Cateno De Luca protestava in mutande contro il Palazzo e ora può salvare Meloni

È quello che un giorno si presentò in segno di protesta seminudo all’Ars, il Parlamento regionale dei siciliani. In mutande, con la bandiera della Sicilia avvolta in vita e una coppola in testa. Era il 2007. Aveva appena fondato Sicilia Vera. A completare il quadro, nella sala stampa di Palazzo dei Normanni, una Bibbia e una statuetta di Pinocchio: già allora riusciva a convocare Dio e Carlo Collodi per una controversia sulla commissione Bilancio.
È quello che è partito da sindaco del suo paesello, Fiumedinisi, un torrente e poco più di milleduecento anime. Terzo figlio di madre contadina e padre muratore, come tiene a ricordare nella sua biografia. Poi Santa Teresa di Riva, quindi Messina, conquistata nel 2018 con il 65,28 per cento al ballottaggio e nessun consigliere eletto nelle sue liste. Un sindaco con quasi due terzi dei voti e neppure un consigliere proprio: la maggioranza assoluta di sé stesso.
È quello che alle ultime comunali di Messina, per sostenere il suo candidato Federico Basile, ha messo in campo quindici liste per il Consiglio comunale e 1.010 candidati, dai diciotto ai novantadue anni. Con un’offerta così, l’astensionismo comincia a sembrare un problema di mancata candidatura. Adesso amministra la griffatissima Taormina e guida Sud chiama Nord, che alle regionali del 2022 prese il 13,58 per cento, mentre lui sfiorò il ventiquattro come candidato presidente. Ha portato al Senato Dafne Musolino, passata un anno dopo con Matteo Renzi, tra le sue furie. L’autonomia degli altri è la parte più difficile dell’autonomismo.
È Cateno De Luca, per tutti Scateno, uno degli oggetti politici più imprevedibili partoriti da quel laboratorio permanente che è la Sicilia. E l’ultima metamorfosi potrebbe riguardare tutti: con il suo uno virgola nazionale, l’uomo della coppola può aiutare Giorgia Meloni a tenersi l’Italia.
L’ultima magia l’ha fatta da pifferaio. Ha raccolto sindaci e amministratori nel nome della libertà dei territori, ha federato il suo movimento con un’altra sua creatura, «Sindaci d’Italia», e li ha accompagnati nell’alleanza con Meloni. Il piffero lo suona lui; alla fine della passeggiata si trova Ignazio La Russa. Un modo piuttosto originale di affrancarsi dai partiti: scegliersi quelli ai quali portare i voti.
Alla convention romana chiusa il 29 ottobre, Meloni ha mandato un videomessaggio e celebrato i sindaci come «eroi». La Russa aveva già provveduto all’accoglienza: «Cateno, tu fai parte di questa squadra». La rivolta dei territori ha trovato il suo posto nel programma del centrodestra. Quanto alla libertà, De Luca ha una richiesta concreta: abolire il limite dei mandati per i sindaci. Una rivoluzione che comincia assicurandosi di poter durare.
La risata, però, rischia di distrarre dall’organizzatore. De Luca ha cominciato a quattordici anni attaccando manifesti per la Democrazia cristiana. A diciotto apriva un ufficio di patronato. Conosce la politica che passa dallo sportello, dalla pratica, dalla telefonata, dal nome ricordato quando gli altri hanno già smontato il palco. Il repertorio è quello del guastatore; l’apprendistato è quello del democristiano. Scateno è cresciuto dove si imparava che i voti si contano uno per uno, possibilmente sapendo anche come si chiamano gli elettori.
I mille candidati spiegano il metodo meglio di mille dirette. Ciascuno ha una famiglia, amici, colleghi, un quartiere nel quale farsi riconoscere. Moltiplicare le candidature significa moltiplicare le occasioni di chiedere un voto. È una macchina costruita sulle relazioni personali, alla quale il capo fornisce il marchio e la colonna sonora. È facile capire il richiamo: qualcuno risponderà, qualcuno si farà sentire, qualcuno verrà a litigare al posto tuo. Che poi litighi anche con te fa parte del servizio.
Durante la pandemia, lui, sindaco di Messina, inviava droni per la città per redarguire chi usciva di casa con la propria voce registrata: «Dove cazzo vai? Torna a casa». Aveva trovato il modo di essere presente anche in assenza del corpo, inconveniente che fino a quel momento aveva limitato le sue possibilità. Pretese una registrazione preventiva per chi entrava in Sicilia attraverso il porto di Messina: l’ordinanza fu annullata su deliberazione del Consiglio dei ministri. Per fermare un provvedimento comunale si era dovuto muovere il governo nazionale. Il messaggio politico era comunque arrivato: a Messina c’era un sindaco che si considerava un’autorità di frontiera.
La notorietà nazionale, finora, ha superato il consenso. Alle politiche del 2022 Sud chiama Nord raccolse lo 0,76 per cento alla Camera e lo 0,99 al Senato. Alle europee del 2024 la lista Libertà, costruita intorno a lui, si fermò all’1,22. Un risultato abbastanza piccolo da finire in fondo ai grafici, abbastanza grande da meritare una telefonata quando i conti della maggioranza diventano stretti.
La nuova legge elettorale, lo Stabilicum entrato in vigore il 24 ottobre, ha reso quella telefonata ancora più interessante. Il premio va alla lista o alla coalizione che arriva prima in entrambe le Camere e in ciascuna raggiunge almeno il quarantadue per cento. Al totale della coalizione concorrono anche i voti delle liste che rimangono sotto lo sbarramento. Ecco perché l’uno virgola di Scateno potrebbe pesare molto più di quanto suggerisca la sua dimensione nazionale. Se quei voti servissero a far scattare il premio, Meloni avrebbe ottime ragioni per ricordarsi di Fiumedinisi.
De Luca punta a superare il tre per cento, ma il valore politico dell’operazione comincia prima. Un amministratore capace di mobilitare qualche migliaio di elettori può diventare più utile di una settimana di dichiarazioni televisive. Una rete di amministratori può contribuire a decidere il governo. Nel Paese che discute da anni di bipolarismo, la stabilità potrebbe dipendere dall’umore di Scateno.
Naturalmente la coerenza del progetto va letta con una cartina in mano. A Roma De Luca sostiene il centrodestra; in Sicilia continua a combattere Renato Schifani e rivendica le mani libere. Il traghetto, a quanto pare, trasporta anche una diversa idea delle alleanze. Si può aiutare Meloni a vincere le politiche e chiedere agli stessi elettori di mandare a casa il centrodestra alle regionali. Basta ricordarsi su quale scheda si sta scrivendo la rivoluzione.
Il suo obiettivo dichiarato resta la presidenza della Regione. Il 29 ottobre ha escluso di essere candidato a un ministero. Prendiamolo alla parola: vuole Palazzo d’Orléans. L’accordo nazionale gli permette intanto di sedersi al tavolo della coalizione che, sull’Isola, vorrebbe sconfiggere. La Russa ha spiegato che della questione siciliana si parlerà più avanti. Traduzione politica: per adesso mettiamo insieme i voti; poi discuteremo di chi dovrà mandar via chi. Anche perché per le politiche si vota a maggio, per le regionali a novembre.
Resta un dettaglio che nessuna convention può risolvere: gli elettori. Chi lo ha votato per contestare il centrodestra potrebbe non apprezzare il nuovo servizio offerto a Meloni. I voti raccolti contro un sistema di potere non si trasferiscono automaticamente a sostegno dello stesso sistema, neppure quando a impartire le istruzioni è una voce molto riconoscibile. La scommessa sta qui: verificare quanti seguano De Luca per quello che dice e quanti perché è De Luca. La rete dei sindaci può allargare il consenso; può anche perdere per strada una parte del voto di protesta.
Intanto lui ha già trovato un modo per prendere alla lettera il nome del partito. Alla convention ha annunciato di aver offerto una candidatura al Parlamento a Renzo Bossi, figlio di Umberto Bossi. In platea c’era anche Mario Borghezio. Sud chiama Nord, risponde il Trota. La riconciliazione nazionale, a volte, assume forme che nemmeno la satira avrebbe il coraggio di proporre. Si era spogliato per protestare contro il Palazzo. Adesso potrebbe essere quello che impedisce a Meloni di restare in mutande.
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