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Così Sipal prepara il salto dalla difesa all’economia dello spazio. Parla Venanzetti

Dopo un percorso di riorganizzazione e sviluppo tecnologico, Sipal si prepara a una nuova fase industriale. La società del gruppo Fininc punta su prodotti proprietari, manutenzione predittiva e realtà aumentata, con l’ambizione di rafforzarsi nella difesa e di entrare nel settore spaziale. Airpress ne ha parlato con il direttore generale Marco Venanzetti.

Il percorso di trasformazione di Sipal arriva a un passaggio decisivo. Quali sono i risultati più importanti di quest’anno?

Stiamo completando il progetto di trasformazione, o meglio di rivalorizzazione, previsto dal nostro piano industriale quinquennale. Vogliamo concentrare Sipal su due grandi ambiti, le tecnologie e la sicurezza. Abbiamo concluso la ristrutturazione organizzativa e diversi programmi di sviluppo interno che ci permettono di presentarci sul mercato con prodotti avanzati, soprattutto nell’elettronica.

Penso alle soluzioni che integrano intelligenza artificiale e realtà virtuale nelle attività di gestione, manutenzione e addestramento. Abbiamo iniziato a investire in queste tecnologie circa cinque anni fa e ora disponiamo di due o tre prodotti già pronti, che stanno suscitando un forte interesse.

Un altro risultato riguarda l’asset management. Abbiamo trasferito in nuovi ambiti l’esperienza maturata nel settore autostradale, dove dopo il crollo del ponte Morandi è diventato essenziale sviluppare strumenti per monitorare le infrastrutture critiche e prevenire situazioni di rischio. Oggi disponiamo di una piattaforma la cui componente software è interamente nostra, un elemento che ci garantisce indipendenza e capacità di personalizzazione.

Abbiamo inoltre avviato alcune alleanze industriali per combinare le nostre competenze con quelle di altre aziende. È la base su cui intendiamo costruire la crescita del 2027 e degli anni successivi, portando progressivamente queste soluzioni anche fuori dall’Italia e dall’Europa. Abbiamo già contatti in alcuni Paesi e, in qualche caso, le nostre tecnologie sono entrate nelle selezioni dei potenziali clienti. Sono primi passi, ma vogliamo consolidare la presenza internazionale.

Entriamo nelle tecnologie. Come funziona Ipac e quali possibilità apre l’intelligenza artificiale per addestramento e manutenzione?

L’intelligenza artificiale è un campo vastissimo e non pretendiamo di applicarla a tutto. Abbiamo scelto ambiti precisi, a partire da Ipac, uno dei nostri prodotti di punta. Attraverso un visore e modelli digitali possiamo riprodurre asset complessi, come il motore di un aeroplano o un satellite, e consentire agli operatori di addestrarsi senza avere fisicamente a disposizione il componente.

Per formare un manutentore aeronautico, ad esempio, normalmente occorre il velivolo. Con una riproduzione digitale sufficientemente fedele è invece possibile esercitarsi sulle procedure di manutenzione, con un significativo risparmio di risorse. Il sistema permette anche l’assistenza a distanza. Se un aereo si trova in Arabia Saudita e sul posto manca uno specialista, un esperto collegato da Roma può entrare nell’ambiente virtuale sotto forma di avatar e guidare il personale nelle operazioni. La blockchain consente inoltre di certificare e registrare le attività svolte.

Un secondo campo è la manutenzione predittiva. Attraverso sensori, telecamere e algoritmi possiamo analizzare l’usura dei componenti e prevedere quando sarà necessario intervenire. Non si tratta più di sostituire un pezzo a una scadenza fissa, ma di programmare la manutenzione in base alle sue condizioni effettive. Questo consente di ridurre i costi e di anticipare possibili malfunzionamenti.

Applichiamo lo stesso principio anche alle infrastrutture critiche. Su un ponte, ad esempio, è possibile monitorare spostamenti, temperatura, umidità e infiltrazioni. L’intelligenza artificiale aiuta a interpretare l’evoluzione di questi parametri e a generare avvisi quando emergono segnali di degrado.

In che modo queste soluzioni rispondono alle esigenze delle aziende della difesa e dell’aerospazio?

Ritengo che aver avviato la ricerca cinque anni fa ci dia oggi un vantaggio tecnologico. Nel confronto con altre realtà noto una differenza sostanziale, noi abbiamo prodotti disponibili, mentre altri stanno ancora sviluppando idee. Questo ci permette di rispondere a problemi operativi molto concreti.

Recentemente un’azienda spaziale ci ha descritto le difficoltà incontrate durante l’assemblaggio dei satelliti. Gli operatori devono interrompere il lavoro per consultare un manuale, recuperare uno strumento o verificare una misurazione, accumulando tempi morti. Con un visore che mette tutte le informazioni davanti agli occhi, possono rimanere alla propria postazione e ridurre sensibilmente i tempi di assemblaggio. Noi abbiamo già un prodotto capace di offrire questa soluzione.

Il digital twin diventerà sempre più importante proprio perché permette di affiancare alle attività manuali un supporto digitale. Non è soltanto una tecnologia da sviluppare, ma uno strumento da rendere concretamente utilizzabile nei processi industriali.

Sipal è presente in India, Romania e Stati Uniti. Quale peso hanno queste realtà e su quali altri mercati intendete puntare?

Le tre società svolgono funzioni diverse. Sipal India è in forte crescita e lavora soprattutto nel supporto ingegneristico e informatico. SIPAL Romania si occupa principalmente di costruzioni, attrezzature e carpenteria metallica e costituisce una base per sviluppare il mercato dell’Europa orientale.

Negli Stati Uniti stiamo costruendo una strategia di alleanze. È un mercato difficile da affrontare, perché i grandi operatori dispongono di capacità di investimento enormi. Accanto a queste sedi, però, guardiamo anche ad altre aree nelle quali le nostre tecnologie potrebbero essere particolarmente apprezzate.

Penso all’America meridionale, ad alcune regioni dell’Asia e alle aree più tecnologicamente sviluppate dell’Africa. Ci interessano soprattutto i mercati nei quali la presenza dei grandi player internazionali è meno forte e possiamo differenziarci. Abbiamo diverse interlocuzioni aperte e un programma di business development, ma per il momento non ci sono contratti definiti. L’obiettivo è trasformare queste opportunità in una presenza commerciale più solida.

Guardando al 2027 e ai prossimi anni, quali sono le priorità industriali e gli investimenti su cui puntate?

La prima priorità è mantenere e rafforzare la nostra posizione nella sicurezza cyber-fisica, cogliendo anche le opportunità legate allo sviluppo del Gcap. Vogliamo crescere nel settore cyber e ottenere contratti significativi per la business unit Electronics, valorizzando i prodotti che abbiamo sviluppato.

Un altro obiettivo è continuare a sostenere il gruppo Fininc, che sta attraversando una fase di forte espansione. Sipal ne rappresenta un supporto tecnologico e ingegneristico e vogliamo consolidare ulteriormente questo ruolo.

Continueremo poi a investire nell’asset management, che riteniamo una tecnologia dalle grandi prospettive anche in ambito dual use. Le applicazioni possono estendersi dalle infrastrutture critiche agli ospedali, fino a sistemi di trasporto complessi come treni e navi. Intendiamo inoltre perfezionare le soluzioni di digitalizzazione e realtà aumentata. Abbiamo l’ambizione di entrare nel mondo dello spazio e stiamo valutando di presentare uno dei nostri prodotti negli Stati Uniti già a dicembre.

C’è infine una caratteristica che considero decisiva. Sipal non lavora secondo una logica di produzione in serie, ma cerca di risolvere i problemi dei clienti con soluzioni costruite sulle loro esigenze. La solidità del gruppo Fininc ci permette, quando necessario, anche di investire direttamente nello sviluppo di ciò che serve al cliente. Questa combinazione di flessibilità e capacità industriale è uno dei nostri principali vantaggi competitivi.

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Da Toronto un asse tra Italia e Canada su economia e sicurezza

Non solo Ottawa rivendica un ruolo nella costruzione degli equilibri internazionali, ma mostra chiare affinità progettuali con Roma e con le priorità che il governo ha da tempo cerchiato in rosso nello scacchiere internazionale. La missione del sottosegretario agli esteri Maria Tripodi al Forum imprenditoriale Italia–Canada, che si è svolto a Toronto, è un’ulteriore dimostrazione di come i due Paesi siano legati da visioni comuni, sia alla voce interscambio che alla voce geopolitica.

Il Forum

Il Canada è un mercato sempre più strategico per il Made In Italy, basti pensare che lo scorso anno l’export italiano ha raggiunto 6,33 miliardi di euro e, nei primi sette mesi del 2026, ha registrato un’ulteriore crescita del 4,2%. Numeri che confermano una realtà ormai certificata: l’Italia è oggi l’8° fornitore del Canada e il 12° cliente per l’export canadese. Il Forum imprenditoriale Italia–Canada, che si è svolto a Toronto alla presenza del sottosegretario Tripodi, su delega del ministro Antonio Tajani, rappresenta dunque un appuntamento fondamentale per rafforzare gli scambi commerciali e gli investimenti tra i due Paesi e creare nuove opportunità di collaborazione per le imprese italiane. Promosso dalla Farnesina, in collaborazione con Agenzia Ice, la Direzione Nazionale Armamenti del ministero della Difesa e Canadian Chamber of Commerce, ha visto snodarsi tre panel tematici dedicati a industria avanzata; energia, minerario e infrastrutture; difesa, aerospazio e sicurezza cibernetica. La cornice del sistema-Paese italiano è stata garantita dalla presenza dell’Agenzia Ice, del Gruppo Cassa Depositi e Prestiti, di Simest, di Sace, di Unioncamere e della rete diplomatica e consolare che ha accompagnato le imprese italiane nell’accesso a un mercato ad alto potenziale, mettendo a sistema competenze, strumenti e relazioni per rafforzarne la presenza internazionale.

Sicurezza economica e sviluppo di sinergie

Due gli obiettivi strategici dell’Italia, messi nero su bianco da Tripodi, la sicurezza economica e lo sviluppo di sinergie. “Il Canada – ha spiegato l’esponente del governo – è un partner di particolare rilievo per l’Italia, con cui condividiamo l’interesse a rafforzare la sicurezza economica, diversificare gli approvvigionamenti e sviluppare nuove sinergie industriali e tecnologiche. La complementarità delle nostre economie, unita alle opportunità offerte dal Ceta, crea le condizioni per sviluppare nuove collaborazioni ad alto valore aggiunto. Nel Piano d’Azione per l’Export, il Canada è un Paese prioritario: vogliamo tradurre questa convergenza strategica in maggiori opportunità di crescita, investimenti e competitività per le nostre imprese”.

Valori e realismo: l’agenda canadese

Come recentemente ribadito da Elissa Golberg, ambasciatrice del Canada in Italia, alla Sioi in occasione della presentazione dell’ultimo numero della rivista Formiche, la strategia canadese mescola valori e realismo: ovvero da un lato produttività, infrastrutture e capacità tecnologiche per ridurre l’esposizione agli shock esterni e valorizzare risorse e capitale umano, dall’altro la collaborazione tra medie potenze, che appartiene alla tradizione diplomatica canadese ma oggi assume un’urgenza maggiore. “Abbiamo un’influenza notevole dal momento in cui agiamo insieme e non individualmente. La finalità è perseguire un’autonomia strategica, non la rivalità strategica”, aveva osservato il diplomatico.

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I droni e la sfida industriale che l’Italia deve vincere

L’Italia ha una lunga tradizione di eccellenza tecnologica e una difficoltà altrettanto consolidata nel trasformarla in capacità industriale diffusa. È una contraddizione che attraversa buona parte della nostra storia economica recente e che oggi rischia di ripresentarsi in uno dei settori destinati a incidere maggiormente sulla competitività europea: quello dei sistemi autonomi e a pilotaggio remoto.

Per molto tempo abbiamo considerato i droni soprattutto come espressione di un progresso aeronautico altamente specializzato, oppure attraverso la lente delle loro applicazioni militari. Entrambe le prospettive rimangono importanti, ma restituiscono soltanto una parte del cambiamento in corso. La questione industriale più interessante riguarda ciò che accade quando queste tecnologie escono dai contesti specialistici ed entrano nell’organizzazione ordinaria delle attività economiche, modificando il modo in cui le imprese raccolgono informazioni, controllano infrastrutture, gestiscono risorse e offrono servizi.

Non è difficile immaginare le applicazioni; un’impresa agricola può utilizzare sistemi aerei per migliorare la conoscenza dei terreni e l’impiego delle risorse; un operatore infrastrutturale può effettuare ispezioni più frequenti, riducendo tempi e rischi; le amministrazioni locali possono disporre di strumenti più efficaci per il monitoraggio ambientale e la prevenzione delle emergenze. Più difficile è costruire le condizioni economiche, professionali e regolatorie perché queste possibilità diventino pratiche consolidate, accessibili anche a chi non dispone delle risorse di un grande gruppo industriale.

È qui che emerge una peculiarità italiana. La forza del nostro sistema produttivo risiede in larga misura nella sua articolazione territoriale, nella specializzazione delle piccole e medie imprese e nella capacità di sviluppare competenze lungo filiere complesse. Ma quelle stesse caratteristiche possono diventare un limite quando l’adozione di nuove tecnologie richiede investimenti iniziali, personale qualificato e una conoscenza approfondita della regolazione. L’innovazione rischia allora di concentrarsi in pochi operatori, mentre una parte consistente dell’economia continua a osservarla dall’esterno.

Per chi, come me, opera nel settore dei droni, questo è il problema industriale da affrontare. Non basta sostenere la ricerca o promuovere nuove applicazioni: siamo arrivati al punto di evoluzione, e consapevolezza nel settore, in cui occorre creare un collegamento stabile tra chi sviluppa le tecnologie, chi possiede le competenze per utilizzarle e chi potrebbe trarne un vantaggio economico.

Il protocollo d’intesa sottoscritto dal Polo Nazionale Droni, che presiedo, con DAST-Confesercenti nasce da questa convinzione. L’incontro tra una realtà impegnata nel coordinamento strategico del settore, con competenze che spaziano dall’aerospazio ai sistemi subacquei e alla difesa, e una struttura radicata nella rappresentanza economica territoriale risponde a un’esigenza che considero fondamentale: evitare che l’evoluzione tecnologica proceda separatamente dalle condizioni concrete nelle quali operano le imprese.

La collaborazione prevede percorsi di qualificazione professionale, un registro volontario per valorizzare le competenze dei piloti UAS, un osservatorio permanente sull’evoluzione del mercato italiano ed europeo e un raccordo istituzionale e territoriale capace di avvicinare le imprese alle opportunità del settore. Sono strumenti diversi, ma accomunati dalla necessità di dare maggiore continuità a un mercato nel quale l’offerta tecnologica si sviluppa spesso più rapidamente delle competenze organizzative necessarie per utilizzarla.

La formazione, in particolare, merita una considerazione meno convenzionale di quella che generalmente le viene riservata nel dibattito sull’innovazione. Nel settore aeronautico la competenza non è soltanto una risorsa produttiva: è parte delle condizioni che rendono possibile operare in sicurezza. Qualificare gli operatori, rendere riconoscibili le professionalità e favorire standard elevati significa contribuire alla credibilità economica dell’intera filiera. Un registro volontario non sostituisce naturalmente le abilitazioni previste dalla normativa, ma può concorrere a rendere più trasparente un mercato professionale ancora in evoluzione.

Da qui, il problema della regolazione è altrettanto importante. Il settore dei sistemi a pilotaggio remoto si sviluppa in uno spazio nel quale l’iniziativa privata incontra responsabilità pubbliche particolarmente delicate. La sicurezza dello spazio aereo, la protezione delle persone, l’affidabilità delle operazioni e la gestione dei dati richiedono regole rigorose. Eppure, quando il quadro applicativo risulta difficile da interpretare, sono soprattutto gli operatori di minori dimensioni a sopportarne i costi. Un’interlocuzione costante con ENAC e con i ministeri competenti può contribuire a ridurre questa distanza, senza indebolire le garanzie che rendono possibile lo sviluppo del settore.

Sarebbe tuttavia riduttivo considerare tutto questo una questione esclusivamente nazionale. L’esperienza delle crisi internazionali degli ultimi anni ha riportato i sistemi senza equipaggio al centro del dibattito sulla sicurezza, mostrando quanto rapidamente possano evolvere tecnologie utilizzabili tanto in ambito civile quanto militare. Per l’Europa, la capacità di sviluppare e mantenere competenze autonome in questo campo assume un rilievo che supera il valore commerciale delle singole applicazioni.

La sicurezza economica non si misura soltanto attraverso il controllo delle materie prime o la disponibilità di capacità manifatturiere, ma dipende anche (e sempre di più) dalla possibilità di governare tecnologie, dati e servizi dai quali settori sempre più ampi dell’economia finiranno per dipendere. Nel caso dei droni, questo significa guardare oltre la piattaforma aerea e considerare l’intera filiera: sensoristica, software, comunicazioni, manutenzione, trattamento delle informazioni e competenze operative.

L’Italia ha le risorse industriali per partecipare a questa trasformazione, ma la qualità delle singole eccellenze non garantisce, di per sé, la solidità del sistema. Una filiera diventa strategica quando le competenze riescono a circolare, quando le imprese possono collaborare e quando la ricerca trova un mercato capace di assorbirne i risultati. Anche per questo considero importante la creazione di un osservatorio permanente, che consenta di leggere l’evoluzione della domanda e degli standard aeronautici, orientando la formazione e le iniziative territoriali sulla base delle necessità effettive del mercato.

C’è infine una dimensione di questa iniziativa alla quale tengo particolarmente. Il protocollo nasce dall’incontro tra due organizzazioni guidate da donne, in un comparto nel quale la leadership femminile è ancora lontana dall’essere ordinaria. Non credo certamente che il valore di questa circostanza debba essere ricercato in una presunta differenza tra modelli di gestione maschili e femminili: il punto è piuttosto la necessità di ampliare la partecipazione ai luoghi nei quali si prendono decisioni tecnologiche e industriali. Un settore che aspira a innovare l’economia deve essere capace di innovare anche i propri meccanismi di selezione e valorizzazione del capitale umano.

Naturalmente, nessun protocollo può sostituire il lavoro necessario per costruire una filiera competitiva. La sua utilità andrà giudicata dalla capacità di produrre competenze riconosciute, coinvolgere imprese, facilitare l’accesso alle tecnologie e consolidare relazioni efficaci con le istituzioni.

La posta in gioco, però, è più ampia del futuro di un singolo comparto. L’Italia deve decidere se continuare a considerare le tecnologie avanzate come patrimoni di eccellenza concentrati in pochi settori oppure farne una componente ordinaria della propria competitività. Nel caso dei droni, la differenza si misurerà meno nel numero di velivoli che saremo capaci di produrre o utilizzare che nella qualità dell’ecosistema industriale e professionale che sapremo costruire intorno a essi.

È su questo terreno che si giocherà una parte della nostra autonomia tecnologica. E, soprattutto, della nostra capacità di trasformare l’innovazione in crescita economica duratura.

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Dal dominio cyber al sistema-Paese. Il prossimo passo della Sicurezza Nazionale

Il disegno di legge governativo A.S. 2028, “Disposizioni per il rafforzamento e l’adeguamento della capacità di difesa nazionale”, attualmente all’esame del Senato, rappresenta un passaggio importante nell’evoluzione della sicurezza italiana. L’articolo 7 propone di introdurre nel codice dell’ordinamento militare una definizione dello spazio cibernetico di interesse nazionale per la difesa e la sicurezza militare dello Stato. Ne affida l’identificazione e l’aggiornamento al Ministro della difesa e precisa le responsabilità del Capo di stato maggiore della difesa, individuato quale autorità cyber del Ministero. Il testo prevede la tutela di questo spazio anche in tempo di pace, attraverso operazioni cibernetiche difensive, mantenendo ferme le competenze delle altre autorità e degli organismi preposti alla sicurezza nazionale.

Si tratta di una scelta coerente con l’evoluzione del contesto strategico, che rafforza l’inquadramento normativo di capacità già presenti nello strumento militare. Le operazioni nel cyberspazio sono strumenti ricorrenti di pressione, raccolta informativa, sabotaggio e preparazione delle operazioni militari. Attribuire responsabilità precise e definire una chiara catena di comando rappresenta quindi un passo necessario. L’ulteriore passo riguarda la capacità di collegare questi interventi alla resilienza dell’intero sistema-Paese.

La trasformazione della sicurezza nazionale richiede infatti che lo Stato continui a funzionare quando è sottoposto contemporaneamente a pressioni e attacchi provenienti da domini diversi. La difesa del territorio e dei suoi confini rimane essenziale. La sicurezza nazionale comprende però anche la protezione delle funzioni e delle interdipendenze dalle quali dipendono la vita del Paese e la sua libertà di decisione. Il rafforzamento delle capacità nei domini terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico deve quindi accompagnarsi a una visione delle relazioni che li collegano.

La competizione strategica può mirare sia al controllo del territorio sia a compromettere il funzionamento del sistema nazionale. Un’interruzione delle reti energetiche, un attacco alle comunicazioni satellitari, il blocco di una catena logistica, una campagna di disinformazione o un’operazione cyber contro il sistema finanziario possono produrre effetti strategici anche senza un’offensiva militare convenzionale. Gli obiettivi possono essere molteplici: disorganizzare i servizi, danneggiare le infrastrutture, ridurre la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, aumentare i costi economici e limitare la capacità di reazione dello Stato.

Per questa ragione la sicurezza nazionale deve essere valutata anche attraverso la capacità dell’intero sistema-Paese di mantenere le proprie funzioni essenziali, ripristinare quelle compromesse e adattarsi a condizioni mutate. Le interdipendenze rendono possibile la propagazione degli effetti da un settore all’altro: un’interruzione dell’energia può compromettere comunicazioni, trasporti e servizi finanziari, ampliando le conseguenze dell’attacco iniziale.

La competizione strategica si sviluppa anche al di sotto della soglia del conflitto armato. Strumenti economici, tecnologici, informativi, cibernetici, spaziali e militari possono essere combinati, con intensità variabile, per esercitare pressione e modificare gli equilibri strategici. Questa continuità della competizione richiede capacità di prevenzione, risposta e adattamento anche in assenza di ostilità aperte.

Una simile realtà richiede un’architettura della sicurezza capace di collegare Forze armate, intelligence e cybersicurezza con industria, ricerca, università, infrastrutture critiche, settore energetico, spazio, telecomunicazioni, sistema finanziario e pubblica amministrazione. La sicurezza nazionale diventa così una proprietà dell’intero sistema-Paese, da costruire attraverso responsabilità definite e capacità di cooperazione.

È una direzione già riconosciuta dalla Nato. I requisiti di resilienza aggiornati nel 2026 richiamano la continuità del governo e dei servizi essenziali, il sostegno civile alle operazioni militari e il coordinamento fra amministrazioni, imprese e società. La sfida consiste nel tradurre questi principi in pianificazione condivisa, risorse disponibili ed esercitazioni che verifichino la tenuta delle interdipendenze.

La guerra in Ucraina rende evidente questa esigenza. La capacità di resistenza del Paese dipende anche dal mantenimento e dal ripristino delle reti elettriche, delle comunicazioni, della produzione, dei trasporti e dei servizi pubblici, sostenuti dagli aiuti internazionali. Gli attacchi alle infrastrutture e alle reti di comunicazione mostrano come la pressione militare possa estendersi alle condizioni che consentono alla società e all’economia di funzionare. La lezione strategica è che nessuna di queste componenti, considerata isolatamente, può assicurare la tenuta nazionale.

Anche l’indirizzo strategico cinese attribuisce rilievo all’integrazione delle capacità nazionali. Nel marzo 2023 Xi Jinping ha richiamato esplicitamente la necessità di coordinare risorse strategiche, innovazione scientifica, infrastrutture, riserve e resilienza delle filiere industriali. Questa impostazione indica l’importanza assegnata da Pechino alla mobilitazione delle diverse componenti della potenza nazionale. Il vantaggio competitivo dipende anche dalla capacità di farle cooperare e di adattarne l’impiego al mutare delle condizioni.

In questo percorso l’intelligenza artificiale potrà assumere un ruolo rilevante, soprattutto se sviluppata su una solida base scientifica, tecnologica e industriale nazionale. Per l’Italia, coltivare questa capacità significa rafforzare la propria autonomia nella gestione dei dati, nello sviluppo dei sistemi e nel sostegno alle decisioni strategiche. Oltre ad automatizzare alcune attività, può sostenere il processo decisionale, contribuire all’analisi di grandi quantità di dati provenienti da domini differenti, individuare vulnerabilità, simulare scenari e aiutare a riconoscere le interdipendenze tra infrastrutture critiche. Il suo contributo dipenderà dalla qualità e dalla protezione dei dati, dalla verifica dei risultati e dalla capacità delle istituzioni di mantenere un giudizio autonomo e la responsabilità delle decisioni.

Il vantaggio strategico dipenderà quindi dalla qualità delle singole capacità e dalla rapidità con cui uno Stato riuscirà a comprenderne le interazioni, coordinarne l’impiego e adattare il comportamento del proprio sistema nazionale. L’efficacia di una tecnologia deve essere valutata anche per il contributo che offre alla continuità delle funzioni essenziali.

Per questo motivo la resilienza contribuisce alla deterrenza. Uno Stato che continua a funzionare sotto pressione riduce la possibilità che l’avversario ottenga, attraverso la coercizione, i risultati politici perseguiti. La capacità di assorbire un attacco, limitarne gli effetti e ripristinare i servizi incide quindi sul calcolo strategico di chi valuta se attaccare.

Il rafforzamento del dominio cyber costituisce un passaggio essenziale di questo percorso. La sfida consiste nel costruire un’architettura capace di integrare Difesa, industria, ricerca, infrastrutture critiche, spazio, intelligenza artificiale, economia e leadership politica in un sistema adattivo. Questa integrazione deve accompagnarsi a capacità ridondanti, autonomia operativa e possibilità di ripristino delle funzioni compromesse.

La capacità dell’Italia di affrontare la competizione strategica dipenderà dalla qualità delle proprie capacità nei diversi domini e dalla loro integrazione in un sistema-Paese capace di rimanere operativo, coeso e adattabile.

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Crosetto scettico sulla fine delle guerre a breve: “Tempistiche sui nuovi aiuti a Kiev? Non lo so, quando sarà possibile”

“A breve non c’è possibilità di missione di pace a Hormuz“. Lo ha detto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervistato dal direttore dell’Adnkronos, nel corso dell’evento “L’Italia dei Territori”, organizzata da Sud chiama Nord a Roma.

Il titolare della Difesa del governo Meloni, sulla guerra in Ucraina, ha aggiunto: “Non vedo la possibilità di una soluzione in Ucraina prima della prossima estate perché la Russia utilizzerà sicuramente l’inverno come arma di pressione. La tattica russa è cambiata, sta colpendo le infrastrutture civili ed energetiche. Colpire le infrastrutture energetiche in una nazione come l’Ucraina in inverno dove si arriva anche a -30,- 25 ha un effetto sulla popolazione. Per cui la Russia aspetterà. Non penso chiuderà a breve”.

Il ministro, durante il suo intervento, ha parlato degli aiuti all’Ucraina. ”L’Italia ha dato a Kiev degli strumenti che sono serviti a difendersi. Se domani l’Italia decide di rompere il fronte Nato-Europa e di non aiutare più l’Ucraina, significherebbe mettersi sotto la lente di ingrandimento negativa in Europa, non si fermerebbe la guerra. Noi non parliamo di aiuti significativi, io penso che gli aiuti che potrei dargli con un nuovo pacchetto sono di fermare 50/60/70 missili droni sulle migliaia che arrivano, però magari salvo 200 500, 1000 civili, bambini, non lo so”. “Il tema – ha aggiunto – è se io non ti do più aiuti, significa che ho cambiato il mio giudizio, significa che io ho deciso che ha ragione la Russia. Quindi accettiamo l’idea che uno Stato più forte possa conquistare un altro Stato. Io non l’ho accettato a Gaza, non l’accettiamo per l’Ucraina”. Ma poi sull’invio del nuovo pacchetto di aiuti, su cui le frizioni con la Lega sono evidenti, il ministro Crosetto non ha offerto ai cronisti una tempistica chiara: “Non lo so, quando sarà possibile”.

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Un elicottero militare è precipitato in Bosnia, morti quattro italiani: due dell’Esercito e due operatori della Croce Rossa. 11 feriti

Un elicottero militare italiano è precipitato nel pomeriggio di oggi, per cause ancora in corso di accertamento, in Bosnia-Erzegovina. Si tratta di un CH-47 Chinook, impegnato nell’ambito dell’operazione Eufor Althea. Il bilancio è di quattro morti e undici feriti, tutti italiani. A confermarlo, in serata, è stato il ministro ministro della Difesa, Guido Crosetto. Le vittime sono due appartenenti all’Esercito Italiano e due al Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana.

Le vittime sono tre uomini e una donna: “Abbiamo atteso che la drammatica notizia della morte dei loro cari fosse portata alle famiglie e volevamo evitare che altre centinaia di famiglie vivessero ore di angoscia in attesa di conoscere i nomi delle persone coinvolte”, ha detto Crosetto rendendo note le identità delle vittime. Sono: il sergente Simone Ruggia, il sergente Claudio Marchesi (entrambi del comando aviazione dell’Esercito), il tenente del Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana Franco Adriano Zecchillo e la sergente della Croce Rossa Laura Procacci.

“Gli undici feriti stanno ricevendo le cure necessarie e, al momento, nessuno di loro versa in pericolo di vita. La Difesa ha immediatamente disposto l’invio di un’équipe medica italiana per garantire ai feriti il massimo supporto e la migliore assistenza possibile”, ha sottolineato il ministro esprimendo il cordoglio suo e di tutta la Difesa “alle famiglie dei nostri caduti”: “Non esistono parole capaci di colmare una perdita così grande”, ha aggiunto. L’incidente è avvenuto nella zona di Brčko, al confine con la Serbia, durante un’operazione di routine, ha fatto sapere Eufor.

I militari morti nell’incidente erano in servizio al Comando aviazione dell’Esercito (Aves) di Viterbo, al primo reggimento ‘Antares’. Secondo quanto si apprende, l’elicottero sarebbe partito ieri mattina da Viterbo e, dopo uno scalo all’aeroporto militare di Pratica di Mare, avrebbe raggiunto la Bosnia. “Non è ancora chiara la dinamica dell’incidente, che sarebbe avvenuto in fase di decollo dall’aeroporto di Brcko”, ha dichiarato in diretta al Tg4 l’ambasciatrice d’Italia in Bosnia-Erzegovina, Sarah Castellani. “A bordo c’erano in totale 15 persone italiane“, ha spiegato. Le cause della tragedia, informa la Difesa, sono attualmente in corso di accertamento. Sono già state avviate le attività di indagine necessarie a ricostruire la dinamica dell’incidente e a chiarire le circostanze dell’accaduto.

“Ho appreso con profonda commozione la notizia del decesso dei militari occorso nel tragico incidente elicotteristico in teatro operativo bosniaco nell’ambito dell’operazione ‘Althea’. In questa triste circostanza, voglia rendersi interprete presso l’Esercito Italiano e il Corpo Militare della Croce Rossa dei miei sentimenti di cordoglio e di commossa solidarietà al dolore provocato da questo tragico evento, chiedendo loro di esprimere ai familiari delle vittime la mia vicinanza e solidarietà”, scrive il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio al capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano. Anche dal governo e dai partiti di opposizione arrivano i messaggi di cordoglio. “La notizia del tragico incidente che ha coinvolto un elicottero italiano di Eufor in Bosnia-Erzegovina è motivo di profondo dolore“, scrive sui social la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: “Il mio pensiero va alle vittime, alle loro famiglie e a tutti coloro che, impegnati nella missione per la pace e la stabilità della regione, stanno vivendo ore di angoscia. A loro va la mia più sincera vicinanza e quella del governo italiano”. Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, esprime la sua vicinanza “alle nostre forze armate per la tragedia”: “Un pensiero ai familiari delle vittime. Una terribile disgrazia che scuote il cuore di tutti gli italiani”, scrive il vicepremier sottolineando che l’Ambasciatore d’Italia a Sarajevo “si sta già recando a Brčko, luogo dell’incidente” e che il Ministero degli Esteri “fornirà tutto il supporto necessario. Una preghiera per i nostri caduti e i nostri feriti nell’adempimento del dovere”, conclude.

A rendere noto l’incidente era stata la stessa Forza militare dell’Unione Europea in Bosnia-Erzegovina: ha parlato di un velivolo della missione precipitato nella zona di Brčko, al confine con la Serbia. In serata l’Eufor conferma in un comunicato che l’elicottero è precipitato durante un’esercitazione di routine. La missione europea aggiunge che non si sono registrati danni a infrastrutture, proprietà o veicoli civili e nessun civile è rimasto ferito nell’incidente. I servizi di emergenza della Bosnia-Erzegovina e il team di collegamento e osservazione dell’Eufor sono giunti sul posto, hanno recuperato il personale coinvolto e lo hanno immediatamente trasportato presso le strutture mediche di Brcko. L’Eufor, aggiunge la nota, sta conducendo un’indagine approfondita e completa per accertare le cause di questo tragico incidente, e pubblicherà le informazioni pertinenti non appena disponibili e verificate. La missione europea si dice inoltre “profondamente addolorata per questa tragica perdita di vite umane ed esprime le sue più sentite condoglianze agli amici e ai familiari di coloro che hanno perso la vita al servizio della pace”.

Eufor ha invitato i cittadini a non diffondere informazioni non verificate e disinformazione e a informarsi sull’incidente esclusivamente attraverso i canali ufficiali. La missione europea è presente in Bosnia-Erzegovina dal 2004, quando subentrò alla forza di peacekeeping della Nato dispiegata dopo la guerra del 1992-1995. Attualmente conta diverse centinaia di militari provenienti da 24 Paesi europei.

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Difesa, rotte commerciali e ricerca. L’Italia rafforza l’attenzione ai poli

La centralità del Mediterraneo per l’Italia potrebbe essere messa alla prova da una rotta che attraversa l’Artico. Se i collegamenti settentrionali diventassero un’alternativa stabile a Suez, cambierebbe anche la geografia dei traffici commerciali verso l’Europa. Una prospettiva che si intreccia con la crescente competizione militare nel Grande Nord e con la sicurezza delle rotte atlantiche. È uno dei temi emersi dalla seconda Conferenza nazionale della Difesa dedicata ad Artico e Antartide, promossa dalla sottosegretaria Isabella Rauti e ospitata dal Centro alti studi per la Difesa.

Il Nord visto dal Mediterraneo

Di ritorno da Norvegia e Finlandia, il ministro della Difesa Guido Crosetto, ha richiamato le preoccupazioni dei Paesi nordici per la presenza militare russa e le conseguenze della progressiva accessibilità delle rotte artiche. Il loro sviluppo potrebbe modificare i commerci fra Asia ed Europa nei prossimi decenni, con ricadute sui porti mediterranei. Per l’Italia diventa quindi necessario rafforzare i rapporti con gli alleati settentrionali e la capacità delle rispettive Forze armate di operare insieme.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha collegato l’apertura di nuove rotte alle opportunità per l’export e alla diversificazione degli approvvigionamenti di materie prime critiche. Una lettura condivisa dal sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago, che ha ricordato la presenza della Marina militare nell’Artico attraverso le campagne scientifiche High North di nave Alliance. Un impegno che si affianca alla protezione della libertà di navigazione lungo le rotte commerciali più frequentate.

Una strategia di lungo periodo

La crescente attenzione italiana alle regioni polari ha assunto anche una dimensione istituzionale. Con un decreto firmato a luglio, Crosetto ha reso annuale la Conferenza nazionale della Difesa, trasformandola in un appuntamento permanente di approfondimento e coordinamento. A ricordarlo è stata Isabella Rauti, sottosegretario alla Difesa, titolare della delega alle regioni polari, che ha sottolineato la volontà di integrare le competenze della Difesa con quelle della diplomazia e della ricerca.

L’estensione del programma all’Antartide riflette questa impostazione. Due regioni profondamente differenti, come ha osservato il presidente del Casd Stefano Mannino, nelle quali la cooperazione scientifica e la tutela degli interessi nazionali richiedono strumenti specifici, ma una visione condivisa.

La deterrenza passa anche dai poli

Le distanze geografiche, del resto, non corrispondono più necessariamente a distanze strategiche. Il capo di Stato maggiore della Difesa Luciano Portolano ha utilizzato l’esempio dei collegamenti sottomarini delle Svalbard, essenziali anche per la trasmissione dei dati satellitari, per mostrare quanto le infrastrutture artiche incidano sulla sicurezza europea.

A rendere il Grande Nord particolarmente rilevante è anche la presenza della Flotta del Nord russa nella penisola di Kola. Le sue unità possono raggiungere l’Atlantico attraverso un’area decisiva per il transito dei rinforzi alleati. Le tensioni in quel quadrante possono quindi assorbire risorse militari necessarie altrove, compreso il Mediterraneo. Portolano ha richiamato inoltre l’importanza dell’addestramento in condizioni estreme e della capacità di riconoscere forme di competizione che avanzano gradualmente, senza assumere necessariamente la forma di un conflitto aperto.

La ricerca e la presenza italiana

Se nell’Artico cresce la dimensione della deterrenza, in Antartide la presenza italiana continua a fondarsi soprattutto sulla cooperazione scientifica. La ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini ha ricordato il contributo del Programma nazionale di ricerche in Antartide, della nave rompighiaccio Laura Bassi e del supporto logistico delle Forze armate alle spedizioni.

Le attività scientifiche permettono di mantenere una presenza continuativa in ambienti difficili, sviluppando conoscenze utili anche sul piano tecnologico. Una collaborazione che Rauti ha collegato al ruolo delle basi Mario Zucchelli e Concordia e che, nell’Artico, trova un ulteriore esempio nelle campagne della Marina militare.

La continuità degli investimenti e della presenza operativa diventa così una condizione per dare seguito agli obiettivi della strategia nazionale. Per un Paese mediterraneo come l’Italia, guardare ai poli significa anche comprendere come potranno cambiare gli equilibri economici e di sicurezza nelle aree da cui dipendono più direttamente i suoi interessi.

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Così Artico e Antartide entrano nella mappa degli interessi strategici italiani

Se tra due decenni l’Italia vorrà contare in Artico e Antartide, quindi riscuotere un dividendo tanto economico quanto politico, allora, oggi, non può che accelerare la sua progettazione in quelle due aree, nella consapevolezza che incidono sulle alleanze internazionali e sulle catene di approvvigionamento legate alle nuove rotte.

Un’analisi a più cervelli sull’importanza ormai acclarata dell’Artico c’è stata in occasione della seconda conferenza nazionale su “Artico e Antartide – Il Sistema Paese nello scenario internazionale e le nuove sfide della competizione globale”, alla presenza di vari esponenti del governo oltre che del capo di Stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano.

Il ministro della difesa Guido Crosetto ha cerchiato in rosso un punto: quel territorio “va presidiato perché qualsiasi cosa sia fondamentale per un possibile futuro nemico per noi diventa importante”. Il riferimento è alla presenza italiana, politica e strategica che si traduce secondo quanto osservato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani in un ruolo più attivo nella competizione internazionale per le risorse, le rotte commerciali e la sicurezza. L’imperativo è essere “sempre più protagonisti, cioè non giocare di rimessa ma giocare in prima linea”. Anche perché il campo da gioco vede tante variabili, come Mosca e Pechino.

Secondo il titolare della Farnesina “certamente è un confronto anche di tipo militare ma anche un confronto di tipo commerciale ed economico”. Per cui l’Italia non può non tenerne conto, “siamo osservatori, ma la nostra presenza politica deve essere sempre più forte per tutelare l’interesse nazionale”, primo fra tutti quello che riguarda le nuove rotte.

Lo ha detto apertamente Tajani che per l’Italia “è vitale aprire un percorso alternativo” per le merci, a maggior ragione dopo le crisi a Hormuz e Bab el Mandeb, aggiungendo che “per noi è vitale avere la libertà di navigazione”, tema di cui si è discusso la settimana scorsa a Istanbul con Germania, Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Egitto, Turchia e Pakistan.

Quale il prossimo passo, dunque? Aumentare gli investimenti nella politica dell’Antartide e dell’Artico “perché sono in ballo i nostri interessi vitali”, citando anche le iniziative scientifiche promosse dal ministro dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini e il lavoro della sottosegretaria alla Difesa Isabella Rauti.

Ma Russia e Cina stanno dimostrando maggiore iniziativa nell’Artico rispetto all’Alleanza atlantica, ha richiamato il generale Portolano, mettendo l’accento su un punto: la deterrenza “si gioca anche nelle regioni polari”.

In questo senso il governo sin dal suo insediamento ha manifestato molto interesse per l’area: “Nella strategia italiana per l’Artico, il presidente Meloni scrive che da questione geografica l’Artico è diventato una questione strategica – ha ricordato Rauti – Stesso concetto, con centralità attribuita agli aspetti della sicurezza, lo troviamo anche nella strategia dell’Unione europea, presentata circa 9 giorni fa, che individua come prioritari la sicurezza, la resilienza, anche delle infrastrutture, la deterrenza difensiva, la protezione delle infrastrutture critiche, il contrasto alle minacce ibride. Evidentemente c’è anche, nella strategia dell’Unione europea, una prospettiva: il riconoscimento dell’Artico come area strategica e vulnerabile, area strategica per la sicurezza euroatlantica ed europea, e si richiama in quelle linee un ruolo dell’Unione europea più proattivo nel grande nord”, ha concluso.

 

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Chi controlla gli abissi? Braw spiega le nuove vulnerabilità della sicurezza internazionale

Ai tempi della Guerra fredda, l’unica vera minaccia subacquea era costituita dai sottomarini nucleari balistici e le infrastrutture presenti sui fondali erano ancora relativamente poche. Oggi, invece, i cavi sottomarini e le condotte energetiche sono diventati la spina dorsale della vita quotidiana, ma restano in gran parte fuori dalla giurisdizione degli Stati e difficili da proteggere, mentre gli abissi si popolano di nuove minacce. Dopo anni di incidenti e attacchi alle infrastrutture sottomarine, il tema è ormai una costante nell’agenda della sicurezza globale ed è al centro del libro “The Undersea War”, che spiega come i fondali sottomarini si stiano trasformando in un nuovo campo di battaglia. Per comprendere questa trasformazione e le sue conseguenze per la sicurezza degli Stati, Airpress ha parlato con Elisabeth Braw, senior fellow dell’Atlantic Council e autrice del libro.

Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro, e perché proprio ora?

Con l’editore abbiamo deciso di farlo nell’estate del 2024. All’epoca avevamo già assistito a diversi incidenti ai cavi nel Baltico, nel Mare del Nord, al largo della Norvegia e vicino a Taiwan. Quello taiwanese, a cui dedico un capitolo, è stato particolarmente drammatico, ma all’epoca ha ricevuto poca attenzione. Si capiva che era in corso qualcosa di nuovo: navi che si comportavano in modo anomalo, cavi danneggiati e pochissimo che si potesse fare. Era tutto molto drammatico e misterioso, e lì ho capito che qualcosa era cambiato.

Parliamo infatti di uno scenario strategico nuovo rispetto al passato. Cosa è cambiato dai tempi della Guerra fredda?

Durante la Guerra fredda c’era un confronto strutturale tra Nato e Patto di Varsavia, anche tra le flotte di sottomarini, e si era sempre vicinissimi alla guerra nucleare. Ricordo la prima volta che ho letto un giornale, nel 1981: parlava dell’incidente del sottomarino sovietico incagliato al largo della Svezia. Ricordo la foto del comandante in piedi sullo scafo in attesa di soccorso. Gli svedesi non sapevano cosa fare, processarli o lasciarli andare? Eppure nessuno parlava di cavi o condotte, perché non c’erano ancora stati incidenti di quel tipo. Quelle infrastrutture continuavano a funzionare, anche se sarebbe stato possibile sabotarle, pur trovandosi a un passo dall’Armageddon nucleare. È un paradosso: potevano essere colpite e non lo furono.

Rispetto ad allora, però, oggi i fondali sono molto più affollati.

Esatto. Oggi ci sono più cavi per i dati, più cavi elettrici (rari negli anni Ottanta) e più condotte. Ma la vera differenza è la nostra dipendenza. Negli anni Ottanta, se qualcuno avesse danneggiato alcuni cavi, la gente comune se ne sarebbe accorta a malapena. Oggi invece ce ne accorgeremmo nel momento stesso in cui accade. I cavi funzionano così bene e trasportano così tanto traffico che sono diventati indispensabili.

Poniamo uno scenario: se oggi i cavi sottomarini venissero colpiti, cosa succederebbe alla vita di tutti i giorni?

Prendiamo l’Italia, che è collegata da numerosi cavi. Se ne fosse danneggiato uno, accadrebbe poco, perché un altro ne assorbirebbe il traffico. Con tre o quattro cavi fuori uso si noterebbe un rallentamento. Ma se fossero colpiti tutti i cavi che collegano il Paese, la vita quotidiana si fermerebbe. Si esce di casa, si vuole prendere l’autobus, ma la carta di credito non funziona e non si può comprare nulla. Il telefono è inutilizzabile, così come la televisione. Forse resta la radio, se ne avete una vecchia. Non si può contattare nessuno né navigare in rete. E non è solo un problema individuale: le aziende, essendo digitalmente dipendenti, dovrebbero sospendere le attività. Ospedali e governi hanno una connettività di riserva via satellite, ma i satelliti trasportano solo una minima parte di ciò che passa nei cavi, quindi basterebbe appena per i servizi più critici. Il settore finanziario, allo stesso modo, non dispone di alternative e si bloccherebbe del tutto. È uno scenario quasi troppo grande per essere immaginato.

Molti parlano della necessità di più ridondanza. Basterebbe quindi posare più cavi?

Molti lo dicono, ma chi dovrebbe farlo? Parliamo di investimenti enormi e di infrastrutture molto vaste. I cavi appartengono ad aziende private, che non si possono obbligare a posarne altri, se non con una legge. Esse decidono in base a logiche commerciali e riterranno che il rischio per ciascuna di loro non sia abbastanza alto da giustificare un nuovo investimento. Dovrebbero essere quasi certe che un proprio cavo verrà danneggiato. Certamente, dal punto di vista della sicurezza nazionale, averne di più sarebbe auspicabile, ma il settore privato ragiona con altri criteri.

Nel libro lei approfondisce anche le diverse problematiche normative e legali riguardo la tutela delle infrastrutture sottomarine

Sì. Gli oceani, a differenza della terraferma, sono un bene comune globale. Solo una fascia di 12 miglia nautiche appartiene allo Stato costiero. Oltre c’è la zona economica esclusiva, dove si hanno diritti sulle risorse ma non la giurisdizione, e poi le acque internazionali. È lì che corrono i cavi, tra un Paese e l’altro, e dunque dipendono dal fatto che tutti rispettino le regole, perché fuori dalle acque territoriali gli Stati costieri non hanno autorità. Questo sistema ha funzionato così bene che il mondo oggi dipende interamente dai cavi sottomarini. Ma cosa faremmo se qualcuno smettesse di rispettare le regole? Non siamo nella condizione di approvare nuovi trattati globali: non riusciamo ad accordarci su nulla, figuriamoci su un trattato per la protezione dei cavi. Esiste l’Unclos, che li tutela, ma resta la domanda su cosa fare con chi non se ne cura.

E cosa possono fare gli Stati per proteggere tali infrastrutture?

È molto difficile a dirsi, perché cavi e condotte funzionano e sono al sicuro solo se c’è pace, o almeno se i Paesi si comportano bene. Un nuovo trattato non si riuscirebbe a far approvare. I Paesi del Baltico stanno facendo il massimo possibile: pattugliano i cavi attraverso un’unità Nato, la Ctf Baltic, sperando che la sola presenza faccia la differenza. Sembra funzionare, ma non servirebbe contro chi è davvero deciso a danneggiare i cavi. Questo è l’aspetto più inquietante, gli Stati non possono fare molto più di quanto già fanno. I Paesi del Baltico sono più avanti degli altri nel ragionarci, ma nemmeno le menti migliori sanno cosa si potrebbe fare in più. 

Che ruolo avranno i fondali nelle crisi future?

La situazione è già difficile così. Non siamo in guerra, anche se c’è chi dice di sì: subiamo attacchi continui, contro le infrastrutture e non solo. È una guerra sporca, ma non una guerra vera. Cosa accadrebbe però in un conflitto cinetico? I cavi sarebbero un bersaglio ovvio. La cosa più preoccupante è che la Russia ha pochissimi cavi sottomarini: è il Paese più grande del mondo ed è collegato via terra, quindi non ne ha bisogno. Può minacciare i nostri cavi, mentre noi non potremmo minacciare i suoi, perché quasi non esistono.

Quindi manca la deterrenza.

Esatto. Non possiamo neppure dire “se danneggiate i nostri cavi, noi danneggeremo i vostri”. Anche volendo, ce ne sarebbero ben pochi da colpire.

Droni sottomarini e nuove tecnologie di monitoraggio possono ridurre questa vulnerabilità?

Oggi molte aziende cercano di vendere queste tecnologie alla Nato e ai governi nazionali, ed è il mercato. Ma dal mio punto di vista non serve più sorveglianza. Grazie ai sistemi di controllo degli oceani, soprattutto nel Baltico ma non solo, abbiamo già un’ottima comprensione di quando una nave sospetta si avvicina a un cavo. Il problema non è capire la minaccia, ma sapere cosa fare quando si è stabilito che sta per accadere qualcosa. Possiamo avere tutti i droni del mondo a monitorare i cavi, ma la domanda resta la stessa: che si fa se notiamo un comportamento sospetto? La guardia costiera può chiedere alla nave di allontanarsi. Se non lo fa, si può inviare la Marina, ma questa dovrebbe attaccare la nave, e lo Stato che sta dietro quella nave reagirebbe a sua volta. È molto complicato, e il monitoraggio non lo risolve. Se la tecnologia fosse la risposta, bene, ma si limita ad aggiungere chiarezza su cose che già sappiamo.

Un’ultima cosa. Nel libro lei riporta diverse esperienze individuali. Come mai?

Penso che questo libro sia una storia di persone. È un argomento affascinante e vorrei che i lettori lo capissero. In molti Paesi ci sono persone che lavorano duramente, ogni giorno, per vigilare sui fondali, nell’industria e nelle istituzioni. Sono eroi silenziosi, perché il loro compito è quasi impossibile, eppure lo svolgono. Non sappiamo quanto lavoro ci sia dietro ma dovremmo essere molto grati a chi protegge e difende i fondali ogni giorno.

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Italia e Polonia, una cooperazione che è ossigeno per la difesa europea

Italia e Polonia: non solo interscambio e spazio, ma la precisa volontà di costruire uno sviluppo, costante e duraturo, delle capacità di difesa, sia alla luce della guerra in Ucraina sia come “doppio uso” del concetto stesso di difesa, ovvero industria e geopolitica. Queste le intenzioni emerse dal sesto forum italo-polacco sulla difesa, da poche ore conclusosi a Varsavia. Un’occasione preziosa sia per metabolizzare i passi già compiuti dai due Paesi in questa particolare strada strategica, sia per raccontare come proseguire un rapporto che, da relazione diplomatica, si è fatto nel corso degli ultimi anni, solida partnership.

Roma e Varsavia, patto di ferro

La cooperazione industriale tra Polonia e Italia celebrata a Varsavia ha visto la presenza di rappresentanti di istituzioni, forze armate e industrie di entrambi i paesi, che hanno animato quello che fino a ieri era denominato Forum italo-polacco aerospaziale, che da semplice vetrina ha ampliato il suo raggio d’azione oltre il settore aerospaziale per includere tecnologie terrestri, marittime e subacquee, nonché soluzioni a duplice uso. Gli organizzatori sono stati l’ambasciata d’Italia a Varsavia, l’Agenzia Ice di Varsavia e la Camera di Commercio e Industria italiana in Polonia (CCIIP). Il partner strategico del Forum è stato il Gruppo Leonardo. La cooperazione italo-polacca come gancio per la sicurezza europea: è questa un’altra traccia programmatica molto interessante per il futuro dei due Paesi, elemento messo in risalto stato da Luca Franchetti Pardo, ambasciatore d’Italia in Polonia, secondo cui proprio l’ampliamento dei temi del Forum, che ora include tecnologie per la difesa e a duplice uso, oltre al settore aerospaziale, riflette la crescente interdipendenza tra sicurezza militare e resilienza civile.

“L’aggressione russa contro l’Ucraina continua a trasformare il nostro modo di pensare alla difesa, di organizzarla e di prepararci alle crisi. Ciò richiede un allineamento tra pensiero strategico e capacità industriali e operative. Italia e Polonia condividono la necessità di proteggere i confini e le infrastrutture chiave, dai porti ai cavi e agli oleodotti nel Mediterraneo e nel Mar Baltico”, ha osservato. In questo senso, dunque, le opportunità di cooperazione coprono una vasta gamma di settori, come la consapevolezza della situazione marittima e sottomarina, la sicurezza informatica e l’innovazione nei sistemi terrestri, aerei e spaziali. “Combinando le competenze di grandi gruppi e piccole e medie imprese specializzate – ha aggiunto il diplomatico – possiamo sviluppare tecnologie, produrre congiuntamente e rafforzare le filiere industriali in entrambi i Paesi. Il Forum promuove il dialogo strategico tra istituzioni, forze armate e industria per tradurre l’analisi delle minacce e le esigenze operative in progetti comuni, contribuendo a costruire una deterrenza credibile e a rafforzare la sicurezza dell’Europa”.

Un sostegno a Bruxelles

Ma come sostenere la difesa europea, anche alla luce del know how italiano? Secondo Roberto Cafiero, direttore dell’ufficio di Varsavia dell’Agenzia Ice numerose sono le opportunità di cooperazione tra aziende polacche e italiane, infatti quest’anno l’Italia si presenta a Varsavia con un messaggio chiaro: la difesa europea ha bisogno di parternariati industriali più solidi, basati sull’innovazione nelle tecnologie a duplice uso. “Gli ambiziosi piani della Polonia per la modernizzazione della difesa – ha spiegato – offrono significative opportunità di cooperazione. L’Italia vanta un settore industriale solido e altamente specializzato, che unisce grandi imprese, piccole e medie imprese innovative e capacità di ricerca, nonché tecnologie con applicazioni sia nel settore civile che in quello della difesa. La partecipazione di 35 aziende e organizzazioni italiane, che rappresentano competenze in settori che spaziano dai processi produttivi avanzati e dall’elettronica ai sistemi autonomi, alle tecnologie marittime e alla protezione delle infrastrutture critiche, riflette sia la diversità delle competenze del nostro settore sia il crescente interesse per il mercato polacco. All’Ice, il nostro obiettivo è molto specifico: trasformare questo interesse in partenariati industriali duraturi. L’ampiezza del Forum crea opportunità di scambio diretto, aiutando le aziende a identificare competenze complementari ed esplorare progetti congiunti”.

Baltico e Mediterraneo

Alla manifestazione hanno partecipato 35 imprese e organizzazioni italiane. Nel 2025 l’interscambio commerciale bilaterale ha superato i 36 miliardi di euro, mentre quello aerospaziale ha raggiunto 677 milioni. Le esportazioni aerospaziali italiane verso la Polonia sono passate da 58 milioni nel 2021 a 364 milioni nel 2025. Per questa ragione, come ha osservato nel suo intervento al VI Italian-Polish Defence & Dual Use Forum di Varsavia, dal deputato di Fratelli d’Italia Emanuele Loperfido, la sicurezza europea dipende sempre più dalla solidità della nostra industria, dalla capacità tecnologica e dalla cooperazione tra Paesi alleati. “Italia e Polonia hanno le condizioni per rafforzare ulteriormente questo percorso”. Loperfido ha richiamato anche la complementarità strategica dei due Paesi: “Polonia e Italia sono due porte strategiche dell’Europa, affacciate rispettivamente sul Baltico e sul Mediterraneo. Abbiamo responsabilità comuni nella sicurezza del continente e interessi condivisi nello sviluppo delle grandi infrastrutture europee, anche attraverso l’Iniziativa dei Tre Mari”.

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Non c’è difesa senza Europa, non c’è Europa senza difesa. Scrive Nones

Il quadro strategico internazionale è sempre più preoccupante, ma non sono molti a rendersene conto e ancora meno ad ammetterlo. Nelle autocrazie questo è scontato, ma anche nei Paesi democratici le numerose scadenze elettorali sembrano frenare ogni spinta ad ammettere i crescenti rischi e la necessità di accettare realisticamente i possibili rimedi.

Su molti di questi ultimi pesa l’imbarbarimento del dibattito politico sui temi interni e sul loro approccio alle relazioni internazionali. Ancora una volta gli Stati Uniti sono stati la guida, questa volta negativa, del mondo occidentale e hanno condizionato, direttamente e indirettamente, lo scenario europeo.

I Paesi europei, a loro volta, portano la responsabilità di essersi fatti cogliere impreparati di fronte a questo vero e proprio cataclisma che ha colpito il sistema internazionale. Inutile, ma non per questo meno necessario, sottolineare che con un minimo di lungimiranza avremmo dovuto e potuto costruire nel tempo la strumentazione necessaria per navigare anche in acque agitate oltre che in quelle calme. 

La nostra grande contraddizione è che per superare il vero grande male europeo, il nazionalismo tradizionale dei singoli Paesi, si sarebbe dovuto costruire un nazionalismo paneuropeo basato sulla prioritaria tutela degli interessi collettivi europei e non proporre un “salto nel vuoto” in nome di un’Unione europea che non è riuscita a conquistare il cuore dei suoi cittadini, contenti di utilizzarne i vantaggi ma poco disposti ad accettarne gli oneri. Un’Unione che i vertici politici degli Stati membri, indipendentemente dal colore politico, non hanno voluto si espandesse dal mercato alla governance istituzionale e alle relazioni internazionali (e conseguentemente alle politiche di difesa e sicurezza).

Oggi di fronte alla necessità di fare scelte difficili ed inevitabilmente impopolari, la carenza più grave è la mancanza della consapevolezza che non c’è difesa senza Europa e non c’è Europa senza difesa.

Pochi esempi lo dimostrano e dovrebbero essere utilizzati per contrastare la diffusa illusione che sia ancora possibile una risposta “nazionale” ai problemi che ogni giorno, sempre di più, devono affrontare governi e parlamenti nazionali e gli stessi cittadini europei.

Le sorti del mondo sono sempre più nelle mani di tre grandi potenze (a cui cercano di aggiungersene alcune medie) che sono tali sul piano politico, economico e militare. L’Europa non c’è perché lo è solo su quello economico. Non tutti la riconoscono sul piano politico e nessuno su quello militare.

In questi settant’anni dalla firma dei Trattati di Roma l’Unione è stata presentata come un nuovo “animale istituzionale”: una costruzione giuridica e politica unica nella storia perché non è uno Stato sovrano federale, come gli Stati Uniti, ma non è nemmeno una semplice organizzazione internazionale o confederazione di Stati. Allegoricamente è stata spesso definita come un “ircocervo” (un animale mitologico metà becco e metà capra), proprio per sottolineare la sua natura ibrida e senza precedenti. Questo pregio oggi rischia di metterne a repentaglio la sopravvivenza perché si è aperta la caccia e le uniche due categorie sono i “predatori” e le “prede”.

L’ironia della sorte vuole che il primo Paese a non riconoscere un ruolo all’Europa sia proprio il suo principale alleato, gli Stati Uniti. Negli ultimi due anni non si contano le occasioni in cui ha dovuto subire la prepotenza dell’amministrazione Trump e pagare i costi delle sue scelte, dai dazi ai danni provocati dalle sue avventure politiche e militari (come la gestione della crisi israelo-palestinese e la richiesta di pagamento europeo delle forniture militari americane all’Ucraina e, da ultimo, l’attacco all’Iran con la chiusura dello Stretto di Hormuz e la conseguente impennata del prezzo del gas e del petrolio).

Non ci sono alternative per l’Europa: cominciare seriamente a diventare una “potenza” come le altre o diventare un loro terreno di conquista. La responsabilità della scelta spetta ai principali Paesi europei perché sono gli unici a disporre, insieme delle risorse necessarie, ma che devono trovare il coraggio per andare avanti sulla strada del riconoscimento del prevalente interesse comune. L’avvenuto allargamento dell’Unione (per altro non ancora concluso) impone la Cooperazione Strutturata Permanente come unico strumento disponibile nell’Unione per integrare non solo le loro politiche di difesa, ma, anche e prima, quelle internazionali. E, forse, per arrivarci più velocemente, la strada migliore potrebbe essere quella di un preliminare accordo intergovernativo fra i Paesi “willing and able” (compreso il Regno Unito), al di fuori ma non contro l’Unione.

Qualsiasi passo avanti in questa direzione espliciterebbe agli occhi dei cittadini europei che l’integrazione europea non è una scelta, ma una necessità.

La maggiore minaccia militare (tradizionale, ibrida, terroristica) è oggi rappresentata da quella proveniente dall’aria, come chiaramente dimostrato dall’esperienza della guerra condotta dalla Russia contro l’Ucraina e dei ripetuti e variegati scontri militari in Medio Oriente. Con l’avvento dei droni e delle nuove tipologie di missili, insieme al loro maggiore utilizzo anche da piattaforme aree, nonché l’interazione fra queste tre categorie di armamenti, è diventato prioritario lo sviluppo di una capacità di difesa in grado di contrastare ogni possibile forma di attacco dall’aria. Non va, inoltre, sottovalutato il rischio che, nell’attuale spirale di progressivo mancato rispetto di impegni e accordi internazionali e di indebolimento degli strumenti faticosamente costruiti negli ultimi ottanta anni per cercare di gestire la governance del sistema internazionale, possa venire coinvolto direttamente (e non solo indirettamente) il dominio spaziale.

La forza intrinseca di questa minaccia è che può arrivare da qualsiasi direzione e da qualsiasi quota (dallo spazio extra-atmosferico a pochi metri di altezza) con armamenti che possono raggiungere velocità elevatissime. Per difendersi serve quindi un sistema in grado di tenere sotto costante controllo vastissime aree del pianeta e dello spazio e di contrastare ogni tipologia di vettore il più lontano possibile dai presumibili obiettivi, assumendo tempestivamente ogni decisione operativa.

Non a caso si fa riferimento ad una cupola di difesa la cui circonferenza di base deve necessariamente includere tutti i Paesi che vi rientrano. L’unico Paese che fino ad ora lo ha sviluppato, su scala ridotta, è Israele (con l’aiuto americano), mentre gli Stati Uniti sono attualmente impegnati in un gigantesco sforzo per realizzarlo. L’Europa, invece, è ancora una volta molto indietro e sta marciando in ordine sparso. Non occorre essere fini esperti di strategia, ma semplici conoscitori elementari di geografia, per comprendere che una vera cupola di difesa dell’Europa deve comprendere una pluralità di Paesi dove collocare i sistemi di avvistamento e di contrasto avanzato, prevedendo anche un consistente impiego anche di mezzi navali e assetti spaziali per completare efficacemente la cintura di protezione sulla frontiera marittima e spaziale. E, ovviamente, serve anche un sistema avanzatissimo di comunicazione e di comando e controllo, nonché un accordo politico per gestire l’intera cupola.

Quindi un sistema molto costoso che richiede un grande sforzo tecnologico e industriale e una base solida e condivisa sul piano giuridico, istituzionale, militare: nessun Paese europeo, nemmeno i più grandi e ricchi, può seriamente pensare di arrivarci da solo e nemmeno con un semplice programma comune.

Una cupola di difesa europea dimostrerebbe concretamente ai cittadini europei quanto è importante l’Europa non solo per continuare a beneficiare dei vantaggi attuali, ma anche e soprattutto per metterli al riparo dalle crescenti minacce e assicurare la loro protezione e libertà e quella dei loro figli.

Nell’ultimo quindicennio uno dei principali problemi politici e sociali dell’Europa è stato quello dell’immigrazione, troppo spesso irregolare. Complici i conflitti più o meno dichiarati e la maggiore instabilità internazionale, ma anche le esigenze di una popolazione sempre più vecchia e restia a svolgere le mansioni più semplici e, infine, la sua conformazione e collocazione geografica, l’Europa (compreso il Regno Unito) è diventata la meta di circa 25-30 milioni di persone. Nel solo 2024 si stima l’arrivo di più di 4 milioni di immigrati extra-europei. La libera circolazione dei cittadini europei ha comportato due problemi: Le diverse politiche nazionali di riconoscimento della cittadinanza hanno favorito il movimento interno all’Unione degli immigrati regolarizzati. L’abolizione dei sistematici controlli alle frontiere interne dell’Unione ha favorito il movimento anche degli immigrati irregolari.

Questo quadro già complicato è stato aggravato dall’immigrazione irregolare via mare che ha coinvolto alcuni Stati membri e, in particolare, quelli che si affacciano sul Mediterraneo, fra cui l’Italia. Qui, infatti, qualsiasi “respingimento” sui confini marittimi dell’Unione comporta il rischio di mettere a repentaglio la vita di immigrati e loro famiglie. Ma una volta entrati nel territorio dell’Unione, è necessario individuare quanti devono essere riconosciuti come “profughi” e solo per gli altri può essere organizzato il ritrasferimento verso i Paesi di origine (a condizione che vi siano specifici accordi). Quanto ai “profughi”, la loro equa distribuzione fra gli Stati membri continua ad essere disattesa.

Nel complesso una situazione caotica che potrebbe essere gestita decentemente solo a livello europeo con criteri comuni sui criteri per la selezione e regolarizzazione degli immigrati, ma anche con sforzi comuni per limitare al massimo l’arrivo di immigrati irregolari. In quest’ottica solo l’Unione europea potrebbe avere la forza politica, economica ed operativa per realizzare propri campi profughi in alcuni Paesi della sponda sud del Mediterraneo (da cui per altro partono, compresi quelli che vi sono arrivati irregolarmente). In questi campi europei potrebbero essere concentrati gli immigrati intercettati in mare per poi procedere alla individuazione degli aventi diritto. I Paesi ospitanti potrebbero beneficiare dell’investimento europeo in termini di servizi (cibo, acqua, energia), di ospitalità del personale europeo impiegato per i controlli e per il mantenimento dell’ordine all’interno dei campi e di sorveglianza svolta dalle loro forze di sicurezza all’esterno, nonché di gestione del ritorno ai Paesi di origine di quanti respinti.

Questa soluzione avrebbe anche un forte effetto deterrente nei confronti dei flussi migratori irregolari e del traffico di esseri umani perché evidenzierebbe meglio la volontà europea di contrastare l’immigrazione irregolare e consentirebbe di conciliare i principi etici che caratterizzano il Vecchio Continente con una gestione dell’immigrazione che limiti l’allarme sociale che rischia di minare le basi della società europea e di quelle nazionali.

Anche in questo caso solo l’Europa potrebbe collettivamente farci uscire dall’attuale spirale perversa con cui tutti gli Stati membri si stanno misurando e dimostrare ai suoi cittadini la validità di una sua maggiore, e non minore, integrazione.

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La Liaoning attraversa le Filippine. Il messaggio strategico della Cina

La portaerei cinese Liaoning, accompagnata da tre unità di scorta, ha attraversato il 22 ottobre le acque dell’arcipelago filippino, sta raggiungendo lo Stretto di Basilan prima di dirigersi verso il Mare delle Filippine. Il movimento, monitorato dalle forze navali di Manila, rappresenta un nuovo episodio della crescente proiezione militare cinese nell’Indo-Pacifico, con implicazioni che superano le controversie territoriali nel Mar Cinese Meridionale.

Secondo un’analisi dell’Institute for the Study of War e dell’American Enterprise Institute, la manovra potrebbe aver simulato l’attraversamento della first island chain, la cintura geografica che collega Giappone, Taiwan e Filippine e costituisce un elemento centrale della pianificazione strategica americana nella regione. La capacità di operare oltre questa barriera consentirebbe alla marina cinese di esercitare pressione sulle linee di comunicazione marittima e, in uno scenario di conflitto, contribuire all’isolamento di Taiwan o delle stesse Filippine.

La navigazione della Liaoning assume particolare rilevanza nel contesto delle pressioni esercitate da Pechino su Manila per le rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale. Non si tratta necessariamente di una preparazione operativa immediata: le autorità militari filippine hanno descritto il transito come parte delle periodiche esercitazioni cinesi, escludendo motivi di allarme. Tuttavia, la dimostrazione di capacità navali contribuisce a modificare il quadro strategico entro cui si sviluppa la competizione regionale.

È in questo contesto che acquista significato la posizione espressa dalla ministra degli Esteri filippina Maria Theresa Lazaro in una recente intervista a Formiche.net. Lazaro ha sottolineato l’importanza della maritime domain awareness, ossia della capacità di monitorare e comprendere le attività negli spazi marittimi, indicando nella cooperazione con i partner europei, Italia compresa, uno strumento per rafforzare la sicurezza regionale. Una prospettiva che combina maggiore capacità di sorveglianza, diversificazione dei partenariati e mantenimento del dialogo diplomatico con Pechino.

Il movimento della Liaoning si inserisce inoltre in una competizione militare sempre più multidominio. Mentre la Cina accusa Washington di alimentare una possibile corsa agli armamenti spaziali, continua a sviluppare capacità satellitari, dual-use e controspaziali potenzialmente utilizzabili contro i sistemi americani e alleati. La superiorità navale dipende infatti sempre più dall’integrazione tra piattaforme marittime, intelligence, comunicazioni e infrastrutture orbitali.

La questione strategica non riguarda dunque soltanto dove possano arrivare le portaerei cinesi, ma quanto Pechino sia in grado di trasformare questa mobilità in capacità di condizionamento regionale, mettendo alla prova la resilienza delle Filippine e la credibilità della presenza americana nell’Indo-Pacifico.

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La guerra sotto il mare è già iniziata. La sfida della sicurezza nei fondali

Il 25 dicembre 2024 la petroliera Eagle S trascinò l’ancora nel Golfo di Finlandia, danneggiando un interconnettore elettrico e quattro cavi per le telecomunicazioni. La vicenda, arrivata davanti ai giudici di Helsinki, mostra quanto sia complesso attribuire le responsabilità. È uno dei casi raccontati da Elisabeth Braw in The Undersea War, volume presentato all’Associazione della Stampa Estera di Roma durante un incontro organizzato da Formiche e Airpress, con la moderazione di Flavia Giacobbe.

Conoscere per proteggere

Ad aprire i lavori è stato l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, capo di Stato maggiore della Marina militare, che ha richiamato il cambiamento delle condizioni di sicurezza dei fondali. Per lungo tempo la profondità del mare è stata considerata una protezione naturale, ma lo sviluppo tecnologico ha reso accessibili aree un tempo difficilmente raggiungibili, aumentando l’esposizione delle infrastrutture sottomarine. Da qui la necessità di rafforzare le capacità di sorveglianza. “Non possiamo proteggere quello che non conosciamo”, ha osservato, richiamando l’operazione Fondali sicuri, il coordinamento con la Nato e il ruolo del Polo nazionale della dimensione subacquea. Per Berutti Bergotto, “la cooperazione è la prima forma di deterrenza”, fondata sulla condivisione delle informazioni e su procedure comuni.

Tra sabotaggio e diritto del mare

Per oltre un secolo i fondali hanno garantito collegamenti affidabili proprio grazie alla loro relativa inaccessibilità. Una condizione ormai superata, come ha spiegato Elisabeth Braw, secondo cui “non possiamo più dare per scontato che i fondali marini siano sicuri”. Vi operano flotte sottomarine in espansione, sistemi autonomi e nuove attività estrattive. La competizione riguarda anche chi costruisce i cavi e autorizza il loro passaggio, fra rivalità sino-americane e controversie nel Mediterraneo orientale. Resta soprattutto la difficoltà di distinguere un incidente da un’azione deliberata, come dimostrato dalla vicenda della Eagle S, nella quale “le autorità finlandesi hanno dovuto decidere che cosa fare”, ha ricordato l’autrice.

Sul versante giuridico, Francesco Paolo Bello, managing partner di Deloitte Legal, ha richiamato proprio il caso Eagle S e i limiti della giurisdizione nelle zone economiche esclusive. Individuare la nave responsabile di un danneggiamento non basta a dimostrare un sabotaggio né a ottenere una condanna. Bello ha proposto un riconoscimento specifico delle infrastrutture sottomarine critiche, maggiori obblighi per gli Stati di bandiera e accordi che rafforzino la protezione nelle Zee. Tra autorità e operatori vanno inoltre chiariti compiti investigativi e costi delle riparazioni.

Le tecnologie e la filiera italiana

La tecnologia ha contribuito a rendere accessibili profondità prima considerate sicure, ma offre anche gli strumenti per proteggerle. È la prospettiva illustrata da Gabriele Maria Cafaro, executive vice president Underwater di Fincantieri, che ha sottolineato la necessità di sviluppare soluzioni interoperabili, integrando robotica, intelligenza artificiale e sensori, dalla manutenzione alla protezione. In questa direzione va anche l’acquisizione di Next Geosolutions, specializzata nelle ispezioni dei fondali, considerate essenziali per migliorarne la conoscenza.

Il monitoraggio dei cavi può diventare esso stesso uno strumento di sicurezza. Roberto Candela, amministratore delegato di Electrical and Optical Sensing Solutions di Prysmian, ha spiegato come variazioni di temperatura e altri segnali, un tempo destinati alla manutenzione, possano rivelare possibili intrusioni. Un guasto può essere localizzato in tempo reale con precisione di un metro, riducendo le riparazioni da mesi a poche settimane. Resta da stabilire come gestire e condividere la crescente quantità di dati raccolti.

Investimenti e capacità operative

Nelle conclusioni, il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago ha richiamato il vantaggio dell’Italia per posizione geografica e competenze industriali, insistendo sulla necessità di facilitare l’accesso ai capitali delle imprese più piccole. “Il nostro sistema Paese deve avere maggiore accesso ai capitali per poter crescere”, ha affermato, invitando anche i fondi di investimento a guardare con maggiore attenzione al comparto della difesa. Nei nuovi domini, ha sostenuto, “il meccanismo è invertito”, con un ruolo crescente dell’iniziativa privata in quella che ha definito una “partnership privato-pubblico”. Fra le prospettive indicate, sciami di droni per la sorveglianza continua delle infrastrutture e data center sottomarini raffreddati naturalmente dall’acqua. Un’evoluzione che, per il sottosegretario, richiederà di valorizzare la filiera nazionale e il contributo della Marina militare e del Polo nazionale della dimensione subacquea.

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Bombardieri al centro della guerra aria-aria. La scommessa dell’Air Force

Sin dalla loro nascita nelle prime fasi di vita dell’aviazione militare, agli inizi del secolo scorso, i bombardieri hanno sempre svolto funzioni legate all’attacco di obiettivi terrestri (o, in alcuni casi, navali), delegando in maniera quasi assoluta ai caccia, eccezion fatta per i mezzi di autodifesa, il compito di intrattenere combattimenti aerei per ottenere e mantenere la superiorità nei cieli. Ma questa suddivisione sembra destinata a divenire sempre meno netta con l’avanzamento tecnologico di questi anni.

L’US Air Force ha infatti affermato di star esplorando alcune opzioni di impiego in ottica air-to-air dei bombardieri di nuova generazione B-21 Raider attualmente in via di sviluppo, opzioni che passerebbero dall’impiego dei Collaborative Combat Aircraft (Cca), anche noti in Italia con il nomignolo di “droni gregari”.

L’ipotesi compare nel nuovo rapporto sulla struttura della flotta caccia trasmesso al Congresso, che tra le opzioni allo studio cita esplicitamente lo “sviluppo di capacità aria-aria sui bombardieri”. Il documento non entra nei dettagli, ma dalle caratteristiche note del Raider come l’autonomia estrema, l’elevata quota operativa, la bassa osservabilità e i sensori avanzati è possibile immaginarne alcuni, come fatto dall’analista Joseph Trevithick su TheWarZone.

Il primo è quello di piattaforma di lancio per missili aria-aria a lunghissimo raggio, troppo ingombranti per i caccia tattici, o per grandi quantità di missili convenzionali. In questa veste velivoli come il B-21 (ma anche il B-52, che i vertici militari vogliono mantenere in servizio il più a lungo possibile) potrebbero agire come “navi arsenale” volanti, colpendo su richiesta dalle retrovie bersagli individuati da altre piattaforme in prima linea. Una prospettiva resa concreta dalla nuova generazione di missili come l’Aim-174B e l’Aim-424, e dalla richiesta dell’aeronautica di un vettore con portata di almeno mille miglia nautiche.

Il secondo è il ruolo di “nodo” di comando e controllo. Grazie alla capacità di penetrare spazi aerei fortemente difesi, il bombardiere potrebbe coordinare i Cca, ricevendo da questi i dati di puntamento e, in prospettiva, lanciandoli direttamente. Sulla stessa linea si muove il programma LongShot della Darpa, che punta a sviluppare droni armati di missili aria-aria sganciabili da caccia e bombardieri. A questi si aggiungono il contributo alla soppressione delle difese aeree nemiche, componente essenziale della superiorità aerea, e una dimensione difensiva. Northrop Grumman ha infatti brevettato un sistema di intercettori hard-kill capace di creare una “bolla” protettiva attorno al singolo velivolo.

Non è ancora chiaro dunque di che portata sarà questa trasformazione, ma quel che è certo è che le dinamiche della guerra del prossimo futuro vedranno venir meno un altro degli assiomi che fino ad ora rappresentavano una certezza del dominio bellico.

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Missili da crociera low cost da Kyiv. La Bundeswehr punta sul Bars

La Germania si appresta a dotare le proprie forze armate di un sistema d’arma nato in Ucraina. Secondo quanto riportato dal Financial Times, le autorità tedesche dovrebbero chiudere nelle prossime settimane un accordo per l’acquisto di un primo lotto di Bars, il missile cruise a basso costo sviluppato da Kyiv. Si tratterebbe del primo acquisto noto di un’arma offensiva di concezione ucraina destinato all’uso diretto della Bundeswehr, un fenomeno che segnala quanto stia cambiando nella dimensione di apparato militare-industriale il rapporto tra l’Ucraina e i suoi alleati europei, sempre più interessati a sfruttarne il know-how militare. Si tratta di un vettore con propulsione a getto, capace di raggiungere fino a 1.000 chilometri di distanza e di trasportare una carica fino a 105 chilogrammi, a seconda della variante. Il lotto iniziale servirà a condurre prove tecniche all’inizio del prossimo anno. In caso di esito positivo, potrebbe seguire un ordine più consistente, nell’ordine di diverse centinaia di esemplari.

Un elemento centrale dell’operazione è la dimensione industriale. Negli ultimi mesi il Bars è stato fabbricato anche in Germania da una joint venture ucraino-tedesca, sui cui dettagli vige grande riservatezza, costituita nell’ambito del programma Build with Ukraine lanciato da Zelensky lo scorso anno. L’iniziativa nasceva con l’obiettivo di produrre armamenti per l’Ucraina al di fuori dei suoi confini, così da aumentarne la capacità produttiva, ridurre l’esposizione agli attacchi russi e favorire lo scambio di competenze. La mossa di Berlino si inserisce in una tendenza più ampia. Danimarca, Estonia e Lettonia hanno manifestato la disponibilità ad acquistare armamenti ucraini, e Copenaghen ha annunciato il mese scorso l’acquisto di nove veicoli terrestri senza equipaggio Dropla a scopo di sperimentazione. Sempre il mese scorso l’esercito statunitense ha assegnato un contratto da 10 milioni di dollari alla filiale americana dell’ucraina Skyeton per il drone da ricognizione Raybird, sistema per cui anche la Germania ha mostrato interesse.

L’acquisizione riflette anche un cambio di mentalità negli apparati della difesa tedeschi, a lungo caratterizzati da procedure lente e burocratiche e orientati verso i grandi gruppi industriali. Oggi Berlino si mostra più aperta verso le start-up e disposta a testare i prodotti mentre definisce i contratti, così da accelerare i tempi. Sullo sfondo c’è il piano di riarmo da 780 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, varato in risposta all’invasione su larga scala dell’Ucraina e ai dubbi sulle garanzie di sicurezza americane per l’Europa. Sul fronte del lungo raggio, la Germania ha firmato un accordo preliminare per i Tomahawk di Raytheon, dopo che Trump ha cancellato il previsto dispiegamento in territorio tedesco di un battaglione statunitense dotato di questi missili. I Tomahawk, però, hanno un costo compreso tra 4 e 6 milioni di dollari e scontano colli di bottiglia produttivi che ne rendono improbabile la consegna prima degli anni Trenta.

Per questo Berlino lavora in parallelo su sistemi più economici e producibili in massa. Oltre al Bars, prevede di acquistare e testare un piccolo lotto di missili Anthem della start-up statunitense Covenant, che la settimana scorsa ha annunciato un accordo anche con la Danimarca. L’Anthem costa circa un decimo di un Tomahawk, mentre il Bars sarebbe ancora meno caro, ma i funzionari tedeschi non escludono di acquisire entrambi. Resta invece congelata, per ora, l’ipotesi di acquistare il missile ucraino Flamingo.

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Dagli Usa alla Germania, ecco chi sta puntando sul combattimento spaziale (e perché)

La Germania istituirà una formazione militare dedicata alle operazioni spaziali, con un organico previsto di almeno mille unità all’interno della Luftwaffe. Ad annunciarlo è stato il tenente generale Holger Neumann, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica tedesca. La nuova struttura, è stato spiegato, riunirà sotto un unico ombrello tutte le attività militari tedesche legate allo spazio, con l’obiettivo di consolidare e ampliare le capacità già esistenti. Secondo quanto riferito, l’organizzazione comprenderà personale incaricato del controllo dei satelliti, unità dedicate alla space situational awareness e gruppi specializzati nei cosiddetti lanci operativi.

I primi passi della forza spaziale di Berlino

Si sa ancora poco dei dettagli, ma da quanto si apprende le prime attività di formazione sarebbero già iniziate, con sette militari impegnati in attività di addestramento per la gestione remota dei satelliti. Un’apposita sotto-unità sarà inoltre responsabile dei cosiddetti “lanci operativi”, intesi come la capacità di mettere rapidamente in orbita nuovi satelliti per sostituire o integrare quelli esistenti in caso di crisi. La collocazione della nuova formazione all’interno della Luftwaffe configurerà le operazioni spaziali nelle strutture di comando già esistenti all’interno dell’aeronautica tedesca. L’organizzazione si occuperà di attività connesse ai sistemi satellitari e alla sorveglianza dello spazio, in coordinamento con le altre componenti militari interessate.

È particolarmente interessante il fatto che, pur non disponendo ancora di un lanciatore nazionale – e men che meno di un soggetto appaltatore privato in grado di fornire le infrastrutture di lancio su richiesta e in tempi celeri – le Forze armate tedesche stiano lo stesso costituendo forze militari dedicate alla predisposizione e alla gestione di lanci improvvisi e determinati da esigenze operative orbitali. A guardarla in questo modo, sembrerebbe quasi che Berlino intenda addestrare gli operatori prima ancora di disporre delle piattaforme. La domanda è dunque d’obbligo: la Germania è più avanti di quanto non ammetta sul fronte dell’accesso autonomo allo spazio?

Le “armi spaziali” americane

A metà settembre il segretario dell’US Air force, Troy Meink, ha dichiarato che gli Stati Uniti dispongono già di armi in orbita. Interpellato sulla loro natura, ha preferito non aggiungere ulteriori dettagli. Notizia confermata il giorno seguente dal nuovo capo delle operazioni spaziali, il generale Douglas Schiess, (appena subentrato a B. Chance Saltzman). Anche qui non sono stati forniti dettagli sull’esatta natura di queste armi, per quanto gli analisti sono concordi nel sostenere che non dovrebbe trattarsi di sistemi cinetici. Un annuncio a cui il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha risposto chiedendo che gli Usa frenino la loro corsa alla militarizzazione dello spazio. Appello, tuttavia, invecchiato molto male.

Il caso Iceye

Il 15 ottobre il satellite russo Kosmos 2612 ha cominciato ad avvicinarsi a Iceye-X36, un satellite radar (Sar) della società finlandese-americana Iceye che fornisce rilevamenti satellitari alle forze di Kyiv. Già il giorno successivo, Kosmos si trovava a pochi chilometri dal bersaglio, con cui ha poi giocato al gatto col topo per due giorni, passando davanti e dietro al satellite, prima di allontanarsi tra il 18 e il 19 ottobre. 

Per diversi osservatori si è trattato della prima operazione di rendez-vous and proximity (Rpo) di questo tipo contro un satellite commerciale, dal momento che finora i Kosmos avevano pedinato soprattutto assetti governativi americani, come accadde nel 2020 con Usa 245. Infatti, Kosmos 2612 era stato lanciato in aprile insieme ad altri satelliti russi, e a maggio quattro di essi, dal Kosmos 2610 al 2613, avevano già modificato la propria orbita avvicinandosi sempre ad Iceye-X36. All’epoca qualcuno aveva invitato a considerare l’evento come una “coincidenza orbitale”, ma i fatti del 15-19 ottobre rendono ormai palese che dietro ai movimenti del satellite russo ci fosse la precisa volontà di avvicinarsi al satellite di un operatore privato che lavora per un Paese in guerra con Mosca.

Lo spazio si fa caldo

Che diversi Paesi si siano dotati negli ultimi anni di Forze armate – più o meno strutturate – dedicate al dominio spaziale non è una novità. Dal 2019, anno di istituzione della Space Force, diversi Stati hanno costituito branche spaziali militari dedicate o incluso lo spazio all’interno delle prerogative delle proprie Aeronautiche (come hanno fatto tra gli altri Italia, Francia e Germania), ma le ultime settimane stanno registrando un nuovo trend: la costituzione di reparti spaziali combattenti. È il caso, ad esempio, dello Space Effects Squadron delle Forze armate britanniche, le cui prerogative includeranno “la capacità di disturbare, degradare o negare le attività avversarie”. Vale la pena sottolineare che per “reparti combattenti” non si intendono fantascientifici battaglioni di soldati-astronauti, bensì unità la cui specifica destinazione d’impiego riguarderà l’utilizzo di assetti spaziali pensati per condurre operazioni direttamente in orbita e contro assetti analoghi. Si tratta di una distinzione importante, dal momento che, finora, i reparti spaziali nelle varie Forze armate sono stati dedicati principalmente a impiegare assetti che hanno una diretta rilevanza per le operazioni sulla Terra. Si pensi, in questo riguardo, ad Iceye-X36, che osserva i movimenti russi dall’orbita. Ed è proprio la crescente dipendenza globale dai servizi spaziali a candidare i loro abilitatori, i satelliti, a bersagli privilegiati in caso di conflitto. Di conseguenza, gli Stati si stanno dotando degli strumenti per difenderli (e attaccarli) direttamente nello spazio e di personale in uniforme in grado di manovrarli. Per comprendere il cambio di paradigma in corso, si pensi al potere aereo: già nel XIX secolo i palloni aerostatici venivano impiegati per osservare gli eserciti nemici, ma fu solo con la Prima guerra mondiale e con l’impiego operativo dei primi velivoli che quello aereo è assurto a dominio del conflitto “completo”, con le conseguenze che conosciamo bene. Con i dovuti distinguo del caso, il dominio spaziale sta attraversando la stessa trasformazione, da elemento di supporto agli altri domini a scenario combat localizzato direttamente fuori dall’atmosfera. Non si tratta ancora di una transizione completa, la quale richiederà ancora diverso tempo, ma i movimenti (e gli stanziamenti) delle principali potenze non lasciano dubbi in merito: i prossimi conflitti si combatteranno direttamente in orbita.

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Mediterraneo orientale. Le giravolte di Turchia, Libia ed Egitto spiegate da Caffio

I fattori geografici giocano un ruolo decisivo nel favorire le politiche di potenza degli Stati. La Grecia da anni fa perno sulle sue tante isole per proiettare i confini della Zee e della sottostante Piattaforma continentale (Pc) a ridosso della costa della Turchia. La quale a sua volta ha rovesciato il paradigma elaborando la teoria della Patria Blu (Mavi Marmar) con cui si è attribuita estesissimi spazi marittimi a danno di quelli delle isole greche.

Due opposte interpretazioni del diritto del mare si confrontano: rigidamente ortodossa quella greca nel seguire l’equidistanza geometrica senza tener conto di criteri di proporzionalità; più creativa quella turca che, per raggiungere i suoi scopi, spesso forza l’interpretazione delle norme.

Il Mediterraneo, con la sua conformazione ristretta, non consente iniziative marittime unilaterali. Quando questo si verifica, come nel nostro caso, si ha una forma di lawfare che crea estese grey zones dai confini incerti simili a quella del Mar della Cina

Memorandum turco-libico del 2019

Una mossa inaspettata ed estrema è stato nel 2019 il Memorandum di delimitazione tra il Governo di Accordo Nazionale (GNA) tripolino e la Turchia. L’intesa prevede una fascia diagonale di Pc, in un’area ricca di idrocarburi, tra l’Anatolia e la Cirenaica attribuendo una proiezione marittima alla costa turca in direzione est-ovest. Per conseguenza, le isole greche di Kastellorizo, Rodi, Scarpanto e Creta sono state private di qualsiasi spazio di Pc oltre le acque territoriali.

L’accordo ha ovviamente determinato varie proteste da parte greca che lo considerano nullo perchè contrastante con la Convenzione del diritto del mare (Unclos). Analoga la posizione della Ue nel non riconoscere efficacia all’iniziativa verso gli Stati terzi. L’Egitto ha egualmente subito condannato il Memorandum.

La risposta greca è stata immediata: nel 2020 ha firmato al Cairo un parziale accordo di delimitazione della Zee con l’Egitto che determina una sovrapposizione con la pretesa turco-libica: ignorando la costa anatolica, dà pieno effetto alle isole greche davanti al litorale egiziano sino al meridiano 28°. L’Egitto non ha tuttavia accettato la proposta greca di spingersi fino alla Zee di Cipro ed ha lasciato la porta aperta ad un successivo accordo con la Turchia.

Ratifica del Parlamento di Tobruk

Dopo essere stato in sonno per sette anni a testimoniare la difficile situazione interna della Libia divisa tra il GNA e quello del Libyan National Army (LNA), ora il Memorandum è stato ratificato lo scorso 20 dalla Camera dei Rappresentanti (HoR) di Bengasi.
Nella stessa seduta è stata votata la revoca di una precedente risoluzione sulla rottura delle relazioni diplomatiche tra il LNA ed Ankara.

Sono state così superate quelle riserve che – su istanza della HoR – avevano portato ad una pronuncia sfavorevole della corte di appello di Al-Bayda basata, sul fatto che il GNA di Tripoli non avessero l’autorità legale di siglare un simile accordo.

Reazioni internazionali

Immediata la reazione della Grecia che, assieme a Cipro, ha reiterato le iniziali proteste depositandole alle Nazioni Unite. Nicosia ha in particolare evidenziato i pericoli per la stabilità del Mediterraneo Orientale giudicando provocatoria l’iniziativa.
Molto decisa anche la posizione Ue che ancora una volta ha eccepito sia la nullità del Memorandum che la violazione dei diritti sovrani di propri Paesi membri.

L’Egitto ha ovviamente rinnovato la sua contrarietà. Tuttavia, a sorpresa, in un colloquio tenutosi il 24 ottobre ad Istanbul tra i rispettivi ministri degli esteri nell’ambito del Gruppo quadripartito di cui fanno parte Arabia e Pakistan, ha evidenziato la necessità per Turchia ed Egitto di negoziare un proprio accordo di delimitazione conforme ai principi equitativi dell’Unclos.

Più sfumata la posizione statunitense che, senza condannare il Memorandum, ha indicato i benefici di un approccio economico basato su investimenti ed estrazione delle risorse energetiche.

Verso una nuova fase

Artefice della nuova situazione è senz’altro la Turchia che, in questo modo, dimostra di aver superato le frizioni che la opponevano alla Cirenaica di Haftar perseguendo l’ambizioso progetto di estendere la sua influenza su una Libia unificata. Tutti da dimostrare invece i vantaggi concreti che ad Ankara verranno dalla ratifica del Memorandum visto che appare difficile lo sfruttamento di zone di mare contestate.

Proprio per questo, seguendo il consiglio degli Usa, l’Egitto potrebbe rilanciare l’Eastern Mediterranean Gas Forum (EMGF) invitando la Turchia a farne parte.

Più difficile prevedere la futura linea di Grecia e Cipro che, forti dell’appoggio Ue, al momento sembrano sul piede di guerra.

Quanto all’Italia, noi non siamo confinanti lateralmente con la Pc libica avendo ad est un limite già concordato con la Grecia. Tuttavia, oltre ad essere direttamente interessati a mantenere buone relazioni con la Turchia in una futura Libia riunificata, abbiamo proposto a Tripoli di iniziare un negoziato di delimitazione: si tratta dell’area a sud est della Sicilia dove la Pc libica si sovrappone in parte a quella Maltese la quale, a sua volta, è in overlapping totale con la nostra.

Da notare infine che nel 2023 l’Eni, per voce di Claudio Descalzi, dichiarò che l’accordo per la costruzione del gasdotto EastMed avrebbe dovuto necessariamente includere la Turchia, a significare la necessità di superare le contrapposizioni sulle pretese marittime in una prospettiva economica.

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La pace da difendere, la sicurezza da costruire. Tutti i protagonisti della festa di Airpress a Villa Blanc

Difendere la pace significa assumersi responsabilità politiche, disporre di capacità militari credibili e poter contare su un’industria in grado di sostenerle. È questo il filo conduttore dell’evento annuale di Airpress, dal titolo Arsenale per la pace, cha ha riunito a Villa Blanc, a Roma, rappresentanti delle istituzioni, vertici delle Forze armate e protagonisti dell’aerospazio e della difesa. Una serata per confrontarsi sul futuro della sicurezza italiana ed europea, nella consapevolezza che deterrenza, innovazione tecnologica e capacità industriali sono parte integrante di una strategia capace di preservare la pace.

La pace, la difesa e la responsabilità della politica

Il rapporto tra deterrenza e sicurezza europea ha attraversato il confronto tra Isabella Rauti, sottosegretario di Stato alla Difesa, Lorenzo Guerini, presidente del Copasir e Alessandro Azzoni, rappresentante permanente d’Italia presso la Nato. Tre prospettive istituzionali diverse, accomunate dall’esigenza di rafforzare le capacità di difesa e, soprattutto, di spiegare ai cittadini le ragioni delle scelte necessarie per garantire la sicurezza.

A richiamare la politica alle proprie responsabilità è stato Guerini, invitandola ad affrontare questi temi “senza mentire all’opinione pubblica per un voto in più”. Il disimpegno americano in Europa impone, secondo il presidente del Copasir, un salto di qualità negli investimenti comuni, nella pianificazione militare e nella cooperazione industriale. Una responsabilità che riguarda anche il rapporto con i cittadini, come ha ricordato Rauti. “Per decenni abbiamo dato la pace per scontata, oggi sappiamo che va difesa ogni giorno”. La deterrenza, nella lettura del sottosegretario, è anzitutto uno strumento per prevenire i conflitti e tutelare le società democratiche.

È su questo rapporto tra sicurezza e consapevolezza pubblica che si è soffermata Flavia Giacobbe, direttore di Formiche e Airpress, spiegando la scelta del titolo. Un richiamo al legame tra capacità di difesa, deterrenza e innovazione, in una stagione di confronto permanente non sempre compresa dall’opinione pubblica italiana.

Una comunità riunita

La fotografia della serata restituisce anche una politica capace di ritrovarsi attorno ai temi della sicurezza. A Villa Blanc erano presenti Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, Maurizio Gasparri, presidente della Commissione Affari esteri e difesa del Senato, Gianfranco Fini, già presidente della Camera, Lorenzo Cesa, presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato e Giulio Terzi di Sant’Agata, presidente della Commissione politiche dell’Ue, insieme a numerosi altri esponenti del Parlamento tra cui Raffaele Nevi, Stefano Graziano, Giulia Pastorella, Stefania Pucciarelli, Alberto Pandolfo, Elena Murelli, Andrea Casu, Lavinia Mennuni, Tilde Minasi.

Accanto alla politica, chi della difesa conosce soprattutto la dimensione operativa. A rappresentare le Forze armate, tra gli altri, il generale Franco Federici, consigliere militare del presidente del Consiglio, il generale Antonio Conserva, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, e l’ammiraglio Fabio Gregori, sottocapo di Stato maggiore della Marina militare. Una presenza che abbracciava anche il settore degli armamenti, con Luisa Riccardi, vicedirettore nazionale degli Armamenti, il generale Luca De Martinis, direttore degli Armamenti aeronautici, e l’ammiraglio Cristiano Nervi, direttore degli Armamenti navali. A completare il quadro delle responsabilità operative, il generale Giovanni Gagliano, comandante delle Forze di supporto al combattimento dell’Esercito, e l’ammiraglio Sergio Liardo, comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto. Non mancava poi l’esperienza di chi ha guidato le Forze armate ai massimi livelli, come gli ex capi di Stato maggiore Vincenzo Camporini, Enrico Credendino e Pietro Serino. Una partecipazione che ha riunito generazioni diverse della leadership militare italiana, tra responsabilità attuali ed esperienza maturata ai vertici.

L’industria e le capacità della difesa

Alle scelte della politica e alle esigenze delle Forze armate devono corrispondere tecnologie, competenze e capacità produttive. Una riflessione che parte dalla necessità di ampliare il concetto stesso di sicurezza, come ha sottolineato Massimo Claudio Comparini, managing director della Space division di Leonardo, richiamando la protezione delle infrastrutture critiche, delle economie e degli spostamenti. Una visione che deve andare “oltre quello che ci porta a pensare solo alle applicazioni militari”, per riconoscere il valore strategico delle tecnologie anche nella dimensione civile.

In questa prospettiva, la solidità della filiera industriale nazionale assume un peso centrale. Per Paolo Graziano, executive chairman di Magnaghi Aerospace Group, l’innovazione nella difesa è essenziale per “preservare le competenze dell’Italia e la sua competitività nel mondo”. Competenze che devono tradursi in capacità produttive, come ha evidenziato Frank Paul Spina, managing director e general manager di Northrop Grumman Italia, sottolineando la necessità di sviluppare capacità “concrete, affidabili e producibili su scala”, in grado di rispondere alle crescenti esigenze operative. Una sicurezza che passa anche dalla resilienza delle infrastrutture e dalla continuità operativa, ambiti nei quali Francesco Miraglia, business unit director government, intelligence & defense di CBRE, ha richiamato il “ruolo strategico” del Facility management.

Accanto a queste realtà, a Villa Blanc erano presenti numerose altre aziende del settore, alcune delle quali hanno anche contribuito a sostenere l’iniziativa, a testimonianza della varietà di competenze industriali che ruotano attorno al mondo della difesa e dell’aerospazio.

Tra confronto politico, vertici militari e industria, la festa di Airpress ha restituito il ritratto di una comunità chiamata a confrontarsi sulle stesse sfide, pur con responsabilità differenti. Un’immagine che riassume lo spirito di Arsenale per la pace, ricordando quanto la sicurezza dipenda dalla capacità di far dialogare scelte politiche, competenze militari, innovazione tecnologica e capacità industriali.

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Orbita bassa, tensione alta. Cosa sappiamo sul “caso Kosmos 2612”

Ventisei metri al disastro. Tanto sarebbe stata, secondo i dati di tracciamento pubblici, la distanza minima tra il satellite militare russo Kosmos 2612 e l’Iceye X36, satellite radar ad apertura sintetica (Sar) registrato negli Stati Uniti e appartenente alla società di origine finlandese Iceye. L’incontro è avvenuto il 19 ottobre, come riporta The War Zone. LeoLabs, società specializzata nel monitoraggio orbitale, è più prudente e parla di circa 500 metri, che rimane una vicinanza comunque anomala per due oggetti che viaggiano a migliaia di chilometri orari senza alcun coordinamento. Nel 2020 bastò che il Kosmos 2542 si avvicinasse a 150 chilometri da un satellite spia americano per scatenare un caso internazionale. Oggi, la distanza è una frazione di quella.

Il bersaglio non è casuale. Le immagini Sar di Iceye, utilizzabili di giorno, di notte e con qualsiasi condizione meteo, sono impiegate da anni dalle autorità ucraine anche per l’individuazione degli obiettivi, e secondo voci mai confermate l’X36 opererebbe sotto un controllo più diretto di Kyiv. Il Kosmos 2612 fa parte di un gruppo di sei satelliti lanciati da Mosca lo scorso aprile con un unico vettore Soyuz, con ogni probabilità “ispettori” capaci di avvicinarsi ad altri oggetti in orbita. Già a maggio tre di loro avevano sfiorato l’X36, e secondo l’amministratore delegato di Iceye, Rafal Modrzewski, lo spostamento del satellite da parte dell’azienda aveva provocato nuove contromanovre russe.

La fase decisiva è iniziata il 30 settembre, quando il Kosmos 2612 si è riportato sullo stesso piano orbitale e quasi alla stessa quota del bersaglio. L’astrofisico Jonathan McDowell l’ha definito il primo rendez-vous in orbita bassa tra due satelliti attivi senza il consenso di uno dei proprietari. LeoLabs descrive un avvicinamento controllato, l’aggiramento dell’obiettivo, una lunga permanenza nelle sue vicinanze e un allontanamento altrettanto preciso: capacità che richiedono pianificazione, propellente e sensori di bordo sofisticati.

Lo schema è noto. Nel 2020 il Pentagono accusò il Kosmos 2543 di aver testato un’arma antisatellite rilasciando un piccolo oggetto in orbita. La capacità di affiancare un altro veicolo apre a opzioni cinetiche e non: bracci robotici, aerosol per accecare le ottiche, disturbo elettronico, impatto diretto. Ma anche la sola minaccia produce effetti, costringendo il bersaglio a spostarsi, a consumare carburante e a ridurre la propria vita operativa, mentre l’osservazione ravvicinata ne rivela caratteristiche e punti deboli.

Sulle intenzioni di Mosca restano margini di incertezza, con gli analisti che non escludono nulla, dall’intimidazione al sabotaggio, ma anche l’opzione secondo cui quanto osservato non prova un intento ostile ma è compatibile con raccolta di intelligence, coercizione o preparazione di operazioni controspaziali. Ma al di là delle intenzioni, il messaggio è chiaro. Mosca ha dimostrato di poter raggiungere, affiancare e tenere sotto pressione un satellite commerciale occidentale che sostiene lo sforzo bellico ucraino, colpendo proprio quella democratizzazione dello spazio che ha permesso a Kyiv di compensare l’assenza di una costellazione propria. Con palesi ricadute in ambito strategico.

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Gli italiani e la difesa, un rapporto ancora da costruire. Coticchia e Mazziotti spiegano perché

Gli italiani si fidano delle loro Forze armate, ma questa fiducia non si traduce automaticamente nel sostegno al riarmo, alla deterrenza o alle missioni internazionali. È quanto emerge dal sondaggio realizzato da YouGov per l’Università di Genova all’interno di una ricerca sul rapporto tra gli italiani e il mondo della Difesa. I numeri descrivono bene la distanza: il 67,5% dichiara molta o abbastanza fiducia nelle Forze armate, ma solo il 35,2% le ritiene in grado di difendere l’Italia dalle minacce esterne e ancora meno si dicono favorevoli all’aumento delle spese militari. Per Fabrizio Coticchia, professore ordinario di Scienza politica all’Università di Genova, e Matteo Mazziotti di Celso, ricercatore presso la scuola Imt Alti Studi di Lucca, il risultato non sorprende, ma riflette trent’anni di narrazioni politiche sulla Difesa, aggravata da un dibattito pubblico concentrato quasi solo sulle spese a discapito delle ragioni della necessità dello strumento militare.

Spese militari e leva restano divisivi

L’Italia è un Paese pacifista? In parte. “Sicuramente gli italiani sono pacifisti, nel senso che sono critici rispetto all’aumento delle spese militari”, spiega Coticchia. Infatti, il 28,2% degli intervistati vorrebbe aumentare la spesa, il 33,9% ridurla e il 25,7% lasciarla così com’è. E chi è favorevole la vorrebbe finanziata a debito, non con nuove tasse né con tagli al welfare. Dati simili emergono anche rispetto al rischio personale. In caso di attacco all’Italia, il 31% dichiara che combatterebbe, mentre il 52,6% risponde di no. Il quadro, riassume Coticchia, è quello di “una riluttanza sia a spendere di più, sia a combattere”. Altro caso emblematico riguarda la reintroduzione della leva. Il campione si divide quasi a metà, col 45,2% di favorevoli e il 46,8% di contrari. Ma il dato cambia sensibilmente se si introduce la discriminante dell’età. “Sono molto più quelli che sono a favore fra le persone di una certa età rispetto ai giovani”, evidenzia Coticchia. Tra i 18-24enni, infatti, i favorevoli sono il 22,1%, mentre tra i 45-54enni il dato sale al 56,9%. In altre parole, a sostenere il ritorno della leva sono soprattutto coloro che, se venisse ripristinata, non sarebbero chiamati a farla.

Sensibilità e posizioni politiche

La difesa non è più un argomento bipartisan. “Sul tema della difesa ci si divide molto ormai”, osserva Mazziotti di Celso, e per l’Italia ciò rappresenta una dinamica “abbastanza nuova”. Contano l’età e soprattutto l’appartenenza politica, in linea con quanto segnala la letteratura scientifica, gli elettori tendono ad adottare le posizioni del partito che sentono più vicino. Sull’aumento della spesa, ad esempio, a favore è il 51,5% degli elettori vicini a Fratelli d’Italia, il 48% di Forza Italia, il 32% della Lega e il 26,8% del Pd; tra M5S e Avs prevale la richiesta di ridurla. Sulla politica estera, il 27,8% vuole che l’Italia faccia da sé, mentre il 24,3% punta sulla difesa europea. 

Dentro gli schieramenti ci sono anche delle sorprese. Il Movimento 5 Stelle è più vicino alla Lega nel preferire una politica estera autonoma, mentre Pd e sinistra guardano a Unione europea e Nazioni Unite. Il piano europeo Rearm Europe non convince né la destra radicale né la sinistra, di norma europeista: il 44,6% è contrario mentre il 28% favorevole. E proprio tra gli elettori leghisti, tra i più favorevoli all’uso dei militari per la sicurezza interna, si registra la minore disponibilità a combattere in caso di attacco al Paese (22,5%). Il populismo, invece, pesa meno di quanto ci si aspetti. “Non c’è una grande differenza tra populisti e non populisti”, dice Coticchia, che evidenzia come a distinguere di più rimanga l’asse destra-sinistra. Anche la classificazione delle minacce segue queste linee. In testa ci sono il cambiamento climatico (37,5%, soprattutto tra giovani e a sinistra) e l’immigrazione irregolare (32,5%, più tra gli anziani e a destra); l’aggressività russa è al 19,8%, sebbene il 50,5% degli intervistati giudichi probabile un attacco contro l’Europa. “Non è vero che non c’è questa minaccia”, sottolinea Coticchia, “anche se resta da capire di che tipo sia, ibrida o meno. Su questo c’è molta confusione”. 

Il confronto con le altre opinioni pubbliche europee

Rispetto alle opinioni pubbliche del resto d’Europa, le differenze sono poche, ma nette. Sulla fiducia nelle Forze armate e sul sostegno alla leva l’Italia è in linea con gli altri. Anche la scarsa voglia di combattere non è un’eccezione, fatti salvi i casi di Turchia, Paesi scandinavi e baltici. Lo scarto maggiore si riscontra sul tema delle spese militari. “L’Italia è molto più contraria all’aumento delle spese militari degli altri paesi, persino della Spagna”, spiega Coticchia, sottolineando che Madrid, pur opponendosi all’obiettivo del 5% del Pil, nell’ultimo anno ha aumentato le spese militari più di Roma. 

A colpire è anche lo scarto tra l’attivismo italiano all’estero e il sostegno in Patria alle operazioni multilaterali. “L’Italia cerca di aumentare la propria credibilità all’estero rispondendo di sì agli appelli di Nato e Unione Europea, ma a livello domestico si cerca di nascondere o diluire questo tipo di informazioni”. Comprensibile sul piano elettorale, ammette Coticchia, ma “totalmente controproducente nell’idea di sviluppare una cultura e una politica di difesa. Serve maggiore trasparenza, ma questa trasparenza rappresenta un costo politico che i partiti al momento non sembrano voler pagare”.

Come gli italiani vedono i militari

L’alto grado di fiducia espressa nei confronti delle Forze armate, spiega Mazziotti di Celso, va capita: gli italiani vedono la Difesa come “un’istituzione innocua, non pericolosa per la società e composta da gente onesta”. Ciò non solo in virtù di eventuali legami amicali o familiari con il personale in uniforme, ma anche per i benefici visibili in casa: attività come l’assistenza in caso di calamità naturali (82,2%), il supporto alle forze di polizia (67%) e l’operazione Strade sicure (il 77,7% vuole almeno mantenerla) registrano il maggior gradimento. Il peacekeeping e le missioni all’estero, attività più classicamente militari, si fermano invece al 45,8%. Nelle parole di Mazziotti di Celso: “Gli italiani vogliono bene alle Forze armate, però evidentemente non devono essere ‘troppo armate’ nei compiti che svolgono”.

Lo stesso meccanismo spiega perché minacce molto diverse (dalla crisi climatica alla Russia) finiscano sotto un unico ombrello. “Il ‘nemico’ nelle nostre operazioni militari non è mai stato citato, nonostante le nostre Forze armate siano state coinvolte in diversi combattimenti”, sottolinea Coticchia, “dall’Afghanistan a Mogadiscio”. L’Italia, come la Nato e l’Ue, ha adottato negli anni la logica della gestione delle crisi (crisis management), non quella della difesa da un avversario tradizionale, non solo sul piano dottrinario ma anche su quello comunicativo. Ciò, spiegano Coticchia e Mazziotti, ha contribuito ad associare sempre di più le Forze armate a compiti che non afferiscono direttamente alle competenze della Difesa. I ricercatori, ad esempio, citano il caso dell’impiego dei militari nella gestione dei flussi migratori. “È un problema di natura militare? Assolutamente no”, osserva Coticchia, “eppure è successo dagli anni Novanta, anche con governi di colore diverso, a partire dalla crisi in Albania”.

A complicare il tutto c’è poi una comunicazione pubblica poco chiara, avida di dettagli e troppo spesso demandata alla sola lettura degli atti burocratici, in grado di mettere in difficoltà persino gli addetti ai lavori nella valutazione delle iniziative e delle attività in corso. Vedasi, a tal proposito, il caso Task Force Arabia. Il problema è che tali forme di reticenza comunicativa alimentano a loro volta sospetto da parte dell’opinione pubblica, innescando un ciclo di mutua incomprensione che aiuta a spiegare i risultati, apparentemente paradossali, dell’indagine di YouGov.

Una cultura della difesa da costruire, ma insieme

Dunque, gli italiani si fidano delle loro Forze armate, ma le preferiscono quando svolgono incarichi di polizia, ritengono le minacce esterne reali, ma non vogliono aumentare le spese, mentre al Paese manca ancora un dibattito pubblico informato sui temi della difesa che, però, continua a preferire la voce degli opinionisti a quella degli addetti ai lavori. Come si esce dal paradosso? Non con le iniziative nelle scuole che, secondo Coticchia, che rischiano di produrre la reazione opposta e di far passare un messaggio sbagliato. Serve piuttosto un dibattito trasparente, anche se costoso politicamente: “Se come Paese vogliamo adottare delle scelte solide, strutturate, tali scelte devono essere scelte legittime, e la legittimità deriva dalla condivisione e dalla trasparenza”. La via maestra, secondo i ricercatori, sta nel perseguire un salto di qualità nella comunicazione, al pari di come hanno fatto gli Esteri e l’Intelligence. La Difesa, dice Coticchia, “dovrebbe farlo maggiormente, in maniera seria, coinvolgendo l’Accademia, la società civile e anche coloro che vi si oppongono”. 

Dall’altra parte, Mazziotti di Celso invita a una maggiore comprensione del pubblico nei confronti dei militari, che devono abituarsi a interagire con la società civile e temono un clima di ostilità nei loro confronti. Per questo, conclude, la responsabilità di fare dei passi avanti ricade su entrambi: “Le Forze armate devono aprirsi maggiormente alla società civile, interagire di più, dire di sì invece di dire di no, prendersi dei rischi”, e allo stesso tempo “la società civile deve fare uno sforzo di comprensione”, evitando giudizi ideologizzati e apriorismi. 

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