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Thuram punge dopo il rigore negato: “Gli arbitri pensano che simulo”. Chivu: “Non voglio vedere chi piange per gli errori arbitrali”
Sette minuti di pazza Inter a San Siro bastano per ribaltare la Fiorentina. I gol di Marcus Thuram e Piotr Zielinski salvano l’Inter ma anche il designatore Orsato: come accaduto sabato sera con il rigore solare negato a Frattesi (ma senza polemiche per via della vittoria della Lazio), anche oggi i tre punti nerazzurri attutiscono il rumore intorno a un episodio che altrimenti avrebbe fatto molto discutere. Al 69esimo, infatti, quando la Fiorentina era avanti 1 a 0, Thuram reclama un calcio di rigore per un contatto con Vieri, ma per l’arbitro Mariani non ci sono gli estremi per la concessione del penalty. Le immagini mostrano chiaramente il fallo del difensore viola, ma il VAR Fabbri decide di non intervenire.
Tutti i moviolisti, da Marelli a Calvarese, concordano sul fatto che fosse rigore. E a fine partita lo stesso Thuram è tornato sull’episodio: “Ogni volta l’arbitro pensa che ho simulato, ho preso giallo a Bologna e hanno detto che era rigore. Oggi ancora, l’errore ci sta, io devo continuare a puntare l’avversario, poi fischieranno il rigore come è successo oggi”. Il primo riferimento è a Bologna-Inter, altro rigore negato ai nerazzurri dopo il fallo di Darmian, con la beffa del cartellino al francese per simulazione. Il secondo riferimento è al rigore poi assegnato da Mariani nel recupero, quello che ha consentito a Zielinski di completare la rimonta.
“Alla fine siamo stati premiati perché nonostante lo svantaggio abbiamo mantenuto la calma e la lucidità. Faccio i complimenti ai miei, hanno creato e cercato di portare a casa la vittoria. Sono partite che non sono semplici per me e per loro. Oggi meritavamo, lo avrei detto anche se perdevamo”, ha commentato Cristian Chivu, tecnico dell’Inter, a Dazn al termine del match. Chivu ha chiuso così riguardo le proteste per il rigore negato: “Ho sempre detto che le gare durano 90 minuti, non voglio vedere gente che si piange addosso o si lamenta per le decisioni arbitrali. Voglio vedere gente che ci crede e reagisce”. È la ricetta delle rimonte.
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Voto Figc, dal Nord spunta “nonno” Galliani: un 82enne fedelissimo di Berlusconi per salvare il calcio | Il commento
Il nonno che avanza. L’ennesimo colpo di scena della partita per la presidenza della Federcalcio – ma c’era da aspettarselo, considerata la schiena pieghevole di molti protagonisti – ci ha regalato Adriano Galliani possibile avversario di Giovanni Malagò per le elezioni del 14 dicembre. Monsieur Lumière, come fu ribattezzato nella notte del 20 marzo 1991, in cui nei quarti di Coppa dei Campioni si spensero i riflettori dello stadio di Marsiglia e l’allora plenipotenziario di Silvio Berlusconi ordinò il ritiro dal campo del Milan, ha compiuto 82 anni il 30 luglio: 31 trascorsi come dirigente dei rossoneri (29 trofei) e 7 nel Monza, la sua città, dove nacque figlio di una famiglia borghese e dove ottenne il diploma di geometra. Lo chiamano Dottore, ma non si è mai laureato.
Il commissario Malagò è stato svaligiato in casa. Giovannino è come i gatti, quando lo danno per spacciato, riemerge puntualmente dagli abissi, ma questa potrebbe essere l’eccezione che conferma la regola. Malagò aveva vinto la partita contro Giancarlo Abete perché il sostegno plebiscitario della Lega di Serie A – 19 club su 20, unico dissidente il laziale Lotito – per effetto domino gli aveva garantito l’appoggio delle Leghe (B e C) e delle associazioni di categoria (giocatori e allenatori). Il 22 giugno scorso, con il 68,58% dei voti, Malagò si impose sull’avversario.
La questione del mancato tesseramento ha portato al commissariamento della Federcalcio e a un’estate di lunghi coltelli. Attaccato dal governo e ripudiato da alcuni personaggi eccellenti del Coni, che pure hanno fatto carriera grazie a lui, Malagò si è salvato con una soluzione tutta italiana che ha fatto ridere il mondo: Malagò commissario di se stesso. Nel caos di quei giorni, era emerso un certo scollegamento con la Lega di A, indispettita dall’autonomia di Malagò: la scelta di Mancini ct e non di Conte, come volevano i presidentissimi; la nomina di Diana Bianchedi capo delegazione della nazionale; la lotta di cappa e spada contro l’esecutivo di destra e contro la voglia di potere che accompagna alcuni suoi ministri. I presidenti della repubblica calcistica sono molto sensibili ai governi e non è difficile capirne le ragioni, soprattutto quando il sistema è indebitato e si chiedono sostegni economici ad ampio raggio. Metti questo scenario con la cosiddetta indipendenza di Malagò e il piatto è servito in tavola.
La narrazione di queste ore racconta che la nomina di Beppe Signori a capodelegazione dell’Under 20 sarebbe stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Premesso che Malagò avrebbe potuto evitare – che fretta c’era, ma Giovannino ha il vizietto di muoversi come un elefante in una cristalleria -, questa chiave di lettura fa ridere. La verità è che la Lega di Serie A, più pericolosa di un rettilario, ha deciso di mollare Malagò per le ragioni già spiegate. Il vento del Nord – il dissenso parte dall’asse Milano-Bergamo – soffia contro il ponentino romano. Luca Percassi e Giuseppe Marotta sarebbero i portabandiera dei nordisti, ai quali si sono accodati Milan, Cagliari e Genoa. Cinque club. Malagò, che assicura di aver parlato nei giorni scorsi con tredici società, avrebbe dalla sua parte Roma, Napoli, Lecce, Bologna e Monza. Cinque a cinque. Il match si vincerà con le posizioni degli altri dieci, tra i quali potrebbe essere influente la scelta di Urbano Cairo, presidente del Torino, ma soprattutto di RCS. In tanti stanno fiutando l’aria per decidere, dai club alle leghe e alle associazioni di rappresentanza: il classico opportunismo all’italiana, nel quale sprofondano anche le proprietà straniere.
In democrazia il dissenso è legittimo, ma poi quando si tratta di elezioni, bisogna avere candidati credibili. Galliani, con i suoi 38 anni di lavoro nel calcio italiano, è stato presidente della Lega – in pieno conflitto d’interessi, ma visto che il suo padrino è stato Silvio Berlusconi, non c’è da sorprendersi – ed è stato coinvolto in diversi procedimenti giudiziari nello svolgimento delle sue attività, per i quali non ha avuto nessuna condanna definitiva, ma è stato squalificato per nove mesi – pena ridotta a cinque – per le vicende di Calciopoli. Un passato corposo e ingombrante, in cui da un lato spiccano i successi con il Milan, ma dall’altro, la condivisione di responsabilità del crollo economico del calcio italiano: anche lui ha dato un discreto contributo.
È stato senatore di Forza Italia e nel 2022 diede l’addio alla politica, ma in questa storia la politica, come sempre, muove i suoi fili. Non è infatti difficile immaginare nel ministro dell’Economia Giorgetti uno dei sostenitori di Galliani: Forza Italia e Lega, Varese e Monza, il Nord contro Roma. Con i problemi sociali che stanno attraversando l’Italia e con leggi finanziarie sempre più insufficienti per fronteggiare la crisi – “la coperta è corta”, l’ultima dichiarazione sensazionale di Giorgetti – verrebbe da dire che il governo dovrebbe occuparsi di altro e non di pensare all’occupazione del calcio.
Anche perché, i dissidenti, e chi li sostiene, potevano fare meglio: non serve Manuel Fantoni di Borotalco per capirlo. Affidarsi a un dirigente come Adriano Galliani, che ha avuto come unica visione quella della forza del portafoglio di Berlusconi, appare un controsenso: quali riforme, lor signori, da parte di chi non ha avuto uno straccio di idee quando governava la Lega? Obbediente con i potenti e prepotente con i deboli, Monsieur Lumière è il candidato ideale di chi vuole tenere il calcio nelle sue tenebre e non affrontare la ristrutturazione, necessaria, del settore. Malagò non è Che Guevara, ma vuole provare a accendere la luce.
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Napoli, paura per Alisson Santos: si sveglia di notte e vede i ladri fuggire con la sua auto
Notte di paura per Alisson Santos. L’esterno brasiliano del Napoli è stato vittima di un furto nella sua abitazione di Giugliano in Campania, dove alcuni malviventi si sono introdotti mentre lui e la moglie dormivano. Svegliato da alcuni rumori sospetti, il calciatore si è accorto della presenza dei ladri, che si sono allontanati rapidamente portando via la sua automobile, parcheggiata all’interno della proprietà.
Il giocatore ha subito contattato le forze dell’ordine per segnalare quanto accaduto. Sul caso sono al lavoro gli agenti del Commissariato di Giugliano in Campania, secondo i quali il colpo sarebbe stato messo a segno da un gruppo composto da più persone. Oltre alla vettura, i responsabili sono riusciti a impossessarsi di un Rolex di valore e di una collana preziosa appartenente alla moglie del calciatore. Il risveglio di Santos avrebbe però interrotto il raid, impedendo ai malviventi di sottrarre altri oggetti presenti nell’abitazione.
L’automobile è stata successivamente recuperata dai carabinieri a Villaricca, comune situato a breve distanza da Giugliano. Parallelamente, sono stati rafforzati i controlli lungo le principali strade della zona, con l’obiettivo di individuare i responsabili del furto e ricostruire la dinamica dell’accaduto. Sulla vicenda è intervenuto anche il prefetto di Napoli, Michele Di Bari, che ha disposto un potenziamento delle attività di controllo nell’area nord della provincia. L’iniziativa mira a contrastare nuovi episodi criminali e a rafforzare il senso di sicurezza tra i residenti. Il caso sarà inoltre affrontato nel corso della prossima riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.
L’esterno offensivo brasiliano è approdato al Napoli dallo Sporting Lisbona durante il mercato invernale, inizialmente con la formula del prestito, per poi essere riscattato a titolo definitivo in estate. L’operazione prevedeva un investimento iniziale di 3,5 milioni di euro, seguito da ulteriori 16,5 milioni per l’acquisto definitivo. Nella giornata di ieri, Santos ha seguito dalla tribuna il pareggio del Napoli contro la Roma, assistendo alla partita insieme al connazionale David Neres. Per il calciatore, attualmente fermo ai box, si tratta di un periodo particolarmente complicato anche dal punto di vista sportivo. Dopo essere rientrato da un precedente problema fisico, nella gara contro il Venezia ha riportato una lesione distrattiva di medio grado al bicipite femorale sinistro. I tempi di recupero prevedono almeno un altro mese di stop.
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Lazio prima e imbattuta, Gattuso ha ragione? La difesa è da scudetto, ora resta un solo grande dubbio
Chissà se ha ragione Gennaro Gattuso, quando dice la sua Lazio lassù non c’entra niente. “C’è stata grande mentalità”, ha dichiarato nel post-partita della gara contro il Parma, finita 2-1 ma dominata in lungo e in largo dalla sua squadra che, in otto partite, ha totalizzato 22 punti senza perderne manco una. “È una questione di mentalità”, ha continuato, “e il nostro step siamo riusciti a farlo dopo la partita contro la Juventus”. Cosa vuol dire? Che quel 3-0 all’Allianz Stadium ha dato una consapevolezza tutta diversa a Zaccagni e compagni. E una solidità che a questa squadra mancava davvero da tanto tempo.
A proposito di solidità, serve subito un numero: 5, i gol subiti finora. La Lazio è la miglior difesa del campionato e non lo è solo perché ha ritrovato un Mandas quasi incommentabile per la sua efficacia. I numeri raccontano di una solidità difensiva che si può misurare con un dato: gli expected goal concessi, appena 0.76 a partita. È un numero impressionante, che dopo otto partite non può essere più casuale: la Lazio concede poco, quasi nulla, ed è da qui che è partita la sua forza nel costruire un primato che sembra, gioco di parole incluso, in realtà molto solido.
Vero, la squadra è meno brillante quando si tratta di costruire occasioni. Con 1,35 expected goal prodotti a partita, il gruppo di Gattuso è soltanto undicesimo, lontano soprattutto dall’Inter, che raggiunge quota 2,76, e dalla Roma, a 2,01. Anche il possesso palla, al 50,7%, colloca la squadra a metà classifica. Il dato suggerisce che il primato non sia frutto di una superiorità costante nel gioco, ma della capacità di massimizzare le occasioni create e difendere il vantaggio. Tradotto: poche azioni, ma molto buone.
Gli altri aspetti? Il dominio del campo. È solida, la Lazio, ma non è del tutto dominante: è ultima per percentuale di duelli vinti, appena il 45,1%, e per recuperi alti, soltanto 12. Non brilla neppure nei duelli aerei e nella precisione dei cross. Anche la difesa sulle palle inattive avversarie rappresenta un punto debole: gli xG concessi in queste situazioni sono 0,54 a partita, un dato che la colloca al diciassettesimo posto.
Se c’è da migliorare, e Gattuso sembra averlo ben chiaro in testa, è su questo che si dovrà insistere: la Lazio sa difendere l’area e limitare le occasioni avversarie, ma deve ancora riuscire a essere efficace soprattutto in fase di creazione. Perché è vero che segna, ma potrebbe farlo di più se riuscisse a creare un numero quantitativamente superiore di occasioni. Il vero punto interrogativo è questo: quanto reggerà? La solidità è un dato di fatto, ed è anche una questione strutturale. Che sembra molto buona. La produzione offensiva è il vero limite. E forse su questo Gattuso ha ragione, magari anche esagerando un po’: “La Lazio là in testa non c’entra nulla”. Ma per molti altri aspetti, invece sì. E la fortuna, in questo caso, non è protagonista.
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L’Inter ribalta la Fiorentina nel recupero e torna in testa: è la quinta rimonta stagionale | La nuova classifica
Prima Thuram al 91esimo, poi Zielinski al 97esimo: l’Inter rimonta (ancora) in Serie A e ribalta la Fiorentina dopo esser stata sotto per gran parte del secondo tempo. I nerazzurri che ai punti meritavano di più sullo 0-1 per la formazione viola, hanno vinto per 2-1 grazie alle reti del solito attaccante francese e del polacco su calcio di rigore fischiato dall’arbitro, proprio per fallo su Thuram. A portare in vantaggio la Fiorentina era stato un super gol di Alex Jimenez al 65esimo, con una botta da fuori all’incrocio dei pali.
Dopo un tempo e mezzo di pressione e un De Gea in versione paratutto, i viola erano riusciti a passare in vantaggio con una grande conclusione da fuori del suo terzino. Poi al 91esimo Thuram ha riaperto tutto con un diagonale velenoso dopo una giocata in solitaria. Al 97esimo Mariani concede il rigore ai nerazzurri per una trattenuta di Valdepenas su Thuram. Dagli 11 metri si presenta appunto Zielinski che non sbaglia con una botta precisa sotto l’incrocio. L’Inter aggancia la Lazio al primo posto in classifica e allunga sulla Roma, la Fiorentina è 18esima a quattro punti, in piena zona retrocessione.
Per i nerazzurri è la terza partita vinta in rimonta a San Siro dopo quelle contro l’Udinese e il Napoli, ma in quel caso la squadra di Chivu era sotto addirittura 0-2. Un successo importantissimo, che arriva al termine di una settimana che ha vinto i nerazzurri vincere in rimonta a Bologna prima in campionato, poi in 10 uomini contro lo Shakhtar e adesso appunto contro la Fiorentina. Morale alto per la formazione di Cristian Chivu, che mercoledì torna in campo nell’infrasettimanale contro il Venezia in trasferta. Intanto Chivu si gode la quinta rimonta stagionale dopo quelle contro Udinese, Napoli, Bologna e Roma (unica partita in cui la rimonta da 0-2 si è fermata sul 2-2).
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“Per la prima volta in 25 anni non sono lucido”: la furia di Allegri e quella frase contro la Roma. A Trigoria ora si aspettano provvedimenti
“Ditelo voi se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, io stasera non sono nelle condizioni per la prima volta di elargire delucidazioni sulla partita”. Quando Max Allegri si presenta ai microfoni di Dazn per analizzare lo spettacolare 3 a 3 tra il suo Napoli e la Roma, la rabbia e la tensione sono tutt’altro che smaltiti. Il tecnico è furioso, tenta quasi di abbandonare l’intervista e dice: “Non sarò molto lucido nell’analisi della gara per questo. In 25 anni posso fare un errore anch’io“. Il suo nervosismo è dovuto certamente all’ennesima vittoria mancata: il Napoli era avanti 2 a 0, si è fatto rimontare, poi ha segnato con McTominay il gol del 3 a 2 e ha subito da Balerdi la rete del definitivo pareggio. Ma dietro la furia di Allegri c’è anche altro: il rosso ricevuto proprio a fine gara, ma anche un dente avvelenato nei confronti della Roma, stando ai retroscena sulle sue parole lontano dai microfoni.
Davanti alle telecamere, Allegri si è sfogato soprattutto per l’espulsione: “Il quarto uomo ha richiamato l’arbitro, che mi ha cacciato fuori. Non avevo detto nulla, ormai è andata e dispiace. La prossima volta mi siedo in panchina e non mi muovo più. Ogni volta che mi muovo vengo buttato fuori, l’anno scorso mi hanno anche dato 80mila euro di multa“. Il rosso è arrivato subito dopo il gol del pareggio giallorosso, ma Allegri nega di aver detto qualcosa contro l’arbitro: “Gli altri fanno di tutto. Ringrazio Saccani (ma era Sacchi il quarto uomo, ndr). Per il resto, tanti complimenti ai ragazzi per questa partita, giocando con questo spirito sicuramente risaliremo la classifica“.
La classifica dice però che oggi il Napoli è fermo a quota 11 punti, esattamente la metà rispetto alla testa della Serie A. La rabbia di Allegri però sedimenta sopra al risentimento per come è finita la passata stagione: “L’anno scorso vi hanno messo la Champions in tasca ed ho pagato io con il Milan“. Sarebbe questa la frase urlata dal tecnico nei corridoi del Maradona, stando a quanto riportato da diversi quotidiani sportivi. Le sue parole infatti si sarebbero sentite anche in sala stampa.
Allegri fa ovviamente riferimento all’epilogo del precedente campionato, quando era sulla panchina del Milan e si fece recuperare 8 punti in 5 giornate dalla Roma di Gasperini, fallendo l’accesso alla Champions. Ci fu qualche polemica arbitrale – in primis per la rimonta dei giallorossi contro il Parma, viziata da un rigore alquanto generoso – ma nulla che lasciasse presagire a distanza di mesi uno sfogo così importante. Anche a Trigoria sono rimasti stupiti e irritati. Secondo quanto fatto trapelare, sia Gasperini sia i Friedkin ritengono inaccettabili le accuse di Allegri su presunti favori arbitrali. Per questo, il club ora si attende dei provvedimenti da parte della giustizia federale.
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Milan decimato: si fermano per infortunio anche Gila, Rabiot e Moreira. Amorim in emergenza
Cattive notizie per il Milan che parte per la trasferta di Udine senza Mario Gila, Adrien Rabiot e Diego Moreira. Un’ecatombe che costringe il tecnico Ruben Amorim a stravolgere l’undici titolare che aveva in mente per la sfida contro l’Udinese. Per i rossoneri in teoria è una trasferta abbordabile, vista la crisi dei friuliani di Kosta Runjaić. Le assenze però potrebbero complicare i piani.
Il difensore spagnolo ha riportato un’infiammazione da sovraccarico alla caviglia sinistra, mentre Rabiot e Moreira sono alle prese con un affaticamento, rispettivamente, al polpaccio destro e al flessore sinistro. Oltre a loro tre, sono fermi per un infortunio anche Gabbia, Chukwueze e Saelemaekers. Inoltre, sono in dubbio pure Pavlovic e Loftus-Cheek.
Il serbo dovrebbe stringere i denti, per giocare in coppia con De Winter e lasciare Tomori a sinistra al posto di Gila. A completare la difesa sarà Bartesaghi. In mezzo scelte quasi obbligate: Musah e Modric con Jashari. In attacco il tridente resta potenzialmente il migliore a disposizione di Amorim: Pulisic e Cisse dietro a Ramos. Le alternative a gara in corso sono però limitate all’osso: Hutchinson e Camarda.
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Cosa ha avuto Vincent Kompany: i pasti irregolari e i troppi caffè, poi il virus e il collasso in campo. “Servirà tempo, non parliamo di giorni ma di settimane”
Da tempo all’interno del Bayern Monaco c’erano preoccupazioni riguardo alla salute di Vincent Kompany. Il malore del tecnico, collassato in campo durante l’allenamento dell’Under 23 al centro sportivo del club, non è stato un fulmine a ciel sereno. Lo racconta oggi la Bild, descrivendo gli ultimi mesi di Kompany, segnati fa forte stress. Ora la buona notizia è che le sue condizioni sono stazionarie. Ma il direttore sportivo del Bayern, Max Eberl, ha chiarito appunto che il belga osserverà certamente un lungo periodo di riposo: “Gli verrà concesso tutto il tempo necessario. Non inizieremo a fissare delle tempistiche. Non parleremo di giorni, ma di settimane, e questo deve essere chiaro a tutti”. Ora la priorità è capire le cause del malore.
Da tempo sia i calciatori che lo staff chiedevano a Kompany di prendersi una pausa. Il reportage del tabloid tedesco parla di una vita frenetica: poche ore di sonno, pasti irregolari, tantissimi caffè e un’agenda sempre fitta di impegni. Non solo partite e allenamenti. Kompany, ad esempio, si occupava pure di gestire i lavori nel centro sportivo, dove è previsto l’ampliamento del campo di allenamento. L’allenatore belga voleva avere il controllo di tutto, anche dell’organizzazione delle trasferte.
A complicare il quadro è arrivata però soprattutto un’infezione virale acuta, con cui Kompany stava combattendo già da diversi giorni. Il virus gli aveva anche causato problemi all’anca, che gli impedivano di stare in piedi a lungo e gli rendevano difficile anche salire le scale. Dopo la vittoria contro il Lipsia di domenica scorsa, si era sottoposto a un controllo medico e aveva saltato due sessioni di allenamento. Nonostante questo, l’ex difensore belga era di nuovo in panchina per la sfida di Champions contro l’Arsenal, terminata 2 a 2. Le sue parole dopo il match erano state quasi profetiche: “La settimana scorsa ho preso un virus piuttosto brutto e, ovviamente, non ho ascoltato il mio corpo, e poi a un certo punto il mio corpo mi ha detto: ‘Basta!'”.
Evidentemente però il corpo di Kompany era ancora debilitato. E ha presentato il conto venerdì, quando nonostante tutto ha scelto di presenziare anche all’allenamento dell’Under 23 diretta da Dante. Ora quindi all’interno del Bayern Monaco nessuno vuole mettergli ulteriore fretta: “La buona notizia è che è stabile. Ieri sera abbiamo parlato, anche con sua moglie. Per il ritorno in panchina servirà tempo“, ha sottolineato il direttore sportivo del Bayern. Eberl ha aggiunto: “Non è stato un momento piacevole per nessuno di noi; è collassato ed è stato portato in ospedale. E ci resterà ancora per qualche giorno. Questo dimostra che il calcio non è la cosa più importante nella vita. Noi del Bayern Monaco siamo uniti. Perché la cosa più importante è che si trovi la causa della malattia di Vinnie, che guarisca e solo allora potrà tornare. Questa sarà la sfida più grande, proteggerlo, in un certo senso, da se stesso“.
Nel frattempo, la squadra sarà guidata dal suo assistente, Aaron Danks e dallo staff tecnico in vista della sfida di Bundesliga contro il Friburgo.
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Voto Figc, in Serie A spunta l’ipotesi Galliani per sfidare Malagò. Lui replica: “Sto chiamando tutti i presidenti uno per uno, ne ho sentiti già tredici”
Giovanni Malagò candidato unico e di conseguenza ri-eletto alla presidenza della Figc non è più così scontato. Dopo il commissariamento della Federazione, con lo stesso Malagò commissario, le prossime date cerchiate sul calendario sono il 4 novembre – termine ultimo per le candidature – e il 14 dicembre, quando si ri-voterà per il presidente della Federazione italiana giuoco calcio. La rielezione di Malagò è ovviamente l’ipotesi più probabile, ma nelle stanze della Serie A – come riportato da La Gazzetta dello Sport – a sorpresa potrebbero sostenere un altro nome: Adriano Galliani, dirigente che non ha bisogno di presentazioni visti i risultati ottenuti con il Milan da direttore sportivo e con il Monza da amministratore delegato. Ed è stato anche nella “politica del pallone”, visto che è stato anche presidente della Lega di A dal 2002 al 2006, vice dal 2013 al 2017. E stesso ruolo nella Lega di B da gennaio 2021 a giugno 2022. Tutto perché i club hanno lamentato una scarsa condivisione delle scelte: dal commissario tecnico (volevano Antonio Conte e non Mancini) al capo delegazione, con Diana Bianchedi che fu scelta autonomamente da Malagò. Candidatura di Galliani di cui però Giovanni Malagò non sembra essere preoccupato, come spiegato nell’intervista a Repubblica.
“Non mi sento abbandonato dalla maggioranza“, ha spiegato Malagò. “Né mi abbatto se ci sono rumors su questo, che sono anche magari corrispondenti alla verità. Prendo atto che ci siano delle resistenze, da parte di soggetti che hanno storie importanti alle spalle, ma con il dialogo si può creare persino condivisione“. E a proposito di Galliani, Malagò ha deviato il discorso, facendo leva sul sostegno di diversi club di Serie A: “Candidato unico? Non lo so. Però l’auspicio è che la mia candidatura continui a compattare, come è stato a giugno, un mondo che per anni ha vissuto di divisioni, anche molto forti”. A giugno ha avuto il sostegno di 19 club su 20 di Serie A (tutti, tranne la Lazio di Lotito).
Ora le cose potrebbero cambiare perché man mano il sostegno dei club di massima serie è diminuito, soprattutto dopo la scelta del commissario tecnico, con le squadre di Serie A che avrebbero voluto appunto Antonio Conte e non Roberto Mancini: “Sarebbe bello ripartire da quel numero. Sto chiamando tutti i presidenti uno per uno, ne ho sentiti già tredici e tutti mi garantiscono il loro sostegno“, ha proseguito l’attuale commissario della Figc, che però per tutti continua a essere il “presidente”. Sciolto intanto il nodo tesseramento, che è ciò che ha portato al commissariamento della federazione: “Sarò dirigente accompagnatore dell’Aniene in Serie D di calcio a 5. Mi dimetterò se sarò eletto”.
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Arbitri, la Figc prova a chiudere il caso: sarà Messina a far da ponte con i club. Ma rimane la grana De Marco
Sette giornate sono già trascorse, con questo weekend diventeranno otto. Praticamente un quinto di campionato senza una figura cruciale per la serenità e l’equilibrio del torneo: il responsabile dei rapporti tra la CAN (Commissione Arbitri Nazionale) e i club di Serie A (e B), cioè l’unica figura con cui le squadre possono parlare di arbitri. Che ancora non c’è, o meglio ci sarebbe (Andrea De Marco è stato nominato da settimane), ma non può lavorare perché non gradito al designatore Orsato. Adesso, forse, la querelle è arrivata alla conclusione.
Come raccontato dal Fatto a inizio settembre, la nomina era diventata un vero e proprio caso, l’ennesimo di questo travagliato avvio della Figc targata Malagò. Orsato per il nuovo corso voleva (e vuole tutt’ora) Eugenio Abbattista, con cui ha lavorato l’anno scorso in Serie C. Ma Abbattista, che negli anni scorsi è stato autore di una serie di denunce contro il sistema (tra gli accusatori dell’ex designatore Rocchi) non piace alla Serie A. Così la FederCalcio aveva indetto un irrituale “sondaggio” tra le società, che aveva sollevato diverse perplessità, tanto da ricevere più schede bianche che preferenze valide, queste quasi tutte per l’uscente De Marco. Mentre Abbattista aveva incassato zero voti, anche se molte delle astensioni rimettevano semplicemente la decisione al designatore. Così, forte di questa indicazione, la Figc aveva forzato la mano, annunciando la nomina di De Marco, espressione della continuità, perché vicino a Rocchi.
Caso chiuso? Neanche per sogno. Repubblica in settimana ha confermato quanto le parti siano rimaste sulle proprie posizioni, al punto che De Marco, pur avendo firmato il contratto e iniziato a percepire lo stipendio, non ha mai preso servizio, visto il divieto di Orsato a parlare coi club. Che la Figc abbia agito in buona fede (per favorire il dialogo con la Serie A) o meno (note le ingerenza sugli arbitri negli ultimi anni), era evidente che imporre al designatore un candidato a lui non gradito per un ruolo fiduciario non fosse una buona idea. Forse pensavano che Orsato alla lunga si sarebbe convinto, ma il designatore è intransigente almeno quanto il nuovo corso che ha avviato: pretende di lavorare con un uomo di sua totale fiducia, cioè Abbattista. Di qui lo stallo, totale e anche un po’ imbarazzante.
La soluzione sarebbe un compromesso che è stato faticosamente trovato nelle ultime ore: a fare da ponte tra CAN e club di Serie A sarà Domenico Messina, attuale direttore tecnico dell’AIA, che assumerà temporaneamente anche questa delega. Abbattista, invece, inizierà a lavorare con la Serie B. L’idea è che dal prossimo anno poi sia lui a prendere in mano entrambi i campionati, ma su questo ci sono ancora resistenze: Abbattista per le sue denunce passate non è particolarmente popolare (sconta il veto soprattutto di 2-3 club importanti), e considerato che lo stipendio del coordinatore lo paga la Lega è comprensibile che le società vogliano avere voce in capitolo. Se ne riparlerà in futuro. Intanto, forse, si parte così. Rimane un dettaglio: il “povero” De Marco, che non sembra proprio entusiasta di fare un passo indietro. Toccherà a chi ha fatto il pasticcio (cioè alla Figc) convincerlo e trovargli un’alternativa.
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“Non possiamo regalargli più tempo”: l’appello social di migliaia di sconosciuti per Pete, tifoso dell’Arsenal malato terminale. E Rice risponde
Un ricordo per la vita. È la storia dello “zio” Pete, tifoso dell’Arsenal da sempre, che sta affrontando un tumore al pancreas in fase terminale. E di un regalo speciale ricevuto dal suo calciatore preferito, Declan Rice. “Per me sei una persona straordinaria! Non riesco a esprimere a parole quanto significhi questo gesto. Grazie, grazie davvero. Vai a vincere la Champions League per me!”. Il regalo? Due maglie dell’Arsenal, di cui una autografata proprio dal centrocampista inglese.
Tutto nasce da un appello sui social, diventato virale in pochissime ore. Un familiare di Pete aveva chiesto un aiuto su Instagram per realizzare un’ultima grande sorpresa allo zio, grande appassionato dei Gunners. Le migliaia di condivisioni e di commenti hanno fatto la differenza.
Un ultimo desiderio
I messaggi arrivano anche a Declan Rice. Il regalo viene prestato recapitato in ospedale. La reazione di Pete e l’emozione della sua famiglia sono state raccontate attraverso una lunga lettera. “Non possiamo regalare a Pete più tempo, per quanto lo desideriamo disperatamente. Ma grazie a migliaia di perfetti sconosciuti, siamo riusciti a regalargli un momento di felicità che nessuno di noi dimenticherà mai. A volte i social media ti ricordano quanta bontà c’è ancora nel mondo. Migliaia di sconosciuti. Un tifoso dei Gunners da sempre. E un sorriso che ha significato assolutamente tutto. E a nome di zia Julie, Lauren, Rikki e dell’intera famiglia Betts, grazie dal profondo del cuore. Avete regalato loro un ricordo che custodiranno per sempre”.
L’umanità di Rice
Non è la prima volta che Rice si rende protagonista di gesti simili. Nel maggio 2023, quando ancora giocava nel West Ham, regalò la propria maglia a un bambino in lacrime sugli spalti. Nell’agosto 2024, invece, donò 5mila sterline per sostenere le cure di Oscar Fairs, giovane portiere dell’Academy del West Ham colpito da un tumore al cervello. Due episodi che, insieme alla sorpresa riservata a Pete, raccontano anche il lato più umano del centrocampista. Una maglia e una dedica speciale per un ultimo sorriso. A volte, basta davvero poco.
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“Torna in Africa con la barca con cui sei arrivato”, “Scimmia”: insulti choc a Maignan. Il Milan: “Tutti vogliamo vincere, ma con rispetto”
Alcuni con una serie di immagini animate con delle scimmie, altri con insulti in inglese a stampo razzista. Mike Maignan è stato bersagliato dai tifosi del Milan dopo l’espulsione di giovedì sera, nella sfida contro il Bournemouth persa per 3-0 in Europa League, per uno schiaffo in faccia a palla ferma a un avversario. “Torna in Africa con la barca con cui sei arrivato“, “Animale nero”, si legge in alcuni commenti molto pesanti sotto i vari post social. Frasi che il Milan ha condannato, pubblicato una nota ufficiale a riguardo. “A seguito della partita di ieri contro il Bournemouth, Mike Maignan è stato bersaglio di gravi e inaccettabili insulti razzisti sui social media. Il Milan condanna con fermezza ogni forma di razzismo e discriminazione, comportamenti inaccettabili che non trovano spazio né dentro né fuori dal campo”. È quanto si legge in un comunicato della società rossonera.
“Il club esprime la propria piena solidarietà e il proprio sostegno a Mike e ribadisce il suo costante impegno nella promozione dei valori del rispetto, dell’inclusione e dell’uguaglianza. Questi sono i valori del Milan. Infine, dobbiamo restare uniti, come milanisti e come movimento calcistico italiano. L’unico modo per riportare il calcio italiano dove merita di stare è fare fronte comune e dare il meglio di noi stessi, sia individualmente che collettivamente. Vogliamo tutti vincere, ma dobbiamo farlo nel modo giusto, con dignità, rispetto reciproco e classe“, ha aggiunto il club rossonero. Tutto arriva dopo la brutta sconfitta per 3-0 dei rossoneri in Europa League sul campo del Bournemouth. Al minuto 28, su azione da calcio d’angolo, il portiere rossonero ha messo le mani in faccia ad Adams buttandolo giù. Immediato l’intervento dell’arbitro Vassilis Fotias che ha espulso il numero uno francese.
In porta è entrato Torriani, che ha preso il posto di Hutchinson. Maignan si è successivamente scusato sui social: “Il mio gesto non era intenzionale. Come tutti i portieri e come in ogni partita, volevo creare dello spazio nella mia zona in area. Sfortunatamente, questo ha portate a dare una cattiva immagine, in particolare ai più giovani. Il club, lo staff e i miei compagni sanno che tipo di persona e che tipo di capitano io sia. Conoscono le mie intenzioni e mollare non ne fa mai parte. Per il resto, siamo abituati alle interpretazioni date da alcune persone e da certi media”. Scuse che non hanno evitato i tantissimi insulti social ricevuti dal portiere francese, capitano del Milan, con la maggior parte appunto a stampo razzista.
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Paura per Kompany: l’allenatore del Bayern Monaco collassa in campo e viene trasportato in ospedale in elicottero. Cosa è successo
C’è apprensione in Germania per le condizioni di Vincent Kompany, allenatore del Bayern Monaco. Nel pomeriggio, infatti, è stato ricoverato d’urgenza dopo essere crollato a terra nel centro sportivo del club che allena dal 2024. Il tecnico belga, che già da una settimana è alle prese con una infezione virale, è stato trasportato in elicottero in un ospedale a Monaco. Dopo l’allenamento della prima squadra, Kompany voleva assistere alla sessione della formazione U23 quando ha avuto un collasso. I media tedeschi riportano anche che “Kompany era già apparso fortemente indebolito a causa di un’infezione virale“. Addirittura sabato scorso, in occasione della vittoria per 6-1 contro il Lipsia, aveva tenuto il discorso alla squadra ma sia nell’intervallo sia dopo la partita si era dovuto sdraiare per qualche momento sul divano del suo ufficio all’Allianz Arena. L’infezione avrebbe causato problemi a un vecchio tessuto cicatriziale, rendendogli faticoso persino salire le scale.
A riportare la notizia inizialmente era stata la Bild. La scorsa settimana Kompany era stato debilitato da un’infezione virale, avvertendo i primi sintomi in occasione della gara vinta sabato per 6-1 contro il Lipsia. Il tecnico non si era presentato alle interviste post-partita e aveva anche saltato l’allenamento di lunedì per sottoporsi a un nuovo e approfondito controllo. Anche il giorno dopo Kompany non aveva diretto la seduta, lasciando anche la conferenza stampa pre-Arsenal al vice Aaron Danks. “La cosa più importante che stiamo cercando di fargli capire in questo momento è che deve riposare e prendersi tutto il tempo di cui ha bisogno, indipendentemente da quanto possa essere lungo“, aveva detto su Kompany, che però contro i Gunners era regolarmente in panchina. Lo stesso allenatore belga, nel post-gara, aveva spiegato di aver contratto “un virus piuttosto forte, naturalmente non ho ascoltato il mio corpo e, a un certo punto, il corpo mi ha detto: ‘Adesso basta, fermati!'”.
Successivamente il Bayern ha confermato la notizia: “Vincent Kompany è dovuto andare venerdì in ospedale dopo un malore durante l’allenamento della squadra riserve del Bayern Monaco. L’allenatore della squadra professionistica stava osservando la sessione della seconda squadra. Kompany verrà sottoposto a controlli approfonditi in ospedale e rimarrà sotto custodia medica. Fino a nuovo avviso, il suo staff tecnico gestirà l’allenamento e le attività di gioco”, si legge nella nota.
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Rayan Lawaj morto a 14 anni: il giovane calciatore è stato travolto mentre tornava da un allenamento
Un ragazzino di 14 anni, Rayan Lawaj, è morto ieri pomeriggio all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo dov’era ricoverato in condizioni disperate da martedì sera, quando era stato investito da un’auto mentre camminava sul ciglio di una strada a Ghisalba. Il tentativo dei medici di salvarlo si è rivelato vano per le gravissime ferite riportate nell’impatto con un’Alfa Romeo Giulietta, il cui conducente si era subito fermato a prestare i primi soccorsi. In quel momento la pioggia era battente e la visibilità scarsa perché si tratta di un provinciale che porta da Ghisalba a Martinengo, dove il giovane viveva con i genitori e i fratelli. Al momento dell’incidente stava rincasando dopo aver concluso l’allenamento di calcio in un paese della zona: era infatti un tesserato della Tritium.
Questo il post del club: “Abbiamo ricevuto poche ore fa una terribile notizia: è venuto a mancare il nostro giovane tesserato Rayan Lawaj, di soli 14 anni. Rayan è stato vittima di un incidente stradale qualche sera fa e in questi momenti di concitata tensione facevamo tutti il tifo per lui. Purtroppo il suo giovane corpo non ha resistito e non ce l’ha fatta. Addolorati e attoniti per il triste accaduto ci stringiamo al dolore della famiglia e a loro siamo profondamente vicini in questo triste e drammatico momento“.
Secondo una prima ricostruzione, il giovane procedeva a bordo della carreggiata in direzione di Martinengo, in un tratto poco illuminato. Alle sue spalle è arrivata l’Alfa Romeo Giulietta condotta da un uomo di 38 anni, residente in un paese della Bassa Bergamasca. L’auto ha colpito il 14enne con la parte anteriore destra. L’impatto è stato molto violento e ha scaraventato il giovane oltre il guardrail. Il conducente si è fermato immediatamente e ha chiamato i soccorsi. Sul posto sono intervenuti l’automedica del 118, un’ambulanza e i vigili del fuoco di Palazzolo. Le condizioni del ragazzo sono apparse subito gravissime, in particolare per i traumi riportati alla testa. Dopo le prime cure, il giovane era stato trasferito in codice rosso all’ospedale di Bergamo, dove era stato ricoverato in terapia intensiva.
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De Laurentiis può vendere il Napoli, ma non a Matt Rizzetta: “Magari a un napoletano”. Il piano del patron partenopeo
Con gli occhiali da sole e il viso sornione quella di Aurelio De Laurentiis è una “poker face” eccellente. In ventidue anni alla guida della Società Sportiva Calcio Napoli se c’è stato qualcosa di pressoché impossibile da portare a casa con lui è stata l’interpretazione esatta delle sue mosse. Che bluffi o faccia sul serio, o che nel suo fare sul serio ci sia un po’ di bluff e viceversa non è (quasi) mai possibile capirlo. E il patron azzurro usa questa capacità a suo piacimento, naturalmente. Il tavolo che lo vede protagonista negli ultimi giorni è quello della eventuale vendita del Napoli. Ventidue anni ininterrotti di regno, aveva 55 anni quando rilevò la società dal fallimento e oggi ne ha 77: in mezzo ci ha messo due promozioni, una dalla C alla B e una dalla Cadetteria alla A, due Scudetti, tre Coppe Italia, due Supercoppe italiane la presenza stabile del Napoli nelle coppe europee e tanti campioni portati in azzurro.
È giunta l’ora del cambio di mano? Chissà, Aurelio come sempre porta tutti sulle giostre con le sue dichiarazioni, da un lato dice che il Napoli “È incedibile”, dall’altro però che “… se poi arrivasse qualcuno in grado di ripagare 25 anni di sacrifici…”. Da un lato racconta di aver rifiutato “un’offerta degli arabi da tre miliardi e mezzo di euro” dall’altro che “se qualcuno avesse voglia di sostituirmi nell’arco di due, tre, cinque anni, chissà”. Qualcuno. Chi? Rumors nemmeno troppo celati (anzi, proprio per nulla) hanno portato a Matt Rizzetta, imprenditore italo americano poco più che quarantenne, attraverso investitori e fondi come North Sixth Group e Underdog Global Partners. Rizzetta ha già investito nello sport italiano: nel Campobasso calcio, preso in Eccellenza e oggi stabilmente in C e soprattutto nel Napoli Basket che oggi sta facendo benissimo in Italia e in Europa.
Rumors per nulla celati perché da un lato Rizzetta ha più volte confessato pubblicamente (e spesso negli ultimi giorni) il sogno di rilevare il Napoli per creare una polisportiva, dichiarandosi pronto: “Io ci sono, sarei onorato di portare avanti l’eredità di quello che ha costruito De Laurentiis con il club. Farei di tutto e anche di più per non deludere la piazza” e dall’altro c’è Aurelio che lo invita al Maradona per Napoli–Bodo Glimt e racconta di essere stato già suo ospite negli Stati Uniti per una partita di basket, e pure di una trattativa cominciata con una due diligence e conclusa in una proposta da 2,2 miliardi di euro, rifiutata perché “Mi sarei dovuto fare gradualmente da parte”. Già, e pare un po’ un unicum che un presidente riservatissimo (sul fronte affari) come De Laurentiis riveli così tanto di un potenziale acquirente. E infatti eccolo offrire a tutti un nuovo giro di giostra quando dice che sì, forse potrebbe vendere “ma magari ad un napoletano e non ad un americano”. E giù a inseguire il nuovo giro di giostra: trova il prossimo presidente napoletano.
Sarà Diego Aponte? Figlio di Gianluigi e patron di Msc, partner commerciale del Napoli da tempo e main sponsor azzurro dal 2023. I rumors parlano anche di un impegno di Msc nella costruzione del nuovo stadio che Adl vorrebbe per il Napoli. E a proposito: il no agli americani era stato motivato en passant non solo con l’indisponibilità al pensionamento, ma pure con la questione stadio: “Rizzetta – aveva dichiarato Adl a Radio Kiss Kiss Napoli – si sarebbe fatto andar bene il Maradona”. E no, il Maradona, che sarà rinnovato con 200 milioni di euro in ottica Europei 2032 (fondi di Regione attraverso il Cipess e Comune) non va bene a De Laurentiis che invece insiste su un nuovo stadio. Dove? L’area individuata è quella dell’ex raffineria Q8 a San Giovanni a Teduccio, Napoli Est, che dovrebbe essere oggetto di un profondo restyling, dove c’è già una stazione ferroviaria nelle vicinanze. Dovrebbe arrivare nelle prossime settimane una valutazione del prezzo dei terreni: non una prima pietra (come quella posta un anno fa per l’eventuale nuovo centro sportivo che però ancora non c’è) ma un elemento concreto.
Un elemento concreto anche nella valutazione di quel Napoli che Adl prese per 32 milioni di euro quando non esisteva più e che oggi ha trasformato in una realtà calcistica europea in grado di vincere coi conti in ordine. Quanto valgono oggi, ventidue anni dopo, quei 32 milioni? Difficile dirlo. Per gli analisti indipendenti una cifra che va dagli 800 milioni al miliardo, per Adl almeno due… e al tavolo, di poker come quello delle trattative, siede lui. Se vuole.
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Incidente per Gianni Careri: ha perso quattro dita del piede. L’ex portiere: “Devo rimettermi, i miei ragazzi mi aspettano”
Venti giorni di ricovero, due delicati interventi chirurgici e una lunga riabilitazione da affrontare. È il percorso che attende Gianni Careri, ex portiere del Pordenone e oggi preparatore dei giovani numeri uno della Lunigiana Pontremolese, rimasto vittima di un grave incidente lo scorso 3 ottobre nel Parco delle Cinque Terre. Bolognese di nascita e ligure d’adozione, Careri, classe 1982, stava raggiungendo alcuni amici e familiari a bordo di un trenino monorotaia che lui stesso stava guidando. Durante il tragitto, una manovra azzardata ha provocato l’incastro del piede destro nella rotaia, causando lesioni molto gravi.
Le condizioni dell’ex calciatore sono apparse subito serie, rendendo necessario il trasferimento d’urgenza in ospedale a Genova. Qui è rimasto ricoverato per venti giorni, sottoponendosi a due interventi chirurgici particolarmente importanti. La diagnosi finale ha confermato la perdita di quattro dita del piede destro. L’alluce, fondamentale per la deambulazione, è invece rimasto integro. Dopo aver affrontato anche un intervento di chirurgia plastica ricostruttiva, Careri ha iniziato il percorso di riabilitazione, che si preannuncia lungo. L’obiettivo è recuperare le condizioni fisiche necessarie per tornare alla propria attività di preparatore dei portieri.
“Farò di tutto per rimettermi in forma e ricominciare ad allenare i ragazzi della Lunigiana Pontremolese. Mi stanno aspettando, devo rimettermi in fretta“, ha raccontato l’ex portiere, mostrando determinazione nonostante le conseguenze dell’incidente. Careri ha ricordato anche l’infortunio subito durante la sua esperienza a Pordenone, sottolineando quanto la mentalità sportiva lo stia aiutando ad affrontare questa nuova difficoltà. “Comunque nulla è compromesso, l’importante è reagire positivamente come accaduto quando mi infortunai a Pordenone. Noi sportivi siamo preparati a questo tipo di “traumi”. Considero quanto mi è accaduto una prova in più da superare“.
La vicenda è stata resa pubblica dallo stesso Careri attraverso i suoi profili social. Insieme al racconto di quanto accaduto, l’ex calciatore ha promosso una raccolta fondi destinata al reparto di Ortopedia pediatrica dell’ospedale di Genova, con l’intento di sostenere la ricerca. “L’intento è raccogliere dei fondi a favore della ricerca, partendo ovviamente da una mia offerta personale”, ha spiegato. Nel frattempo, per Careri è iniziata la fase della riabilitazione, con la prospettiva di tornare gradualmente alla normalità e riprendere il lavoro con i giovani portieri. “In tutto questo avere la cultura sportiva mi sta aiutando ad affrontare la vicenda nella maniera giusta“, ha concluso.
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Antonio Conte sul suo futuro: “Il mio nome accostato a tanti club. Leggo di richieste economiche, pieni poteri e di riserve per il mio carattere ‘forte’. Sono supposizioni”
“Alla luce delle indiscrezioni pubblicate negli ultimi giorni da diversi organi di informazione, in Italia e all’estero, ritengo opportuno intervenire per fare chiarezza. Il mio nome è stato accostato a numerosi club, ma al momento non vi è alcuna trattativa in fase avanzata“. Comincia così il messaggio di Antonio Conte nelle sue storie Instagram in cui fa chiarezza sul suo futuro. Il tecnico leccese – che nelle settimane precedenti aveva strizzato l’occhio a club “blasonati”, che “hanno perso di vista la propria storia” – ha deciso di uscire allo scoperto dopo che nelle ultime settimane il suo nome è stato accostato a diversi club italiani e stranieri, tra cui Juventus e Manchester United tra le tante, dove le panchine di Spalletti e Carrick non sono più al sicuro dopo gli ultimi deludenti risultati.
“Dopo una splendida e vincente esperienza alla guida del Napoli, mi prenderò il tempo necessario per valutare come e quando tornare ad allenare. Sarà una scelta ponderata, che farò quando riterrò che vi siano le condizioni giuste“, scrive Conte, che poi entra più nello specifico: “Ho letto di presunte richieste economiche e di pieni poteri che avrei già avanzato alle società citate, così come di riserve legate a quello che viene definito il mio un ‘carattere forte‘”.
Nessuna trattativa avanzata con la Juventus e nessuna con il Manchester United, così come con tutti gli altri club a cui Conte è stato accostato nell’ultimo mese: “Si tratta di ricostruzioni prive di fondamento poiché, allo stato attuale, non esistono elementi concreti sui quali basare simili valutazioni. Qualora si presentasse un’opportunità concreta, sarà il momento di confrontarsi con il club interessato e valutare insieme le condizioni di un eventuale accordo, nel rispetto delle reciproche esigenze e delle caratteristiche che contraddistinguono il mio lavoro di allenatore. Fino ad allora, ogni ipotesi sulle mie richieste e sul mio futuro professionale resta una supposizione e non può essere considerata come un fatto”, ha concluso nel lungo messaggio pubblicato anche in inglese.
Nonostante la smentita, però, dall’Inghilterra insistono: se nel prossimo weekend – domenica alle 17:30 contro il Bournemouth – il Manchester United non dovesse vincere, Carrick verrebbe esonerato e il club andrebbe forte su Antonio Conte. E la sua ombra, inevitabilmente, è anche dietro Luciano Spalletti, visto che la sua Juventus non riesce a trovare continuità.
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Ti ricordi… “La vie c’est fantastique quando segna Mario Frick”
Urbex vuol dire “urban exploration”: esplorazioni urbane che avvengono in luoghi abbandonati e che oggi hanno un discreto seguito in rete e sui social. La matrice del seguito è per lo più la nostalgia, visto che i luoghi visitati sono vere e proprie capsule del tempo. D’altronde cos’è, se non una capsula del tempo, una discoteca abbandonata? Già, perché luoghi di questo tipo sono tra le mete principali degli esploratori urbani e tra i più apprezzati dagli utenti. E tra consolle abbandonate, strobo pendenti, divanetti ormai logori pare di ricordare serate di altri tempi e persino di percepirne la musica: dance, house, techno a seconda delle preferenze, capolavori o pezzi meno impegnativi che pure chi non era amante del genere né frequentatore di quel mondo ricorderà con un pizzico di nostalgia. Non era un capolavoro ad esempio La vie c’est fantastique degli Sms, che ha fatto ballare giovani in Italia e in Europa nel 2001, ma provate ad accennarne il titolo a qualcuno che all’epoca aveva vent’anni o giù di lì all’epoca e inevitabilmente vi risponderà “Pourquoi tu te la complique?”, ovvero il seguito del motivetto. Provate a dirlo a chi aveva vent’anni o giù di lì all’epoca ed era pure calciofilo e vi sentirete rispondere “Quando segna Mario Frick”.
Già, non era un capolavoro la canzone, non era un memorabile bomber Mario Frick, attaccante nato in Svizzera ma di nazionalità liechtensteinese che vent’anni fa di questi tempi era vicecapocannoniere in Serie A. Nato in Svizzera, ma cresciuto a Balzers, in Liechtenstein, Mario Frick avrebbe dovuto intraprendere la carriera di tutti gli altri ragazzi della sua zona: l’economia bancaria. E se proprio c’è da fare sport ci sono gli sci. Invece Mario vuole giocare a pallone e per quello entra in rotta di collisione col papà, che non vede di buon occhio la passione del ragazzo e non vede proprio un futuro nel calcio professionistico. D’altronde i precedenti in Liechtenstein non sono moto favorevoli. Eppure, a dispetto dei dubbi paterni e di una tradizione sportiva che offriva ben pochi appigli, Mario sceglie il pallone. Muove i primi passi tra San Gallo, Basilea e Zurigo, mostrando subito due tratti distintivi che ne segneranno il percorso: un fiuto del gol non comune e un’indole del tutto priva di filtri. Giovanissimo, apre un proprio sito web personale in cui inserisce una rubrica spietata: le pagelle dei suoi stessi allenatori. Quando il tecnico del Zurigo, Gilbert Gress, lo esclude o ne limita il raggio d’azione, Frick non ci pensa due volte e scrive nero su bianco che il mister è “un uomo dell’età della pietra per quanto riguarda la gestione umana“.
Ma dietro la maschera del calciatore irriverente si nasconde presto un’ombra profonda. In quegli anni Mario precipita nel tunnel della ludopatia. Inizia a scommettere su tutto, travolto da una spirale di azzardo e frenesia: “Scommettevo, e tanto. Ero fuori controllo, sommerso dai debiti. All’inizio vincevo e mi sentivo infallibile, poi ho iniziato a perdere ed è diventato un incubo”, racconterà anni dopo a cuore aperto. Un baratro da cui riesce a riemergere grazie al supporto incrollabile del suo procuratore, della famiglia e soprattutto della moglie, che lo aiuta a saldare i debiti e a rimettersi in carreggiata. È proprio all’inizio di questa rinascita, nel novembre del 2000, che il destino gli tende la mano in Serie C1. Il direttore sportivo dell’Arezzo, Tito Corsi, va a vederlo giocare con la Nazionale del Liechtenstein contro la Germania. Finisce 8-2 per i tedeschi, ma Frick segna una rete con una sfrontatezza tale da convincere la dirigenza toscana ad ingaggiarlo. Al debutto nel derby contro la Lucchese firma una doppietta conquistando all’istante la Curva Sud amarantina. È il trampolino di lancio verso il grande palcoscenico della Serie A.
L’anno successivo passa all’Hellas Verona. La squadra ha un organico stellare per l’epoca — tra le sue fila militano futuri campioni del mondo e talenti come Camoranesi, Gilardino, Mutu, Oddo e Italiano —, ma è Mario ad accendere le fantasie delle gradinate del Bentegodi. Durante la settimana, un tifoso gli consegna una maglietta intima personalizzata chiedendogli di mostrarla al primo gol. L’occasione arriverà a dicembre, in una sfida infuocata contro il Brescia: Frick mette a segno due reti e, sollevando la divisa gialloblù, rivela al mondo la scritta diventata cult: “La vie c’est fantastique quando segna Mario Frick“. Un connubio perfetto tra tormentone dance e passione calcistica che farà storia. Dopo la sfortunata retrocessione degli scaligeri e un passaggio a Terni, trova la sua vera isola felice a Siena. In terra toscana diventa il simbolo di una squadra capace di conquistare salvezze epiche che per la piazza valevano quanto scudetti. Frick corre, si batte su ogni pallone, segna gol pesanti e si trasforma in un eroe popolare, amatissimo per la sua umiltà e la sua generosità in campo.
Con la maglia della propria Nazionale, intanto, costruisce un legame quasi paradossale. È il miglior marcatore di sempre nella storia del Liechtenstein con 16 reti, ma negli ultimi anni di carriera, complice l’assenza di difensori di ruolo nel Paese, accetta di arretrare il proprio raggio d’azione fino a diventare difensore centrale. Gioca in retroguardia contro giganti come Ibrahimović e Lewandowski, mantenendo però con orgoglio sulle spalle la maglia numero 10. Un dettaglio surreale che ben riassume la sua parabola sportiva. Appesi gli scarpini al chiodo nel 2016, Frick intraprende la carriera da allenatore in Svizzera, sedendosi sulle panchine di Vaduz e Lucerna. Anche a bordo campo rimane lo stesso di sempre: viscerale, spontaneo, allergico alle convenzioni dei social media e capace di regalare perle memorabili ai microfoni della stampa, festeggiando i successi al novantesimo con uscite colorite che farebbero impallidire i puristi. Ma dietro l’impeto c’è soprattutto un uomo di grande spessore: forte dei demoni che ha dovuto affrontare da giovane, tiene la porta del suo ufficio sempre spalancata per ascoltare i problemi personali, psicologici o finanziari dei suoi ragazzi, offrendo loro l’aiuto di chi nel baratro c’è stato davvero. I tempi di quella Serie A nostalgica e patinata sembrano oggi lontani, custoditi come quei vecchi dischi in vinile nelle consolle delle discoteche ormai silenziose. Ma basta nominare il suo nome per far scattare un riflesso incondizionato in chiunque abbia vissuto quelle domeniche di inizio millennio. Un sorriso, un ricordo spontaneo e quella melodia che torna a suonare nella mente, pronta a riaccendere la festa. Ready, the DJ is on the door. J’adore.
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Perché l’Inghilterra gioca un altro sport
Tutto il sistema inglese, non solo la Premier League, ha squadre di gran lunga più ricche delle altre leghe. Il mercato mondiale è organizzato in sistemi nazionali molto distanti fra loro, mentre le differenze al loro interno sono relativamente contenute.
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