The Mystery of the “Five Foolish Virgins”: These Giant Stones Have Marked a Roman-Era Grave in Norway for 1,700 Years






Esiste un’Italia politica distinta dall’Italia elettorale? E poi come facciamo a leggere e interpretare il magma di opinioni, giudizi e pregiudizi, rabbie, paure e – perché no? – speranze che la politica condensa, guida (o da cui è guidata) e che, talvolta, fa fatica a capire? Pensiamo ai sondaggi quotidiani che si spostano dello zero virgola, ma non sappiamo cosa c’è dietro, quali sentimenti, ansie ed emozioni vi si nascondano o vi esplodano. E poi ci sorprendiamo che i sondaggi non siano predittivi.
L’Anima Politica degli Italiani 2 – il lavoro di ricerca che la Fondazione Libertà Eguale e la Fondazione Magna Carta hanno commissionato a Sociometrica e FieldCare – cerca di scandagliare il gioco perpetuo tra il magma e lo sbocco elettorale: il primo fa sentire tutto il suo peso in maniera spesso indistinta, impolitica, confusa e contraddittoria, e il secondo, da un lato, assorbe il movimento del magma e, dall’altro, lo alimenta, o cerca di farlo. Detto in poche parole: qual è la mente politica italiana, qui e ora?
Prima di entrare nel merito delle cose, è necessaria una disclosure: chi scrive è l’autore della ricerca. Il che, se da un lato è un bene, perché sicuramente conosce l’argomento, dall’altro può contenere dei bias interpretativi. Poco male, perché i dati sono disponibili nella loro interezza, come il report (www.fieldcare.it; www.antoniopreiti.it; www.animapolitica.it) e ciascuno può farsi un’idea.
C’è una distanza, in Italia, che nessun sondaggio sulle intenzioni di voto riesce a misurare: quella fra il tono del dibattito politico e il tono dell’opinione pubblica. Il primo è polarizzato, costruito sulla contrapposizione permanente; la seconda, quando la si interroga sul merito delle questioni, è molto più misurata di quanto la sua rappresentazione lasci credere.
Il dato che riassume tutto è uno. Soltanto il 15,6 per cento degli italiani desidera «una netta e continua contrapposizione» fra centrodestra e centrosinistra. Due terzi (66,2 per cento) vogliono che gli schieramenti continuino a competere, ma trovando un accordo sulle questioni fondamentali di interesse nazionale. Fra chi esprime un’opinione, chi vuole lo scontro permanente è meno di uno su cinque. La polarizzazione, insomma, è soprattutto delle élite, dei talk show e della comunicazione politica, non dei cittadini.
La novità di questa edizione sta nel metodo prima che nei numeri. Finora si è letta l’opinione pubblica una domanda alla volta; qui, per la prima volta, le posizioni espresse su quindici temi – dall’Ucraina all’immigrazione, dalla sicurezza alla legge elettorale – sono state considerate tutte insieme, chiedendo quanti e quali «tipi» di cittadini esistano davvero. È la logica della cluster analysis: non raggruppa le persone per quello che dichiarano di essere, ma per quello che pensano, e lascia che siano i dati a disegnare i confini. Ne escono cinque anime politiche: i moderati di governo (36,8 per cento), i progressisti europeisti (21,8 per cento), i sovranisti securitari (20,1 per cento) e poi due aree di distanza dal dibattito – la periferia chiusa (13,3 per cento) e i silenziosi (7,9 per cento) – che insieme valgono un quinto del Paese. I nomi sono «evocativi», i contenuti saldi.
Il gruppo decisivo è il primo. I moderati di governo sono la maggioranza relativa degli italiani e il baricentro dell’opinione pubblica: su ogni tema scelgono la posizione intermedia – immigrazione «controllata e selettiva», pene «più severe» ma non «leggi durissime», equilibrio fra tasse e servizi spendendo meglio, atlantismo senza rinunciare all’Europa – e quasi mai rispondono «non so». Sono lontani dalle polarizzazioni per temperamento, non per disinteresse: sono anzi il gruppo più informato e più certo di andare a votare (77 per cento). Ed è qui che emerge il punto politicamente più sensibile dell’intera ricerca: in questo gruppo il 48 per cento si colloca nel centrodestra o nella destra e il 26 per cento nel centrosinistra o nella sinistra.
Sul fronte internazionale il risultato più netto è l’ancoraggio all’Europa. Di fronte a un ordine mondiale sconvolto e a un alleato americano che mette in discussione la propria garanzia, quattro italiani su dieci (39,8 per cento) vogliono un’Italia «totalmente con l’Europa, in totale autonomia da chiunque», il doppio di chi sceglie l’opzione atlantica tradizionale; le opzioni filo-russa e filo-cinese, sommate, non arrivano al 3,5 per cento. Non è l’atlantismo della Prima Repubblica e non è l’euroscetticismo sovranista degli anni Dieci: è un europeismo autonomista che la presidenza di Donald Trump ha accelerato e che legge l’Europa come contenitore della sovranità nazionale in un mondo divenuto ostile.
Lo stesso vale per la difesa. Una maggioranza assoluta (60,6 per cento) vuole una politica di difesa comune europea – tre favorevoli per ogni contrario – e il consenso è trasversale: ciò che cambia da sinistra a destra non è il «se» ma il «come», più autonomista a sinistra, più atlantico a destra. Un tema che per decenni è stato da addetti ai lavori è diventato una domanda di opinione pubblica.
Sull’Ucraina il quadro è coerente e insieme più sfumato. Sul piano del giudizio prevale il riconoscimento delle ragioni di Kiev: il 43,2 per cento sta con l’Ucraina e sui soli rispondenti si arriva alla maggioranza assoluta. Sul piano dell’azione prevale la prudenza: la modalità più scelta è un sostegno «prevalentemente economico, umanitario, energetico», con aiuti militari limitati (30,4 per cento). È una prudenza, va detto, soprattutto dei ceti meno istruiti: fra i laureati la disponibilità a un sostegno militare sale al 37 per cento. Qui il punto dirimente non è tanto sulle ragioni del conflitto, su cui le posizioni sono chiare e favorevoli alla difesa dell’Ucraina, quanto sui «pericoli di guerra» di natura generale e indistinta. Questa prudenza, però, non nasce da una sottovalutazione del pericolo. Due terzi degli italiani (65,7 per cento) considerano la Russia una minaccia per l’Europa, e la modalità più frequente è quella del pericolo «serio ma non immediato» (33,3 per cento).
Se sul fronte esterno gli italiani sono misurati, su quello interno la sicurezza è il tema su cui hanno le idee più chiare e più severe. La quota di non risposte è la più bassa dell’intera indagine; sei intervistati su dieci (59,6 per cento) chiedono pene più dure e la modalità più radicale – «leggi durissime e molto più carcere», anche per la criminalità minore – è la singola risposta più scelta, non una posizione di frangia. La tesi che l’allarme sia esagerato è sostenuta dall’1,4 per cento: praticamente nessuno.
Il dato più istruttivo è chi chiede severità. L’allarme cresce in proporzione inversa all’istruzione – l’area «repressive» è al 70 per cento fra chi ha la licenza elementare o media, al 44 per cento fra i laureati – e tocca il suo massimo fra le casalinghe (77 per cento) e fra chi cerca lavoro (70 per cento). Non è l’esposizione al rischio statistico a generare la paura, ma la vulnerabilità percepita: la domanda di sicurezza è una domanda di protezione dello spazio di prossimità – la casa, il quartiere, la scuola dei figli – formulata da chi, non avendo altre risorse di difesa, affida interamente allo Stato la propria tutela. È la «cultura del controllo» delle società tardo-moderne, nella quale la domanda di pena cresce indipendentemente dall’andamento reale dei reati; ed è, insieme, una domanda sociale prima che ideologica.
Sull’immigrazione la risposta è più articolata di quanto il dibattito lasci intendere. Non prevale l’opzione «accogliamoli tutti», che raccoglie il 2 per cento; non prevale la chiusura totale – «non fare entrare nessuno», 14,7 per cento – e tanto meno ha spazio l’idea di una remigrazione. Prevale, con quasi la metà del campione (46,8 per cento), l’ingresso «controllato e selettivo, in base alle esigenze del Paese»: una gestione regolare e regolata dei flussi, che tutte le aree politiche condividono, dal 37 per cento della destra al 62 per cento del centrosinistra. Il baricentro è certamente spostato verso la restrizione e la legalità dell’ingresso è il criterio di giudizio più stringente: per sei italiani su dieci arrivare illegalmente è di per sé un motivo di respingimento, sia pure per metà con eccezioni umanitarie per chi fugge dalla guerra. La norma è rigida, la sua applicazione è umana. Ma la domanda di fondo è di governo del fenomeno, non di muri né di porte spalancate.
È qui che i fili si riannodano. Quando si chiede agli italiani su quali temi centrodestra e centrosinistra dovrebbero soprattutto trovare un’intesa, la graduatoria è eloquente: la sicurezza al primo posto (42,6 per cento), con oltre dodici punti di vantaggio; poi immigrazione (29,9 per cento) e giustizia (29,7 per cento) appaiate, quindi ambiente ed energia (24,0 per cento), politica estera ed Europa. Chi non vede alcun terreno d’intesa è lo 0,4 per cento: praticamente nessuno pensa che non ci sia nulla su cui accordarsi.
La graduatoria è significativa perché i temi su cui si chiede l’accordo sono esattamente quelli su cui lo scontro fra gli schieramenti è più acceso. Gli elettori chiedono la de-politicizzazione delle questioni che percepiscono come problemi da risolvere, non come alternative fra cui scegliere: la sicurezza, l’immigrazione, il funzionamento della giustizia. Non è una domanda di grande coalizione né di consociativismo – la modalità preferita è il conflitto come regola e l’accordo come eccezione – ma una domanda di responsabilità condivisa sulle questioni di sistema. E la sua base sociale è precisamente quel gruppo dei moderati di governo, trasversale alle coalizioni.
Messo insieme, il quadro racconta un Paese attraversato da una grande apprensione. Apprensione per un mondo divenuto ostile, in cui la garanzia americana non basta più e la Russia è avvertita come una minaccia seria; apprensione per la criminalità quotidiana, sentita con più forza proprio da chi ha meno strumenti per difendersi; apprensione per un’immigrazione che si vuole governata e non subita. Ma a questa apprensione non corrisponde, negli elettori, la febbre che anima il dibattito pubblico. Gli italiani chiedono misura dove la politica offre contrapposizione.
È, in fondo, una domanda di saggezza: la richiesta che chi governa e chi si oppone sappiano distinguere ciò su cui è giusto dividersi da ciò su cui è doveroso convergere. Questa domanda ha oggi una maggioranza relativa che la esprime – i moderati di governo – e ha un’inclinazione, verso il centrodestra, che la sinistra farebbe bene a non considerare irreversibile. Ma resta, nei dati, una domanda ancora inevasa: nessuna offerta politica l’ha interamente intercettata, e lo spazio fra ciò che gli elettori chiedono e ciò che la politica propone è forse la misura più precisa della distanza che separa, oggi, il Paese reale dalla sua rappresentazione.
Qui “L’Anima Politica degli Italiani 1”.
L'articolo Due italiani su tre vogliono accordi proprio sui temi che dividono destra e sinistra proviene da Linkiesta.it.

Domenica scorsa, alla Nuvola dell’Eur, l’Assemblea nazionale del Partito democratico ha prorogato all’unanimità il mandato della segretaria nel caso in cui la scadenza cada in un anno di elezioni politiche. E ha approvato un ordine del giorno che stabilisce che, se ci saranno primarie di coalizione, il Pd presenterà una sola candidata: Elly Schlein. Su questo secondo punto i voti sono stati 578 a favore e 3 contrari; 26 gli astenuti. E gli astenuti sono i riformisti: a spiegarne le ragioni, a nome dell’area, è stato Lorenzo Guerini. Quella scelta, secondo la minoranza, forza lo statuto del partito.
Il 24 e 25 ottobre, nell’aula magna del Centro Studi «Città di Orvieto», quella stessa area si ritrova fuori dal perimetro del Nazareno, insieme a pezzi di riformismo che nel Pd non sono mai entrati o ne sono usciti. Libertà Eguale e Base Italia tengono congiuntamente le loro assemblee nazionali con un titolo che, letto dopo le ultime vicende, suona quasi come una replica: «Riformisti, un passo avanti» – lungi comunque dal voler essere un regolamento di conti interno, piuttosto un rilancio.
Orvieto è da più di venticinque anni la casa di Libertà Eguale, l’associazione di Enrico Morando, Stefano Ceccanti, Giorgio Tonini e Claudia Mancina, nata dall’incontro tra la tradizione migliorista del Pci, il cattolicesimo democratico e il socialismo riformista. È il luogo in cui, edizione dopo edizione, la sinistra di governo ha discusso di riforme istituzionali, di mercato e di Europa senza il riflesso condizionato della demonizzazione dell’avversario.
La novità di quest’anno è la presenza di Base Italia, start-up civico-politica coordinata da Marco Bentivogli, che porta l’esperienza di un riformismo cresciuto fuori dai partiti, tra mondo del lavoro, innovazione e attivismo politico continuo. In sostanza, il riformismo italiano, ancora frammentato in correnti, associazioni e sigle, prova a darsi un’infrastruttura comune.
Il programma delle giornate va letto come architrave politico. I quattro focus tematici del weekend coincidono, presi singolarmente, con i nodi su cui l’alleanza progressista è più fragile, che rischiano di diventare vere e proprie fratture. Si comincia sabato mattina con l’Ucraina, con Paolo Gentiloni, Lia Quartapelle e Tonini. Il sostegno a Kyiv in apertura, nel momento in cui la coalizione alternativa a Giorgia Meloni tiene dentro sensibilità molto distanti sulla politica estera e sulla difesa europea, significa dire che per i riformisti la collocazione internazionale dell’Italia è precondizione, ben oltre l’idea di un capitolo da negoziare a valle del programma.

Nel primo pomeriggio, focus sulle istituzioni, moderato da Emilia Patta. Tavolo con Peppino Calderisi, Ceccanti, Cesare Salvi e Marcello Pera. Dibattito tra esperti che arriva in una fase in cui la maggioranza ha approvato la sua riforma elettorale, sulla quale la Corte costituzionale è attesa a pronunciarsi entro la fine di gennaio. Proprio sulle regole, l’opposizione ha spesso scelto la battaglia a prescindere, a volte fuori dalla concretezza delle cose. Orvieto prova a rivendicare un’altra postura: quella di chi le riforme le contesta nel merito perché ha una propria idea di come dovrebbero essere fatte, di come migliorarle.
A pomeriggio inoltrato, si parla di energia con Federico Testa e Carlo Stagnaro, con le conclusioni di Morando. Domenica mattina tocca al governo dell’economia, con Bentivogli, Sandro Trento, Marco Leonardi e Giorgio Gori, con chiusura finale affidata a Mancina. Energia ed economia sono i due terreni su cui la distanza tra una sinistra che inizia dalla redistribuzione e una che parte da crescita e opportunità diventa una caratterizzazione di policy: costi e sicurezza degli approvvigionamenti, produttività, salari, politica industriale.
Orvieto, in ogni caso, si pone l’obiettivo di non offrire soltanto una proposta, ma ancor più un metodo. Il riformismo, prima di essere un’etichetta di collocazione, è un modo di costruire le scelte pubbliche. Si parte dai problemi e non dalle appartenenze, si mettono le soluzioni alla prova dei numeri e della fattibilità, si accetta il confronto con chi la pensa diversamente, avversario compreso – perché una riforma che non regge alla critica non regge nemmeno alla prova del governo.
Ogni focus ha un perimetro definito, i relatori sono scelti per competenza, ai tavoli siedono anche voci lontane dal centrosinistra. È un metodo esportabile, ed è forse ciò di cui l’alternativa a Meloni ha più bisogno. Un cammino per arrivare a un programma che regga l’urto della realtà.
Il secondo elemento riguarda chi propone. Un’iniziativa nata per allargare non può sorgere dentro un partito né attorno a un leader. Chi parte da una sigla o da un nome chiede agli altri di aderire, più che di contribuire. Per essere credibile, deve nascere da realtà dell’associazionismo, dall’attivismo di terzo settore, pur con una caratterizzazione politica evidente e rivendicata. Sono le sole in grado di funzionare da piattaforme programmatiche, luoghi in cui le idee circolano oltre i personalismi e gli ego che da anni paralizzano l’area riformista, condannandola a moltiplicare le sigle invece di sommare i consensi. Che Libertà Eguale e Base Italia abbiano scelto di presentarsi come quel che sono, e cioè associazioni, invece che di conformarsi all’ennesimo cantiere di un nuovo partito, è da questo punto di vista la scelta più politica di tutte.
Poi c’è un tema che non è in scaletta, ma che tutti avranno in testa. Lo dice esplicitamente Ceccanti, vicepresidente di Libertà Eguale: oltre ai focus tematici, a Orvieto ci sarà «una riflessione in positivo sul percorso delle forze di opposizione verso una credibile alternativa di governo. Sarebbe funzionale a questo percorso una primaria in tempi ragionevolmente brevi, a doppio turno, col coinvolgimento di tutte le anime del centrosinistra nel loro pluralismo, di cui vari leader devono rappresentare la sintesi».
In tempi ragionevolmente brevi, mentre il Nazareno ragiona su un calendario che porta le primarie a dopo la sentenza della Consulta. A doppio turno, la formula che il Movimento 5 Stelle rifiuta e che il Pd non ha ancora fatto propria. Tutte le anime, all’indomani di un voto che ha ridotto l’anima riformista del Pd a un’astensione di fondo. Altro che tecnicismi: con più candidature in campo, il doppio turno è il meccanismo che consente a un’area minoritaria ma decisiva di pesare due volte, al primo turno con una proposta propria, al secondo indirizzando i propri voti tra i due contendenti principali.
È qui che la composizione della platea si arricchisce. Tra gli interventi previsti ci sono Enzo Bianco, Franco Debenedetti, Benedetto Della Vedova, Graziano Delrio, Piero Fassino, Elisabetta Gualmini, Guerini, Raffaella Paita e Walter Verini. Esponenti dem, di +Europa, di Italia Viva, di Azione. Un riformismo che attraversa i partiti di coalizione e opposizione, invece di abitarne uno solo, dove Orvieto diventa arena comune del riformismo.
«Guardando alla realtà, vedo purtroppo accrescersi la distanza tra le posizioni prevalenti nel centrosinistra di governo europeo (di cui il Pd fa parte) e quelle della costruenda coalizione italiana. Teniamo ora l’Assemblea di Orvieto per tentare una riconciliazione con queste posizioni. Il momento per provare è adesso», spiega a Linkiesta Enrico Morando, presidente di Libertà Eguale. «Vogliamo insistere per la massima apertura della coalizione sia sul tema della leadership, sia sul terreno programmatico. Una ricerca promossa da Libertà Eguale, in collaborazione con Magna Carta, dimostra che una parte significativa dell’elettorato di centrosinistra si ispira a obiettivi di governo, capaci di realizzare un cambiamento radicale. Se la coalizione si chiude, presentandosi confinata nel segmento della sinistra identitaria, limita le proprie concrete possibilità di vittoria. Aprire sia le primarie per la leadership, sia il lavoro programmatico a tutte le diverse energie è il nostro obiettivo. Ed è la condizione per vincere».
Il riformismo, insomma, si organizza e va organizzato. È la promessa giusta, e anche quella più difficile da mantenere. I riformisti italiani hanno avuto raramente un problema di idee; hanno però avuto a lungo un problema di consenso, di radicamento, di capacità di trasformare la qualità delle proposte in voti e in rapporti di forza. La differenza, questa volta, la farà la capacità di uscire dalla due giorni con qualcosa che somigli a un’idea da percorrere. Una direzione comune su Europa, istituzioni ed economia, una posizione di sintesi sulle regole delle primarie, magari un’indicazione su chi debba portarla.
Il centrosinistra che ha deciso alla Nuvola di semplificarsi attorno a una leadership avrà bisogno, per vincere, di chi parla agli elettori che quella leadership non intercetta. Se Orvieto saprà diventare quel ponte, il passo avanti potrà imprimere davvero un cambio di marcia importante.
I lavori saranno trasmessi in diretta da Radio Radicale.
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L’autunno è una stagione interessante per scoprire Siusi allo Sciliar (Seis am Schlern) e i suoi dintorni. I boschi cambiano colore, i paesi ritrovano ritmi più tranquilli e le giornate ancora miti invitano a passeggiare tra prati e piccoli centri abitati. Questa zona dell’Alto Adige, ai piedi dell’Alpe di Siusi (Seiser Alm), offre anche diverse occasioni per conoscere le tradizioni gastronomiche locali.
Non occorre necessariamente programmare lunghe escursioni: una vacanza può essere l’occasione per visitare i borghi, assaggiare le specialità del territorio e concedersi qualche momento di riposo.
Un soggiorno tra buona cucina e benessere
La scelta dell’albergo contribuisce a rendere piacevole una vacanza autunnale, soprattutto quando offre spazi nei quali rilassarsi dopo le visite e le passeggiate.
Chi cerca un hotel 3 stelle nell’Alpe di Siusi con piscina può prendere in considerazione il Parc Hotel Florian, situato a Siusi allo Sciliar, ai piedi dell’altopiano. La struttura dispone di un ampio parco privato, di una piscina all’aperto e di un’area benessere con sauna e altri spazi dedicati al relax.
Un ruolo importante è riservato anche alla gastronomia, con una cucina che propone specialità altoatesine e piatti mediterranei, accompagnati da una selezione di vini.
Siusi, Castelrotto e Fiè allo Sciliar
Siusi allo Sciliar è un buon punto di partenza per esplorare questa parte delle Dolomiti. Il paese conserva un’atmosfera raccolta e permette di raggiungere facilmente altre località interessanti.
A pochi chilometri si trova Castelrotto, con il suo centro storico, le case dalle facciate decorate e l’imponente campanile della chiesa parrocchiale. Vale una visita anche Fiè allo Sciliar, conosciuta per il suo nucleo storico e per il vicino Castel Presule, uno dei complessi castellani più caratteristici della zona. Sono luoghi che meritano di essere visitati senza fretta, lasciando spazio anche a una sosta nei caffè e nelle piccole attività locali.
Chi preferisce trascorrere del tempo all’aperto può scegliere tra passeggiate nei dintorni dei paesi e percorsi panoramici, valutando sempre le condizioni meteorologiche e l’eventuale presenza di neve in quota.
Il Törggelen e i sapori dell’autunno
Tra le tradizioni altoatesine più legate a questo periodo figura il Törggelen, un’usanza che invita a ritrovarsi nelle locande e nei masi per gustare i prodotti della stagione.
Il menu comprende generalmente specialità contadine, come canederli, zuppe, carne affumicata e crauti, accompagnate dal vino nuovo. A fine pasto non mancano spesso le castagne arrostite e i dolci fatti in casa.
Nella zona dello Sciliar vengono organizzate anche escursioni e degustazioni dedicate a questa tradizione. Prima di partecipare è comunque opportuno verificare le date delle iniziative e l’apertura delle strutture.
L’Alpe di Siusi verso la stagione sciistica
Con l’arrivo dell’inverno, l’Alpe di Siusi si prepara ad accogliere gli appassionati degli sport sulla neve. L’apertura della stagione sciistica è prevista per i primi giorni di dicembre, con attività programmate fino all’inizio di aprile.
Il comprensorio offre circa 63 chilometri di piste, in prevalenza facili e di media difficoltà, particolarmente apprezzate dalle famiglie e da chi desidera sciare senza affrontare tracciati troppo impegnativi.
Un’opportunità in più per chi sceglie questa zona dell’Alto Adige, dove alle passeggiate autunnali subentrano gradualmente le varie attività invernali.
L'articolo Autunno ai piedi dello Sciliar: passeggiate, tradizioni e benessere su Vanilla Magazine scritto da Antonio Pinza








