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Medio Oriente nel caos, 4 petroliere in fiamme a Hormuz, missili Houthi contro l’Arabia. Trump con i vertici militari Usa alla Casa Bianca

Le forze armate iraniane hanno annunciato che quattro petroliere sono state colpite da mine navali e hanno preso fuoco nello Stretto di Hormuz, che gli Stati Uniti sostengono di aver in gran parte bonificato. Secondo i Guardiani della Rivoluzione, tre imbarcazioni avrebbero urtato le mine mentre tentavano di attraversare una rotta non autorizzata nella parte meridionale dello Stretto, dopo aver disattivato radar e sistemi di navigazione e ignorato gli avvertimenti iraniani. L’esercito di Teheran ha successivamente riferito di un quarto tanker danneggiato e incendiato nelle stesse circostanze. Non sono state precisate le bandiere delle navi né la provenienza dei carichi.

L’agenzia britannica per la sicurezza marittima UKMTO ha segnalato un’imbarcazione in fiamme al largo dell’Oman e una petroliera colpita da un proiettile, di cui non è stata identificata la natura. In quest’ultimo episodio non si registrano feriti. Non è ancora chiaro se le due navi siano tra le quattro che, secondo Teheran, avrebbero urtato mine navali nello Stretto di Hormuz.

L’Iran considera illegittimo il passaggio delle navi lungo il corridoio meridionale dello Stretto di Hormuz, vicino alle coste dell’Oman. “La rotta non autorizzata è minata e gli armatori e gli equipaggi che decidono di attraversarla lo fanno a proprio rischio e pericolo”, hanno avvertito i Guardiani della Rivoluzione, invitando a non dare credito alle “assurdità diffuse sui social media dal Centcom”, il comando militare americano per il Medio Oriente e l’Asia.

Gli incidenti riaccendono lo scontro tra Iran e Stati Uniti sulla sicurezza di una delle rotte marittime più importanti al mondo, attraverso la quale, prima della guerra, transitava circa un quinto degli idrocarburi mondiali. Washington sostiene di aver bonificato dalle mine iraniane i principali corridoi di navigazione e di aver contribuito, dall’estate, al transito di 1,5 miliardi di barili di petrolio. Teheran contesta però questa ricostruzione e avverte che le rotte non autorizzate restano minate.

“Dimostrate di aver bonificato lo Stretto di Hormuz con prove indipendenti, non con semplici dichiarazioni“, ha affermato il portavoce dei Guardiani della Rivoluzione, Hossein Mohebi. In un comunicato separato, i Pasdaran hanno inoltre annunciato di aver catturato un drone da ricognizione statunitense. Secondo quanto riferito, il velivolo, identificato come un MQM-170, sarebbe stato intercettato da un’unità di guerra elettronica durante un’operazione nella parte occidentale dello Stretto di Hormuz.

Un frammento di missile ha ferito un cittadino saudita. L’autorità di protezione civile saudita ha dichiarato che alcune schegge cadute, in seguito all’intercettazione di due missili, hanno ferito un cittadino saudita a Riad. L’intercettazione ha provocato anche danni a un’abitazione e a un veicolo, ha dichiarato il portavoce delle autorità all’agenzia di stampa statale.

Il portavoce degli Houthi, Yahya Saree, ha affermato di avere condotto sei operazioni militari contro l’Arabia Saudita. Secondo la dichiarazione di Saree, gli Houthi hanno preso di mira i seguenti obiettivi: la raffineria petrolifera di Ras Tanura con un missile balistico, l’impianto Aramco ad Abqaiq con un missile, l’Aeroporto internazionale Re Khalid di Riad con numerosi missili, l’aeroporto internazionale King Fahd di Dammam con un drone, la raffineria petrolifera di Rabigh con un missile balistico, il Quartier generale delle truppe saudite nella regione di Najran. L’Arabia Saudita non ha ancora confermato le affermazioni degli Houthi.

Il presidente americano Donald Trump non permetterà che il conflitto con l’Iran si trasformi in una “guerra senza fine”. Lo ha assicurato il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, durante un incontro con gli elettori organizzato da Fox News a Fort Worth, in Texas, difendendo la campagna militare dell’amministrazione americana in Medio Oriente.

Il comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), l’ammiraglio Brad Cooper, ha informato il Presidente americano Donald Trump sulle opzioni militari da adottare nei confronti dell’Iran durante una rara visita alla Casa Bianca. Lo riporta il Wall Street Journal, citando fonti ufficiali americane e altre fonti con conoscenza diretta della questione. Secondo il quotidiano, all’incontro hanno partecipato anche il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il Capo di Stato Maggiore Congiunto, il generale Dan Kyne. L’incontro ha fatto seguito a una riunione tenutasi ieri alla Casa Bianca, durante la quale gli ufficiali militari hanno incontrato il vicepresidente JD Vance, ha affermato una fonte.

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Iran, Trump: “Metterò fine rapidamente a questa guerra”. Il doppio piano e la telefonata con Erdogan

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha promesso di “mettere fine molto rapidamente” alla guerra all’Iran. “Adesso devo solo portare a termine, cosa che farò molto rapidamente, la guerra con l’Iran”, ha promesso parlando in Ohio. “Sono stati duramente sconfitti” ha aggiunto, riferendosi agli iraniani. Ieri intanto il Presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha avuto un colloquio con Trump, durante il quale i due leader hanno discusso della situazione nello stretto di Hormuz e delle incursioni degli Houthi in Arabia Saudita. In base a quanto reso noto dalla presidenza turca Erdogan ha detto a Trump che la Turchia segue con attenzione gli sviluppi nello Stretto di Hormuz e nello Yemen, e che si stanno compiendo sforzi per risolvere la questione attraverso la diplomazia e sostiene i sauditi nel rispetto del patto siglato alla Mecca lo scorso agosto. Erdogan ha inoltre affermato che la Turchia è pronta a sostenere gli sforzi per rilanciare il processo diplomatico tra Ucraina e Russia e per porre fine alla guerra.

Nella regione, dove già sono dispiegate 20 navi a guerra, è atteso un altro gruppo porta-aerei insieme con un’unità di spedizione dei Marine. Si stima che la guerra, al suo ottavo mese, sia costata 47,1 miliardi di dollari a metà ottobre, un conteggio che non include danni causati alle basi statunitensi nella regione. Circa il 60% del budget – 29 miliardi – è stato impiegato per munizioni come i missili Tomahawk e Patriot. Secondo le fonti del Wsj, il presidente Donald Trump non ha ancora deciso se procedere, ma sarebbe propenso a un grande attacco post-elettorale contro le infrastrutture e i siti nucleari iraniani. L’alternativa sarebbe cercare di nuovo di arrivare a un accordo. Ma nonostante gli sforzi diplomatici dei mediatori regionali continuino, ancora non si vedono passi avanti.

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La batalla abierta entre Netanyahu y el Ejército por la guerra contra Irán, el otro frente de las elecciones en Israel

El primer ministro israelí, Benjamín Netanyahu, junto al ministro de Defensa, Israel Katz (i), y el jefe del Ejército, el general Eyal Zamir (d)

Este martes Israel se enfrentaba a una elección histórica. El país ha acudido a las urnas para decidir si revalida a Benjamín Netanyahu al frente del gobierno o, si por el contrario, se abre una nueva etapa en la política israelí. Durante la campaña, el bloque de la oposición se ha centrado en atacar al primer ministro por sus fallos estratégicos en la guerra de Gaza y los casos de corrupción que tiene pendientes. Pero en las últimas horas se ha abierto un nuevo frente para Bibi. Nada menos que un enfrentamiento con el Ejército.

La raíz del conflicto estaría en Irán. La semana pasada, el Financial Times desveló que el primer ministro israelí estaba presionando para volver a atacar a la República Islámica. En aquel momento, el diario británico aseguró que Netanyahu habría ordenado al Ejército preparar una "gran ofensiva" a comienzos de este mes, que habría sido frenada por Donald Trump. Sin embargo, nuevas revelaciones apuntan a que el freno a los planes de Bibi habría llegado desde dentro.

El Canal 12, el más visto en el país y de tendencia centrista, ha desvelado que en los últimos días se ha producido un "enfrentamiento sin precedentes" entre el primer ministro y el jefe del Estado Mayor del Ejército, Eyal Zamir. ¿El motivo? Una instrucción de Netanyahu para una acción militar que habría podido provocar un recrudecimiento de las tensiones con Irán poco antes de las elecciones, según funcionarios de Defensa citados por la cadena. Estas fuentes no han especificado qué fue lo que ordenó el primer ministro.

Intento de retraso electoral

Según la prensa israelí, Zamir se habría negado a llevar a cabo dicha acción militar. Citando fuentes anónimas, el Canal 12 asegura que existía preocupación entre los líderes militares por un posible intento de la cúpula política de "utilizar la cuestión iraní para obtener beneficios políticos". De haberse reanudado la guerra con Irán, las elecciones se habrían visto suspendidas.

Fuentes iraníes consultadas por El Independiente confirmaron que la República Islámica se estaba preparando para este escenario. Y es que el conflicto con Teherán no es impopular entre sus votantes. Cuando se anunció el fin de los ataques en junio, más del 65% de los israelíes consideraba que detener la guerra no beneficiaba a los intereses de su país, según un estudio del Instituto Israelí para la Democracia.

La tensión entre Netanyahu y Zamir quedó al descubierto en una reunión celebrada el domingo, donde supuestamente el ambiente era "extremadamente tenso". Otros medios ya habían informado en los días anteriores de que el general veía innecesario atacar Irán antes de las elecciones. Aunque el primer ministro ha negado la veracidad de la información sobre su supuesto enfrentamiento con el jefe del Ejército, algunos medios han afirmado que Bibi lo cesará de su cargo si es reelegido primer ministro.

Nuevo traspié en las relaciones con el Ejército

La relación entre las Fuerzas de Defensa israelíes y el primer ministro se ha ido tensando durante las últimas semanas. Durante la campaña, Netanyahu ha llegado a culpar a los responsables de seguridad de no haberle despertado en la mañana de los ataques de Hamás del 7 de octubre. "¿Por qué no me despertaron? Porque sabían que yo, como primer ministro de Israel, habría ordenado inmediatamente poner a todo el ejército en alerta", aseguró en una entrevista.

No era la primera vez que el líder del Gobierno realizaba este tipo de declaraciones. En los días previos a los atentados de Hamás, Netanyahu escribió en X que "todos los funcionarios de seguridad, incluido el jefe de la inteligencia militar y el jefe del Shin Bet (la inteligencia interior)" estimaron que la milicia palestina no atacaría Israel. La indignación que desató este mensaje le obligó a borrarlo y a pedir disculpas.

En los últimos meses, varias investigaciones periodísticas han desvelado que el primer ministro recibió múltiples avisos de que Hamás planeaba lanzar un ataque a gran escala contra Israel, pero decidió ignorarlos. Las advertencias habrían llegado de países aliados en la zona, como Emiratos Árabes Unidos o Egipto, según estas informaciones.

Sara Netanyahu también metió la pata

Desde la oposición han aprovechado estas revelaciones para cargar duramente contra Netanyahu, al que señalan como responsable de la muerte de más de 1.200 personas. Otras 251 fueron capturadas y llevadas como rehenes a la Franja de Gaza. Sus rivales políticos anunciaron en septiembre que, de llegar al poder, abrirían una "comisión de investigación estatal que investigue los fallos que llevaron al desastre".

De hecho, varios líderes de la oposición se han desempeñado como altos cargos militares. Es el caso del líder de Yhasar, el general Gadi Eisenkot, ex jefe del Estado Mayor del Ejército. También Yair Golan, dirigente de Los Demócratas, es un mayor general de reserva. El 7 de octubre se dirigió al sur de Israel, donde rescató a varios supervivientes de los atentados. Un suceso que ha desembocado en otra polémica.

A comienzos de septiembre, la esposa del primer ministro, Sara Netanyahu, se refirió a que Golan fuese uno de los primeros en llegar al lugar de la tragedia. La primera dama aseguró que le hecho de que el líder opositor estuviese "vestido y preparado" al amanecer de ese día "mientras que los demás no sabían nada" prueba que Golan estaba al tanto de los planes de Hamas.

El líder de Los Demócratas ya ha demandado a Sara Netanyahu, que no se ha disculpado por esta polémica declaración, realizada en una entrevista al Canal 14, alineado con el Gobierno. Su opinión iba sintonía con las teorías conspirativas que circulan por Israel, donde el 63 % de los votantes de la coalición de gobierno creen que la traición interna fue la causa de los atentados.

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Los seguros de las aerolíneas frente al encarecimiento del combustible se reducirán a la mitad en 2027

Un avión

El presidente de Ryanair, Michael O’Leary, advirtió la semana pasada que los billetes de avión podrían encarecerse hasta un 20% en Europa durante 2027 por el encarecimiento del combustible. La guerra en Irán ha disparado los precios energéticos y, según ha explicado este martes el presidente de ALA, Javier Gándara, las compañías aéreas han repercutido parte del incremento del queroseno en el precio de los billetes durante 2026, aunque también han absorbido una parte del sobrecoste a costa de sus márgenes empresariales.

No obstante, durante la presentación de las perspectivas del sector para la temporada de invierno (que empieza en octubre y termina en marzo), el presidente de la patronal de las aerolíneas ha advertido que las aerolíneas afrontarán el próximo verano con una cobertura frente a las fluctuaciones sobre el precio del combustible significativamente menor. Mientras que las grandes compañías europeas tenían cubierto "entre el 60% y el 80% de sus necesidades para la temporada actual, de cara al verano de 2027 esa proporción se situará entre el 15% y el 40%".

Estas coberturas han permitido a las aerolíneas fijar por adelantado el precio de una parte del combustible que han necesitado en 2026, lo que les ha protegido frente a las subidas del mercado. Sin embargo, como señala el presidente de ALA, el margen de protección se reducirá a la mitad en la próxima temporada.

El queroseno, entre los factores coyunturales y estructurales

El precio del combustible de aviación no depende únicamente de la cotización del petróleo. Aunque el barril de Brent se situaba antes del conflicto en torno a los 70 dólares y ha llegado a alcanzar los 115 dólares, el queroseno se ha encarecido todavía más, hasta aproximarse a los 190 dólares por barril equivalente. El diferencial responde a que el coste del queroseno no solo está condicionado por el precio del petróleo, sino también por los costes de refino, transporte y de las alteraciones en las rutas de suministro.

Además, desde ALA también advierten de que el impacto sobre el sector no dependerá únicamente de cuándo termine la guerra. Gándara ha señalado que habrá que distinguir entre los efectos coyunturales de la guerra y los daños estructurales sobre infraestructuras energéticas que puedan prolongar el encarecimiento una vez que remita el conflicto. Por tanto, los daños en la capacidad de refino de la región podrán mantener la presión sobre el queroseno incluso si el precio del crudo comienza a bajar.

Las aerolíneas programan un 5,5% más de plazas para el invierno

Además, para la temporada de invierno 2026-2027, que comenzó este domingo y se prolongará hasta finales de marzo, las aerolíneas han programado 146 millones de asientos, un 5,5% más que los previstos en la misma fecha del año pasado. Aunque desde ALA advierten de que la cifra puede variar en los próximos meses y, además, no descartan que las compañías retiren capacidad si la evolución del combustible les obliga a revisar sus planes.

Sin embargo, la distribución geográfica es muy heterogénea. Mientras que el aeropuerto Adolfo Suárez Madrid-Barajas destaca con cerca de un 10% más de plazas programadas, en otros grandes aeropuertos el avance se modera: al 1,9% en Barcelona-El Prat y al 1,5% en Alicante. Asimismo, en Andalucía se supera el 5% de crecimiento y en Baleares se registra un 4,4% (con el aeropuerto de Ibiza registrando una caída del 1%), mientras que Canarias apenas aumenta un 0,1%.

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La guerra en Oriente Medio, ¿la oportunidad para un nuevo esquema de alianzas en la región?

Un grupo de hombres porta dagas tradicionales en Sanaa, la capital de Yemen, controlada por los hutíes

Cuando Donald Trump desató su furia sobre Irán a finales de febrero, el resto del planeta se echó a temblar. No era para menos. Casi ocho meses después, el estrecho de Ormuz continúa bloqueado –no lo estaba antes del comienzo de la guerra– y los precios se encuentran por las nubes. Sin embargo, más allá del impacto en los bolsillos el conflicto está provocando un efecto dominó en Oriente Medio. Y es que, los misiles de Irán y sus aliados siguen cayendo por toda la región, lo que ha llevado al resto de países a reconsiderar sus afinidades.

Bien está que el conflicto entre Estados Unidos y la República Islámica se ha estancando desde hace meses, aunque en los últimos días se han intensificado los ataques a petroleros en Ormuz. Sin embargo, el foco ahora está en Yemen. Allí, una ofensiva de los rebeldes hutíes a principios de septiembre ha cogido por sorpresa a sus enemigos: el gobierno oficial del país y Arabia Saudí.

En cuestión de semanas, Riad ha visto cómo su poderío militar en la región es incapaz de hacer frente a un grupo insurgente de un país vecino. Sus ataques contra el aeropuerto de la capital saudí han dejado un reguero de muertos. También la empresa petrolera estatal –que engloba en torno al 10% de la producción mundial– ha sido objetivo de los hutíes. Los rebeldes están golpeando donde más duele.

El nuevo frente ha puesto de manifiesto que la lógica de alianzas en Oriente Medio ha cambiado. El estatus de major non-NATO ally ("aliado importante no-OTAN") de Arabia Saudí da buena cuenta del lugar privilegiado de los saudíes en la red de socios de Washington. Al menos así era hasta ahora. Pero, cuando el príncipe heredero Mohamed bin Salmán pidió auxilio a Donald Trump para frenar los ataques hutíes, éste le cerró la puerta en las narices.

EEUU ni está ni se le espera

A lo largo de estos meses, Trump ha mostrado su incapacidad o, directamente, indiferencia hacia la protección de sus aliados en el Golfo. Este semana, una investigación de Reuters ha desvelado que los ataques de Irán y sus aliados han alcanzado 135 objetivos críticos para las cadenas de suministro energético en la región. Mientras los misiles llovían sobre sus socios, la Casa Blanca miraba hacia otro lado.

Washington estaba centrado en los ataques contra sus bases militares en la región, cuyos daños ha tratado de minimizar durante estos meses. Sin embargo, la cadena CBS reveló el pasado mes de septiembre imágenes que mostraban los daños generalizados y la destrucción en múltiples posiciones estadounidenses en todo Oriente Medio como resultado de los ataques.

Manifestación contra de Arabia Saudí en Sanaa, la capital de Yemen, controlada por los hutíes
Manifestación contra de Arabia Saudí en Sanaa, la capital de Yemen, controlada por los hutíes | EFE/EPA/YAHYA ARHAB

La sensación de abandono en los Estados del Golfo es generalizada. Se suponía que las bases estadounidenses eran su garantía de seguridad. En cambio, esas instalaciones han sido el principal motivo por el que han sufrido los ataques de Irán. Y la Casa Blanca no ha movido un dedo para evitarlos.

Ahora, con su no intervención para auxiliar a los saudíes, EEUU refuerza aún más esta percepción. En un análisis para el Centro de Estudios Estratégicos e Internacionales, un think tank con sede en Washington, Michael Ratney lo explica así: "La reticencia de Estados Unidos a involucrarse alimenta la percepción de que ha abandonado a un socio en su momento de mayor necesidad. Mientras Arabia Saudí, su aliado, está siendo atacado, el presidente estadounidense le dice al mundo que no lo está ayudando". En este mismo análisis, sugiere que Riad buscará nuevos socios, como bien demuestra el reciente Pacto de la Meca.

Turquía y Pakistán al rescate

El pasado agosto Arabia Saudí, Pakistán y Turquía firmaron el Pacto de la Meca. Algunos analistas lo han definido como una "OTAN musulmana", bien está que solo lo componen tres países. Aunque en un primer momento los pakistaníes y los turcos se mostraron reacios a ayudar a Riad, finalmente han aceptado acudir en su auxilio. Tropas enviadas por Islamabad ya se encuentran en suelo saudí, mientras que en el caso de Ankara, el Parlamento turco debe dar el visto bueno.

Un acuerdo de este tipo pone a Irán en un lugar especialmente comprometido. Los saudíes son unos de sus principales rivales en la región. Sin embargo, el presidente iraní, Masoud Pezeshkian, ha valorado la triple alianza como "un paso adelante" en la unión entre musulmanes, asegurando que su país está "listo" para participar en el proceso.

Prisioneros leales al Gobierno oficialista de Yemen liberados este sábado por los hutíes
Prisioneros leales al Gobierno oficialista de Yemen liberados este sábado por los hutíes | EFE/EPA/YAHYA ARHAB

Tras conocerse el acuerdo, el Institute for National Security Studies, un think tank israelí vinculado a la Universidad de Tal Aviv, analizó las implicaciones del pacto para Irán. Aunque el declive de la hegemonía militar estadounidense en la región es una pequeña victoria para la República Islámica, el acuerdo entraña riesgos. ¿Y si en un futuro supusiese una amenaza?

Fuentes iraníes consultadas por El Independiente se limitan a subrayar que el Pacto de la Meca es un acuerdo de defensa, no ofensivo. Además, señalan que Pakistán es un buen aliado de Teherán. No obstante, algunos análisis publicados en medios iraníes han cargado contra Islamabad, a quien acusan de estar jugando a dos bandas.

Las milicias hutíes de Yemen forman parte del Eje de Resistencia, la red de alianzas orquestada por Teherán contra EEUU, Israel y sus aliados. A su vez, son enemigos de Arabia Saudí, que apoya al Gobierno oficialista yemení, en guerra con los rebeldes desde hace más de una década. Así, Pakistán, amigo de los ayatolás, colabora ahora con los saudíes para acabar con los socios iraníes en la región.

El factor israelí

Quizás el elemento más complicado de encajar en la ecuación sea Israel. El periódico Haaretz ha revelado los supuestos planes de Benjamín Netanyahu para unirse a Arabia Saudí en los ataques contra los hutíes. El primer ministro israelí anda buscando la normalización de las relaciones con los saudíes desde hace tiempo. Sumarse a su ofensiva contra las milicias rebeldes sería un buen aliciente.

No obstante, el príncipe israelí se muestra reticente a dar este paso. Aunque Riad y Tel Aviv colaboren al margen de los canales oficiales, aunar a Netanyahu a su alianza contra los hutíes son palabras mayores. Las fuentes iraníes consultadas por este medio no creen que esto vaya a suceder. También descartan que la República Islámica acudiese en auxilio de los rebeldes de Yemen si Israel se uniese a los ataques. Están centrados en su propia guerra con EEUU.

Cartel en contra de Benjamín Netanyahu en el centro de Teherán
Cartel en contra de Benjamín Netanyahu en el centro de Teherán | EFE/EPA/ABEDIN TAHERKENAREH

Además, está la barrera de Turquía, con quien Israel mantiene una intensa rivalidad desde hace meses. Hasta el punto de que Netanyahu ha llegado a afirmar que este país "es el nuevo Irán". La pugna entre estos dos Estados tiene mucho que ver con Siria, donde el Gobierno de Recep Tayyip Erdoğan ha ido ganando influencia desde la llegada del islamista Ahmed al Sharaa al poder. Desde Tel Aviv ven la creciente cooperación entre Damasco y Ankara como una amenaza a sus intereses en los Altos del Golán, territorio sirio que ocupan desde hace dos años.

De hecho, el portal estadounidense Axios aseguró a principios de mes que el Gobierno sirio estaba barajando también la posibilidad de enviar tropas a Yemen a luchar contra los hutíes. Un movimiento sorpresa desmentido por Damasco, aunque siguen llegando informes que apuntan en esta dirección.

Así, mientras los combates se recrudecen en Yemen –donde los desplazados internos superan los 233.000, según la Organización Internacional para las Migraciones–, el juego continúa en el tablero geopolítico en Oriente Medio. El vació dejado por Washington está siendo aprovechado por las potencias regionales, aunque todavía no queda claro hacia dónde terminarán de realinearse estos nuevos intereses.

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