❌

Reading view

Siher libero, l’Italia è ancora uno Stato di diritto. La contestazione giovanile non si affronta con il manganello in mano | il commento

L’Italia è ancora uno Stato di diritto. E questa è una buona notizia. La cattiva notizia è invece la mostrificazione a cui è stato sottoposto Youssef Siher attraverso una campagna di stampa massiccia e larghissima, dove tv di Stato, giornali e mille altre gazzette social hanno compiuto un’operazione di discredito, impiccando questo trentenne bresciano all’albero della colpa assoluta. Descritto fin dal primo minuto come la “mente” dei disordini, il regista degli spaccavetrine, il capo dei vandali, l’agente del “terrore”, il capocellula islamista infiltrato tra i violenti di strada, capace di generare un’attività di sobillazione cruenta, un pianificatore degli atti predatori visti a Milano e previsti chissà in quante altre città.

Non sappiamo di lui molto, non conosciamo le sue idee né siamo in grado di escludere eventuali responsabilità che la magistratura dovesse in futuro attribuirgli (provando con accuratezza però i rilievi). Ciò che però pareva incredibile era di addebitargli un tale cumulo di colpe da farlo apparire lontano da quel che è. La gogna mediatica lo ha così compresso nella sua identità familiare, figlio di marocchini residenti in Italia, e dunque esibito come un giovane “maranza” ma già cattivo maestro, il sapientino dei ragazzi della seconda generazione, gli immigrati che fomentano le coscienze, trasformando gli adolescenti, ingenui e giovanissimi, in vettori di un nuovo protagonismo del terrore.

Era parso chiaro a chiunque avesse voluto approfondire la storia e il curriculum di questo ragazzo, poliglotta, laureato in scienze politiche e in scienze della comunicazione, studente eccellente, stagista tra noi al Fatto Quotidiano qualche anno fa e poi all’Ispi, che il rilievo delle accuse appariva platealmente difettoso di prove, di fatti, di eventi, di luoghi. Il fermo è parso più come una costruzione della cornice securitaria che come un atto di necessaria repressione. La procura di Milano adesso ha davanti questa decisione del gip che sovverte la sua impostazione e la pialla radicalmente. È questa, come detto, la prima, unica ma decisiva buona notizia. Speriamo che il governo capisca che il conflitto sociale, il disagio, la contestazione giovanile non si affronta con il manganello in mano.

L'articolo Siher libero, l’Italia è ancora uno Stato di diritto. La contestazione giovanile non si affronta con il manganello in mano | il commento proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Spionaggio e stalking su cinesi “dissidenti” a Milano: indagate 10 persone. Minacciato anche l’influencer Teacher Li

Spionaggio e repressione su quelli che vengono considerati “dissidenti” che vivono nel capoluogo lombardo. La Procura di Milano, diretta da Marcello Viola, ha chiuso le indagini in vista della richiesta di processo a carico di dieci indagati, tra cui quattro cinesi in “continuo contatto con le autorità” di Pechino. L’accusa è di associazione per delinquere finalizzata ad “azioni repressive e coercitive nei confronti” di alcuni connazionali critici nei confronti del governo cinese.

In particolare, nell’inchiesta della Digos della Polizia di Torino, coordinata dal pubblico ministero Alessandro Gobbis, si contestano una serie di attività di stalking, monitoraggio, pressioni e minacce sull’influencer da milioni di follower Teacher Li, 34 anni, attivista e dissidente.

L'articolo Spionaggio e stalking su cinesi “dissidenti” a Milano: indagate 10 persone. Minacciato anche l’influencer Teacher Li proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Perché secondo me il fermo di Youssef Siher si colloca al di fuori della lettura costituzionale dei reati d’opinione

Youssef Siher è indagato per istigazione a delinquere (art. 414 CP) e associazione con finalità di terrorismo (art. 270-bis CP) “perché in qualità di amministratore del canale Movimento 17 ottobre presente sulla piattaforma social Instagram, creato a seguito degli scontri e degli atti di devastazione e saccheggio avvenuti il 17 ottobre 2026, pubblicamente istigava a commettere delitti contro l’ordine pubblico, in particolare pubblicava contenuti del seguente tenore: ‘lo stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame’. Fatto aggravato dall’aver commesso il fatto per finalità di terrorismo e attraverso strumenti informatici o telematici. In luogo imprecisato epoca anteriore e prossima al 20 ottobre 2026”.

Così si apre il provvedimento con cui la Procura di Milano ha messo in stato di fermo l’uomo sbattuto sui media come la mente eversiva del Movimento 17 ottobre.

Da oltre mezzo secolo la Corte Costituzionale ha affermato che l’art. 414 del codice penale è violato solamente qualora la manifestazione del pensiero oggetto d’attenzione “per le sue modalità integri comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti” (Sentenza n. 65 del 1970).

Quattro anni dopo una sentenza gemella della Consulta, riguardante un altro articolo del codice penale, ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale della disposizione contenuta nell’art. 415 del codice penale, riguardante l’istigazione all’odio fra le classi sociali, nella parte in cui non specifica che tale istigazione deve essere attuata in modo pericoloso per la pubblica tranquillità” (Sentenza n. 108 del 1974).

E la Corte di Cassazione nel 2019 ha chiarito l’interpretazione della norma spiegando che il delitto di istigazione a delinquere è un reato di pericolo concreto e non presunto e che quindi per essere configurato richiede un comportamento ritenuto concretamente idoneo, in base a un giudizio ex ante, a provocare la commissione di delitti (Cassazione penale n. 48247).

Questa è la lettura costituzionale dei reati di opinione. Per quanto si sa adesso e sulla base degli elementi finora emersi, quel provvedimento se ne colloca al di fuori. Non basta dire che “dichiariamo guerra a questo presente infame” per diventare dei terroristi che istigano all’eversione.

L'articolo Perché secondo me il fermo di Youssef Siher si colloca al di fuori della lettura costituzionale dei reati d’opinione proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Ex Ilva, chiesti i domiciliari per l’ex ad Lucia Morselli: nel mirino emissioni e quote CO2

La Procura di Taranto ha chiesto gli arresti domiciliari per Lucia Morselli, ex amministratrice delegata di Acciaierie d’Italia, nell’ambito dell’inchiesta sul presunto inquinamento prodotto dalle emissioni dell’ex Ilva tra il 2019 e il 2024 e sulle presunte irregolarità nella gestione delle quote di anidride carbonica. La richiesta riguarda anche Alessandro Labile, dirigente dello stabilimento, e Francesco Astorri, capo del Nucleo ispettivo di Ispra.

Il gip Francesco Maccagnano ha fissato per il 3 novembre gli interrogatori preventivi dei tre indagati, prima di decidere sull’eventuale applicazione delle misure cautelari. Al centro dell’indagine ci sono le emissioni dello stabilimento siderurgico di Taranto e la gestione delle quote Ets, il sistema europeo che regola lo scambio dei diritti di emissione di CO2.

Ex Ilva, dai picchi di benzene alla presunta truffa sulle quote CO2

L’inchiesta affonda le radici nelle verifiche sulle emissioni dell’acciaieria. Già nel marzo 2024 Morselli aveva ricevuto un avviso di proroga delle indagini avviate dopo un esposto relativo ai picchi di benzene registrati nello stabilimento. Nel luglio dello stesso anno erano poi scattati perquisizioni e sequestri nell’ambito degli accertamenti su una presunta truffa ai danni dello Stato legata alle quote di CO2. Successivamente erano arrivati gli avvisi di garanzia per l’ex amministratrice delegata e altri dirigenti, consulenti e dipendenti.

Tra le ipotesi di reato contestate figurano associazione a delinquere finalizzata all’inquinamento, disastro ambientale e truffa ai danni dello Stato. Secondo la ricostruzione della Procura, una manutenzione carente degli impianti avrebbe contribuito a provocare emissioni potenzialmente dannose per la salute dei lavoratori e dei cittadini.

Morselli, anche Milano indaga sull’ex amministratrice delegata

Per Lucia Morselli il procedimento tarantino non è l’unico fronte giudiziario aperto. L’ex amministratrice delegata è coinvolta anche in un’inchiesta per bancarotta fraudolenta della Procura di Milano, avviata dopo una relazione presentata dai commissari straordinari dell’ex Ilva. Le due indagini riguardano profili differenti della gestione di Acciaierie d’Italia: da una parte le presunte responsabilità ambientali e le irregolarità sulle quote di emissione, dall’altra gli aspetti economico-finanziari oggetto degli accertamenti milanesi.

La prossima tappa dell’inchiesta di Taranto è dunque fissata per il 3 novembre, quando Morselli, Labile e Astorri saranno ascoltati dal gip. Solo successivamente il giudice si pronuncerà sulla richiesta di arresti domiciliari avanzata dalla Procura. Per tutti gli indagati resta ferma la presunzione di innocenza.

L'articolo Ex Ilva, chiesti i domiciliari per l’ex ad Lucia Morselli: nel mirino emissioni e quote CO2 proviene da Affaritaliani.it.

  •  

Il pm chiede il carcere per Youssef Siher: “Può sviluppare strategia rivoluzionaria”

Youssef Siher, il ricercatore 30enne italiano di origini marocchine, fermato su disposizione della Procura di Milano per essere la presunta “mente” del canale social Movimento 17 ottobre, avrebbe avuto una conoscenza degli strumenti informatici tale da poter “sviluppare una strategia rivoluzionaria“. È uno degli elementi valorizzati dai pm nella richiesta di convalida del fermo e di applicazione della misura cautelare in carcere, nella quale si ritiene sussistente, oltre al pericolo di fuga, anche quello di reiterazione del reato.

Il 30enne, che si trova al carcere di San Vittore, è accusato di istigazione a delinquere con l’aggravante della finalità del terrorismo e dal mezzo informatico e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche (reato quest’ultimo che fa parte dell’ultimo decreto del governo). La procura, nella richiesta firmata dal procuratore Marcello Viola e dalla pm Francesca Crupi, ritiene che Siher abbia assunto “un profilo di spicco nel movimentismo” ed era “conoscenza degli strumenti informatici idonei a sviluppare una strategia rivoluzionaria anche attraverso la pubblicazione di comunicati utili a concentrare in piazza migliaia di persone“. Le istruzioni fornite agli utenti “denotano un chiaro disegno strategico nel senso che le piazze indicate come luogo di concentramento risultavano per l’appunto strategiche al fine di impedire i controlli delle forze dell’ordine. Sull’ideologia manifestata tale da far ritenere insufficienti gli arresti domiciliari”, si sottolinea nel provvedimento.

Quanto al pericolo di fuga “appare evidente la sussistenza”, scrivono i pm. Sebbene Siher sia “italiano di seconda generazione”, per la Procura “ha dimostrato di avere particolari abilità e capacità di muoversi e di aver contatti relazionali che lo potrebbero aiutare a far perdere le sue tracce”.

Secondo quanto trapela, sarebbe finita al centro degli accertamenti degli investigatori anche una chat WhatsApp. Da quanto si è saputo, infatti, si indaga anche sugli ultimi contatti che Youssef Siher avrebbe avuto prima di essere rintracciato e sottoposto a perquisizioni informatiche la mattina del 24 ottobre. Dal suo notebook, infatti, a cui la Polizia Postale ha potuto accedere perché non protetto da password, a differenza del telefono (lui si è rifiutato di comunicare la chiave di accesso), risultava, si legge negli atti, che il 30enne avesse utilizzato quel “devices in questione anche per collegarsi al proprio whatsappweb dove all’interno era attivo l’account denominato Youssef Siher”. E in questa pagina “si poteva riscontrare la presenza di diversi messaggi da parte di terzi che chiedevano informazioni sulla manifestazione del 24 ottobre”. Negli atti del provvedimento di fermo, come già emerso anche ieri, né in quelli della richiesta di convalida e di custodia cautelare in carcere, non c’è alcun elemento su presunti contatti tra Siher e hacker filorussi.

“Per lo smartphone l’indagato non ha fornito le credenziali di accesso”, hanno scritto i pm negli atti. Sul telefono sotto sequestro, ad ogni modo, si tenterà comunque di accedere nell’ambito delle indagini in corso, probabilmente con accertamenti irripetibili. Si sta analizzando, intanto, anche altro materiale trovato negli altri dispositivi sequestrati. In un’annotazione del 24 ottobre della Polizia Postale, che conduce le indagini assieme alla Squadra mobile e alla Digos della Polizia, si dà conto di come Siher avesse attiva sul suo notebook anche “l’applicazione Telegram Desktop configurata” con il suo account e che nella “sezione Comunicati del Movimento 17 Ottobre risultavano attivi i due messaggi programmati relativi all’indicazioni della piazze in cui concentrarsi” sabato scorso. Il 30enne, scrive la Procura, aveva “programmato l’invio, rispettivamente per le ore 14.31 e 15.31, di disposizioni organizzative sui luoghi ossia le varie piazze d’Italia, dove gli appartenenti al citato gruppo Telegram ed i loro adepti avrebbero dovuto riunirsi”. Messaggi che, però, non sono mai partiti, perché sono scattate le perquisizioni e i sequestri a suo carico.

L’udienza di convalida, davanti alla giudice per le indagini preliminari di Milano Tiziana Landoni, è attesa per domani, martedì 27 ottobre.

L'articolo Il pm chiede il carcere per Youssef Siher: “Può sviluppare strategia rivoluzionaria” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Squadretta” della Polizia locale, era il pusher a decidere chi arrestare: “Questo mandalo subito in carcere”

Un’intera squadra della Polizia locale di Milano sarebbe stata di fatto manovrata da uno spacciatore, che utilizzava gli agenti per colpire i propri rivali e liberarsi dei concorrenti nel mercato della droga. È il quadro che emerge dalle oltre 200 pagine del provvedimento di fermo a carico di Ayoub Makkaoui, 31enne di origine marocchina, ritenuto dagli inquirenti il regista occulto del sistema di arresti illegali che ha coinvolto sei vigili milanesi, tutti finiti agli arresti domiciliari.

Secondo i pubblici ministeri Giovanni Tarzia e Francesca Celle, l’inchiesta avrebbe accertato che “un’intera squadra della Polizia locale di Milano” era stata “sostanzialmente infiltrata da un soggetto criminale che, facendo leva sull’ambizione professionale della sua responsabile, la utilizzava per ‘friggere i suoi nemici’ e ‘tenere lontano tutti quelli che vengono nel suo orto'”.

Al centro del sistema ci sarebbe stato il rapporto tra Makkaoui, informatore della squadra ma al tempo stesso attivo nello spaccio, e l’ormai ex commissaria Ilenja Sabato, che avrebbe seguito le sue indicazioni trasformando le operazioni di polizia in uno strumento al servizio degli interessi del 31enne.

Il patto tra l’informatore-pusher e la commissaria: arresti per fare carriera

Un rapporto di reciproca convenienza, secondo la ricostruzione della Procura. Da una parte Makkaoui avrebbe potuto sfruttare l’attività degli agenti per allontanare dal territorio gli spacciatori concorrenti. Dall’altra, Sabato e i suoi uomini avrebbero accumulato risultati operativi superiori alla media, soprattutto in termini di arresti, nella prospettiva di ottenere avanzamenti di carriera.

I magistrati parlano di una vera e propria condizione di dipendenza dell’ex commissaria nei confronti dell’informatore, al punto che sarebbe stato quest’ultimo a decidere quando e contro chi intervenire. Makkaoui non si sarebbe limitato a fornire informazioni. Secondo gli investigatori, pianificava direttamente le operazioni, effettuava appostamenti e pedinamenti, individuava i bersagli e metteva a disposizione degli agenti anche attrezzature tecnologiche, tra cui localizzatori Gps, telecamere e dispositivi elettronici per le attività di controllo.

Come riferisce il Corriere della Sera, il gip Elio Sparacino, nell’ordinanza cautelare nei confronti dei sei vigili, sottolinea che gli indagati erano “pienamente coscienti del fatto che stavano aiutando” un informatore e spacciatore “a liberarsi dei concorrenti”.

Le chat tra Makkaoui e Sabato: “Questo mandalo subito in carcere”

A documentare il rapporto tra l’informatore e l’ex commissaria sarebbero soprattutto le numerose conversazioni WhatsApp acquisite dagli investigatori, alcune delle quali intrattenute durante le stesse operazioni di polizia. In uno scambio dell’8 maggio, riportato dal Corriere della Sera, è Sabato a confrontarsi con Makkaoui sul momento più opportuno per procedere con un arresto: “Vogliamo provare a farlo domani che è sabato e magari ha più roba?”. In un’altra conversazione, risalente all’11 luglio, è invece il 31enne a dare indicazioni precise: “Questo mandalo subito in carcere, eh, mi raccomando… prenderemo un numero di un marocchino che lavora forte col fumo”. La risposta dell’allora commissaria è un sintetico “Top”.

Ancora più significativo un successivo scambio, avvenuto dopo un arresto. Sabato invia all’informatore la fotografia della persona fermata, segnalando però che non sarebbe stata trovata droga: “Non ha niente però”. Makkaoui replica con un ordine: “Spoglialo“. E la commissaria risponde: “Sì, sì, mo lo spoglio, adesso”.

L’informatore chiedeva anche di intervenire per gli amici fermati

Dalle conversazioni emergerebbe anche la capacità di Makkaoui di intervenire nelle vicende giudiziarie e nei controlli che riguardavano persone a lui vicine. Alla fine di maggio, dopo aver saputo che un suo conoscente era stato fermato dai vigili nella zona di Bande Nere, il 31enne contatta Sabato: “Hanno fermato un amico a Bande Nere i vigili, pensavo che eri te… Fai il possibile per favore“. L’ex commissaria gli risponde che l’intervento non è stato effettuato dalla sua squadra, ma prova a rassicurarlo: “Tempo di fare due atti e lo rilasciano”.

Il conoscente, tuttavia, avrebbe sospettato che dietro il fermo ci fosse lo stesso Makkaoui, accusandolo di aver utilizzato un altro gruppo di agenti. Una circostanza che l’informatore riferisce alla commissaria: “Mi sta dando la colpa a me. Mi fa, sì, l’hai fatto apposta, hai usato un’altra squadra”.

Sei vigili ai domiciliari, almeno otto arresti illegali contestati

L’inchiesta, condotta dagli stessi colleghi della Polizia locale e coordinata dalla Procura di Milano, ha portato all’applicazione degli arresti domiciliari nei confronti di sei agenti, tra cui l’ex commissaria Sabato. Almeno otto gli arresti ritenuti illegali dagli inquirenti. A Makkaoui vengono contestati il concorso nella realizzazione di falsi verbali finalizzati agli arresti illegali e reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti. Il quadro delineato dai magistrati descrive dunque un presunto ribaltamento dei ruoli: non più un informatore al servizio degli investigatori, ma una squadra di polizia che avrebbe finito per operare al servizio di un informatore criminale, utilizzando i propri poteri per perseguire interessi estranei alle finalità istituzionali.

L'articolo “Squadretta” della Polizia locale, era il pusher a decidere chi arrestare: “Questo mandalo subito in carcere” proviene da Affaritaliani.it.

  •  
❌