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Lavoro, dai chimici agli ingegneri: ecco chi sono i “laureati introvabili”

Lavoro, ecco chi sono i “laureati introvabili“

Giovani laureati cercasi. Nonostante il numero complessivo di chi dispone di un’istruzione universitaria sia in decisa crescita negli ultimi anni, i profili STEM sono sempre più introvabili. Un fenomeno che va di pari passo con tempi lunghi di inserimento lavorativo per altri
percorsi, come quelli umanistici e delle scienze sociali, dove il numero di laureati supera di gran lunga la domanda. Non solo, ci sono regioni italiane dove le difficoltà di reperimento di candidati in possesso di un titolo di istruzione terziaria sono molto elevate. È il risultato del mismatch tra domanda e offerta di lavoro, analizzato nell’ultimo focus di Fondazione Studi Consulenti del Lavoro: “Il valore della formazione universitaria e le nuove sfide del lavoro”.

Alla base delle difficoltà delle aziende a reperire i profili, e di alcuni giovani a inserirsi nel mondo del lavoro, ci sono fattori diversi. Certamente l’indirizzo scelto è tra questi. Se la percentuale di difficoltà di reperimento di laureati a livello nazionale è cresciuta dal 35,2% del 2019 al 51% del 2025, il dato non è omogeneo. Si arriva infatti al 72,8% per le posizioni che richiedono una laurea chimico-farmaceutica, al 70,8% per l’indirizzo sanitario e paramedico, al 65,7% per gli ingegneri industriali e al 62,5% per matematici, fisici e informatici. Per altri profili, invece, si scende a percentuali ben sotto la media, fino ad arrivare al 37,6% per quello umanistico, filosofico, storico e artistico.

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In questo quadro, inevitabilmente, i laureati per i quali la domanda eccede l’offerta sono destinati a sperimentare percorsi di inserimento lavorativo più lunghi. Anche la dimensione territoriale ha, però, un peso importante: sistemi produttivi diversi, presenza e specializzazione degli atenei, mobilità dei laureati e capacità di offrire opportunità professionali attrattive portano alcuni territori a esperire particolari difficoltà nel colmare la richiesta di laureati da parte delle imprese. Secondo le elaborazioni di Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, tra le regioni nelle quali si prevedono maggiori problemi spiccano la Valle d’Aosta (con il 64,8% di entrate di universitari di difficile reperimento), il Trentino Alto Adige (64,5%) e il Friuli Venezia Giulia (60%). Un fenomeno complesso, che non si spiega con una maggiore richiesta di profili con istruzione terziaria.

Infatti, in altri territori con una domanda più alta di laureati sul totale – come Lombardia (22% di laureati sul totale entrate previste), Lazio (19,6%) ma anche Sicilia (19%) e Campania (18,4%) – le difficoltà di reperimento sono ben sotto il 50%. A riprova della eterogeneità delle cause alla base del mismatch, lo studio riporta poi i dati delle entrate di lavoratori nel 2025 per titolo di studio nelle diverse province italiane, che evidenziano forti differenze nella richiesta di laureati anche all’interno della stessa regione. Nonostante ciò la laurea resta un elemento premiante nel mercato del lavoro italiano, che negli ultimi dieci anni ha visto crescere dell’11% i laureati nella fascia d’età 25-34 anni, a quota 1 milione 918 mila. Il tasso di occupazione (20-64 anni) di chi possiede una laurea è dell’82,8%, contro il 68,6% del diploma e il 55,7% di quanti possiedono al massimo una licenza media. E sono proprio le fasce più deboli ad avvantaggiarsi maggiormente di un titolo universitario: le donne e i giovani del Sud. Per le prime il tasso di occupazione è superiore all’80%, contro il 58,6% delle diplomate, mentre per i secondi si arriva al 60%, con un balzo di quasi il 12% rispetto al 2019.

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Il rider di Just eat in corteo a Roma: “Rimborso chilometrico? L’hanno aumentato di 1 centesimo. Uno schiaffo alla mia dignità”

La testa del corteo Usb ha raggiunto il ministero dei Trasporti, a Porta Pia. Cori e slogan contro Matteo Salvini. In prima fila tassisti e rider del sindacato, alcuni con maschere raffiguranti il volto del ministro e l’articolo 40 della Costituzione, che tutela il diritto di sciopero. Tra loro Maurizio Palombo, rider Just Eat, arrivato con pettorina e scooter: “Il rimborso chilometrico è di appena 15 centesimi. L’azienda, con i sindacati confederali, ha pensato bene di aumentarlo di un centesimo per cinque mesi. Uno schiaffo alla mia dignità“.

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Agenzie per il Lavoro: l’86,6% dei giovani considera utili i servizi, ma solo il 37,8% sa che la formazione è gratuita. I dati

Il 60,9% dei giovani tra i 18 e i 35 anni sa che rivolgersi a un’Agenzia per il Lavoro è gratuito, mentre un ulteriore 22,6% ne ha sentito parlare ma non ne è certo. La possibilità di accedere gratuitamente a corsi di formazione professionale, tramite Agenzia, invece, è conosciuta soltanto dal 37,8%.  È quanto emerge dall’ultima ricerca Censis per Assosomm – Associazione Italiana delle Agenzie per il Lavoro, che analizza il livello di conoscenza del lavoro in somministrazione e delle opportunità offerte dalle Agenzie tra i giovani che vivono in Italia. L’indagine, condotta su un campione rappresentativo della popolazione tra i 18 e i 35 anni, evidenzia una conoscenza ancora parziale delle opportunità a disposizione di chi cerca un’occupazione, soprattutto sul fronte della formazione professionale.

Agenzie per il Lavoro e Centri per l’impiego: le differenze ancora poco conosciute

La ricerca parte dalla distinzione tra Centri per l’impiego, servizi pubblici di orientamento e supporto nella ricerca di un’occupazione, e Agenzie per il Lavoro, operatori privati che mettono in contatto candidati e aziende e offrono servizi di orientamento, formazione e selezione.Il 46,1% dei giovani dichiara di conoscere le differenze tra i due enti, ma oltre la metà (53,9%) le conosce solo in parte (35%) o non saprebbe distinguerle (18,9%). Per i giovani che si affacciano al mondo professionale, le Agenzie per il Lavoro possono rappresentare un punto di riferimento per costruire il proprio percorso professionale. Lo conferma l’86,6% degli under 35, che considera i servizi offerti molto (45,2%) o abbastanza (41,4%) utili. Un giudizio positivo che però si scontra con una conoscenza ancora limitata degli strumenti disponibili. Il divario tra conoscenza e interesse emerge con particolare evidenza sul fronte della formazione. Nonostante meno di 4 giovani su 10 sappiano di poter accedere gratuitamente a corsi professionali attraverso un’Agenzia, l’80,8% dichiara che parteciperebbe con interesse a un corso una volta conosciuta questa possibilità. La percentuale sale all’82,4% tra le donne, contro il 79,8% degli uomini, e raggiunge l’82,1% nella fascia d’età tra i 25 e i 35 anni. Anche il titolo di studio segna una differenza: l’interesse passa dal 74,2% di chi possiede una qualifica professionale all’83,5% dei laureati.

Contratti a tempo indeterminato e tutele: cosa sanno i giovani

Sono meno conosciute anche alcune possibilità legate alla stabilità occupazionale e alle tutele contrattuali. Solo il 28,9% dei giovani sa di poter essere assunto direttamente da un’Agenzia con un contratto a tempo indeterminato, anche quando l’esperienza presso l’azienda utilizzatrice ha una durata determinata. Il 37,9% sa inoltre che ai lavoratori in somministrazione spettano condizioni non inferiori a quelle riconosciute ai dipendenti dell’azienda presso cui svolgono la propria attività.

Il valore delle filiali: per un giovane su due conta il contatto diretto

La ricerca mette in luce anche il valore della presenza fisica delle Agenzie sul territorio. La possibilità di recarsi in una filiale ottiene un punteggio medio di accordo di 7,2 su 10, il più alto tra le affermazioni proposte, infatti il 49,7% dei giovani considera particolarmente importante poter contare su una sede fisica. Anche nell’era della ricerca di lavoro online, il contatto diretto conserva dunque un vantaggio significativo: poter parlare con una persona, porre domande e ricevere indicazioni mirate può aiutare a orientarsi tra le opportunità e a individuare quelle più adatte alle proprie competenze e aspirazioni. È a questa esigenza informativa che risponde la campagna televisiva promossa da Assosomm, andato in onda dall’11 al 24 ottobre sui canali Rai: lo spot ricorda che le Agenzie per il Lavoro sono autorizzate dal Ministero, che rivolgersi a loro e formarsi è gratuito e che sul territorio sono presenti tantissime filiali a cui chiedere informazioni o candidarsi

Rasizza (Assosomm): “Orientamento e formazione devono accompagnare i giovani”

“Conoscere le opportunità è fondamentale, ma dobbiamo anche fare in modo che i giovani sappiano come accedervi e utilizzarle – commenta Rosario Rasizza, Presidente di Assosomm -. Orientamento e formazione non possono essere interventi occasionali: devono accompagnare le persone nelle diverse fasi del loro percorso professionale, aiutandole a capire quali competenze sviluppare e come valorizzare le esperienze maturate. Per riuscirci serve una collaborazione concreta tra scuole, imprese, istituzioni e Agenzie per il Lavoro. Il nostro compito non è soltanto favorire l’incontro tra domanda e offerta, ma contribuire a costruire un collegamento più efficace tra formazione e lavoro, affinché i giovani possano affrontare le proprie scelte con maggiore consapevolezza e prospettive più solide“.

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Stellantis prolunga la cassa integrazione a Mirafiori: il “cuore” della fabbrica chiuso fino a 6 novembre

Non c’è due senza tre, anche quando si parla di cassa integrazione. Stellantis ha prolungato la chiusura del reparto Carrozzeria di Mirafiori, il cuore della fabbrica torinese, già vuoto dal 16 ottobre. La ripresa produttiva era prevista lunedì, sabato, ma l’azienda ha comunicato ai sindacati che gli operai dovranno restare a casa anche dal 2 al 6 novembre. Diventano così tre le settimane consecutive senza lavoro per circa 1.000 addetti alla linea della Fiat 500 elettrica e ibrida.

“Purtroppo, da qui alla fine dell’anno non saranno le ultime”, avvisa la Fiom-Cgil di Torino. Stellantis ha giustificato la necessità di chiusura dell’impianto con il mancato approvvigionamento di materiale per assemblare le auto: “È una scusa che non sta in piedi, il problema sono le vendite e, con un solo modello in produzione, le fermate non potranno che aggravarsi”, commentano Edi Lazzi, segretario generale torinese del sindacato, e Gianni Mannori, responsabile della Fiom di Mirafiori. Secondo i sindacalisti, “la situazione avrà ripercussioni immediate sugli stipendi dei dipendenti Stellantis e rischia di avere conseguenze ancora più pesanti per le aziende dell’indotto, con la possibile perdita dei posti di lavoro degli interinali e, alla scadenza degli ammortizzatori sociali, il rischio di chiusure e licenziamenti”.

La Fiom guarda con preoccupazione anche ai tempi del restyling della 500 elettrica, che non arriverà prima del 2028 e che, sostiene, non sarebbe comunque sufficiente a risolvere il problema dei volumi produttivi. Lazzi e Mannori chiedono quindi un intervento di governo, Regione e Comune per favorire l’arrivo di un nuovo modello a Mirafiori, anche alla luce della disponibilità manifestata dall’azienda a investire a Torino in presenza di una riduzione dei costi energetici. Di “perdurare di una situazione di forte incertezza produttiva e occupazionale” parla Igor Albera della Fim torinese sottolineando “ancora una volta i lavoratori sono chiamati a subire le conseguenze di una situazione che continua a non offrire prospettive chiare e stabili sul futuro”.

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Piccole imprese, come e perché cambia il risarcimento per chi viene licenziato: la sentenza

È stato eliminato un limite che penalizzava i lavoratori assunti prima del Jobs Act e licenziati illegittimamente dalle piccole imprese. Con la sentenza 174/2026, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la parte dell’art. 8 legge 604/1966 che legava la possibilità di aumentare l’indennità risarcitoria al numero complessivo di dipendenti dell’azienda.

La decisione consente anche ai lavoratori delle piccole imprese di ottenere, ricorrendone i presupposti, un’indennità fino a 10 mensilità per chi ha più di dieci anni di anzianità e fino a 14 per chi supera i vent’anni. Attenzione però, l’aumento non è automatico: spetta al giudice determinare l’importo in base alle circostanze del caso concreto.

Chi riguarda la sentenza della Corte costituzionale

La pronuncia interessa i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015, data di entrata in vigore del d.lgs. 23/2015, che disciplina il cosiddetto contratto a tutele crescenti. Per questi rapporti, nelle imprese che non raggiungono le soglie dimensionali previste per l’applicazione della tutela ordinaria dell’art. 18 Statuto dei lavoratori, continua a valere l’art. 8 legge 604/1966.

La disposizione riguarda i licenziamenti privi di giusta causa o giustificato motivo. In questi casi, il datore può scegliere, in alternativa alla riassunzione del dipendente entro tre giorni, di versargli un’indennità risarcitoria.

Prima della sentenza 174/2026, l’importo poteva essere compreso tra 2,5 e 6 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. La possibilità di elevare il massimo a 10 o 14 mensilità era riservata ai dipendenti delle aziende con più di 15 lavoratori complessivi, purché ricorressero anche i requisiti di anzianità.

La Corte ha eliminato proprio questa condizione dimensionale: la maggiorazione non dipende più dal fatto che l’impresa occupi complessivamente più di quindici dipendenti.

La pronuncia non cancella, tuttavia, ogni distinzione tra piccole e grandi imprese, né modifica tutte le tutele contro i licenziamenti illegittimi. In particolare, non attribuisce al lavoratore un diritto generalizzato a essere reintegrato al lavoro.

Perché il limite di sei mensilità è stato dichiarato incostituzionale

Il caso concreto riguardava una lavoratrice assunta nel 2003 come assistente in uno studio dentistico, con contratto a tempo indeterminato part-time. Nel luglio 2024, dopo oltre vent’anni di servizio, era stata licenziata per giusta causa, sulla base di presunte irregolarità nelle procedure di sterilizzazione degli strumenti di lavoro.

Il Tribunale di Livorno, che ha sollevato la questione di legittimità costituzionale, aveva rilevato gravi vizi nel licenziamento, tra cui la mancata preventiva contestazione degli addebiti e l’insufficienza delle prove a carico della dipendente. Poiché lo studio occupava meno di quindici lavoratori, l’indennità non avrebbe però potuto superare sei mensilità.

Secondo il giudice, un risarcimento così limitato non era però adeguato né a compensare il danno subìto dalla donna né a dissuadere il datore dal commettere violazioni analoghe. La Consulta ha condiviso questo ragionamento, richiamando i principi costituzionali di uguaglianza e ragionevolezza, la tutela del lavoro e della dignità del lavoratore e l’esigenza di garantire un ristoro effettivo in caso di licenziamento illegittimo.

In particolare, una forbice compresa tra 2,5 e 6 mensilità rischiava di equiparare situazioni diversissime, impedendo al giudice di adeguare sufficientemente l’indennizzo alla gravità dell’illecito e alle conseguenze concrete del licenziamento.

Il collegamento con la sentenza 118/2025 sul Jobs Act

La decisione si inserisce nel solco giurisprudenziale della sentenza 118/2025 della Corte costituzionale, che aveva già eliminato l’analogo tetto di sei mensilità previsto dall’art. 9 comma 1 d.lgs. n. 23/2015 per i lavoratori assunti dal 7 marzo 2015 nelle piccole imprese.

Dopo quella pronuncia per i licenziamenti illegittimi soggetti al Jobs Act, l’indennità nelle imprese sotto soglia può variare da 3 a 18 mensilità nei casi previsti dall’art. 3 comma 1, del decreto. Si era così creata una differenza difficilmente giustificabile: un lavoratore assunto dopo il 2015 poteva ottenere una tutela economica superiore a quella riconosciuta a un collega con maggiore anzianità, anche per licenziamenti di gravità analoga.

La Corte ha osservato che una diversa data di assunzione può giustificare discipline differenti soltanto quando la distinzione è ragionevole. Tuttavia, dopo l’eliminazione del tetto per i nuovi assunti la precedente giustificazione — legata all’obiettivo di favorire l’ingresso nel mercato del lavoro con maggiore flessibilità in uscita — aveva perso gran parte della propria forza. Anche perché i lavoratori più anziani possono incontrare maggiori difficoltà nel trovare una nuova occupazione.

Perché il risarcimento può arrivare a 10 o 14 mensilità

Per eliminare la disparità, la Corte non ha sostituito direttamente il limite di sei mensilità con quello di dodici, come richiesto dal Tribunale di Livorno. Ha scelto un intervento più mirato, cancellando dall’art. 8 legge 604/1966 le parole che subordinavano la maggiorazione al numero di dipendenti occupati dal datore.

Restano quindi applicabili le maggiorazioni già previste dalla legge:

  • fino a 10 mensilità per chi ha un’anzianità di servizio superiore a dieci anni;
  • fino a 14 mensilità per chi supera i vent’anni di anzianità.

Poiché la disciplina riguarda gli assunti prima del 7 marzo 2015, nel 2026 tutti hanno ormai maturato più di dieci anni di servizio. Chi supera i vent’anni può accedere alla fascia più elevata.

Attenzione: il superamento del tetto delle sei mensilità non comporta il riconoscimento automatico dell’importo massimo e non introduce un regime unico per tutti i licenziamenti illegittimi. Di volta in volta, il giudice dovrà determinare l’indennità risarcitoria considerando anzianità di servizio, dimensioni dell’impresa, tipo di violazione contestata, comportamento e condizioni delle parti. Nella valutazione rilevano anche gli ulteriori fattori indicati dalla legge 183/2010, tra cui le condizioni del lavoratore e la situazione del mercato del lavoro locale.

Che cosa cambia

La sentenza n. 174/2026 della Corte costituzionale elimina una specifica disparità di trattamento, rafforza la tutela economica dei lavoratori e la funzione dissuasiva del risarcimento.

Ora anche per i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015 nelle imprese sotto soglia, l’indennità per licenziamento illegittimo potrà superare sei mensilità, potendo arrivare fino a 14. L’importo effettivo resta affidato alla valutazione del giudice che deve considerare tutte le circostanze concrete. Le dimensioni ridotte dell’impresa non possono però impedire di valorizzare la maggiore anzianità di servizio.

La pronuncia interessa imprese di diversi settori, dagli studi professionali e ambulatori ai negozi, dalle attività artigiane alle piccole aziende di servizi. Non conta il settore economico ma il regime giuridico applicabile. Il caso tipico riguarda un rapporto a tempo indeterminato instaurato prima del 7 marzo 2015, anche part-time, con un datore che non raggiunge le soglie dimensionali previste per l’applicazione dell’art. 18 Statuto dei lavoratori, in caso di licenziamento privo di giusta causa o giustificato motivo. Per gli assunti dal 7 marzo 2015 nelle piccole imprese si applica invece il d.lgs. n. 23/2015, come modificato dalla sentenza n. 118/2025.

La disciplina non si estende automaticamente ai contratti a termine, all’apprendistato o ai rapporti autonomi: di volta in volta, occorre verificare la natura del rapporto e le regole applicabili alla cessazione. Restano inoltre ferme le ipotesi in cui spetta la tutela reintegratoria piena, come nei licenziamenti discriminatori, verbali o nulli per altra causa, indipendentemente dalle dimensioni aziendali.

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Banco Central de Argentina admite recesión tras caída de la actividad económica

El BCRA admitió que Argentina entró en recesión técnica tras la caída del PIB y un retroceso del 2.4% en el consumo privado en el segundo trimestre. El informe refleja el impacto del ajuste en el salario real y el gasto familiar bajo la gestión de Milei.
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Sciopero generale, Usb: “Il governo non risponde nel merito delle proteste”. Rischio violenze? “Spostano l’attenzione sull’ordine pubblico”

La sensazione dell’Unione sindacale di base, alla vigilia dello sciopero generale del 30 ottobre, è che le oltre 50 manifestazioni in programma in tutta Italia possano essere imponenti. E che sarà proprio la grande partecipazione delle persone a scoraggiare le possibili violenze. Allo stesso tempo, il livello di tensione sociale è molto alto. Costo della vita, prezzo dei carburanti, caro affitti, stipendi bassi, soldi pubblici spesi in riarmo, istruzione e sanità sottofinanziate. La popolazione è stanca e arrabbiata. Come dimostra lo sciame di mobilitazioni che da settimane attraversa il Paese. Cortei, presìdi e blocchi hanno coinvolto settori e attori diversi, uniti dalla volontà di chiedere un cambio di rotta al governo. Un clima di protesta costante, a cui l’esecutivo non riesce a dare risposte nel merito, se non cercando di dirottare l’attenzione verso il tema della sicurezza delle piazze, oscurando le ragioni e le richieste di chi manifesta. “Di tutte le cose dette o fatte nelle mobilitazioni delle ultime settimane, il governo ha visto solo gli scontri”, commenta Guido Lutrario, dell’esecutivo confederale dell’Usb. Il rischio, denuncia, è che il dibattito pubblico si concentri esclusivamente sugli eventuali episodi di violenza, lasciando in secondo piano le rivendicazioni dei manifestanti.

“La prima preoccupazione del governo dovrebbe essere che c’è una grande protesta, con delle ragioni precise. A cui dovrebbero rispondere a tono, non spostando l’attenzione sull’ordine pubblico”, spiega a ilfattoquotidiano.it. L’Usb, dal canto suo, si aspetta manifestazioni partecipate e pacifiche, senza alcuna volontà di alimentare scontri o tensioni. Ma, se ci fossero, come si prepara il sindacato a gestire la sicurezza delle manifestazioni? Visto che il rischio concreto è che la responsabilità sia attribuita agli organizzatori. “Abbiamo dei servizi d’ordine, ma hanno innanzitutto l’obiettivo di tutelare i manifestanti che partecipano al corteo del sindacato”, chiarisce Lutrario. Il loro compito, dunque, non è quello di sostituirsi alle forze dell’ordine, né di controllare il comportamento di decine di migliaia di persone. Come ha sintetizzato un delegato dell’Usb durante una conferenza stampa a Bologna, i sindacalisti non sono in piazza per fare “i poliziotti delle vetrine“. Non significa, però, che la mobilitazione sia lasciata all’improvvisazione. “Chiediamo che chi viene alla manifestazione si riconosca nelle ragioni e anche nelle modalità della manifestazione”, sottolinea Lutrario. Nelle settimane precedenti, spiega, sono state organizzate numerose assemblee territoriali, durante le quali le diverse realtà coinvolte hanno discusso le modalità di partecipazione. Una preparazione condivisa, con l’obiettivo di evitare comportamenti estranei alle ragioni della protesta.

Resta però il timore delle provocazioni. E su questo Lutrario è molto duro: “Le questure spesso hanno un po’ questo atteggiamento. Come se ci fosse il bisogno di evidenziare gli episodi di tensione per poter concentrare l’attenzione su questo e nascondere le ragioni della protesta – sostiene -. Mi sembra che ci sia fame di scontri. E non di rispondere alle richieste economiche e sociali. L’importante è che non si cerchino episodi anche lì dove non sono previsti”. Il sindacalista ribadisce, in ogni caso, che l’Usb non ha alcuna intenzione di favorire incidenti. Un precedente importante è quello del 22 settembre 2025, quando uno sciopero generale proclamato dall’Usb portò in piazza migliaia di persone in diverse città italiane. In quell’occasione, ricorda Lutrario, l’attenzione del governo si concentrò soprattutto sugli scontri avvenuti alla stazione di Milano, nonostante le altre manifestazioni si fossero svolte pacificamente. “Era strano che in una sola città ci fossero stati degli episodi di tensione”, osserva, sostenendo che sarebbe stato opportuno interrogarsi anche sulla gestione dell’ordine pubblico da parte della Questura. La speranza del sindacato è che non si ripeta lo stesso schema, per cui la protesta pacifica di decine di migliaia di persone finisce per essere raccontata esclusivamente attraverso gli incidenti avvenuti in una singola piazza.

L’Usb conta però che sia proprio la partecipazione di massa a scoraggiare eventuali comportamenti violenti. “C’è una crescente richiesta di informazioni da parte di lavoratori, anche di quelli che non appartengono al sindacato, o che non hanno mai scioperato. Poi ci saranno i giovani, protagonisti delle mobilitazioni delle ultime settimane, e agricoltori e autotrasportatori, reduci dalle proteste contro il caro carburanti. Questa lotta mette insieme molte anime. Persino cittadini che in passato hanno votato per Giorgia Meloni“, commenta. Nemmeno il nuovo pacchetto sicurezza e la precettazione dello sciopero dei trasporti sembrano aver scoraggiato la mobilitazione. “Le persone sono scese in piazza, soprattutto i giovani – ricorda – nonostante il clima di tensione delle ultime settimane”. Per questo, prevede che la protesta sia destinata a crescere: “Più il governo insiste con questa modalità e più si ficca in una situazione complicata”. Poi conclude: “In ogni caso siamo abituati alle provocazioni, in Italia il clima è questo da sempre, ma nulla ci distoglierà dal continuare la mobilitazione”.

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Samuele Lodi è il nuovo segretario generale della Fiom: succede a Michele De Palma

Samuele Lodi è stato eletto nuovo segretario generale della Fiom-Cgil dall’assemblea generale del Comitato centrale del sindacato. Ha ottenuto il 98,74% dei voti. Sarà quindi lui il successore di Michele De Palma, che dal 14 settembre scorso è entrato a far parte della segreteria nazionale della Cgil e viene considerato tra i papabili per la successione di Maurizio Landini al congresso confederale, che si terrà nel 2027 dopo le elezioni politiche.

Lodi nasce a Cento, in provincia di Ferrara, il 20 gennaio 1970 ed entra a lavorare in un’azienda metalmeccanica nel settembre del 1989 e subito si iscrive alla Fiom. Eletto per la prima volta delegato sindacale nel 2000, nell’ottobre del 2004 viene chiamato in distacco sindacale presso la Fiom di Ferrara, della quale diventa segretario generale nel maggio del 2014.

Nel maggio del 2019 viene eletto per la prima volta segretario generale della Fiom Emilia-Romagna e dal settembre 2021 coordina il Gruppo Fincantieri per la Fiom nazionale. Il 4 aprile 2023 viene eletto in segreteria nazionale della Fiom su proposta del segretario generale De Palma e assume la responsabilità del settore Mobilità che ricomprende automotive, navalmeccanica e ferroviario.

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Legge di bilancio, Roberto Capobianco (Conflavoro): “Bene misure su lavoro e giovani, ora spinta in più su energia e AI per le PMI”

Il presidente: “Apprezzamento per le misure su rinnovi, giovani e assunzioni. Rafforziamole così che le piccole imprese aiutino subito i loro lavoratori”

Dopo il via libera del Consiglio dei ministri alla legge di bilancio, Conflavoro torna sul nodo storico delle piccole imprese: il costo del lavoro. “Nella manovra – dichiara il presidente nazionale Roberto Capobianco – vediamo diverse misure nella direzione giusta: dal 5 per cento confermato sugli aumenti da rinnovo, alla superdeduzione per giovani e madri lavoratrici assunti, ma anche il forfettario portato a 100 mila euro e la conferma della ZES Unica. Sono misure che apprezziamo e abbiamo contribuito a introdurre negli anni con nostre proposte”.

“Sui giovani, in particolare, rilanciamo la misura ‘Tasse zero Under 35’ in cui chiediamo una piena agevolazione fiscale e contributiva così da incentivare il più possibile la loro presenza nel mercato del lavoro. Nell’esame parlamentare confidiamo possa poi esserci margine per rendere strutturali misure a effetto immediato sulla busta paga: fringe benefit e premi di produttività tassati all’1 per cento, pur confermati nel DDL; indennità di trasferta aggiornate; detassazione di notturni e festivi estesa a tutte le micro e piccole imprese, detassazione degli aumenti contrattuali resa triennale ed estesa agli aumenti individuali. Sono questi gli strumenti con cui le aziende virtuose sostengono subito i loro lavoratori in un momento difficile”, spiega Capobianco.

Ma il costo del lavoro, secondo il presidente di Conflavoro, è solo una gamba: “Le PMI pagano l’energia un quarto in più della media europea e restano indietro sull’intelligenza artificiale. Confidiamo che la misura di contenimento energetico annunciata per le PMI dal presidente Meloni possa essere un segnale forte. Tra le nostre proposte resta uno Scudo Energia per le piccole imprese più colpite dai rincari, cioè quelle con costi energetici oltre il 15 per cento del fatturato, e con la proposta denominata ‘Bolletta Massima’ puntiamo a un percorso per azzerare il divario di prezzo con gli altri Paesi dell’area euro entro il 2030. Noi saremo pronti come sempre a collaborare con Governo e Parlamento e mettere a disposizione il nostro know-how, soprattutto sull’intelligenza artificiale. Sull’innovazione, rilanciamo infatti la proposta di un voucher che copra fino all’85 per cento della spesa delle micro e piccole imprese per l’intelligenza artificiale e anche la proposta ‘Ricerca in Fabbrica’, con il credito sulla ricerca che sale al 50 per cento per le sole PMI. Resta sul tavolo, infine, la nostra riforma più importante, ‘Utile Zero’: l’utile reinvestito in azienda, per macchinari e nuove assunzioni, non è una rendita da tassare ma la prima fonte di finanziamento delle piccole imprese. È la riforma che chiediamo di portare avanti insieme, per dare forza strutturale all’azienda che produce e reinveste”, conclude Capobianco.

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Anche il personale di Italo è pronto allo sciopero. I lavoratori si fermeranno il 9 novembre: “Rinnovo contrattuale e aumenti salariali”

Prosegue l’ondata di proteste che sta attraversando da settimane il nostro Paese. Dopo lo sciopero generale del 30 ottobre, è stato indetta una nuova mobilitazione nazionale per lunedì 9 novembre. A scioperare sarà il personale ferroviario di Italo, dalle 9 alle 17. Lo annunciano Filt Cgil, Fit Cisl, Ugl ferrovieri, Fast Confsal e Orsa ferrovie. Le sigle contestano la mancanza di risposta per il rinnovo contrattuale “dopo mesi di trattative in cui si sono susseguiti incontri, proposte e tentativi di mediazione”.

I sindacati chiedono aumenti salariali e un rinnovo contrattuale adeguato, e ritengono inaccettabile e contraddittorio il fatto che “Italo chieda continuamente maggiore flessibilità e produttività e poi non dia risposte sulla redistribuzione dei risultati raggiunti e sul miglioramento delle condizioni economiche e normative dei lavoratori”. Nessuna risposta, sostengono le organizzazioni sindacali, neanche da ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e dal suo capo, Matteo Salvini, per la confluenza verso il contratto di riferimento del settore.

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Lavoro: per la prima volta da febbraio 2022, in Italia i contratti a termine crescono più degli indeterminati

Il numero di occupati in Italia a settembre 2026, pari a 24 milioni 328mila, è stabile rispetto al mese precedente. Ma i dati di occupati e disoccupati, pubblicati mensilmente dall’Istat, evidenziano che il calo dei dipendenti a tempo indeterminato (16 milioni 490mila) è compensato dalla crescita dei dipendenti con contratto a termine (2 milioni 567mila). La crescita dell’occupazione rispetto a settembre 2025 (+198mila occupati in un anno) interessa i dipendenti permanenti (+71mila), quelli a termine (+89mila) e gli autonomi (+38mila). Mentre nel confronto mensile i tassi di occupazione, disoccupazione e inattività rimangono invariati (rispettivamente 63,0%, 6,3% e 32,7%).

Secondo questi dati, pertanto, per la prima volta da febbraio 2022, “la crescita annuale dei dipendenti a termine supera quella dei dipendenti permanenti”. Lo sottolinea in un post su X Francesco Seghezzi, presidente di ADAPT, l’Associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali.

“Rispetto a settembre 2025, gli occupati a termine sono aumentati di 89mila unità (+3,6%), quelli permanenti di 71mila (+0,4%). L’ultima volta che era accaduto, nel 2022, eravamo ancora nella fase di recupero occupazionale successiva alla pandemia. Oggi il quadro è diverso. Da aprile il numero complessivo degli occupati ha sostanzialmente smesso di crescere, mentre la disoccupazione è tornata ad aumentare. E nel solo mese di settembre si registrano 108mila dipendenti permanenti in meno e 101mila a termine in più”, sottolinea Seghezzi.

Viene comunque sottolineato che, al momento, sarebbe prematura parlare di inversione strutturale, anche perché i dati sul singolo mese possono risentire di diverse variabili e oscillazioni statistiche. Il presidente di ADAPT, comunque, pone un quesito: “Le imprese, di fronte a prospettive economiche meno favorevoli, stanno tornando a privilegiare rapporti di lavoro temporanei, riducendo la propensione ad assumere stabilmente?”. La risposta a questa e ad altre domande potrà arrivare nei prossimi mesi. “Intanto il segnale c’è. E suggerisce che, oltre a contare quanti posti di lavoro si creano, dobbiamo tornare a guardare con attenzione anche a quali rapporti di lavoro stanno crescendo”, conclude Seghezzi.

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Il 30 ottobre scioperano anche i portuali di tutto il mondo contro il traffico di armi: “Scali al servizio dei popoli, non basi per la guerra”

Bandiere, megafoni e striscioni sulle banchine del porto di Copenhagen. Come su quelle degli scali di Melbourne, Casablanca, San Francisco e nello scalo indiano di Mumbai. Il 30 ottobre i portuali si fermano in tutto il mondo contro il traffico di armi. Per ribadire che non lavorano per la guerra. Una giornata di mobilitazione internazionale lanciata da oltre 25 sindacati, che coinvolgerà 22 Paesi, distribuiti in cinque continenti. In tutto, 113 porti, tra i quali quelli italiani di Ancona, Civitavecchia, Genoa, Gioia Tauro, Carrara, Livorno, Bari, Ravenna e Trieste. “Una potente espressione di coordinamento internazionalista e di classe contro lo sfruttamento, l’aggressione imperialista e la guerra”, secondo i promotori della protesta internazionale. Nello stesso giorno in cui nel nostro Paese i lavoratori scendono in piazza per lo sciopero generale proclamato da Usb.

Il quadro politico della giornata di mobilitazione è stato definito nella Dichiarazione di Istanbul, firmata a maggio. Ogni organizzazione sindacale, in ciascun Paese, ha deciso le modalità si partecipazione. Come in Italia, anche in Francia, India, Grecia e Turchia sono stati proclamati scioperi di 24 ore. Mentre in Marocco, a Cipro e in altri porti sono state annunciate astensioni dal lavoro fino a due ore. I portuali in ogni caso non saranno soli. Lavoratori e sindacati di altri settori, insieme a studenti, attivisti e centri sociali, si uniranno a loro nella protesta.

“Gli scioperi e le mobilitazioni nei porti di tutto il mondo dimostrano la forza della lotta organizzata dei lavoratori, capace di ostacolare la macchina bellica, bloccando il trasporto di armi e attrezzature militari. La lotta contro la guerra e la militarizzazione dei porti e delle infrastrutture è inseparabile da quella per i diritti dei portuali“, si legge in una nota. Tra le richieste dei sindacati: la pianificazione di una strategia efficace contro la perdita di posti di lavoro causata dall’automazione, aumenti salariali, una riduzione dell’orario di lavoro e misure a tutela della salute e della sicurezza.

Il precedente risale al febbraio 2025, quando una prima mobilitazione internazionale aveva coinvolto 40 porti del Mediterraneo. A distanza di poco più di un anno e mezzo, la protesta assume dunque una dimensione mondiale. A sottolinearlo è anche Eurof, l’ufficio europeo della Federazione sindacale mondiale (Wftu), che invita tutti i lavoratori a sostenere i portuali e a partecipare alle manifestazioni. In diversi Paesi, sottolinea l’organizzazione, la giornata si è trasformata in una mobilitazione più ampia, contro le politiche di riarmo e per chiedere maggiori investimenti in istruzione, sanità, salari e pensioni. Risorse che, denunciano i sindacati, vengono invece destinate alla produzione e all’acquisto di armamenti.

Sul fondo ci sono le guerre in Ucraina e in Medio Oriente e il timore di un’ulteriore escalation dei conflitti. “I popoli del mondo non hanno nulla da guadagnare dalle rivalità imperialiste e non si macchieranno le mani del sangue di altri popoli per i profitti del capitalismo”, scrivono i sindacati. Condannano inoltre quelli che definiscono nuovi crimini commessi dallo Stato israeliano a Hebron, in Palestina, chiamando in causa il sostegno degli Stati Uniti, della Nato e dell’Unione europea. Da qui l’appello ai lavoratori e ai giovani di ogni Paese affinché sostengano concretamente le iniziative del 30 ottobre. E la richiesta che chiude la dichiarazione: “Porti di pace e al servizio dei popoli, non trampolini di lancio per la guerra e basi imperialiste”.

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Ita Airways avvia procedura di licenziamento collettivo per 226 lavoratori: tra le cause guerra, costo carburante e AI

Ita Airways comunica l’avvio di una procedura di licenziamento collettivo per 226 lavoratrici e lavoratori. Coinvolto sia personale di volo che di terra. Lo riporta Repubblica. Le motivazioni addotte dalla compagnia controllata per il 41% da Lufthansa sono plurime: l’impatto della guerra sul costo del carburante, la brusca frenata nei progetti di espansione, il rallentamento nella vendita dei biglietti, oltre alla trasformazione tecnologica dettata del sempre maggiore utilizzo dell’intelligenza artificiale. Tutte le ragioni sono riconducibili alla necessità di ridurre i costi. Al 15 ottobre 2026, Ita Airways conta 5.269 dipendenti: il licenziamento dei 226 lavoratori – 10 piloti, 90 assistenti di volo e 126 addetti d terra – equivarrebbe alla perdita del 4,3% del personale complessivo.

Non è ancora noto il numero effettivo di lavoratori che lasceranno la compagnia, dal momento che criteri di scelta ed eventuali alternative saranno oggetto di confronto tra sindacati; tuttavia, la società ha fatto sapere che gli esuberi sono “strutturali” e non temporanei, dunque i tagli ci saranno. Le prime lettere di licenziamento potrebbero essere recapitate già entro il 30 dicembre 2026. La compagnia, tra l’altro, non ha predisposto scivoli o incentivi economici aggiuntivi rispetto a quelli che stabiliscono la legge e i contratti collettivi di categoria: spetterà ai sindacati chiedere questo tipo di agevolazioni all’uscita durante la contrattazione con l’azienda.

La prima motivazione addotta dalla compagnia riguarda il costo del carburante: Ita Airways ricorda che, per effetto delle guerre in Ucraina e in Medioriente, il jet fuel è passato da 670 a 1.700 dollari per tonnellata. I conflitti, inoltre, hanno imposto la modifica delle rotte aeree, spesso allungate, comportando un incremento nei costi delle tratte, a cui è conseguentemente corrisposta una riduzione della vendita dei biglietti. Sono state dunque preferite scelte low cost, vicine e percepite come meno rischiose. Sempre sul tema carburante, viene anche ricordata la carenza che a luglio aveva inciso sull’operatività della compagnia.

I problemi sono stati rinvenuti anche nella componentistica degli aeromobili: i difetti sui motori Pratt & Whitney hanno tenuto a terra alcuni velivoli di nuova generazione, mentre il costruttore Airbus è stato costretto a rinviare diverse consegne. La flotta operativa di Ita Airways, dunque, si è rivelata più piccola del previsto, e ciò ha rallentato i piani di espansione sui collegamenti intercontinentali; e ciò proprio mentre all’aeroporto Milano Malpensa è stato deciso l’ampliamento dei “diritti di quinta libertà”, che comporta il permesso per vettori stranieri di aumentare i collegamenti internazionali tra Italia e Paesi stranieri.

Ci sono poi la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale a complicare ulteriormente il quadro lavorativo: alcune attività amministrative e organizzative saranno automatizzate, e parte dei programmi e delle strutture verranno messe a disposizione dalla casa madre Lufthansa, eliminando i doppioni che si verranno a creare. Ita Airways comunica inoltre che sarà ampiamente utilizzata l’intelligenza artificiale agentica, capace di svolgere autonomamente alcuni compiti, e perciò necessiterà l’assunzione di alcune figure specializzate nell’automazione e nel machine learning. Da qui il tema dei percorsi di formazione o riqualificazione annunciati dall’azienda, che presenterà ai sindacati un piano formativo per “ricollocare internamente, anche tra reparti diversi, una significativa parte di personale”.

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Lavoro, occupazione stabile al 63% ma la disoccupazione sale a quota 6,3%

Secondo gli ultimi dati Istat relativi all’occupazione, il mese di settembre mostra un’economia in cui la spinta alla creazione di nuovi posti di lavoro va rallentando mentre ci sono importanti segnali di precarizzazione per via della sostituzione di contratti indeterminati con contratti a termine.

Ma c’è anche il rovescio della medaglia, rappresentato dalla contestuale diminuzione degli inattivi su base annua (-293mila), che indica un segnale di fiducia nel complesso. Le persone tornano a cercare un’occupazione, anche se l’assorbimento da parte delle imprese stenta a stare al passo nel breve termine.

Occupazione e disoccupazione a settembre 2026

Il dato più preoccupante è relativo al tasso di disoccupazione: a settembre 2026 è pari al 6,3%. A settembre 2025 era pari al 5,9% mentre a settembre 2024 era del 6,1%.

Guardando i dati in dettaglio, a settembre 2026 il numero di occupati è pari a 24 milioni e 328mila unità. Un dato più o meno stabile rispetto al mese precedente.

Cresce, dunque, la disoccupazione mentre contestualmente cresce anche l’inflazione. Un colpo per il portafoglio, soprattutto per chi è socialmente più fragile.

Questo l’andamento della disoccupazione giovanile (15-24): settembre 2026 al 19,9%, settembre 2025 al 20,5% e settembre 2024 al 18,6%.

La crescita dei dipendenti a termine, che sono 2 milioni e 567mila unità, è compensata dal calo dei dipendenti permanenti (che sono 16 milioni e 490mila unità).

Rimane stabile il numero dei lavoratori autonomi (pari a 5 milioni e 270mila unità).

L’occupazione rispetto a settembre 2025 (+198mila occupati in un anno) interessa:

  • i dipendenti permanenti (+71mila);
  • quelli a termine (+89mila);
  • e gli autonomi (+38mila).

Nel confronto mensile i tassi di occupazione, disoccupazione e inattività rimangono invariati:

  • tasso di occupazione 63%;
  • tasso di disoccupazione 6,3%;
  • tasso di inattività 32,7%.

Chi cerca lavoro in Italia

La crescita delle persone in cerca di lavoro (+0,3%, pari a +4mila unità) coinvolge soprattutto le donne, i 25-34enni e i 35-49enni.

Il numero dei disoccupati

Secondo l’Istat, il numero di disoccupati diminuisce tra gli uomini e nelle classi d’età. Il tasso di disoccupazione è stabile al 6,3% e quello giovanile cala al 19,9% (-0,4 punti).

Rispetto al trimestre precedente, le persone in cerca di lavoro crescono del 7,2% (+108mila unità) e gli inattivi di 15-64 anni diminuiscono dello 0,8% (-101mila unità).

Popolazione per genere e condizione professionale

Di seguito i dati relativi all’occupazione del mese di settembre 2026 (variazioni congiunturali):

Valori assoluti
(migliaia di unità)
set26
ago26
(assolute)
set26
ago26
(percentuali)
lug-set26
apr-giu26
(assolute)
lug-set26
apr-giu26
(percentuali)
MASCHI
Occupati 13.955 -12 -0,1 +17 +0,1
Disoccupati 844 -6 -0,7 +41 +5,3
Inattivi 15-64 anni 4.487 +24 +0,5 -56 -1,2
FEMMINE
Occupati 10.373 +5 0,0 -30 -0,3
Disoccupati 776 +10 +1,3 +66 +9,5
Inattivi 15-64 anni 7.634 -27 -0,4 -46 -0,6
TOTALE
Occupati 24.328 -7 0,0 -13 -0,1
Disoccupati 1.620 +4 +0,3 +108 +7,2
Inattivi 15-64 anni 12.121 -3 0,0 -101 -0,8

Qui sotto i le variazioni tendenziali:

set26
set25
(assolute)
set26
set25
(percentuali)
MASCHI
Occupati +126 +0,9
Disoccupati +41 +5,0
Inattivi 15-64 anni -110 -2,4
FEMMINE
Occupati +72 +0,7
Disoccupati +77 +11,0
Inattivi 15-64 anni -183 -2,3
TOTALE
Occupati +198 +0,8
Disoccupati +117 +7,8
Inattivi 15-64 anni -293 -2,4

Occupati per posizione professionale e carattere dell’occupazione

Qui sotto una tabella che mostra la distribuzione degli occupati per posizione professionale a settembre 2026 (variazioni congiunturali):

Valori assoluti
(migliaia di unità)
set26
ago26
(assolute)
set26
ago26
(percentuali)
lug-set26
apr-giu26
(assolute)
lug-set26
apr-giu26
(percentuali)
OCCUPATI 24.328 -7 0,0 -13 -0,1
Dipendenti 19.057 -7 0,0 +18 +0,1
– permanenti 16.490 -108 -0,7 +35 +0,2
– a termine 2.567 +101 +4,1 -17 -0,7
Indipendenti 5.270 0 0,0 -32 -0,6

Qui sotto un altro punto di vista sull’occupazione, tenendo conto delle variazioni tendenziali:

set26
set25
(assolute)
set26
set25
(percentuali)
OCCUPATI +198 +0,8
Dipendenti +160 +0,8
– permanenti +71 +0,4
– a termine +89 +3,6
Indipendenti +38 +0,7

 

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Ferrero assume manutentori meccanici ed elettronici ad Alba: requisiti e stipendio

Nuova ricerca di personale ad Alba da parte di Ferrero, che punta a rafforzare la squadra tecnica del suo storico polo produttivo. L’azienda ricerca manutentori meccanici ed elettronici destinati a garantire l’efficienza di oltre 95 linee di produzione e circa 19.600 macchinari ad alta tecnologia.

I profili selezionati si occuperanno della gestione, della diagnostica e della risoluzione dei guasti sui sistemi automatici di fabbrica, lavorando a stretto contatto con soluzioni di automazione industriale e logiche di produzione snella.

Retribuzione e inquadramento

I candidati idonei saranno inseriti con inquadramento al terzo livello Ccnl dell’Industria Alimentare. Il quadro retributivo prevede:

  • una Retribuzione Annua Lorda base minima garantita pari a 30.580,62 euro;
  • una definizione del trattamento economico complessivo commisurata all’esperienza effettiva, alle qualifiche e alle competenze del profilo selezionato;
  • la ripartizione della retribuzione secondo le mensilità previste dal contratto collettivo di categoria.

Quali sono le mansioni operative

L’attività di manutenzione copre l’intero ciclo produttivo, dalle fasi di preparazione delle materie prime fino al confezionamento finale dei prodotti aziendali. Nello specifico, gli interventi riguarderanno:

  • diagnosi e riparazione di guasti su pompe per fluidi alimentari e celle automatiche;
  • manutenzione di magazzini automatizzati, isole con bracci robotizzati e macchine confezionatrici complesse;
  • esecuzione di controlli periodici programmati per prevenire le interruzioni di produzione;
  • applicazione delle procedure di diagnostica avanzata e dei principi dell’industria digitale.

Quali sono i requisiti del candidato ideale

Le selezioni si rivolgono a candidati con formazione tecnica e spiccata attitudine alla risoluzione dei problemi. Per presentare la candidatura occorre possedere:

  • Diploma di Maturità o Qualifica professionale a indirizzo meccanico, meccatronico o elettronico;
  • comprovata capacità di analisi dei guasti e diagnostica su impianti industriali complessi;
  • proattività, inclinazione al lavoro di squadra e propensione all’aggiornamento tecnico continuo;
  • disponibilità lavorativa articolata su tre turni e nei fine settimana.

Come presentare la candidatura online

Per accedere alla selezione è necessario inviare la propria candidatura tramite la piattaforma ufficiale del gruppo, consultando la sezione Carriere.

Una volta individuato l’annuncio relativo alla sede di Alba per manutentori tecnici, sarà possibile registrare il proprio profilo e caricare il proprio Curriculum Vitae aggiornato sulla piattaforma.

Altri annunci di lavoro attivi

Le assunzioni in Ferrero si affiancano ad altre opportunità di impiego attive nel comparto produttivo e commerciale in Italia. Si segnalano i reclutamenti curati da Fincantieri per addetti tecnici e di cantiere, le selezioni di Esselunga per addetti ai reparti freschi e le offerte di lavoro promosse da Trenitalia per figure operative su tutto il territorio nazionale.

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Pensionati che tornano al lavoro: quando scatta la restituzione della pensione

Chi richiede la pensione di anzianità deve possedere tutti i requisiti previsti dalla legge compresa, quando richiesta, la cessazione dell’attività lavorativa. Se il beneficiario inizia un nuovo rapporto di lavoro prima della decorrenza del trattamento, possono sorgere dubbi sul diritto alla prestazione e sull’obbligo di restituire le somme eventualmente incassate senza titolo.

In queste situazioni assume speciale importanza l’obbligo di comunicare all’Inps le circostanze che possono incidere sul riconoscimento o misura della pensione. Non fornire informazioni rilevanti — quando l’ente previdenziale non le conosce né può conoscerle autonomamente — è spia della volontà di eludere le regole vigenti, escludendo così le tutele che limitano la restituzione dell’indebito.

È quanto emerge dalla sentenza della Corte di Cassazione 26206/2026 che ha accolto il ricorso dell’Inps annullando la pronuncia impugnata.

Il caso degli oltre 52mila euro di pensione contestati dall’Inps

L’Inps aveva chiesto a un pensionato la restituzione di 52.447,99 euro, relativi al periodo dal primo gennaio 2008 al 31 dicembre 2012. Secondo l’Istituto, le somme erano state indebitamente percepite perché la pensione di anzianità era stata erogata contemporaneamente allo svolgimento di lavoro subordinato. Il pensionato aveva contestato la richiesta sostenendo di non essere tenuto al rimborso.

Il Tribunale aveva accolto la sua domanda, indicando sostanzialmente che — al momento della presentazione della richiesta di pensione — l’interessato aveva terminato la precedente attività e non aveva agito con l’intento di aggirare la legge a danno dell’Inps. Inoltre per il giudice l’indebito era dipeso da un errore dell’Istituto. Stesso esito in appello.

L’ente ha così fatto ricorso in Cassazione, denunciando la violazione delle norme sulla restituzione dell’indebito previdenziale e sui relativi limiti. Il pensionato si è opposto con controricorso e memoria difensiva.

Pensione di anzianità, perché conta la cessazione del lavoro

La pronuncia della Cassazione considera il requisito dell’inoccupazione, ovvero l’assenza di un lavoro quando la legge la prevede come condizione per ottenere la prestazione. La Corte richiama un orientamento giurisprudenziale consolidato (ad esempio sent. n. 16789/2014) secondo cui la cessazione del lavoro è elemento essenziale del diritto alla pensione di anzianità.

Questa regola si collega alla funzione della previdenza sociale. L’art. 38 Costituzione riconosce ai lavoratori il diritto a mezzi adeguati alle esigenze di vita in presenza dei presupposti stabiliti dall’ordinamento. Nella ricostruzione giurisprudenziale richiamata dalla Corte, la fine dell’attività lavorativa è associata a una presunzione di bisogno che giustifica l’erogazione della pensione.

La prosecuzione di un rapporto alle dipendenze, con relativo reddito, può invece escludere tale presupposto. Per questo, quando la cessazione dell’attività costituisce una condizione necessaria per il trattamento, la pensione non può essere erogata prima che il rapporto sia terminato.

La Corte precisa che il principio può riguardare anche la pensione di vecchiaia. Questo non significa, tuttavia, che tutte le prestazioni pensionistiche siano soggette indistintamente alle stesse regole sul cumulo tra pensione e reddito da lavoro: occorre verificare la disciplina applicabile alla specifica prestazione e al periodo considerato.

La nuova assunzione prima della decorrenza della pensione

Nel caso esaminato, la successione delle date è determinante. Il pensionato aveva presentato domanda di pensione di anzianità il 24 ottobre 2007 e aveva iniziato un nuovo rapporto di lavoro subordinato il successivo 5 novembre. Il trattamento pensionistico era poi decorso dal primo gennaio 2008.

La nuova assunzione era quindi intervenuta dopo la domanda ma prima dell’inizio dell’erogazione della pensione. Non era sufficiente accertare che il lavoratore avesse cessato la precedente attività al momento della richiesta: occorreva verificare che il requisito necessario per il riconoscimento della prestazione sussistesse anche nel momento rilevante per la sua attribuzione. Per la Cassazione, sulla base degli accertamenti riportati nella sentenza impugnata, il requisito mancava perché il rapporto lavorativo era ripreso prima della decorrenza del trattamento.

Perché la comunicazione del datore di lavoro non basta

Un altro punto centrale riguarda gli obblighi informativi nei confronti dell’Inps. La Corte d’Appello aveva attribuito importanza alle comunicazioni effettuate e alla mancata verifica annuale dei redditi da parte dell’Istituto, che avrebbe potuto consentire un recupero più tempestivo delle somme.

La Cassazione ha invece evidenziato che il datore aveva sì comunicato la nuova assunzione al Centro per l’impiego, ma il pensionato non aveva segnalato personalmente all’Inps la propria rioccupazione. Sono due comunicazioni indirizzate a soggetti diversi e con finalità differenti.

Quando una nuova attività lavorativa può incidere sul diritto alla pensione, il beneficiario non deve presumere che l’Istituto sia automaticamente a conoscenza di ogni circostanza importante. È una correttezza che deve sempre ispirare i rapporti con l’ente e che anche il datore vìola quando omette di versare i contributi.

Indebito previdenziale e dolo, quando l’Inps può recuperare le somme

L’art. 2033 Codice Civile stabilisce, in via generale, che chi riceve un pagamento non dovuto è tenuto a restituirlo. In ambito previdenziale, tuttavia, l’art. 52 legge 88/1989 e l’art. 13 della legge 412/1991 prevedono limiti alla ripetizione dell’indebito, subordinati alle condizioni stabilite dalla normativa applicabile.

Queste tutele non operano indistintamente in ogni situazione. Secondo la giurisprudenza richiamata dalla Cassazione, la mancata o incompleta comunicazione di circostanze capaci di incidere sul diritto e misura della pensione può integrare dolo quando le informazioni omesse non siano già conosciute né conoscibili dall’ente competente.

Il dolo non presuppone necessariamente una dichiarazione esplicitamente falsa: può rilevare anche il silenzio su informazioni che l’interessato aveva l’obbligo di comunicare e che risultavano essenziali per la corretta liquidazione della prestazione (Cass. 2169/2026).

In presenza di un’omissione dolosa, il beneficiario non può invocare le disposizioni che limitano la restituzione delle somme indebitamente percepite. Di conseguenza si applica la regola generale sulla restituzione dell’indebito.

Che cosa cambia

Accogliendo il ricorso dell’Inps, la Cassazione ha annullato la sentenza d’appello e rinviato la causa allo stesso giudice, in diversa composizione, per un nuovo esame. Questo non significa che il pensionato debba necessariamente restituire gli oltre 52mila euro: spetterà ora alla Corte d’Appello riesaminare la controversia alla luce dei principi della Cassazione e pronunciarsi anche sulle spese legali.

Non molto diversa da un recente caso deciso ancora dalla Suprema Corte, la vicenda riguarda una rioccupazione intervenuta prima della decorrenza della pensione e va distinta dal caso in cui il beneficiario riprenda a lavorare dopo l’inizio dell’erogazione. In generale, il diritto alla pensione di anzianità o di vecchiaia deve essere valutato sulla base dei requisiti previsti dalla disciplina applicabile e della loro effettiva sussistenza nel momento rilevante. E non può essere dato per scontato il “diritto acquisito” del pensionato.

In definitiva, quando una nuova assunzione precede la decorrenza del trattamento pensionistico, è essenziale sempre verificarne le conseguenze sul diritto alla prestazione e sugli eventuali obblighi informativi verso l’Inps. La possibilità di opporsi alla restituzione delle somme indebitamente percepite dipende anche dalle informazioni eventualmente omesse, dall’esistenza di uno specifico obbligo di comunicarle e dalla possibilità per l’Istituto di conoscerle autonomamente.

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Lavoro, natalità e welfare. La ricetta di Bellucci per la sostenibilità dell’Italia

Questo governo è stato il primo a inserire il welfare aziendale tra le priorità della sua azione: quelle parole sono diventate fatti, per la prima volta nella storia della Repubblica. Ha scelto la platea dell’evento romano di Cateno De Luca la viceministra del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maria Teresa Bellucci, per mettere a confronto una scelta politica, quella fatta da Giorgia Meloni e dal suo esecutivo, alla voce “società più lavoro”, e il paniere di conseguenze che verrano stimolate nel breve-medio periodo. Il nodo è come inserire quelle “riforme che mancavano da decenni” all’interno di un sistema-Paese che deve guardare al futuro con uno spirito di programmazione. E farlo in un evento politico come quello di Sud chiama Nord, con moltissimi amministratori meridionali assume un significato particolare. Punto di partenza del ragionamento fatto dalla viceministra Bellucci è nel legame tra anziani, giovani e tasse. Perché se non si mettono i più giovani nella condizione di lavorare senza una pressione fiscale controproducente, allora non si possono garantire i servizi necessari ai più fragili. Il sistema va messo in sicurezza, dunque. Ma come?

Bellucci spiega che insieme alla riforma fiscale il governo ne ha fatta un’altra, quella in favore della terza età con la prima legge, che prima di oggi in 80 anni di Repubblica italiana non c’era mai stata, che si è occupata di questa stagione della vita. “Noi avevamo moltissime leggi che si occupavano dell’infanzia e dell’adolescenza, con il diritto all’istruzione. Avevamo leggi che si sono occupate dell’altra parte dell’esistenza umana, trentennale più o meno, che riguarda il lavoro. Non avevamo una riforma che si occupasse di quest’altro tempo. Sembra quasi che le politiche in favore di una stagione della vita siano contro quelle di un’altra. Quando noi parliamo di protezione degli anziani, degli over 65, sembra quasi che poi creiamo un danno ai più giovani nello stanziamento delle risorse economiche, e in particolare al diritto al lavoro”. Non è stato così, dal momento che ha rivendicato l’attenzione alla vita, dal concepimento fino alla morte. Per cui si va dal miliardo e mezzo di euro stanziato per il Piano nazionale non autosufficienza anziani, fino al superamento ideale di quell’idea che il welfare debba essere meramente assistenzialista.

“Oggi noi abbiamo voluto superare quest’ottica. Le politiche sociali, lo dirò chiaramente, si fondano soprattutto su lavoro – aggiunge la viceministra – e non è vero che il lavoro riguarda qualcuno e non riguarda altri, che il lavoro riguarda chi sta bene, chi è in forze, chi ha tutte le condizioni per poter fare da sé e bastare a sé stesso. Il lavoro è qualcosa che riguarda tutti, anche le persone in stato di fragilità. Anche chi ha superato i 55, 60 anni, anche una persona che ha delle disabilità”.

Per questa ragione rivendica che le politiche sociali devono soprattutto puntare sul lavoro, al fine di rompere quei compartimenti stagni in voga fino a ieri, ovvero politiche del lavoro da un lato e welfare dall’altro. La sostenibilità del welfare secondo l’esponente del governo si può reggere se non le si vive come un unico asset della sostenibilità dell’Italia e del welfare, ma se si intrecciano con tematiche demografiche come la denatalità e l’invecchiamento della popolazione. I dati in questo senso lo dimostrano. Bellucci cita il record di occupazione, superando il 63%, il record di occupazione femminile, superando il 54%: “Non si può dire che la prima presidente del Consiglio donna si sia distratta dal protagonismo femminile, perché questo non è vero. Lo dicono i dati, lo dicono le risorse stanziate, lo dicono gli strumenti inseriti, come il congedo parentale all’80% per i primi tre mesi, e anche il welfare aziendale”. E rivendica che Giorgia Meloni quando si è insediata, nel primo discorso del 2022, è stata la prima presidente del Consiglio a inserire il welfare aziendale tra le priorità della sua azione di governo. “Siamo noi che abbiamo aumentato il welfare aziendale, lo abbiamo aumentato con i benefit, arrivando fino a 5.000 euro per chi si sposta dal proprio luogo di nascita o di residenza. L’abbiamo fatto anche con altre iniziative, come i premi di produttività, detassando fino all’1%. Perché se voglio aumentare la produttività devo premiare di più chi partecipa attivamente a quella produttività. E questo significa anche cambiare un paradigma del welfare”.

Infine il nesso con la cooperazione, il terzo settore e i servizi pubblici. Il welfare aveva una patologia, spiega, quella di credere che fosse materia di esclusiva pertinenza dello Stato. “Sì, il Terzo settore, l’associazionismo, la cooperazione potevano intervenire, ma soltanto per dare servizi a basso costo e con precarietà del lavoro”. E invece il jolly è da ritrovare nell’alleanza tra pubblico, privato e privato sociale, anche al fine di superare contesti di serie A e contesti di serie B.

“Essere cittadini di pari dignità si misura nella capacità di soddisfare i bisogni delle persone, non dal ruolo che si occupa in un contesto piuttosto che in un altro. Anche qui abbiamo rivoluzionato il welfare. L’abbiamo fatto inserendo nel Codice degli appalti pubblici l’amministrazione condivisa, e quindi quell’azione che passa per la co-programmazione e la co-progettazione. Metto intorno a un tavolo le persone di buona volontà e di competenza, che appartengano al settore privato o al settore pubblico, e insieme cerchiamo di capire quali sono i bisogni del territorio e di costruire politiche che non sono proprietà dello Stato, ma devono essere proprietà dei cittadini”.

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Michele De Palma lascia la guida della Fiom: oggi verrà scelto il suo successore. È in corsa per guidare la Cgil

Michele De Palma lascia la guida della Fiom aprendo di fatto la sua corsa verso la possibile successione di Maurizio Landini al comando della Cgil. Il segretario generale dei metalmeccanici era stato eletto nella segreteria confederale a settembre, proprio su indicazione di Landini, ma aveva deciso di mantenere la leadership della categoria.

Due mesi dopo, però, arriva il passo indietro. Nel pomeriggio, il sindacato eleggerà il suo successore che, come da rito, verrà scelto tra uno dei componenti della segreteria di cui fanno parte Samuele Lodi, Silvia Simoncini, Barbara Tibaldi e Luca Trevisan. Lo scorso giugno, durante la celebrazione dei 125 anni della Fiom, De Palma si era detto disponibile a un secondo mandato, ma evidentemente ritiene concreta la possibilità di correre per il post-Landini.

L’attuale leader della Fiom, eletto il 6 aprile 2022, è stato uno sindacalisti più esposti negli ultimi anni, complici le grandi vertenze che hanno scosso il mondo dell’industria metalmeccanica da Whirlpool-Beko a Electrolux fino a Ilva a Stellantis, una crisi che ha visto arrivare per primo.

Pugliese, nato a Terlizzi come Nichi Vendola, De Palma ha mosso i primi passi nei movimenti giovanili e in Rifondazione Comunista e in Fiom durante l’era Landini era responsabile automotive. Nei prossimi mesi, proseguirà il suo lavoro nella segreteria generale della Cgil, che andrà a congresso dopo le elezioni politiche per volere dello stesso Landini.

Una partita alla quale il leader uscente della Fiom arriverà con un ruolo da protagonista: da più parti, viene accreditato come la figura in pole position, come anche Serena Sorrentino, per guidare il sindacato. In segreteria sono infatti gli unici a vantare un importante curriculum alla guida delle categorie. Sorrentino – 48 anni, napoletana – è stata a capo della Funzione Pubblica e aveva già fatto parte della segreteria confederale dal 2010 al 2016.

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Pere Romeu, entrenador del Barcelona: “Esta profesión te lleva a la locura, estoy contento de mantenerme estable”

Su padre es arquitecto; su madre, diseñadora de interiores. Él, entrenador de fútbol. Y es el mejor de todos: Pere Romeu (Barcelona, 34 años) se quedó con el premio Johan Cruyff al mejor entrenador de un equipo femenino en la gala del Balón de Oro, el primer español en lograrlo en esa categoría. Y eso que, de niño, sus padres creían que seguiría sus pasos: “‘Tirará para arquitecto’, me decían. Me fijaba en las cosas, porque me habían educado así: fijarme en los detalles, ver cómo están estructuradas y organizadas las cosas. Tenía buen ojo”. Ese ojo lo utilizó para construir equipos de fútbol. Y construyó el mejor de todos: el Barcelona femenino.

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© Kike Rincon

Pere Romeu durante la entrevista con El País en el estadio Johan Cruyff.
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México captura a jefe regional de Cártel Jalisco Nueva Generación

Ciudad de México, 28 oct (Prensa Latina) El Gobierno de México anunció hoy la captura de Carlos “N”, alias “El Semáforo”, y Ana Gabriela “N”, señalados como presunto jefe regional y operadora logística, respectivamente, del Cártel Jalisco Nueva Generación.

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