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Mbappé dittatore, e la suscettibilità della Cina

Real Madrid's Kylian Mbappe during the UEFA Champions League Phase - Matchday 2 soccer match between AS Roma and Real Madrid at the Rome's Olympic stadium, Italy - Wednesday October 14, 2026 - Sport Soccer ( Photo by Alfredo Falcone/LaPresse )

A Kylian Mbappé non serve il pallone d’oro, gli basta esercitare il suo potere illimitato. Dopotutto, a un dittatore basta comandare. Solo questo e nient’altro. E Mbappé è un leader intransigente, un autocrate senza scrupoli. O meglio, questo è quello che dicono i social, in quell’abisso oscuro che è lo humor dei tifosi di calcio nel 2026.

Da qualche giorno circola online un filmato tratto da un talk show francese. A Mbappé viene chiesto quale meme che lo ritrae lo faccia ridere di più, e lui risponde: «Quando hanno fatto un video di un tizio – credo fosse un dittatore cinese – e hanno messo la mia…», per poi indicarsi il volto. Il dittatore cinese in questione è proprio Mao Zedong, non ci si può sbagliare.

In Cina non l’hanno presa benissimo. Tre grandi aziende hanno interrotto le collaborazioni con il calciatore e la televisione di Stato ha sospeso la trasmissione delle partite della Liga, oltre a eliminare le pubblicità con il francese. L’hashtag sulla rottura con Dongpeng, azienda di bevande energetiche, è diventato il tema più discusso su Weibo. Anche perché durante i Mondiali della scorsa estate, Mbappé pubblicizzava le bevande in ogni modo possibile in Cina, anche con immagini generate dall’intelligenza artificiale.

Dongpeng ha annunciato la «tolleranza zero» verso i comportamenti che offendono i sentimenti nazionali. Mengniu e Shanghai Milkground, due aziende del settore lattiero-caseario, hanno dichiarato di interrompere «con effetto immediato» ogni collaborazione. Le dichiarazioni di Mbappé sono state condannate anche dalla Federazione calcistica cinese (Cfa), che ha detto di aver «immediatamente intrapreso azioni diplomatiche decise nei confronti del Real Madrid», chiedendo al club delle scuse formali e pubbliche.

Scuse che sono arrivate, formali e pubbliche. «Il Real Madrid desidera esprimere le sue scuse al popolo cinese per il disagio che possa essere stato causato dalle parole del nostro giocatore Kylian Mbappé», si legge in una nota ufficiale della società da cui traspare una riverenza esasperata. «Il nostro club ha un profondo rispetto per la Cina, la sua storia, la sua cultura e i suoi cittadini, così come per i milioni di tifosi cinesi che provano affetto e ammirazione per il Real Madrid».

Perfino il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha parlato di un «rifiuto unanime» per parole che feriscono il popolo cinese.

Su Mao non si scherza. Mbappé l’ha imparato a sue spese, letteralmente. E infatti si è scusato per una frase detta con troppa leggerezza: «Durante una recente intervista, ho reagito a un’immagine di me stesso. Il mio commento è stato inopportuno e ora capisco che ha ferito molte persone in Cina e nelle comunità cinesi di tutto il mondo. Chiedo scusa a tutti coloro che sono rimasti turbati dalle mie parole». Ha aggiunto di nutrire «profondo rispetto» per il popolo cinese e la sua storia.

Si è scusato anche Javier Tebas, presidente della Liga, preoccupato che le parole del calciatore danneggino il rapporto con la Cina e «gli oltre venti club» dei campionati professionistici spagnoli. In controluce, più che il danno morale, si legge il terrore per gli interessi economici in gioco.

🚨🇨🇳 NEW: Kylian Mbappé has been dropped by multiple Chinese brands following comments he allegedly made about Chairman Mao

Mbappe told a French talk show images of his face superimposed onto Mao make him “laugh the most” pic.twitter.com/qNGS4LwKdb

— Politics Global (@PolitlcsGlobal) October 27, 2026

Riprendendo un tweet di Sid Lowe, giornalista del Guardian che segue da anni la Liga spagnola, bisognerebbe chiedersi per che cosa si sta scusando esattamente Mbappé? Ha risposto con noncuranza a una domanda scema, parlando di un meme su di lui. Si può discutere del buon gusto della battuta, certo, ma non c’è stato nessun attacco al popolo cinese, nessuna provocazione politica, nessuna campagna contro la Cina. E soprattutto, nessuno ha davvero interesse a far saltare contratti multimilionari per una frase del genere. Non le aziende che investono sul mercato cinese, non la Liga che vende le proprie partite, non i partner commerciali che da questi rapporti ricavano denaro. Eppure tutti si affrettano a scusarsi, condannare, prendere le distanze, come se il rischio maggiore fosse non dimostrare abbastanza indignazione. Davvero si teme l’effetto domino che parte dal battito d’ali di una farfalla sul Twitter Calcio e diventa un caso diplomatico tra il Real Madrid e la Cina?

Chi frequenta gli ambienti digitali del tifo calcistico conosce molto bene la versione dittatoriale di Mbappé. Va anche oltre il confine del demenziale. Il suo volto viene sovrapposto a quello di Mao, Kim Jong-un o Stalin; in altri video caccia dallo spogliatoio i compagni che non sarebbero alla sua altezza. Altezza calcistica, s’intende. Basta un errore grossolano con il Real Madrid o la nazionale perché internet metta in scena la punizione.

Dopo il 4-1 della Francia sulla Norvegia ai Mondiali, per esempio, un video mostrava Ousmane Dembélé festeggiare la sua prima tripletta in Nazionale mentre Mbappé lo fissava con aria furiosa; poi gli si avvicinava, gli metteva una mano sulla spalla e gli diceva: «Ottimo lavoro». Poi, con un tono più cupo: «Non farlo mai più».

La caricatura è grottesca, anche se non priva di fondamento. Da anni Mbappé è considerato una presenza ingombrante ovunque vada. Nel 2022 si disse che il Paris Saint-Germain avesse licenziato il direttore sportivo Leonardo anche su sua indicazione. Nei negoziati per il rinnovo, ha alzato le pretese insieme al proprio status, arrivando a percepire lo stipendio più alto della storia del calcio europeo, con un salario base di settantadue milioni di euro lordi l’anno, e un potere decisionale su molte faccende legate alla squadra. Sempre minacciando di potersi trasferire al Real Madrid da un momento all’altro.

Il trasferimento è arrivato nell’estate del 2024. Mbappé è entrato in una squadra fresca vincitrice della Champions e, secondo diverse ricostruzioni, ha alterato gli equilibri dello spogliatoio. Ha segnato moltissimo, ma nelle prime due stagioni non sono arrivati i trofei attesi. Al centro sportivo di Valdebebas si sono succeduti quattro allenatori, finora con poco successo.

In un’intervista a L’Équipe, Mbappé aveva detto di cogliere l’aspetto divertente dei meme, ma anche di essere preoccupato dalla leggerezza con cui si evocano figure responsabili di atrocità storiche. È una preoccupazione comprensibile: ora una battuta su uno di quei meme ha prodotto una crisi commerciale multimilionaria. Anche il dittatore può finire sotto processo.

La Cina non è nuova a reazioni del genere quando un protagonista dello sport mondiale dice qualcosa che non piace. Nel 2019 toccò alla Nba, durante la tournée cinese dei Los Angeles Lakers e dei Brooklyn Nets. Daryl Morey, allora general manager degli Houston Rockets, pubblicò un tweet in solidarietà con i manifestanti di Hong Kong: «Fight for Freedom. Stand With Hong Kong». Bastarono sette parole per far saltare molti contratti. La televisione di Stato sospese le trasmissioni della Nba, la federazione cestistica cinese interruppe i rapporti con i Rockets e sponsor e partner commerciali si sfilarono. La lega si trovò stretta tra libertà d’espressione e un mercato da cui arrivavano ricavi enormi. La prima dichiarazione ufficiale riconobbe che il tweet aveva «profondamente offeso» gli amici e i tifosi cinesi. Due giorni dopo il commissioner Adam Silver difese la libertà d’espressione.

Anche LeBron James definì Morey «disinformato» e «non al corrente della situazione». Disse che il tweet avrebbe potuto danneggiare molte persone, anche finanziariamente, e poi precisò di riferirsi alle conseguenze, non al contenuto. Non fu una gran figura per uno sportivo abituato a prendere posizione sui diritti civili. Silver, dopo una prima risposta conciliante, difese poi la libertà d’espressione; LeBron scelse invece di prendere le distanze da Morey.

Il caso è subito diventato esemplificativo di quanto sia difficile tenere insieme i principi e gli interessi economici quando in gioco c’è il mercato cinese, un mercato troppo grande per essere ignorato. In più, Pechino mette facilmente il broncio, e soffre critiche e battute molto più di ogni democrazia occidentale (come quando decise di mettere al bando Winnie the Pooh solo perché sui social si diceva che assomigliasse al presidente Xi Jinping). Sembra quasi un complesso di inferiorità, rispetto alle piccinerie in questione: parliamo di una superpotenza globale che si comporta come se una battuta sui social potesse metterne in discussione il prestigio. Così l’orgoglio nazionale finisce per apparire come permalosità. E per dimostrare di non tollerare le offese, si arriva a tagliare rapporti commerciali che facevano comodo a entrambe le parti.

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I deepfake stanno invadendo le campagne elettorali

Ossoff Deepfake

Un uomo prende una Bibbia e comincia a imbrattarla con un pastello a cera. Inizia a leggere e recita versi apocrifi: «In principio Dio era non binario e non era cristiano», «Dio ha mandato sulla Terra il suo unico figlio, che era un femminista radicale». Poi guarda in camera e si definisce «un cristiano che odia la cristianità». È James Talarico, candidato democratico al Senato in Texas. Ma la scena non è mai avvenuta. È stata costruita con l’intelligenza artificiale e utilizzata in uno spot elettorale del repubblicano Ken Paxton, che attribuisce al suo avversario parole inventate a partire da dichiarazioni reali. Una caricatura della posizione politica di Talarico trasformata in un video iperrealistico, pronto per circolare sui social e suscitare indignazione nell’elettorato.

Con le elezioni di metà mandato in arrivo la prossima settimana, i team di comunicazione dei candidati hanno aperto la cassetta degli attrezzi e ha tirato fuori tutti gli strumenti possibili, compresi quelli che fino a poco tempo fa nemmeno esistevano. Come i video deepfake, come quello diffuso da Paxton su Talarico: stanno cambiando la comunicazione politica, mescolando il reale con il falso.

In Georgia, alcuni annunci finanziati da un Super Pac vicino ai repubblicani raffigurano il senatore democratico Jon Ossoff mentre si sottopone a trattamenti estetici vistosi, prendendo di mira le spese della sua campagna per parrucchieri e truccatori. In Michigan, un altro gruppo ha usato l’intelligenza artificiale per inserire il candidato democratico Abdul El-Sayed in una fotografia di famiglia mai esistita, insieme al podcaster Hasan Piker e a quattro donne con il niqab. In Pennsylvania, uno spot della repubblicana Stacy Garrity fa pronunciare al governatore democratico Josh Shapiro dichiarazioni sui finanziamenti ricevuti e sulle autorizzazioni concesse ai data center. Sono tutti esempi di una stessa forma di manipolazione: i candidati – e i loro staff – usano la capacità dell’intelligenza artificiale di produrre immagini credibili per rendere più aggressiva la comunicazione elettorale. Non sempre si tratta di inventare tutto da zero. A volte si prendono dichiarazioni autentiche, si modificano o si ricompongono fuori contesto; altre volte si costruiscono scene inesistenti, affidando al candidato una battuta che non ha mai pronunciato. Secondo il Wesleyan Media Project all’11 ottobre erano stati spesi centotrentasette milioni di dollari per duecentoventi annunci elettorali realizzati in tutto o in parte con l’intelligenza artificiale. Quasi tutti sono riconducibili ai repubblicani. Non tutti sono catalogati come deepfake ingannevoli in senso stretto, ma la cifra dà la misura della rapidità con cui le nuove tecnologie si stanno mangiando la propaganda elettorale.

Le regole, per il momento, tengono il passo a fatica. Secondo una ricognizione di Axios, quattro Stati americani vietano determinati impieghi dei deepfake politici, mentre altri ventisette richiedono qualche forma di dichiarazione sull’uso dell’intelligenza artificiale. Una normativa federale specifica, invece, non esiste. Il risultato è un mosaico di disposizioni diverse, nel quale la comunicazione viene sottoposta a obblighi differenti a seconda del luogo in cui viene diffusa.

Il danno, infatti, non coincide con la possibilità che un elettore scambi un falso per vero. Anche chi riconosce la manipolazione può conservare un’impressione negativa del candidato che ha appena visto imbrattare una Bibbia o pronunciare una frase offensiva. La psicologa e studiosa diepistemologia Cailin O’Connor ha detto ad Axios che l’impatto emotivo di un contenuto può persistere anche quando sappiamo che è falso. E c’è un secondo rischio, forse ancora più difficile da contrastare, che si verifica quando i video artificiali diventano onnipresenti, e lì diventa più semplice liquidare come un prodotto dell’IA anche un contenuto autentico. È il cosiddetto liar’s dividend: quando i deepfake si moltiplicano, anche un video autentico può essere scambiato per falso.

La storia dei deepfake in politica non comincia certo con le midterm americane. In Slovacchia, già a settembre 2023, due giorni prima delle elezioni, aveva iniziato a circolare un audio falso che sembrava mostrare il leader dell’opposizione Michal Šimečka mentre tramava per manipolare il voto. In India, durante le elezioni del 2024, dei video generati con l’intelligenza artificiale hanno mostrato due star di Bollywood mentre criticavano Narendra Modi e invitavano a votare per l’opposizione. In entrambi i casi, il falso è arrivato agli elettori in un momento in cui smentirlo era difficile, o sfruttando la popolarità di personaggi famosi per ottenere visibilità.

Anche in Italia i deepfake stanno entrando nella comunicazione politica. A luglio Roberto Vannacci ha rilanciato un video generato con Grok, l’intelligenza artificiale di X, in cui veste i panni di un imperatore romano al Colosseo, accanto a Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. Nell’arena, alcuni avversari politici, tra cui Elly Schlein e Giuseppe Conte, sono prigionieri destinati a essere sbranati dai leoni. Una fantasia di potere e punizione, più che un tentativo di documentare un fatto reale: un esempio di quella che viene chiamata slopaganda, la propaganda costruita con contenuti sintetici pensati per suscitare reazioni e circolare sui social.

Facta ha ricostruito la storia di quel video e ha scoperto che era stato realizzato da una sostenitrice di Vannacci residente nel Regno Unito, non dallo staff ufficiale del partito. La donna lo aveva pubblicato sulla pagina Instagram Robertus Vannaccius; Ugo Rossi, consigliere comunale di Futuro Nazionale a Trieste, aveva raccontato di averlo visionato in anticipo e di aver suggerito un elemento del finale. Vannacci lo aveva poi condiviso sul proprio profilo. E da mesi ormai circolano video artefatti di Vannacci in uniforme militare e con il logo di Futuro Nazionale che schiaffeggia donne, strappa passaporti e aggredisce persone per le loro scelte personali. In una clip colpisce una ragazza diretta a Ibiza; in un’altra aggredisce una donna intenzionata ad abortire. Il leader ha negato qualsiasi legame con i filmati, e un’analisi di Open ha ricondotto tutto all’account Terra Cava 2. La strategia era pubblicarli fingendosi indignati per quelle scene e poi assumere toni di sostegno a Vannacci, prendendo in giro chi aveva creduto alla loro autenticità. Indignazione, approvazione e condivisioni finivano così per alimentare la circolazione degli stessi contenuti.

È un problema che riguarda anche la responsabilità dei partiti. A dicembre dell’anno scorso Pagella Politica e Facta hanno chiesto alle forze parlamentari di impegnarsi a non creare né diffondere deepfake degli avversari, a correggere pubblicamente eventuali condivisioni ingannevoli e a sensibilizzare i propri sostenitori. La Lega è stata l’unica a non firmare, sostenendo di preferire «i fatti e non gli appelli», pur dichiarando inaccettabili questi strumenti. A settembre 2026 Pagella Politica ha riferito di non aver ricevuto risposta da Futuro Nazionale alla successiva richiesta di adesione. Non tutte le forze politiche hanno accettato di assumersi un impegno pubblico contro la falsificazione della realtà a fini propagandistici.

Rifiutare un impegno così elementare di correttezza democratica è una scelta di campo chiara. Sottrarsi a un principio minimo di trasparenza non è contro la legge, ma rivela come ci si vuole muovere nella comunicazione. Perché la propaganda ha sempre cercato di piegare i fatti ai propri obiettivi, e oggi può farlo con immagini molto credibili prodotte senza girare un solo fotogramma reale.

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Come J.D. Vance sta preparando il terreno per il post-Trump

Vice President JD Vance arrives to speak at a midterm campaign rally at the LevelUp Training Complex in Monroe, Mich., Thursday, Oct. 15, 2026. (Daniel Heuer/Pool Photo via AP)

Prima scena. Il giornalista Mark Halperin chiede a J.D. Vance se, in caso di candidatura alla presidenza nel 2028, potrebbe contare sull’endorsement di Donald Trump. Il vicepresidente sorride: «Direi di sì, ma non lo so, amico mio». Del resto, il sostegno del presidente è fondamentale. E aggiunge che in effetti i due non ne hanno mai parlato. Seconda scena. L’indomani, nello Studio Ovale, Halperin fa la stessa domanda al presidente, gli chiede se è pronto dare l’endorsement al suo vice, e Trump abbozza un complimento, poi dice che non ne hanno parlato, fa il vago, si gira anche verso lo stesso Vance che ricambia con un altro sorriso. Un attimo dopo il vicepresidente perde l’espressione gioviale, si incupisce. Si aspettava una risposta più esauriente. Dal video si può vedere il momento esatto in cui gli si spezza il cuore. Ne era convinto, dovrebbe essere lui il candidato di punta del Partito Repubblicano, l’alfiere del trumpismo dopo Trump. Ma con un capo così, chi può avere delle certezze?

La scena tragicomica è della settimana scorsa e sintetizza bene il problema politico di Vance: è uno dei volti più riconoscibili dell’universo Maga, nonché il favorito per la nomination repubblicana, eppure non può dare per scontato il sostegno di Trump, cioè l’uomo che lo ha portato fin lì. Per diventare il futuro del partito deve dimostrare di poter fare a meno di Trump, senza perderlo.

Il 3 novembre ci sono le elezioni di metà mandato, si vota per rinnovare la Camera e un terzo del Senato. Il clima è sfavorevole ai repubblicani, c’è aria di riscatto dei democratici (ne aveva scritto il direttore Christian Rocca in questo editoriale). L’approvazione di Trump è al livello più basso dei suoi due mandati.

I sondaggi più recenti confermano una tendenza negativa che dura ormai da mesi, su cui pesano il costo della vita, i prezzi dell’energia e la guerra con l’Iran. Butta male per il Partito Repubblicano, e forse per Vance è una brutta notizia solo a metà: in caso di sconfitta, la base Maga ancora fedele a Trump potrebbe stringersi attorno al vicepresidente. Ma il condizionale è d’obbligo.

Vance avrebbe bisogno del sostegno degli elettori che si identificano con Trump e, insieme, di recuperare una parte di quelli che si sono allontanati da lui. Non può permettersi di fare campagna elettorale scaricando il trumpismo e non può nemmeno limitarsi a imitare Trump, rischiando di ereditarne l’impopolarità. Per questo il vicepresidente sta cercando di costruirsi una sua autonomia politica, anche in modi imprevedibili. Di recente ha evitato di appoggiare la candidatura di Benjamin Netanyahu alle elezioni in Israele, limitandosi a una risposta cerchiobottista: «Io sostengo i candidati americani», spiegando di essere concentrato sulle midterm, quindi non ha attaccato Netanyahu né sconfessato Trump che invece lo appoggia apertamente. La cautela è notevole ancor di più perché in primavera Vance aveva fatto campagna in Ungheria per Viktor Orbán. E non risulta un passaporto americano per l’ex autocrate di Budapest.

La successione a Trump non riguarda soltanto chi riceverà l’endorsement del presidente, riguarda soprattutto il tipo di partito che dovrà guidare. Sotto l’etichetta Maga convivono visioni diverse dell’economia, della religione, dello Stato e del ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Trump ha potuto rinviare il confronto perché lui tiene tutti sotto la sua ala, fa da collante. Ma nessun altro, almeno per il momento, ha mostrato le stesse capacità.

La prima corrente con cui Vance deve fare i conti è quella dei national conservatives, i conservatori nazionali. Sono quelli che hanno progressivamente superato il vecchio conservatorismo reaganiano – libero mercato globale, interventismo militare – incanalando l’agenda del movimento Maga in una dottrina intellettuale e politica strutturata, ispirandosi anche alle linee nazionaliste promosse da Kevin Roberts, presidente della Heritage Foundation. Tutto fa perno sulla nozione di “Heritage American”, che privilegia chi discende da famiglie presenti nel Paese fin dalle origini.

La conversione cattolica sbandierata nel libro “Communion” avvicina Vance ai postliberali, che a differenza dei nazional-conservatori vogliono uno Stato impegnato a promuovere una visione morale della società. Il Claremont Institute, altra area di riferimento per Vance, punta invece a ridimensionare il potere federale.

Le differenze riemergono anche sui confini del Maga: ad AmericaFest, nel 2025, Vance ha messo in guardia dalle «prove di purezza» ideologica caldeggiate da una parte di mondo repubblicano, mentre la destra americana discuteva se isolare figure come il suprematista Nick Fuentes (di lui avevamo parlato qui), evitando di indicare chi escludere dal movimento. Insomma, tenere unita la coalizione significa convivere con contraddizioni che Trump poteva lasciare irrisolte, ma che il suo successore dovrà prima o poi affrontare.

Una rete attraversa quasi tutte queste correnti ed è decisiva per l’ascesa di Vance: quella di Peter Thiel, il miliardario della tecnologia che ne ha sostenuto la carriera. Il rapporto comincia a Yale nel 2011; attraverso Thiel, Vance incontra il pensiero di René Girard e un ambiente in cui cristianesimo, critica del liberalismo e innovazione tecnologica convivono. Dopo Yale Vance entra nel venture capital: lavora a Mithril Capital e avvia poi Narya Capital. Nel 2022, quando si candida al Senato dell’Ohio, Thiel versa quindici milioni di dollari a un Super Pac che lo sostiene. L’endorsement di Trump completa l’operazione e porta al Senato un uomo che fino a pochi anni prima era conosciuto soprattutto come autore di “Hillbilly Elegy” e critico del trumpismo.

Rispetto a Trump, Vance potrebbe quindi essere ancor più accondiscendente nei confronti degli oligarchi digitali. A settembre, il vicepresidente ha respinto le richieste di una regolamentazione internazionale della sicurezza dell’intelligenza artificiale, sostenendo che le aziende preoccupate dei rischi delle proprie tecnologie dovrebbero fermarne lo sviluppo, anziché chiedere nuove regole. Una posizione motivata anche dalla competizione con la Cina, che rivela però una tensione interna al mondo Maga: come conciliare la difesa dell’industria americana con la diffidenza verso il potere delle grandi imprese?

La politica estera mette a nudo le contraddizioni del Maga, dove convivono nazionalisti contrari alle guerre e sostenitori di un ruolo militare globale. Jonathan Chait sull’Atlantic scriveva a giugno che Vance aveva sconsigliato l’intervento in Iran, ma dopo la decisione ha difeso Trump, ritrovandosi a sostenere una guerra che contraddice la promessa di ridurre gli impegni americani.

Anche l’Ucraina mostra che “America First” non è necessariamente sinonimo di isolazionismo. Vance ha sostenuto la riduzione degli aiuti a Kyjiv, ma si è anche impegnato in prima persona per chiedere a Volodymyr Zelenky di fermare attacchi contro petroliere, impianti di raffinazione e altre infrastrutture critiche – mai alla Russia, ci mancherebbe. Perché va bene l’isolazionismo, ma quando c’è da difendere gli interessi nazionali allora si può derogare ai propri slogan e intervenire.

Vance ha una risorsa che Trump non ha mai posseduto nella stessa misura: una rete di intellettuali, finanziatori e organizzazioni che prova a dare al movimento una struttura e una dottrina. Questo potrebbe far emergere le contraddizioni e le divergenze tra nazional-conservatori, postliberali, ambienti di Claremont e imprenditori tecnologici. Frizioni che Trump è spesso riuscito a tenere sotto controllo, senza risolverle, perché il punto di convergenza era lui. Vance dovrà convincere il partito di poter custodire quell’eredità senza diventare una copia in sedicesimo del suo predecessore.

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Il propagandista italiano che riscrive la strage di Mariupol

Mariupol Ucraina

La parola «bambini» era stata dipinta in grandi lettere bianche sul piazzale del teatro di Mariupol. Il 16 marzo 2022, durante l’assedio russo alla città, un’esplosione sventrò l’edificio dove centinaia di civili si erano rifugiati. L’inchiesta dell’Associated Press, “20 Days in Mariupol”, ha contato circa seicento morti. Quattro anni dopo, sul palco del teatro ricostruito e ancora sotto il controllo russo, un documentario prova a capovolgere la storia: non sarebbe stata Mosca a colpire, ma l’esercito ucraino.

Il film si intitola “Witnesses” e lo ha girato Vittorio Nicola Rangeloni, giornalista italiano che da anni alza il volume della propaganda del Cremlino. Intervista persone che accusano il battaglione Azov impegnato nella difesa della città, altri sostengono che gli ucraini avevano nascosto esplosivi sotto il palco e li hanno fatti detonare per attribuire la strage ai russi. «Questo è stato un attacco premeditato compiuto da soldati ucraini», dice Rangeloni, definendolo una provocazione destinata a screditare Mosca. Ma non c’è uno straccio di prova in grado di sostenere l’accusa.

D’altronde, le indagini indipendenti raccontano altro. Amnesty International ha concluso che il teatro fu probabilmente distrutto da due bombe da circa cinquecento chili sganciate da aerei russi. Secondo l’Associated Press, nessuno dei presenti ha detto di aver visto militari ucraini nell’edificio. Anche Gareth Collett, ex responsabile britannico degli artificieri militari, ha giudicato i danni compatibili con una grossa munizione sganciata dall’aviazione russa.

In “Witnesses” una strage documentata si trasforma in un episodio fuori dalla logica, in cui si ribalta il rapporto tra aggressore e vittima. Il New York Times dice che il documentario ha già superato le seicentomila visualizzazioni. Il teatro, demolito alla fine del 2022 e poi ricostruito, è stato riaperto nel dicembre 2025. Per Mosca è il simbolo della rinascita dei territori occupati: sul palco restaurato, la propaganda mette in scena anche la propria versione del passato.

Rangeloni è nato a Lecco nel 1991, da padre italiano e madre ucraina russofona – come in molti casi per le persone nate durante l’occupazione sovietica dell’Ucraina. Nel 2014 si trovava a Kyjiv durante le proteste di Euromaidan, che ha descritto come «un colpo di Stato sostenuto dall’Occidente» (ma non si capisce per quale ragione). L’anno successivo è andato nei territori di Donetsk e Luhansk controllati dalle milizie filorusse. Da allora si è presentato come reporter indipendente, raccontando il conflitto quasi esclusivamente dalla prospettiva russa: un assist al Cremlino dietro l’altro.

Nel 2016 ha fondato LNR Today-Italia, un’agenzia informativa legata alle autorità separatiste che dichiarava di voler combattere una «guerra dell’informazione» contro il governo e l’esercito ucraini. Ha stretto rapporti con le amministrazioni autoproclamate del Donbas – non riconosciute da nessuno a livello internazionale, se non Russia e Corea del Nord – e ha ottenuto la cittadinanza russa. Nel 2023 ha girato “Vopreki”, un documentario realizzato seguendo la brigata paramilitare filorussa Pyatnashka, associata a episodi di tortura di civili ucraini e prigionieri di guerra. Per lui l’invasione su vasta scala dell’Ucraina iniziata nel 2022 è una «guerra di liberazione».

Reporters Without Borders (Rsf) lo descrive come un propagandista che imita il giornalismo per diffondere la linea del Cremlino. L’organizzazione internazionale riferisce che dal 2019 è oggetto di un’indagine della magistratura ucraina per partecipazione a gruppi armati illegali: un’accusa, non una condanna. Mentre il Telegraph aggiunge che Rangeloni ha parlato dell’apertura di un procedimento italiano dopo una denuncia dell’ambasciata ucraina, senza fornire ulteriori dettagli.

La sua traiettoria non si è fermata in Ucraina. Nel 2024 è passato a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, per lavorare con African Initiative, agenzia di propaganda russa fondata a Mosca nel 2023 e finanziata da Viktor Lukovenko, già attivo nella rete di propaganda che era legata a Evgenij Prigožin (ex leader del gruppo Wagner). Ha seguito manifestazioni antiamericane e intervistato il ministro della Difesa burkinabè, mentre altri giornalisti venivano repressi o espulsi. Per Jeanne Cavelier, responsabile di Rsf per l’Europa orientale e l’Asia centrale, il suo lavoro serve a giustificare la guerra russa in Ucraina e a promuovere Mosca nel Sahel.

Il metodo è sempre lo stesso, cambia solo lo scenario: usa la parvenza di metodi e strumenti del giornalismo per propagandare una narrazione politica, con testimonianze selezionate per confermare una tesi già decisa.

Quando è stato contattato dai giornalisti del New York Times, Rangeloni ha difeso il documentario così: «Ho guardato negli occhi le persone che erano lì quel giorno. Non ho motivo di non credere a queste persone». Ma in questo modo la fiducia personale nei testimoni prende il posto di verifiche indipendenti e prove materiali, rendendo le stesse dichiarazioni dei testimoni poco credibili).

La parte peggiore di questa storia è che mentre il teatro viene usato per riscrivere una strage brutale, la vita quotidiana a Mariupol parla di una ricostruzione assai meno trionfale. Un articolo del Kyiv Independent spiega che in città persistono gravi carenze idriche, l’inesistente raccolta dei rifiuti, la carenza di risorse e personale per qualunque altro servizio essenziale. L’assenza di medici, ad esempio, rende impossibile far funzionare i centri diagnostici appena costruiti. Petro Andriushchenko, ex consigliere del sindaco di Mariupol e responsabile del Center for the Study of the Occupation, ha detto al Kyiv Independent: «Hanno costruito diversi enormi centri diagnostici a Mariupol, e ne stanno costruendo altri, ma sono lì, vuoti. Non c’è nessuno che ci lavori». Andriushchenko denuncia il collasso del sistema sanitario e la mancanza di personale disposto a trasferirsi in una città vicina al fronte.

È lo stesso Andriushchenko che, parlando al Telegraph di “Witnesses”, ha avvertito che Mosca prepara gli argomenti che qualcuno potrebbe usare domani per giustificare o attenuare l’aggressione russa. A Mariupol oggi convivono una città reale, segnata dalla distruzione e dall’occupazione, e una città di finzione, quella della narrazione del Cremlino, trasformata nel simbolo di una liberazione che cancella le responsabilità di chi l’ha bombardata.

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L’asse delle autocrazie usa la guerra per rafforzarsi

Corea del Nord esercito

I droni iraniani venduti alla Russia per bombardare l’Ucraina sono cambiati più volte in questi quasi cinque anni di guerra. Sul campo di battaglia, gli ingegneri di Mosca li hanno modificati per renderli più efficaci contro le difese ucraine, aggiornandoli anche con componenti cinesi. Le tattiche sperimentate in guerra e le tecnologie sviluppate per migliorare quei velivoli possono ora tornare a Teheran, insieme all’esperienza accumulata dall’esercito russo. Quello che era cominciato come uno scambio di armi fra due autocrazie si è trasformato in un circuito di innovazione militare, nel quale anche gli altri partner possono imparare e trarre vantaggio.

Questo dettaglio militare aiuta a spiegare l’evoluzione nella cooperazione fra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, con la guerra in Europa come laboratorio. I quattro regimi non hanno un comando militare comune, né hanno accordi che li obbligano a intervenire nelle guerre altrui. Anzi, in alcuni contesti continuano a perseguire interessi divergenti. Eppure, stanno imparando a mettere a sistema tecnologie e conoscenze operative.

Negli ultimi anni in molti hanno provato a tracciare i contorni dell’asse delle autocrazie – ribattezzato anche Crink, asse del disordine, asse del male, internazionale delle dittature. Le relazioni fra i quattro Paesi apparivano soprattutto come una serie di scambi bilaterali, ciascuno motivato da esigenze immediate. La Russia aveva bisogno di droni iraniani, munizioni nordcoreane e componenti cinesi; gli altri membri ricavavano dal sostegno a Mosca denaro, tecnologia, protezione diplomatica e occasioni per rafforzare i propri apparati militari.

Adesso la cooperazione è cambiata, ha assunto una dimensione diversa. Non è ancora un’alleanza militare tradizionale, con un comando integrato, obblighi di intervento reciproco e una strategia comune per ogni teatro operativo. I quattro regimi continuano a difendere anzitutto i propri interessi. «Stanno affinando la loro cooperazione per rendere i loro partner più resilienti – e più pericolosi per gli Stati Uniti – limitando al contempo costi e rischi», scrivono su Foreign Affairs Andrea Kendall-Taylor (Senior Fellow e Direttrice del Programma di Sicurezza Transatlantica presso il Center for a New American Security) e Richard Fontaine (amministratore delegato del Center for a New American Security). L’asse delle autocrazie, insomma, ha imparato a rendere complementari le proprie capacità, e di compensare alcune delle debolezze dei singoli membri.

La storia dei droni russi è l’esempio più evidente. E Mosca ha istituito anche una propria forza militare dedicata ai sistemi senza pilota per rendere strutturale questo processo. I nuovi droni Geran a propulsione a reazione, più veloci e capaci di trasportare carichi maggiori rispetto alle versioni precedenti, rappresentano un ulteriore passo in questa direzione. Se sistemi analoghi venissero impiegati in Medio Oriente nel conflitto in corso, difendere le basi americane e le infrastrutture energetiche regionali potrebbe diventare più difficile e costoso.

Anche la Corea del Nord sta traendo vantaggio da questo laboratorio condiviso. Secondo le informazioni citate dai due autori di Foreign Affairs, Mosca ha raggiunto un accordo per aiutare Pyongyang ad aumentare la produzione di droni sul modello degli Shahed. Gli ingegneri nordcoreani hanno potuto acquisire esperienza lavorando negli impianti russi, mentre i soldati inviati a combattere al fianco di Mosca hanno osservato direttamente come integrare i velivoli senza pilota nelle operazioni militari contemporanee. La Cina, a sua volta, ricava informazioni preziose sulle prestazioni delle proprie tecnologie nei combattimenti reali e ha fornito addestramento sulla guerra con i droni ai propri militari attraverso le forze russe. È così che il lavoro della Russia sulla tecnologia iraniana può produrre ricadute sulle capacità militari di tutti e quattro i Paesi.

Già da tempo la cooperazione tra Russia, Cina, Corea del Nord e Iran va oltre il campo di battaglia. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto salire i prezzi del petrolio, offrendo al Cremlino entrate aggiuntive e contribuendo alla recente decisione di Donald Trump di allentare temporaneamente alcune restrizioni sulle esportazioni petrolifere russe. Nel frattempo, l’apertura del fronte mediorientale ha costretto Washington a spostare risorse militari dall’Indo-Pacifico verso il Golfo: sistemi di difesa aerea, munizioni e portaerei che non possono essere impiegati contemporaneamente in tutti i teatri. Per Pechino, la riduzione della presenza militare americana nel Pacifico occidentale costituisce un’opportunità strategica, anche senza un suo intervento diretto nella guerra.

Il collante dell’asse del male non è certo un’identica visione del mondo, né la volontà di combattere tutti insieme. Kendall-Taylor e Fontaine lo individuano nella convinzione che la potenza americana possa limitare, isolare e punire ciascuno di questi regimi, preso singolarmente, arrivando a minacciarne la sopravvivenza. Per questo, osservano i due autori, il fatto che i quattro Paesi evitino generalmente di combattere le guerre l’uno dell’altro non dimostra che l’asse stia perdendo coesione: «Questa moderazione non è un segnale di indebolimento dell’asse, ma una caratteristica distintiva del modo in cui funzionano queste partnership». La cooperazione non richiede che i regimi condividano ogni obiettivo o siano disposti a correre gli stessi rischi. Al contrario, la capacità di sostenersi reciprocamente senza esporsi troppo è uno dei suoi punti di forza.

C’è però un’altra parte della storia, e riguarda gli Stati Uniti. Washington dispone ancora di una superiorità considerevole in termini di risorse economiche e tecnologiche, capacità militari e numero di alleati. Però l’amministrazione Trump ha reso il resto dell’Occidente meno disposto a seguirlo nelle sue decisioni scellerate e improvvisate di politica estera. Anche l’uso di dazi come una clava per minacciare l’Europa e il Canada, e tutto il suo approccio transazionale alla diplomazia hanno eroso la fiducia negli alleati americani.

Kendall-Taylor e Fontaine propongono allora un cambio di rotta, una risposta all’asse delle autocrazie che parte da un imperativo apparentemente modesto: «Non fare altri danni sarebbe un buon punto di partenza per affrontare l’asse», scrivono. Washington dovrebbe rafforzare le catene di approvvigionamento condivise con i partner, facilitare la circolazione delle tecnologie e aiutare gli alleati a sviluppare maggiori capacità di difesa. Ma soprattutto dovrebbe smettere di trattare le proprie relazioni internazionali come transazioni da rinegoziare di continuo. «La questione è quale rete saprà sfruttare meglio le proprie risorse».

È questa la partita che Russia, Cina, Iran e Corea del Nord stanno imparando a giocare: non hanno bisogno di diventare un’alleanza compatta, né di combattere sempre insieme per danneggiare le democrazie. Basta che sappiano collaborare quando conviene, scambiarsi ciò che manca e sfruttare le conseguenze delle crisi aperte dagli altri. Gli Stati Uniti dispongono ancora di risorse e strumenti per fermarli. Certo, fin quando Trump sarà alla Casa Bianca sarà tutto più difficile.

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La podcaster americana che sogna una sinistra uguale e contraria al trumpismo

Jennifer Welch

All’inizio Jennifer Welch parlava solo di seccature quotidiane e di tutte quelle piccinerie da dare in pasto al pubblico annoiato sul divano. Un giorno era un gender reveal party, un altro il galateo su Instagram, altre volte i bambini maleducati. Si era ritagliata un ruolo in quel frammento di rumore mediatico che pretende di dire alla gente da che parte sta il buon senso. Poi Trump è tornato alla Casa Bianca e le ha offerto un bersaglio più grosso. Anzi due: Welch insulta il presidente un giorno sì e l’altro pure, poi si gira dall’altra parte e tratta allo stesso modo i democratici che non lo combattono come vorrebbe.

Durante una puntata del suo podcast “I’ve Had It” reagisce a una dichiarazione del Segretario di Stato Marco Rubio sulle sanzioni contro la Corte penale internazionale cominciando dall’aspetto fisico. «Sembra invecchiato di venticinque anni, ecco che effetto deve fare essere Maga e commettere crimini di guerra». Poi aggiunge che Trump ha la maturità di una cheerleader dodicenne che non è riuscita a entrare nella squadra della scuola.

In un’intervista con Don Lemon definisce il vicepresidente J.D. Vance «la miglior prostituta del Paese», accusandolo di essersi lasciato trasformare in un prodotto politico dal miliardario Peter Thiel. È la sua cifra stilistica. Welch attacca da sinistra repubblicani e democratici, ma lo fa con i metodi del trumpismo. Cioè vocabolario da spogliatoio del calcetto e attacchi sul personale, attingendo a piene mani al torbido della conversazione pubblica. Una miscela di populismo e trivialità. È la versione più esasperata del woke estremo – quello che perfino Alexandria Ocasio-Cortez ha cercato di mettersi alle spalle.

“I’ve Had It” va in onda dal 2022, co-condotto da Welch con l’amica Angie Sullivan. Le due hanno raccolto milioni di follower sulle piattaforme e più di un milione di iscritti su YouTube. Gli ascoltatori sono cresciuti talmente tanto da diventare una tappa quasi obbligata per i personaggi della sinistra americana. Negli anni sono passati al microfono Barack Obama, Kamala Harris, Bernie Sanders, Zohran Mamdani.

A gennaio, intervistata da David Remnick del New Yorker, Welch ha definito la sua filosofia «dark woke», una specie di magia nera applicata alla sinistra radicale – o il contrario. La giustizia sociale come stella polare, la volgarità becera come vascello. Tutto è pensato per diventare un pezzettino virale sui social. Persino i titoli dei contenuti che posta su YouTube – principalmente spezzoni di “I’ve Had It” – sono portati all’estremo, con aggettivi roboanti in caps lock e anteprime appariscenti. «Devi sapere contro chi ti stai battendo, e devi essere spregiudicato», ha detto.

L’idea è di combattere il trumpismo con le sue stesse armi, una ricetta semplice e spietata. Se il woke tradizionale è diventato un sistema di sorveglianza morale, una disciplina dell’eloquio, il dark woke vuole conservare gli obiettivi progressisti liberandosi di ogni riguardo formale.

È un declivio pericoloso da intraprendere. E Welch ci si è tuffata di testa. Con Trump dice di non condividere nulla, ma considera il suo modo di parlare un modello di comunicazione che la politica democratica dovrebbe avere il coraggio di adottare.

Nelle biografia di Welch ci sono tutti gli elementi che l’hanno portata fin qui. È nata a Dallas, ma è cresciuta a Oklahoma City, con due genitori atei e progressisti nel cuore della Bible Belt. Intorno a lei una cultura evangelica in cui religione e identità politica spesso si sovrappongono. La distanza fra la famiglia e il mondo che la circondava ha alimentato il suo antagonismo.

Prima faceva l’interior designer e aveva successo. In tv è arrivata alla ribalta con “Sweet Home Oklahoma”, un reality dell’emittente Bravo che seguiva la sua attività e la vita di un gruppo di amiche benestanti. Il programma è stato cancellato nel 2018, dopo due stagioni.

“I’ve Had It” è nato poco dopo, senza troppe ambizioni. Welch e Sullivan hanno un’amicizia ventennale e volevano solo parlare alle persone che avevano seguito il reality, soprattutto donne della loro generazione. Già il titolo è una specie di manifesto: ne ho abbastanza. Conteneva il germe della protesta.

La virata sulla politica ha avuto diversi ostacoli, soprattutto da parte del network (PodcastOne ha acquistato i diritti del programma nel 2023) che avrebbe preferito contenuti meno divisivi. Ma il dibattito pubblico americano era incendiato da anni, il trumpismo aveva avvelenato i pozzi: più Welch e Sullivan alzavano il livello dello scontro, più gli ascolti crescevano.

Sul Washington Post, la giornalista Rachel Monroe ha descritto le due conduttrici come una coppia che difficilmente i democratici avrebbero immaginato di reclutare per trovare nuovi messaggeri: due cinquantenni dell’Oklahoma, con accento del Sud, modi bruschi e un aspetto che Welch definisce «Fox News-coded», cioè codificato sui parametri di Fox News, la tv più vicina a Trump. Monroe ricostruisce anche un momento in cui le due si sono accorte di essere arrivate molto più lontano di quanto immaginassero: il figlio di Welch le segnalò che Hasan Piker, lo streamer di sinistra seguito soprattutto da un pubblico giovane e maschile, aveva elogiato il loro programma definendolo «il podcast progressista più radicale del Nord America, il quartier generale della vera resistenza». Poi Piker è diventato un ospite ricorrente, nel più prevedibile dei crossover.

Nel 2016 Welch aveva votato Hillary Clinton contro Bernie Sanders, una scelta che in seguito avrebbe considerato un errore. Nel 2024 aveva sostenuto Kamala Harris, ma già dubitava della scelta di spostarsi verso il centro. La sconfitta elettorale ha accelerato la sua rottura con le posizioni maggioritarie del partito.

Trump resta il nemico principale, ma Welch attacca anche Chuck Schumer, che chiama «Chuckles», Hakeem Jeffries, Rahm Emanuel e tutti i democratici non estremisti. Un anno fa il senatore democratico Cory Booker si era fatto intervistare da Welch e Sullivan, che lo hanno incalzato perché definisse Benjamin Netanyahu un criminale di guerra. Booker ha contestato la formulazione della domanda; Welch ha giudicato evasiva la risposta, leggendola come l’emblema di un partito che sacrifica i propri principi alle alleanze e agli interessi politici.

James Kirchick sull’Atlantic le contesta proprio questo modo di argomentare, con accuse gravissime senza un adeguato approfondimento, in cui alla fine il suo avversario del momento emerge sempre come quello mosso da intenzioni maligne.

Il 6 ottobre Welch ha pubblicato il libro “Not Today, Fascists”, in cui ha riversato tutta la sua insofferenza. Le prime recensioni insistono sul linguaggio aggressivo, ma gli obiettivi che elenca sono concreti, come se fosse un programma politico: salari più alti, assistenza sanitaria accessibile, infrastrutture migliori, un sistema di protezione sociale più robusto e meno influenza delle aziende sulla politica. Vorrebbe una rivolta interna al Partito Democratico, con la sostituzione dei suoi vertici parlamentari e una profonda ristrutturazione della Corte Suprema a colpi di impeachment contro i giudici più conservatori. «L’unico modo per uscirne è la rivoluzione», dice. Non è un appello alla violenza, è più un rifiuto del gradualismo e della deferenza verso le istituzioni; rigetta anche l’idea che, una volta sconfitto Trump, si debba semplicemente tornare allo status quo ante. Sa che questo approccio può allontanare gli elettori, ma in fondo non è candidata per un seggio (almeno non ancora) e non ha intenzione di comportarsi come se dovesse piacere a tutti.

Il dark woke è tutto qui. Una sinistra che vuole combattere l’autoritarismo senza preoccuparsi di apparire gentile, che rivendica la giustizia sociale ma considera l’umiliazione dell’avversario un’arma legittima. Jennifer Welch ha capito che la rabbia può cementare una comunità, può diventare perfino un programma politico. Resta da vedere se possa diventare anche una strategia per governare, dal momento che Trump non sta andando granché bene. Per ora, quella che aveva cominciato dicendo di averne abbastanza delle piccole seccature quotidiane sembra averne abbastanza anche dell’obbligo di essere educata e composta mentre distribuisce patenti di democraticità. Con milioni di persone disposte ad ascoltarla mentre manda tutti al diavolo.

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