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Il re del poker live nei guai col Fisco, l’indagine su Enrico Camosci: milioni di vincite non tassate e la residenza a Malta

L’accertamento della Guardia di Finanza ha permesso di ricondurre al Fisco vincite per oltre 1,3 milioni di euro. Ma non solo. Nuovi guai per Enrico Camosci, uno dei migliori e più vincenti giocatori al mondo di poker live. Da una parte c’è il risultato di una precedente ispezione: le Fiamme Gialle contestavano a Camosci di non aver dichiarato le proprie vincite al Fisco italiano. Dall’altra parte c’è l’esito di un nuovo accertamento: a partire dal 2023 ha trasferito la propria residenza a Malta iscrivendosi all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire), ma le indagini hanno consentito di accertare come il trasferimento fosse fittizio e finalizzato a sottrarre a tassazione in Italia i proventi dell’attività sportiva, svolta in forma abituale e professionale.

Partiamo dal secondo fronte: secondo la Guardia di Finanza, Camosci disponeva stabilmente di un’abitazione nell’hinterland bolognese, manteneva in Italia i propri legami familiari, operava su rapporti bancari nazionali alimentati da sistematici flussi di denaro provenienti dall’estero, lasciando di fatto, come anche evidenziato dai tabulati telefonici acquisiti nell’ambito delle indagni, il proprio domicilio fiscale nel territorio dello Stato per la maggior parte del periodo d’imposta, superando la soglia dei 183 giorni prevista dalla legge. Per questo motivo, il giocatore di poker è stato denunciato alla Procura di Bologna per il reato di omessa dichiarazione dei redditi.

Al termine dell’indagine delle Fiamme Gialle, Camosci è stato quindi considerato fiscalmente residente in Italia e, pertanto, tenuto a dichiarare i redditi nel nostro Paese. La ricostruzione ha consentito appunto anche di recuperare a tassazione oltre 1,3 milioni di euro di vincite conseguite in case da gioco al di fuori dell’Unione Europea. Se i premi corrisposti da case da gioco autorizzate all’interno dell’Ue non vanno dichiarati, in quanto soggetti a ritenuta alla fonte, quelli conseguiti al di fuori del territorio comunitario costituiscono reddito per l’intero ammontare percepito. Tuttavia, nel caso del giocatore bolognese, pare che questi non sono mai stati dichiarati.

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Ha legato il figlio di 9 anni a sé con una corda durante la maratona: maxi squalifica per un atleta

Tre anni di squalifica e risultato cancellato. È la sanzione inflitta a un corridore che, durante la maratona di Zhengzhou, in Cina, ha partecipato alla gara insieme al figlio di appena nove anni, collegato a lui attraverso una corda fissata alla vita. La vicenda risale al 18 ottobre, ma a far esplodere il caso è stata la diffusione di un video sui social, nel quale si vede il bambino inseguire il padre lungo il percorso, costretto a mantenere il ritmo dell’adulto.

Le immagini hanno suscitato numerose polemiche, soprattutto per i rischi a cui sarebbe stato esposto il minore durante una competizione di lunga distanza. Dopo le segnalazioni e la circolazione del filmato, il comitato organizzatore della manifestazione è intervenuto ufficialmente, confermando il provvedimento nei confronti dell’uomo. Nel video si vede il corridore procedere davanti al figlio, mentre il cordino che li unisce rimane teso durante la corsa. Il bambino cerca di seguirlo, adattandosi alla velocità imposta dall’adulto, senza poter gestire liberamente il proprio passo. Una scena che ha attirato l’attenzione degli utenti sui social cinesi, dando vita a un acceso confronto sul comportamento del genitore e sulla sicurezza del piccolo.

Secondo le testimonianze circolate sui media locali, il bambino avrebbe nove anni e sarebbe proprio il figlio dell’uomo. Una partecipante alla gara ha raccontato di averli incontrati lungo il percorso: “Ho incontrato per caso il bambino di nove anni e suo padre che correvano insieme“. Stando alla stessa testimonianza, i due avrebbero corso insieme per circa 18 chilometri, affrontando alcuni tratti a un’andatura sostenuta. Si tratta, tuttavia, di una ricostruzione che non ha ricevuto una conferma ufficiale da parte degli organizzatori.

Le reazioni alla vicenda sono state numerose. Se alcuni commenti si sono concentrati sulla capacità del bambino di sostenere uno sforzo così prolungato, molte delle critiche hanno riguardato soprattutto le possibili conseguenze per la sua salute. Il 23 ottobre il comitato organizzatore della Zhengzhou Marathon ha annunciato i provvedimenti adottati nei confronti del partecipante. Oltre alla cancellazione del risultato ottenuto, per l’uomo è arrivata una squalifica della durata di tre anni, che gli impedirà di prendere parte alle competizioni previste dalla sanzione.

La decisione si inserisce nel quadro delle regole stabilite per la manifestazione, che prevedono requisiti anagrafici specifici per poter partecipare. Per la maratona completa è richiesta un’età minima di 20 anni, mentre per la mezza maratona bisogna averne almeno 18. Un bambino di nove anni, quindi, non avrebbe potuto prendere regolarmente parte alla competizione. Nel regolamento, inoltre, la maratona viene descritta come un’attività sportiva caratterizzata da uno sforzo intenso e prolungato, che comporta rischi significativi e richiede un’adeguata preparazione fisica. Indicazioni che evidenziano quanto sia importante rispettare le condizioni previste per la partecipazione, soprattutto quando sono coinvolti atleti molto giovani.

Guo Jianjun, professore presso il Centro per l’innovazione nella medicina dello sport e nell’integrazione medico-sportiva della Capital University of Physical Education and Sports, ha richiamato l’attenzione sulla fragilità dell’apparato scheletrico durante lo sviluppo: “Lo sviluppo fisico dei minorenni non è ancora completo e partecipare a una maratona può esporli al rischio di fratture e fissurazioni ossee“. Un altro aspetto riguarda la capacità dell’organismo di affrontare il calore prodotto durante un’attività fisica prolungata. Chen Xueli, responsabile del dipartimento di medicina riabilitativa dell’ospedale Shijitan di Pechino, ha spiegato che bambini e adolescenti possono avere maggiori difficoltà a regolare la temperatura corporea durante uno sforzo intenso.

“Durante una maratona la temperatura corporea aumenta. Poiché bambini e adolescenti hanno una capacità inferiore di regolare la temperatura, il calore può compromettere diverse funzioni dell’organismo”, ha dichiarato la specialista. La dottoressa ha inoltre sottolineato le possibili difficoltà per un minore nel riconoscere e affrontare un’emergenza medica durante una manifestazione caratterizzata da un percorso lungo e affollato. A questo si aggiungono le preoccupazioni relative a un organismo non ancora completamente sviluppato, compreso il sistema cardiovascolare.

Quello avvenuto a Zhengzhou non è un episodio isolato nel panorama delle competizioni podistiche cinesi. Il 27 settembre, durante la maratona di Taiyuan, un partecipante aveva consentito a un minore di utilizzare il proprio pettorale, portandolo così sul percorso di gara. Anche in quel caso gli organizzatori avevano annullato il risultato e disposto una squalifica, vietando al corridore di partecipare alla stessa manifestazione per due anni.

Un altro caso era emerso nel gennaio 2026 durante la maratona di Hong Kong. In quell’occasione, un uomo era stato visto correre con un neonato in braccio mentre teneva uno smartphone nell’altra mano. Gli addetti alla competizione erano intervenuti dopo aver accertato la violazione delle regole, fermando il partecipante e accompagnandolo fuori dal percorso insieme al bambino.

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Come si diventa un campione NBA con una statura normale: i folli allenamenti uno-contro-uno di Payton Pritchard, che recluta sfidanti dalle serie minori

“Non posso svegliarmi ed essere Wemby”. Payton Pritchard è cosciente di essere fisicamente “inaccettabile” per l’NBA: è “solo” 1,85 metri, poco per quella lega di giganti. Eppure è uno dei giocatori più importanti dei Boston Celtics, con cui è diventato campione nel 2025, stagione in cui ha anche vinto il premio Sesto Uomo dell’Anno. È frutto del duro lavoro che porta avanti fin dai tempi del liceo. E in una lunga intervista a ESPN ha raccontato la sua routine d’allenamento estiva.

Pritchard da anni recluta giocatori militanti in leghe minori (“sono più affamati” dei professionisti), li invita (a spese sue) nella sua struttura a Cape Cod (Massachusetts), e con loro passa le ore a giocare uno-contro-uno. Lui gioca sempre in attacco e deve riuscire a fare canestro in tutti i modi ai propri avversari, che se riescono a tenerlo sotto il 60% di realizzazione vincono la cena pagata. La sessioni sono durissime: due ore almeno tre volte a settimane, in cui la guardia dei Celtics gioca almeno 150 possessi ininterrottamente – mentre ai difensori è concesso di alternarsi e rifiatare – da tutte le posizioni del campo (angolo, mezzo angolo, post basso, gomito, linea dei tre punti, fondocampo).

“È l’approccio Kyrie Irving” dice Dave Lewis, assistente allenatore dei Celtics, che ai tempi di Cleveland ha avuto modo di vedere la stella NBA allenarsi anche durante la notte in lunghissimi esercizi di uno-contro-uno. “Sono ovviamente diversi, ma nel loro approccio all’uno-contro-uno come forma di sviluppo delle abilità, sono i due giocatori che ho visto farlo di più” spiega Lewis.

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“Persi la memoria e mi ritrovai cerebralmente bambino. Ero al pronto soccorso e ricordavo che papà facesse l’infermiere, ma era morto quando avevo 16 anni”: così Bragagna

Se oggi si chiede a qualsiasi appassionato sportivo chi sia Franco Bragagna, c’è chi lo identificherà come la voce dei successi di Jacobs e Tamberi, chi come la voce più importante della Rai sportiva, chi come la voce delle ultime edizioni delle Olimpiadi (esclusa Milano–Cortina). Se però 35 anni fa lo si fosse chiesto a lui, probabilmente non avrebbe saputo rispondere. Il motivo? Il 5 gennaio 1991 Franco Bragagna, allora poco più che trentenne e giornalista della Rai, rimase vittima di un incidente nella sede di Bolzano, dove cadde dalle scale. Dopo il ricovero in ospedale, si ritrovò con una grave perdita di memoria: non ricordava diversi anni della propria vita, compreso il fatto di essere sposato e di avere un figlio. Anche la morte del padre, avvenuta quando lui aveva 16 anni, era uscita dai suoi ricordi. A distanza di anni, Bragagna ha raccontato le conseguenze di quell’esperienza, descrivendo una condizione nella quale si sentiva tornato bambino, pur avendo già costruito una vita professionale e familiare. Lo ha fatto nel corso del podcast Jeantoneria, di Antonio Giorgino.

“Provvisoriamente la memoria non c’è più, non c’è più. Io mi ritrovo cerebralmente bambino, avevo poco più di 30 anni, 32. Per uno come me sarebbe potuta essere devastante: ricordi molto, molto sfumati, inizialmente terribili perché sono all’ospedale in pronto soccorso e mi ricordo che mio padre faceva l’infermiere all’ospedale di Bolzano. Non mi ero ricordato che era morto quando io avevo 16 anni e lui 42, una cosa che mi segna ancora. Avevo la percezione che io da grande avrei voluto fare il giornalista, cioè uno che raccontasse il mondo, e mi si dice che io faccio il giornalista“, ha esordito Bragagna.

Tra gli episodi che meglio descrivono la perdita di memoria c’è l’incontro in ospedale con Gabriella, sua moglie, che non riconobbe come tale. Bragagna ricordava alcuni aspetti della propria personalità, ma non il rapporto che lo legava alla donna. “Arriva questa persona a conoscermi, lei non sa che io l’ho dimenticata e ho completamente dimenticato… Le dicono: ‘È un po’ confuso‘, e io so che sta arrivando una persona che teoricamente almeno mi è cara e faccio questo ragionamento: non porta il tacco, ma comunque sentivo il tacco che arrivava nel silenzio, rapidissimamente mi sono domandato: ‘Chi arriva adesso? Se non mi piace… Io non sono mai stato con una che non mi piacesse, ma se fosse stato per i soldi?’, Arriva e parte il sollievo perché la guardo e dico: ‘Sei bella‘”, ha proseguito, precisando che ha riconosciuto fosse la moglie.

Un altro episodio significativo avvenne durante la notte, quando ricevette la visita di Ezio Zermiani, collega della Rai. Bragagna sapeva chi fosse, ma non ricordava di avere con lui un rapporto professionale. “Quella notte un episodio scatenante che mi dice: ‘Forse sono arrivato’. Tre di notte, arriva Ezio Zermiani. Sapevo chi era Ezio Zermiani. Viene al mio capezzale, gli do ovviamente, dal mio punto di vista del ‘lei’: ‘Mi prendi per il culo?’, lui a me. ‘No, mi scusi Zermiani‘, ‘Ah, te mi dai anche del lei?’, proseguì. Io non lo conoscevo, non immagino di conoscerlo“.

Per recuperare i ricordi, Bragagna seguì un percorso con una psicologa dell’ospedale di Bolzano, che gli consigliò di non sforzarsi di ricostruire artificialmente gli episodi dimenticati. La memoria riemerse gradualmente, senza però tornare del tutto. “Quando ho cominciato a capire cosa avevo fatto, chi ero, chi non ero, quale fosse il mio mestiere e tutto il resto, con una psicologa dell’ospedale di Bolzano abbiamo fatto un tragitto e lei mi ha raccomandato – altrimenti l’avrei fatto – non si sforzi di provare a ricordare assolutamente una situazione quell’altra, quell’altra, perché in questo caso rischia di rimanere una cefalea cronica che rischia di portarsela avanti per tutta la vita. Io ho eseguito, non sono mai stato lì. E allora piano piano non è tornato tutto, però riaffiorano ricordi, momenti, persone che poi ovviamente ho conosciuto. Si aggiunge materia, cioè…”. Dopo l’incidente, Bragagna proseguì la sua carriera giornalistica, diventando una delle voci più note dello sport italiano, soprattutto per le telecronache di atletica leggera. Ora lavora per Sky Sport, dopo aver terminato il suo rapporto con la Rai a fine 2025.

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Russia ai Mondiali, Julio Velasco applaude: “Le nazionali non sono dello Stato ma del popolo. Lo dice uno che ha vissuto la dittatura in Argentina”

Tra 9 mesi, negli Stati Uniti e in Canada, la Russia tornerà a giocare un Mondiale di pallavolo femminile. L’edizione iridata 2027 – in programma dal 20 agosto al 5 settembre – segna infatti il ritorno della Nazionale di Mosca. Dopo il ban totale dello sport deciso nel 2022 in seguito all’invasione dell’Ucraina, progressivamente il mondo dello sport sta aprendo al ritorno dei russi, nonostante le continue polemiche. Tra i fronti più aperti c’è appunto anche il volley, che ha scelto di accogliere la Russia proprio nell’anno che precede le Olimpiadi di Los Angeles 2028. La finale dei Mondiali di pallavolo femminile si giocherà proprio ad Anaheim, nello stesso stadio che ospiterà poi le partite dei Giochi.

La notizia del ritorno della Russia nel volley è passato un po’ sotto traccia in Italia. Così come le parole pronunciate da Julio Velasco alla Gazzetta dello Sport dopo i sorteggi dei gironi dei Mondiali. Il ct dell’Italvolley femminile si è detto chiaramente favorevole al ritorno della Russia, motivando la sua posizione con queste parole: “Ho sempre sostenuto che appoggio l’Ucraina senza se e senza ma perché è un Paese invaso. Detto questo, ho sempre pensato che le nazionali sportive non siano dello Stato ma del popolo“.

Velasco ha poi spiegato: “Lo dice uno che ha vissuto la dittatura in Argentina. Se mi avessero tolto il Mondiale di calcio del 1978 o quello di volley del 1982 l’avrei vissuto come un’ingiustizia e probabilmente non sarei mai arrivato in Italia“. Il tecnico argentino fa riferimento alla dittatura militare del regime di Videla, che ospitò e vinse i Mondiali di calcio nel 1978 e durò poi per altri cinque anni (Videla fu sostituito nel 1981) fino alla sconfitta nella guerra delle Falkland-Malvinas contro l’Inghilterra.

Velasco quindi apre al ritorno della Russia, che è stata inserita nel girone F insieme a Giappone, Argentina e Bulgaria. L’Italia, da testa di serie numero 1, è invece nel gruppo A, insieme a Belgio, Colombia e Porto Rico. Il ct ha ora una stagione intera davanti per scegliere la migliore formazione azzurra, dopo l’argento agli Europei e con il pensiero già rivolto anche alle Olimpiadi di Los Angeles: l’Italia di Velasco ci arriverà da campione in carica. Prima però deve difendere il titolo iridato conquistato nel 2025.

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I Mondiali di sollevamento pesi del 2030 si faranno in Russia: l’Ucraina annuncia ricorso. Commissario Ue: “Lo sport non è una scappatoia per aggirare le sanzioni”

I Mondiali di sollevamento pesi del 2030 si terranno a Mosca: lo ha annunciato la Federazione internazionale di sollevamento pesi (IWF) in un comunicato. È la prima disciplina olimpica a programmare i propri mondiali in Russia dopo l’inizio della guerra in Ucraina nel 2022. Nel 2025 i Mondiali di nuoto erano stati riassegnati a Singapore dopo l’iniziale assegnazione alla città russa di Kazan. Una decisione che arriva dopo che lo scorso giugno, tra l’altro, i sollevatori di pesi di Russia e Bielorussia sono tornati a competere nei campionati internazionali.

L’Ucraina ha annunciato che presenterà ricorso contro la decisione della IWF. “Finché la Russia continuerà la sua guerra contro l’Ucraina, è inaccettabile ospitare competizioni internazionali sul suo territorio” ha affermato Matviy Bidny, Ministro della Gioventù e dello Sport dell’Ucraina, secondo il quale questa è un’occasione che il Cremlino pensa di sfruttare per riabilitare la figura di Putin. “Questa decisione invia un segnale pericoloso, ovvero che un Paese può continuare una guerra e allo stesso tempo tornare a partecipare alle competizioni sportive internazionali” ha aggiunto Bidny, che ha annunciato riproporrà la questione durante gli incontri con partner internazionali, in particolare discutendone con i ministri dello sport del Consiglio d’Europa e dell’Unione europea.

E proprio il commissario Ue per l’equità intergenerazionale, la gioventù, la cultura e lo sport Glenn Micallef si è scagliato contro la decisione della IWF: “Organizzare i mondiali di sollevamento pesi a Mosca riporta la comunità sportiva internazionale in Russia mentre la guerra contro l’Ucraina continua“. Micallef solleva degli interrogativi anche sul ruolo svolto dalla federazione russa nell’assicurarsi l’assegnazione dell’evento, oltre a chiedere al Cio (Comitato Olimpico Internazionale) in che modo pensa di garantire la sicurezza degli atleti chiamati a gareggia in Russia. E infine ammonisce: “Lo sport non è una scappatoia per aggirare le sanzioni“.

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Ha un problema di incontinenza durante la gara di powerlifting, Renata Touma decide di pubblicare il video: “La forza non si misura solo dal peso che sollevi”

Un messaggio importante arriva dal Brasile e dall’atleta 28enne Renata Christina Touma: una situazione di potenziale imbarazzo può diventare invece l’occasione per raccontare qualcosa di nascosto. Che cosa è successo? Touma è stata vittima di un inconveniente durante una gara di powerlifting, la ‘Copa SP de Levantamento Terra’: mentre stava eseguendo la prova di stacco da terra, tentando di sollevare la bellezza di 192,5 kg, la 28enne ha avuto una piccola perdita urinaria. Il video è subito diventato virale, ma Touma non si è nascosta. Anzi, ha deciso di postarlo lei stessa, per raccontare con grande naturalezza come l’incontinenza urinaria da sforzo sia una condizione comune tra le atlete che praticano discipline come il powerlifting o il sollevamento pesi.

Perdere il controllo della propria vescica durante il massimo sforzo, in questo caso per sollevare quasi due quintali, può essere spiacevole ma ha una spiegazione fisiologica: lo sforzo può portare alla perdita di controllo dei muscoli del pavimento pelvico. Per questo, Renata Touma ne ha parlato pubblicamente: “Sei tu a controllare la tua storia. Nessun altro. La forza non si misura solo dal peso che sollevi, ma dalle scelte che fai, dalla disciplina che sviluppi e dal modo in cui reagisci alle sfide“, ha scritto su Instagram.

La 28enne brasiliana ha spiegato con sincerità che appunto l’incontinenza non è un fatto raro tra le atlete di forza: “Non puoi controllare tutto quello che succede”. Ma ha chiarito anche che non ha nessuna intenzione di fermarsi. Anzi, proverà nuovamente a sollevare i 192,5 kg, che sarebbe il suo nuov record personale: “È in questo spazio che risiede il potere: nella tua capacità di agire, perseverare e continuare a costruire il tuo percorso. La domanda è: cosa farai con quello che hai tra le mani?”, ha concluso Touma.

In un altro post, la brasiliana ha spiegato nel dettaglio la scelta di pubblicare il video e di non nascondere quanto accaduto: “Viviamo in un’epoca in cui la perfezione, che semplicemente non esiste, viene promossa quotidianamente sui social media. Mostriamo i nostri successi, le nostre migliori angolazioni, i nostri risultati e spesso nascondiamo tutto ciò che non è andato come previsto“. Poi Touma ha aggiunto: “Ma portare la vita reale dentro di essa è importante. Forse, soprattutto, in un ambiente in cui molte persone si sentono sotto pressione per apparire sempre perfette”.

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“I soldi sono la chiave di tutto, sono il motivo per cui qualcuno, quella mattina, è andato da Marco”: parla la madre di Pantani

Tonina Belletti, la madre di Marco Pantani, non ha nessuna intenzione di arrendersi: “Continuerò a lottare per la verità. Gliel’ho promesso sulla tomba”. Da oltre 20 anni lotta per ricostruire quanto successe il 14 febbraio 2004 all’hotel Le Rose, dove fu trovato il corpo senza vita dell’indimenticato campione di ciclismo. La terza indagine della Procura di Rimini si appresta a finire con un nulla di fatto: gli avvocati Fiorenzo e Alberto Alessi, legali dei genitori, si sono opposti all’archiviazione e ora toccherà al gip decidere come procedere. La madre del Pirata però resta convinta: “I soldi sono la chiave di tutto, sono il motivo per cui qualcuno, quella mattina, è andato da Marco”, ha ribadito in un’intervista al Resto del Carlino.

Nel maggio scorso la Procura di Treno aveva chiesto l’archiviazione dell’indagine sulla “associazione a delinquere di stampo mafioso riconducibile al decesso di Marco Pantani“. Sotto la lente della procura, l’ombra della camorra che sarebbe intervenuta per negare la vittoria del campione romagnolo al Giro d’Italia del 1999. La pm della Dda, Patrizia Foiera, aveva amaramente messo nero su bianco che “nessuno, nell’attualità, ha colto l’occasione per dare un qualsiasi contributo probatorio” rispetto all’ipotesi di un complotto contro Pantani.

Sulla morte di Pantani all’hotel Le Rose invece qualcuno ha parlato: un agente di polizia penitenziaria si è rivolto alla famiglia Pantani raccontando la confidenza fattagli da un detenuto di nazionalità marocchina. A lui Fabio Miradossa – uno dei condannati per la dose fatale a Pantani – avrebbe raccontato che il Pirata sarebbe stato aggredito per un debito legato al consumo di cocaina. Non trovando i soldi, Miradossa e altri due uomini lo avrebbero costretto a ingerire cocaina sciolta nell’acqua e lo avrebbero picchiato. Questo nuovo racconto però non ha trovato riscontri nell’attività investigativa, che per ora resta ferma al punto originario: Pantani è morto per un mix di farmaci antidepressivi e cocaina.

“Io ero e resto convinta – dice la madre al Resto del Carlino – che c’era qualcuno quella mattina con Marco. E che Marco sia stato aggredito dopo una lite, scoppiata per una questione di soldi legata alla droga”. E ancora: “Lui aveva fatto dei prelievi, aveva parecchi contanti con sé: 20mila euro, forse di più. Perché non sono stati mai trovati? I soldi sono il vero movente”. Tonina Belletti sottolinea anche un altro aspetto: “Era possibile arrivare alla camera dove si trovava Marco anche senza passare dall’ingresso principale”. E, nonostante le inchieste finora siano tutte arrivate a un binario morto, la madre del Pirata conclude: “Non mi rassegnerò fino a quando non sarò certa che sarà stata scritta tutta la verità”.

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Tremendo infortunio per Jalen Williams, i compagni sotto choc: Gilgeous-Alexander fatica a trattenere le lacrime

Un gravissimo infortunio ha sconvolto la NBA: si tratta di Jalen Williams, stella degli Oklahoma City Thunder. A poco più di un minuto dalla fine della partita contro i Los Angeles Clipper (vinta poi per 108 a 101) il giocatore è atterrato male dopo una schiacciata e la gamba sinistra si è piegata con una torsione totalmente innaturale. Lo staff medico ha subito coperto con un telo l’arto infortunato; nonostante ciò, lo choc per compagni e avversari è stato forte.

Uscito in barella, Jalen Williams ha rivolto al pubblico due pollici alzati; purtroppo, però, il trauma che ha subito – ancora senza diagnosi – si preannuncia particolarmente grave. Probabile stagione finita per il secondo violino di OKC, il cui apporto nelle Finals del 2025 è stato determinante con i suoi 23.6 punti di media nel corso delle 7 gare che portarono i Thunder al titolo.

È un brutto colpo per la squadra; non tanto perché Jalen Williams era un perno del quintetto, quanto più per l’impatto emotivo sul collettivo. Shai Gilgeous-Alexander, leader degli Oklahoma City Thunder e 2 volte MVP della Lega NBA, ha a stento trattenuto le lacrime nel post partita: “Dispiace davvero tantissimo per lui, nient’altro da aggiungere”.

“Non lo stiamo affrontando benissimo“, ha confermato coach Marc Daigneault, che poi però ha affermato che il calendario impone di voltare pagina molto velocemente. I Thunder torneranno in campo stanotte, in casa, contro i Phoneix Suns. Parole di conforto e incoraggiamento sono arrivate anche dal sindaco di Oklahoma City David Holt: “L’intera città avrà JDub (soprannome di Williams, ndr) nei propri pensieri e nelle proprie preghiere mentre affronta questa avversità e lungo tutto il suo percorso di recupero”.

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“Ho una malattia infame, oggi è mia ma domani potrebbe essere dei miei figli. Mia moglie ha avuto la forza di farmi tornare”: parla Matteo Materazzi

Matteo Materazzi, fratello di Marco ex difensore dell’Inter e della Nazionale campione del Mondo nel 2006, è affetto da una rara forma di sclerosi laterale amiotrofica (Sla). Ospite di Verissimo oggi 25 ottobre, nel salotto di Silvia Toffanin ha raccontato la sua lotta contro “una malattia infame” che “ogni giorno ti toglie qualcosa”. Matteo Materazzi ha raccontato il suo viaggio negli Stati Uniti per “una cura sperimentale“. Negli Usa ha iniziato un nuovo percorso terapeutico: “Sono andato grazie all’aiuto di amici che non sapevo nemmeno di avere. La cura non serve a me, serve ai nostri figli. È una malattia genetica, oggi è mia ma domani potrebbe essere dei miei figli. Vorrei che ci fosse un’arma per combattere questa malattia”.

A Matteo Materazzi è stata diagnosticata una rara forma di SLA a settembre 2024. A rivelarlo era stata la moglie Maura Soldati, che aveva avviato anche una raccolta fondi proprio per cercare di aiutare il marito a sostenere le cure negli Stati Uniti. E tra i temi più chiacchierati dopo la rivelazione della malattia c’era stato anche quello relativo al rapporto con il fratello Marco. La moglie aveva subito chiarito tutto: “Si sta spendendo anche lui”. Lo stesso Matteo Materazzi in un’intervista a Repubblica aveva fatto chiarezza: “Abbiamo litigato per sciocchezze, adesso proviamo a recuperare il tempo perso”.

Matteo Materazzi ha 50 anni, anche lui come il fratello Marco ha provato la carriera da calciatore ma l’apice lo ha toccato con qualche presenza in Serie C. Appesi gli scarpini al chiodo era rimasto nel mondo del calcio come agente di calciatori. “Sono una persona normale che vive la malattia come tante persone. Sono arrivato all’età di 50 anni stando bene, mi reputo fortunato, tra virgolette. Ho costruito una famiglia, ho avuto dei figli. Sto male quando vado negli ospedali e vedo bambini che hanno una malattia come la mia, quello è un problema”, ha raccontato a Verissimo.

“Questa malattia mi ha insegnato molto, la malattia ti cambia. Si può soffrire ma bisogna andare avanti con il sorriso. Il destino ha scelto di farmi vivere così, ho una testa lucidissima. Nei limiti del possibile cerco di lavorare, mi do da fare: mi piace vivere”, ha aggiunto Matteo Materazzi. Il pilastro della famiglia è rappresentato dalla moglie Maura: “Ci eravamo separati quando mi sono ammalato. Io ero anche in un periodo di depressione, lei ha avuto la forza di farmi tornare“.

Maura Soldati ha raccontato a Silvia Toffanin: “Con Matteo siamo insieme da 30 anni, è la mia famiglia. Abbiamo riscoperto di amarci molto, nel male ci sono anche situazioni positive”, dice Maura Materazzi. Dopo il viaggio negli Stati Uniti “abbiamo visto un rallentamento della malattia, ma non vogliamo dare false speranze a nessuno. È una cura personalizzata, c’è voluto un anno per accedere a questo trial. Matteo è stato il primo a sottoporsi a questo protocollo, stiamo cercando di aprire una strada per rendere questa cura disponibile senza dover andare negli Stati Uniti”.

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Boxe, Lorenzo Berlusconi vince il quarto incontro su quattro: a bordo ring esulta papà Pier Silvio

C’è un Berlusconi sta provando a costruirsi una carriera nella boxe. Si chiama Lorenzo ed è il figlio di Pier Silvio e Silvia Toffanin: a Genova, il 16enne dell’Asd Clan Area di Rapallo ha vinto il suo quarto incontri su altrettanti match disputati sotto l’egida della federazione pugilistica italiana (Fpi). A bordo ring c’era anche il padre, grande appassionato di pugilato e descritto come euforico per le prestazioni del figlio. Il giovane Lorenzo Berlusconi, d’altronde, finora è imbattuto: ha vinto tutti i suoi incontri, anche quelli disputati da più giovane nel circuito Kombat Tour Italia.

Di lui si era cominciato a parlare tra febbraio e marzo scorso, quando aveva vinto due incontri consecutivi, l’ultimo sul ring del Casinò di Sanremo. Dopo qualche mese di pausa, è tornato a combattere nella categoria 60 kg: ha battuto ai punti Oscar Acciai. Chi era presente lo descrive come un pugile tecnico, che ad oggi fa del gancio destro uno dei suoi colpi migliori. Lo confermano anche le parole di Clemente Russo qualche mese fa: “Molto intelligente, molto tecnico con una buona guardia. Se continua così, allenandosi con impegno può togliersi tante belle soddisfazioni”, aveva detto a Leggo il due volte argento olimpico.

Proprio Russo aveva confermato anche la grande passione di papà Pier Silvio, che non si perde un incontro del figlio. L’Ad di Mediaset in una vecchia intervista a Repubblica si era lasciato andare: “L’importante è che si diverta, che cresca bene. Magari domani incontra una ragazza e s’innamora, smette. Anche se per il momento lo vedo molto determinato”. Sono passati due anni e Lorenzo Berlusconi continua a salire sul ring. Per ora, anche a vincere.

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Impresa di Targhetta: è argento mondiale nel cavallo con maniglie, Italia sul podio dopo 113 anni. La dedica speciale: “Forza Bonni”

La medaglia d’argento mondiale al collo, il sorriso di chi ha appena realizzato un sogno e la consapevolezza che il viaggio non è ancora finito. Gabriele Targhetta, vicecampione del mondo al cavallo con maniglie con 15.233 punti, alle spalle dell’armeno Hamlet Manukyan, si gode il momento più importante della sua carriera. L’Italia torna sul podio iridato della specialità a distanza di 113 anni, dall’edizione di Parigi 1913. Un risultato straordinario che interrompe anche un digiuno di medaglie mondiali della ginnastica artistica italiana che durava dall’edizione di Kitakyushu 2021. Dopo il successo in Coppa del Mondo e il titolo europeo conquistato quest’anno a Zagabria, il ginnasta azzurro aggiunge un altro risultato prestigioso a una stagione straordinaria. “Adesso diciamo che non posso più non crederci. È successo veramente, ho la medaglia al collo e sono felicissimo“.

Poi una dedica speciale: “Ho gareggiato con leggende della ginnastica. Sto vivendo un sogno. Dedico la medaglia”, ha aggiunto ai microfoni di Rai Sport, “a tutti i ginnasti, alla squadra nazionale, alla Polizia di Stato che mi sta sostenendo tanto e a un ragazzo al quale tengo tanto: forza Bonni!”. Il riferimento è al 24enne compagno di nazionale Lorenzo Bonicelli che lo scorso anno si è infortunato gravemente agli anelli alle Universiadi di Essen e che lo seguiva sugli spalti dell’arena di Rotterdam.

Un traguardo che affonda le radici nell’infanzia. “Sono entrato in palestra per la prima volta a quattro anni e il funghetto mi ha attratto proprio perché iniziavo a girare e mi sembrava una cosa quasi scontata. Poi vedevo gli altri bambini che facevano più fatica e mi chiedevo come fosse possibile. A me veniva tutto subito, facevo pochissima fatica. Da lì, però, ci sono voluti tanto lavoro e tanto impegno. E siamo arrivati qua”, racconta Targhetta. Un talento naturale coltivato negli anni con dedizione e sacrificio, sotto la guida del suo allenatore Gian Matteo Centazzo. “In allenamento salgo sul cavallo tantissime volte. La mia sessione dura minimo un’ora e mezza, due ore, senza contare tutta la preparazione, il riscaldamento e il potenziamento. Ci dedico davvero tanto, tanto tempo”. Dice.

E adesso? Dopo l’oro europeo e l’argento mondiale, il prossimo obiettivo è provare a salire anche quell’ultimo gradino del podio, con i Giochi Olimpici di Los Angeles 2028 sullo sfondo. “Si può sempre fare meglio. A livello di esecuzione cercherò di migliorare, anche se è già molto alta. Ma non è mai abbastanza. E poi posso aumentare la difficoltà, aggiungendo tre giri su una maniglia al posto di uno, come faccio in questo momento”, assicura. La giornata di Targhetta si chiude con un pensiero per il compagno di Nazionale Yumin Abbadini, atteso domani dalla finale mondiale alla sbarra, ultimo appuntamento della rassegna iridata. “In bocca al lupo a Yumin per domani alla sbarra. Sarò là a fare il tifo per te, come hai fatto tu oggi con me”. Ma l’ultimo pensiero, quello più sentito, poi è di nuovo per Lorenzo Bonicelli. “E anche un saluto a Lorenzo Bonicelli, che è sempre là a fare il tifo per noi, a supportarci. Ciao Bonn“.

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Nba, figuraccia Knicks: scatole vuote, nessun anello celebrativo per gli assistenti e mail trappola ai dipendenti

A prima vista, sembrava una serata speciale per gli allenatori dei New York Knicks. Martedì sera, durante la cerimonia che ha dato il via alla nuova stagione NBA, la squadra ha celebrato la vittoria del titolo del 2026 con la consegna degli anelli ai protagonisti del successo e l’esposizione degli stendardi celebrativi. Gli allenatori, vestiti con felpe bianche da allenamento, hanno ricevuto delle scatole nere con una striscia arancione al centro. Dentro, almeno in apparenza, avrebbero dovuto esserci gli anelli del campionato, decorati con diamanti e zaffiri blu, i colori dei Knicks.

Il primo a ricevere il proprio anello è stato Leon Rose, presidente della squadra. Quando ha aperto la scatola, ha mostrato un gioiello scintillante, impreziosito da diamanti e pietre blu, creato per celebrare il titolo NBA conquistato nel 2026. Quando è arrivato il turno degli assistenti allenatori, però, la situazione è stata diversa: hanno ricevuto le scatole, ma al loro interno non c’erano gli anelli. Le scatole erano vuote.

La consegna degli anelli non avviene sempre nello stesso momento per tutti i membri di una squadra. Progettare i gioielli, raccogliere le misure e realizzarli richiede tempo e in alcune occasioni gli assistenti allenatori o i dirigenti li ricevono in un secondo momento. È già successo, per esempio, agli Oklahoma City Thunder: alcuni assistenti e dirigenti non avevano ricevuto i loro anelli durante la cerimonia d’inizio della stagione precedente. In altri casi, invece, la consegna è avvenuta regolarmente. Gli assistenti allenatori dei Cleveland Cavaliers nel 2016 e quelli dei Los Angeles Lakers nel 2020 avevano ricevuto i propri anelli durante la celebrazione del titolo. Secondo fonti interne citate da The Athletic, agli assistenti dei Knicks è stato assicurato che riceveranno un anello.

La situazione sarebbe invece diversa per molti dipendenti di lunga data del Madison Square Garden, compresi alcuni che lavorano nell’area commerciale della società, che non ne riceveranno uno. Nella NBA è infatti abbastanza comune che anche i dipendenti delle squadre campioni ricevano un anello celebrativo, sebbene generalmente meno costoso e meno elaborato rispetto a quelli destinati ai giocatori. E qui arriva l’episodio curioso della vicenda.

Alla fine di settembre, molti dipendenti del Madison Square Garden avevano ricevuto un’email che sembrava annunciare un regalo per celebrare il titolo dei Knicks. “Congratulazioni, il tuo anello è arrivato. Questo lo offre la società: stesso gioielliere, stessa lavorazione, personalizzato con il tuo nome. Senza alcun costo“. Erano disponibili due versioni: “Championship Gold” e “Garden Classic”. Per scegliere il modello, bastava cliccare su un link. Ma non c’era nessun anello in regalo.

Secondo diverse fonti interne, l’email era in realtà un test di phishing organizzato dal Madison Square Garden. Si trattava di una simulazione di truffa informatica, pensata per verificare se i dipendenti avrebbero cliccato su un collegamento sospetto. Chi ha cliccato sul link non ha potuto scegliere alcun gioiello. Al contrario, è stato obbligato a seguire un corso di cybersecurity. La vicenda si chiude quindi con un paradosso: mentre i Knicks celebravano il titolo NBA con anelli preziosi e una grande cerimonia, alcuni allenatori sono rimasti senza gioiello e diversi dipendenti hanno scoperto che la promessa di un anello gratuito era soltanto un test per mettere alla prova la loro attenzione contro le truffe online.

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Una nuova era senza i veterani: così l’Italia degli sport invernali cerca di ripartire dopo Milano-Cortina

Milano–Cortina 2026 è stato un trionfo per l’Italia. Il record di 30 medaglie nell’edizione di casa resterà per sempre impresso nella storia dello sport azzurro. Tra i simboli del successo ci sono Federica Brignone e Francesca Lollobrigida, capaci di vincere due ori, Arianna Fontana, che ha stabilito il nuovo primato italiano di medaglie olimpiche con 14, e Federico Pellegrino, che ha regalato alle staffette dello sci di fondo due podi. Tutti atleti alla fine della loro carriera.

Pellegrino ha appeso gli sci al chiodo a marzo 2026, lasciando un vuoto nello sci di fondo, che ora è senza un leader, capace di nascondere le difficoltà del movimento. Anche Dorothea Wierer, regina del biathlon, che ha fatto uscire il suo sport dalla nicchia nel nostro Paese, raggiungendo trionfi mai visti prima, si è ritirata. Brignone, dopo il miracolo olimpico, è ancora alle prese con la riabilitazione dal grave infortunio dell’aprile 2025. In un’intervista a Eurosport, ha detto che non è più disposta a sciare con il dolore. L’intenzione di tornare c’è, ma vista l’età, 36 anni, e il recupero che dura da 1 anno e mezzo, ci vorrà tempo per rivederla in gara.

Lo stesso vale per Sofia Goggia, che ha patito un’infezione virale durante il ritiro in Sud America. La bergamasca potrebbe rientrare a inizio dicembre, ma non c’è una data certa. Fontana deve ancora svelare il suo futuro nello short track, non è chiaro se proseguirà e se la vedremo in gara questo inverno. Lollobrigida ha annunciato sui social la sua seconda gravidanza e per forza di cose salterà la stagione del pattinaggio di velocità. La campionessa olimpica di 3.000 e 5.000 metri, però, ha manifestato la volontà di puntare ai Giochi 2030 in Francia.

Della “vecchia guardia”, ossia coloro che già nei quadrienni precedenti avevano ottenuto medaglie olimpiche o mondiali, rimangono in piena attività solo Michela Moioli nello snowboard cross, Lisa Vittozzi nel biathlon e Dominik Paris nello sci alpino. Senza i suoi pilastri, l’Italia deve ricostruire il movimento in vista delle Olimpiadi 2030. Può sembrare un paradosso, ma con il ritiro e lo stop forzato di atleti che negli ultimi 15 anni hanno fatto la storia degli sport invernali l’unica via è ripartire. E bisogna farlo dai giovani. Tommaso Giacomel, al rientro dopo l’aritmia cardiaca che lo ha costretto a fermarsi durante la mass start olimpica, ha detto che è stata la sua estate peggiore e difficilmente potrà lottare per la classifica generale, ma è un talento su cui costruire il futuro del biathlon italiano, assieme a Vittozzi. Lo stesso vale per Flora Tabanelli nello sci freestyle. Post bronzo olimpico, la 18enne è stata operata al legamento crociato anteriore del ginocchio destro, fratturato a novembre 2025, e sta ultimando il recupero. Giovanni Franzoni è la grande speranza dello sci alpino. È esploso nella scorsa stagione, vincendo l’argento olimpico in discesa.

Da lui riparte il settore maschile, mentre al femminile punta su Laura Pirovano e Marta Bassino, che rientra nel gigante di Soelden dopo aver saltato l’intera scorsa stagione per infortunio. Tra i giovani talenti c’è anche Simone Deromedis, oro olimpico nello ski cross, che andrà a caccia della Coppa del Mondo generale, dopo aver chiuso secondo negli ultimi due anni. Lo slittino dovrà confermare i fasti di Milano Cortina 2026, dove ha vinto due ori e due bronzi. Tra gli atleti in rampa di lancio ci sono Riccardo Lorello nel pattinaggio di velocità, bronzo nei 5.000 ai Giochi, Elisa Confortola, Thomas Nadalini e Pietro Sighel nello short track. Le certezze restano Andrea Giovannini e Davide Ghiotto nello speed skating e lo snowboard italiano nel gigante parallelo.

Ad aprire il sipario sulla stagione invernale sono sci alpino, short track e pattinaggio di figura, cominciate nella notte. A seguire, il 13 novembre è fissata la prima tappa di Coppa del Mondo di pattinaggio di velocità. Il 21 e 22 novembre partono salto con gli sci, bob e skeleton. Sci di fondo, combinata nordica, freestyle, snowboard e biathlon scattano la settimana successiva; mentre slittino e sci alpinismo debuttano a inizio dicembre. L’Italia ha ancora frecce al suo arco, ma non ha più l’abbondanza che a Milano–Cortina 2026 ci ha consentito di salire sul podio in 12 discipline diverse. Per ritrovarla bisogna ripartire dai giovani, da quelli già affermati, ma soprattutto dagli altri, per mantenere la versatilità che negli ultimi anni ha contraddistinto gli sport invernali italiani e ci ha regalato le gioie a cinque cerchi.

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“Anche al sud la situazione è tragica, ma c’è differenza tra i vandali violenti di Milano e camionisti che con dignità protestano”: così Sofia Goggia

“Sono abbastanza costernata da questa situazione, capisco che le persone abbiano diritto di manifestare, ma la devastazione di negozi no”. A parlare è la campionessa di sci Sofia Goggia a Rtl 102.5, commentando il weekend di fuoco vissuto la settimana scorsa da Milano e in attesa di un altro che potrebbe essere altrettanto complicato. “Pensate che questi atti vandalici vengono compiuti da persone su auto, ad esempio, di altre persone che fanno fatica a pagare un leasing, un mutuo, magari con una famiglia a carico… questo non lo trovo giusto e sono preoccupata anche perché queste manifestazioni stanno avvenendo in tutta Europa”, ha continuato Goggia. “Anche al sud la situazione è tragica, ma c’è differenza tra i vandali violenti di Milano e camionisti che con dignità e protestano”, conclude. Intanto Le scene di guerriglia urbana dello scorso weekend a Milano, con protagonisti giovanissimi e minori incappucciati, hanno alzato in livello di allerta.

E ora un mix di attesa, tensione e preoccupazione accompagna la vigilia dell’annunciata mobilitazione nelle piazze italiane. E con anche una sorpresa. Il profilo social del “Movimento 17 ottobre” annuncia un cambio di strategia. Dopo avere annunciato una serie di piazze nei luoghi simbolo di Milano, Roma, Torino, Bologna, Firenze, Padova, Bari e Genova, annulla tutto. Ma non la mobilitazione.

“Le piazze annunciate sono annullate. Non andate a Piazza Duomo, a Piazza Nettuno o negli altri luoghi già indicati. Non vi troverete nessuno di noi e troverete molti di loro“, si legge nel comunicato. Sabato alle 14.30, sui social, verranno comunicati tre luoghi di ciascuna città dove si invitano i manifestanti a presentarsi in gruppo (“non andate da soli”, viene specificato). Dopo un’ora, verrà comunicato un altro luogo da raggiungere in corteo. “Quando lo diremo noi, dove lo diremo noi”, è la frase che chiude il comunicato con il motto “Be water” (sii come l’acqua). Un cambio di strategia che rischia di complicare – e non poco – la gestione dell’ordine pubblico nelle città coinvolte

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NBA Freestyle | LeBron James non ha voglia di scherzare a Philadelphia: sta in un universo a parte. Ma la star dei Sixers non è lui

La stella dei Sixers si chiama Tyrese Mexey

Solo due partite, tanto basta per capire che LeBron James non ha voglia di scherzare a Philadelphia. Una media di oltre 15 punti, quasi 10 rimbalzi e 6 assist. Andate a vedervi le cifre a fine carriera di alcune tra le più longeve star del passato. Si, gente di “poco conto” tipo Karl Malone, Vince Carter o Patrick Ewing. Il Prescelto sta in universo a parte, non solo per le cifre. Anche per condizione atletica e intensità di gioco. Anche Jaylen Brown non è partito male, nonostante incastri e gerarchie abbiano ancora bisogno di tempo per acquisire fluidità e automatismi. Joel Embiid? È sembrato rassicurantemente in forma. A rimbalzo può dare sicuramente di più (come cantava qualcuno…), ma le ginocchia sono quelle che sono. Tuttavia, al momento, non sembra esserci discussione alcuna, la stella della squadra è un certo Tyres Maxey. E da queste fasi iniziali, i compagni di squadra sembrano anche averlo accettato di buon grado.

Talento irreale, guardia tiratrice “elettrica e veloce”. Fate conto un Robert Pack (esplosivo playmaker di Denver degli anni ’90) che corre alla velocità del suono palla in mano per tutto il campo, solo che Maxey ha una completezza offensiva degna di un Mitch Richmond nel picco di carriera. Nel ha messi 32 nella rimonta di stanotte contro Cleveland. Ne aveva segnati 28 nella serata di apertura contro New York. Sempre il miglior marcatore dei suoi. Somiglia sinistramente ad Allen “The Answer” Iverson per velocità sul primo passo, capacità di superare il difensore dal palleggio, abilità nel segnare in traffico. Fisico scolpito nel granito, grande esplosività, pazzesca velocità di base, eccezionale palleggio. Una superstar fatta e finita. Tyrese “The Second Answer” Maxey?

Ottimo esordio, ma con sconfitta, per Paul George

I Celtics hanno perso contro i Detroit Pistons nella prima gara di stagione. Ma Paul George, dopo anni in cui ha spesso arrancato (causa anche frequenti guai fisici), è parso davvero tirato a lucido. Ed è un’ottima notizia per Boston, anche perché sopperire alla dipartita di uno del calibro di Jaylen Brown non è certo la cosa più semplice del mondo. Nella serata di apertura, George ha segnato ben 38 punti, record per un esordio in maglia bianco verde, con un’interpretazione del gioco dal perimetro di livello “Ray Allen”. Per lui 7 su 12 da tre e la sensazione di poter trovare la retina tutte le volte che alzava il braccio dopo uno scarico di un compagno.

Le primavere, ben 36, non sono più così poche e non si può certo sperare che ritorni l’iradiddio che era in maglia Indiana Pacers. Tuttavia, se rimane sano, Paul George può essere particolarmente efficace nella filosofia offensiva di coach Mazulla, alleggerire le spalle di Tatum e White in attacco, garantire un altro punto di riferimento che può essere decisivo quando conta per davvero. Sarà in grado di far dimenticare ciò che Brown faceva in campo? No, quello no. Intanto, dovrebbe iniziare a non farlo rimpiangere. Compito complesso.

Cunningham: il ritorno di Gran Hill?

Ricorda molto Grant Hill per il modo in cui attacca il canestro dal palleggio, con (molto) meno stacco da terra, ma più visione di gioco rispetto all’ex stella dei Pistons. Ha letteralmente diretto l’orchestra di Detroit come se fossero alla prima de La Scala, portando la squadra alla vittoria proprio contro i Boston Celtics. Ha chiuso con 22 punti e 8 assist. Certo, ha tirato maluccio sia dal campo (8 su 18) che da tre (1 su 6). Mani fredde, cuore caldo. Ha giocato una gara sempre in controllo, ha organizzato l’attacco, messo in ritmo i compagni (Jalen Duren dovrebbe fagli una statua…), leggendo in modo appropriato ritmi e spaziature.

Cade Cunningham non ha bisogno di segnare per incidere, è quel tipo di giocatore davvero poco egoista, che fa rispendere i compagni. All-aroud dalla tecnica sopraffina, tratta bene la palla, può agire in modo naturale come portatore primario, ma sa anche muoversi lontano dalla palla. Il tiro da fuori, appunto, continua a essere altalenante. Anche nella sua miglior stagione dal perimetro, non è andato mai oltre il 35%. Se migliora anche in questo fondamentale, può puntare all’MVP, se non come premio in sé stesso (qualcuno tra San Antonio, Oklahoma City e Denver potrebbe avere qualcosa da ridire), almeno come livello di gioco. Ma Detroit deve continuare a far bene.

That’s all Folks!
Alla prossima settimana.

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