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Soldi e politica, “Finanziamenti privati ormai diretti verso singoli candidati, serve più trasparenza su eletti e fondazioni”: l’appello di The Good Lobby e Transparency International

“L’Italia ha avuto un passaggio dal finanziamento prevalentemente pubblico a un finanziamento in larga parte privato senza mettere in campo un apparato di regole che ci aiutino a vedere in piena trasparenza chi finanzia la politica. Le norme esistenti riguardano soprattutto i partiti, ma questi sono ormai residuali. Chi intercetta i fondi sono prevalentemente quelle che si chiamano terze parti, associazioni politiche, fondazioni politiche che spesso riescono ad aggirare le regole della rendicontazione che invece riguardano i partiti. Allo stesso modo, se i soldi oggi passano direttamente verso i candidati, serve avere una reale trasparenza sui finanziamenti dei singoli eletti”. A rivendicarlo è Federico Anghelè, direttore di The Good Lobby Italia, nel corso della presentazione pubblica dell’Osservatorio Moneytor, dedicato al monitoraggio del finanziamento alla politica italiana.

L’iniziativa, organizzata alla Fondazione Lelio e Lisli Basso a Roma, è stata l’occasione per la presentazione, da parte del gruppo di ricerca di Transparency International Italia, delle ultime elaborazioni preliminari dei nuovi dati relativi alle fonti di finanziamento della politica (l’aggiornamento definitivo avverrà a novembre, in base alle tempistiche di legge che consentono ai partiti di rendicontare le erogazioni anche nelle annualità successive).

“I nuovi dati ci dicono principalmente che la tendenza della diminuzione di finanziamenti ai partiti è riconfermata, come negli ultimi due anni. Tra il 2020 e il 2025, il sistema politico ha raccolto complessivamente circa 134,4 milioni di euro di contributi privati. Ma nell’ultimo anno, le entrate si fermano a 16,281 milioni di euro, segnando una flessione del
-20,1% rispetto al 2024. Si tratta del volume di raccolta più basso dal 2018 e lontano dal picco di quasi 33 milioni registrato nel 2022″, hanno sottolineato Aiste Galinyte e Roberto Giambelli per Transparency International Italia.

In base ai dati preliminari è stato registrato come nel 2025 tra i partiti che hanno beneficiato di più ci sia “il ritorno in vetta della Lega, con 4,325 milioni di euro, mentre nel podio seguono Forza Italia (3,048 milioni) e M5S (2,698 milioni). Fratelli d’Italia si ferma a 2,271 milioni, seguito dal PD con 1,914 milioni. Per quanto riguarda il trend triennale, nel periodo 2023-2025, sempre la Lega si conferma la forza politica con la maggiore capacità di attrazione fondi”, hanno spiegato. “Si confermano approcci opposti, con partiti (PD, FdI, M5S) che sopravvivono grazie al prelievo sugli stipendi degli eletti, e altri (Forza Italia, Lega) in grado di intercettare milioni di euro dal settore privato“.

Ma se i finanziamenti verso i partiti sono comunque in flessione, ha sottolineato Vincenzo Smaldore per Fondazione Openpolis, il motivo è dovuto al fatto che ormai i soldi si spostano direttamente verso i candidati: “Troviamo sempre pochi soldi nei bilanci dei partiti e quelli che troviamo sono per lo più le rimesse degli eletti, perché l’interesse privato non ha più utilità a passare per il partito, raggiunge direttamente il candidato. Sono gli eletti che hanno i cordoni della borsa, anche qui innanzitutto di soldi pubblici, così assumono una rilevanza fino a quel momento mai avuta in Italia le tesorerie dei gruppi parlamentari, oltre che le tesorerie dei Consigli regionali. Allo stesso tempo abbiamo un’esplosione del fenomeno di associazioni, fondazioni, comitati vari riconducibili ai singoli e questo complica tantissimo, perché un’associazione può avere dei finanziamenti privati, può fare delle feste, dei festival, dei convegni e quindi prendere degli sponsor, può fare un’impresa editoriale e quindi vendere la pubblicità“.

Così sono proprio le fondazioni le realtà dove si nascondono le zone grigie e dove i controlli, nei fatti, sono del tutto inefficaci, come precisa Transparency International: “Per la legge queste sono equiparate ai partiti per obblighi di trasparenza, quindi noi abbiamo monitorato quei soggetti collegati ai politici o ai partiti nazionali e che hanno dichiarato le donazioni ricevute dal Parlamento nell’anno 2025. Eppure siamo riusciti a rilevarne solo tre. Ovvio che potrebbero esserci anche altri soggetti che magari o non dichiarano, oppure riescono a aggirare gli obblighi di trasparenza”.

Lo stesso Anghelè precisa: “Mi ricordo un dato di qualche anno fa di Fondazione Openpolis in cui si spiegava come le fondazioni politiche fossero oltre 100. Se oggi in realtà sono solo tre, dove sono sparite tutte le altre? Vuol dire che fatta la legge, trovato l’inganno. Noi abbiamo bisogno di una piattaforma che tracci i fondi alla politica nel suo complesso e non solo a quello che è rimasto residuale, cioè il partito, ma per farlo abbiamo bisogno intanto che la legge Spazzacorrotti del 2019, che allargava le regole di trasparenza anche alle fondazioni, venga di fatto ridefinita. Serve una riconsiderazione di cos’è una fondazione, di cos’è un’associazione politica”.

E ancora, ha continuato il direttore di The Good Lobby: “Sicuramente questo tema del finanziamento alla politica è un tema molto poco ascoltato da questa maggioranza e da questo governo. Ci sono delle forze politiche che hanno deciso, come Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Avs di non accettare più fondi da parte di aziende o di privati. Sicuramente da una parte è un’attività di autoregolamentazione utile, ma noi crediamo che serva un’azione di sistema“.

Ma Anghelè lancia un appello anche affinché venga modificato il disegno di legge sulla regolamentazione delle attività di lobbying, arrivato al Senato dopo la prima approvazione alla Camera, che rischia di essere “un’occasione sprecata“. Il motivo? “Si tratta di un testo che ci trova molto critici perché garantirebbe enormi esenzioni. Secondo i nostri calcoli oltre il 50% degli incontri non verrebbero di fatto resi trasparenti. Si considera per lobbying soprattutto l’accesso ai luoghi istituzionali, ma sappiamo benissimo che oggi gli incontri tra i portatori di interessi e i decisori pubblici avvengono – e la cronaca appunto è molto fantasiosa da questo punto di vista – in luoghi diversi. Ma non solo. Tutte le grandi corporazioni come le associazioni datoriali, le associazioni sindacali, verrebbero escluse dagli obblighi di trasparenza. Siamo convinti che ci siano ancora i margini per poter intervenire, modificare il testo, renderlo più robusto ed effettivo. Altrimenti sarà un’operazione puramente cosmetica“.

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Oltre le sanzioni: così la trasparenza retributiva può cambiare il lavoro

di Annalisa Rosiello *

La direttiva sulla trasparenza retributiva 970/2023 e il decreto attuativo 96/2026, pur con gli evidenti limiti di recepimento di cui parlerò in altra sede, non introducono soltanto nuovi obblighi e sanzioni, ma offrono l’occasione per ripensare i sistemi salariali e organizzativi in chiave di equità, trasparenza e sostenibilità. È quanto ho sottolineato nel corso di un workshop dedicato al tema, nell’ambito del Convegno nazionale dei Giuslavoristi che si è svolto a Lecce dal 22 al 24 ottobre 2026.

Quando si parla di trasparenza retributiva, il dibattito si concentra spesso sulle sanzioni e sul possibile aumento del contenzioso. È una questione rilevante, ma non l’unica: l’obiettivo è costruire sistemi retributivi fondati su criteri chiari, verificabili e non discriminatori.

Non si tratta di contrapporre lavoratori e imprese, né di considerare illegittima ogni differenza salariale, ma di rendere le disparità comprensibili e giustificabili, evitando arbitrarietà e stereotipi. È plausibile che, almeno inizialmente, aumentino le contestazioni, anche per effetto dei nuovi obblighi di documentazione, motivazione e confronto sindacale. Tuttavia, come accade per molestie e discriminazioni, più segnalazioni possono esprimere una maggiore cultura e consapevolezza dei diritti e una tutela più effettiva.

Nel medio periodo, la sfida è prevenire le controversie, inducendo le imprese a rivedere classificazioni professionali, sistemi premianti e procedure di valutazione. La sanzione, quindi, non deve soltanto reprimere la violazione, ma contribuire a prevenirne la reiterazione.

Sul piano sanzionatorio, il primo rimedio a un divario retributivo ingiustificato è il riconoscimento delle somme ricavate appianando il divario. Il pregiudizio, però, può estendersi alla contribuzione previdenziale, agli accantonamenti, ai premi e alle opportunità di carriera, compromettendo l’intero percorso professionale. La tutela deve pertanto garantire un ristoro integrale e proporzionato.

Un profilo altrettanto importante è quello del danno non patrimoniale o immateriale. Essere sistematicamente sottovalutate, percepire una retribuzione inferiore a parità di lavoro o vedere ignorate le proprie competenze può compromettere dignità professionale, autostima e fiducia nell’organizzazione, alimentando stress cronico e sofferenza psicologica, con ricadute sulla vita personale e sociale.

Il confine tra discriminazione retributiva e salute organizzativa è sottile. Il danno morale, esistenziale e, quando ne ricorrono i presupposti, biologico può assumere rilievo risarcitorio, purché il pregiudizio sia allegato e provato, anche attraverso elementi indiziari relativi alla reiterazione delle condotte, al contesto lavorativo e ai loro effetti sulla persona.

La tutela, dunque, non può limitarsi al recupero degli arretrati, ma deve considerare anche la dignità e l’integrità psicofisica, alla luce degli obblighi di protezione del datore di lavoro.

La permanenza del gender gap richiede inoltre interventi di carattere inibitorio. La tutela antidiscriminatoria non ha soltanto una funzione risarcitoria, ma deve impedire la prosecuzione delle violazioni e rimuoverne le cause.

A tal fine, possono essere necessari la revisione dei criteri retributivi e di classificazione, il controllo dei premi, la formazione del personale HR, la valorizzazione delle competenze trascurate e il monitoraggio periodico. L’efficacia delle sanzioni si misura, infatti, anche nella capacità di modificare le prassi aziendali e incidere sulla reputazione dell’impresa.

Gran parte di questo cambiamento si realizza prima del processo. Occorrono competenze giuridiche, statistiche, sociologiche, psicologiche e altre ancora per interpretare i dati, valutare il lavoro di pari valore e verificare l’effettiva oggettività e neutralità delle differenze salariali.

In questo percorso, sindacati, lavoratrici, lavoratori e organismi di parità svolgono un ruolo essenziale. Il confronto strutturato, sostenuto da formazione e strumenti adeguati, permette di individuare tempestivamente le criticità e favorire soluzioni condivise. Anche le commissioni paritetiche introdotte dalla legge 76/2025 possono contribuire all’analisi e alla revisione dei sistemi retributivi. La trasparenza, infatti, non consiste soltanto nell’accessibilità delle informazioni, ma nella possibilità di comprenderle e utilizzarle per correggere le disuguaglianze.

La direttiva esprimerà tutto il suo potenziale se le parti sociali sapranno trasformare i nuovi obblighi in un’occasione di cambiamento, a beneficio delle lavoratrici e delle imprese, attraverso maggiore fiducia, criteri più chiari e organizzazioni sostenibili. La questione retributiva è strettamente connessa alla salute organizzativa e alla prevenzione dei rischi psicosociali. Gli articoli 2, 3, 4, 36 e 41 della Costituzione, insieme all’articolo 2087 c.c., richiamano una concezione del lavoro in cui dignità, equità e tutela della persona sono elementi essenziali.

La vera sfida, quindi, non è soltanto sanzionare chi discrimina, ma costruire organizzazioni in cui la discriminazione sia più difficile da produrre, più facile da riconoscere e più rapida da rimuovere e in cui sia affermata la qualità costituzionale del rapporto. Perché la trasparenza retributiva è un’opportunità concreta per migliorare il lavoro. E un lavoro più equo è un vantaggio per tutti.

* Avvocata giuslavorista in Milano, curatrice di questo blog

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La vittoria della gioventù serba ricorda l’esistenza di un bene fondamentale: la trasparenza della Pa

La clamorosa vittoria della gioventù serba ricorda alla politica l’esistenza di un bene comune invisibile ma fondamentale: la trasparenza della Pubblica Amministrazione.

E’ noto che il movimento studentesco abbia preso le mosse da un fatto tragico: il crollo della pensilina esterna alla stazione di Novi Sad nel 2024, dove morirono sedici persone. Un fatto che agli occhi e ai cuori della migliore gioventù serba ha rappresentato la manifestazione più tangibile della corruzione sistemica che affligge la Serbia.

La rivolta, che ha avuto il pregio eccezionale di trasformarsi in progetto politico-elettorale alternativo, ha messo al centro una verità spesso marginalizzata nel discorso politico: la democrazia, per realizzare la promessa costituzionale di essere emancipante, deve essere liberata dalla corruzione in tutte le sue declinazioni. Perché la corruzione della Pubblica Amministrazione uccide.

La corruzione non è soltanto mal costume, non è soltanto abuso di potere normalizzato in una società sempre più brutale e feroce che induce a scommettere sulla protezione del “clan” al quale si giura fedeltà, la corruzione infine produce morte, perché al fondo di tutto ciò che non si fa e che invece si sarebbe potuto fare o che si fa male mentre si sarebbe potuto fare meglio ci sono vite spezzate. Quasi sempre peraltro le vite che soccombono sono quelle dei più marginali.

Quale che sia la “faccia” della corruzione, che non sempre prevede la “mazzetta”, perché nella sua forma più subdola e inafferrabile diventa clientelismo, familismo, nepotismo, “giro-giusto”, baronismo, auto promozione spregiudicata di sistemi di relazioni che insieme crescono e insieme cascano, la corruzione uccide.

La possibilità stessa che una democrazia possa attivare politiche adeguate per l’accesso alla casa, alla sanità, al lavoro, alla scuola, alla giustizia, alla sicurezza dipende da una Pubblica Amministrazione trasparente e imparziale.

Chiunque di noi saprebbe fare molteplici esempi di quanta vita è stata sacrificata in Italia a causa della corruzione, quante morti sull’altare “dell’una mano lava l’altra e due mani lavano il viso”. Il contrasto alla corruzione passa certo attraverso precise norme penali, che questo governo ha sabotato a cominciare dall’abolizione del reato di abuso d’ufficio, passa dal rispetto di una Autorità indipendente come l’Anac, che questo governo ha bersagliato di critiche delegittimanti, ma passa soprattutto attraverso una attenzione costante e consapevole che si rifletta nel discorso pubblico dei leader politici che cercano il consenso elettorale.

Non si tratta di burocratizzare ulteriormente i meccanismi di formale prevenzione della corruzione: il rischio infatti è quello di moltiplicare carte col “copia-incolla”, del tutto inutili a modificare la situazione.

Bisognerebbe invece che le forze alternative alle destre meloniane prendessero alcuni impegni concreti come la difesa efficace di chi segnala illeciti nella Pubblica Amministrazione (i cosiddetti whistleblower che invece, e nonostante le norme approvate, vengono spesso isolati e penalizzati), il contrasto alle Slapp (le azioni legati pretestuose contro gli attivisti sociali e i giornalisti), il contrasto alla precarizzazione dei giornalisti (che spesso lavorano in condizioni di grave vulnerabilità), il contrasto alla opaca gestione dei rapporti tra portatori di interessi (lobbisti) e personale politico. Una “agenda per la trasparenza” quanto vale in Italia?

In Serbia ha fatto la differenza, contribuendo a sconfiggere anche l’orrore del nazionalismo più spietato a cui Vucic ha cercato fino all’ultimo di aggrapparsi, beatificando con i funerali di Stato il “macellaio di Srebrenica”.

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