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Thuram punge dopo il rigore negato: “Gli arbitri pensano che simulo”. Chivu: “Non voglio vedere chi piange per gli errori arbitrali”
Sette minuti di pazza Inter a San Siro bastano per ribaltare la Fiorentina. I gol di Marcus Thuram e Piotr Zielinski salvano l’Inter ma anche il designatore Orsato: come accaduto sabato sera con il rigore solare negato a Frattesi (ma senza polemiche per via della vittoria della Lazio), anche oggi i tre punti nerazzurri attutiscono il rumore intorno a un episodio che altrimenti avrebbe fatto molto discutere. Al 69esimo, infatti, quando la Fiorentina era avanti 1 a 0, Thuram reclama un calcio di rigore per un contatto con Vieri, ma per l’arbitro Mariani non ci sono gli estremi per la concessione del penalty. Le immagini mostrano chiaramente il fallo del difensore viola, ma il VAR Fabbri decide di non intervenire.
Tutti i moviolisti, da Marelli a Calvarese, concordano sul fatto che fosse rigore. E a fine partita lo stesso Thuram è tornato sull’episodio: “Ogni volta l’arbitro pensa che ho simulato, ho preso giallo a Bologna e hanno detto che era rigore. Oggi ancora, l’errore ci sta, io devo continuare a puntare l’avversario, poi fischieranno il rigore come è successo oggi”. Il primo riferimento è a Bologna-Inter, altro rigore negato ai nerazzurri dopo il fallo di Darmian, con la beffa del cartellino al francese per simulazione. Il secondo riferimento è al rigore poi assegnato da Mariani nel recupero, quello che ha consentito a Zielinski di completare la rimonta.
“Alla fine siamo stati premiati perché nonostante lo svantaggio abbiamo mantenuto la calma e la lucidità. Faccio i complimenti ai miei, hanno creato e cercato di portare a casa la vittoria. Sono partite che non sono semplici per me e per loro. Oggi meritavamo, lo avrei detto anche se perdevamo”, ha commentato Cristian Chivu, tecnico dell’Inter, a Dazn al termine del match. Chivu ha chiuso così riguardo le proteste per il rigore negato: “Ho sempre detto che le gare durano 90 minuti, non voglio vedere gente che si piange addosso o si lamenta per le decisioni arbitrali. Voglio vedere gente che ci crede e reagisce”. È la ricetta delle rimonte.
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Lazio prima e imbattuta, Gattuso ha ragione? La difesa è da scudetto, ora resta un solo grande dubbio
Chissà se ha ragione Gennaro Gattuso, quando dice la sua Lazio lassù non c’entra niente. “C’è stata grande mentalità”, ha dichiarato nel post-partita della gara contro il Parma, finita 2-1 ma dominata in lungo e in largo dalla sua squadra che, in otto partite, ha totalizzato 22 punti senza perderne manco una. “È una questione di mentalità”, ha continuato, “e il nostro step siamo riusciti a farlo dopo la partita contro la Juventus”. Cosa vuol dire? Che quel 3-0 all’Allianz Stadium ha dato una consapevolezza tutta diversa a Zaccagni e compagni. E una solidità che a questa squadra mancava davvero da tanto tempo.
A proposito di solidità, serve subito un numero: 5, i gol subiti finora. La Lazio è la miglior difesa del campionato e non lo è solo perché ha ritrovato un Mandas quasi incommentabile per la sua efficacia. I numeri raccontano di una solidità difensiva che si può misurare con un dato: gli expected goal concessi, appena 0.76 a partita. È un numero impressionante, che dopo otto partite non può essere più casuale: la Lazio concede poco, quasi nulla, ed è da qui che è partita la sua forza nel costruire un primato che sembra, gioco di parole incluso, in realtà molto solido.
Vero, la squadra è meno brillante quando si tratta di costruire occasioni. Con 1,35 expected goal prodotti a partita, il gruppo di Gattuso è soltanto undicesimo, lontano soprattutto dall’Inter, che raggiunge quota 2,76, e dalla Roma, a 2,01. Anche il possesso palla, al 50,7%, colloca la squadra a metà classifica. Il dato suggerisce che il primato non sia frutto di una superiorità costante nel gioco, ma della capacità di massimizzare le occasioni create e difendere il vantaggio. Tradotto: poche azioni, ma molto buone.
Gli altri aspetti? Il dominio del campo. È solida, la Lazio, ma non è del tutto dominante: è ultima per percentuale di duelli vinti, appena il 45,1%, e per recuperi alti, soltanto 12. Non brilla neppure nei duelli aerei e nella precisione dei cross. Anche la difesa sulle palle inattive avversarie rappresenta un punto debole: gli xG concessi in queste situazioni sono 0,54 a partita, un dato che la colloca al diciassettesimo posto.
Se c’è da migliorare, e Gattuso sembra averlo ben chiaro in testa, è su questo che si dovrà insistere: la Lazio sa difendere l’area e limitare le occasioni avversarie, ma deve ancora riuscire a essere efficace soprattutto in fase di creazione. Perché è vero che segna, ma potrebbe farlo di più se riuscisse a creare un numero quantitativamente superiore di occasioni. Il vero punto interrogativo è questo: quanto reggerà? La solidità è un dato di fatto, ed è anche una questione strutturale. Che sembra molto buona. La produzione offensiva è il vero limite. E forse su questo Gattuso ha ragione, magari anche esagerando un po’: “La Lazio là in testa non c’entra nulla”. Ma per molti altri aspetti, invece sì. E la fortuna, in questo caso, non è protagonista.
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L’Inter ribalta la Fiorentina nel recupero e torna in testa: è la quinta rimonta stagionale | La nuova classifica
Prima Thuram al 91esimo, poi Zielinski al 97esimo: l’Inter rimonta (ancora) in Serie A e ribalta la Fiorentina dopo esser stata sotto per gran parte del secondo tempo. I nerazzurri che ai punti meritavano di più sullo 0-1 per la formazione viola, hanno vinto per 2-1 grazie alle reti del solito attaccante francese e del polacco su calcio di rigore fischiato dall’arbitro, proprio per fallo su Thuram. A portare in vantaggio la Fiorentina era stato un super gol di Alex Jimenez al 65esimo, con una botta da fuori all’incrocio dei pali.
Dopo un tempo e mezzo di pressione e un De Gea in versione paratutto, i viola erano riusciti a passare in vantaggio con una grande conclusione da fuori del suo terzino. Poi al 91esimo Thuram ha riaperto tutto con un diagonale velenoso dopo una giocata in solitaria. Al 97esimo Mariani concede il rigore ai nerazzurri per una trattenuta di Valdepenas su Thuram. Dagli 11 metri si presenta appunto Zielinski che non sbaglia con una botta precisa sotto l’incrocio. L’Inter aggancia la Lazio al primo posto in classifica e allunga sulla Roma, la Fiorentina è 18esima a quattro punti, in piena zona retrocessione.
Per i nerazzurri è la terza partita vinta in rimonta a San Siro dopo quelle contro l’Udinese e il Napoli, ma in quel caso la squadra di Chivu era sotto addirittura 0-2. Un successo importantissimo, che arriva al termine di una settimana che ha vinto i nerazzurri vincere in rimonta a Bologna prima in campionato, poi in 10 uomini contro lo Shakhtar e adesso appunto contro la Fiorentina. Morale alto per la formazione di Cristian Chivu, che mercoledì torna in campo nell’infrasettimanale contro il Venezia in trasferta. Intanto Chivu si gode la quinta rimonta stagionale dopo quelle contro Udinese, Napoli, Bologna e Roma (unica partita in cui la rimonta da 0-2 si è fermata sul 2-2).
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“Per la prima volta in 25 anni non sono lucido”: la furia di Allegri e quella frase contro la Roma. A Trigoria ora si aspettano provvedimenti
“Ditelo voi se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, io stasera non sono nelle condizioni per la prima volta di elargire delucidazioni sulla partita”. Quando Max Allegri si presenta ai microfoni di Dazn per analizzare lo spettacolare 3 a 3 tra il suo Napoli e la Roma, la rabbia e la tensione sono tutt’altro che smaltiti. Il tecnico è furioso, tenta quasi di abbandonare l’intervista e dice: “Non sarò molto lucido nell’analisi della gara per questo. In 25 anni posso fare un errore anch’io“. Il suo nervosismo è dovuto certamente all’ennesima vittoria mancata: il Napoli era avanti 2 a 0, si è fatto rimontare, poi ha segnato con McTominay il gol del 3 a 2 e ha subito da Balerdi la rete del definitivo pareggio. Ma dietro la furia di Allegri c’è anche altro: il rosso ricevuto proprio a fine gara, ma anche un dente avvelenato nei confronti della Roma, stando ai retroscena sulle sue parole lontano dai microfoni.
Davanti alle telecamere, Allegri si è sfogato soprattutto per l’espulsione: “Il quarto uomo ha richiamato l’arbitro, che mi ha cacciato fuori. Non avevo detto nulla, ormai è andata e dispiace. La prossima volta mi siedo in panchina e non mi muovo più. Ogni volta che mi muovo vengo buttato fuori, l’anno scorso mi hanno anche dato 80mila euro di multa“. Il rosso è arrivato subito dopo il gol del pareggio giallorosso, ma Allegri nega di aver detto qualcosa contro l’arbitro: “Gli altri fanno di tutto. Ringrazio Saccani (ma era Sacchi il quarto uomo, ndr). Per il resto, tanti complimenti ai ragazzi per questa partita, giocando con questo spirito sicuramente risaliremo la classifica“.
La classifica dice però che oggi il Napoli è fermo a quota 11 punti, esattamente la metà rispetto alla testa della Serie A. La rabbia di Allegri però sedimenta sopra al risentimento per come è finita la passata stagione: “L’anno scorso vi hanno messo la Champions in tasca ed ho pagato io con il Milan“. Sarebbe questa la frase urlata dal tecnico nei corridoi del Maradona, stando a quanto riportato da diversi quotidiani sportivi. Le sue parole infatti si sarebbero sentite anche in sala stampa.
Allegri fa ovviamente riferimento all’epilogo del precedente campionato, quando era sulla panchina del Milan e si fece recuperare 8 punti in 5 giornate dalla Roma di Gasperini, fallendo l’accesso alla Champions. Ci fu qualche polemica arbitrale – in primis per la rimonta dei giallorossi contro il Parma, viziata da un rigore alquanto generoso – ma nulla che lasciasse presagire a distanza di mesi uno sfogo così importante. Anche a Trigoria sono rimasti stupiti e irritati. Secondo quanto fatto trapelare, sia Gasperini sia i Friedkin ritengono inaccettabili le accuse di Allegri su presunti favori arbitrali. Per questo, il club ora si attende dei provvedimenti da parte della giustizia federale.
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Milan decimato: si fermano per infortunio anche Gila, Rabiot e Moreira. Amorim in emergenza
Cattive notizie per il Milan che parte per la trasferta di Udine senza Mario Gila, Adrien Rabiot e Diego Moreira. Un’ecatombe che costringe il tecnico Ruben Amorim a stravolgere l’undici titolare che aveva in mente per la sfida contro l’Udinese. Per i rossoneri in teoria è una trasferta abbordabile, vista la crisi dei friuliani di Kosta Runjaić. Le assenze però potrebbero complicare i piani.
Il difensore spagnolo ha riportato un’infiammazione da sovraccarico alla caviglia sinistra, mentre Rabiot e Moreira sono alle prese con un affaticamento, rispettivamente, al polpaccio destro e al flessore sinistro. Oltre a loro tre, sono fermi per un infortunio anche Gabbia, Chukwueze e Saelemaekers. Inoltre, sono in dubbio pure Pavlovic e Loftus-Cheek.
Il serbo dovrebbe stringere i denti, per giocare in coppia con De Winter e lasciare Tomori a sinistra al posto di Gila. A completare la difesa sarà Bartesaghi. In mezzo scelte quasi obbligate: Musah e Modric con Jashari. In attacco il tridente resta potenzialmente il migliore a disposizione di Amorim: Pulisic e Cisse dietro a Ramos. Le alternative a gara in corso sono però limitate all’osso: Hutchinson e Camarda.
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Voto Figc, in Serie A spunta l’ipotesi Galliani per sfidare Malagò. Lui replica: “Sto chiamando tutti i presidenti uno per uno, ne ho sentiti già tredici”
Giovanni Malagò candidato unico e di conseguenza ri-eletto alla presidenza della Figc non è più così scontato. Dopo il commissariamento della Federazione, con lo stesso Malagò commissario, le prossime date cerchiate sul calendario sono il 4 novembre – termine ultimo per le candidature – e il 14 dicembre, quando si ri-voterà per il presidente della Federazione italiana giuoco calcio. La rielezione di Malagò è ovviamente l’ipotesi più probabile, ma nelle stanze della Serie A – come riportato da La Gazzetta dello Sport – a sorpresa potrebbero sostenere un altro nome: Adriano Galliani, dirigente che non ha bisogno di presentazioni visti i risultati ottenuti con il Milan da direttore sportivo e con il Monza da amministratore delegato. Ed è stato anche nella “politica del pallone”, visto che è stato anche presidente della Lega di A dal 2002 al 2006, vice dal 2013 al 2017. E stesso ruolo nella Lega di B da gennaio 2021 a giugno 2022. Tutto perché i club hanno lamentato una scarsa condivisione delle scelte: dal commissario tecnico (volevano Antonio Conte e non Mancini) al capo delegazione, con Diana Bianchedi che fu scelta autonomamente da Malagò. Candidatura di Galliani di cui però Giovanni Malagò non sembra essere preoccupato, come spiegato nell’intervista a Repubblica.
“Non mi sento abbandonato dalla maggioranza“, ha spiegato Malagò. “Né mi abbatto se ci sono rumors su questo, che sono anche magari corrispondenti alla verità. Prendo atto che ci siano delle resistenze, da parte di soggetti che hanno storie importanti alle spalle, ma con il dialogo si può creare persino condivisione“. E a proposito di Galliani, Malagò ha deviato il discorso, facendo leva sul sostegno di diversi club di Serie A: “Candidato unico? Non lo so. Però l’auspicio è che la mia candidatura continui a compattare, come è stato a giugno, un mondo che per anni ha vissuto di divisioni, anche molto forti”. A giugno ha avuto il sostegno di 19 club su 20 di Serie A (tutti, tranne la Lazio di Lotito).
Ora le cose potrebbero cambiare perché man mano il sostegno dei club di massima serie è diminuito, soprattutto dopo la scelta del commissario tecnico, con le squadre di Serie A che avrebbero voluto appunto Antonio Conte e non Roberto Mancini: “Sarebbe bello ripartire da quel numero. Sto chiamando tutti i presidenti uno per uno, ne ho sentiti già tredici e tutti mi garantiscono il loro sostegno“, ha proseguito l’attuale commissario della Figc, che però per tutti continua a essere il “presidente”. Sciolto intanto il nodo tesseramento, che è ciò che ha portato al commissariamento della federazione: “Sarò dirigente accompagnatore dell’Aniene in Serie D di calcio a 5. Mi dimetterò se sarò eletto”.
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Arbitri, la Figc prova a chiudere il caso: sarà Messina a far da ponte con i club. Ma rimane la grana De Marco
Sette giornate sono già trascorse, con questo weekend diventeranno otto. Praticamente un quinto di campionato senza una figura cruciale per la serenità e l’equilibrio del torneo: il responsabile dei rapporti tra la CAN (Commissione Arbitri Nazionale) e i club di Serie A (e B), cioè l’unica figura con cui le squadre possono parlare di arbitri. Che ancora non c’è, o meglio ci sarebbe (Andrea De Marco è stato nominato da settimane), ma non può lavorare perché non gradito al designatore Orsato. Adesso, forse, la querelle è arrivata alla conclusione.
Come raccontato dal Fatto a inizio settembre, la nomina era diventata un vero e proprio caso, l’ennesimo di questo travagliato avvio della Figc targata Malagò. Orsato per il nuovo corso voleva (e vuole tutt’ora) Eugenio Abbattista, con cui ha lavorato l’anno scorso in Serie C. Ma Abbattista, che negli anni scorsi è stato autore di una serie di denunce contro il sistema (tra gli accusatori dell’ex designatore Rocchi) non piace alla Serie A. Così la FederCalcio aveva indetto un irrituale “sondaggio” tra le società, che aveva sollevato diverse perplessità, tanto da ricevere più schede bianche che preferenze valide, queste quasi tutte per l’uscente De Marco. Mentre Abbattista aveva incassato zero voti, anche se molte delle astensioni rimettevano semplicemente la decisione al designatore. Così, forte di questa indicazione, la Figc aveva forzato la mano, annunciando la nomina di De Marco, espressione della continuità, perché vicino a Rocchi.
Caso chiuso? Neanche per sogno. Repubblica in settimana ha confermato quanto le parti siano rimaste sulle proprie posizioni, al punto che De Marco, pur avendo firmato il contratto e iniziato a percepire lo stipendio, non ha mai preso servizio, visto il divieto di Orsato a parlare coi club. Che la Figc abbia agito in buona fede (per favorire il dialogo con la Serie A) o meno (note le ingerenza sugli arbitri negli ultimi anni), era evidente che imporre al designatore un candidato a lui non gradito per un ruolo fiduciario non fosse una buona idea. Forse pensavano che Orsato alla lunga si sarebbe convinto, ma il designatore è intransigente almeno quanto il nuovo corso che ha avviato: pretende di lavorare con un uomo di sua totale fiducia, cioè Abbattista. Di qui lo stallo, totale e anche un po’ imbarazzante.
La soluzione sarebbe un compromesso che è stato faticosamente trovato nelle ultime ore: a fare da ponte tra CAN e club di Serie A sarà Domenico Messina, attuale direttore tecnico dell’AIA, che assumerà temporaneamente anche questa delega. Abbattista, invece, inizierà a lavorare con la Serie B. L’idea è che dal prossimo anno poi sia lui a prendere in mano entrambi i campionati, ma su questo ci sono ancora resistenze: Abbattista per le sue denunce passate non è particolarmente popolare (sconta il veto soprattutto di 2-3 club importanti), e considerato che lo stipendio del coordinatore lo paga la Lega è comprensibile che le società vogliano avere voce in capitolo. Se ne riparlerà in futuro. Intanto, forse, si parte così. Rimane un dettaglio: il “povero” De Marco, che non sembra proprio entusiasta di fare un passo indietro. Toccherà a chi ha fatto il pasticcio (cioè alla Figc) convincerlo e trovargli un’alternativa.
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Atlético-GO recebe Novorizontino após quitar salários atrasados
O Atlético-GO volta a jogar diante da torcida neste sábado (24), às 16h30, com a missão de manter sua posição na zona de playoffs de acesso à Série A do Campeonato Brasileiro. O Dragão recebe o Novorizontino no Estádio Antônio Accioly, em Goiânia, pela 35ª rodada, depois de regularizar pendências financeiras com os jogadores em meio à reta final da competição.
O time goiano ocupa a 6ª colocação, com 54 pontos, enquanto o adversário paulista aparece em 2º lugar, com 61. A diferença de sete pontos torna o confronto importante para as pretensões Rubro-Negras de brigar pelo acesso à Série A 2027.
Na rodada anterior, o Atlético-GO empatou por 1 a 1 com a lanterna e rebaixada Ponte Preta, fora de casa. Agora, terá pela frente um concorrente que está na vice-liderança e colado no Vila Nova. A partida será transmitida pela RedeTV!, na televisão aberta, pela ESPN, na TV por assinatura, pelo Canal GOAT, no YouTube, e pelo Disney+.
O técnico Roger Silva terá de modificar a defesa para o compromisso. O zagueiro paraguaio Junior Barreto recebeu o terceiro cartão amarelo e está suspenso. Tito aparece como opção para ocupar a vaga, enquanto Adriano Martins deve seguir na formação defensiva.
Roger volta a comandar a equipe à beira do campo depois de cumprir suspensão na rodada passada. A presença de Marrony, porém, ainda é incerta. O meia-atacante sente dores no púbis e ficou fora dos dois últimos jogos do Dragão.
Além da preparação para enfrentar o Novorizontino, o clube conseguiu resolver as pendências salariais que provocaram insatisfação entre os jogadores nas últimas semanas. O presidente Adson Batista confirmou nesta quinta-feira (22) o pagamento de duas folhas salariais registradas em carteira, de duas parcelas de direitos de imagem e a regularização do FGTS.
O atraso havia levado o elenco a divulgar uma nota pública cobrando os valores devidos. A situação preocupava o clube justamente durante a reta decisiva da Série B, quando a equipe ainda busca melhorar sua posição na tabela.
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Segundo Adson, foi necessário recorrer a um empréstimo bancário para quitar praticamente todas as pendências com os atletas. O dirigente afirmou que o clube levantou mais de R$ 6 milhões para realizar os pagamentos. “Não é fácil resolver um problema como esse. Fazer um empréstimo bancário não é simples”, declarou.
Adson também apontou a perda do patrocinador máster como um fator que agravou a situação financeira. De acordo com o presidente, o clube deixou de receber R$ 8 milhões após a saída do patrocinador, em meio às mudanças nas regras federais que atingiram empresas de apostas esportivas.
Com os pagamentos regularizados, o Atlético-GO tenta concentrar seus esforços na reta final do campeonato. O confronto direto com o Novorizontino é importante para o Dragão defender sua posição no G-6 e seguir na zona de classificação para os playoffs de acesso à Série A.
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Antonio Conte sul suo futuro: “Il mio nome accostato a tanti club. Leggo di richieste economiche, pieni poteri e di riserve per il mio carattere ‘forte’. Sono supposizioni”
“Alla luce delle indiscrezioni pubblicate negli ultimi giorni da diversi organi di informazione, in Italia e all’estero, ritengo opportuno intervenire per fare chiarezza. Il mio nome è stato accostato a numerosi club, ma al momento non vi è alcuna trattativa in fase avanzata“. Comincia così il messaggio di Antonio Conte nelle sue storie Instagram in cui fa chiarezza sul suo futuro. Il tecnico leccese – che nelle settimane precedenti aveva strizzato l’occhio a club “blasonati”, che “hanno perso di vista la propria storia” – ha deciso di uscire allo scoperto dopo che nelle ultime settimane il suo nome è stato accostato a diversi club italiani e stranieri, tra cui Juventus e Manchester United tra le tante, dove le panchine di Spalletti e Carrick non sono più al sicuro dopo gli ultimi deludenti risultati.
“Dopo una splendida e vincente esperienza alla guida del Napoli, mi prenderò il tempo necessario per valutare come e quando tornare ad allenare. Sarà una scelta ponderata, che farò quando riterrò che vi siano le condizioni giuste“, scrive Conte, che poi entra più nello specifico: “Ho letto di presunte richieste economiche e di pieni poteri che avrei già avanzato alle società citate, così come di riserve legate a quello che viene definito il mio un ‘carattere forte‘”.
Nessuna trattativa avanzata con la Juventus e nessuna con il Manchester United, così come con tutti gli altri club a cui Conte è stato accostato nell’ultimo mese: “Si tratta di ricostruzioni prive di fondamento poiché, allo stato attuale, non esistono elementi concreti sui quali basare simili valutazioni. Qualora si presentasse un’opportunità concreta, sarà il momento di confrontarsi con il club interessato e valutare insieme le condizioni di un eventuale accordo, nel rispetto delle reciproche esigenze e delle caratteristiche che contraddistinguono il mio lavoro di allenatore. Fino ad allora, ogni ipotesi sulle mie richieste e sul mio futuro professionale resta una supposizione e non può essere considerata come un fatto”, ha concluso nel lungo messaggio pubblicato anche in inglese.
Nonostante la smentita, però, dall’Inghilterra insistono: se nel prossimo weekend – domenica alle 17:30 contro il Bournemouth – il Manchester United non dovesse vincere, Carrick verrebbe esonerato e il club andrebbe forte su Antonio Conte. E la sua ombra, inevitabilmente, è anche dietro Luciano Spalletti, visto che la sua Juventus non riesce a trovare continuità.
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Ti ricordi… “La vie c’est fantastique quando segna Mario Frick”
Urbex vuol dire “urban exploration”: esplorazioni urbane che avvengono in luoghi abbandonati e che oggi hanno un discreto seguito in rete e sui social. La matrice del seguito è per lo più la nostalgia, visto che i luoghi visitati sono vere e proprie capsule del tempo. D’altronde cos’è, se non una capsula del tempo, una discoteca abbandonata? Già, perché luoghi di questo tipo sono tra le mete principali degli esploratori urbani e tra i più apprezzati dagli utenti. E tra consolle abbandonate, strobo pendenti, divanetti ormai logori pare di ricordare serate di altri tempi e persino di percepirne la musica: dance, house, techno a seconda delle preferenze, capolavori o pezzi meno impegnativi che pure chi non era amante del genere né frequentatore di quel mondo ricorderà con un pizzico di nostalgia. Non era un capolavoro ad esempio La vie c’est fantastique degli Sms, che ha fatto ballare giovani in Italia e in Europa nel 2001, ma provate ad accennarne il titolo a qualcuno che all’epoca aveva vent’anni o giù di lì all’epoca e inevitabilmente vi risponderà “Pourquoi tu te la complique?”, ovvero il seguito del motivetto. Provate a dirlo a chi aveva vent’anni o giù di lì all’epoca ed era pure calciofilo e vi sentirete rispondere “Quando segna Mario Frick”.
Già, non era un capolavoro la canzone, non era un memorabile bomber Mario Frick, attaccante nato in Svizzera ma di nazionalità liechtensteinese che vent’anni fa di questi tempi era vicecapocannoniere in Serie A. Nato in Svizzera, ma cresciuto a Balzers, in Liechtenstein, Mario Frick avrebbe dovuto intraprendere la carriera di tutti gli altri ragazzi della sua zona: l’economia bancaria. E se proprio c’è da fare sport ci sono gli sci. Invece Mario vuole giocare a pallone e per quello entra in rotta di collisione col papà, che non vede di buon occhio la passione del ragazzo e non vede proprio un futuro nel calcio professionistico. D’altronde i precedenti in Liechtenstein non sono moto favorevoli. Eppure, a dispetto dei dubbi paterni e di una tradizione sportiva che offriva ben pochi appigli, Mario sceglie il pallone. Muove i primi passi tra San Gallo, Basilea e Zurigo, mostrando subito due tratti distintivi che ne segneranno il percorso: un fiuto del gol non comune e un’indole del tutto priva di filtri. Giovanissimo, apre un proprio sito web personale in cui inserisce una rubrica spietata: le pagelle dei suoi stessi allenatori. Quando il tecnico del Zurigo, Gilbert Gress, lo esclude o ne limita il raggio d’azione, Frick non ci pensa due volte e scrive nero su bianco che il mister è “un uomo dell’età della pietra per quanto riguarda la gestione umana“.
Ma dietro la maschera del calciatore irriverente si nasconde presto un’ombra profonda. In quegli anni Mario precipita nel tunnel della ludopatia. Inizia a scommettere su tutto, travolto da una spirale di azzardo e frenesia: “Scommettevo, e tanto. Ero fuori controllo, sommerso dai debiti. All’inizio vincevo e mi sentivo infallibile, poi ho iniziato a perdere ed è diventato un incubo”, racconterà anni dopo a cuore aperto. Un baratro da cui riesce a riemergere grazie al supporto incrollabile del suo procuratore, della famiglia e soprattutto della moglie, che lo aiuta a saldare i debiti e a rimettersi in carreggiata. È proprio all’inizio di questa rinascita, nel novembre del 2000, che il destino gli tende la mano in Serie C1. Il direttore sportivo dell’Arezzo, Tito Corsi, va a vederlo giocare con la Nazionale del Liechtenstein contro la Germania. Finisce 8-2 per i tedeschi, ma Frick segna una rete con una sfrontatezza tale da convincere la dirigenza toscana ad ingaggiarlo. Al debutto nel derby contro la Lucchese firma una doppietta conquistando all’istante la Curva Sud amarantina. È il trampolino di lancio verso il grande palcoscenico della Serie A.
L’anno successivo passa all’Hellas Verona. La squadra ha un organico stellare per l’epoca — tra le sue fila militano futuri campioni del mondo e talenti come Camoranesi, Gilardino, Mutu, Oddo e Italiano —, ma è Mario ad accendere le fantasie delle gradinate del Bentegodi. Durante la settimana, un tifoso gli consegna una maglietta intima personalizzata chiedendogli di mostrarla al primo gol. L’occasione arriverà a dicembre, in una sfida infuocata contro il Brescia: Frick mette a segno due reti e, sollevando la divisa gialloblù, rivela al mondo la scritta diventata cult: “La vie c’est fantastique quando segna Mario Frick“. Un connubio perfetto tra tormentone dance e passione calcistica che farà storia. Dopo la sfortunata retrocessione degli scaligeri e un passaggio a Terni, trova la sua vera isola felice a Siena. In terra toscana diventa il simbolo di una squadra capace di conquistare salvezze epiche che per la piazza valevano quanto scudetti. Frick corre, si batte su ogni pallone, segna gol pesanti e si trasforma in un eroe popolare, amatissimo per la sua umiltà e la sua generosità in campo.
Con la maglia della propria Nazionale, intanto, costruisce un legame quasi paradossale. È il miglior marcatore di sempre nella storia del Liechtenstein con 16 reti, ma negli ultimi anni di carriera, complice l’assenza di difensori di ruolo nel Paese, accetta di arretrare il proprio raggio d’azione fino a diventare difensore centrale. Gioca in retroguardia contro giganti come Ibrahimović e Lewandowski, mantenendo però con orgoglio sulle spalle la maglia numero 10. Un dettaglio surreale che ben riassume la sua parabola sportiva. Appesi gli scarpini al chiodo nel 2016, Frick intraprende la carriera da allenatore in Svizzera, sedendosi sulle panchine di Vaduz e Lucerna. Anche a bordo campo rimane lo stesso di sempre: viscerale, spontaneo, allergico alle convenzioni dei social media e capace di regalare perle memorabili ai microfoni della stampa, festeggiando i successi al novantesimo con uscite colorite che farebbero impallidire i puristi. Ma dietro l’impeto c’è soprattutto un uomo di grande spessore: forte dei demoni che ha dovuto affrontare da giovane, tiene la porta del suo ufficio sempre spalancata per ascoltare i problemi personali, psicologici o finanziari dei suoi ragazzi, offrendo loro l’aiuto di chi nel baratro c’è stato davvero. I tempi di quella Serie A nostalgica e patinata sembrano oggi lontani, custoditi come quei vecchi dischi in vinile nelle consolle delle discoteche ormai silenziose. Ma basta nominare il suo nome per far scattare un riflesso incondizionato in chiunque abbia vissuto quelle domeniche di inizio millennio. Un sorriso, un ricordo spontaneo e quella melodia che torna a suonare nella mente, pronta a riaccendere la festa. Ready, the DJ is on the door. J’adore.
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A noite que era de sonho quase virou o pior dos pesadelos

© PIERO CRUCIATTI
Bragança estreia-se a marcar e Torino vence Udinese

© ALESSANDRO DI MARCO/EPA
Amorim fez o mais difícil mas voltou a falhar o mais "fácil"
