❌

Reading view

Corte costituzionale, Francesco Viganò è il nuovo presidente: il professore scelto da Mattarella prende il posto di Amoroso

Sarà Francesco Viganò il nuovo presidente della Corte costituzionale. La Corte, riunita in camera di consiglio, lo ha eletto all’unanimità come successore di Giovanni Amoroso, che il 14 novembre terminerà il suo mandato di nove anni. Sessant’anni, milanese, Viganò è professore di Diritto penale all’Università Bocconi: nominato alla Consulta nel marzo 2018 dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ne è vicepresidente dal gennaio 2025.

Tra le sentenze più importanti firmate recentemente da Viganò c’è quella che ha sancito la legittimità costituzionale dell’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, cancellato dalla legge Nordio del 2024, pur sottolineando gli “indubbi vuoti di tutela penale” lasciati dalla riforma. Il neo-presidente incontrerà la stampa la mattina di lunedì 16 novembre, dopo il suo insediamento. La sua sarà una presidenza breve: il suo mandato infatti scadrà tra pochi mesi, l’8 marzo 2027.

L'articolo Corte costituzionale, Francesco Viganò è il nuovo presidente: il professore scelto da Mattarella prende il posto di Amoroso proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Youssef Siher torna libero: la gip rigetta la richiesta di convalida del fermo e l’applicazione della misura in carcere

Youssef Siher torna libero. È questa la decisione, secondo fonti legali, del gip Tiziana Landoni che ha rigettato la richiesta di convalida del fermo e l’applicazione della misura cautelare in carcere proposta dalla pm Francesca Crupi, titolare dell’inchiesta con il procuratore Marcello Viola. L’ordinanza smonta punto per punto la ricostruzione della Procura: “Ha evocato la ‘disobbedienza civile’, non ha istigato alla violenza”, scrive la giudice. Immediatamente dopo la diffusione della notizia, Giorgia Meloni interviene con un video accusando la gip: “Siher ha organizzato le manifestazioni che hanno portato alle devastazioni”. Ma la premier afferma il falso: la sua pagina social è stata aperta solo dopo gli incidenti, come hanno accertato gli inquirenti.

Il 30enne, amministratore dei canali social del “Movimento 17 ottobre“, è stato fermato il 24 ottobre con l’accusa di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche (quest’ultimo reato introdotto con il decreto sicurezza entrato in vigore poche ore prima del fermo). Il procuratore Marcello Viola e la pm Francesca Crupi avevano chiesto la convalida e l’applicazione della misura cautelare in carcere contestando il pericolo di fuga e il rischio di reiterazione del reato.

Inizialmente presentato da media e commenti dei politici come “l’ideatore” degli scontri e delle devastazioni del weekend precedente a Milano, dalla lettura del decreto di fermo erano emersi numerosi dubbi sulle accuse mosse al 30enne. A partire dal fatto che le pagine social sono state aperte dopo gli scontri (che, infatti, non vengono contestati a Siher). Nonostante questo l’argomento è ancora rilanciato oggi da Meloni. In più, dall’analisi della chat su Telegram, è emerso che solo l’1% dei post era per la violenza (nessuno dei quali condiviso dallo stesso 30enne).

Durante l’udienza di convalida, che si è tenuta martedì nel carcere milanese di San Vittore dove Siher si trova detenuto da sabato scorso, il 30enne si è avvalso della facoltà di non rispondere. I suoi avvocati, Benedetto Ciccarone e Yasmina Abu Sharar, avevano ribadito che il loro assistito “non ha fatto niente. Non c’è stata alcuna condotta istigatoria alle violenze, non c’è il terrorismo, non c’è alcun reato e noi nell’udienza abbiamo contestato le imputazioni dal punto di vista del diritto“, hanno spiegato. Anche per la gip non sussistono gravi indizia di colpevolezza e Siher, per questo, è stato scarcerato.

L'articolo Youssef Siher torna libero: la gip rigetta la richiesta di convalida del fermo e l’applicazione della misura in carcere proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Morte David Rossi, la Dda di Firenze indaga per omicidio: fascicolo aperto anche a Brescia. La figlia: “Finalmente”

Due nuove indagini, una nel capoluogo toscano e una a Brescia, per fare luce sulla morte di David Rossi, l’ex capo comunicazione di Montepaschi di Siena morto il 6 marzo del 2013 dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio di Rocca Salimbeni, nella città toscana. La Direzione distrettuale antimafia di Firenze sta indagando da qualche mese, da quanto si apprende, per omicidio: è la prima volta che succede dopo due indagini della magistratura senese che hanno archiviato la morte di Rossi come suicidio. A riportarlo sono il Corriere della Sera e la Repubblica.

Il lavoro dei magistrati e la pista della ‘ndrangheta

È stata la procura di Siena a inviare gli atti a Firenze, competente sui reati legati alla criminalità organizzata in Toscana, dopo un esposto della moglie di Rossi, Antonella Tognazzi, e della figlia, Carolina Orlandi, che da anni chiedono di indagare per omicidio. I due quotidiani riferiscono anche che ci sarebbe un fascicolo aperto anche alla procura antimafia di Brescia: Mps gestiva un budget di 50 milioni di euro l’anno per le sponsorizzazioni e nel Mantovano Mps sosteneva una squadra di rugby. Poco prima della morte di Rossi ci fu un taglio di una decina di milioni. Si indaga quindi sul movente economico, cercando di capire chi avrebbe beneficiato di quel denaro e se ci fosse l’interesse anche di personaggi legati alla ‘ndrangheta, come alcuni testimoni, ascoltati in Procura tra Firenze e Brescia, avrebbero raccontato. Nel fascicolo di Firenze sono confluiti anche gli atti della commissione parlamentare di inchiesta bis che a marzo scorso aveva presentato la relazione intermedia in cui si escludeva l’ipotesi del suicidio

Dunque, come detto, anche la Direzione distrettuale antimafia di Brescia indaga sulla morte. Il fascicolo è arrivato la scorsa estate sul tavolo della pm Claudia Passalacqua, con l’obiettivo di verificare eventuali legami con la criminalità organizzata nel Mantovano, in particolare nell’area di Viadana, e possibili intrecci con la cosca di ‘ndrangheta Grande Aracri, originaria di Cutro, in Calabria, e da tempo radicata tra Mantovano e in Emilia. Tra gli aspetti da approfondire ci sarebbero alcuni movimenti finanziari. Quello bresciano è uno dei tre filoni investigativi antimafia sulla vicenda, insieme a quelli delle Dda di Firenze e Bologna, che starebbero esaminando contesti e possibili collegamenti differenti.

Le parole dei familiari: “Speriamo si arrivi fino in fondo”

“Finalmente anche per la procura l’archiviazione come suicidio è superata; lo Stato non si divide e contraddice più, è omicidio per tutti“. Lo ha detto Carolina Orlandi, figlia di David Rossi, commentando la notizia dell’apertura da parte della procura antimafia di Firenze di un fascicolo con ipotesi di omicidio per la morte del padre. Orlandi si è sempre battuta contro l’ipotesi del suicidio suffragata dalle indagini della magistratura senese

“Sono 14 anni che speriamo in quello che oggi è finalmente accaduto; speriamo che questa procura, a differenza di altre, vada avanti con l’intento di scoprire ciò che è successo a David”. Lo ha affermato all’Adnkronos Antonella Tognazzi, vedova di David Rossi. “Non conosco gli atti però finalmente si indaga per omicidio che è la giusta parola che andava ipotizzata fin da subito – continua – Per noi oggi è un bel risultato e continuiamo a chiedere che si lavori seriamente per capire cosa gli è successo”.

“Da oltre un anno avevamo depositato la nostra istanza di riapertura e l’avevamo corredata di elementi precisi, dettagliati, fatti che ritenevamo nuovi e assolutamente incompatibili con il provvedimento di archiviazione che era ormai consolidato per suicidio”. A dirlo sempre all’Adnkronos è l’avvocato Carmelo Miceli, legale della vedova di David Rossi e della figlia. Miceli si è detto convinto che gli aggiornamenti “mettono la parola fine sulla parola suicidio- I fatti nuovi che sono stati da noi prodotti e via via prodotti anche dalla Commissione di inchiesta, evidentemente, hanno consentito di superare quel provvedimento”.

L'articolo Morte David Rossi, la Dda di Firenze indaga per omicidio: fascicolo aperto anche a Brescia. La figlia: “Finalmente” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Abderrahim Fakir morto durante un controllo di polizia: “Tre le concause, anche lo schiacciamento”. La relazione dei consulenti della Procura

Non un’unica causa della morte, ma tre concause. Secondo quanto trapela, sono queste le conclusione presenti nella relazione della consulenza tecnica sulla morte di AbderrahimFakir avvenuta 19 luglio scorso durante un intervento di polizia al Pilastro di Bologna. La relazione, nelle mani dei pm della Procura di Bologna, rivela che l’insufficienza respiratoria acuta che ha provocato il decesso del 42enne sarebbe stata causata da tre elementi che hanno contribuito e sono quindi individuati come concause: lo schiacciamento provocato dalla posizione prona del corpo mentre i due poliziotti lo tenevano fermo a terra, l’assunzione di cocaina e problemi cardiaci.

La causa della morte di Abderrahim Fakir è “ascrivibile ad insufficienza respiratoria acuta in soggetto in corso di intossicazione acuta da cocaina (abusatore cronico) e con severa cardiopatia“. Al determinismo del decesso “su base ipossica” hanno contribuito l’agitazione psicomotoria e l’ipertermia (effetto dell’intossicazione acuta da cocaina) nonché la posizione prona“: scrivono così i consulenti dei Pm di Bologna, nelle conclusioni della relazione. Le analisi, poi, “hanno messo in evidenza un esteso quadro traumatico di natura contusiva” che “non ha avuto un ruolo nel determinismo del decesso”.

Spetterà adesso ai magistrati che si occupano del caso – la procuratrice aggiunta Morena Plazzi e i pm Domenico Ambrosino e Francesca Arienti – valutare se la consulenza affidata al pool di esperti, e la relazione di quasi 200 pagine, mette o no una parola definitiva su questo aspetto. I tre magistrati hanno fissato un incontro per mercoledì, in cui si confronteranno per capire come procedere e valutare l’incisività di un dato rispetto ad un altro, per poi passare alla fase successiva.

Le cause del decesso avevano creato uno scontro tra i legali dei familiari della vittima e gli avvocati dei poliziotti. Per Fabio Anselmo, che segue i familiari di Fakir, il quadro emerso dal confronto sarebbe quello di una “morte ipossica da posizione prona”, e ha citato il caso di Riccardo Magherini. Secondo Anselmo la cocaina non avrebbe avuto alcun ruolo: se non quello di aumentare, insieme allo stato di agitazione, il fabbisogno di ossigeno, “di cui è stato privato a causa del mantenimento della posizione prona da parte degli agenti”. Anselmo aveva già ricordato che gli esami tossicologici hanno rilevato circa 300 nanogrammi per millilitro di cocaina, che corrisponderebbe “alla metà della quantità che, per letteratura, può essere causa di morte autonoma”. E aveva sostenuto che “senza la componente asfittica non sarebbe morto”. Diametralmente opposta la lettura di Gabriele Bordoni, che assiste i due poliziotti, dopo il confronto con il proprio consulente, il medico legale Matteo Tudini. “La causa centrale dell’ipossia è la droga”, sostiene. E imputa lo stesso sanguinamento rilevato nei polmoni “all’utilizzo smodato della cocaina”, che per Bordoni sarebbe stata rilevata in un valore “superiore di tre volte alla dose letale”.

Nelle prossime ore si comprenderanno le mosse della procura. Al momento ci sono sei persone iscritte nel registro delle annotazioni preliminare, il cosiddetto “scudo” previsto quando c’è una possibile causa di giustificazione, per omicidio colposo: i due agenti intervenuti per bloccare Fakir e i quattro volontari della Croce Rossa arrivati in via Svevo per soccorrerlo quando stava male. I tempi però stanno per scadere (il 19 novembre) e i pm dovranno decidere se indagare le sei persone coinvolte oppure archiviare le posizioni.

L'articolo Abderrahim Fakir morto durante un controllo di polizia: “Tre le concause, anche lo schiacciamento”. La relazione dei consulenti della Procura proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Inchiesta sulla ricostruzione post sisma, il presidente della Marche Acquaroli: “Basito e amareggiato”. La scelta di Pistarelli “non fu congrua”

“Sono basito, amareggiato e incredulo”. Francesco Acquaroli prende posizione sull’inchiesta della Procura di Ancona che ha acceso i riflettori sulle presunte infiltrazioni criminali e sulle irregolarità negli appalti della ricostruzione post sisma nelle Marche. L’indagine, che ha portato a otto arresti e 51 indagati in diverse regioni, coinvolge anche Fabio Pistarelli, ex capo di gabinetto del presidente, finito ai domiciliari con l’accusa di corruzione.

Da Corridonia, dove il governatore è intervenuto per presentare i dati sulla ricostruzione a dieci anni dal terremoto del 2016, Acquaroli respinge ogni ipotesi di un proprio coinvolgimento e rivendica l’estraneità dell’amministrazione regionale. “Questa indagine riguarda una persona in tutta la regione Marche, ma non ha toccato nessuno all’interno della Regione”, ha dichiarato. E a chi sostiene che il presidente avrebbe potuto sapere, replica: “Chiedo di portarmi una prova che io sapessi. Devo difendere la mia integrità morale e quella delle istituzioni regionali”.

Il governatore ha riconosciuto, tuttavia, di aver commesso un errore nella scelta del suo collaboratore. “Al di là di come finirà l’indagine, era chiaro che quella era stata una scelta che oggi ritengo non congrua. È stato un errore di valutazione”, ha ammesso, escludendo però l’ipotesi di dimissioni: “Lasciare sarebbe la conferma di qualcosa che non c’è e l’ingiustizia più grande che potrei fare a me stesso, alla mia squadra e alla mia comunità”.

Il rapporto con l’ex capo di gabinetto

Acquaroli ha ricostruito il rapporto con Pistarelli, conosciuto negli anni Novanta e scelto nel 2020 per l’esperienza istituzionale e la conoscenza del territorio. Alla fine della prima legislatura, ha raccontato, aveva manifestato al collaboratore alcune criticità rispetto al lavoro svolto. Gli aveva poi chiesto di prolungare l’incarico per tre mesi, durante i quali sarebbero arrivate alcune voci sul suo conto.

“Le trasmisi alla vigilanza del segretario generale della Regione”, ha riferito il presidente, precisando che non ne era stata riscontrata la fondatezza. A quel punto, ha aggiunto, chiese a Pistarelli di fare un passo indietro. Il rapporto professionale si sarebbe interrotto nel dicembre 2025 e, secondo Acquaroli, da allora non ci sarebbero stati altri rapporti di lavoro con la Regione. Il presidente ha espresso fiducia nella magistratura e richiamato la presunzione d’innocenza: “Se una persona ha sbagliato è giusto che sia giudicata e, se condannata, paghi“. Ma ha anche sottolineato che eventuali responsabilità individuali non devono cancellare il lavoro svolto da tanti nel percorso di ricostruzione.

Regione e commissario pronti a costituirsi parte civile

La Regione Marche e la Struttura commissariale per la ricostruzione hanno annunciato che si costituiranno parte civile qualora l’inchiesta dovesse approdare a processo. “Faremo tutto quello che è necessario“, hanno dichiarato il commissario straordinario Guido Castelli e Acquaroli, indicando la tutela degli interessi pubblici e delle famiglie terremotate come una priorità.

Castelli ha espresso indignazione e dolore per quanto emerso, ricordando i risultati raggiunti negli ultimi anni e il ritorno di migliaia di cittadini nelle proprie abitazioni.

Intanto Pistarelli respinge le accuse. Il suo difensore, l’avvocato Gabriele Cofanelli, ha incontrato l’ex capo di gabinetto nel carcere di Montacuto, ad Ancona, e ha avviato l’esame dell’ordinanza di custodia cautelare, composta da oltre 800 pagine. L’interrogatorio è fissato per lunedì 26 ottobre alle 10. La difesa sta inoltre valutando un ricorso al Tribunale del Riesame per chiedere la revoca della misura cautelare, sostenendo che le dimissioni dall’incarico, risalenti a un anno fa, potrebbero ridurre il rischio di inquinamento delle prove.

L’inchiesta dovrà ora chiarire le responsabilità individuali e la portata delle presunte irregolarità negli appalti di una ricostruzione che riguarda migliaia di persone e territori ancora segnati dal terremoto.

L'articolo Inchiesta sulla ricostruzione post sisma, il presidente della Marche Acquaroli: “Basito e amareggiato”. La scelta di Pistarelli “non fu congrua” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌