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Giovani troppe ore sui social? La ricetta di Futuro nazionale: “Mandiamoli a lavorare a 13 anni”

La vera emergenza è sotto i nostri occhi. Vale a dire “l’invasione che sta alimentando insicurezza, violenza e disordini nelle nostre città”. Ed ecco che, appena dopo che i riflettori dei media si sono spostati sui giovani che hanno protestato in tutta Italia, arriva la proposta di Futuro nazionale: mandare a lavorare i 13enni.

A depositare il progetto di legge è il consigliere regionale vannacciano in Veneto, Stefano Valdegamberi, che prima se la prende col governo (“un esecutivo incapace di fermare qualche centinaio di maranza dovrebbe fare mea culpa, anziché cercare giustificazioni a Mosca”), poi mette nero su bianco il vecchio adagio “chi fatica in giovinezza, gode i frutti in vecchiezza”. E allora “invece di trascorrere tante ore sui social, i ragazzi dovrebbero avere anche la possibilità di dedicare qualche ora alla settimana a un’attività concreta, imparando il valore dell’impegno, della puntualità e della responsabilità”. E via di esempi: “Riordinare gli scaffali di un supermercato, sistemare i vestiti in un negozio o svolgere semplici mansioni in una pizzeria sono esperienze che aiutano a crescere”.

La proposta di legge riguarda i giovani dai 13 ai 16 anni: regolare contratto, massimo otto ore alla settimana, consenso dei genitori e “mansioni leggere e sicure” che “non compromettano la scuola e il riposo”. Per Valdegamberi così “non si obbliga nessuno a lavorare, vogliamo dare ai giovani un’opportunità in più. Proteggere i minori significa impedire lo sfruttamento, non privarli della possibilità di fare esperienze formative. Otto ore alla settimana possono insegnare molto: il valore dei soldi, il rispetto per il lavoro e la soddisfazione di conquistarsi qualcosa con le proprie capacità”.

Va ricordato che la cosiddetta alternanza scuola-lavoro esiste già (ora Formazione scuola-lavoro) e riguarda tutti gli istituti scolastici, dai licei ai professionali, dalle classi terze in avanti. “Non vogliamo favorire lo sfruttamento, il lavoro nero o situazioni incompatibili con l’età” spiega Valdegamberi. “Vogliamo esattamente il contrario: regole chiare, rapporti di lavoro trasparenti e controlli efficaci, affinché queste esperienze possano svolgersi legalmente e diventare occasioni di crescita”. Secondo il consigliere regionale veneto è necessario recuperare “una cultura dell’impegno, del merito e della concretezza, aiutando i giovani a comprendere il rapporto tra lavoro, guadagno e responsabilità individuale”.

Valdegamberi, lo scorso aprile, aveva depositato la legge che vincola la collaborazione dei genitori – nei casi in cui i figli commettano reati – all’erogazione o meno di “benefici e provvidenze economiche regionali”. Un provvedimento ripreso a settembre da un senatore di FdI, Matteo Gelmetti, che ne ha fatto un disegno di legge: “Più che Fratelli d’Italia, sono ‘copioni d’Italia’” aveva commentato Valdegamberi.

Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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Classifica città smart d’Italia: Bologna si conferma prima ma cresce il divario col Sud

Bologna si conferma la città più smart d’Italia per il secondo anno consecutivo. A completare il podio della settima edizione del City Vision Score 2026-27 ci sono Pordenone, che compie un salto in avanti passando dall’ottavo al secondo posto, e Casalecchio di Reno, comune alle porte del capoluogo emiliano.

Il verdetto della graduatoria, presentata a Padova durante gli Stati generali delle città intelligenti, incorona nuovamente il Nord e traccia una mappa dell’innovazione nei territori italiani che riflette le croniche condizioni territoriali.

Cos’è City Vision Score

L’indice, curato dalle società Blum e Prokalos, misura il grado di intelligenza dei comuni italiani analizzando la totalità delle 7.896 realtà amministrative presenti sul territorio nazionale.

I tre centri urbani che guidano la graduatoria hanno ottenuto punteggi ai vertici della scala di valutazione (da 10 a 100): Bologna ha conquistato il punteggio pieno di 100 punti, seguita a brevissima distanza da Pordenone con 99,96 punti e da Casalecchio di Reno a quota 99.

I sei criteri di valutazione

La misurazione del livello di digitalizzazione e innovazione si basa su 30 indicatori analitici, ripartiti su sei dimensioni cardine della trasformazione urbana:

  • l’efficienza amministrativa, la digitalizzazione dei servizi pubblici e la trasparenza;
  • la vitalità del tessuto imprenditoriale, l’innovazione e la capacità di attrarre investimenti;
  • sostenibilità ambientale, gestione dei rifiuti e politiche energetiche;
  • qualità della vita, sicurezza, offerta culturale e inclusione sociale;
  • infrastrutture di trasporto sostenibile, mobilità elettrica e connessioni stradali;
  • competenze digitali dei cittadini, istruzione e capitale umano.

La top 10 delle città più smart d’Italia

Nove dei primi dieci comuni appartengono al Nord Italia, evidenziando una marcata concentrazione geografica dei centri ad alta tecnologia. Di seguito la classifica dei primi dieci comuni italiani:

  • Bologna, con 100 punti;
  • Pordenone, in Friuli-Venezia Giulia, con 99,96 punti;
  • Casalecchio di Reno, in Emilia-Romagna, con 99,00 punti;
  • Bergamo (Lombardia);
  • Brescia (Lombardia);
  • Rovereto (Trentino-Alto Adige);
  • Agrate Brianza (Lombardia);
  • Firenze;
  • Milano (Lombardia);
  • Udine (Friuli-Venezia Giulia).

Le città del Centro e del Sud Italia dove sono?

Dietro i successi dei primi dieci centri emerge una verità ormai cronica: il Centro e il Mezzogiorno restano completamente esclusi da qualsiasi caratterizzazione delle smart city. Nelle prime cento posizioni figurano 91 comuni del Nord e 9 del Centro, nessun comune del Sud o delle Isole.

Per trovare la prima realtà meridionale occorre scendere fino alla 301esima posizione, occupata da Pescara, che risulta anche l’unico comune di tutto il Sud a rientrare tra i primi 500. Per trovare la prima città insulare si deve arrivare all’865esimo posto con Cagliari, seguita da Bari al 1.456esimo posto, Avellino al 1.671esimo e Lecce al 1.688esimo.

Un’Italia a due velocità

Anche la media dei punteggi evidenzia la spaccatura. Mentre il Nord viaggia a una media di 63,2 punti, con il Nord-Est in vetta a 67,7, e le città del Centro si attestano a 57,1, il Sud si ferma a 37,8 punti.

L’Italia continua ad andare a due velocità, e senza un rafforzamento della capacità amministrativa e investimenti mirati al Mezzogiorno, i progetti di transizione digitale, energetica e ambientale rischiano di essere una realtà solo per una parte del Paese.

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