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I «legittimi interessi» di Putin in Ucraina si scontrano con i fatti e i numeri

Martedì 27 ottobre, nella telefonata con il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre, Vladimir Putin ha ribadito che una «pace giusta e duratura» è possibile solo rispettando «pienamente e incondizionatamente» i «legittimi interessi» della Russia. Prendiamolo in parola. Per capire di cosa si tratta conviene partire dai rapporti scritti fra Mosca e Kyjiv prima dell’annessione della Crimea.

Prima del 2013
Il primo dicembre 1991 il 90,3 per cento degli ucraini votò per l’indipendenza con un’affluenza dell’84 per cento. Il sì all’indipendenza prevalse ovunque: circa l’84 per cento a Donetsk e Luhansk, il 54,2 per cento in Crimea, il 57,1 per cento a Sebastopoli. Il giorno dopo Boris Eltsin riconobbe l’indipendenza. Tra il 1991 e il 1996, l’Ucraina ereditò il terzo arsenale nucleare al mondo (circa 1.900 testate strategiche, 176 missili intercontinentali e 44 bombardieri, più i tattici). Entro giugno 1996, consegnò alla Russia tutte le testate.

Nel 1994, con il Memorandum di Budapest, Russia, Stati Uniti e Regno Unito si impegnarono a rispettare indipendenza, sovranità e confini esistenti dell’Ucraina e a non usare la forza. Nel 1997, gli accordi sulla Flotta del Mar Nero assegnarono alla Russia circa quattro quinti delle navi e l’uso delle basi di Sebastopoli in affitto per vent’anni a 97,75 milioni di dollari l’anno. Pochi giorni dopo, Eltsin e Leonid Kuchma firmarono il Trattato di amicizia che fissava l’inviolabilità dei confini esistenti.

Nel 2003, operai russi iniziarono senza preavviso una diga verso l’isola ucraina di Tuzla, nello stretto di Kerch; i lavori si fermarono a circa cento metri dal confine. Nel 2004, Putin fece campagna per Viktor Yanukovych e si congratulò con lui prima dei risultati ufficiali; la Corte suprema annullò il ballottaggio, e alla ripetizione vinse Viktor Yushchenko. Nel 2006 e 2009, Mosca tagliò le forniture di gas all’Ucraina e, nel 2009, bloccò i flussi verso l’Europa per tredici giorni.

A Bucarest, nel 2008, l’Ucraina non ottenne il Membership Action Plan: Francia e Germania si opposero anche per lo scarso consenso interno. Nel 2010, solo il 24,6 per cento avrebbe votato sì a un referendum sulla NATO. Nello stesso anno Yanukovych e Dmitry Medvedev prorogarono la base di Sebastopoli fino al 2042 (più cinque anni opzionali) in cambio di uno sconto del 30 per cento sul gas, e Kyjiv adottò la legge sul non allineamento.

Cosa c’era nel 2013
Sul piano NATO, nel 2012 solo il 13 per cento degli ucraini la voleva; il 42 per cento preferiva il non allineamento e il 26 per cento un’alleanza con la Russia. A fine 2012, il consenso per la NATO era intorno al 15, nell’autunno 2013 intorno al 20 per cento. Non esistevano basi NATO in Ucraina. La Russia aveva 11-12mila militari in Crimea (limite 25mila, nessun carro armato).
L’esercito ucraino contava circa 120-130mila uomini, con una spesa intorno a 1,9 miliardi di dollari (circa l’1 per cento del PIL). Non c’erano esercitazioni a livello di brigata; il presidente ucraino Petro Poroshenko ricordò in seguito che nel 2013 l’esercito ricevette solo due aerei ammodernati e tre veicoli da combattimento.

Quanto alla lingua, il censimento del 2001 (l’ultimo) registrava il 67,5 per cento di lingua madre ucraina e il 29,6 per cento russa; gli etnici russi erano il 17,3 per cento (58,3 per cento in Crimea). Dal 2012, una legge dava status regionale al russo in tredici delle ventisette unità amministrative dove i parlanti raggiungevano almeno il 10 per cento.

Sul piano economico la Russia era il primo mercato: 15,1 miliardi di esportazioni (23,8 per cento del totale) e 23,2 miliardi di importazioni (30,2 per cento). Il gas costava circa 400 dollari ogni mille metri cubi.  Gli ucraini erano divisi sull’Europa: a gennaio 2013, il 48 per cento preferiva l’Ue e il 40 per cento l’Unione doganale; a novembre i rapporti erano 39 per cento contro 37 per cento. L’Ovest era per l’Ue 69 a 11, l’Est per l’Unione doganale 61 a 15. Nessun sondaggio chiedeva di rompere con Mosca.

Eppure non bastava
Il 14 agosto 2013, la dogana russa mise gli importatori ucraini in lista di rischio, dopo il bando ai dolci Roshen. A settembre, il consigliere di Putin Sergey Glazyev avvertì che l’accordo di associazione con l’Ue avrebbe violato il trattato del 1997. Il 21 novembre, il governo ucraino guidato da Mykola Azarov sospese i preparativi per la firma. Il 17 dicembre, Putin annunciò l’acquisto di 15 miliardi di titoli di Stato ucraini e il taglio del gas a 268,5 dollari. Poi arrivò Euromaidan.

Il paradosso è che Putin aveva già, nel 2013, quasi tutto ciò che oggi presenta come condizione irrinunciabile: un’Ucraina non allineata, senza basi NATO, con una presenza russa consolidata in Crimea, forte interdipendenza economica e una legge linguistica favorevole al russo. Non cercava garanzie di sicurezza. Pretendeva garanzie di sottomissione.

E oggi?
Se i «legittimi interessi» di cui parla Putin coincidessero con il ripristino di quello status, basterebbe tornare al 2013: ritiro delle truppe (Crimea compresa), risarcimento dei danni, responsabilità per i crimini. Mosca invece chiede il ritiro ucraino da Donbas, Zaporizhzhia e Kherson e la rinuncia formale alla NATO — territori che la Russia non controlla interamente — e respinge colloqui diretti con Zelensky. Dopo la telefonata con Stubb e Støre, Lavrov ha detto che non c’è nulla di nuovo e che gli europei cercano solo un ruolo. La premier danese Mette Frederiksen si è detta scettica sull’iniziativa non coordinata; gli Stati membri discutono ancora su chi debba parlare per l’Unione.

Sul piano diplomatico, Donald Trump promette un incontro Putin-Zelensky «molto presto» e colloqui trilaterali ad Abu Dhabi a novembre, ma Putin ha finora respinto i contatti diretti. Mosca propone anche un vertice con Trump e Xi Jinping a margine dell’Apec di Shanghai (18-19 novembre), senza Kyjiv. Zelensky teme una nuova Yalta.

A Shanghai non si discuterà di sicurezza russa, ma di chi decide per l’Ucraina. Putin non accetterà il ritorno al 2013 perché un’Ucraina neutrale non gli è mai bastata. Vuole un’Ucraina al servizio di Mosca. Il suo vero problema resta quello di sempre: il virus di un’Ucraina libera, democratica ed europea.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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La decisione su Youssef Siher, la reazione di Meloni, il senso della separazione tra accusa e giudizio

Youssef Siher esce dal carcere di San Vittore, Milano (Italy) October 28 2026 (Photo Claudio Furlan/LaPresse) Youssef Siher leaves San Vittore Prison in Milan (Italy) on October 28, 2026 (Photo by Claudio Furlan/LaPresse)

Nella newsletter di ieri avevo formulato osservazioni critiche sulla richiesta di convalida del fermo e di custodia cautelare nei confronti di Youssef Siher, che avevo definito «il malintenzionato». L’ordinanza della gip di Milano Tiziana Landoni lo ha rimesso in libertà, suscitando la reazione della presidente del Consiglio, che ha deplorato la decisione come «mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’ordine, degli inquirenti, del ministero degli Interni».

È un’argomentazione che fa dubitare della sua piena consapevolezza nel sostenere, in passato, la separazione delle carriere tra il magistrato che accusa e il giudice chiamato a decidere.

Youssef Siher è ascrivibile alla categoria dei nemici dell’Occidente e della democrazia. Le sue affiliazioni politiche non lasciano dubbi: ha aderito al nucleo milanese dei Giovani Palestinesi d’Italia ed è in relazione con il movimento anti-israeliano BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), il Fronte della Gioventù Comunista, comitati sindacali di base di Firenze e Brescia, centri sociali del Nord-Est e altre sigle dello stesso genere.

Si può non condividere nulla di ciò che Siher pensa – e mi auguro siano in pochi a farlo. Si può trovare ambiguo o peggio il vademecum che invitava a «provare a sfondare» i cordoni di polizia, anche se non suggeriva di opporre resistenza ma di arretrare. Ma la responsabilità penale è personale, la libertà personale è inviolabile e il carcere prima del processo richiede indizi gravi. Se la Procura li ritiene presenti, ha un rimedio: l’impugnazione, come Meloni sa.

La giudice non ha assolto Siher. Ha respinto la convalida del fermo e la richiesta di custodia cautelare, ritenendo che mancassero un concreto pericolo di fuga e gravi indizi per i reati contestati. Ha lasciato espressamente aperta la possibilità di ulteriori acquisizioni investigative. L’indagine può proseguire. La privazione della libertà deve avere, già oggi, una giustificazione.

Ieri Il Giornale ha rivelato che la gip Tiziana Landoni aveva firmato, nel settembre 2025, l’Appello dei giuristi per Gaza promosso da “Giustizia Insieme”, dove si legge che «di fronte alle notizie sulla violazione sistematica e protratta del diritto alla vita e degli altri diritti fondamentali della popolazione civile di Gaza, il silenzio ha smesso da tempo di essere un’opzione». Questo ha rafforzato i sospetti di parzialità da parte della destra. Però nello stesso elenco dei 3.135 firmatari compariva anche Francesca Crupi – Procura Milano, cioè la pubblico ministero che ha chiesto il carcere per Siher. Accusa e giudice hanno firmato lo stesso testo e sono arrivate a conclusioni opposte. La duplice firma non prova niente.

Semmai pone una domanda che la cultura liberale ha rivolto spesso ai magistrati: è opportuno che firmino appelli pubblici su temi che dividono l’opinione pubblica? Il testo di “Giustizia Insieme” chiede di leggere in aula lo Statuto della Corte penale internazionale. Un’altra corte, la Corte europea dei diritti dell’uomo, ripete da decenni che la giustizia non deve solo essere imparziale, deve anche apparire tale. L’imparzialità percepita è un bene fragile, e chi indossa la toga dovrebbe custodirlo con una certa avarizia. Vale per la pm come per la gip.

La presidente del Consiglio ha pieno diritto di contestarne le decisioni. Ma presentare il controllo giudiziario come una mortificazione di chi protegge i cittadini significa mettere sotto accusa la funzione stessa della garanzia. La regola liberale è altra: indicare un passaggio, discuterne la logica, domandare se gli elementi siano stati valutati correttamente.

La magistratura non è sottratta al giudizio pubblico, ma chi sostiene la terzietà del giudice deve accettarne le conseguenze quando il giudice dice di no alla Procura. Altrimenti la separazione tra accusa e giudizio si riduce a una formula da pronunciare soltanto nei processi che coinvolgono persone politicamente vicine.

Uno Stato liberale protegge i negozi dalle devastazioni, gli agenti dalle aggressioni e gli indagati dalle detenzioni prive dei presupposti di legge. Deve fare tutte queste cose insieme. Il giudice che verifica quei presupposti esercita un potere di controllo indispensabile anche quando la sua decisione irrita il governo. È soprattutto allora che l’indipendenza smette di essere una parola cerimoniale e diventa una garanzia concreta.

Sullo stesso tema, leggi gli articoli di Carmelo Palma e di Mario Lavia.

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L’economia cresce, ma Sánchez rischia nella sfida fra stabilità e precarietà

Spanish Prime Minister Pedro S‡nchez addresses lawmakers about the situation in Ceuta, the Spanish exclave in North Africa facing a migrant crisis, during a session of Parliament in Madrid, Thursday, Sept. 3, 2026. (Fernando S‡nchez/Europa Press via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

La tragedia ferroviaria spagnola di ieri, la seconda del genere nel giro di pochi mesi, ha riportato la Spagna in prima pagina sui giornali di tutto il mondo e ha gettato una triste ombra sulla campagna elettorale in vista del 29 novembre. La Spagna vi si avvicina con un paradosso: una delle economie più dinamiche del continente potrebbe mandare a casa il governo che l’ha guidata. Pedro Sánchez ha risultati da rivendicare, ma i sondaggi indicano come possibile una maggioranza fra il Partido Popular e la destra radicale di Vox. Prima di parlare di ingratitudine degli elettori, occorre capire quanto la crescita abbia migliorato la loro vita e quanta fiducia conservino in chi li governa.

I risultati economici sono reali. Secondo gli ultimi dati dell’istituto statistico spagnolo, il Pil è cresciuto del 3,7 per cento nel 2024 e del 2,6 nel 2025. Per quest’anno la Banca di Spagna prevede un altro 2,6 per cento. Una performance superiore a quella delle maggiori economie dell’eurozona, che sarebbe scorretto liquidare come propaganda socialista. Sarebbe altrettanto sbagliato attribuirla interamente a Sánchez: vi hanno contribuito imprese, lavoratori, risorse europee e condizioni favorevoli alla specializzazione produttiva del Paese.

È utile chiedersi di chi sia davvero il merito di quel miracolo. Secondo Funcas, il principale centro studi economici spagnolo, quasi metà della crescita tra il 2022 e il 2025 si spiega con l’aumento della popolazione, cioè con l’immigrazione. Un elemento che dovrebbe mettere in difficoltà molte retoriche nazionaliste. Il Fondo monetario internazionale stima che abbia contribuito a circa tre quarti dell’aumento dell’occupazione fra il 2022 e il 2025. In una società che invecchia, i nuovi lavoratori producono, consumano e versano contributi. La Banca di Spagna ne rileva un apporto positivo anche alla crescita del prodotto per abitante: non si tratta soltanto di ingrandire l’economia aumentando la popolazione.

Hanno contato anche l’energia meno cara grazie alle rinnovabili, che ha permesso all’industria di crescere, e le esportazioni di servizi non legati al turismo. Ci sono poi i fondi europei. Il governo può rivendicare scelte precise, a cominciare dalla riforma del lavoro. Secondo una valutazione della Commissione europea, dall’inizio del 2022 la quota di occupazione temporanea è scesa di oltre dieci punti percentuali. Questo non significa che la precarietà sia scomparsa, ma dimostra che una politica pubblica può migliorare la stabilità dei rapporti di lavoro senza impedire la crescita dell’occupazione.

Il confronto con l’Italia aiuta a misurare anche i risultati salariali. Fra il 2020 e il 2025, nelle serie OCSE delle retribuzioni medie lorde equivalenti a tempo pieno, l’aumento è stato di circa il 27 per cento in Spagna e del 20 per cento in Italia. Nello stesso periodo i prezzi al consumo, misurati dall’indice armonizzato, sono saliti rispettivamente di circa il 22 e del 21 per cento. Correggendo quelle retribuzioni per questi rincari, emerge un guadagno di potere d’acquisto vicino al 4 per cento in Spagna e una lieve perdita, intorno all’uno per cento, in Italia.

Sono medie, non gli aumenti ricevuti da ogni lavoratore. E tuttavia, il vantaggio spagnolo resta significativo. La ripresa ha raggiunto anche le retribuzioni; il problema è che un miglioramento medio e moderato può convivere con difficoltà molto pesanti per alcuni gruppi sociali.

La casa è il caso più evidente. Un giovane può trovare un impiego più stabile ma continuare a non potersi permettere un appartamento. Il Fondo monetario internazionale segnala che nelle aree più esposte prezzi e affitti sono cresciuti più rapidamente dei redditi. L’inflazione generale, inoltre, non misura pienamente questa barriera: il prezzo di acquisto di una casa non entra nel paniere dei consumi come quello del pane o dell’elettricità.

Anche qui il confronto italiano è istruttivo. Vive in un’abitazione di proprietà del proprio nucleo familiare circa il settantaquattro per cento degli spagnoli e il settantasette per cento degli italiani. Entrambi sono Paesi con una proprietà abitativa molto diffusa. Ma queste percentuali comprendono i figli adulti rimasti nella casa dei genitori: descrivono la condizione abitativa della famiglia, non l’autonomia economica dei suoi componenti. Un Paese di proprietari può essere contemporaneamente un Paese nel quale i giovani faticano a diventarlo.

La stessa crescita può accentuare la divisione. Più occupati, più residenti e più domanda aumentano la pressione sugli alloggi quando l’offerta non tiene il passo. Chi possiede un immobile vede salire il valore del patrimonio; chi cerca un affitto rischia di spendervi l’intero aumento dello stipendio. Abitano nella stessa economia, ma ne ricevono benefici diversi.

Neppure il richiamo ai fondi europei basta a spiegare la distanza fra Spagna e Italia. Il PNRR ha sostenuto entrambe. Nelle considerazioni del maggio scorso, il governatore della Banca d’Italia ha stimato che le spese effettuate abbiano innalzato il livello del prodotto annuale italiano di quasi un punto percentuale, in media nel quinquennio 2021-2025. Senza quel sostegno, anche la nostra economia sarebbe stata più debole.

Resta il giudizio politico. Gli elettori non votano soltanto sulla crescita: valutano affidabilità, correttezza e capacità di governo. Le inchieste per presunta corruzione, da distinguere sempre dalle condanne, hanno logorato Sánchez. José Luis Ábalos, ex ministro dei Trasporti e uomo forte del partito, è stato condannato a ventiquattro anni di carcere. L’estate ha poi portato la crisi di Ceuta, con circa ottantamila migranti arrivati nell’enclave. È stato un regalo politico enorme per chi chiede “prioridad nacional”, cioè la precedenza agli spagnoli nell’accesso a sussidi e case popolari. La frammentazione dei suoi appoggi parlamentari ha ristretto lo spazio d’azione.

Per un elettore italiano c’è poi un dettaglio quasi incredibile. Nella legislatura iniziata nel 2023 il governo non ha presentato alle Cortes un nuovo progetto di bilancio: lo Stato funziona con la proroga dei conti precedenti, che in Spagna non ha scadenza. Da noi l’articolo 81 della Costituzione limita l’esercizio provvisorio a quattro mesi. Possiamo lamentarci delle manovre scritte all’ultimo minuto, ma almeno siamo obbligati a scriverle. Governare a lungo senza maggioranza costa in trasparenza e in legittimità, e i buoni risultati economici non cancellano questa anomalia istituzionale.

Javier Cercas, scrittore e intellettuale di riferimento per la cultura liberale contemporanea, offre un criterio utile per orientarsi. Ha criticato duramente Sánchez e la tentazione di rispondere agli scandali denunciando complotti e attaccando chi controlla il potere. Nello stesso tempo difende l’accoglienza degli immigrati e combatte il nazionalpopulismo. Sono posizioni coerenti: chiedere conto alla sinistra dei suoi errori non obbliga a concedere credito alla destra radicale.

La domanda spagnola riguarda dunque anche noi: come trasformare la crescita in autonomia personale, sicurezza materiale, e fiducia democratica? Sánchez ha meriti che i suoi avversari dovrebbero riconoscere e responsabilità alle quali non può sottrarsi. Agli elettori non basta sapere che il Paese cresce: vogliono potervi costruire una vita migliore.

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Le indagini su Youssef Siher devono ancora provare che c’è di più e di peggio

Da una settimana il governo ha una regola semplice per le piazze: chi rompe paga, e se è minorenne pagano i genitori. Per le redazioni nessuno ha pensato a nulla di simile, eppure sulle prime pagine le reputazioni si rompono con la stessa disinvoltura con cui a Milano si sfondano le vetrine.

Vale anche quando a subire la sassaiola degli articoli è un personaggio come Youssef Siher, trentenne bresciano, ricercatore con dottorato e giornalista freelance, fermato il 24 ottobre come amministratore del canali social del Movimento 17 ottobre. In poche ore è diventato la «mente» del movimento, poi il «capo e ideologo dei maranza», in un titolo che si apriva con due parole: «origine marocchina». Il suo gruppo Telegram, però, è nato alle 19.58 del 18 ottobre, a saccheggi conclusi. La procura descrive i devastatori come giovani «profondamente eterogenei», in gran parte minorenni, «non appartenenti a gruppi o associazioni politiche o d’area», e ammette che nei messaggi «non vi sono diretti riferimenti» a devastazioni o saccheggi. C’è chi l’ha definito un «capo postumo». Il regista è arrivato dopo il film.

Damiano Aliprandi, il cronista giudiziario più preparato e attendibile che abbiamo, subito dopo l’arresto aveva denunciato la «vergognosa analisi» di Siher sul 7 ottobre: «Definisce la mattanza di Hamas, con oltre milleduecento morti e i rapiti, “un atto rivoluzionario di decolonizzazione”. Lo chiama “atto di liberazione”. E se la prende con chi, a sinistra, prova almeno a condannare la strage dei civili: secondo lui quella condanna morale è uno sguardo occidentale che depotenzia “la portata rivoluzionaria dell’atto”».

Qualche giorno dopo Aliprandi ha letto il provvedimento, le imputazioni e le richieste, e ne ha scritto su Facebook. Ha richiamato la teoria cospiratoria della società di Karl Popper, l’idea che ogni evento sia il risultato di un piano di qualcuno, con la variante che qui il piano è stato scritto dopo gli eventi. E ha fatto un’osservazione ineccepibile: «Le idee di Siher vanno combattute con le idee. E magari con una politica responsabile, penso all’opposizione disastrata di oggi, incapace di prendere le distanze con forza. Oggi tocca a lui. Domani a chi ci sta simpatico o dalla parte giusta. Magari anche a te che stai leggendo».

Noi sappiamo ancora poco di questo «malintenzionato»: perché abbia aperto il suo sito, quali relazioni abbia col mondo palestinista e jihadista, se sia una pedina della guerra ibrida putiniana o altro. Le procure e gli altri organi dello Stato ce lo diranno, confidiamo, senza forzature. Oggi il Gip deciderà se convalidare il fermo.

La diffidenza è giustificata: tanti fermati, tanti minorenni fra loro fanno una storia appetibile, ma forse non abbastanza. Magari serve un volto, e se ha un nome arabo, un master e un blog anti-occidentale, tanto meglio per dare slancio a un’inchiesta. Non vorremmo fosse così.

La professoressa Elisa Giunchi, che è stata sua docente alla Statale, esagera un pochinino quando dice che quelle frasi non le sembrano così gravi. A chiunque non abbia, per un motivo o per l’altro, un pregiudizio favorevole nei suoi confronti, quelle idee appaiono obbrobriose, anche se non hanno avuto il tempo di trasformarsi in azioni. Ma fino a prova contraria Siher è soltanto un malintenzionato, e ci deve essere proporzione nelle accuse. In attesa che le carte che non conosciamo o ulteriori indagini dimostrino che c’è di più e di peggio.

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Quando si arriva al dunque, l’Europa regredisce agli anni Cinquanta

Sei governi, Germania in testa, hanno comunicato in questi giorni che vogliono un bilancio europeo più magro. L’Unione deve difenderci dalla Russia, proteggerci dalla Cina, renderci meno dipendenti dall’America, abbassare le bollette e finanziare l’innovazione. Poi arriva il conto, e loro si ricordano di essere tedeschi, olandesi, danesi, svedesi, austriaci e finlandesi. Così hanno chiesto di togliere «diverse centinaia di miliardi» dai quasi duemila proposti dalla Commissione per il 2028-2034. Del debito comune non vogliono sentir parlare. Dicono che bisogna spendere meglio, puntare su difesa e innovazione, tagliare gli sprechi. Come dissentire? Il guaio è che affidano all’Europa compiti da grande potenza e le lasciano il portafoglio di una provincia.

Il bilancio dell’Unione vale circa l’uno per cento della ricchezza europea. La spesa pubblica complessiva degli Stati vale quasi la metà del PIL: i soldi restano nelle capitali. A Washington le cose funzionano diversamente: il governo federale riscuote tasse, emette debito e paga difesa, ricerca e previdenza. Il bilancio federale americano supera i settemila miliardi di dollari l’anno, circa il 23 per cento del PIL. Certo, comprende grandi programmi previdenziali e sanitari che in Europa restano nazionali. Ma sulla parte comparabile, difesa, ricerca, capacità di indebitamento, la distanza resta enorme.

È la distanza fra una federazione che ha gli strumenti per governare e un’Unione che deve negoziarli ogni volta fra ventisette governi. In Europa abbiamo fatto la moneta senza il Tesoro. Quando un paese va in difficoltà se la deve cavare da solo, e spesso chi avrebbe più bisogno di investire è proprio chi ha meno margini per farlo. Vedi il caso tedesco. La Germania ha costruito la sua fortuna su fabbriche, export, salari moderati ed energia a buon mercato. Quel mondo non c’è più. Berlino ha reagito allentando i cordoni della borsa per infrastrutture e difesa, ma solo per le proprie.

Ed è qui che il meccanismo si inceppa. Se ognuno sussidia le proprie imprese con quello che ha, vince chi ha il portafoglio più grosso, non chi ha l’idea migliore. Il mercato è unico, la gara no. Ogni discussione sul bilancio europeo finisce sempre con la stessa domanda: perché i paesi frugali dovrebbero pagare per gli italiani? È la domanda sbagliata. Una federazione non è beneficenza fra Stati, ma un’assicurazione fra cittadini. Tanto che gran parte dei gruppi economici tedeschi si è opposta alla linea del cancelliere Friedrich Merz: in una lettera congiunta pubblicata il 14 ottobre e indirizzata al governo federale, ventidue organizzazioni imprenditoriali, sindacali, ambientaliste e della società civile hanno chiesto alla Germania di sostenere un bilancio «significativamente più ambizioso», capace di garantire all’Unione le risorse necessarie per affrontare le sfide economiche, geopolitiche e sociali dei prossimi anni. L’iniziativa, promossa dalla Europäische Bewegung Deutschland (End), il Movimento europeo tedesco, assume particolare rilevanza per la partecipazione del Bundesverband der Deutschen Industrie (Bdi), la federazione dell’industria tedesca, equivalente della Confindustria italiana, che peraltro è sulla stessa posizione.

Anche per il welfare il federalismo sarebbe la risposta giusta. Vari studi lo confermano: nelle federazioni gli shock si assorbono soprattutto con tasse e sussidi diretti alle famiglie, come l’indennità di disoccupazione, più che con trasferimenti fra governi.
Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea, avverte che gli eurobond non sono una bacchetta magica: servono entrate proprie e qualcuno che ne risponda. L’obiezione è seria, e porta acqua al federalismo, perché un bilancio comune ben fatto aiuterebbe le persone, non i governi. Bassa produttività, crescita anemica, debito pubblico sono problemi italiani, e nessun bilancio europeo li risolverà al posto nostro. Ma è vero che la difesa comune non può essere la somma di ventisette eserciti, né la ricerca può competere con Stati Uniti e Cina restando divisa in ventisette pezzi. NextGenerationEU ha dimostrato che il debito comune si può fare. Poi però è rimasto un’eccezione.

Il circolo vizioso è sempre lo stesso: l’Europa non ha i soldi, quindi delude; siccome delude, nessuno vuole darle i soldi. Gli americani discutono se il loro governo federale spenda troppo o male. Noi dobbiamo ancora decidere se vogliamo averne uno. Una federazione fa sì che i cittadini, non i governi, divengano titolari di diritti e doveri comuni, sia quando si tratta di pagare le tasse sia quando si decide come spenderne i proventi. Lo sapevano già i fondatori. Dalla Ceca, che metteva in comune le fonti energetiche, alla Ced, che voleva unificare gli eserciti ma non ci riuscì: erano gli anni Cinquanta del Novecento, e, nonostante tutti i passi avanti, al momento delle decisioni essenziali siamo sempre lì.

 

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Tutti i trucchi Trump per le elezioni, e manca ancora una settimana

President Donald Trump arrives to speak during a campaign rally at McMorran Place Sports and Entertainment Center, Sunday, Oct. 25, 2026, in Port Huron, Mich. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)

In Alaska si vota già, ma la certificazione dei risultati dipenderà dal vincitore. È la premessa della causa del Dipartimento della Giustizia, che chiede a un giudice federale di bloccare, a certe condizioni, la certificazione dell’elezione al Senato se il repubblicano Dan Sullivan dovesse perdere. Trump ha rivendicato l’iniziativa: «Sono stato io a dire di farlo». Non è un’ipotesi sulle sue intenzioni, è una sua dichiarazione.

Il pretesto è un omonimo sulla scheda, Daniel J. Sullivan Jr., insegnante in pensione di Petersburg, che secondo l’amministrazione potrebbe sottrarre voti al senatore e favorire la democratica Mary Peltola. La richiesta: se Sullivan perde e con i voti dell’omonimo avrebbe vinto, la certificazione va rinviata in attesa di un’«indagine» sulle intenzioni degli elettori. Come si accerti, a voto concluso, che cosa pensasse chi ha votato in segreto, la causa non lo spiega.

Il problema è già stato affrontato da chi ne ha la competenza: lo Stato e i suoi tribunali. Il procuratore generale Todd Blanche sostiene che il dipartimento non voglia impedire né il voto né la certificazione, ma solo conservare le schede per eventuali verifiche. Lisa Murkowski, senatrice per l’Alaska, che pure sostiene Sullivan, ha scritto che il dipartimento «non avrebbe mai dovuto presentare questa causa». Nessuna elezione è stata annullata, ma l’esecutivo cerca di ostacolare la proclamazione di un risultato che non gli piace. E fin qui…

Andiamo avanti. Il «Trump dividend» promette cinquemila dollari a ogni adulto americano, se i repubblicani manterranno Camera e Senato. Trump dice di non vedere l’ora di «firmare quegli assegni», ma il conto sarebbe dello Stato: circa 1.200 miliardi di dollari secondo Reuters, e serve il Congresso. È un ricatto collettivo: se volete il dividendo, votate per i miei. Noi la chiameremmo «tangente politica». Sul piano giuridico è la faccenda discutibile, perché il beneficio andrebbe anche a chi vota democratico o non vota. Sul piano politico, però, racconta una Repubblica in cui il presidente mette la mano nel portafoglio dei cittadini.

Più brutale il messaggio ai veterani, alle famiglie e ai civili avvelenati dall’acqua di Camp Lejeune, che dal 2022 hanno presentato oltre 550mila richieste di risarcimento. Trump promette di chiudere presto quelle «legittime» se i repubblicani conserveranno il Congresso: «Se non vinciamo, non ci sono soldi». Ma i risarcimenti sono previsti da una legge bipartisan del 2022 e pagati con fondi già stanziati. Un diritto presentato come premio per la vittoria di un partito.

In Kansas la logica è la stessa. Trump ha già concesso la deroga per la benzina E15 tutto l’anno, ma lega la promessa di renderla permanente alla rielezione del senatore Roger Marshall: «Se vince Adam Hamilton, non lo faccio. Lo faccio solo per lui». Una scelta energetica diventa premio per chi vota repubblicano e punizione per un intero Stato se vota democratico.

Resta il denaro privato. Secondo Judd Legum, il No Going Back Pac (comitato per la raccolta dei fondi elettorali) costola del super Pac Maga Inc., ha speso circa 2,4 milioni di dollari per uno spot contro la democratica Kathy Castor, accusata di aver acquistato in passato azioni di Blackstone. Quanto? Meno di quindicimila dollari. Teniamo presente che fra i maggiori finanziatori di Maga Inc. c’è Stephen Schwarzman, cofondatore e amministratore delegato di Blackstone, con dieci milioni. Trump stesso ha posseduto azioni della società per 1,35-2,93 milioni.

Gli episodi hanno solidità diversa ma vanno nella stessa direzione: risorse pubbliche presentate come favori, decisioni amministrative usate per premiare e punire, apparati dello Stato chiamati a proteggere il potere, fedeltà personale come misura del merito.

Una democrazia si fonda su due pilastri: chi governa può perdere il potere, e chi vota contro il governo mantiene gli stessi diritti di chi lo sostiene. L’Alaska mette alla prova il primo, Camp Lejeune e il Kansas il secondo. Lo stato di diritto inizia dove finisce la pretesa del potere di decidere per chi le leggi debbano valere. Negli Stati Uniti non è più così sicuro.

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La Serbia ha voltato pagina, ora vediamo che cosa riuscirà a scriverci

People celebrate outside the National Assembly, after Aleksandar Vucic, leader of the right-wing Serbian Progressive Party (SNS) conceded defeat in the parliamentary election in Belgrade, Serbia, Sunday, Oct. 25, 2026. (AP Photo/Armin Durgut) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Il 25 ottobre, la Serbia ci ha fatto una bella sorpresa. La Lista Studenti ha ottenuto circa il 52-53 per cento dei voti e la maggioranza assoluta in Parlamento, con un’affluenza record vicina al settanta per cento. Aleksandar Vučić ha ammesso la sconfitta: dopo quattordici anni di potere, un ciclo si è chiuso con il voto, non con la forza. Il Paese ritrova una prospettiva democratica concreta e, con essa, una possibilità concreta di riaprire il dialogo con l’Europa.

Bruxelles ha reagito subito e con calore. Ursula von der Leyen e António Costa si sono congratulati con la Lista e hanno offerto sostegno alle riforme su stato di diritto, libertà dei media e lotta alla corruzione. La commissaria Marta Kos ha parlato di «nuovo capitolo» e di porta aperta. Non sono solo parole di circostanza: il negoziato di adesione era fermo dal 2021, con 22 capitoli aperti su 35 e due soli chiusi. Rimosso l’ostacolo politico rappresentato da Vučić, le condizioni di partenza cambiano.

Il nodo più controverso resta il rapporto con la Russia. Vučić, alleato storico di Putin, ha denunciato interferenze europee e un deep state americano anti-Trump, e ha previsto sanzioni contro Mosca entro la primavera 2027. Alcuni media russi e filo-russi hanno ripreso la narrazione, presentando la Lista come appaltatrice di interessi occidentali.

Dall’altro lato non sono mancate le critiche alla Lista, accusata di non prendere le distanze dal Cremlino. Sulla politica estera il programma è pragmatico. Secondo il Foreign Policy Forum e i testi ufficiali, la Lista mantiene la neutralità militare proclamata nel 2007; vuole «preservare il partenariato tradizionale» con Mosca, soprattutto per il coordinamento al Consiglio di Sicurezza dell’ONU sull’integrità territoriale serba, cioè il Kosovo; si oppone alle sanzioni, giudicandole controproducenti alla luce dell’esperienza serba degli anni Novanta. Allo stesso tempo riafferma l’integrità territoriale dell’Ucraina, sostiene una soluzione pacifica del conflitto e privilegia il partenariato economico con gli Stati membri UE, lasciando l’eventuale adesione a un referendum, senza chiudere porte. Il Times ha notato che in campagna ha evitato di alienarsi un’opinione pubblica storicamente simpatetica con Mosca, ma ha anche riportato le critiche di candidati come l’ex governatore della Banca centrale Dejan Šoškić all’ingerenza di Putin a favore di Vučić.

Tra i sostenitori europei degli studenti c’è Sandro Gozi, segretario generale del Partito Democratico Europeo ed eurodeputato di Renew Europe. Il PDE è stato al fianco degli studenti per tutta la durata delle proteste e ha sostenuto la candidatura del movimento al Premio Sakharov. A settembre dello scorso anno Gozi era a Belgrado, e all’Europe House ha definito i giovani serbi «la nuova generazione di democratici che rappresentano la speranza europea della Serbia». Dopo il voto ha scritto che la vittoria è «il frutto di un’intera generazione di giovani» capace di convincere cittadini di ogni età che il cambiamento era possibile, e che, dopo la sconfitta di Orbán in Ungheria, «anche Belgrado invia un chiaro messaggio all’Europa».

I media più autorevoli (Guardian, Financial Times, Reuters, BBC) hanno letto il voto come un segnale di vitalità democratica nei Balcani, paragonabile alla caduta di Viktor Orbán, mentre le cautele sul filo-russismo sono rimaste secondarie. Ed è giusto così: a essere stato mandato a casa è il putiniano Vučić, simbolo di un potere personalizzato e di una corruzione endemica, sconfitto da una mobilitazione civica senza precedenti. Le ambiguità in politica estera sono reali e riflettono vincoli strutturali (energia, opinione pubblica, Kosovo), ma non cancellano il significato democratico del risultato.

Il programma su magistratura indipendente, lotta alla corruzione, liberazione dei media pubblici e de-partitizzazione delle istituzioni coincide con i temi su cui Bruxelles insiste da anni senza risultati strutturali. Se il nuovo governo produrrà risultati misurabili, lo sblocco dei negoziati diventerà possibile. Il vero banco di prova è ora la capacità di formare un esecutivo e di tradurre le promesse in fatti.

Per questo credo che Nona Mikhelidze, ricercatrice senior presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI), abbia indicato il taglio giusto: «Prima ancora che una questione di schieramenti internazionali, è una questione di principi. Ridurre tutto alla domanda “sono antirussi?” significa ignorare la questione più importante – quale modello di società e di potere vogliono affermare? Perché il punto non è stabilire se un movimento sia filorusso o antirusso. Il punto è capire da che parte stia rispetto alla libertà, alla democrazia e alla responsabilità del potere. È solo partendo da questi principi che, semmai, si può capire se sia filorusso oppure no».

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Qualcuno spieghi a Salvini che la fame non riconosce i confini

Una nave che trasporta grano non porta soltanto il raccolto di un paese. Porta il reddito di chi lo coltiva e il pane di chi lo compra. Rendere impraticabile la sua rotta significa colpire entrambi. È anche così che la guerra esce dall’Ucraina ed entra nella vita di chi si crede al riparo.

Ieri il Financial Times ha definito il Mar Nero come la rotta marittima più letale del 2026: oltre 570 navi colpite e almeno quaranta marinai morti, secondo Ambrey e l’Organizzazione marittima internazionale. L’inchiesta documenta attacchi di entrambe le parti, anche contro gli equipaggi, e attribuisce alla Russia circa il 90 per cento di quelli degli ultimi quarantacinque giorni.

È una lettura che consiglierei a Matteo Salvini. Il 16 luglio, intervenendo all’assemblea degli imprenditori italiani in Russia, il vicepremier ha contestato l’efficacia delle sanzioni e sostenuto che rinunciare al gas russo danneggia la nostra economia senza avvicinare la fine del conflitto. Ha anche riconosciuto la distinzione fra aggressore e aggredito. Bene: quella aggressione dovrebbe entrare anche nel conto economico planetario. Ma da questo orecchio Salvini non ci sente. Ieri nel concludere il congresso della Lega  – contrassegnato dallo slogan “Lega di lotta e di governo”, che appare grottesco per un partito che vanta il vicepresidente del Consiglio e il ministro dell’Economia – ha ribadito una linea molto gradevole per il Cremlino: “né soldi né armi per l’Ucraina”. Elusiva invece la segretaria del Pd che ieri a Montepulciani ha dedicato all’Ucraina mezzo minuto in un discorso di oltre cinquanta minuti, rinnovando la richiesta di un negoziatore europeo. Punto e basta, e un ammiccamento a Conte.

Entrambi sono in forse non gradita sintonia con Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, che sempre ieri ha dichiarato che L’Unione Europea «desidera da tempo nominare un negoziatore, ma o non può, o non riesce a decidersi a farlo. Questa posizione difficilmente può essere definita costruttiva e per ora si limitano a parlare, senza intraprendere alcuna azione»

Si può discutere dell’efficacia di ogni sanzione, correggerla, valutarne i costi. Ma un bilancio serio deve comprendere anche il prezzo dell’aggressione e quello che pagheremmo lasciando all’aggressore la possibilità di condizionare i commerci con la forza. L’interesse nazionale comprende le imprese che vorrebbero tornare sul mercato russo; comprende anche quelle che hanno bisogno di rotte sicure e di regole rispettate. Ostacolare il trasporto di una merce essenziale significa esporre chi la compra a maggiori costi e incertezze.

Questo vale a maggior ragione per i paesi più poveri. Per questi, con meno risorse per cercare fornitori alternativi, il margine di sicurezza è ancora più stretto. Le esportazioni agricole ucraine via mare sono scese ad agosto a 1,4 milioni di tonnellate – ha calcolato FT – circa il 75 per cento sotto i livelli prebellici. Anche la Russia deve ricorrere a rotte più costose. Gli importatori lontani, dall’Africa occidentale all’Indonesia, sono costretti a cercare altri fornitori. Il danno rischia poi di protrarsi: meno ricavi dalle esportazioni significano meno denaro per finanziare le prossime semine.

È essenziale per l’Europa mettere anche la protezione dei traffici civili nel carnet della propria iniziativa politica: chiedere impegni verificabili, sostenere le vie alternative e considerare la sicurezza commerciale parte della propria sicurezza. A Salvini, così attento al costo delle sanzioni, resta dunque una domanda: quanto costa lasciare a Putin il potere di decidere a quali condizioni gli altri possono commerciare? Anche questa è una voce del conto.

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Serve un ministero per i giovani dalla nascita ai ventun anni

Organizzare un buon servizio d’ordine che riduca al minimo i danni della violenza di piazza è un dovere di qualsiasi governo, e tutto sommato il governo Meloni lo ha assolto bene. Ma ridurre l’intero compito alla repressione, e rispondere con l’accusa di giustificazionismo a chiunque chieda altro, significa specchiarsi nell’immagine che si vuole dare di sé. Non si dà alcuna risposta a chi manifesta senza violenza. L’opposizione fa la stessa cosa. Si proclama contraria alla violenza, ma non va oltre la denuncia del malgoverno all’origine della protesta giovanile e non indica soluzioni plausibili. Anche questa è propaganda della propria immagine.

Ieri Marco Leonardi, economista vicino alla parte minoritaria del Pd, ha aperto il suo intervento all’assemblea dei riformisti di Libertà Eguale a Orvieto con un monito: l’Italia è l’unico paese che negli ultimi cinque anni ha perso potere d’acquisto, e il fiscal drag ha sottratto ai dipendenti 25 miliardi di tasse aggiuntive. È un dato banale, ma spiega meglio di ogni indagine sociologica, e più di ogni rincaro della benzina o delle bollette, il malessere diffuso tra giovani e meno giovani: il costo della vita, con salari che all’inizio del 2026 avevano ancora un potere d’acquisto inferiore del 6,1 per cento a quello del 2021.

Se non si parte da qui, da un dato che riassume le ragioni del nostro declino e della bassa produttività e che mette a fuoco le catene che imprigionano mercato e sviluppo, ogni ricerca sul malessere delle famiglie e dei (pochi) figli che le abitano resta sospesa nel vuoto. Il costo della vita colpisce tutti. Sui giovani colpisce più duro, ed è lì che le risposte mancano.

A sinistra Elly Schlein, chiudendo ieri la convention del Pd a Montepulciano, è stata elusiva e ha riproposto un refrain di parole vuote. Ha rilanciato i temi consueti del Pd: il salario minimo, la lotta alla precarietà, nuovi studentati, il recupero delle case popolari, stipendi migliori per gli insegnanti, scuole più sicure, trasporti e libri gratuiti anche alle superiori. Ciliegina finale, una legge sul diritto a restare in Italia per i giovani che emigrano. Come realizzare tutto ciò? Nessuna risposta. Evidentemente non ha mai letto Lenin, il cui Che fare? almeno la domanda se la poneva.

A destra tutto si semplifica: legge e ordine, e sospetto verso chiunque chieda di più. Richiamo ai discutibili successi del governo Meloni, parole di circostanza sulla parte non violenta dei manifestanti. Ma, ristabilito l’ordine, la domanda resta: quale risposta dare a chi vede davanti a sé lavori incerti, abitazioni inaccessibili e una distanza crescente dalle istituzioni? Non tutti i manifestanti sono emarginati, né il disagio produce di per sé violenza, ma le ragioni del dissenso non possono essere liquidate come un fenomeno stagionale.

Quando un ragazzo rompe una vetrina o saccheggia un negozio, lo Stato sa quale ministero deve intervenire. Quando lascia la scuola, rinuncia a cercare lavoro o decide che per costruirsi un futuro deve lasciare l’Italia, la risposta diventa molto meno chiara. È da questa sproporzione che dovremmo partire per discutere delle manifestazioni di questi giorni.

Un dato aiuta a capire il problema, senza pretendere di spiegare le piazze. Nel 2025 il 13,3 per cento degli italiani tra i 15 e i 29 anni non studiava, non lavorava e non seguiva una formazione, contro l’11 per cento europeo. Il miglioramento rispetto al 15,2 per cento del 2024 è significativo, ma restiamo tra i paesi con l’incidenza più alta. Queste statistiche descrivono spesso l’esito di difficoltà cominciate molto prima della maggiore età.

C’è poi chi studia, si qualifica e parte. Tra il 2019 e il 2024 hanno trasferito la residenza all’estero 247mila italiani tra i 25 e i 34 anni, a fronte di 86mila rientri: una perdita netta di 161mila giovani, di cui 78mila laureati. Lavorare all’estero è una libertà e un’opportunità. Il problema è rendere altrettanto credibile la scelta di restare o di tornare.

Azzardo una proposta: un ministero 0-21, responsabile della continuità degli interventi dalla nascita all’ingresso nella vita adulta. Non un’altra casella nell’organigramma, ma un punto di raccordo di funzioni oggi ripartite fra dicasteri diversi. Oggi, quando un ragazzo si perde tra scuola, servizi sociali e sanità, nessuno risponde del risultato. Amministrazioni, fondi e programmi esistono già, compreso il Piano nazionale della Garanzia Infanzia. Il problema è farli lavorare insieme e individuare chi debba rispondere quando non ci riescono.

Un ministero del genere avrebbe senso solo con risorse pluriennali identificabili, accordi operativi con Regioni e Comuni, obiettivi pubblici e una verifica annuale in Parlamento. Nessun organigramma risolve da solo il disagio. Servono asili accessibili, con educatori e fondi per farli funzionare; scuole aperte il pomeriggio con personale aggiuntivo; interventi alle prime assenze ripetute, prima che diventino abbandono; assistenza psicologica raggiungibile, sport, cultura ed educatori nei quartieri. Per i ragazzi più fragili, un referente che colleghi scuola, famiglia, sanità e servizi sociali. Servono passaggi organizzati verso formazione, apprendistato, università e lavoro. E la politica educativa deve incontrare una politica della crescita: ricerca, investimenti, concorrenza, imprese capaci di offrire occupazioni qualificate, selezioni trasparenti e carriere fondate sui risultati. Altrimenti formeremo giovani a cui altri paesi offriranno le opportunità che qui mancano.

Ma tutto questo ha un prezzo, e il prezzo è una redistribuzione della spesa sociale e del peso del debito pubblico tra le generazioni. Chiedere più spesa per le pensioni, quando l’Italia è già al vertice su questo fronte, è l’opposto della giustizia intergenerazionale. Eppure lo fa Salvini con Quota Cento e lo fa buona parte della sinistra, spinta dalla Cgil. Vanno senz’altro protetti gli anziani poveri e non autosufficienti, ma è ragionevole rimettere in discussione i trattamenti di favore, i pensionamenti anticipati sovvenzionati e i trasferimenti poco selettivi. E non basta rivedere le pensioni: tanto per cominciare anche bonus, agevolazioni fiscali e sussidi devono dimostrare la propria utilità.

Chi, tra difensori e avversari delle manifestazioni, lo propone?

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Difendere l’indipendenza dei giudici, non sempre il loro operato

Un tribunale non diventa infallibile perché riceve un premio. E non perde il diritto di lavorare perché irrita una grande potenza. Il premio Sacharov assegnato dal Parlamento europeo alla Corte penale internazionale e ai suoi funzionari merita di essere sostenuto a partire da queste due convinzioni. Insieme, senza cancellarne una per rendere più comoda l’altra.

Le sanzioni dell’amministrazione Trump contro la Corte pretendono di risolvere con la forza politica controversie che richiedono argomenti giuridici. Colpire un’istituzione e chi vi lavora perché indaga sugli Stati Uniti o sui loro alleati significa affermare che il diritto può arrivare soltanto dove il potente di turno gli permette di arrivare. L’Europa fa bene a opporsi. Il premio deve però esprimere una difesa dell’indipendenza dei giudici, non un’approvazione preventiva di ogni loro decisione.

In passato ho mosso obiezioni al mandato di arresto contro Benkamin Netanyahu e Yoav Gallant che mantengo. Ma proprio per questo occorre distinguere. Il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale riguarda presunti crimini di guerra e contro l’umanità, non il genocidio. Pur non essendo una sentenza, lo ritengo ingiustificato: si è sovrapposto al sistema giudiziario di uno Stato democratico in cui, come in Israele, la giustizia è libera e indipendente e non dipende dal governo. Mi è parso del tutto intempestivo: la Corte è chiamata a intervenire solo quando gli Stati non sono disposti o non sono in grado di perseguire genuinamente i responsabili a livello nazionale, e non sostituisce le giurisdizioni interne. La Corte ha valutato diversamente, ed è su questo terreno, quello giuridico, che il confronto va fatto, non con le sanzioni.

Il ricorso per genocidio è stato invece presentato dal Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia (CIG), che ha ritenuto «plausibili» almeno alcuni dei diritti invocati, in particolare il diritto dei palestinesi di Gaza a essere protetti da atti di genocidio, e ha disposto misure provvisorie. Nel merito, però, la CIG non ha ancora deciso. Non viene dalla CPI neppure l’accusa di genocidio avanzata dalla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite allora presieduta da Navi Pillay, che pure è stata giudice della CPI dal 2003 al 2008. È bene non confondere istituzioni, procedimenti e responsabilità per non confondere critiche e propaganda.

Il Nobel per la pace a Pillay riconosce il suo impegno per il diritto internazionale, ma non deve trasformarsi nella consacrazione delle conclusioni della commissione su Gaza, come era prevedibile sarebbe successo. Un Nobel non è una sentenza e non sostituisce la prova. Dopo il Nobel, Pillay ha insistito nel considerare l’accusa pienamente dimostrata, paragonandola al genocidio compiuto dagli Hutu nei confronti dei Tutsi in Ruanda, in cui vennero sterminate centinaia di migliaia di persone con machete, bastoni chiodati e armi da fuoco. La mia obiezione riguarda soprattutto l’uso dell’autorità morale del Nobel e il presentare come definitivamente risolto ciò che deve essere discusso e dimostrato.

Tutto questo rende ancora più necessaria la difesa dell’indipendenza della Corte penale internazionale, creata dallo Statuto di Roma del 1998 (entrato in vigore nel 2002) e chiamata a perseguire le persone fisiche, non gli Stati, per i crimini più gravi di rilevanza internazionale. Se chiediamo ai giudici di rispondere delle loro decisioni attraverso prove, motivazioni e garanzie, dobbiamo proteggerli dalle ritorsioni di chi vorrebbe sostituire quel confronto con l’intimidazione.

I meriti della Corte vanno molto al di là dei dubbi che può aver suscitato. Basti ricordare la condanna di Thomas Lubanga nel 2012, primo verdetto della sua storia, per aver arruolato bambini soldati nel conflitto in Congo: la prova che la giustizia internazionale può arrivare a sentenze fondate su prove e garanzie. Oppure il mandato di arresto per Vladimir Putin e la commissaria per i diritti dell’infanzia Maria Alekseyevna Lvova-Belova, accusati dei crimini di guerra di deportazione illegale e trasferimento illegale di bambini dall’Ucraina occupata alla Russia; nel loro caso non c’era certo da aspettarsi l’intervento dei tribunali russi.

La scelta del Parlamento europeo è stata saggia ed è la migliore risposta a chi, come Donald Trump, in collusione con Vladimir Putin e Xi Jinping, cerca di liquidare definitivamente il diritto internazionale e gli organismi transnazionali.

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Cosa cambierebbe davvero per la Palestina dopo il voto del 27 ottobre

In Israele si può superare Benjamin Netanyahu nei sondaggi senza avere trovato il modo di sostituirlo al governo. È il paradosso delle elezioni del 27 ottobre: il desiderio di cambiamento deve attraversare un labirinto di partiti, incompatibilità e veti. E la prima posizione nella classifica elettorale non assegna le chiavi del governo.

Il sondaggio Walla pubblicato il 20 ottobre fotografa questa difficoltà (Israel National News, JFeed). Yashar, il partito dell’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, avrebbe 23 seggi, contro i 19 del Likud. Ma l’insieme delle opposizioni sioniste arriverebbe a 54, il blocco di Netanyahu a 48. Resterebbero quattordici seggi alle liste arabe e quattro alla formazione dei riservisti guidata da Yoaz Hendel e dall’economista Yaron Zelekha. Per una maggioranza ne occorrono 61. È una rilevazione, con un margine d’errore dichiarato del 4 per cento, non una previsione: soprattutto intorno alla soglia di sbarramento, piccoli spostamenti di voti possono cambiare il quadro (Jerusalem Post).

Dietro quei numeri ci sono idee diverse di Israele. Gadi Eisenkot propone un centro con solide credenziali militari. La lista Beyachad riunisce la destra di Naftali Bennett e il centro di Yair Lapid. Avigdor Lieberman rappresenta una destra nazionalista e laica; Yair Golan, con i Democratici, la sinistra nata dall’unione di ciò che resta dello storico Partito Laburista e di Meretz, oggi l’unica forza rilevante a guida ebraica che sostiene ancora la soluzione a due Stati. Li accomuna l’opposizione a Netanyahu, ma questa non cancella le distanze.

Sul versante opposto, il Likud deve comporre le richieste dell’estrema destra di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich – attivisti dei coloni che invocano l’annessione completa dei territori palestinesi e sono colpiti da sanzioni in diversi Paesi occidentali per avere incoraggiato la violenza dei coloni – con quelle degli ultraortodossi di Shas e Giudaismo Unito nella Torah. Anche qui l’unità ha un prezzo: le esenzioni dal servizio militare per gli studenti delle scuole religiose dividono una società nella quale soldati e riservisti sostengono un peso enorme. Nemmeno la fedeltà degli ultraortodossi è senza condizioni: Shas pretende una legge sulle esenzioni e Giudaismo Unito nella Torah è diviso anche sulla possibilità di una maggioranza alternativa.

Nello stesso campo si muove Ofer Winter, generale in congedo, con una formazione ancora più radicale ma contraria alle esenzioni degli ultraortodossi. Il suo partito, Amcha Israel, rischia di restare sotto il 3,25 per cento, disperdendo voti potenzialmente utili a Netanyahu (Israel National News). Per questo subisce pressioni perché si ritiri.

È proprio il rischio dei voti perduti ad avere convinto Benny Gantz a ritirarsi: Blu e Bianco non riusciva a raggiungere lo sbarramento. Un’altra frattura attraversa la vecchia destra: Tzachi Hanegbi, già consigliere per la sicurezza nazionale di Netanyahu, ha annunciato il voto a Lieberman denunciando la deriva messianica e razzista. Il dissenso dal premier arriva anche dall’interno della sua storia politica.

Chi immagina uno scontro fra un fronte della guerra e uno della pace rischia però di rimanere deluso. A testimonianza di quanto la politica israeliana si sia spostata a destra dopo il 7 ottobre, sia Netanyahu sia Eisenkot, al pari di quasi tutti i leader dei partiti ebraici, si oppongono alla nascita di uno Stato palestinese indipendente e sostengono che Israele debba mantenere il controllo finale della sicurezza su tutto il territorio tra il fiume Giordano e il Mediterraneo.

Di Yitzhak Rabin, del resto, si diceva che fosse un falco militare ma una colomba politica. Colomba, però, divenne solo quando si presentò una possibilità reale di accordo. Fino a quando non ci saranno nuove elezioni in Cisgiordania, e Hamas continuerà a controllare Gaza, un accordo non sarà possibile. Probabilmente lo stesso Rabin, oggi, avrebbe pensato la stessa cosa.

Anche su Gaza, infatti, le posizioni restano da falchi. A un anno dal cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, l’esercito israeliano controlla circa due terzi della Striscia, mentre oltre due milioni di palestinesi sopravvivono nel terzo restante, per lo più in tende o edifici danneggiati, ancora sotto il pieno controllo politico di Hamas. Sia Netanyahu sia Eisenkot escludono il ritiro delle truppe senza il disarmo di Hamas e si dicono pronti a riprendere i combattimenti; Eisenkot definisce la permanenza di Hamas al potere un fallimento profondo e promette di sostituirne l’amministrazione entro diciotto mesi dall’insediamento, attraverso un piano mediato da Washington o con la forza militare.

Le divergenze emergono però sulla gestione della Cisgiordania occupata, proprio per non precludere il futuro. Sotto Netanyahu gli insediamenti si sono espansi rapidamente, inclusi piccoli avamposti illegali persino per la legge israeliana, eretti nelle aree riservate all’amministrazione civile dell’Autorità palestinese, mentre il governo veniva accusato di chiudere un occhio sulle crescenti violenze dei coloni. Eisenkot è favorevole agli insediamenti in linea di principio, ma nel rispetto della legge israeliana: promette di reprimere la violenza dei coloni, smantellare gli avamposti non autorizzati – preservando così il territorio in cui i palestinesi esercitano l’autogoverno civile – e bloccare il progetto edilizio nell’area E1, voluto dal governo Netanyahu per tagliare in due la Cisgiordania, separarla da Gerusalemme Est e, nelle parole dei coloni, «seppellire» la possibilità di uno Stato palestinese.

Differenze decisive riguardano inoltre il governo interno della sicurezza: l’accertamento delle responsabilità del 7 ottobre, il reclutamento degli ultraortodossi, i rapporti con la magistratura. Eisenkot sostiene una commissione statale d’inchiesta e l’uguaglianza nel servizio militare, posizione che esclude un’alleanza con i partiti religiosi, mentre Bennett contesta gli attacchi di Netanyahu al sistema giudiziario. Sono questioni che investono la responsabilità del potere e la distribuzione dei doveri fra cittadini.

Poi c’è il nodo dei partiti che rappresentano i cittadini arabi di Israele, circa un quinto della popolazione. Ra’am, guidata da Mansour Abbas, ha già partecipato al governo Bennett-Lapid del 2021 e si propone come partner di una nuova maggioranza, puntando su sicurezza, servizi e condizioni di vita della propria comunità. La Lista Comune, che riunisce Hadash, Ta’al e Balad, esclude invece la partecipazione alla coalizione, ma il suo leader Jabareen ha indicato la disponibilità a sostenere dall’esterno un governo senza Netanyahu. Trattarle come un unico soggetto nasconde le possibilità e gli ostacoli reali.

Come Netanyahu, anche Eisenkot esclude però di formare un governo con i partiti arabi; Lieberman rifiuta anche un governo di minoranza. Eppure i numeri potrebbero rendere necessario proprio un accordo oggi respinto. La somma funziona sulla carta se la politica la blocca.

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Correggere il Green Deal dovrebbe servire a renderlo efficace

Non c’è tema politico più divisivo del Green Deal nell’Unione Europea, anche all’interno dei singoli Stati. Richieste di soppressione, modifiche radicali, attuazione senza intoppi attraversano le campagne elettorali. Ma è bene ricordare che la ragione per cui è stato promosso non è uno slancio etico ma una valutazione di costi e benefici ambientali ed economici che, certo, deve essere aggiornata, ma non tradita.

In questi giorni il Partito popolare europeo sta spingendo per un nuovo rinvio dell’ETS2 (il mercato delle emissioni per trasporti e riscaldamento, previsto dal 2028) e per allentare le norme sulle emissioni di metano. Sul fronte delle auto, i negoziatori di PPE, Socialisti e Renew hanno raggiunto un compromesso che consentirebbe di ridurre fino all’87,5 per cento il taglio delle emissioni delle nuove auto nel 2035, anche attraverso crediti per l’acciaio europeo a basse emissioni, con aperture a carburanti rinnovabili e ibride plug-in e incentivi contabili per le piccole elettriche efficienti.

Sono iniziative in discussione, non decisioni già approvate: l’intesa sulle auto deve essere confermata dai gruppi politici, diventare la posizione del Parlamento e poi essere negoziata con i governi. Ma il segnale politico è chiaro: il ridimensionamento non viene più soltanto da governi e industria, coinvolge ormai anche la maggioranza europeista del Parlamento, Renew compresa. Imporre nuovi costi a chi non ha alternative accessibili può essere un errore. Ma la domanda di fondo è un’altra: cosa si intende fare del tempo guadagnato? Costruire quelle alternative o rinviarle ancora?

C’è un problema che i critici del Green Deal continuano a sottovalutare: la vulnerabilità di un’Europa che deve comprare all’estero gran parte dell’energia necessaria a vivere e produrre. Nella settimana conclusa il 18 ottobre, i flussi petroliferi dal Medio Oriente, comprese le rotte alternative a Hormuz, hanno superato, secondo il Wall Street Journal, i livelli pre-guerra (oltre 24 milioni di barili al giorno contro 23,3). Ma il recupero delle quantità non è un ritorno alla normalità. Trasporti, assicurazioni e rischio militare continuano a presentare il conto.

Il petrolio può arrivare senza tornare conveniente, e nessuno garantisce che arrivi domani alle stesse condizioni. È il costo della dipendenza, che scompare troppo spesso dal dibattito: si sommano gli oneri della transizione e si tratta la conservazione del sistema precedente come se fosse gratuita.

Intanto il clima ci mette fretta. Il nuovo Emissions Gap Report dell’UNEP avverte che il superamento di 1,5 gradi non è più evitabile. Bisogna contenerne entità e durata, tagliando rapidamente le emissioni per rendere possibile un ritorno sotto quella soglia entro fine secolo. Essere in ritardo è una ragione per accelerare gli interventi efficaci e finanziare l’adattamento, non per fermarsi.

Questo non significa che ogni misura del Green Deal fosse giusta o ogni scadenza ragionevole. Ma alle ragioni climatiche della transizione si aggiungono quelle della sicurezza economica.

Il paradosso è evidente: i conservatori rivendicano la sovranità, ma una parte di quella sovranità passa dalla capacità di produrre energia sul nostro territorio e di consumarne meno. Il nostro sole e il nostro vento non attraversano Hormuz. L’efficienza non richiede una scorta navale. Certo, non sostituiscono direttamente il petrolio dei trasporti: lo fanno attraverso l’elettrificazione e riducono il peso del gas. Servono impianti, reti, accumuli, e bisogna evitare di sostituire una dipendenza con un’altra (questa volta dai componenti cinesi). Ma un combustibile da ricomprare ogni giorno e un impianto che produce per anni non comportano la stessa vulnerabilità.

Difendere il Green Deal non obbliga a difenderne ogni disposizione. Correggerlo dovrebbe servire a renderlo efficace. L’autonomia energetica richiede investimenti e reti comuni, un mercato integrato, una capacità industriale europea. Richiede, insomma, più Europa. Chi invoca la sovranità dovrebbe spiegare come conquistarla continuando a comprare, insieme a gas e petrolio, la propria vulnerabilità.

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Nel centro antipopulista si litiga spesso, ma non è la prima volta

C’è una maledizione antica che perseguita i liberali e i riformisti italiani: non riescono a stare nella stessa stanza senza contendersi il ruolo di direttore d’orchestra, salvo poi scoprire che in sala non è rimasto quasi più nessuno ad ascoltare il concerto. Basta osservare lo psicodramma che si consuma in questi giorni attorno al cantiere del nuovo centro per accorgersi che la storia d’Italia si ripete sempre due volte: la prima come grande tragedia dottrinaria della Prima Repubblica, la seconda come scontro di caratteri, ma non solo, nell’era dei social.

Da una parte ci sono Carlo Calenda e Pina Picierno, impegnati a costruire un asse tra Azione e Spazio Pubblico per offrire un argine europeista al «bipopulismo». Dall’altra c’è Luigi Marattin che, sentitosi trattato da ospite indesiderato, forse dopo una fotografia pubblicata da Calenda e Picierno senza di lui, ha rotto gli indugi e guarda verso Forza Italia e il centrodestra: «Se son rose fioriranno». Apriti cielo. Calenda lo ha fulminato accusandolo di voler «andare a fare i cespugli» con Matteo Salvini e di usare la politica come un «taxi per entrare in Parlamento»; Marattin ha replicato al vetriolo che il leader di Azione «è un cespuglio che si crede foresta» e che pretende di annettere gli altri al grido di «venite in Azione e risolvo tutto io».

Di solito questo spettacolo viene liquidato come frutto di narcisismo. Eppure, se si guarda in controluce, i tic, le accuse e persino le traiettorie politiche ricalcano, nel loro piccolo, i due grandi duelli che segnarono la cultura laica e socialista del dopoguerra: quello tra Ugo La Malfa e Giovanni Malagodi e quello tra Pietro Nenni e Giuseppe Saragat.

Vedi il conflitto tra Calenda e Marattin. È la replica in miniatura dello scontro che divise La Malfa e Malagodi tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Anche allora i due si conoscevano da una vita, avendo lavorato negli anni Trenta alla Banca Commerciale Italiana di Raffaele Mattioli. E anche allora il risentimento psicologico si intrecciava alla divergenza dottrinaria. «Non ci siamo mai voluti bene, Ugo ed io», raccontò Malagodi a Eugenio Scalfari.

Sul piano politico, La Malfa incarnava il riformismo repubblicano e programmista, convinto che lo Stato dovesse guidare la modernizzazione industriale e aprirsi a sinistra; Malagodi difendeva il liberismo classico del Partito Liberale, ostile all’interventismo pubblico e pronto a spostarsi a destra per rappresentare il ceto produttivo spaventato dai socialisti.

Non meno suggestivo è il parallelo sul versante più riformista. Quando, nel giugno scorso, Pina Picierno ha lasciato il Partito Democratico, denunciando le ambiguità della segreteria Elly Schlein sul «fascismo putiniano» e rifiutando la subalternità al «campo Lavrov» di Giuseppe Conte, ha compiuto un gesto che appartiene alla grammatica di Palazzo Barberini. Nel gennaio 1947 Giuseppe Saragat spezzò il partito socialista per sottrarlo al patto d’unità d’azione che Pietro Nenni aveva stretto con il PCI di Togliatti. Nenni, nei suoi diari, imputò la rottura alla «volontà della borghesia, che preme alle porte del congresso» e la propaganda frontista bollò Saragat come «servo degli americani», esattamente come oggi i custodi del campo largo accusano Picierno di opportunismo o peggio. Allora come oggi, il punto di rottura tra riformisti e massimalisti è la politica estera: la scelta dell’Occidente contro il neutralismo ambiguo.

C’è differenza, è vero, fra l’epica di ieri e ciò che oggi, ad alcuni, pare una batracomiomachia. Sarà anche perché le foto color seppia ci commuovono sempre un po’. Ma la posta in gioco allora era alta: un’Italia che rischiava di essere sganciata dall’Occidente e il profilo dello sviluppo economico di quella che, nonostante gli alti e bassi, sarebbe diventata una potenza industriale.

Quando Saragat lasciava Nenni a Palazzo Barberini, portandosi via cinquantadue deputati della Costituente su centoquindici, decideva se l’Italia dovesse restare legata alle democrazie atlantiche o scivolare oltre la Cortina di ferro. Quando La Malfa e Malagodi incrociavano le lame in Parlamento nel 1962, si battevano su questioni epocali: la Nota aggiuntiva sul bilancio, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la nascita dell’Enel, il confine stesso tra Stato e mercato nel miracolo economico. Quei piccoli partiti laici pesavano il tre o il quattro per cento, pure loro, ma, nel sistema proporzionale, erano l’ago della bilancia dei governi e il laboratorio intellettuale della Repubblica.

Ma davvero oggi si gioca una partita meno cruciale, in cui lo scontro «bipopulista» fra destra-centro e sinistra-centro non mette a rischio appartenenze transnazionali e tenuta della struttura economica?

Oggi gli eredi di quella tradizione hanno conservato intatti i difetti dei padri nobili – le scomuniche incrociate, le gelosie da capocorrente, l’incapacità di fondere le sigle senza litigare subito dopo, come accadde alla sfortunata unificazione socialista del 1966 – ma, secondo i critici, hanno smarrito la grandezza del campo di battaglia. Questo non è del tutto vero. Ad esempio Pina Picierno ha iniziato uno sciopero della fame, restituendo al confronto politico l’energia dello strumento pannelliano, per reclamare un intervento europeo rapido, e decisivo per la vita o la morte di alcune centinaia di ucraini nella città assediata di Oleshky. La sua uscita dal Pd ricorda le ragioni degli scontri di allora.

Picierno, Calenda e Marattin sono tra i pochi leader politici a proporre risposte complesse e impopolari al declino strutturale dell’economia e del benessere degli italiani. Vogliono tutti rifondare la casa dei liberaldemocratici, e fanno bene, perché è una casa che all’Italia manca. La storia dei piccoli partiti laici dice però una cosa: pesavano il tre o il quattro per cento, ma da soli potevano decidere della sorte dei governi. C’era il proporzionale allora, ma potrebbe esserci anche domani se nessuno dei due schieramenti principali superasse il 42 per cento. Il bipopulismo non aspetta i loro tempi, e prima di arrivare alla porta di casa conviene mettersi d’accordo non tanto su chi tiene le chiavi quanto sulla dimensione dell’appartamento. Altrimenti non sapremmo a che santo votarci (e votare).

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Mearsheimer, Caracciolo, e i realisti che chiamano geopolitica la resa a Putin

Figures depicting US President Donald Trump and Russian President Vladimir Putin, right, are displayed at Marienplatz square, as part of a protest against fossil energy by the environment organisation Greenpeace during the Munich Security Conference in Munich, Germany, Friday, Feb. 13, 2026. (AP Photo/Ebrahim Noroozi)

Nell’altro articolo che la Linea pubblica oggi si legge cosa prevede lo «Scenario buono» per il 2036 presentato dall’oligarca Konstantin Malofeev al Forum economico di San Pietroburgo: presa di Odesa e Kharkiv, riduzione dell’Ucraina a uno Stato-moncone vassallo di Mosca, crisi dell’americanocentrismo e disgregazione dell’Unione europea. La domanda più interessante, oggi, non è chi condivida questo programma a Mosca, ma quanti lavorino ormai – per ideologia, per fatalismo accademico o per puro calcolo personale – a realizzarlo in Occidente o a disegnarne la mappa.

Non c’è solo la pattuglia dei propagandisti militanti: ex militari americani come Douglas Macgregor o Scott Ritter, che definiscono Odesa «città russa» e auspicano apertamente la marcia su Kyjiv, o intellettuali europei come il demografo francese Emmanuel Todd, che all’Accademia delle Scienze di Mosca celebra la vittoria della Russia «conservatrice e rassicurante» sull’Unione europea prossima all’implosione. E non ci sono soltanto i prescrittivi della resa immediata, da Jeffrey Sachs che dalle colonne della Tass intima a Kyjiv di cedere subito se non vuole perdere tutta la costa del Mar Nero, fino alle nostre caricature mediatiche, da Marco Travaglio a Michele Santoro, da Angelo D’Orsi ad Alessandro Di Battista, da Elena Basile a Ginevra Bompiani e compagnia bella.

Il caso intellettualmente più insidioso riguarda chi non si dichiara affatto filorusso, ma pretende di limitarsi a descrivere la realtà in nome della scienza politica o della geopolitica. I due campioni di questa scuola, sulle due sponde dell’Atlantico, sono il politologo dell’Università di Chicago John Mearsheimer e il direttore di Limes Lucio Caracciolo.

Partono da premesse opposte sulla natura del regime russo: Mearsheimer nega che Putin volesse conquistare l’Ucraina e ricostruire un impero e attribuisce la guerra soprattutto all’Occidente e alla Nato, pur ammettendo che a invadere è stato Putin. Caracciolo riconosce la radice imperiale del mito della Novorossija da Kharkiv a Odesa, la tratta come un dato eterno della storia russa. Eppure sul quadro finale combaciano: un’Ucraina ridotta a Stato residuo disfunzionale, «dysfunctional rump state», nelle parole di Mearsheimer; una Russia che prevale e un’Europa senza peso strategico che, per Caracciolo, non essendo un soggetto geopolitico unico, non può avere alcun ruolo. Non è identità di programma, è identità di mappa.

Nel caso di Caracciolo, il corto circuito di questo metodo è palese. Fino alla vigilia del 24 febbraio 2022 scriveva che Vladimir Putin «non attaccherà l’Ucraina (checché ne dicano gli Usa)», perché marciare su Kyjiv sarebbe stato un suicidio strategico. Dal giorno successivo, quella stessa invasione prima giudicata folle è diventata, per magia deterministica, una guerra che «la Russia non può perdere» e in cui l’Ucraina, definita «un’invenzione di Lenin e Stalin» dalla vaga identità, è condannata per legge demografica e geografica alla disfatta.

Prevedere non è volere. Ma una previsione ripetuta per anni, che dalle riviste passa ai consigli a Kyjiv di cedere, smette di essere pura descrizione; e quando sbaglia sul punto decisivo, come accadde a Caracciolo alla vigilia del 24 febbraio, il metodo andrebbe messo in discussione, non rivenduto come lucidità.

Non stupisce che quattro firme storiche del comitato scientifico e redazionale di Limes – Federigo Argentieri, Franz Gustincich, Giorgio Arfaras e il generale Vincenzo Camporini – si siano dimesse denunciando una deriva «filorussa e antieuropeista». Camporini ha colto il punto teorico decisivo: «La geopolitica senza etica e senza diritto internazionale diventa pura contabilità della forza».

Oggi quella «contabilità della forza» dei realisti di cattedra ha trovato il suo braccio esecutivo nel transazionalismo di Donald Trump. Che non è nemmeno più un realismo spregiudicato: il realista classico sacrifica la solidarietà internazionale in nome dell’interesse nazionale e della tenuta delle alleanze nel lungo periodo; il transazionalista sacrifica tutti e due – l’interesse internazionale e quello nazionale americano – sull’altare del prossimo sondaggio, del prossimo affare, del prossimo turno elettorale. Non è soltanto una politica senza ideali: è una politica senza Stato, privatizzata ad uso del leader.

I fatti di queste settimane lo mostrano. Il 9 ottobre, dopo una telefonata con Putin e a pochi giorni dal voto di metà mandato del 3 novembre, Trump ha sospeso fino ad aprile le sanzioni sul gasolio russo per frenare i prezzi alla pompa. Il giorno dopo ha chiesto apertamente che l’Ucraina si trovi un nuovo presidente, accusando gli attacchi di Kyjiv alle raffinerie russe di far salire il prezzo del carburante. Il 16 ottobre, con un ordine esecutivo che invoca l’interesse nazionale, ha congelato dazi e nuove sanzioni previsti dalla legge Graham. Mosca ha parlato di momento storico. Il cerchio si chiude: la dottrina imperiale del Cremlino, il mercantilismo privato della Casa Bianca e il determinismo geopolitico dei nostri analisti convergono sullo stesso punto, cancellare la libertà dei popoli e il diritto internazionale come fastidiosi ostacoli al negozio tra i forti. I nazionalisti russi lo chiamano «Scenario buono», Trump lo chiama «deal», i nostri geopolitici lo chiamano «realtà». Ma la mappa che ci mettono davanti è sempre la stessa.

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Se l’Ucraina cede, l’Europa finisce a pezzi

Volodymyr Zelensky

«L’Europa deve aiutare l’Ucraina e l’Ucraina aiuterà sempre l’Europa: siamo parte di un insieme», ha detto ieri Volodymyr Zelensky nella sua intervista al Corriere della Sera. E Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha avvertito, sempre ieri in un’intervista a Bloomberg che, «l’Europa sottovaluta la minaccia russa»: secondo lui Vladimir Putin punta a destabilizzare l’intero ordine politico europeo, non solo l’Ucraina.

Se le loro parole non sono sufficienti, basta leggere cosa scrivono, da anni e senza troppi giri di frase, gli analisti russi. Nello scenario «positivo» suggerito da molti di loro, l’Ucraina perde Kyjiv, Odesa e Kharkiv, e l’Unione europea si disgrega. Non è una caricatura confezionata a Bruxelles per spaventare gli elettori e convincerli a spendere in armamenti.

È il futuro auspicato in un rapporto dell’Istituto Tsargrad presentato da Konstantin Malofeev al Forum economico internazionale di San Pietroburgo del giugno 2025, con il contributo di Aleksandr Dugin. Per l’Ucraina sono previste diverse sistemazioni: annessione alla Russia, Stato cuscinetto completamente subordinato a Mosca, nuovo Stato slavo orientale. La possibilità che gli ucraini decidano da soli non figura nel catalogo.

L’orizzonte è il 2036. Per il 2050 si prevede una Russia alla guida della sicurezza e della giustizia mondiale. Prima si cancellano le libertà dei vicini, poi si amministra la giustizia del pianeta. Il programma ha almeno il pregio della chiarezza.

Si dirà: sono gli estremisti. Certamente non stiamo leggendo una deliberazione del governo russo. La distinzione conta e va mantenuta: Malofeev e Dugin parlano dai margini del potere, non dal suo centro. Ma liquidare queste proposte come fantasie marginali diventa difficile quando se ne ritrovano gli elementi negli scritti di analisti autorevoli, nelle pubblicazioni di istituzioni prestigiose e nei mezzi d’informazione di Stato.

Il caso più significativo è Dmitrij Trenin, già direttore del Carnegie Moscow Center e oggi membro del Consiglio scientifico del Consiglio russo per gli affari internazionali. In un articolo pubblicato nel maggio 2025, sostiene che l’Unione europea e la Nato resteranno avversari e che le prospettive dei rapporti con l’Europa risiedono esclusivamente nelle relazioni bilaterali. Invita a sfruttare le divergenze fra europei e americani e a tenersi pronti a beneficiare dei cambiamenti politici nei paesi dell’Unione. Nello stesso testo contempla attacchi contro obiettivi logistici, industriali e politico-militari europei, fino all’impiego di armi nucleari nei casi estremi.

La logica politica è leggibile: trattare con i singoli Stati, ciascuno con le proprie vulnerabilità e convenienze, mentre l’Europa organizzata viene considerata un avversario permanente. Per noi l’integrazione è una costruzione incompiuta, spesso esasperante. Per questa corrente del pensiero strategico russo è un ostacolo. Un motivo in più per riflettere prima di smontarla.

Certo, l’Unione europea non è una costruzione fragile solo perché qualcuno a Mosca la vorrebbe tale. Ha problemi endogeni, e continuerà ad averne. Ma un’Ucraina ridotta a vassallo o a zona grigia permanente aggiungerebbe un fattore di pressione esterna strutturale: flussi di profughi, competizione energetica, polarizzazione politica interna e un precedente di successo per chi punta a negoziare separatamente con ogni capitale. Non è la causa unica di una possibile disgregazione, è l’acceleratore più potente di quelle che già esistono.

C’è anche la minaccia nucleare, ricorrente negli interventi di Putin. Sergej Karaganov aveva già proposto nel 2023 di restituire credibilità alla minaccia atomica, abbassando la soglia del suo impiego e contemplando un attacco contro un paese europeo per spezzare la determinazione occidentale nel sostenere Kyjiv. La formula è quella di un’escalation presentata come mezzo per evitare una catastrofe maggiore. È il ricatto, per quanto poco credibile, che pretende anche gratitudine: cedete, perché vi stiamo salvando da quello che potremmo farvi.

Il progetto per l’Ucraina era stato esposto ancora più brutalmente da Timofej Sergejcev, commentatore di RIA Novosti, subito dopo l’invasione, nell’aprile 2022. La «denazificazione» avrebbe comportato «de-ucrainizzazione», repressione ideologica, censura nella cultura e nell’istruzione, rieducazione per almeno una generazione. Il paese sottoposto a questo trattamento non avrebbe potuto essere sovrano. Un’eventuale Ucraina residua sarebbe rimasta sotto la minaccia di nuovi interventi militari. La neutralità, in questo disegno, è il nome diplomatico dell’obbedienza.

È questo che dovrebbe entrare nelle nostre discussioni sulla pace. Un negoziato va giudicato dalla libertà che lascia agli aggrediti e dalle garanzie che impediscono una nuova aggressione. Se l’Ucraina sopravvive soltanto a condizione di obbedire, il conflitto viene sospeso lasciando all’aggressore il potere di riaprirlo. Se l’Europa rinuncia alla propria capacità di difesa per rassicurare chi la minaccia, rende quella minaccia più efficace.

Prima di dividerci su come trattare con Mosca, sarebbe utile domandarci perché la nostra divisione le piaccia tanto. Il Cremlino non lo nasconde. Quando Washington ha pubblicato la nuova Strategia per la sicurezza nazionale, accusando le istituzioni europee di avere aspettative irrealistiche sulla guerra, un politologo vicino a Putin ha esultato: l’isolata, ormai, sarebbe l’Europa. A luglio Dmitry Peskov elogiava la disponibilità di Trump ad ascoltare ciò che Putin gli riferisce. A inizio ottobre, Trump ha sospeso le sanzioni energetiche contro la Russia per tornare a comprare gasolio russo e ha rimproverato Zelensky per non convocare elezioni, mentre Kaja Kallas e i ministri degli Esteri europei ribadivano che solo la pressione funziona.

Perché dovremmo aiutare la Russia, come suggerisce Donald Trump coi fatti e con le parole, a realizzare il suo scenario migliore?

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Un omicidio, due processi, due condanne, due sentenze contraddittorie

Per lo stesso omicidio si possono condannare due persone. Ma se una sentenza ne condanna una come autrice materiale e un’altra ne condanna una diversa escludendo che abbia agito insieme alla prima, lo Stato ha un problema. Chi resta in cella ne ha uno molto più grande.

È il caso di Monica Busetto, operatrice sociosanitaria di Mestre, in carcere da dodici anni e condannata a venticinque per l’uccisione della vicina, l’ottantasettenne Lida Taffi Pamio, nel dicembre 2012. Si è sempre dichiarata innocente. Dopo la sua condanna, Susanna «Milly» Lazzarini, già coinvolta nell’omicidio di un’altra anziana, confessa anche questo delitto: prima dice di aver agito da sola, poi chiama in causa Busetto.

Il risultato è sconcertante. Nel processo Busetto, la responsabilità è per aver commesso materialmente l’omicidio. Nel procedimento separato contro Lazzarini, il giudice scrive che «il ruolo di materiale compartecipe nel delitto di Busetto non ha trovato adeguato riscontro». Non è un’assoluzione, ma è una domanda enorme sulla condanna. Eppure nel 2024 la Corte d’appello di Trento ha respinto la revisione, giudicando le sentenze conciliabili. Da fuori resta difficile capire come la stessa partecipazione sia una certezza in un processo e un fatto non riscontrato nell’altro.

Ora la nuova richiesta colpisce la prova decisiva: una collana trovata a casa di Busetto, con tracce di DNA della vittima. La difesa, sostenuta dagli approfondimenti della trasmissione Le Iene, contesta sia l’identificazione del gioiello sia l’affidabilità della traccia, che attribuisce a contaminazione. Questioni da decidere. Ma la revisione la chiede anche la Procura Generale di Venezia.

Due deputati di Avs, Devis Dori e Luana Zanella, hanno portato il caso in Parlamento. Carlo Nordio ha risposto richiamando il procedimento in corso e i limiti della revisione. Hanno sollevato anche un’altra questione: due giudici della nuova revisione avevano già respinto la precedente richiesta, e avevano essi stessi prospettato l’opportunità di essere sostituiti. Richiesta respinta, nel nome del giudice naturale.

Il 2 ottobre la Corte ha disposto nuove testimonianze e ha rinviato al 13 novembre. Busetto aspetta in carcere.

Nessuno chiede al ministro di assolverla, né al un programma televisivo di sostituire i giudici. Il codice di procedura penale richiede, lo sappiamo tutti, che la condanna venga inflitta oltre ogni ragionevole dubbio e la Costituzione afferma il principio della presunzione di non colpevolezza. Alla giustizia si può dunque chiedere di affrontare l’incongruenza fra due sentenze per omicidio con un’urgenza proporzionata alla posta in gioco. Perché il tempo necessario a sciogliere un dubbio, quando c’è una persona in cella, si misura in vita vissuta.

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La violenza di piazza, il putinismo, l’islamopalestinismo, e il nichilismo

Le proteste a Bologna di sabato 17 ottobre 2026 (LaPresse)

Dice Mario Calabresi, giornalista e candidato virtuale a sindaco di Milano, rispondendo a chi gli chiede: «Che senso politico ha distruggere le librerie Feltrinelli?», risponde «Perché è una vetrina del centro, in questo caso, di Torino, ed è vissuta come un luogo che esclude, da cui ci si sente tagliati fuori. È uno spazio di chi sta bene, di chi ce l’ha fatta, di chi ha un lavoro». «Cosa li spinge?». «Sentono di non avere nulla da perdere, perché non hanno nulla: né speranze, né futuro. Si sentono invisibili».

Scrive Daniele Vicari, regista e sceneggiatore: «La discussione sui metodi sbagliati della protesta somiglia alle chiacchiere su quanto sia sbagliato che un aereo precipiti al suolo mentre sta precipitando: tempo perso. Possono servire per fare un po’ di propaganda spicciola, ma a nient’altro. I giovani hanno ragione quando dicono che la loro vita è senza prospettive, hanno ragione perché vivono così il loro rapporto con il futuro, anche a causa di una classe politica sorda e cieca dinanzi alle istanze più profonde della società, chiusa nei tatticismi del potere».

Scrive Concita De Gregorio: «Forse è questo che ci stanno dicendo le generazioni nuove, talvolta stentiamo a comprendere perché di quel mondo siamo artefici. Avete disegnato un mondo di illusioni e distrazioni mentre tutto il resto precipita. I vostri clown bianchi: pensavate forse che anestetizzassero dal dolore, vi siete sbagliati. Quando le pareti si stringono attorno, quando il campo di gioco è avvelenato disobbedire è una forma di insurrezione, l’unica possibile, e insieme una dichiarazione di umanità. Non i libri, dobbiamo bruciare, ma i clown».

Tutti e tre su Repubblica. Con toni diversi: Calabresi spiega, Vicari giustifica, De Gregorio consacra. Ma la direzione è la stessa.

No, non c’è nulla da comprendere nella violenza di piazza. Nulla da estrarne per trovarne una motivazione. La violenza di piazza è sempre stata fine a se stessa, a differenza di quella normalizzata nelle guerre oppure nelle diverse forme di terrorismo. La violenza di piazza nasce dall’istinto, è maschia anche se vi partecipa una piccola minoranza di femmine, è uno sfogo testosteronico anche se vi partecipa una minoranza di anziani. La violenza di piazza è sempre uguale a se stessa, decennio dopo decennio, secolo dopo secolo. Si può rivestire di ideologie di destra e di sinistra, di assolutismi religiosi, di frustrazioni collettive.

Oppure, questo è il punto: oggi, in Italia e in Europa, può essere lo strumento di chi la sobilla dietro le quinte, fino a farla sfociare nella guerra o nel terrorismo. Il compito degli intellettuali e dei politici è districare questo nodo, non piegarsi alle sue ragioni né fomentare repressione alla cieca.

C’è umanità, esperienza e saggezza nelle parole di Emma Avezzù, procuratrice dei minori del Piemonte: «E allora io dico che qui siamo di fronte a uno sfruttamento di minori portato avanti da chi, sappiamo da tempo, accende le piazze violente di questa città. E cioè gli antagonisti. Che strumentalizzano profili di ragazzi magari fragili. Si devono vergognare… Chi tira dentro questi ragazzi sfruttando marginalità e fragilità dovrebbe provare una vergogna morale infinita. Noi contiamo sul fatto che la giustizia minorile possa recuperare molti di questi giovani, riteniamo di avere gli strumenti per salvarli da questi mondi che li mandano al macello per una violenza fine a sé stessa. Certo non è facile, ma ce la mettiamo tutta».

Escano dal magma apocalittico gli intellettuali che, come Massimo Cacciari, hanno in tasca la pietra filosofale che consente di risolvere le crisi mondiali, magari con uno sguardo alla Russia di Vladimir Putin, e denunciano la fine della democrazia europea, incapace di garantire i diritti di tutti. Oppure, come altri, proclamano che nei giovani non c’è più «speranza nel futuro».

Il futuro non ha mai offerto speranze gratuite a nessuno. E nessuno ha diritto alla speranza. Spes contra spem, ripeteva Marco Pannella. E insegnava la nonviolenza con le parole e con il corpo. Di questa, della nonviolenza, ci parlino la scuola e il sistema dei media. La nonviolenza non è l’opposto della violenza, ma dell’ignavia.

Non è la democrazia, ma la politica, il soggetto che spesso non vuole o non sa capire. Né le proprie responsabilità né quelle degli altri. Le violenze di questi giorni non sono gratuite: il prezzo viene pagato a tre fenomeni che si vanno sempre più stringendo fra loro: putinismo ovunque, islamopalestinismo soprattutto a Milano, e nichilismo in particolare a Torino. Se questo non diventa chiaro, continueranno senza soluzione di continuità, qualunque sia il numero di poliziotti a fronteggiare la «rivolta».

Su questo tema leggi anche Assia Neumann Dayan e Mario Lavia su Linkiesta di oggi.

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Il carcere toglie la libertà, non dovrebbe togliere il medico

Carcere

Il tema del carcere va e viene sulla stampa nazionale. Circolano sui media i dati sul sovraffollamento quando i garanti locali o quello nazionale (latitante da quando il collegio, ora formato da due nominati dalla maggioranza e un Cinquestelle, è stato aggiornato); leggiamo, quando capita, le cronache delle rivolte dei detenuti o degli abusi dei detenenti. Ma niente cambia mai. Eppure qualcosa di semplice e non costoso potrebbe essere fatto. Qualcosa in più di un cerotto sulla ferita: garantire cure adeguate ai detenuti malati.

Il rapporto del Garante nazionale registra nei primi otto mesi del 2026 centottantaquattro morti nelle carceri italiane: quarantanove suicidi accertati, ottantotto decessi per cause naturali, trentasette ancora da chiarire, otto morti accidentali e due omicidi. Dietro la contabilità c’è una domanda che dovrebbe precedere ogni disputa sulla severità delle pene: quante di queste persone si sarebbero potute salvare?

«Cause naturali» indica una categoria, non attesta che una morte fosse inevitabile. Occorre sapere se una diagnosi sia arrivata in tempo, se una visita sia stata effettuata, se una terapia fosse disponibile. E i casi ancora da chiarire impediscono di trasformare la lieve diminuzione dei suicidi accertati in un bollettino di successo.

Chi è libero può cercare un altro medico, andare al pronto soccorso, chiedere aiuto. Chi è recluso dipende dalle decisioni e dai tempi dell’amministrazione. Proprio questa dipendenza rende più stringente la responsabilità pubblica.

Non ogni morte dimostra una colpa dello Stato. Ogni morte sotto la sua custodia esige però una spiegazione. Chiedere personale sanitario, assistenza psichiatrica e accesso effettivo alle cure significa pretendere che lo Stato rispetti i propri obblighi.

La pena toglie la libertà. Non dovrebbe togliere il medico. Possibile che, se non il ministro, il Parlamento non si faccia carico di una soluzione?

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La strada che porta a sinistra (e a destra) è pericolosa, liberali e riformisti ne traggano le conseguenze

Tre

Dopo il dibattito di mercoledì scorso sulle comunicazioni del governo in vista del Consiglio Europeo, un vento chiarificatore ha tolto le ultime nuvole sulle scelte che liberali, radicali, riformisti e democratici, insomma gli avversari del bipopulismo, il termine coniato da Linkiesta, hanno davanti alle elezioni.

Il fatto nuovo è che tutti i gruppi della sinistra si sono per la prima volta uniti sulla consapevolezza che l’unica cosa che possono proporci è «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»: per la prima volta hanno concordato che ciascuno avrebbe votato la propria risoluzione e si sarebbe astenuto su tutte le altre. L’uso del condizionale è dovuto al fatto che, una volta approvata la risoluzione della maggioranza, che prudentemente – immagino – le opposizioni hanno lasciato presentare per prima, tutte le altre sono decadute. Ma il fatto politico resta e dipinge il colore della prossima coalizione di sinistra: un grigio tendente al rossobruno.

Ovviamente la questione di fondo, non soltanto della discussione dell’altra settimana, ma delle future elezioni, sarà la collocazione internazionale dell’Italia, con le conseguenze che conosciamo su tutta l’attività del governo. Come sappiamo, non è stato finora possibile sanare le profonde differenze fra le posizioni del Pd a sostegno della resistenza ucraina e dell’invio di armi all’esercito di Kyjiv, e quelle del Movimento 5 stelle col suo «pacifismo» disarmato, ma non disarmante la Russia. È un contrasto che non può risolversi senza il cedimento o di Giuseppe Conte o di Elly Schlein, e il fatto che la decisione sia rimessa alle primarie del Campo Largo è comunque garanzia di un solo esito in caso di vittoria elettorale: confusione, ambiguità, governo soggetto a spinte antieuropeiste e parallelo rafforzamento del coacervo trumputinista delle ali estreme della destra e della sinistra europea.

Conte, come ho scritto altre volte, a differenza di Schlein vince anche se perde le elezioni, o almeno di questo è convinto: è leader incontrastato del suo partito, non teme di essere sbalzato di sella, e una rottura col Pd non inciderebbe negativamente sul risultato elettorale del Movimento 5 stelle, anzi. Tutto il contrario per Schlein. Questo gli rende più facile mostrarsi – fingere di farlo – all’elettorato dei gazebo e più tardi della sinistra come facilitatore di una convergenza delle diverse posizioni. Soprattutto ora che la sua idea – o provocazione – di trovare un candidato di mediazione è stata respinta da Schlein, ben decisa a proporsi in prima persona come ha confermato ieri all’assemblea Pd.

L’analisi delle contraddizioni interne al documento presentato dai Cinquestelle in Parlamento ci aiuta a capire a quali mostruosità di sintassi politica porti questo progetto di Conte.

Nella risoluzione a prima firma Luca Pirondini presentata al Senato, i Cinquestelle dichiarano di volere un’Europa che tenga testa a Donald Trump (come il Pd), ma si guardano bene dal mettere a sua disposizione gli strumenti per farlo. Dichiarano (come il Pd) che l’interesse italiano si realizza all’interno di quello europeo, che l’integrazione va difesa dalle pressioni esterne e dai ripiegamenti nazionalisti; poi, però, arriva l’Ucraina e qui il sostegno militare europeo diventa responsabile di allontanare la pace.

Propongono un mediatore europeo (come il Pd) e rinviano a una conferenza di pace, ma non spiegano come convinceranno Vladimir Putin a concluderla con un accordo rispettoso dell’indipendenza ucraina. Che fare se Putin insiste, come conferma quotidianamente, nel volere tutto il Donbas e pensa di ottenere di più continuando a bombardare un nemico disarmato?

La stessa ambiguità riguarda la difesa europea. Il Movimento 5 stelle chiede una «vera difesa comune europea» (come il Pd) ma fuori dalla Nato e senza riarmo, e denuncia la «parabola bellicista tracciata dall’Unione europea».

In sintesi, su quella che definisce «la guerra russo-ucraina», il Movimento 5 stelle è isolato rispetto a tutta la sinistra europea: Socialisti, Verdi e liberali, come il Pd, il Psoe e la Spd, hanno sostenuto l’Ucraina, pur con differenze tra loro, ma senza mettere in dubbio il nesso tra aiuto militare e negoziato. Le posizioni vicine a quelle del M5S stanno altrove: nelle destre sovraniste che parlano di «pace» per significare resa, in settori dei Patrioti, in Viktor Orbán, in AfD. Non sarà una complicità, ma è una convergenza oggettiva, e un movimento che si dice progressista dovrebbe chiedersi come mai si ritrova lì.

Anche su Israele e Palestina le posizioni di Cinquestelle e Pd prima si accostano e poi divergono. La risoluzione Pirondini chiede il riconoscimento immediato dello Stato palestinese (come il Pd), ma «quale Stato democratico e sovrano», formula che il Pd non ha mai espresso, credo e spero: in Cisgiordania non si vota per le politiche dal 2006 e Abu Mazen governa per decreto dal 2009. Di più: si chiedono restrizioni all’ingresso nell’Unione per chiunque abbia prestato servizio nelle forze armate israeliane dall’inizio del conflitto, una sanzione collettiva che colpirebbe anche chi ha manifestato contro Benjamin Netanyahu e che stride fastidiosamente con il diritto internazionale cui la risoluzione si richiama.

Di fronte a questo centrosinistra, i gruppi politici che si collocano contro il bipopulismo credo abbiano chiaro che una sua vittoria rappresenterebbe un cappottamento di tutta la storia politica italiana di ispirazione liberale, socialista, popolare, democratica. L’alternativa che si presenta oggi è quella, finora perseguita con coerenza, di costruire una lista che abbia la forza elettorale di contrapporsi a entrambi gli schieramenti, tanto da precludere loro l’accesso al premio di maggioranza. In questo caso si torna al sistema proporzionale puro che ci ha accompagnato dal 1948 al 1992, dove i governi si formano in Parlamento e le forze centriste moltiplicano il loro potere di determinare programma e compagine di governo.

Il rischio è di non avere questa forza, e molto dipenderà da come sapranno muoversi Carlo Calenda con Azione per convincere gli elettori liberali e moderati cui si rivolge, e Pina Picierno con Spazio Pubblico per conquistare un nuovo elettorato proveniente dal mondo liberale progressista (radicale o liberal-socialista) e dal riformismo ancora interno al Pd o già lontano da un partito visto come troppo incline al massimalismo e troppo vicino ai Cinquestelle.

Dell’altro corno dell’alternativa ha già cominciato a parlare Luigi Marattin, col suo piccolo e diviso Pld (il presidente Andrea Marcucci ha preso le distanze dal segretario), che guarda a un’alleanza col centrodestra formato da Meloni e senza Roberto Vannacci.

Qui è Rodi, qui salta (per arrivare al Rubicone c’è ancora un po’ di tempo, ma non troppo).

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Il problema dello Stabilicum non è chi vincerà troppo, ma chi non potrà partecipare

Si può contestare lo Stabilicum (a cominciare dall’orrendo nome) senza annunciare la fine della democrazia. Sul Domani di mercoledì scorso anche Andrea Pugiotto, un costituzionalista di provata serietà, ha fra le altre cose denunciato il rischio che una minoranza elettorale, trasformata dal premio in maggioranza parlamentare, metta le mani senza ostacoli sulle istituzioni di garanzia.

Il problema merita attenzione, il pericolo sembra davvero remoto: il massimo che una coalizione può raggiungere alla Camera, comprendendo il tetto del premio fissato a 220 deputati e l’improbabile vittoria in tutti i collegi esteri, è di 228 deputati. I quattro gruppi della maggioranza più qualche eletto del gruppo misto ne contano già oggi 237. Al Senato dati simili. Per eleggere da soli i giudici costituzionali i seggi del premio non bastano. E ciò vale per tutti gli organi di garanzia fino al presidente della Repubblica.

Questo non ci fa piacere la legge, per nulla. Impone però di spiegare quale nuovo potere di sopraffazione introdurrebbe rispetto alla situazione presente. Il governo ha voluto a tutti i costi una nuova legge elettorale, sì ma, evaporati nel tempo gli appetiti di marca orbaniana, essenzialmente per una ragione: cancellare il rosatellum vigente fino a ieri avrebbe dato una spinta troppo forte, nei collegi uninominali, a una opposizione unita. Questo risultato il governo l’ha ottenuto, sul resto non ha forzato troppo.

La prudenza della maggioranza ha una spiegazione politica plausibile: nessuno sa chi vincerà. La partita è aperta e un centrosinistra sufficientemente largo può prevalere. Difficile immaginare che Meloni voglia consegnare ai suoi avversari un potere di vita e di morte sulle istituzioni. Anche chi scrive le regole pensando al proprio interesse deve fare i conti con la possibilità di perdere.

Giovanni Donzelli, uno dei dirigenti di FdI più vicino a Meloni, nella sua dichiarazione di voto alla Camera, ha annunciato che con lo Stabilicum si apriva l’ingresso nella Terza Repubblica. Un entusiasmo giovanile leggermente sproporzionato rispetto all’evento. Per fortuna, una Repubblica non cambia numero ogni volta che si cambia il sistema di assegnazione dei seggi.

Con il premierato il discorso sarebbe stato diverso: l’investitura diretta del capo del governo avrebbe inciso sul rapporto fra esecutivo, Parlamento e presidente della Repubblica. Quella sì sarebbe stata una trasformazione dell’ordinamento. A mio giudizio, più che verso una Terza Repubblica, nella direzione pre-repubblicana del primato del capo sui contrappesi.

Oggi abbiamo una legge elettorale brutta assai, non una catastrofe costituzionale già consumata. Il premio va criticato perché  distorce la rappresentanza, ma senza attribuirgli automaticamente la capacità di cancellare le garanzie, insomma.

I ricorsi annunciati dalla Rete per un voto libero e uguale investono sei punti: il premio, il collegamento fra le elezioni delle due Camere, la libertà di scelta degli eletti, la parità di genere, l’indicazione obbligatoria del candidato premier e le firme richieste per presentare le liste. Sono contestazioni di peso diverso. Non sono ancora davanti alla Consulta: saranno anzitutto i giudici aditi a valutare se rimetterle alla Corte. Un elenco di obiezioni non è una sentenza.

Fra queste, una meriterebbe senz’altro la cancellazione. Per una lista nuova, priva delle agevolazioni riservate a chi è già dentro, il minimo delle firme richieste alla Camera quadruplica: da 1.500 a 6.000 per collegio. Chi occupa il Parlamento rende molto più difficile l’accesso ai concorrenti. Questo sì offende i principi costituzionali.

Il problema più evidente non è che qualcuno possa vincere troppo. È che qualcun altro rischi di non poter nemmeno concorrere. Per difendere la democrazia, prima di annunciarne la morte, comincerei a restituirgli ossigeno.

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