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Lo spread torna a crescere, rendimenti al 4,52%, i risultati dell’asta dei Btp

Lo spread tra Btp e Bund e tornato a crescere a 117 punti base, con i rendimenti dei titoli decennali che sono arrivati al 4,52%. È una battuta d’arresto rispetto alle ultime tendenze, che vedevano il differenziale in calo rispetto ai picchi della scorsa settimana. A far crescere lo spread ha contribuito anche il petrolio, tornato a 102 dollari al barile.

Nella giornata di ieri si è conclusa l’asta dei titoli di Stato a medio e lungo termine, l’ultima di ottobre. I rendimenti lordi dei prodotti emessi hanno raggiunto il 4,49%, rimanendo sotto la media di quelli sul mercato.

Perché lo spread è tornato a crescere

Dietro al nuovo aumento dello spread, che è tornato a crescere dopo una settimana in cui la tendenza sembrava al ribasso, ci sono vari fattori. Un riguarda soprattutto la Banca centrale europea, che ieri ha annunciato che avrebbe mantenuto stabili i tassi di interesse. Nella comunicazione successiva, però, la Bce ha anche fatto capire che, se l’inflazione dovesse continuare a crescere, non sono esclusi nuovi interventi per aumentare il costo del denaro.

Questo porterebbe inevitabilmente anche a un aumento degli interessi sui titoli di Stato, oltre che a un rallentamento dell’economia che potrebbe penalizzare l’Italia. Una situazione riflessa anche dai rendimenti dei Btp decennali, che sono arrivati al 4,52%.

Il petrolio continua a influire negativamente

Non ha aiutato, in mattinata, anche il prezzo del petrolio, che è tornato a crescere arrivando a 102 dollari al barile. Questo nonostante 10 Paesi dell’Ue abbiano annunciato un importante rilascio delle riserve di greggio e di carburante entro gennaio. Per alleviare le tensioni sul mercato petrolifero, in oltre, alcuni Stati hanno sospeso l’obbligo, per le aziende petrolifere, di ripristinare a breve termine le riserve svuotate.

Lo spread torna a salire anche in Europa

Anche nel resto d’Europa gli spread con i Btp tedeschi sono tornati a crescere. La Spagna ha visto i Bonos andare a 63 punti base di differenziale, pur mantenendo i rendimenti sotto il 4%.

Spread e rendimenti dei titoli di Stato europei all’apertura del 30 ottobre 2026
Titoli di Stato Rendimenti Spread
Bund tedeschi 3,35% –
Btp italiani 4,52% 117
Oat francesi 4,95% 160
Bonos spagnoli 3,98% 63

Il Paese più in difficoltà rimane la Francia. Gli Oat sono arrivati a 160 punti base di spread, anche se i rendimenti sono rimasti al 4,96%.

Le prossime aste dei titoli di Stato

Nella giornata di ieri si sono concluse le aste dei titoli di Stato a medio e lungo termine. I rendimenti hanno toccato il 4,49% per i Btp decennali, che sono rimasti quindi sotto al benchmark. Le prossime aste si terranno a inizio novembre. Le date da segnarsi sono:

  • l’11 novembre per l’asta dei Bot;
  • il 12 novembre per l’asta dei titoli a medio e lungo termine;
  • il 25 novembre per l’asta dei Btp Short Term e dei Btp€i;
  • il 26 novembre per la seconda asta dei Bot;
  • il 27 novembre per la seconda asta dei titoli a medio e lungo termine.

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Spread stabile a 116 punti base, rendimenti a 4,54% in crescita: pesa il prezzo del petrolio

Lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi è rimasto sostanzialmente stabile rispetto all’apertura di ieri, a 116 punti base. I rendimenti sono leggermente cresciuti, arrivando al 4,54%. I mercati sono incerti per via delle elezioni in Israele, che non hanno restituito un chiaro vincitore e che fanno quindi temere per una nuova escalation con l’Iran.

Nella giornata di ieri si è conclusa la prima delle aste di fine mese dei titoli di Stato, con i Btp Short e i Btp€i che hanno raccolto 3,5 miliardi di euro.

Spread stabile ma rendimenti in aumento per “colpa” delle elezioni in Israele

La normalizzazione dei mercati obbligazionari statali europei ha subito un rallentamento dopo i progressi di ieri, per via dei risultati delle elezioni in Israele.

Con più del 60% dei voti conteggiati il partito del premier uscente Benjamin Netanyahu è il più votato, ma ha perso un quinto dei suoi seggi in Parlamento. Soprattutto, né la sua coalizione, né quella dell’opposizione hanno la maggioranza, a causa dell’ottimo risultato dei partiti arabi, che hanno quasi raddoppiato i loro seggi.

Perché il petrolio e i rendimenti sono in crescita

La conseguenza di questi risultati è stato un aumento del prezzo del petrolio. I mercati temono un ritorno alle ostilità con l’Iran in un momento di instabilità per Israele, che avrebbe come conseguenza nuove difficoltà nelle esportazioni di petrolio dal Golfo Persico. Per questa ragione i rendimenti dei titoli di Stato sono tornati ad aumentare, al 4,54% per i Btp decennali italiani. Lo spread è però rimasto stabile a 116 punti base.

Anche nel resto d’Europa lo spread è fermo

Anche in Spagna lo spread è rimasto fermo ai livelli di ieri. I Bonos distano 64 punti base dai Bund, con rendimenti solo leggermente superiori rispetto a quelli di ieri, al 4,02%.

Spread e rendimenti dei titoli di Stato europei all’apertura del 28 ottobre 2026
Titoli di Stato Rendimenti Spread
Bund tedeschi 3,37% –
Btp italiani 4,53% 116
Oat francesi 4,95% 158
Bonos spagnoli 4,02% 65

Stabile anche la situazione in Francia. Una novità per gli Oat, che nelle ultime settimane hanno subito fortissimi rialzi a causa della speculazione. I rendimenti sono rimasti lontani dalla soglia del 5%, con lo spread di fatto stabile a 158 punti base.

Oggi le aste dei Bot, concluse con successo quelle dei Btp Short

Ieri si sono concluse le aste dei Btp Short Term e dei Btp€i:

  • i Btp Short Term a 2 anni con scadenza a ottobre 2028 hanno raggiunto un rendimento del 3,55%;
  • i Btp€i in scadenza nel 2032 hanno raggiunto un rendimento dell’1,69%;
  • i Btp€i in scadenza nel 2035 hanno raggiunto un rendimento del 2,10%.

Oggi si terranno invece le aste dei Bot, i titoli di Stato a più breve termine. Saranno emessi:

  • un Bot con 4 mesi di vita residua (ISIN IT0005699340);
  • un Bot con 1 mese di vita residua (ISIN IT0005684888).

L’ultima asta, quella dei titoli a medio e lungo termine, si terrà invece domani 29 ottobre e comprenderà:

  • un Btp in scadenza a febbraio 2031 con cedola annua lorda del 3,50%;
  • un Btp in scadenza a febbraio 2032 con cedola annua lorda del 3,95%;
  • un Btp in scadenza a ottobre 2036 con cedola annua lorda del 4,00%.

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Trump e il petrolio del Venezuela: l’accordo segreto che tutela gli investitori Usa e lascia Caracas senza garanzie

Donald Trump lo aveva definito come l’accordo petrolifero “più grande della storia”, utile a “riempire le riserve strategiche degli Usa” e – parlando all’elettorato, in vista del midterm – ad “abbattere i costi della benzina”. L’intesa – che coinvolge compagnie come Chevron, Eni, Total, Repsol – avrebbe portato “grandi benefici” anche al Venezuela, diceva il presidente Usa, ricordando però che “il bottino appartiene al vincitore”. E lui avrebbe vinto, prelevando l’allora presidente Nicolás Maduro all’alba del 3 gennaio. Delcy Rodríguez (presidente in carica del Venezuela) parlava addirittura di “accordo storico”, che avrebbe fatto “rinascere” il Paese, riportando “speranza ai venezuelani”. Promesse smentite dall’accordo stesso – 18 pagine, classificate dagli Usa con la scritta “sensibile” – che blinda la compagnia North American Blue Energy Partners (Nabep), con sede alle Barbados, mediante la partecipazione diretta degli Usa (35%), il suo amministratore delegato Alejandro Betancourt, già indagato negli Stati Uniti per corruzione, e addirittura gli investitori secondari e contitolari, che godono di assoluto anonimato. Tali condizioni impediscono di verificare la reale provenienza e la destinazione dei fondi della Nabep. Così lo svela una recente inchiesta di ProPublica, che ha potuto visionare l’accordo, sottolineandone durata e vincoli: cent’anni di estrazione Usa su 17 giacimenti (distribuiti tra la conca del Lago di Maracaibo e la Fascia dell’Orinoco), e mezzo secolo di “diritti di acquisto preferenziale” sul 20% delle riserve di greggio a 30 dollari al barile.

E non solo. Stando al documento, la maggioranza dei soci della Nabep deve essere costituita da cittadini americani, mentre non è prevista alcuna rappresentanza dello Stato venezuelano. La Casa Bianca ha inoltre potere di veto sui membri del Consiglio. L’accordo non prevede alcun “obbligo vincolante” che garantisca i 200 miliardi di dollari in tasse e royalties spettanti a Caracas. “Il Venezuela subirà una perdita netta di entrate fiscali”, prevede l’economista Francisco Rodríguez. L’intesa, sottoscritta dal segretario di Stato Marco Rubio, dal segretario alla Guerra Pete Hegseth e dallo stesso Alejandro Betancourt, prevede una clausola di confidenzialità che impedisce a Nabep di svelare al pubblico i dettagli commerciali del contratto. Eventuali controversie – si legge – saranno discusse “davanti a un Tribunale federale del Texas”, togliendo allo Stato venezuelano ogni potestà sulle proprie risorse. Nulla di nuovo, in un Paese che vede i propri servizi segreti (Sebin) sotto intervento Usa. Washington si riserva anche la possibilità di acquistare l’intera produzione della Nabep in caso di dichiarata emergenza nazionale. Lo scopo è impedire l’annullamento del contratto da parte dei futuri governi.

C’è chi però considera già “nullo” l’accordo, come i senatori dem Jeanne Shaheen, Jack Reed, Elizabeth Warren e Martin Heinrich, che in una missiva inviata al governo federale chiedono “dettagli” sull’operato dell’amministrazione Trump, sollevando diversi interrogativi sulle “basi legali” e sulle competenze del Pentagono nell’accordo. I senatori esprimono perplessità anche sulla figura di Alejandro Betancourt, già indagato negli Usa per “corruzione” e “riciclaggio”, chiedendo una copia del documento, mai giunto nelle loro mani. Interpellato da ilfattoquotidiano.it, l’istituto di ricerca Oikos Research sottolinea che l’intesa “presenta profili di illegalità sia a Washington che a Caracas” in quanto “la concessione di cento anni supera di gran lunga il limite di 25 anni imposto dalla Legge organica sugli idrocarburi” in vigore nel Paese sudamericano. Inoltre, il Dipartimento della Guerra Usa non potrebbe acquistare partecipazioni in compagnie private senza previa autorizzazione del Congresso degli Stati Uniti.

A livello pratico, l’accordo affronta molteplici difficoltà socioambientali. Fonti e Ong locali denunciano a Ilfattoquotidiano.it il moltiplicarsi di incidenti e fuoriuscite di greggio nel Lago di Maracaibo, dove sono presenti una decina di campi petroliferi coinvolti nell’accordo. “Siamo una trentina, tutti ingaggiati da Nabep – commenta Eligio Quintero, 32 anni, pescatore del municipio di Cabimas – ed eccoci qua, senza attrezzature: il compito è rimuovere il greggio che rovina le nostre coste, ma in pratica dobbiamo farlo con le unghie”. Secondo l’associazione Azul Ambientalista, l’emergenza ambientale coinvolge almeno sei municipi dello stato Zulia, tra cui Lagunillas e Baralt. “Non c’è un piano reale per rispondere ai costanti disastri petroliferi”, denuncia Yohan Flores, direttore dell’associazione, a Ilfatto.it, “il nostro lago muore, insieme a tutto l’ecosistema, colpito dall’indifferenza di chi comanda”. La regione affronta anche blackout che superano le dieci ore giornaliere, aumentando il malcontento della popolazione. “Alle compagnie petrolifere è stato chiesto di provvedere al proprio fabbisogno energetico, ma molte restano ancorate al Sistema elettrico nazionale, già privo di manutenzione, sottraendo più di mille megawatt alla popolazione”, denuncia a Ilfatto.it un ingegnere della Corporación Eléctrica Nacional (Corpoelec), che ha chiesto di rimanere anonimo perché non autorizzato a riferire alla stampa.

I danni sono alla luce del sole, anche se i pozzi attivi sono appena il 30% del totale e, dopo una prima impennata (circa 1 milione di barili al dì), la produzione è tornata a calare del 27%, allontanandosi dal traguardo degli 1,5 milioni di barili giornalieri voluto da Trump. “Gli Stati Uniti si prendono il nostro petrolio, ma i soldi rimangono alle élite – lamenta Raúl Pápariti, portavoce del Sindacato dei lavoratori petrolieri dello Zulia –, ma noi siamo ancora senza trasporti, senza salari degni e i campi petroliferi sono in rovina”.

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Meno raffinerie, più dipendenza energetica

La capacità di raffinazione del petrolio e dei suoi derivati si è ridotta progressivamente in Europa. Si tratta però di prodotti indispensabili per l’economia. In un contesto geopolitico sempre più instabile, diventa un problema di sicurezza energetica.

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Prezzo della benzina tra percezione e realtà

È vero che il prezzo alla pompa sale rapidamente e scende lentamente di fronte a uno shock. Ma è un fenomeno che si riassorbe in pochi giorni. È poi un settore più trasparente di altri. E anche più reattivo nel passaggio tra ingrosso e dettaglio.

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