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La Cina tarpa le le ali a Bruxelles sulle tensioni commerciali: "Non dovrebbero fantasticare"

La Cina ha avvertito l'Unione Europea (UE) di non dare per scontato che un atteggiamento commerciale più rigido possa costringere Pechino a fare concessioni. L'avvertimento giunge in seguito alla conferma, da parte di Bruxelles, dell'intenzione di creare un meccanismo che consenta di limitare rapidamente l'accesso dei prodotti cinesi al mercato unico, come riporta il South China Morning Post.

Questo nuovo punto di tensione emerge a solo una settimana dal raggiungimento di un accordo tra le due parti per limitare il volume di veicoli ibridi esportati dalla Cina verso l'Europa.

"L'UE non dovrebbe fantasticare di ottenere benefici attraverso la pressione o sottovalutare la determinazione e la capacità della Cina di difendere i propri interessi", ha affermato il Ministero del Commercio cinese. La dichiarazione risponde alle informazioni secondo le quali le minacce europee avrebbero costretto Pechino ad accettare le condizioni del blocco. Il Ministero ha respinto come infondata l'affermazione che tale pressione sia stata efficace.

In seguito al recente vertice del Consiglio europeo, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha confermato che l'UE svilupperà un nuovo strumento che consentirà di limitare immediatamente l'accesso al mercato unico ogniqualvolta ciò venga ritenuto necessario. L'iniziativa – promossa congiuntamente da Francia e Germania per far fronte a potenziali pratiche coercitive e distorsioni economiche – ha ottenuto il sostegno unanime dei 27 Stati membri.

Il meccanismo potrebbe essere integrato da nuove misure di salvaguardia commerciale, tra cui dazi e quote su ampie categorie di prodotti. Tra i settori presi in considerazione figurano quello chimico, dei macchinari, delle materie plastiche e delle ferroleghe.

 

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"Il governo trema": il grido delle piazze francesi oggi, infranto contro il muro della repressione

Il fumo dei lacrimogeni si mescola all'aria di ottobre nelle piazze francesi in rivolta, mentre la risposta dello Stato a un malessere profondo si riduce a manganelli, idranti e blindati. Non è semplice rabbia. È il rigetto viscerale di un modello economico neoliberista che soffoca le classi popolari e risponde al dissenso con la sola grammatica della forza.

Tutto era iniziato alla fine di settembre dentro le aule scolastiche. Gli studenti chiedevano dignità: meno classi sovraffollate, più insegnanti, orari che non li stritolino. Invece di aprire un tavolo di confronto, l'esecutivo ha chiuso fino a cinquecento istituti in tutto il paese. Quando i ragazzi hanno portato quella stessa richiesta nelle piazze, la scelta è stata la repressione. I gas lacrimogeni lanciati contro i liceali non sono un incidente di percorso, ma la logica conseguenza di un sistema che dichiara di non avere soldi per l'istruzione ma ne trova a iosa per blindare l'ordine pubblico.

Según una fuente policial, las autoridades prevén que entre 30.000 y 60.000 manifestantes se congreguen en París, mientras que en todo el territorio francés la cifra se sitúe entre 90.000 y 170.000. https://t.co/l978yGOg5n

— Errete en Español (@erreteespanol) October 17, 2026

La protesta si è allargata a macchia d'olio, unendo i gilet gialli, i sindacati e una gioventù che non crede più alle promesse elettorali. Kamil, diciotto anni, lo dice chiaro mentre marcia: protesta per "i politici che mentono e gli ultraricchi che si sono presi sempre più ricchezza negli ultimi dieci anni". Agnes, cinquant'anni, rincara la dose: "Da anni abbiamo problemi di clima, economia e uguaglianza, ma il governo non fa nulla". Di fronte a questo grido collettivo, l'Eliseo ha risposto con un secco e sterile invito al "rispetto delle persone e della proprietà", una formula che suona più come una minaccia che come un'apertura.

La repressione è diventata l'unico vocabolario disponibile per l'esecutivo neoliberista. A Marsiglia gli scontri hanno portato all'irruzione nel municipio e alla distruzione del busto di Marianna, simbolo repubblicano, dopo che era già stata presa di mira una stazione di polizia municipale. A Lione, un ufficio del turismo è stato dato alle fiamme da giovani incappucciati, mentre a Lille e in altre città le sedi istituzionali sono state vandalizzate. Centinaia di fermati solo a Parigi, cariche della polizia, finestre di emittenti televisive mandate in frantumi. Le riprese che circolano in queste ore sui social network, ormai assunte a simbolo tangibile di questa repressione, mostrano agenti in assetto antisommossa che caricano ragazzi in fuga. Non è la difesa della democrazia, è la sua negazione.

 
 
 
 
 
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Dietro i vetri rotti e le barricate c'è un Paese con un debito pubblico che supera il centoventi per cento del PIL e un potere d'acquisto eroso dall'inflazione e dai costi energetici alle stelle, aggravati dal conflitto in Medio Oriente. Franck, funzionario pubblico, riassume il sentimento di chi scende in strada: "Alla fine del mese non mi resta nulla. I prezzi salgono ma gli stipendi no. Non ce la facciamo più, stiamo soffocando". 

Mentre la destra di Marine Le Pen grida al complotto della "sinistra radicale" e Jean-Luc Mélenchon denuncia una narrazione mediatica ossessionata dalla violenza, la sostanza politica non cambia. Il governo trema, come nota Ryad Rani, rappresentante degli studenti delle superiori: "Il governo trema ed è giusto che tremi, perché quando il popolo francese è arrabbiato non molla mai". 

Per ora, l'unica concessione del regime resta la carica della polizia. Una risposta vecchia, brutale e destinata a fallire. Non si può gasare la fame, né soffocare con gli dranti la richiesta di un futuro migliore senza neoliberismo.

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Ping Ping e Fu Shuang: i nuovi ambasciatori della Cina negli USA

 

di Dong Siyu, Quotidiano del Popolo

Il 27 settembre, i panda giganti Ping Ping e Fu Shuang sono arrivati ??sani e salvi allo Zoo di Atlanta, segnando l'inizio di una partnership decennale per la conservazione tra Cina e Stati Uniti della specie. La coppia è partita dalla Base di ricerca di Chengdu per l'allevamento del panda gigante, nella provincia del Sichuan (Cina sud-occidentale), atterrando alle 8:55 (ora della costa orientale degli Stati Uniti) dopo un viaggio transpacifico meticolosamente organizzato.

Cina e Stati Uniti amplieranno la collaborazione su diversi fronti, tra cui l'allevamento e la cura dei panda giganti, la prevenzione e il trattamento delle malattie, la ricerca scientifica, l'educazione del pubblico e la conservazione delle popolazioni selvatiche e dei loro habitat.

Il panda gigante è una specie esclusiva della Cina, nonché una specie rara, emblematica e simbolo della conservazione della biodiversità globale. Dal 1994, la Cina porta avanti con costanza programmi internazionali di cooperazione a lungo termine incentrati sulla conservazione e sulla ricerca relative al panda gigante. Tali iniziative hanno rafforzato le competenze interne e, al contempo, favorito la comprensione reciproca tra la Cina e i Paesi partner. Inoltre, hanno offerto una "soluzione cinese" replicabile per gli sforzi multinazionali volti a proteggere le specie a rischio di estinzione e a preservare la diversità ecologica.

La cooperazione sino-statunitense per la conservazione del panda gigante rappresenta uno dei programmi internazionali di cooperazione sulla fauna selvatica più longevi della Cina; coinvolge il maggior numero di istituzioni partner e genera un impatto ampio e duraturo.

Le radici di questa collaborazione risalgono all'aprile del 1972, poco dopo la storica visita in Cina del presidente statunitense Richard Nixon. Due panda giganti, Ling Ling e Xing Xing, furono inviati negli Stati Uniti in dono. Il loro arrivo richiamò migliaia di visitatori, tra cui oltre 8.000 americani che attesero sotto la pioggia per accoglierli. Nel primo mese di esposizione al pubblico, più di un milione di persone si recò a vedere la coppia, consolidando il ruolo dei panda come simboli duraturi di buona volontà tra Cina e Stati Uniti.

La collaborazione scientifica e di allevamento ebbe inizio ufficialmente il 10 settembre 1996, con l'arrivo di Bai Yun e Shi Shi allo Zoo di San Diego. Seguirono l'arrivo di Lun Lun e Yang Yang allo Zoo di Atlanta nel 1999 e quello di Tian Tian e Mei Xiang allo Smithsonian's National Zoo di Washington, D.C., nel 2000. Oltre a conquistare il cuore del pubblico americano, ogni coppia ha rappresentato una testimonianza vivente della solidità e della profondità della cooperazione sino-americana per la conservazione del panda gigante.

Nel 2024, la precedente generazione di panda coinvolti nel programma di cooperazione ha concluso il proprio periodo di permanenza ed è tornata in Cina. Oggi, Ping Ping e Fu Shuang hanno attraversato il Pacifico per proseguire la storia della cooperazione nella conservazione del panda gigante.

Secondo i rappresentanti della Base di ricerca di Chengdu per l'allevamento del panda gigante, la parte statunitense ha intrapreso ampi preparativi per garantire la salute e il benessere dei panda durante l'intera permanenza. Tali iniziative includono importanti lavori di ristrutturazione e ammodernamento delle strutture di contenimento, al fine di creare un ambiente più sicuro e su misura per le esigenze della nuova coppia protagonista della collaborazione.

Gli esperti cinesi di conservazione hanno condiviso linee guida tecniche dettagliate con il personale degli zoo statunitensi, stabilendo standard rigorosi per la progettazione dell'habitat, la gestione quotidiana, la pianificazione nutrizionale e l'assistenza veterinaria.

Nel 1994, due panda giganti provenienti da Chengdu sono stati i primi a trasferirsi presso il parco faunistico Adventure World a Shirahama (prefettura di Wakayama, Giappone) in qualità di "ambasciatori per la ricerca scientifica e gli scambi", segnando l'inizio di una cooperazione internazionale a lungo termine sulla ricerca per la conservazione del panda gigante.

Da allora, la Cina ha condotto ricerche in collaborazione sui panda giganti con decine di Paesi, tra cui Stati Uniti, Repubblica di Corea, Germania e Singapore.

"Lo scopo di questi programmi di cooperazione è far progredire la ricerca scientifica e l'educazione pubblica, promuovere una maggiore consapevolezza e un maggiore coinvolgimento dell'opinione pubblica nella conservazione della fauna selvatica e, in ultima analisi, migliorare la protezione delle specie a rischio di estinzione", ha dichiarato un rappresentante della China Wildlife Conservation Association.

Un responsabile della Base di ricerca di Chengdu per l'allevamento del panda gigante ha spiegato che i panda destinati agli zoo esteri seguono un "programma di preparazione" su misura prima della partenza. Tale percorso prevede l'abituazione al trasporto, la collaborazione durante i controlli sanitari e l'adattamento al nuovo ambiente.

Prima di partire, gli animali trascorrono inoltre un mese in quarantena e in isolamento. Vengono predisposte scorte di cibo sufficienti per il volo e per eventuali scali.

Accompagnano i panda verso le destinazioni estere anche i loro custodi e le équipe veterinarie cinesi. Questi specialisti si occupano del monitoraggio quotidiano della salute, dei prelievi di sangue e di altre cure di routine, rimanendo in loco finché gli animali non si sono ambientati nella nuova struttura.

Ad oggi, la Cina ha avviato collaborazioni di ricerca scientifica con 26 zoo in 20 Paesi. Complessivamente, 69 panda giganti sono stati trasferiti all'estero nell'ambito di progetti di cooperazione internazionale. Dall'avvio di tali collaborazioni, sono nate e sono state allevate con successo 45 cucciolate, per un totale di 73 piccoli. Questa cooperazione ha contribuito in modo significativo alla condivisione delle risorse di ricerca, al potenziamento delle capacità di indagine scientifica, alla promozione della conservazione della specie e al rafforzamento degli scambi tra le popolazioni.

Nel 2016, l'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) ha modificato lo stato di conservazione del panda gigante da "in pericolo" a "vulnerabile". Tale variazione riflette i risultati positivi ottenuti dalla Cina nelle attività di conservazione della specie e rappresenta un riconoscimento internazionale dei successi cinesi nella sua tutela.

 

Il panda gigante Xing Hui si gode il suo "banchetto di compleanno" al Nantong Forest Safari Park, nella provincia del Jiangsu, Cina orientale. (9 agosto 2026 - Foto/Xu Peiqin)

Un panda gigante passeggia nel recinto esterno del padiglione dei panda giganti allo Zoo di Beijing. (16 luglio 2026 - Foto/Zhang Lixin)

Visitatori fotografano i panda giganti allo Zoo di Beijing. (17 luglio 2026 - Foto/Chen Xiaogen)

Un cucciolo di panda gigante dorme su un albero presso la Base di ricerca per l'allevamento del panda gigante di Chengdu, nella provincia del Sichuan, Cina sud-occidentale. (13 maggio 2026 - Foto/Hu Guolin)

 

 

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CIIE 2026 a Shanghai: la fiera delle importazioni che conferma la leadership economica della Cina

 

di Tian Hong, Quotidiano del Popolo

 

La nona edizione della China International Import Expo (CIIE) si terrà presso il National Exhibition and Convention Center di Shanghai dal 5 al 10 novembre.

In quanto prima fiera commerciale al mondo a livello nazionale dedicata esclusivamente alle importazioni, la CIIE ha attirato espositori e delegati da oltre 180 Paesi e regioni nel corso delle sue prime otto edizioni. Gli espositori stranieri hanno partecipato circa 27.000 volte alle aree espositive commerciali, generando intenzioni di transazione complessive superiori a 580 miliardi di dollari.

Oltre a mettere in mostra le innovazioni, la fiera ha favorito con successo la commercializzazione delle tecnologie esposte e ha agevolato la trasformazione degli espositori in investitori a lungo termine. Si è così affermata come un punto di accesso fondamentale per le multinazionali che intendono stabilire una presenza duratura in Cina.

Organizzata con cadenza annuale e in costante crescita per dimensioni e influenza, la CIIE è diventata una piattaforma vitale attraverso la quale la Cina rafforza il proprio legame con i mercati globali, promuove l'ammodernamento industriale e offre vantaggi economici concreti ai consumatori.

Quest'anno, le aziende che partecipano da tempo al CIIE presenteranno una serie di nuovi prodotti, tecnologie e soluzioni, mettendo in mostra le loro innovazioni più recenti.

La Louis Dreyfus Company, colosso europeo dell'agroindustria nella classifica Fortune 500, presenterà una gamma di prodotti innovativi per la nutrizione animale, tra cui fosfolipidi e proteine ??specializzati, sviluppati presso il suo centro globale di ricerca e sviluppo con sede a Shanghai.

Il colosso giapponese dei beni di consumo Kao Corp porterà alla fiera molti dei suoi marchi di punta e illustrerà il proprio impegno nella promozione di stili di vita più sostenibili.

Rockwell Automation, azienda pioniera nell'automazione industriale, ospiterà l'anteprima mondiale di una piattaforma di controllo di nuova generazione, affiancandola a dimostrazioni delle sue iniziative più recenti volte a favorire la decarbonizzazione industriale.

"Attendo con impazienza la mia visita a Shanghai il prossimo novembre. Il CIIE rappresenta un'importante piattaforma in grado di riunire innovazioni globali, mettere in contatto consumatori e partner e trasformare idee rivoluzionarie in opportunità di crescita scalabili", ha dichiarato Stephane de La Faverie, Presidente e CEO di Estée Lauder Companies.

"Estée Lauder è profondamente impegnata in Cina da oltre 30 anni. La Cina non è solo uno dei nostri mercati globali più importanti, ma sta anche diventando sempre più una fonte fondamentale di talenti, intuizioni e ispirazione per il gruppo", ha aggiunto. Quest'anno segnerà la sua prima visita alla CIIE, a conferma della fiducia del gruppo nella sua continua crescita a lungo termine in Cina.

Quest'anno, 169 aziende consolidate e 30 organizzatori di fiere esteri parteciperanno alla CIIE per la nona volta consecutiva. Gli espositori che tornano a partecipare rappresentano circa la metà del totale, ma occupano circa l'80% della superficie espositiva complessiva. La forte capacità di attrazione della CIIE riflette il costante impegno della Cina nel promuovere un'apertura di alto livello e nel condividere le opportunità di sviluppo con il resto del mondo.

Per molte multinazionali, la CIIE non funge soltanto da palcoscenico per il lancio di prodotti, ma anche da interfaccia dinamica in cui l'innovazione globale e il mercato cinese si rafforzano a vicenda.

Ad agosto, il colosso farmaceutico tedesco Boehringer Ingelheim ha annunciato un potenziamento della propria strategia per la Cina, prevedendo in particolare l'apertura di un nuovo centro di ricerca e sviluppo a Zhangjiang, Shanghai.

Partecipante alla CIIE per ben otto edizioni, l'azienda ha presentato in passato quasi 50 terapie e soluzioni mediche innovative; diverse di queste sono passate con successo dagli stand espositivi alla distribuzione commerciale.

A partire dal 2025, diversi nuovi farmaci sviluppati dall'azienda hanno ottenuto l'autorizzazione alla commercializzazione in Cina. Alcuni hanno ricevuto l'approvazione globale simultanea, mentre altri hanno debuttato a livello mondiale proprio sul mercato cinese.

Da anni, la CIIE offre spazi espositivi gratuiti agli espositori provenienti dai Paesi meno sviluppati del mondo. L'edizione di quest'anno potenzierà inoltre l'area dedicata ai prodotti di Asia e Africa, aiutando gli espositori dei Paesi africani che intrattengono relazioni diplomatiche con la Cina a cogliere le opportunità offerte dalla politica di azzeramento dei dazi e incoraggiando un numero maggiore di Paesi del Sud globale a sfruttare appieno la piattaforma della CIIE.

All'inizio di agosto, le autorità della Costa d’Avorio preposte all'export hanno deciso di organizzare una delegazione di piccole e medie imprese per partecipare alla nona edizione della CIIE, portando con sé prodotti agricoli di punta quali caffè, frutta secca, cacao e anacardi.

In occasione della nona edizione della CIIE, il China-ASEAN Business Center lancerà ufficialmente un club per imprenditori attivi a livello transfrontaliero, offrendo alle aziende cinesi servizi completi e continuativi per sostenere la loro espansione nei mercati dell'ASEAN.

Ge Hong, vicedirettore generale dell'Ufficio della CIIE, ha sottolineato che la nona edizione della fiera rimarrà saldamente allineata alle priorità economiche nazionali, creando sinergie con le iniziative "Export to China", "Buy in China" e "Invest in China" per sfruttare l'apertura di alto livello come catalizzatore di una crescita di qualità.

La fiera punterà ulteriormente su novità, sostenibilità, progresso tecnologico ed eccellenza dei prodotti, mettendo in risalto innovazioni all'avanguardia e accelerando al contempo l'importazione di beni di alta gamma per favorire un commercio internazionale più equilibrato.

L'evento offrirà opportunità più diversificate di business matchmaking, tra cui sessioni di selezione prodotti per i grandi acquirenti, un "corridoio per gli acquirenti" e attività di matchmaking commerciale e di investimento, al fine di facilitare connessioni più mirate ed efficaci tra espositori, acquirenti e altri partecipanti. Verrà inoltre potenziata la struttura dedicata alle delegazioni commerciali (trade delegation home) per offrire piattaforme one-stop e servizi integrati.

In qualità di città ospitante, Shanghai sta predisponendo sistemi di supporto completi in vista dell'evento. Le infrastrutture cittadine, tra cui la rete di trasporto pubblico, le procedure doganali portuali e la gestione intelligente delle strutture, sono già state ottimizzate per far fronte ai picchi di domanda.

Tra i continui miglioramenti figurano procedure accelerate di "canale verde" per le merci in esposizione, operazioni di sdoganamento semplificate, aree espositive in regime di deposito doganale e servizi di regolamento finanziario in loco.

È inoltre in fase di organizzazione un'ampia gamma di iniziative, tra cui incontri di incontro tra domanda e offerta, forum di settore, colloqui sugli investimenti e sessioni di approfondimento sulle politiche di riferimento.

Si stanno consolidando sempre più meccanismi a lungo termine volti a trasformare i prodotti esposti in beni commerciali e gli espositori in investitori.

 

Barista robot prepara il caffè per i visitatori nell'area espositiva dedicata ai servizi durante l'ottava edizione della China International Import Expo a Shanghai. (8 novembre 2025 - Foto/Tang Ke)

 

L'Inflync L600, il primo eVTOL al mondo a grandezza naturale con ali basculanti intubate, attira i visitatori nell'area espositiva dedicata all'automobile e alla mobilità intelligente dell'ottava edizione della China International Import Expo. (7 novembre 2025 - Foto/Wang Chu)

 

Un addetto effettua il debug di un robot umanoide industriale presso lo stand di Hexagon, nell'area espositiva dedicata a tecnologia e attrezzature dell'ottava edizione della China International Import Expo. (4 novembre 2025 - Foto/Weng Qiyu)

 

Le esposizioni Lego attirano l'attenzione dei bambini nell'area dedicata ai beni di consumo dell'ottava edizione della China International Import Expo. (9 novembre 2025 - Foto/Weng Qiyu)

 

La folla riempie gli spazi dell'ottava edizione della China International Import Expo a Shanghai. (7 novembre 2025 - Foto/Ding Junhao)

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“Zakharova attacca l'Italia” blaterano a RaiNews

 

Personalmente, non apprezziamo particolarmente la portavoce del Ministero degli esteri russo, Marija Zakharova, distintasi in passato per aver detto che Stalin è peggiore di Hitler. Ma, quando i giullari del governo fascio-leghista, ammucchiati in quel putridume “informativo” di RaiNews 24, blaterano che «Zakharova torna ad attaccare l'Italia», non si può che esser presi da urti di vomito, per l'ormai quotidiana esortazione a prendere le armi e prepararsi alla guerra, in nome della difesa dei “valori liberali occidentali attaccati dalle autocrazie euroasiatiche». Uno schifo, insomma, che deve però servire a mobilitare quante più forze popolari possibili per arginare le smanie belliciste delle cancellerie europee. 

In sostanza, ecco cosa ha detto Marija Zakharova, accusata da RaiNews di «attaccare l'Italia», nelle sintesi delle agenzie Interfax e TASS.



Zakharova ha sottolineato la politica anti-russa del governo italiano, titolava il 16 ottobre la russa Interfax. La Russia è sempre pronta a una cooperazione costruttiva e reciprocamente vantaggiosa con ogni paese che non abbia una politica estera russofoba ostile, ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri, Marija Zakharova.

«Siamo sempre stati disposti a sviluppare rapporti con tutte le forze costruttive che non professino la russofobia e non agiscano contro il nostro Paese», ha detto, commentando, su richiesta dei giornalisti, la possibilità della ripresa della cooperazione russo-italiana.

Zakharova ha rilevato che, a causa della politica anti-russa del governo italiano, oggi non ci sono pieni contatti con Roma e, tuttavia, sono gli stessi cittadini di quel paese a essere estremamente interessati a relazioni adeguate con Moskva.

«La Roma ufficiale non ha sufficiente volontà politica, per agire nell'interesse dei propri cittadini, andando contro, per così dire, alle pretese dei suoi padroni di Bruxelles e di altre capitali di intraprendere passi russofobi, contro gli interessi del proprio popolo», ha concluso Zakharova.

Come specifica la TASS, Marija Zakharova, rispondendo alla domanda se ci sia in Italia chi si esprime per regolare il dialogo con la Russia, Zakharova ha rilevato che questi «sono i cittadini italiani stanchi dell’imposizione della russofobia, che vedono i risultati di tale politica, vedono come non venga loro permesso nemmeno di esprimersi al riguardo, dicono di essere ingannati quando, in vista delle elezioni, si comincia a divulgare l’idea che occorra tenere conto sia del fattore Russia, sia del fattore delle relazioni bilaterali che, quando si sono sviluppate, hanno sempre portato benefici all’Italia, che non si debba cadere in fobie nazionalistiche e ideologie, ma dopo le elezioni ricomincia tutto come prima».

Confrontando la sintetica puntualità delle osservazioni di Zakharova con gli squittii dei propagandisti RAI, torna alla mente la lucida osservazione del favolista russo settecentesco Ivan Krylov: «Capita alle aquile di scendere anche più in basso delle galline, ma alle galline non accade di elevarsi fino alle nuvole».

https://www.interfax.ru/amp/1122986
https://tass.ru/politika/28222289

 

F.P.

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"Un evento importante per la liberazione dell'intero Donbass": Putin celebra conquista di una città strategica

Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che la conquista di Dobropolie da parte delle truppe russe rappresenta un importante sviluppo per la liberazione dell'intera regione del Donbass.

"Voglio sottolineare e mettere in evidenza proprio ora che la conquista di Dobropolie è, senza dubbio, un evento importante per la liberazione del Donbass nel suo complesso, nonché un chiaro successo per le Forze armate della Federazione Russa", ha affermato durante un incontro con i vertici dello Stato maggiore e i comandanti militari. Il leader ha sostenuto che la liberazione della città segna un progresso significativo, aprendo la strada verso i confini della Repubblica Popolare di Donetsk.

Come riferito durante l'incontro dal Capo di Stato Maggiore Generale, il generale Valerij Gerasimov, Dobropolie è stata liberata dal gruppo di forze "Centro" (Tsentr). Si è trattato di uno dei vari avanzamenti compiuti dalle forze russe nella zona di combattimento, di cui si è discusso nel corso della riunione. Putin ha osservato che poco più del 10% della Repubblica Popolare di Donetsk e il 16,5% della regione di Zaporozhye rimangono sotto il controllo del regime di Kiev, mentre la Repubblica Popolare di Lugansk è interamente sotto il controllo delle forze russe.

In precedenza, il Ministero della Difesa russo aveva indicato che Dobropolie riveste un'importanza fondamentale per l'avanzata delle truppe russe e per la completa liberazione del territorio della Repubblica Popolare di Donetsk. Il Ministero della Difesa ha inoltre descritto la città come un'importante area fortificata e un nodo di trasporto strategico per le forze ucraine, aggiungendo che una delle principali vie di rifornimento per le unità ucraine - proveniente dalla regione di Dnepropetrovsk - passa proprio attraverso tale centro abitato.

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Il caso Dogru: sanzionato dall'UE per aver ricordato i nazisti nella NATO

 

L'Unione Europa ha appena scritto una pagina nera per la libertà di espressione, rifiutando di revocare le sanzioni contro il giornalista Huseyin Dogru, residente a Berlino. L'accusa mossa contro di lui è di aver fornito un «sostegno indiretto» alla Russia. Ma la cosa più agghiacciante non è l'accusa in sé, quanto l'ammissione esplicita delle autorità dell'Unione Europea: hanno dichiarato apertamente di non aver bisogno di prove dirette per imporre tali restrizioni, sottolineando che, in questi casi, la presunzione di innocenza semplicemente non trova applicazione. Un principio cardine dello stato di diritto viene così archiviato come un fastidioso relitto del passato, sacrificato sull'altare della russofobia imperante.

Le restrizioni imposte a Dogru hanno i contorni di una persecuzione giudiziaria. Le sanzioni includono il congelamento di tutti i conti bancari, un divieto di viaggio in tutta l'UE e un divieto professionale di fatto. Dogru ha il divieto assoluto di svolgere qualsiasi forma di lavoro retribuito o autonomo e nessuno è legalmente autorizzato a fornirgli risorse economiche. Nella pratica quotidiana, come è stato giustamente evidenziato, «anche solo invitarlo per un caffè costituirebbe un reato penale». Il congelamento ha colpito pure il conto della moglie incinta, sebbene lei non figuri in alcun elenco di sanzioni. Per sopravvivere, Dogru ha potuto accedere a un minimo vitale solo dopo settimane di umilianti approvazioni da parte della Bundesbank. Nemmeno una testata come junge Welt, che aveva mostrato interesse ad assumerlo, può farlo: secondo il Ministero dell'Economia tedesco, tale impiego violerebbe il «divieto di mettere a disposizione fondi» dell'UE, configurandosi come un reato.

Su cosa si fonda questo accanimento? Secondo la giustificazione fornita dall'UE, i reportage di Dogru sul movimento di solidarietà con la Palestina in Germania «seminano discordia etnica, politica e religiosa» e, con un salto logico degno della più sfrenata paranoia, aiutano così le «attività destabilizzanti della Russia». L'intero «pacchetto di prove» usato per giustificare i provvedimenti, reso pubblico dallo stesso giornalista dopo il rigetto del ricorso da parte del Consiglio dell'UE, consisteva esclusivamente in alcuni tweet del suo account personale e di Red Media. Non ci sono trasferimenti di denaro illeciti, non ci sono incontri segreti. Ci sono opinioni: critiche alla retorica militarista, riflessioni sul disastro neoliberista della riunificazione tedesca, reportage su manifestazioni e marce di estrema destra, oltre a denunce sulle condizioni di vita dei rifugiati ucraini e sul riarmo della Germania. Uno di questi post ricordava semplicemente il reclutamento da parte della NATO di ex ufficiali della Wehrmacht di Hitler, come Adolf Heusinger. Verità storiche e critiche politiche che, in un'Europa che si definisce democratica, sarebbero protette dalla libertà di espressione. Qui sono diventate prove di alto tradimento.

Quando le prove scarseggiano, l'apparato sopperisce con accuse vaghe e intimidatorie. Il testo delle sanzioni afferma che Do?ru e Red Media avrebbero «stretti legami finanziari e organizzativi con entità e attori della propaganda di Stato russa», con «profonde connessioni strutturali» e «rotazioni del personale» con i media di Stato russi. A sostegno di queste affermazioni gravissime, però, non ci sono indagini forensi o documenti bancari. Le uniche "prove" consistono in soli tre articoli di stampa, provenienti dal Tagesspiegel, dalla Taz e dal quotidiano sionista Jerusalem Post, che non forniscono alcuna prova oltre a speculazioni e insinuazioni. L'unico fatto verificabile è che Red Media ha rilevato il canale Telegram di Redfish, un media un tempo legato a Russia Today, e che alcuni collaboratori vi hanno lavorato in passato.

A completare il quadro, l'ipocrisia istituzionale raggiunge il suo apice nelle dichiarazioni del portavoce del Ministero degli Esteri tedesco, Christian Wagner. In una conferenza stampa federale, ha etichettato Dogru come «attore della disinformazione», negandogli esplicitamente lo status di giornalista e sostenendo che agiva «per conto di presunte agenzie russe». Un'accusa così grave che non era nemmeno presente nella decisione ufficiale del Consiglio dell'UE, dimostrando come la gogna mediatica e politica viaggi ormai su un binario parallelo, slegato da qualsiasi parvenza di legalità o coerenza interna.

Il caso Dogru non è un incidente di percorso. È il sintomo di una deriva autoritaria che usa la paura della Russia come passepartout per criminalizzare il dissenso, silenziare le voci scomode e piegare il giornalismo indipendente agli interessi dell'establishment. Quando un'unione di Stati che si vanta di essere il faro dei diritti umani ammette tranquillamente di non aver bisogno di prove per annientare un cittadino, quella luce si è già spenta. Resta solo l'ombra della repressione, e il silenzio assordante di chi continua a guardare dall'altra parte mentre la libertà di stampa viene smantellata pezzo dopo pezzo. Intanto la stessa UE continua clamorosamente a voler impartire lezioni di democrazia e libertà di stampa al mondo intero. 

 

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LA PROPOSTA EDITORIALE DELLA SETTIMANA:

Hong Kong a Fuoco  di Laura Ruggeri

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In Hong Kong a fuoco, Laura Ruggeri analizza le proteste scoppiate nella città asiatica dal 1997. L'autrice le inquadra non come moti spontanei, ma come "rivoluzioni colorate" eterodirette. Il dissenso locale viene svelato come un'arma del soft power americano nella guerra ibrida contro la Cina. Unendo osservazione diretta e rigore documentale, il saggio offre una solida e avvincente contro-narrazione. Il libro diventa così uno strumento prezioso per decodificare dinamiche geopolitiche simili in tutto il mondo.

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La Colombia sposta l'ambasciata a Gerusalemme: protestano 19 Paesi

Non è solo un cambio di indirizzo, ma un vero e proprio terremoto diplomatico che conferma la sottomissione di Aberlado de la Espriella al sionismo e ai voleri di Trump. La decisione della Colombia di trasferire la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme dopo 46 anni, ha fatto scattare l'allarme presso la comunità internazionale. Come riporta il quotidiano Daily Sabah, ben 19 Paesi, tra cui Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Egitto e Giordania, hanno condannato fermamente la mossa di Bogotà, definendola una violazione del diritto internazionale e un duro colpo agli sforzi per la soluzione dei due Stati.

In una dichiarazione congiunta, i ministri degli Esteri delle 19 nazioni hanno espresso una forte opposizione all'apertura della nuova sede. Il documento cita le risoluzioni 476 e 478 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, adottate nel 1980, che respingono i tentativi di alterare lo status di Gerusalemme e invitano i Paesi a ritirare le proprie missioni diplomatiche dalla città. 
Israele occupò Gerusalemme Est durante la guerra del 1967, dichiarando unilateralmente l'intera città come sua capitale nel 1980, una mossa mai riconosciuta dalla maggior parte della comunità internazionale. I ministri firmatari hanno ribadito che qualsiasi decisione volta a modificare lo status legale o storico di Gerusalemme è "nulla e priva di effetti legali", esortando la Colombia a fare marcia indietro per non minare i diritti legittimi del popolo palestinese.

Il cambio di rotta della diplomazia colombiana ha radici profondamente politiche. Il nuovo presidente Abelardo de la Espriella, in carica dallo scorso agosto dopo aver vinto un'elezione molto dubbia e controversa, ha ripristinato le relazioni con Israele e un accordo di libero scambio, ribaltando la linea del suo predecessore Gustavo Petro.

Nel maggio 2024, infatti, Petro aveva troncato i rapporti diplomatici in segno di protesta per l'offensiva militare israeliana a Gaza. 

Il ministro degli Esteri colombiano, Omar Bula Escobar, ha partecipato all'inaugurazione della nuova ambasciata insieme al collega israeliano Gideon Saar. Quest'ultimo ha accolto con favore il cambiamento, lodando la nuova amministrazione colombiana per aver riparato i danni alle relazioni bilaterali in soli due mesi.

La tensione diplomatica si inserisce nel contesto di una crisi umanitaria devastante. Il trasferimento dell'ambasciata avviene mentre la situazione sul campo resta critica: dall'ottobre 2023, l'offensiva israeliana ha causato a Gaza la morte di oltre 74.000 palestinesi e il ferimento di più di 175.000, con il 90% delle infrastrutture dell'enclave distrutte o danneggiate. Parallelamente, le incursioni dell'esercito israeliano e gli attacchi contro i palestinesi e le loro proprietà si sono intensificati in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Nonostante la mossa di Bogotà, la posizione internazionale rimane maggioritariamente contraria al trasferimento delle ambasciate. La stragrande maggioranza dei Paesi mantiene le proprie sedi a Tel Aviv, in attesa che lo status finale di Gerusalemme sia definito attraverso negoziati. Attualmente, solo una manciata di nazioni - tra cui Stati Uniti, Guatemala, Honduras, Kosovo, Paraguay, Papua Nuova Guinea e Figi - tiene le proprie ambasciate a Gerusalemme.

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Trump scarica Zelensky: basta armi gratis, è ora di cambiare leader

Donald Trump torna all’attacco di Volodymyr Zelensky e lo fa su più fronti: dalla gestione degli aiuti militari statunitensi agli attacchi ucraini contro le raffinerie russe, fino alla possibilità che l’attuale leadership del regime di Kiev debba lasciare il potere. Le dichiarazioni rilasciate dal presidente USA a Newsmax confermano che il rapporto con il capo del regime ucraino è entrato in una fase di aperto conflitto politico. Trump ha innanzitutto accusato l’amministrazione di Joe Biden di aver consegnato gratuitamente all’Ucraina enormi quantità di armamenti, comprese munizioni per i sistemi Patriot e missili Tomahawk, senza pretendere alcun pagamento. Secondo il presidente, gli Stati Uniti avrebbero fornito all’Ucraina equipaggiamenti e denaro per 350 miliardi di dollari. «Dov’è il denaro che abbiamo dato all’Ucraina? Dove sono tutte le attrezzature?», ha domandato, sostenendo che parte delle armi sarebbe stata rivenduta sul mercato internazionale dopo essere arrivata a destinazione. Il loro significato politico è inequivocabile: la Casa Bianca intende prendere le distanze dalla gestione degli aiuti della precedente amministrazione e trasformare il sostegno militare a Kiev in una transazione sottoposta a condizioni precise.

«Non darò loro nulla. Devono pagare», ha spiegato Trump riferendosi al meccanismo PURL della NATO, attraverso il quale i paesi europei acquistano armi statunitensi da trasferire alle forze ucraine. Una formula che permette a Washington di mantenere il controllo sulle forniture e, allo stesso tempo, di scaricarne una parte consistente dei costi sugli alleati europei. Ma il nodo centrale dello scontro riguarda la strategia militare di Kiev. Trump ha ripetutamente chiesto a Zelensky di interrompere gli attacchi contro le raffinerie russe, sostenendo che queste operazioni contribuiscono ad alimentare le tensioni sui mercati energetici e a far aumentare i prezzi dei carburanti. Le forze ucraine hanno però continuato a colpire le infrastrutture energetiche russe, compresi gli impianti nelle regioni di Saratov e Rjazan, oggetto di nuovi attacchi denunciati da Mosca. La questione è diventata ancora più delicata dopo l'accordo raggiunto il 9 ottobre tra Trump e Vladimir Putin per aumentare le forniture di diesel russo e allentare temporaneamente le restrizioni statunitensi. Mentre Washington cerca di contenere i prezzi e ristabilire margini di cooperazione economica con Mosca, Kiev continua a perseguire una strategia che rischia di compromettere questi obiettivi. Trump non ha nascosto la propria irritazione: «Gli abbiamo detto: non attaccate le raffinerie, perché questo crea un problema mondiale. E lui è andato ad attaccarle». Da qui la conclusione che Zelensky non sia un interlocutore affidabile. «Non è una brava persona con cui trattare», ha dichiarato, aggiungendo che un eventuale accordo per porre fine al conflitto difficilmente potrà essere raggiunto con l'attuale leader ucraino.

Il presidente statunitense ha inoltre rilanciato la richiesta di nuove elezioni in Ucraina, sostenendo che Zelensky sia al potere da troppo tempo e mettendo in dubbio la persistenza del consenso popolare nei suoi confronti. «Dice di voler raggiungere un accordo, ma non è così», ha affermato. Secondo Trump, un cambiamento alla guida del paese potrebbe diventare necessario per aprire la strada a una soluzione negoziata. La crescente tensione ha alimentato anche le ipotesi sulle possibili conseguenze per il sostegno USA a Kiev. Sono emerse indiscrezioni sul rischio che l'Ucraina possa perdere l'accesso a informazioni d'intelligence statunitensi e al sistema satellitare Starlink, strumenti importanti per le comunicazioni e le operazioni militari. Una loro eventuale limitazione rappresenterebbe un duro colpo per le capacità operative ucraine.

In questo clima si inserisce la previsione di George Galloway, ex parlamentare britannico, che in un'intervista a RT ha ipotizzato addirittura un possibile arresto di Zelensky per corruzione. Galloway ha sostenuto che Trump potrebbe utilizzare le strutture anticorruzione presenti in Ucraina per organizzare un'operazione contro il leader di Kiev, accusandolo di appropriazione indebita su vasta scala. Galloway ha descritto il regime ucraino come un sistema in fase di collasso, ma ha anche avvertito che un semplice cambio di leadership non basterebbe a porre fine alla guerra. A suo giudizio, sarebbe necessario un ripensamento strategico più profondo, con l'abbandono delle ambizioni di adesione alla NATO e l'adozione di una politica di neutralità. L'ex parlamentare ha rivolto critiche anche alla Gran Bretagna, accusando la classe politica britannica di continuare a sostenere il regime di Kiev mentre trascura le difficoltà sociali interne, dai pensionati alle famiglie in povertà. Ha inoltre denunciato un'ostilità storica verso la Russia, riassunta nella provocazione secondo cui il paese sarebbe ancora governato da politici impegnati a combattere la guerra di Crimea. Il dato politico è che la distanza tra Washington e Kiev si sta allargando proprio mentre Trump dichiara di voler chiudere il conflitto. Il presidente USA non considera più il sostegno incondizionato all'Ucraina un obiettivo in sé, ma lo subordina a risultati concreti, alla riduzione dei costi per gli Stati Uniti e alla possibilità di raggiungere un'intesa con Mosca. Zelensky, invece, continua a opporsi a decisioni statunitensi che ritiene penalizzanti per Kiev e ha definito l'accordo sul diesel un segno di debolezza e un tradimento. Il rischio per il leader ucraino è che questa contrapposizione finisca per indebolire ulteriormente il sostegno occidentale, soprattutto se gli attacchi alle infrastrutture energetiche russe continueranno a ostacolare le priorità della Casa Bianca.


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Giovani Palestinesi d'Italia: "Vi raccontiamo come resiste la diaspora palestinese in Italia"

Sidanah è una delle portavoce dei Giovani Palestinesi d'Italia, (GPI) un’organizzazione politica in diaspora nata intorno al 2017 e attiva in diverse città italiane come Milano, Torino e Roma.  Si tratta di un dialogo prezioso perché raramente questo collettivo rilascia interviste ai media. 
I palestinesi in diaspora ci spiegano come le loro attività di formazione, informazione, attivismo, sensibilizzazione e protesta siano parte di una rete di sostegno alla resistenza palestinese, sotto occupazione militare da almeno ottant'anni.

Abbiamo chiesto a Sidanah di raccontarci di più sul suo movimento, di spiegare cosa significa "resistenza", una delle parole più strumentalizzate dal sistema mediatico filosionista o comunque condizionato da un approccio orientalista. 
Oltre alla popolazione palestinese massacrata quotidianamente a Gaza, quella che vive in stato di apartheid perseguitata in Cisgiordania e sfollata nei campi profughi, c’è anche un’intera popolazione dietro le sbarre, si tratta dei prigioni politici in quello status giuridico che l'entità sionista chiama "Detenzione amministrativa", e che innumerevoli associazioni legali ritengono contrario ai diritti umani fondamentali. Insomma, la prigionia come altra forma genocidaria. 

E ancora, abbiamo chiesto un commento a proposito del fatto che Mahmoud Abbas ha di nuovo rimandato le elezioni nei territori palestinesi; avrebbero dovuto tenersi il 28 novembre ma sono state rimandate all’11 settembre del 2027. In chiusura abbiamo chiesto ai GPI la loro posizione rispetto all’ “Asse della Resistenza” antimperialista in Asia Occidentale quindi la resistenza di Ansarallah nello Yemen, della cittadinanza iraniana e libanese con Hezbollah.

GUARDA L'INTERVISTA COMPLETA QUI:

 

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