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Gli Stati Uniti e Trump al bivio alle elezioni di midterm: la contesa tra democratici e repubblicani e gli scenari per il Congresso

L’inimmaginabile potrebbe a questo punto accadere. Soltanto qualche mese fa, la previsione più realistica nella politica americana era che alle elezioni di midterm i democratici riconquistassero la Camera e i repubblicani si confermassero maggioranza al Senato. Il dato si basava su un calcolo. Per conquistare il Senato, i democratici avrebbero dovuto conservare quattro seggi che già ora controllano – Georgia, Minnesota, New Hampshire, Michigan – ma che i repubblicani giudicavano “contendibili”. Oltre a mantenere i quattro collegi, i dem ne avrebbero dovuto conquistare altri quattro tra Maine, North Carolina, Alaska, Texas, Ohio, Iowa. Se non impossibile, la cosa appariva ardua. In molte di queste zone Trump aveva vinto nel 2024 con oltre 20 punti di vantaggio. Come sarebbe stato possibile ribaltare una così massiccia prevalenza dei conservatori? Quanto sarebbe stata realistica una vittoria liberal nella Trumpland?

A pochi giorni dall’apertura delle urne, l’inimmaginabile può essere immaginato. Oltre che alla Camera, i democratici potrebbero prevalere anche al Senato. In tutti gli Stati sopra menzionati, sondaggisti e ricercatori parlano di una situazione di sostanziale equilibrio. A rivelarlo, oltre ai sondaggi, è anche la corsa disperata che Donald Trump ha intrapreso da un comizio all’altro in Texas. Ohio, Iowa, Mississippi, fino a qualche mese fa solide roccaforti repubblicane e dove ora si spedisce a far comizi last minute un presidente ottantenne, non si sa quanto consapevole del momento. Il timore è che le roccaforti crollino. Persino il Kansas, che non elegge un senatore democratico dal 1932, non pare più così certa terra repubblicana. Nelle ultime settimane si è assistito a un altro fenomeno significativo. I repubblicani, che pure a queste elezioni dispongono di un solido vantaggio finanziario rispetto ai democratici, stanno riposizionando ingenti risorse dai collegi elettorali “di attacco” a quelli “di difesa”. Gli strateghi del G.O. P. si sono cioè convinti che a questo punto non si tratti tanto di strappare seggi ai democratici ma di difendere, disperatamente, i propri. Con un presidente largamente impopolare e un’economia frenata dalla guerra in Iran, la linea non può che essere quella della resistenza.

Se questo è il quadro che a pochi giorni dal voto emerge da sondaggi e analisi, una certa prudenza è comunque d’obbligo. Chi nel 2016 avrebbe mai pensato che un imprenditore mezzo fallito diventato personaggio TV folkloristico fosse candidato repubblicano alla presidenza, senza esperienza e senza un partito alle spalle, e potesse battere Hillary Clinton e diventare presidente degli Stati Uniti? Chi avrebbe immaginato che sempre quel presidente, sconfitto, allo sbando, circondato da generale riprovazione per aver lanciato i suoi supporter contro il Congresso, potesse tornare alla ribalta e rientrare trionfalmente alla Casa Bianca quattro anni dopo? La carriera politica di Trump – il corso della sua vita – sono costellati da continue cadute e inaspettati ritorni e non si può escludere che istinto e capacità di capire cuore e testa degli americani lo facciano tornare in auge anche questa volta.

La cosa è possibile, ma improbabile. Trump ha ottant’anni e, nonostante le chiacchiere da lui stesso alimentate, nessuna possibilità di un terzo mandato. Tra due anni lascerà la Casa Bianca e il suo principale problema non sarà tanto consolidare il movimento che ha creato e trovargli un leader, quanto difendere se stesso e la sua famiglia dalle inchieste che i democratici, nel caso di ritorno al potere, faranno partire. C’è poi da aggiungere che difficilmente la crisi energetica globale, scatenata dalla guerra in Iran, si risolverà nel giro di qualche settimana. Se si incrociano lo stato attuale delle cose e i dati dei sondaggi, quello che potrebbe accadere il 3 novembre è quindi molto di più di un semplice trasferimento del controllo del Congresso dai repubblicani ai democratici. La sera del 3 novembre potrebbe rappresentare l’inizio della fine dell’era Trump, il momento in cui un presidente ormai anziano, pochissimo amato, segnato da diverse crisi che non sa risolvere, perde anche il sostegno del suo partito al Congresso e diventa una delle figure tragiche dell’immaginario politico americano. Una lame duck, un’anatra zoppa.

Ovviamente gli scenari sono diversi per i diversi risultati del voto. Nel caso i democratici dovessero riprendere il controllo della sola Camera, potranno nominare lo speaker, gestire l’agenda dei lavori e le commissioni, avviare inchieste e indagini formali, ostacolare l’approvazione di tasse e bilancio federale (il power of the purse, il potere di borsa, negli Stati Uniti appartiene al Congresso nel suo insieme, la Camera ha però più funzioni di proposta e il Senato di verifica e approvazione). A Trump resterebbe il potere di veto e la possibilità di governare attraverso decreti e ordini esecutivi. Il Senato in mano ai repubblicani significherebbe una cosa soprattutto – e importante per i conservatori: audizioni più veloci e quasi certa approvazione per i giudici federali nominati dal presidente. Limitato nei poteri sul fronte interno, Trump potrebbe dedicarsi con più tempo e impegno alla politica estera – su cui il presidente ha più ampia autonomia – puntando alla chiusura del conflitto in Ucraina e alla liquidazione della minaccia nucleare iraniana. Per un politico che da sempre sogna di tramandare ai posteri il segno del suo passaggio alla Casa Bianca, non è cosa trascurabile.

Tutto ciò diventerebbe ancora più restrittivo dei poteri del presidente, nel caso i democratici conquistassero la maggioranza di Camera e Senato. A quel punto l’agenda legislativa di Trump subirebbe uno stop quasi totale e la Casa Bianca sarebbe costretta a un’estenuante lavoro di compromesso sulle leggi che fanno funzionare la macchina statale. Per i giudici federali scelti da Trump, l’audizione davanti ai senatori non sarebbe più una formalità. E un ruolo chiave verrebbe a quel punto giocato dalle commissioni del Congresso, controllate in toto dai democratici e da cui partirà una probabile, profonda revisione politica e giudiziaria degli anni di governo di Trump – inclusa la schiera dei collaboratori particolarmente zelanti: Pete Hegseth, Robert F. Kennedy, Todd Blanche. Non ci sono dubbi sul fatto che i democratici faranno partire, proprio dalla Camera, un nuovo impeachment per Trump. Anche questo, come i precedenti, si concluderà nel nulla. Sono necessari i due terzi del voto del Senato per mettere sotto accusa un presidente – e i dem non li hanno. Anche questo, come i precedenti, creerà tensioni e alimenterà la crisi americana nei due anni finali di Donald Trump – destinato a uscire di scena come tigre ferita, più che anatra zoppa.

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Midterm 2026, il più costoso della storia Usa: i milioni di Musk, dei super ricchi e i “dark money” per finanziare i repubblicani

Questa volta potrebbero essersi sbagliati. Alle elezioni di midterm del 3 novembre, i super ricchi hanno scelto il partito repubblicano e potrebbero aver puntato sul cavallo sbagliato. I sondaggi, a meno di una settimana dal voto, danno infatti i repubblicani destinati a perdere la maggioranza alla Camera e in un testa a testa molto poco rassicurante con i democratici al Senato. Un’analisi condotta da CNBC sui dati della Federal Election Commission ha evidenziato comunque che 14 dei 20 dei maggiori finanziatori o gruppi di finanziatori al midterm 2026 hanno scelto il G.O.P. Guida il gruppo pro-repubblicani Elon Musk – ovviamente, verrebbe da dire, considerato il suo ruolo in gran parte della battaglie della destra Usa e globale. Vengono quindi i proprietari di Uline, Richard e Elizabeth Uihlein, seguiti da Jeff Yass, l’uomo più ricco della Pennsylvania, tra i 25 più ricchi al mondo. I 20 hanno comunque complessivamente messo a disposizione di questo ciclo elettorale 1 miliardo e 200 milioni di dollari, pari a circa un ottavo dei 9 miliardi e 800 milioni complessivi raccolti sino al 25 settembre dalle campagne dei partiti e dai super Pac. Se però si considera il cosiddetto dark money, quindi i fondi non tracciabili provenienti dai gruppi non-profit, la spesa per queste elezioni potrebbe arrivare a 15 miliardi. Una cifra stratosferica, che fa del midterm 2026 il più costoso della storia americana.

Sono diverse le ragioni che spiegano il vantaggio dei repubblicani sui democratici nella raccolta di finanziamenti elettorali. A risaltare è anzitutto il ruolo di Donald Trump, il presidente più pro-business della storia americana, che ha gestito la Casa Bianca come un comitato d’affari in cui politica e miliardi si confondono, in cui si esige dal mondo del business fedeltà cieca – in cambio di leggi e regolamentazioni favorevoli – e in cui dichiarazioni e decisioni governative sono state sapientemente distribuite in modo da orientare migliaia di operazioni sui mercati azionari e delle criptovalute. La scelta del G.O.P. da parte dei super ricchi dipende comunque anche da ragioni interne al Partito Democratico. Tra queste, c’è il “trauma” per la sconfitta di Kamala Harris, ancora molto forte. Non è poi ancora chiaro quale sarà il peso dei socialisti democratici nel partito. Domina anche una certa scarsa considerazione per la leadership democratica di Washington, guidata da Chuck Schumer e Hakeem Jeffries, non particolarmente capaci di dare al partito una linea unitaria. Questo complesso di ragioni ha fatto sì che, rispetto al passato, siano passati meno finanziamenti per il Democratic National Committee. Quando i ricchi hanno voluto donare ai democratici, lo hanno fatto direttamente ai candidati o alle cause che sostengono.

È vero che i democratici sono stati capaci di lavorare soprattutto su milioni di piccoli contributi, poi indirizzati ai 13 duelli chiave al Senato – ciò che ha rafforzato le loro speranze di riprendersi anche il Senato. Per il resto, appunto, nel campo dem si è distinto il solito George Soros, il maggiore finanziatore privato individuale delle cause progressiste anche a questo giro elettorale, che ha destinato 103 milioni di dollari a organizzazioni a lui collegate, tipo “Democracy PAC”, che hanno a loro volta sostenuto gruppi e comitati vicini ai dem. Subito dietro Soros, tra i principali donatori dell’area liberal, si colloca l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, che è intervenuto soprattutto nell’ultima fase della campagna elettorale, tra settembre e ottobre, con un mega finanziamento di 80 milioni di dollari destinato all’“House Majority PAC” e in generale ai gruppi focalizzati sulla riconquista democratica della Camera. Bloomberg ha continuato anche a finanziare una causa cui da anni si mostra particolarmente sensibile: quella del controllo nella vendita e possesso delle armi.

Sono stati però appunto i repubblicani ad accaparrarsi la fetta più consistente delle centinaia di milioni donati nel 2026 dai grandi ricchi alla politica Usa. In cima alla classifica dei “generosi” del G.O.P. c’è Elon Musk, che a questo ciclo elettorale si impone definitivamente come il più grande donatore politico individuale nella storia degli Stati Uniti. Per le elezione 2026, Musk ha investito 446 milioni di dollari del suo patrimonio personale. Il finanziamento – che segue a un’altra donazione record, quasi 290 milioni di dollari alle presidenziali 2024 – è stato fatto cadere a pioggia su istituzioni ufficialmente legate al partito e a gruppi che rappresentano le cause conservatrici. Al “Senate Leadership Fund” il principale PAC a sostegno dei candidati repubblicani per il Senato, è andata la donazione più consistente del proprietario di Tesla: circa 158 milioni, destinati soprattutto alla non facile impresa di sostenere le speranze di elezione in Texas di Ken Paxton, candidato voluto fortemente da Donald Trump ma segnato, nella sua carriera politica, da troppe zone d’ombra. L’ultima riguarda i circa 350 viaggi fuori del Texas, pagati dai contribuenti del Texas, che Paxton fece da attorney general dello Stato.

Tra i beneficiari di Musk c’è poi, con 76 milioni, il suo personale gruppo di pressione politica, “America Pac”, che si è concentrato sulle operazioni di canvassing, la campagna porta a porta dei candidati, oltre che sulla mobilitazione dell’elettorato conservatore nei distretti elettorali in bilico. Al “Congressional Leadership Fund” sono invece andati 20 milioni di dollari, meno che al Senato, considerate le scarse speranze repubblicane di mantenere il controllo della Camera. Ancora al Texas, in particolare al “Lone Star Liberty PAC”, Musk ha indirizzato 10 milioni di dollari – la perdita del seggio senatoriale in Texas sarebbe simbolicamente, oltre che politicamente, un pessimo segnale per l’America di Trump. Altri milioni sono andati all’associazione dei governatori repubblicani e a quella degli attorneys general – rispettivamente, 10 e 2 milioni di dollari. Se una parte significativa dell’enorme quantità di denaro immesso da Musk nel midterm è andata alla difesa della maggioranza repubblicana del Senato – il miliardario cerca di tutelare i contratti che SpaceX ha con il governo federale, in particolare NASA e Dipartimento alla Difesa, ed evitare che un Congresso dominato dai democratici faccia partire inchieste a raffica sul suo operato a capo del DOGE – non sono state dimenticati i temi qualificanti dell’agenda conservatrice più radicale, con milioni di dollari a gruppi che contrastano le restrizioni in tema di AI o che si battono contro i diritti delle persone transgender.

Dietro Musk, si è consolidato a queste elezioni il ruolo di Richard e Elizabeth Uihlein come grandi donatori conservatori. A capo di un impero costruito grazie agli imballaggi industriali, la coppia ha donato quest’anno ai repubblicani tra i 135 e i 150 milioni di dollari. Gli Uihlein si sono concentrati su aree e candidati specifici. 34,8 milioni di dollari sono andati ai repubblicani del Wisconsin e sono serviti in gran parte a finanziare la campagna a governatore di Tom Tiffany. Una cifra ancora maggiore, intorno ai 39 milioni di dollari, sono stati versati dagli Uihlein a “Restoration of America PAC”, che li ha a sua volta destinati alle campagne elettorali dei repubblicani di un altro Stato del Midwest, il Minnesota. In California Richard Uihlein ha spedito circa 17 milioni di dollari per sostenere la “Prop 39”, un referendum sull’introduzione dI regole più severe nell’identificazione degli elettori. Brilla poi come finanziatore di cause conservatrici Jeff Yass, storico libertarian, co-fondatore della società di trading Susquehanna International Group, che ha donato milioni di dollari a cause come la libertà di scelta scolastica per le famiglie e il finanziamento pubblico per le scuole private; la battaglia contro la regolamentazione delle attività economiche; il sostegno a Israele e l’elezione del maggior numero di giudici federali conservatori. Dietro questo gruppetto si schiera il Gotha della finanza e dell’economia Usa, da Marc Andreessen e Ben Horowitz a Miriam Adelson, da Kenneth Griffin a Paul Singer – tutti insieme appassionatamente per sostenere con una valanga di dollari quella che potrebbe rivelarsi una tra le delusioni più cocenti nella storia recente dei repubblicani.

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Trump, le elezioni di midterm, e la triste realtà di un’America ancora febbricitante

A pochi giorni dalle elezioni di metà mandato, gli analisti americani si chiedono se il vantaggio dei democratici segnalato dai sondaggi si tramuterà in una sconfitta del fronte trumpiano sia alla Camera sia al Senato o se, come al solito, il voto per Trump invece è sottovalutato dalle indagini demoscopiche e mercoledì mattina ci sveglieremo con i repubblicani che manterranno perlomeno il Senato. 

Una Camera ancora a guida repubblicana è improbabile, ma la situazione è più aperta al Senato. Martedì sarà rinnovato soltanto un terzo del Senato (trentacinque seggi), e più o meno ovunque in Stati dove i trumpiani sono tradizionalmente molto forti: per conquistare la maggioranza, i democratici dovrebbero conquistare almeno quattro seggi tra quelli occupati dai repubblicani, e non perderne nemmeno uno.

I democratici sembrano in grande vantaggio in luoghi fino a poco tempo fa inimmaginabili per i candidati liberal. In Texas, per esempio, grazie a un ottimo candidato democratico moderato come James Talarico e a un pessimo repubblicano Ken Paxton, un estremista e pasticcione che Trump ha sponsorizzato nei mesi scorsi, costringendo il senatore uscente repubblicano John Cornyn a non ricandidarsi, e la famiglia Bush e lo stratega conservatore Karl Rove ad annunciare il voto per Talarico. 

Insomma, il primo seggio che potrebbe passare di mano è un gentile regalo di Trump ai suoi avversari. Il secondo seggio che pare già assegnato ai democratici è quello della North Carolina, di nuovo a causa di un candidato scelto da Trump. Il terzo seggio che potrebbe andare ai democratici è quello dell’Alaska, un’altra roccaforte repubblicana. Anche qui una buona candidata democratica, Mary Peltola, e un pessimo senatore uscente Dan Sullivan, che tra le altre cose dovrà vedersela con un omonimo che si è candidato come indipendente e che potrebbe fargli perdere qualche voto. Trump ha già mobilitato il ministero della giustizia di Washington, guidato dal suo avvocato personale, per non certificare il risultato dell’Alaska nel caso vincesse la candidata democratica, e ora agita uno scoop del New York Times, momentaneamente non più etichettato come «fake news», secondo cui sarebbero stati proprio i democratici a cercare e a convincere a candidarsi l’omonimo del senatore repubblicano, in modo da confondere gli elettori di Trump in Alaska. Trump ha chiesto l’esclusione della candidata democratica dalla scheda, con l’accusa di brogli elettorali. Non finirà qui.

Poi ci sono il Michigan, dove i democratici difendono il seggio di un loro senatore uscente, e il Maine. In entrambi gli Stati, i democratici hanno restituito il favore a Trump: in Michigan hanno scelto il brillante ma molto radicale Abdul El-Sayed; e in Maine hanno combinato un guaio enorme, scegliendo un candidato populista e progressista, Graham Platner, che a luglio è stato costretto a ritirarsi per vari scandali sessuali. 

I democratici possono ancora vincere in questi due Stati, ma gli analisti si chiedono che cosa sarebbe successo se avessero scelto candidati meno estremisti. Ieri il senatore del Texas Ted Cruz ha detto che se El-Sayed, che è musulmano, fosse eletto al Senato e entrasse nella Commissione sui servizi segreti di Washington, il risultato sarebbe che molti americani morirebbero perché, secondo Cruz, El-Sayed passerebbe le informazioni riservate ai Fratelli musulmani. Questo è il livello degli attacchi delle ultime ore da parte di un senatore che l’altro ieri Trump ha detto che nominerà giudice della Corte Suprema, e non importa che El-Sayed non sia affiliato ai Fratelli musulmani.

I democratici possono anche strappare l’Ohio ai repubblicani, e incredibilmente sono competitivi anche in Iowa, e addirittura in Carolina del Sud, Alabama e Kansas (dove il candidato repubblicano l’altro giorno ha detto che «la situazione economica oggi è la migliore che abbia visto nella sua vita»), a dimostrazione di quanto sia diffuso il sentimento anti Trump, anche facendo la tara della sottovalutazione cronica dell’elettorato trumpiano. 

Prima di festeggiare, però, i democratici farebbero meglio ad aspettare il conteggio reale dei voti, a fare il bilancio dei seggi senatoriali conquistati e di quelli eventualmente persi, e a sperare che la Casa Bianca non passi dalle minacce di colpo di stato ai fatti in caso di sconfitta. Sarebbe ingenuo escludere che Trump possa reagire alla possibile sconfitta organizzando ancora una volta qualcosa di simile al 6 gennaio 2021, quando istigò all’assalto violento del Congresso, se non addirittura qualcosa di più efficace e pericoloso. 

C’è un elemento che, a prescindere dal risultato finale, però non depone a favore del risveglio dell’America dopo la febbre trumpiana, ed è quello secondo cui la prima preoccupazione degli elettori oggi è di gran lunga quella del costo della benzina. 

Non sappiamo ancora se Trump uscirà con le ossa rotte da queste elezioni di metà mandato, ma nel caso in cui le perdesse non sarebbe perché ha ridotto l’America a una barzelletta globale, né per aver distrutto la geniale rete di alleanze internazionali con cui ha governato il mondo negli ultimi ottant’anni, né perché si è alleata con i peggiori ceffi del pianeta, e nemmeno per aver disintegrato decoro, moralità, e nobiltà della politica. 

Gli americani sono insoddisfatti di Trump (martedì vedremo in che quantità) principalmente perché la benzina è diventata troppo costosa. È molto triste che un così palese smantellamento della democrazia americana, l’indebolimento del mondo libero, e il sostegno alle dittature illiberali tradizionalmente nemiche dell’America non suscitino una gloriosa reazione democratica e liberale, come del resto non la suscitò l’assalto violento al Congresso del 6 gennaio 2021. Per la più longeva democrazia del mondo, e per gli alleati che la guardano con nostalgia da lontano, è avvilente accettare l’idea che la causa di un eventuale indebolimento di Trump non sarà il desiderio di riscatto democratico, la difesa dello stato di diritto, e la passione per la libertà, ma il prezzo del pieno di benzina. 

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Elezioni di midterm, Trump mette le mani avanti: “Nessun presidente le vince”. E Vance (molto nervoso) passa agli insulti

Le elezioni di metà mandato non sono mai favorevoli al presidente in carica, ma nessun presidente si è mai speso quanto lui per fare campagna elettorale in quell’occasione. E’ questa in sostanza la tesi del comizio di Donald Trump a Corinth, in Mississippi, a sostegno della senatrice repubblicana Cindy Hyde-Smith, impegnata in una sfida elettorale contro il candidato democratico Scott Colom. Trump sottolinea che “abbiamo fatto il giro, abbiamo girato in lungo e in largo”, evidenziando il suo impegno personale nella fase conclusiva della campagna repubblicana per le elezioni di midterm del 3 novembre prossimo. Il presidente ha aggiunto poi come in questo appuntamento il partito al governo incontra spesso significative difficoltà e “non ottiene buoni risultati”. “Per qualche motivo, i presidenti non ottengono buoni risultati alle elezioni di metà mandato, a prescindere da quanto siano bravi – ribadisce – anche se sono eccezionali, come noi. Ma devo dire che nessuno ha mai fatto campagna elettorale come ho fatto io“. Gli ultimi sondaggi: repubblicani sotto di dieci punti rispetto ai democratici.

Trump, nel suo comizio nello Stato del Mississippi ha promesso di non ribattezzare il fiume Mississippi, diversamente da quanto ha detto per il Messico e il lago Ontario. “Sto pensando all’Oceano Atlantico. Lo chiamiamo Oceano Americano. Credo che all’Europa piacerà moltissimo. E sapete una cosa? Non lo farò. Lo prometto. Il fiume Mississippi: non gli cambierò il nome. Riuscite a immaginarlo, signore e signori? ‘Sono lieto di annunciare che cambieremo il nome del… Oh, in quale Stato ci troviamo? Oh, siamo nel Mississippi. Sono in un bel guaio'”, ha scherzato il tycoon. Trump, che si è impegnato a fondo nelle elezioni legislativedi midterm, aveva già detto in altri eventi della campagna elettorale che non intendeva cambiare il nome del fiume più imponente degli Stati Uniti.

Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha insultato un contestatore che in Kansas aveva interrotto il suo comizio elettorale. “Ecco un altro che dice str…”, ha reagito Vance scatenando la base Maga che ha risposto intonando il coro “Usa Usa”.

Un giudice federale, Ana Reyes, ha prorogato l’ordinanza che blocca i piani dell’amministrazione di Donald Trump per la ristrutturazione del campo da golf pubblico, costruito un secolo fa, nella capitale americana. Emessa, nell’ordinanza di 70 pagine firmata da Reyes, anche un’ingiunzione preliminare per bloccare l’abbattimento di 500 alberi e altri lavori presso l’East Potomac Golf Course. Il 18 ottobre, Trump ha annunciato sui social media l’intenzione di chiudere il campo da golf per 15 mesi e di riqualificarlo, a dispetto degli stop legali e del contenzioso in corso. In precedenza, lo stesso giudice aveva ordinato all’amministrazione di sospendere i lavori del progetto fino al 26 ottobre. Trump veva fatto un post sulla sua piattaforma social Truth Social dicendo che la ristrutturazione sarebbe iniziata a novembre.

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Non date Trump per spacciato, all’americano medio piace la sua orrendezza

Obama in un comizio a favore dei candidati democratici ha preso in giro i gusti pacchiani di Trump, ma forse sottovaluta che l’elettore di oggi non si fida di chi arreda troppo fino, né di chi parla troppo bene

Ogni volta che leggo qualcuno spiegare, con una certa sicumera, che le elezioni di metà mandato, quelle che si svolgeranno tra una settimana negli Stati Uniti d’America, saranno un trionfo per i Democratici, perché gli elettori hanno capito, perché Trump è finito epperciò terrorizzato sta tentando di andare contro la volontà popolare, perché alla fine arrivano i nostri come quando esisteva il cinema, ogni volta io penso che martedì prossimo mancheranno ancora nove giorni al decennale della mia analisi politica di riferimento.

La mia analisi politica di riferimento andò in onda il 12 novembre del 2016, sulla Nbc, all’interno del “Saturday Night Live”, il programma comico del sabato notte. La mia analisi politica di riferimento è uno sketch di meno di sei minuti intitolato “Election night”. C’è una parte del cast fisso del programma, c’è Dave Chappelle, che conduceva quella puntata, e c’è Chris Rock, che arriva a sorpresa.

La scenetta è ambientata in un salotto qualunque di una casa di americani di sinistra cinque sere prima, la sera dello spoglio elettorale. Le ragazze dibattono di quanti punti vincerà Hillary – lo so che vi sembrano passati trecento anni, ma quelle del 2016 sono le elezioni in cui Hillary Clinton è candidata contro Donald Trump: devo ricordarvi come va a finire? – e continuano a ripetere che è una serata storica, avranno la prima presidente donna. «Certo, lei vincerà il collegio elettorale, ma c’è uno scenario da incubo in cui il voto popolare lo vince lui». Dave Chappelle fa una faccia alla Dave Chappelle: ah, è quello lo scenario da incubo?

Potrebbe, giura uno di quelli pieni di sicumera, non esserci mai più un presidente repubblicano in questo paese: la demografia sta cambiando. Chappelle continua a fare facce: ma tu hai mai dato un’occhiata a questo paese? (Quelli con la sicumera sono tutti bianchi, e man mano che lo spoglio procede dicono che evidentemente è un paese razzista, e Rock e Chappelle ridono fortissimo).

Quest’estate, quando l’algoritmo ripescava qualunque intervista di Matt Damon perché “L’Odissea” era il gusto del momento, ne ho vista una del 2008: Damon si diceva terrorizzato dalla possibile vittoria di McCain e di Sarah Palin, candidata come vicepresidente nelle elezioni che poi vinse Barack Obama.

Non ho mai più smesso di pensarci, perché io le interviste di diciott’anni fa non me le ricordo, ma mi ricordo quelle del 2016, mi ricordo che nel 2016 era davvero come in “Election night”: erano tutti convinti che avrebbe vinto Hillary, così come due anni fa erano convinti che avrebbe vinto Kamala. Che secondo alcune brillanti analiste politiche hanno poi perso perché io le chiamo senza cognome delegittimandole, ma ora non divaghiamo e restiamo a: com’è possibile che la capiscano sempre al contrario? È perché quando hai un candidato evidentemente forte – Barack Obama – diventi scaramantico?

È perché quando hai una candidata evidentemente debole devi tirarti su convincendoti che ce la farai di sicuro?

E l’altra domanda che mi faccio è: è stato Obama un caso irripetibile non di vittoria di uno di sinistra, non di vittoria di un nero, ma di vittoria di un figo? Nel weekend Obama ha fatto alcuni comizi di sostegno a candidati delle elezioni di metà mandato, e sappiamo tutti che è un oratore formidabile, ma leggendo le reazioni a quel suo discorso mi si è consolidato un sospetto: la forza di Trump sta nella sua orrendezza. Obama sarebbe stato un’ambizione, un secolo fa: quando i ricchi si prendevano degli istitutori per imparare ciò che non sapevano e non fare figuracce in pubblico. Adesso che i ricchi si instagrammano con voluttà con cinquantamila euro di vestiti addosso e quindici errori di ortografia a didascalia, Obama è una rottura di coglioni: l’insopportabile promemoria che c’è qualcuno fotogenico e anche con la parlantina.

A un certo punto del discorso di Obama c’era una battuta sulla quale vale la pena soffermarsi. Partiva dallo stesso rimprovero che fanno tutti a Trump: pensa più alla ristrutturazione della Casa Bianca che al paese. E poi diceva una cosa che pensiamo tutti da sempre, io la pensai entrando per la prima volta nella Trump Tower nel 1988: ma cos’è tutto quell’oro?

L’oro è una fissa di Trump, avrete visto le foto di prima della presidenza, quando si faceva scattare nell’appartamento appunto della Trump Tower, oro ovunque e soffitti tragicamente bassi. Non ha esattamente un gusto minimalista, che è un altro modo in cui piace alle masse. Se fossero ricche, anche le masse di elettori si farebbero fare un cesso d’oro, anche loro si farebbero portare cartocci di McDonald’s dal maggiordomo in livrea: cosa credevate avrebbe fatto il cittadino medio con gli eventuali profitti di un gratta e vinci, comprato il catalogo Adelphi?

Se dite – e lo state dicendo tutti, parlo a voi che scrivete sui giornali – che è normale che i ragazzi sfascino le boutique perché il desiderio della cosa costosa è bruciante e cogente e tale e quale a quello del tizio della “Locomotiva”, se dite che appropriarsi della cintura Vuitton senza pagarla è la versione 2026 di «pensava al magro giorno della sua gente attorno, pensava a un treno pieno di signori», beh, poi non potete meravigliarvi se all’elettorato piace il cesso d’oro del Donald più di quanto gli piaccia l’elenco di romanzi fighetti che il Barack condivide ogni anno.

Barack Obama prende l’osservazione sull’oro e la completa così: «Ma cos’è tutto quell’oro, sembra che Saddam Hussein abbia ristrutturato una Cheesecake Factory». Cheesecake Factory è una catena di ristoranti per famiglie assai popolare negli Stati Uniti, ci vanno quelli che se invece vogliono mangiare italiano vanno da Olive Garden (altra catena popolare), non esattamente gente sofisticata come d’altra parte non lo è la massa da nessuna parte, figuriamoci in America.

Mentre scrivo sono quarantott’ore da quando Obama ha fatto questa battuta, che non ci vuole Chris Rock per capire sia una battuta imperniata su «Saddam Hussein», non su «Cheesecake Factory», e sono quarantott’ore che leggo dibattiti lunari sul classismo di Barack Obama che secondo questi giganti del pensiero non capisce che all’americano medio la Cheesecake Factory piace.

Ho letto migliaia di commenti, e a stravolgermi non sono tanto quelli che dicono che Obama è elitario, che il suo disprezzo per il popolo è evidente, che tu a me la Cheesecake Factory non me la tocchi capitoooo, che è proprio alienandosi l’elettore medio che va alla Cheesecake Factory che i Democratici sono diventati irrilevanti. Quella potrebbe essere propaganda. Quelli potrebbero essere commentatori che travisano apposta, per poter criticare Obama. A stravolgermi sono quelli che lo difendono.

Quelli secondo i quali l’esempio era giusto, perché se vi piace la Cheesecake Factory e avete più di cinque anni avete un problema. Secondo i quali l’esempio era giusto, perché lo sappiamo tutti che la Cheesecake Factory è famosa per gli arredi kitsch, e un vero patriota americano mai vorrebbe che la Casa Bianca le somigliasse. Amici, compagni, concittadini, io non sono qui a seppellire le vostre licenze medie, ma non ci vuole un dottorato in costruzione delle battute per capire che, in quella similitudine lì, la Casa Bianca è già la Cheesecake Factory (cioè: un’istituzione americana che tutti conoscono e che a tutti va bene resti com’è), e Trump è il dittatore iracheno che la ristruttura stravolgendola, mettendoci troppo oro, facendola troppo pacchiana. Non c’è niente di più triste che spiegare le battute, e infatti in genere non si fa.

In genere, se sei un politico con una certa qual abilità oratoria, sai fare battute che non hanno bisogno di didascalie, che possono essere travisate solo per malafede e non perché si è estinto il pubblico non completamente stupido.

Un paio di settimane fa ho sentito un dibattito tra il sindaco di Torino e il presidente della regione Piemonte. Non so neanche chi dei due fosse quale, e chi dei due fosse quello di destra e chi dei due quello di sinistra, ma ne sono uscita stravolta da quanto fosse scarsa l’oratoria di entrambi. Forse è quello che vogliamo.

Forse lo stesso pubblico che vuole solo romanzi scarsi perché così non si complessa pensando che non li avrebbe saputi scrivere, e film scarsi perché così anche se si distrae gli ripetono venti volte qual è la legge di Zeus e all’uscita non deve chiedere a ChatGpt di spiegargli la trama, forse quel pubblico, che è pubblico ma anche elettorato, vuole anche politici scarsi. Non si fida di chi arreda troppo fino, né di chi parla troppo bene. Chissà chi c’è tra due sabati al “Saturday Night Live”. Chissà se torna Chris Rock a dire ma tu pensa, chi l’avrebbe mai detto che finiva così.

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“La Norvegia fa schifo, è un cesso di Paese”: l’attacco di Trump al comizio in Michigan. La colpa di Oslo? Non avergli dato il Nobel per la Pace

“Francamente la Norvegia fa schifo, è diventata un cesso di Paese, veramente”. Così il presidente americano Donald Trump, in un comizio in Michigan per sostenere la candidatura al Senato del repubblicano Mike Rogers, si è sfogato contro il Paese europeo colpevole, come lui stesso ha affermato, di non avergli dato il premio Nobel per la Pace per la seconda volta – riconoscimento invece assegnato all’ex giudice dell’odiata Corte penale internazionale Navi Pilay.

Ha aggiunto di voler riaprire le frontiere agli immigrati di determinati Paesi, ma di non volere “nessuno della Norvegia“, nonostante nello Stato del Michigan vivano oltre 71mila norvegesi-americani secondo gli ultimi dati U.S. Census. Nel comizio in midwest ha poi coperto di insulti islamofobici il candidato democratico Abdul El Sayed per le elezioni midterm del prossimo 4 novembre.

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Dall’Alaska al Kansas: tutti gli Stati che non sono più “sicuri” per i repubblicani. Le sfide cruciali al Senato per le elezioni di Midterm

I repubblicani investono fondi in Stati un tempo dati sicuri, mentre i sondaggi li danno in svantaggio alla Camera e in una battaglia fino all’ultimo voto al Senato. A poco più di una settimana dalle elezioni di midterm, la speranza e l’entusiasmo dei democratici per la possibilità di conquistare il Congresso continuano a salire. Come è noto, ogni due anni il Senato rinnova un terzo dei suoi seggi, e quest’anno si vota per 35 seggi, molti in Stati dove Donald Trump ha vinto con uno scarto a due cifre nel 2024. Un vantaggio di partenza per i repubblicani che difendono la loro maggioranza di 53 seggi contri i 47 attuali dei dem, che devono strappare quindi almeno 4 seggi, senza perderne nessuno, per conquistare la maggioranza. Si tratta di una sfida non facile, ma con il crescere del vantaggio nazionale dei dem che alla Camera – ora di 10 punti – e il continuo precipitare della popolarità di Trump – scesa al 33% – si è delineata una possibile via per la vittoria dem fino a pochi mesi impensabile, una via che attraversa stati come il Texas, roccaforte Gop dove un democratico non viene eletto ad una carica elettiva nazionale da oltre 30 anni. Negli ultimi giorni è entrato nella lista degli stati “toss up” un altro Stato solidamente repubblicano come il Kansas, portando a dieci il numero degli Stati che decideranno le sorti del Senato il prossimo 3 novembre. “Anche stati rossi non sono sicuri con presidenti con numeri così bassi come quelli di Trump“, spiegava nelle scorse settimane Jessica Taylor, del sito di analisi politica Cook Political Report.

NORTH CAROLINA – Questa viene considerata la migliore opportunità per i democratici, dal momento che l’attuale senatore repubblicano, Thom Tills, noto per le sue posizioni critiche su Trump ha scelto di non ricandidarsi nello stato che ha scelto il tycoon nelle ultime tre elezioni, ma ha anche eletto democratici a cariche statali. Tra questi, l’ex governatore Roy Cooper ora candidato dem avanti di 13 punti sul repubblicano Michael Whatley, poco conosciuto dagli elettori che in più lo considerano troppo vicino a Trump. In caso di vittoria, Cooper sarebbe il primo dem a rappresentare la North Carolina al Senato in quasi due decenni.

OHIO – In gioco è il seggio che JD Vance ha lasciato per diventare il vice presidente di Trump e l’attuale senatore repubblicano nominato al suo posto, Jon Husted, è molto meno noto del democratico Sherrod Brown, l’ex senatore avanti di 5 punti secondo una media Cnn. Il repubblicano paga la sua vicinanza a Trump che, pur avendo vinto due anni fa con un vantaggio a due cifre, ora ha una popolarità scesa al 36% nello stato agricolo che soffre per l’impennata dei prezzi dei fertilizzanti, provocata dalla guerra con l’Iran, e non ha visto i vantaggi nel settore agricolo promessi dalla politica dei dazi. A riprova dell’importanza di questo duello per gli equilibri del Senato, si prevede che nelle ultime settimane di campagna i due partiti spenderanno un totale di 75 miliardi di dollari.

ALASKA – È una delle sfide che i dem non possono perdere: gli ultimi sondaggi danno Mary Peltola, ex deputa dem, avanti 7 punti rispetto a Dan Sullivan, il senatore Gop che si candida a un terzo mandato nel remoto stato artico dove non viene eletto un democratico al Senato dal 2008. Nell’ultimo dibattito, il repubblicano ha cercato di mettere in difficoltà l’avversaria con le accuse di maltrattamenti che le hanno rivolto ex collaboratori, mentre la democratica lo ha accusato di disonestà e collegato alle politiche di Trump, in particolare la guerra in Iran, e le sue conseguenze economiche, che, è stato costretto ad ammettere Sullivan, “deve finire presto”. Il repubblicano teme infine di perdere voti per il fatto che sulla scheda elettorale comparirà un secondo Dan Sullivan, un indipendente che il dipartimento di Giustizia accusa di correre come repubblicano “con l’intenzione di ingannare” i sostenitori del senatore in un ricorso già depositato presso la corte distrettuale dell’Alaska per chiedere di bloccare la certificazione dei risultati elettorali in caso di vittoria di Peltola.

MAINE – È la battaglia nello stesso tempo più facile, almeno sulla carta, e più difficile per i democratici. Più facile perché i democratici controllano tutte le cariche elettive dello stato dove vincono regolarmente le presidenziali. Più difficile perché Susan Collins, da 30 anni al Senato, finora è riuscita sempre a difendere anche in questo nuovo panorama politico locale il seggio, grazie alle sue posizioni moderate, spesso indipendenti che l’hanno messa spesso in opposizione con Trump. Ma questa rielezione si è mostrata molto difficile per la navigata repubblicana, anche se di fronte non ha il candidato dem scelto con le primarie, Graham Platner, un allevatore di ostriche socialista dem che aveva entusiasmato la base, ma il molto meno carismatico Troy Jackson, nominato in corsa a luglio, quando uno scandalo sessuale ha fatto implodere la candidatura di Platner. Ora i sondaggi danno il dem avanti di un soffio in quello che rimarrà fino alla fine un testa a testa, con i repubblicani che spenderanno 17 milioni nelle ultime due settimane contro i 14 dei dem.

TEXAS – I democratici non vincono un’elezione nazionale nel Lone Star da 32 anni, ma ora sognano l’impensabile in uno dei duelli per il Senato più seguiti a livello nazionale, con i sondaggi che descrivono un testa a testa, con il democratico James Talarico però due punti avanti rispetto a Ken Paxton, il discusso attorney general del Texas che, con il sostegno di Trump, ha battuto nelle primarie il senatore repubblicano di lungo corso John Cornyn accusato di “slealtà” dal tycoon. Il 37enne ex seminarista presbiteriano, ex insegnante di scuola media, ora deputato statale, sta riuscendo a unire e galvanizzare le varie anime dei democratici, attirando, con il messaggio religioso e la promessa di combattere per interessi e valori texani, elettori di Trump delusi. Paxton, al contrario, è una delle figure politiche più controverse del Texas, coinvolto in scandali di corruzione che in passato spinsero il suo stesso partito a metterlo sotto accusa. Sono diverse le figure dell’establishment repubblicano texano che in questi giorni stanno dichiarando che non voteranno per lui, o addirittura che voteranno per Talarico, come ha fatto Neil Bush, figlio e fratello degli ex presidenti. Paxton ha dalla sua i finanziamenti milionari che sono arrivati in questi ultimi giorni alla sua campagna da Elon Musk, che gli permettono di spendere tre volte di più del dem, arrivando, si prevede, alla cifra totale, tra primarie e elezioni, di 380 milioni, astronomica in uno stato roccaforte Gop.

MICHIGAN – È forse la migliore opportunità dei repubblicani strappare un seggio ai dem – che dovrebbero così quindi strappare così cinque seggi per conquistare così la maggioranza – perché il senatore dem Gary Peters si è ritirato, lasciando aperto il suo seggio a quello che è diventato il più accanito duello, senza riserve di colpi, tra il repubblicano Mike Rogers, ex agente Fbi, ex deputato che due anni fa è stato sconfitto di misura nell’elezione per l’altro seggio del Michigan, e il democratico Abdul El Sayed. L’epidemiologo nato a Detroit da una famiglia di origine egiziana ha vinto le primarie con un programma vicino a quello dei democratici socialisti, anche se non vi fa parte, sconfiggendo un’avversaria sostenuto dall’establishment dem statale e nazionale. L’ultima media dei sondaggi Cnn dà El Sayed avanti di due punti in quello che rimane un testa a testa, con Donald Trump che continua ad accusare pubblicamente il dem, che se eletto diventerà il primo senatore musulmano, di essere ‘un jihadistà con legami con i Fratelli musulmani. El Sayed da parte sua punta all’impopolarità di Trump in Michigan, dove il 44% degli elettori ammette che considera il midterm un referendum contro Trump, ma deve fare i conti con la difficoltà di ottenere il sostegno di due componenti cruciali della base dem, la comunità ebraica, allarmata per le sue posizioni su Israele e Gaza, e quella afroamericana. A sottolineare l’importanza del duello, nel weekend in Michigan è arrivato sia Barack Obama, per un comizio ieri a Detroit che potrà aiutare El Sayed con il voto afroamericano, che Trump per un comizio stanotte a Port Huron.

IOWA – ll fatto che uno stato in cui Trump nel 2024 ha vinto con 13 punti di vantaggio sia considerato teatro di un duello ‘toss up’ per il Senato è un segnale di grande preoccupazione per il Gop. Nello stato del Midwest le politiche commerciali di Trump stanno danneggiando gli agricoltori, in particolare i produttori di soia, insieme all’aumento dei prezzi di benzina, diesel e fertilizzanti provocati dalla guerra in Iran. Non aiuta il fatto che la senatrice in carica Joni Ernest abbia deciso di non ricandidarsi lasciando quindi il seggio aperto. Per i repubblicani è in campo un’altra donna, Ashley Hinson, che recentemente ha chiesto a Trump di mettere fine subito alla guerra nel tentativo di guadagnare terreno sul democratico Josh Turek, ex campione paralimpico, che ora rappresenta all’Assemblea locale un distretto dove ha vinto Trump e si dice pronto a lavorare con tutti per aggiustare “il sistema dell’immigrazione, anche il presidente Trump”. L’ultima media dei sondaggi danno il democratico avanti di appena un punto in quello che rimane quindi un testa a testa.

KANSAS – Lo stato che non elegge un senatore democratico da 94 anni è entrato a sorpresa negli ultimi giorni nella lista dei duelli a rischio per i repubblicani, con i sondaggi che danno il senatore Roger Marshall in una situazione di parità con Adam Hamilton, un pastore metodista che si descrive come “un democratico indipendente” sapendo di aver bisogno dei voti di repubblicani per vincere nello stato in cui Trump ha vinto con un vantaggio di 16 punti nel 2024. Tanto che il tycoon nei giorni scorsi è volato in Kansas per accusare il democratico di essere in realtà “un estremista che si fa gioco di Gesù”. Da parte sua Marshall, che è un medico, è stato investito dalle accuse, riportate dal New York Times, di pazienti a cui ha fatto causa per parcelle mediche non pagate.

NEW HAMPSHIRE – Anche in questo stato del North East un seggio aperto, con la democratica Jeanne Shaheen che si ritira, potrebbe aiutare i repubblicani a difendere la maggioranza, aiutati dal fatto che hanno candidato John Sununu, ex senatore ma soprattutto fratello di ex governatore così popolare che molti elettori credono che sia lui a candidarsi al Senato. Per i democratici è candidato Chris Pappas, che si presenta come moderato e viene dato comunque negli ultimi sondaggi appare in una posizione più solida, aiutato anche dal fatto che nello stato la popolarità per Trump è al 38%. Tanto che Sununu in uno spot elettorale diffuso la scorsa settimana per prendere le distanze dal presidente afferma: “non ho mai incontrato quest’uomo”. Se eletto, il 46enne Pappas diventerà il primo senatore gay dichiarato.

GEORGIA – Il seggio di Jon Ossoff, senatore dem eletto nel 2020 sulla scia della cruciale vittoria di Joe Biden in Georgia, lo stato dove maggiormente si concentrarono le manovre di Trump per tentare di rovesciare i risultati elettorali, era stato individuato come uno dei principali obiettivi dei repubblicani in queste elezioni di midterm. Ma la sua campagna fondata suo social ha creato una grande rete di donatori di base, non solo gli sta assicurando un solido vantaggio – di otto punti secondo un poll dell’University of Georgia – ma sta anche alimentando voci di una possibile candidatura alla Casa Bianca nel 2028 del democratico che con i suoi 39 anni è il più giovane senatore in carica. Ad aiutare Ossoff il fatto che i repubblicani abbiano candidato il controverso deputato Mike Collins, accusato di aver legami con gruppi suprematisti bianchi e di aver fatto commenti razzisti e antisemiti.

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Peter Thiel contro la guerra in Iran: così il mondo Maga si spacca prima del voto di Midterm

Quando perfino il tecno-oligarca della Silicon Valley più reazionaria, l’inventore del capitalismo della sorveglianza, comincia a tirarsi indietro, significa che il Titanic repubblicano ha già imbarcato troppa acqua.

Peter Thiel, che nel 2016 ruppe il fronte compatto delle Big Tech per incoronare Donald Trump (“l’ariete per scardinare il sistema” disse), l’uomo che con quindici milioni di dollari ha fabbricato a tavolino e spedito alla Casa Bianca JD Vance come vicepresidente, il fondatore di Palantir che ha trasformato la sorveglianza di massa e il controllo militare in un gigantesco affare quotato a Wall Street, ecco, lui ha scaricato l’insulsa guerra contro l’Iran prendendo le distanze dal fallimento militare americano.

Lo ha fatto a porte chiuse, davanti a una platea di fedelissimi a Nashville: “Guardo con scetticismo a questa guerra, credo che non avremmo dovuto farla. Sono stati commessi troppi errori. Forse non abbiamo la forza militare sul campo, o forse stiamo per perdere la battaglia dell’influenza geopolitica”.

Una clamorosa sconfessione di Trump, svelata dagli audio (la conferenza era a porte chiuse) ottenuti da Politico, che arriva a meno di due settimane dal voto di metà mandato, con la Casa Bianca nel panico per il crollo dei consensi, l’inflazione alle stelle per il rialzo del petrolio e il rischio fondato di perdere il controllo del Congresso. Parole, queste di Thiel, che rivelano quanto profonda sia la frattura interna al mondo Maga. Da una parte ci sono i falchi neoconservatori e l’ossessione bellicista dell’ex giornalista e ora Ministro della Guerra, il “crociato” Pete Hegseth, trascinato da Benjamin Netanyahu in una dissennata avventura militare contro Teheran; dall’altra c’è la base isolazionista dell’America First, quella che prometteva di chiudere per sempre le infinite guerre all’estero e che vede nello stesso JD Vance il proprio portabandiera. A Washington si sapeva che Vance era scettico sui raid contro l’Iran prima ancora che partissero i missili. Ora la spaccatura è conclamata.

Il paradosso, semmai, è l’ipocrisia di fondo. Thiel critica la guerra, ma con la guerra è diventato plurimiliardario. La sua creatura, Palantir, è ormai l’ossatura informatica del Pentagono. Il sistema Maven Smart System, imposto a tutte le forze armate dal vicesegretario Steve Feinberg, scandaglia dati, guida i droni e seleziona i bersagli strategici e umani con l’algoritmo. E’ lo stesso apparato responsabile della carneficina della scuola elementare femminile di Minab in Iran, nell’attacco del 28 febbraio 2026 in cui morirono 168 bambine.

Così mentre il Ceo di Palantir, Alex Karp, si vanta in pubblico di essere al servizio dell’Occidente per “uccidere i nemici” e il cofondatore Joe Lonsdale sognava di investire a Teheran dopo un regime change che non è mai avvenuto, oggi Thiel si riscopre prudente. Improvvisa sete di pacifismo? Figurarsi, per mero calcolo geopolitico: la consapevolezza che l’avventura mediorientale sta dissanguando gli Stati Uniti, isolandoli sul piano internazionale ed esponendo i vertici della Casa Bianca all’incubo dei mandati d’arresto della Corte Penale Internazionale, che Thiel definisce la vera “spada di Damocle” sul collo di Trump nel dopo elezioni di midterm.

Ma sarà davvero una sonora sconfitta dei repubblicani, il voto del 3 novembre? Sondaggi affidabili o meno (quanti sbagli nel passato nel sottovalutare la base repubblicana), se “l’anima nera della Silicon Valley” volta le spalle alla guerra, a Mar-a-Lago tira decisamente una brutta aria. Era ora.

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