Independent, secondo cui l’incendio si è verificato nei pressi di Carfil SA, società controllata dalla compagnia statale della difesa Romarm. Il giornale ucraino, citando le autorità rumene, riferisce del coinvolgimento di tre cittadini provenienti dallo spazio ex sovietico, due bielorussi e un ucraino, inseriti in una rete utilizzata per compiere operazioni di sabotaggio in diversi Paesi europei.

È soprattutto la dimensione dell’operazione descritta da Bucarest a rendere il caso rilevante. Secondo il comunicato ufficiale del SRI, le missioni assegnate alla rete non riguardavano soltanto la Romania. I coordinatori operanti dalla Federazione Russa avrebbero individuato una serie più ampia di potenziali bersagli nella regione, tra cui impianti pubblici e privati per la produzione di armamenti e altri siti di interesse militare e industriale. Le autorità rumene hanno inoltre spiegato di avere individuato nel corso dell’anno altri tentativi contro obiettivi sul proprio territorio, comprese strutture militari internazionali o utilizzate per l’addestramento delle forze armate ucraine.

Il metodo descritto dall’intelligence rumena ricalca un modello emerso in diverse indagini europee degli ultimi anni: l’impiego di esecutori reclutati attraverso i social network e inizialmente incaricati di attività apparentemente marginali, come fotografare o sorvegliare un obiettivo. Solo in un secondo momento gli incarichi possono trasformarsi in danneggiamenti, incendi o azioni di maggiore gravità. A facilitare il reclutamento, sostiene il SRI, possono essere vulnerabilità economiche, dipendenze o precedenti criminali. Per rendere più difficile la ricostruzione della catena di comando vengono utilizzati alloggi, trasporti e strumenti di pagamento intestati a terzi, insieme a carte telefoniche straniere e applicazioni di messaggistica criptata.

È una modalità operativa che consente soprattutto di mantenere distanza tra chi commissiona l’azione e chi materialmente la esegue. Una caratteristica utile nelle operazioni condotte al di sotto della soglia del conflitto aperto: costi relativamente contenuti, una catena di attribuzione più difficile da dimostrare sul piano giudiziario e la possibilità di colpire infrastrutture sensibili senza impiegare direttamente personale riconducibile allo Stato sponsor.

Secondo il SRI, l’obiettivo di queste operazioni sarebbe quello di «intimidire», danneggiare le capacità di difesa dei Paesi interessati e indebolirne il contributo alla sicurezza europea e regionale. Il servizio rumeno colloca esplicitamente il caso Carfil all’interno di una campagna più ampia di sabotaggi coordinati dalla Russia in Europa. Una valutazione che assume un peso particolare per Bucarest, Paese Nato confinante con l’Ucraina e uno dei punti strategici del fianco orientale dell’Alleanza.

Le indagini hanno anche una dimensione transnazional: la procura rumena competente per criminalità organizzata e terrorismo sta lavorando sulle posizioni di due cittadini bielorussi fermati in Germania e di un cittadino ucraino individuato in Polonia, tutti sospettati di un coinvolgimento nell’operazione. Le procedure coinvolgono dunque più giurisdizioni europee, mentre Bucarest continua a lavorare con servizi e forze di polizia partner.

Il quadro resta quello di un’indagine in corso e l’attribuzione a Mosca è, allo stato attuale, quella formulata dalle autorità rumene. La Russia respinge le accuse. Dopo la convocazione dell’ambasciatore russo da parte di Bucarest, l’ambasciata di Mosca ha definito le contestazioni prive di fondamento, secondo quanto riportato da Associated Press.

Nel caso Carfil è osservabile, in conclusione, una struttura ben precisa: una rete distribuita tra diversi Stati europei, esecutori reclutati localmente e obiettivi selezionati per il loro rapporto con l’industria della difesa e il sostegno militare all’Ucraina.

 

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Ins Trishul a Civitavecchia, un passo avanti nella partnership marittima tra India e Italia. Scrive l’amb. Rao

In occasione della visita della nave a vela della Marina indiana INS Sudarshini a Livorno nel settembre 2026, ho scritto dei legami marittimi di lunga data tra India e Italia e delle opportunità di trasformare questo patrimonio condiviso in un partenariato contemporaneo. La visita della nave INS Trishul al porto di Civitavecchia, questa settimana, offre l’occasione per riflettere su come tale partenariato stia progredendo rapidamente, attraverso una costante interazione tra le marine, un dialogo continuo e un impegno comune per la sicurezza marittima.

India e Italia sono storicamente nazioni marittime e penisole con lunghe coste. Entrambi i paesi hanno interessi strategici nel garantire la sicurezza delle rotte marittime, la libertà di navigazione e la stabilità dell’ordine marittimo internazionale.

Per l’India, la cooperazione marittima è parte integrante della visione di MAHASAGAR – Mutual and Holistic Advancement for Security and Growth Across Regions (Progresso reciproco e olistico per la sicurezza e la crescita tra le regioni). Questa visione pone l’accento sulla partnership, lo sviluppo delle capacità e la prosperità condivisa, riconoscendo che la sicurezza dei mari è una responsabilità collettiva. India e Italia perseguono questi obiettivi comuni, ampliando e intensificando la collaborazione navale.

Vi è inoltre la reciproca consapevolezza che, per garantire la sicurezza nazionale ed energetica, sono necessari domini marittimi sicuri e affidabili. Entrambi i Paesi attribuiscono priorità alle esportazioni globali, per le quali le rotte commerciali marittime sono cruciali.

Con l’affermarsi del concetto di Indo-Mediterraneo come unico spazio geografico, le navi militari di India e Italia visitano regolarmente i rispettivi porti, nell’ambito dei loro tour nel Mediterraneo e nelle regioni indo-pacifiche.

In un momento in cui le rotte marittime globali e le infrastrutture marittime si trovano ad affrontare numerose sfide, una più stretta cooperazione tra partner che condividono gli stessi obiettivi è opportuna e necessaria. L’elevazione delle nostre relazioni bilaterali a Partenariato Strategico Speciale nel maggio 2026 e l’annuncio di una Roadmap Industriale per la Difesa forniscono importanti quadri di riferimento per promuovere questa cooperazione.

In questo contesto, la scorsa settimana si è tenuto a Roma il primo Dialogo Bilaterale India-Italia sulla Sicurezza Marittima, con la partecipazione di importanti rappresentanti istituzionali della Marina Militare, della Guardia Costiera, del Ministero della Difesa, del Ministero degli Affari Esteri e di altri enti di entrambi i Paesi. Il Dialogo ha permesso uno scambio di valutazioni sui rispettivi contesti di sicurezza marittima e la cooperazione in ambito marittimo. Si è svolta una proficua discussione sulle modalità di cooperazione in materia di consapevolezza della situazione marittima, contrasto alle attività marittime illecite e salvaguardia delle infrastrutture marittime critiche. Oltre al dialogo bilaterale, India e Italia esploreranno la cooperazione nell’ambito di quadri regionali e di organizzazioni multilaterali. Il dialogo apre la strada alla cooperazione tra le nostre rispettive istituzioni marittime e marine militari, attraverso lo sviluppo delle capacità, gli scambi accademici e di ricerca. L’India intrattiene dialoghi analoghi con alcuni paesi selezionati con i quali ha stretti legami bilaterali e interessi convergenti in materia di sicurezza marittima. 

Nell’ambito di un ulteriore passo verso il rafforzamento delle relazioni marittime, la scorsa settimana l’ITS Giovanni delle Bande Nere della Marina Militare italiana ha fatto scalo a Mumbai, svolgendo un’esercitazione PASSEX nell’Oceano Indiano con l’INS Surat della Marina indiana. Contemporaneamente, l’Ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare italiana, si è recato in India, dove ha incontrato il suo omologo indiano, l’Ammiraglio K. Swaminathan. Tali incontri periodici consentono la condivisione di esperienze professionali, accrescono la familiarità con le rispettive procedure e favoriscono una comprensione reciproca che costituisce la base per un’efficace cooperazione operativa.

La partecipazione dell’India in qualità di osservatore all’esercitazione “Ex Mare Aperto” della Marina Militare italiana ha offerto l’opportunità di osservare da vicino una complessa manovra navale, fornendo spunti preziosi su concetti operativi, pianificazione e risposte a scenari marittimi articolati.

La visita della nave indiana INS Trishul al porto di Civitavecchia, avvenuta questa settimana, ha incluso attività congiunte tra l’equipaggio indiano e il personale della Marina italiana, incontri istituzionali con il Sindaco e le autorità locali, nonché un’esercitazione PASSEX con l’ITS Margottini della Marina Militare italiana, prima dell’ingresso in porto. Queste attività e le interazioni professionali tra le due unità navali rappresentano un ulteriore passo avanti nel rafforzamento della reciproca conoscenza, comprensione e fiducia: elementi essenziali per un’efficace cooperazione operativa, qualora le circostanze lo richiedano. Oltre alla cooperazione bilaterale in ambito marittimo, India e Italia collaborano già all’interno di quadri regionali. L’Italia è infatti membro dell’Indo-Pacific Oceans Initiative (IPOI) e partner di dialogo dell’Indian Oceans Regional Association (IORA). L’Italia partecipa inoltre all’Information Fusion Center-Indian Ocean Region (IFC-IOR) con sede a Gurgaon, un centro focalizzato sulla consapevolezza del dominio marittimo, sul potenziamento dello scambio di informazioni a livello regionale e sul coordinamento della sicurezza marittima.

L’India e l’Italia sono Paesi membri delle Combined Maritime Forces (CMF) con base in Bahrein e della Combined Task Force (CTF). Nel febbraio 2026, l’India ha assunto la guida della CTF 154, nell’ambito delle CMF: una task force multinazionale dedicata all’addestramento marittimo e al potenziamento delle capacità operative in Medio Oriente e nelle acque internazionali circostanti.

Entrambi i Paesi aderiscono al Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC), un’iniziativa volta a migliorare la connettività delle infrastrutture marittime, terrestri e portuali tra l’India, il Medio Oriente e l’Europa.

La partenza della nave INS Trishul da Civitavecchia ci ricorda, del fatto che la diplomazia navale rappresenta un aspetto integrante della politica estera e dell’azione internazionale. Le soste nei porti creano occasioni di dialogo tra il personale delle marine, favoriscono l’interazione con le istituzioni del Paese ospitante e rafforzano i legami tra le nazioni. Esse offrono inoltre una testimonianza tangibile di un rapporto la cui sostanza si riflette sempre più in consultazioni strutturate e in una concreta cooperazione marittima.

Mentre la INS Trishul salpa dalle coste italiane, porta con sé la buona volontà scaturita da questo incontro e la promessa di una collaborazione ancora più intensa. I mari che collegano l’India e l’Italia non costituiscono soltanto vie per il commercio, ma offrono anche l’opportunità di consolidare la fiducia, promuovere la sicurezza e rafforzare un partenariato orientato alla pace e alla prosperità.

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Bombardieri al centro della guerra aria-aria. La scommessa dell’Air Force

Sin dalla loro nascita nelle prime fasi di vita dell’aviazione militare, agli inizi del secolo scorso, i bombardieri hanno sempre svolto funzioni legate all’attacco di obiettivi terrestri (o, in alcuni casi, navali), delegando in maniera quasi assoluta ai caccia, eccezion fatta per i mezzi di autodifesa, il compito di intrattenere combattimenti aerei per ottenere e mantenere la superiorità nei cieli. Ma questa suddivisione sembra destinata a divenire sempre meno netta con l’avanzamento tecnologico di questi anni.

L’US Air Force ha infatti affermato di star esplorando alcune opzioni di impiego in ottica air-to-air dei bombardieri di nuova generazione B-21 Raider attualmente in via di sviluppo, opzioni che passerebbero dall’impiego dei Collaborative Combat Aircraft (Cca), anche noti in Italia con il nomignolo di “droni gregari”.

L’ipotesi compare nel nuovo rapporto sulla struttura della flotta caccia trasmesso al Congresso, che tra le opzioni allo studio cita esplicitamente lo “sviluppo di capacità aria-aria sui bombardieri”. Il documento non entra nei dettagli, ma dalle caratteristiche note del Raider come l’autonomia estrema, l’elevata quota operativa, la bassa osservabilità e i sensori avanzati è possibile immaginarne alcuni, come fatto dall’analista Joseph Trevithick su TheWarZone.

Il primo è quello di piattaforma di lancio per missili aria-aria a lunghissimo raggio, troppo ingombranti per i caccia tattici, o per grandi quantità di missili convenzionali. In questa veste velivoli come il B-21 (ma anche il B-52, che i vertici militari vogliono mantenere in servizio il più a lungo possibile) potrebbero agire come “navi arsenale” volanti, colpendo su richiesta dalle retrovie bersagli individuati da altre piattaforme in prima linea. Una prospettiva resa concreta dalla nuova generazione di missili come l’Aim-174B e l’Aim-424, e dalla richiesta dell’aeronautica di un vettore con portata di almeno mille miglia nautiche.

Il secondo è il ruolo di “nodo” di comando e controllo. Grazie alla capacità di penetrare spazi aerei fortemente difesi, il bombardiere potrebbe coordinare i Cca, ricevendo da questi i dati di puntamento e, in prospettiva, lanciandoli direttamente. Sulla stessa linea si muove il programma LongShot della Darpa, che punta a sviluppare droni armati di missili aria-aria sganciabili da caccia e bombardieri. A questi si aggiungono il contributo alla soppressione delle difese aeree nemiche, componente essenziale della superiorità aerea, e una dimensione difensiva. Northrop Grumman ha infatti brevettato un sistema di intercettori hard-kill capace di creare una “bolla” protettiva attorno al singolo velivolo.

Non è ancora chiaro dunque di che portata sarà questa trasformazione, ma quel che è certo è che le dinamiche della guerra del prossimo futuro vedranno venir meno un altro degli assiomi che fino ad ora rappresentavano una certezza del dominio bellico.

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Stallo biblico in Israele. Il voto decisivo di militari e partiti arabi

“Gli ultimi saranno i primi” come nel Vangelo secondo Matteo: sembra questo, quando lo scrutinio dei voti è ancora alla metà, il possibile risultato delle elezioni israeliane. Un risultato in stallo biblico, quanto mai in bilico.

A decidere l’esito finale saranno i voti in doppia busta, cioè quelli di soldati, ospedali, carceri e sedi diplomatiche, che vengono contati per ultimi e che indicheranno con certezza i partiti che non supereranno la soglia di sbarramento del 3,25% per accedere alla Knesset, il Parlamento monocamerale dello Stato d’Israele composto da 120 membri.

Al centro dell’incertezza c’è Avigdor Lieberman, leader del partito nazionalista Yisrael Beytenu, avversario di Netanyahu, che rischia di non superare la soglia di sbarramento.

Eventualità che determinerebbe la redistribuzione dei circa 10 seggi attribuiti al partito di Lieberman e favorirebbe la coalizione capeggiata dal Likud del premier uscente che supererebbe la fatidica maggioranza dei 61 seggi. Se invece il partito di Lieberman supera la soglia di sbarramento i suoi seggi e quelli dei partiti arabi che hanno registrato un notevole exploit elettorale, potrebbero far prevalere la coalizione del leader dell’opposizione Gadi Eisenkot.

Finora non c’è un vincitore chiaro, ma Netanyahu è tutt’altro che sconfitto. Gli elettori israeliani hanno comunque inflitto una battuta d’arresto alla coalizione di estrema destra del primo ministro in carica e anzi tutti i sondaggi d’opinione indicano una totale sfiducia nei suoi confronti.

Eisenkot confida nel voto in busta chiusa delle forze armate israeliane in rotta di collisione con Netanyahu, ma la formazione di una coalizione di maggioranza potrebbe richiedere settimane prima di raggiungere un accordo con i partiti arabi che rappresentano i cittadini palestinesi di Israele ed hanno conquistato 18 seggi.

Forte del recupero evidenziato dagli ultimi voti scrutinati, Netanyahu parla di clamorosa rimonta e della possibilità di portare a termine con Trump l’eliminazione della minaccia iraniana.

I risultati definitivi sono attesi nei prossimi giorni, compresi quelli relativi alle centinaia di migliaia di schede di voto per corrispondenza ancora da scrutinare, e che potrebbero decidere l’esito finale.

L’ologramma dell’incertezza che si registra in Israele è rappresentato dalla constatazione che tanto al quartier generale di Eisenkot che in quello di Netanyahu si festeggia una vittoria che ancora non si è materializzata.

Coerente e rispondente alla realtà l’euforia maggiore è quella che si sta vivendo nella sede della Lista Araba Unita. “Siamo qui, non siamo ai margini. Il nostro dovere e la nostra responsabilità è trasformare questo blocco elettorale in una forza politica di rilievo”, ha sottolineato il leader del partito, Mansour Abbas.

In definitiva la competizione elettorale è stata vissuta come un referendum sui quasi 17 anni di governo ininterrotto di Netanyahu, che hanno profondamente diviso gli israeliani, dagli interrogativi sul più grave e tragico attacco nella storia del Paese, quello compiuto da Hamas, alle conseguenze dell’accanimento su Gaza, le guerre in Libano e in Iran, insieme alle violenze dei coloni nella Cisgiordania occupata.

Interrogativi che hanno suscitato indignazione in tutto il mondo, mettendo a dura prova i rapporti con i più stretti alleati di Israele e alimentando un aumento dell’antisemitismo. Tra gli israeliani, le elezioni sono state ampiamente percepite come una lotta per la natura stessa dello Stato, che ha contrapposto Netanyahu e i suoi alleati ultranazionalisti e religiosi a coloro che cercano di preservarne i fondamenti liberali e laici.

In ogni caso il nuovo governo dovrà fare i conti con le divisioni sociali – tra destra e sinistra, e tra ebrei e arabi – che si sono acuite durante il lungo e spesso brutale governo di Netanyahu.

Il presidente israeliano Yitzhak Herzog avrà il compito di chiedere al leader del partito con il maggior numero di seggi e le migliori prospettive di mettere insieme una coalizione e formare un governo.

Se il Likud di Netanyahu dovesse emergere come il partito più votato, potrebbe rivendicare tale diritto. Nel frattempo, ci saranno forti pressioni su Eisenkot affinché raggiunga un accordo con i partiti arabi, mentre Netanyahu e i suoi alleati considerano qualsiasi alleanza di questo tipo illegittima e persino un tradimento.

Se nessuno riuscirà a formare una coalizione di maggioranza, potrebbero tenersi nuove elezioni all’inizio del prossimo anno.

Israele ha tenuto cinque elezioni tra l’aprile 2019 e il novembre 2022 a causa di una situazione di stallo simile. Uno stallo che rischia di essere autodistruttivo.

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