La privacy è la più incomprensibile di tutte le invenzioni, ed è fatta a casaccio

«Ciao Guia, oggi ti scriviamo per importanti aggiornamenti che riguardano la tua privacy. Le nuove Linee guida del Garante Privacy, in vigore dal 29 ottobre 2026, ci chiedono di spiegarti come funziona il tracking delle newsletter e di lasciarti libero di scegliere». La mail in cui mi declinano al maschile è una di non so quante mail più o meno uguali che ho ricevuto nell’ultima settimana alla casella di posta che uso per i negozi.
«Ogni newsletter che ricevi da noi nasce da tante piccole scelte, in questo ci aiuta anche il tracking pixel. Sono piccole immagini invisibili inserite nelle email, che ci dicono in forma aggregata quante persone aprono la newsletter e quali link raccolgono più interesse, insieme ad alcuni dati tecnici. Sono dati tecnici che ci aiutano a capire cosa funziona e cosa no». Tradotto dal comunicatese: quando ci iscriviamo a una newsletter, chi ce la manda sa se la apriamo o no.
Per quanto dicano che questo li aiuta a capire cosa funzioni e cosa no, è evidente che di queste informazioni non se ne fanno un bel niente, altrimenti saprebbero che tutte le loro mail io le cancello senza aprirle. Funziona così: ormai ogni negozio sul quale clicchi per comprare ti dice «se ti iscrivi alla nostra newsletter ti facciamo lo sconto». Io mi iscrivo, perché sono una scontista di quelle all’ultimo stadio, quelle bisognose delle cliniche di disintossicazione dal miraggio dello sconto.
Poi le newsletter non le apro, perché mica mi serve che mi ricordino che esistono; la newsletter commerciale è quella che i tesisti del Dams chiamerebbero «funzione fàtica del linguaggio», serve a ricordarti che il tal negozio esiste, metti che avessi ricevuto un bonifico stamattina e non sapessi come spenderlo.
Ma io che esistono i negozi me lo ricordo da sola, e che cosa voglio comprare lo so da sola. È una discussione che faccio spesso con gente che vive pubblicizzando cose sui social (in analfabetese: content creator): la pubblicità è un relitto del Novecento. Oggi non c’è qualcuno che non sappia che esiste la Coca Cola o il Dixan o la carta da forno: la pubblicità serve solo a non far restare disoccupati i dipartimenti marketing delle aziende.
Di recente una persona mi diceva che non è vero (mi dicono sempre tutti che non è vero, sono sola nella mia convinzione che la pubblicità non serva più a niente), che è pieno di gente che non sa come spendere i soldi perché è ignara dell’esistenza di questo o di quest’altro lusso, e io pensavo ai trentenni su Twitter (o come si chiama ora) il cui passatempo preferito è dire che nessuno mai è stato povero come loro, e al fatto che da un lato ci sono quelli che non sanno come spendere i soldi senza pubblicità, dall’altro quegli altri che dicono che il lusso esposto poi fa venir voglia di spaccare vetrine, e in mezzo ci sono io che a ogni mail di negozio pensavo: come sei insicuro, ricordarmi continuamente che esisti non è sexy.
Insomma credo che quella per cui i negozi non possono più sapere che non apro le loro mail sia una nuova norma europea, perché Substack mi aveva avvisata due settimane fa che non avrei più potuto sapere se chi si abbona dall’Italia e dalla Francia apriva o non apriva le mie mail, e io avevo visto l’avviso e avevo pensato: cosa vuoi che me ne importi se aprono le mail, l’importante è che continuino a pagare l’abbonamento.
Poi ero andata a vedere le regole della tracciabilità, secondo le quali una mail vale una: se lo stesso abbonato apre una mail varie volte da vari attrezzi sempre un’apertura viene conteggiata, giura Substack. Solo che, le uniche volte che avevo guardato quelle statistiche, l’unica curiosità me l’avevano suscitata certe riceventi che immagino inoltrino (come facciamo tutti con qualunque cosa cui siamo abbonati) le newsletter a molti parenti, per cui la pagina mi diceva che quell’abbonata aveva ricevuto tre mail e ne aveva aperte quarantasette.
Insomma, come funzionano le cose non lo sa Substack, non lo sa il garante per la privacy, e non lo sa neanche la drogheria dove avevo comprato anni fa certe merendine introvabili e che ora ha l’obbligo di avvisarmi che se resto iscritta alle sue comunicazioni loro continueranno a tracciare se apro o no le mail, tipo moglie appiccicosa che chiede perché il suo messaggio non abbia le spunte azzurre.
Di tutte le invenzioni di questo secolo, la privacy è quella che capisco meno, nel senso che mi sembra quella su cui nessuno riesce a decidere come la pensa. È uno scrupolo superfluo? È un’indispensabile difesa dalle intrusioni? È una fissa di cui ci ricordiamo a volte sì a volte no? Tre giorni fa ho ricevuto una mail in molteplici copie, con identico oggetto: “Verifica dei numeri di telefono su BlackBerry KEY2 LE” (sì, ho ancora un Blackberry, prima ve ne fate una ragione e smettete di trasecolare prima possiamo passare a parlare delle cose importanti). Il mittente, Google Phone Verification, mi spiegava che «per semplificare il contatto tramite videochiamata o messaggio, i numeri di telefono di BlackBerry KEY2 LE vengono verificati e aggiunti ai tuoi Account Google».
Mentre un poderoso «ma cosa cazzo» si levava da casa mia, la mail proseguiva a spiegare che «Google otterrà periodicamente il tuo numero dal tuo operatore scambiando informazioni sul dispositivo, ad esempio l’identificatore della scheda SIM, per attivare i servizi Google». Avrei pensato fosse una trappola per farmi cliccare qualcosa e arrubbarmi i punti fragola, ma il messaggio era arrivato a tutte le caselle di posta che ho sul telefono, compresa una da cui non ho mai scritto a nessuno perché la uso solo per avere sotto mano le bozze dei testi cui sto lavorando.
Ora, io ogni volta che Google, nei vent’anni e fischia in cui ho usato sue caselle di posta, mi ha detto «guarda che se non ci dai il tuo numero di telefono un giorno potresti restar chiusa fuori dalla tua casella e non avere mai più le chiavi per rientrare e poi terrore miseria e morte», non ho mai ceduto al ricatto psicologico. Capite bene che tenere botta senza smollare il proprio numero e poi scoprire che la multinazionale cattiva se lo procura comunque perché stanno entrambi, multinazionale e numero, dentro il mio telefono, e insomma non le serve il mio permesso, beh, non è simpaticissimo.
(Non ho mai dato il mio numero a Google non perché pensassi di restare nascosta come Vongola75 quando dice che se sveli ai social che si chiama Maria Addolorata Capuozzi la stai doxxando: non gliel’ho mai dato per non ricevere inutili messaggi pubblicitari sul telefono, da aggiungersi alle inutili mail dei negozi che dovrebbero tracciare se le apro o no).
C’erano delle istruzioni abbastanza semplici e veloci per togliere il numero da ognuno degli account di posta, e l’avvertenza che però, a meno che non fossi andata a disattivare questa possibilità dal menù del Blackberry, l’avrebbero ri-aggiunto. L’ho tolto, sono andata sul Blackberry, ho cliccato su «guai a voi se vi azzardate a prendervi di nuovo il mio numero», e tutto è bene quel che finisce bene. Però ho una domanda.
Come tutti sanno, i Blackberry non li producono più da sei anni, quello che uso io l’ho comprato (di contrabbando o giù di lì) quattro anni fa. Quindi escludo sia un aggiornamento di sistema del Blackberry: immagino sia una novità di Google. Com’è possibile che, nella stessa settimana in cui le regole di privacy dell’Europa dicono alle newsletter guai a voi se non avvisate i destinatari che controllate se le mail le hanno aperte o no, è una gravissima violazione della privacy di Sorcioni che un negozio in cui ha comprato delle calze otto anni fa sappia che sono otto anni che non apre una sua mail, com’è possibile che negli stessi giorni dicano a Google «ma certo che potete prendervi i numeri di telefono della clientela che non ve li ha mai dati»? Sono io che non ho capito com’è fatta la privacy, o è che – come tutto, ormai – è fatta a casaccio?
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