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Per le partite Iva flat tax fino a 100mila euro (con pasticcio sull’Iva): risparmi fino a 10mila euro. Nuova picconata del governo all’equità fiscale

La Commissione europea sta esaminando l’allargamento della flat tax per le partite Iva da 85mila a 100mila euro di ricavi e compensi, inserito dal governo Meloni nella manovra per il 2027. Qualche indicazione in più potrebbe arrivare il 24 novembre, quando Bruxelles presenterà il pacchetto d’autunno del semestre europeo. Non è un caso: nelle raccomandazioni specifiche per l’Italia del 2025 è stato messo nero su bianco che la proliferazione dei regimi a imposta sostitutiva erode ulteriormente la già svuotata base imponibile Irpef, affossa l’equità del sistema tributario – contribuenti con lo stesso reddito sono sottoposti ad aliquote molto diverse – e riduce la redistribuzione. Oltre a scoraggiare la crescita delle imprese, eufemismo dietro cui si nasconde il chiaro incentivo a nascondere redditi per rimanere sotto la soglia.

Poco importa per la Lega, che ha chiesto e ottenuto di ampliare ulteriormente il regime forfettario già applicato da più del 50% degli autonomi a favore di una piccola platea di partite Iva con redditi alti e nonostante il limite europeo per l’esenzione Iva fissato proprio a 85mila euro. Per i ricavi che superano quella cifra scatteranno quindi gli obblighi Iva (applicazione in fattura, versamento allo Stato, gestione della contabilità), complicando ulteriormente il quadro. Il tutto al costo di 260 milioni di euro l’anno, che si aggiungono ai 3,49 miliardi di minori entrate annue determinate dalla flat tax secondo l’ultimo Rapporto annuale sulle spese fiscali del ministero dell’Economia, che considera sia gli effetti sulle imposte dirette sia sull’Iva.

“Un professionista risparmierà 10mila euro di tasse. Per un dipendente che guadagna la metà imposta doppia“

La tassa piatta, dicono tutti gli osservatori, è un grave danno per l’equità orizzontale. In base alla Costituzione, cittadini con la stessa capacità contributiva dovrebbero essere sottoposti a un prelievo comparabile, mentre il forfettario riserva un trattamento di favore solo perché la fonte di reddito è il lavoro autonomo. L’Ufficio parlamentare di bilancio a fine 2022, quando la soglia è stata portata a 85mila euro, ha calcolato che i nuovi aderenti avrebbero ottenuto un risparmio di imposta medio di circa 7.700 euro l’anno rispetto a un lavoratore dipendente con lo stesso reddito e un quarto dei professionisti avrebbe beneficiato di uno sconto superiore a 13.264 euro. Con le novità previste per il 2027, attacca Maria Cecilia Guerra, capogruppo del Pd in commissione Bilancio alla Camera, “chi resta in Irpef può ottenere un taglio fiscale da zero a 500 euro, mentre un professionista che passa alla flat tax può beneficiare di uno sconto da 7.237 a 9.890 euro, oltre a non pagare più le addizionali Irpef, che possono superare i 2.000 euro”. Il che rappresenta anche un problema non da poco per le casse degli enti locali.

Il segretario confederale della Cgil Christian Ferrari calcola che un professionista benestante con compensi lordi da 100.000 euro pagherà, nel 2027, “8.658 euro. Un lavoratore dipendente con un reddito da 51.000 euro lordi ne pagherà invece 14.030: pur percependo la metà, avrà un’imposta quasi doppia. Il primo risparmierà circa 10.000 euro all’anno, il secondo 100 euro all’anno” con l’aumento a 55mila del limite dello scaglione a cui si applica l’aliquota del 33%. “Inoltre, l’autonomo sarà completamente esentato dal pagare le addizionali locali, il dipendente continuerà a pagare in media 1.428 euro per finanziare i servizi pubblici regionali e comunali”. Va ricordato che i 100mila euro di compensi lordi non coincidono però con il guadagno effettivo, che viene stimato applicando ai ricavi coefficienti di redditività stabiliti per legge, differenti a seconda dell’attività, e sottraendo i contributi previdenziali obbligatori. Nel caso delle attività professionali, a fronte di 100mila euro di ricavi il reddito forfettario è di 78.000 euro.

Perché non fa emergere il nero

Il regime forfettario era nato nel 2015 con soglie di ricavi differenziate per attività, con un massimo di 40mila euro. Nel 2019 il governo Conte I, su spinta del Carroccio, ha introdotto il tetto unico di 65mila euro. Nel 2023 il governo Meloni ha portato la soglia a 85mila euro, con uscita immediata dal regime nell’anno per chi supera i 100mila. La giustificazione politica per ogni nuovo innalzamento è che sottoporre i redditi ad aliquote più basse dovrebbe incentivare i contribuenti a dichiarare tutti i ricavi, facendo emergere il nero e consentendo di recuperare almeno in parte il gettito perso. Promessa che non ha riscontri, anzi. Nel 2022 la Commissione di esperti indipendenti incaricata dal Mef di stimare l’evasione fiscale aveva segnalato il rischio di un “effetto di autoselezione“. Se superare una certa quota di introiti comporta la perdita di un trattamento fiscale vantaggioso come la tassa piatta, il contribuente è indotto a non oltrepassarla dichiarando meno di quanto incassa. Far salire il tetto a 100mila euro ma con la tagliola dell’Iva che scatta sopra gli 85mila peggiorerà la situazione.

L’economista Alessandro Santoro, già presidente della Commissione, nel libro Evasione fiscale – Ridurla (molto) si deve e si può ha confrontato i redditi medi dichiarati dai forfettari e dai contribuenti Irpef prima e dopo l’innalzamento della soglia per verificare se si sia materializzato un effetto emersione. Dopo che nei primi anni di applicazione, tra il 2016 e il 2018, la media di chi aveva la flat tax era cresciuta più di quella dei contribuenti Irpef, dopo che (nel 2019) il tetto è arrivato a 65mila euro la dinamica si è invertita. Considerando i redditi dichiarati nel 2023 e nel 2024, il reddito medio dei forfettari risulta aumentato del 23,7% rispetto al 2019, a 17.190 euro mentre per gli autonomi e gli imprenditori individuali rimasti nell’Irpef l’incremento è stato del 21,1%, fino a 40.900 euro. Una differenza troppo contenuta per dimostrare che l’allargamento del regime abbia ridotto il nero.

Il pasticcio dell’Iva tra 85mila e 100mila euro

Ciliegina sulla torta, c’è il nodo operativo. La soglia di 85mila euro è anche il limite massimo previsto dalla normativa europea per la franchigia Iva delle piccole imprese. Portarla a 100mila euro ai fini delle imposte sui redditi non significa automaticamente estendere anche l’esenzione dall’Iva. Il governo intende separare i due trattamenti: mantenere la flat tax al 15%, o al 5% per chi ne ha diritto, anche per chi fattura tra 85mila e 100mila euro, facendo però scattare gli obblighi Iva oltre la vecchia soglia. Chi vende servizi direttamente ai consumatori dovrà quindi aumentarne il prezzo finale, a meno di non voler comprimere il proprio margine. L’imposta pagata sugli acquisti potrà essere poi detratta da quella da versare allo Stato. Ma il tutto comporta una serie di nuovi adempimenti amministrativi che potrebbero rendere dubbia la convenienza.

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Divieto social ai minori, stop della Commissione Ue: “Leggi nazionali rinviate per un anno, prima il nostro regolamento Kids act”

Dopo il divieto social per i minori approvato dalla Grecia, primo paese in Europa a varare il ban, arriva lo stop di Bruxelles. “La Commissione ha deciso di rinviare di 12 mesi qualsiasi progetto di legge nazionale che si sovrapponga alle future norme armonizzate, ritenendolo fondamentale per evitare una frammentazione del nostro mercato interno”, ha dichiarato Thomas Regnier, portavoce della Commissione Ue. “Per salvaguardare il lavoro dei nostri co-legislatori, dobbiamo ora concentrarci sui negoziati relativi all’EU Kids Act e garantire un’efficace applicazione delle nostre norme”, ha aggiunto il funzionario di Bruxelles. Come effetto del rinvio, l’avvocato Stefano Bertone e Antonio Affinita (Moige) indicano i rischi sulla salute pubblica, ricordando la sanzione inflitta a Meta dal tribunale del New Mexico.

In attesa del provvedimento europeo per proteggere i più giovani, Regnier ha citato il Digital service act come strumento di tutela. Il portavoce della Commissione ha lanciato lo stop alle cancellerie del Vecchio Continente esprimendo il parere di Bruxelles sulla proposta di legge austriaca, con il ban previsto fino a 14 anni. La decisione del rinvio si ripercuote anche sull’Italia. Pochi giorni fa la presidenza del Consiglio dei ministri aveva lasciato trapelare sulle pagine di Repubblica la linea di Giorgia Meloni. La premier “non è contraria o ostile” al divieto per i giovanissimi. Tuttavia mai hai espresso il suo favore esplicito verso il ban dai social network, contenuto nel disegno di legge 1136, fermo da oltre un anno in attesa dei pareri del governo, ma con il via libera incassato proprio dall’Europa. Fratelli d’Italia, con Lavinia Mennuni, aveva esortato il Parlamento ad approvare il provvedimento, anche un emendamento per tutelare i giovani. Invito subito raccolto dal Partito democratico e Italia Viva. Ma ora il progetto bipartisan potrebbe arenarsi, dopo la decisione annunciata da Bruxelles.

Il portavoce Ue ha indicato l’Italia tra gli Stati che hanno già notificato le proprie leggi alla Commissione, insieme a Slovenia, Belgio e Francia. “Il lavoro è in corso”, ha detto Regnier, precisando che “questo non cambierà la nostra posizione di base: non frammenteremo il nostro mercato interno. Se lo si fa, con età diverse e leggi diverse nei vari Stati membri, diventa quasi impossibile far rispettare le norme”. La Commissione europea punta ora ad approvare la sua proposta di regolamento battezzata Kids act, accelerando il trilogo dei negoziati con Consiglio e Parlamento europeo.

Il divieto social è fortemente sostenuto dalle associazioni delle famiglie promotrici della class action contro Meta e TikTok, per i possibili danni ai minori. Tra le sigle c’è il Moige, Movimento genitori italiani. Il direttore generale Antonio Affinita, interpellato da ilfattoquotidiano.it esprime stupore per la mossa di Bruxelles: “Molto grave lo stop al divieto, si tratta di una ingerenza nelle politiche sulla salute pubblica degli Stati membri, un tema su cui gli i governi nazionali restano sovrani. Di fatto è impedito di legiferare in attesa di un provvedimento europeo”, ha dichiarato Affinita. “Del resto siamo perplessi sul Kids act, a partire dalla soglia troppo bassa fissata a 13 anni, come è già ora”, conclude il direttore generale. Il Moige aveva elencato 8 profili critici del provvedimento in discussione a Bruxelles, per tutelare i giovani dalle conseguenze dei social network. Ad esempio, l’assenza di responsabilità economica, penale e civile per i danni che un minore può subire. Oppure il parental control, eludibile, difficile da comprendere per i non esperti e interamente a carico dei genitori. I limiti di sicurezza da imporre alle piattaforme, secondo il Moige, troppo lasco e senza garanzie concrete. Infine, l’incertezza sulle sanzioni.

Anche l’avvocato Stefano Bertone, tra i legali del team della class action contro Meta e TikTok, si concentra sui rischi del rinvio di Bruxelles sulla salute pubblica: “La sopravvivenza e la salute mentale dell’età adolescenziale è una pretesa dell’oggi, non di dopodomani o tra 12 mesi”. L’avvocato ricorda il precedente legale negli Stati Uniti, con la maxi sanzione per i danni ai minori inflitta alla casa madre di Facebook e Instagram: la priorità è “evitare che si moltiplichino e aggravino anche da noi gli effetti di quella ‘tempesta’ che ha investito la salute mentale di milioni di adolescenti nel Nuovo Messico, come ha dichiarato il tribunale locale poche settimane fa, condannando Meta a quasi un miliardo di dollari di sanzioni”.

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Ciclone Harry, dall’Ue 74,9 milioni all’Italia: a cosa serviranno gli aiuti

Arrivano gli aiuti dell’Unione europea per le aree colpite dal ciclone Harry nello scorso gennaio. L’Italia in particolare riceverà 74,9 milioni di euro da parte del Parlamento europeo che ha approvato lo stanziamento nell’ambito del Fondo di solidarietà dell’Ue, lo strumento comunitario che aiuta gli Stati membri a fronteggiare le conseguenze delle grandi calamità naturali. Le risorse serviranno a contribuire agli interventi necessari per superare i danni provocati dalla tempesta e favorire il ritorno alla normalità nei territori interessati.

Il via libera è arrivato il 21 ottobre 2026 a Strasburgo, con 651 voti favorevoli, 17 contrari e 3 astensioni. L’erogazione dei fondi deve ora passare attraverso l’approvazione formale del Consiglio dell’Unione europea, prima del trasferimento delle risorse da parte della Commissione europea.

Ciclone Harry, quanto riceverà l’Italia dall’Unione europea

La somma prevista per l’Italia ammonta a 74,9 milioni di euro. Si tratta di un sostegno finanziario destinato agli interventi di ripristino nelle zone colpite dal ciclone Harry, che ha interessato il Paese nel gennaio 2026. Il finanziamento rientra in un pacchetto complessivo da 489 milioni di euro approvato dal Parlamento europeo per aiutare quattro Paesi a far fronte ai danni provocati da eventi meteorologici estremi.

Oltre all’Italia, sono coinvolti Malta, che riceverà 3,7 milioni di euro per le conseguenze della stessa tempesta Harry, il Portogallo e la Spagna, colpiti da gravi inondazioni nel febbraio 2026. Nel dettaglio, sono previsti 261,5 milioni di euro per il Portogallo e 149,1 milioni per la Spagna. La ripartizione delle risorse riflette le richieste di assistenza presentate dai singoli Paesi in relazione ai danni subiti.

A cosa serviranno i fondi per il ciclone Harry

Le risorse europee sono destinate a sostenere il ripristino delle aree danneggiate dalla tempesta. Il Fondo di solidarietà dell’Ue interviene infatti per aiutare gli Stati a gestire le conseguenze di calamità naturali particolarmente gravi e a finanziare le operazioni necessarie per il recupero dei territori colpiti.

Il sostegno non va quindi interpretato come un contributo erogato direttamente a tutte le famiglie o alle imprese danneggiate. Si tratta, piuttosto, di fondi pubblici destinati agli interventi ammissibili previsti dal meccanismo europeo, secondo le procedure e le condizioni stabilite per il loro utilizzo. L’obiettivo è contribuire alle spese legate alla gestione dell’emergenza e al ripristino delle condizioni essenziali nelle aree interessate. L’effettiva destinazione delle somme dipenderà dagli interventi riconosciuti ammissibili e dalle modalità di attuazione previste dalle autorità competenti.

Fondo di solidarietà Ue, come funziona

Il Fondo di solidarietà dell’Unione europea è stato istituito per consentire all’Ue di fornire un sostegno finanziario agli Stati membri colpiti da gravi calamità naturali. Può essere attivato, in presenza dei requisiti previsti, per contribuire a coprire alcune spese pubbliche sostenute per affrontare l’emergenza e ripristinare servizi e infrastrutture essenziali.

Il fondo rappresenta uno strumento di solidarietà tra Paesi europei: permette di affiancare le risorse nazionali quando un evento eccezionale provoca danni rilevanti e richiede interventi straordinari. L’approvazione del Parlamento europeo è un passaggio importante, ma non coincide ancora con il trasferimento effettivo del denaro. Nel caso degli aiuti per il ciclone Harry, resta necessaria l’approvazione formale del Consiglio Ue, dopodiché la Commissione europea potrà procedere con il finanziamento.

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Booking.com sotto indagine Ue: annunci falsi, phishing e pubblicità poco trasparente

È stata aperta un’indagine formale su Booking.com da parte della Commissione europea. L’obiettivo è verificare come la piattaforma contrasti truffe e frodi ai danni di chi prenota le proprie vacanze. L’annuncio è del 20 ottobre 2026 e si basa sul Digital Services Act (Dsa), il regolamento europeo che impone obblighi stringenti alle grandi piattaforme online.

Sotto la lente finiscono così:

  • annunci falsi;
  • messaggi di phishing che sfruttano i dati delle prenotazioni;
  • trasparenza degli annunci sponsorizzati.

Perché la Commissione indaga su Booking

A partire dal 25 aprile 2023, Booking.com è designata come “piattaforma online di dimensioni molto grandi”. Questa è una specifica categoria del Dsa soggetta agli obblighi più severi. Le grandi piattaforme devono individuare, analizzare e ridurre i cosiddetti “rischi sistemici” legati ai propri servizi.

Questo comprende ovviamente anche frodi e truffe. Secondo la Commissione, Booking potrebbe non aver rispettato questi obblighi. Un’indagine che nasce da un’analisi preliminare delle valutazioni del rischio (presentata tra il 2023 e il 2026). Al centro ci sono i rapporti di trasparenza e le risposte fornite alle richieste di informazioni. Un lavoro complesso, durato a lungo e svolto in collaborazione con l’Autorità olandese per i consumatori e i mercati (il Paese in cui ha sede il gruppo).

In merito si è espressa Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia:

Gli europei dovrebbero poter prenotare le proprie vacanze senza il timore di essere truffati. Il Digital Services Act stabilisce responsabilità chiare per le piattaforme nell’affrontare questi rischi e dobbiamo assicurarci che la principale piattaforma di prenotazione in Europa prenda sul serio queste responsabilità.

Annunci falsi e strutture irregolari

Uno dei fronti più importanti riguarda gli annunci truffa. Un problema che grava sulle spalle dei clienti che prenotano e degli host che affittano. La Commissione vuole capire se Booking abbia valutato e contrastato in modo adeguato il rischio di inserzioni false.

Per capire esattamente di cosa si stia parlando, ecco un esempio. Prenotate un alloggio e all’arrivo i proprietari vi dicono, sorridenti e stupiti, che non “siete nella lista”. Non c’è alcuna traccia di voi e tantomeno del vostro pagamento. Qualcuno ha infatti ben pensato di replicare quell’annuncio, intascare i soldi e sparire.

C’è poi spazio anche per quegli annunci di strutture non conformi alle regole. Una situazione grave e complessa, che vede tutti i partecipanti perdenti, tranne ovviamente i malviventi.

Phishing e dati delle prenotazioni

Si passa poi al phishing. L’indagine esaminerà i rischi legati alle truffe che sfruttano i dati delle prenotazioni. Vi sarà capitato infatti di ricevere dei messaggi all’interno della chat privata con un host. Si chiedono solitamente conferme delle carte o nuovi pagamenti, a fronte di problemi di varia natura.

Bruxelles valuterà come Booking condivide i dati con le strutture ricettive, com’è progettato il servizio di messaggistica interno e quali tutele esistono per evitare che queste informazioni finiscano nelle mani sbagliate.

Annunci sponsorizzati e trasparenza

Che dire poi della pubblicità. Sotto esame ci sono i cosiddetti “boosted listings”. Spiegando il concetto in italiano, si parla di quelle strutture che pagano per comparire più in alto nei risultati di ricerca. Secondo la Commissione, questi annunci potrebbero non essere segnalati con sufficiente chiarezza come pubblicità.

Gli utenti potrebbero non sapere chi ha pagato per quella vetrina, ritenendo che la posizione migliore corrisponda a una più elevata qualità dei servizi o dei locali. Un aspetto tutt’altro che secondario, perché influenza le scelte di chi confronta prezzi e strutture prima di prenotare.

Cosa rischia Booking

Le presunte violazioni riguardano gli articoli 34 e 35 del Dsa, sugli obblighi di valutazione e riduzione dei rischi sistemici, e l’articolo 26, paragrafo 1, sulla corretta identificazione della pubblicità. Di per sé, ovviamente, l’apertura dell’indagine non corrisponde a una colpa, ancora tutta da appurare.

Questo processo consente però alla Commissione di raccogliere ulteriori prove e adottare diversi strumenti:

  • misure provvisorie;
  • decisione di non conformità;
  • accettazione di impegni da parte di Booking per risolvere le criticità.

In base alle regole generali del Dsa, in caso di violazione accertata le sanzioni possono arrivare fino al 6% del fatturato mondiale annuo della società. Parliamo di circa 1,4 miliardi di euro.

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Appalti pubblici più green, ma senza escludere le Pmi

La Commissione europea propone una riforma degli appalti pubblici. Tra i criteri di aggiudicazione dà più peso a economia circolare e innovazione sostenibile. Il rischio è che procedure più complesse penalizzino le microimprese. Ecco come salvaguardarle.

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