❌

Reading view

“I soldi sono la chiave di tutto, sono il motivo per cui qualcuno, quella mattina, è andato da Marco”: parla la madre di Pantani

Tonina Belletti, la madre di Marco Pantani, non ha nessuna intenzione di arrendersi: “Continuerò a lottare per la verità. Gliel’ho promesso sulla tomba”. Da oltre 20 anni lotta per ricostruire quanto successe il 14 febbraio 2004 all’hotel Le Rose, dove fu trovato il corpo senza vita dell’indimenticato campione di ciclismo. La terza indagine della Procura di Rimini si appresta a finire con un nulla di fatto: gli avvocati Fiorenzo e Alberto Alessi, legali dei genitori, si sono opposti all’archiviazione e ora toccherà al gip decidere come procedere. La madre del Pirata però resta convinta: “I soldi sono la chiave di tutto, sono il motivo per cui qualcuno, quella mattina, è andato da Marco”, ha ribadito in un’intervista al Resto del Carlino.

Nel maggio scorso la Procura di Treno aveva chiesto l’archiviazione dell’indagine sulla “associazione a delinquere di stampo mafioso riconducibile al decesso di Marco Pantani“. Sotto la lente della procura, l’ombra della camorra che sarebbe intervenuta per negare la vittoria del campione romagnolo al Giro d’Italia del 1999. La pm della Dda, Patrizia Foiera, aveva amaramente messo nero su bianco che “nessuno, nell’attualità, ha colto l’occasione per dare un qualsiasi contributo probatorio” rispetto all’ipotesi di un complotto contro Pantani.

Sulla morte di Pantani all’hotel Le Rose invece qualcuno ha parlato: un agente di polizia penitenziaria si è rivolto alla famiglia Pantani raccontando la confidenza fattagli da un detenuto di nazionalità marocchina. A lui Fabio Miradossa – uno dei condannati per la dose fatale a Pantani – avrebbe raccontato che il Pirata sarebbe stato aggredito per un debito legato al consumo di cocaina. Non trovando i soldi, Miradossa e altri due uomini lo avrebbero costretto a ingerire cocaina sciolta nell’acqua e lo avrebbero picchiato. Questo nuovo racconto però non ha trovato riscontri nell’attività investigativa, che per ora resta ferma al punto originario: Pantani è morto per un mix di farmaci antidepressivi e cocaina.

“Io ero e resto convinta – dice la madre al Resto del Carlino – che c’era qualcuno quella mattina con Marco. E che Marco sia stato aggredito dopo una lite, scoppiata per una questione di soldi legata alla droga”. E ancora: “Lui aveva fatto dei prelievi, aveva parecchi contanti con sé: 20mila euro, forse di più. Perché non sono stati mai trovati? I soldi sono il vero movente”. Tonina Belletti sottolinea anche un altro aspetto: “Era possibile arrivare alla camera dove si trovava Marco anche senza passare dall’ingresso principale”. E, nonostante le inchieste finora siano tutte arrivate a un binario morto, la madre del Pirata conclude: “Non mi rassegnerò fino a quando non sarò certa che sarà stata scritta tutta la verità”.

L'articolo “I soldi sono la chiave di tutto, sono il motivo per cui qualcuno, quella mattina, è andato da Marco”: parla la madre di Pantani proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Tremendo infortunio per Jalen Williams, i compagni sotto choc: Gilgeous-Alexander fatica a trattenere le lacrime

Un gravissimo infortunio ha sconvolto la NBA: si tratta di Jalen Williams, stella degli Oklahoma City Thunder. A poco più di un minuto dalla fine della partita contro i Los Angeles Clipper (vinta poi per 108 a 101) il giocatore è atterrato male dopo una schiacciata e la gamba sinistra si è piegata con una torsione totalmente innaturale. Lo staff medico ha subito coperto con un telo l’arto infortunato; nonostante ciò, lo choc per compagni e avversari è stato forte.

Uscito in barella, Jalen Williams ha rivolto al pubblico due pollici alzati; purtroppo, però, il trauma che ha subito – ancora senza diagnosi – si preannuncia particolarmente grave. Probabile stagione finita per il secondo violino di OKC, il cui apporto nelle Finals del 2025 è stato determinante con i suoi 23.6 punti di media nel corso delle 7 gare che portarono i Thunder al titolo.

È un brutto colpo per la squadra; non tanto perché Jalen Williams era un perno del quintetto, quanto più per l’impatto emotivo sul collettivo. Shai Gilgeous-Alexander, leader degli Oklahoma City Thunder e 2 volte MVP della Lega NBA, ha a stento trattenuto le lacrime nel post partita: “Dispiace davvero tantissimo per lui, nient’altro da aggiungere”.

“Non lo stiamo affrontando benissimo“, ha confermato coach Marc Daigneault, che poi però ha affermato che il calendario impone di voltare pagina molto velocemente. I Thunder torneranno in campo stanotte, in casa, contro i Phoneix Suns. Parole di conforto e incoraggiamento sono arrivate anche dal sindaco di Oklahoma City David Holt: “L’intera città avrà JDub (soprannome di Williams, ndr) nei propri pensieri e nelle proprie preghiere mentre affronta questa avversità e lungo tutto il suo percorso di recupero”.

L'articolo Tremendo infortunio per Jalen Williams, i compagni sotto choc: Gilgeous-Alexander fatica a trattenere le lacrime proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Ho una malattia infame, oggi è mia ma domani potrebbe essere dei miei figli. Mia moglie ha avuto la forza di farmi tornare”: parla Matteo Materazzi

Matteo Materazzi, fratello di Marco ex difensore dell’Inter e della Nazionale campione del Mondo nel 2006, è affetto da una rara forma di sclerosi laterale amiotrofica (Sla). Ospite di Verissimo oggi 25 ottobre, nel salotto di Silvia Toffanin ha raccontato la sua lotta contro “una malattia infame” che “ogni giorno ti toglie qualcosa”. Matteo Materazzi ha raccontato il suo viaggio negli Stati Uniti per “una cura sperimentale“. Negli Usa ha iniziato un nuovo percorso terapeutico: “Sono andato grazie all’aiuto di amici che non sapevo nemmeno di avere. La cura non serve a me, serve ai nostri figli. È una malattia genetica, oggi è mia ma domani potrebbe essere dei miei figli. Vorrei che ci fosse un’arma per combattere questa malattia”.

A Matteo Materazzi è stata diagnosticata una rara forma di SLA a settembre 2024. A rivelarlo era stata la moglie Maura Soldati, che aveva avviato anche una raccolta fondi proprio per cercare di aiutare il marito a sostenere le cure negli Stati Uniti. E tra i temi più chiacchierati dopo la rivelazione della malattia c’era stato anche quello relativo al rapporto con il fratello Marco. La moglie aveva subito chiarito tutto: “Si sta spendendo anche lui”. Lo stesso Matteo Materazzi in un’intervista a Repubblica aveva fatto chiarezza: “Abbiamo litigato per sciocchezze, adesso proviamo a recuperare il tempo perso”.

Matteo Materazzi ha 50 anni, anche lui come il fratello Marco ha provato la carriera da calciatore ma l’apice lo ha toccato con qualche presenza in Serie C. Appesi gli scarpini al chiodo era rimasto nel mondo del calcio come agente di calciatori. “Sono una persona normale che vive la malattia come tante persone. Sono arrivato all’età di 50 anni stando bene, mi reputo fortunato, tra virgolette. Ho costruito una famiglia, ho avuto dei figli. Sto male quando vado negli ospedali e vedo bambini che hanno una malattia come la mia, quello è un problema”, ha raccontato a Verissimo.

“Questa malattia mi ha insegnato molto, la malattia ti cambia. Si può soffrire ma bisogna andare avanti con il sorriso. Il destino ha scelto di farmi vivere così, ho una testa lucidissima. Nei limiti del possibile cerco di lavorare, mi do da fare: mi piace vivere”, ha aggiunto Matteo Materazzi. Il pilastro della famiglia è rappresentato dalla moglie Maura: “Ci eravamo separati quando mi sono ammalato. Io ero anche in un periodo di depressione, lei ha avuto la forza di farmi tornare“.

Maura Soldati ha raccontato a Silvia Toffanin: “Con Matteo siamo insieme da 30 anni, è la mia famiglia. Abbiamo riscoperto di amarci molto, nel male ci sono anche situazioni positive”, dice Maura Materazzi. Dopo il viaggio negli Stati Uniti “abbiamo visto un rallentamento della malattia, ma non vogliamo dare false speranze a nessuno. È una cura personalizzata, c’è voluto un anno per accedere a questo trial. Matteo è stato il primo a sottoporsi a questo protocollo, stiamo cercando di aprire una strada per rendere questa cura disponibile senza dover andare negli Stati Uniti”.

L'articolo “Ho una malattia infame, oggi è mia ma domani potrebbe essere dei miei figli. Mia moglie ha avuto la forza di farmi tornare”: parla Matteo Materazzi proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Boxe, Lorenzo Berlusconi vince il quarto incontro su quattro: a bordo ring esulta papà Pier Silvio

C’è un Berlusconi sta provando a costruirsi una carriera nella boxe. Si chiama Lorenzo ed è il figlio di Pier Silvio e Silvia Toffanin: a Genova, il 16enne dell’Asd Clan Area di Rapallo ha vinto il suo quarto incontri su altrettanti match disputati sotto l’egida della federazione pugilistica italiana (Fpi). A bordo ring c’era anche il padre, grande appassionato di pugilato e descritto come euforico per le prestazioni del figlio. Il giovane Lorenzo Berlusconi, d’altronde, finora è imbattuto: ha vinto tutti i suoi incontri, anche quelli disputati da più giovane nel circuito Kombat Tour Italia.

Di lui si era cominciato a parlare tra febbraio e marzo scorso, quando aveva vinto due incontri consecutivi, l’ultimo sul ring del Casinò di Sanremo. Dopo qualche mese di pausa, è tornato a combattere nella categoria 60 kg: ha battuto ai punti Oscar Acciai. Chi era presente lo descrive come un pugile tecnico, che ad oggi fa del gancio destro uno dei suoi colpi migliori. Lo confermano anche le parole di Clemente Russo qualche mese fa: “Molto intelligente, molto tecnico con una buona guardia. Se continua così, allenandosi con impegno può togliersi tante belle soddisfazioni”, aveva detto a Leggo il due volte argento olimpico.

Proprio Russo aveva confermato anche la grande passione di papà Pier Silvio, che non si perde un incontro del figlio. L’Ad di Mediaset in una vecchia intervista a Repubblica si era lasciato andare: “L’importante è che si diverta, che cresca bene. Magari domani incontra una ragazza e s’innamora, smette. Anche se per il momento lo vedo molto determinato”. Sono passati due anni e Lorenzo Berlusconi continua a salire sul ring. Per ora, anche a vincere.

L'articolo Boxe, Lorenzo Berlusconi vince il quarto incontro su quattro: a bordo ring esulta papà Pier Silvio proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Impresa di Targhetta: è argento mondiale nel cavallo con maniglie, Italia sul podio dopo 113 anni. La dedica speciale: “Forza Bonni”

La medaglia d’argento mondiale al collo, il sorriso di chi ha appena realizzato un sogno e la consapevolezza che il viaggio non è ancora finito. Gabriele Targhetta, vicecampione del mondo al cavallo con maniglie con 15.233 punti, alle spalle dell’armeno Hamlet Manukyan, si gode il momento più importante della sua carriera. L’Italia torna sul podio iridato della specialità a distanza di 113 anni, dall’edizione di Parigi 1913. Un risultato straordinario che interrompe anche un digiuno di medaglie mondiali della ginnastica artistica italiana che durava dall’edizione di Kitakyushu 2021. Dopo il successo in Coppa del Mondo e il titolo europeo conquistato quest’anno a Zagabria, il ginnasta azzurro aggiunge un altro risultato prestigioso a una stagione straordinaria. “Adesso diciamo che non posso più non crederci. È successo veramente, ho la medaglia al collo e sono felicissimo“.

Poi una dedica speciale: “Ho gareggiato con leggende della ginnastica. Sto vivendo un sogno. Dedico la medaglia”, ha aggiunto ai microfoni di Rai Sport, “a tutti i ginnasti, alla squadra nazionale, alla Polizia di Stato che mi sta sostenendo tanto e a un ragazzo al quale tengo tanto: forza Bonni!”. Il riferimento è al 24enne compagno di nazionale Lorenzo Bonicelli che lo scorso anno si è infortunato gravemente agli anelli alle Universiadi di Essen e che lo seguiva sugli spalti dell’arena di Rotterdam.

Un traguardo che affonda le radici nell’infanzia. “Sono entrato in palestra per la prima volta a quattro anni e il funghetto mi ha attratto proprio perché iniziavo a girare e mi sembrava una cosa quasi scontata. Poi vedevo gli altri bambini che facevano più fatica e mi chiedevo come fosse possibile. A me veniva tutto subito, facevo pochissima fatica. Da lì, però, ci sono voluti tanto lavoro e tanto impegno. E siamo arrivati qua”, racconta Targhetta. Un talento naturale coltivato negli anni con dedizione e sacrificio, sotto la guida del suo allenatore Gian Matteo Centazzo. “In allenamento salgo sul cavallo tantissime volte. La mia sessione dura minimo un’ora e mezza, due ore, senza contare tutta la preparazione, il riscaldamento e il potenziamento. Ci dedico davvero tanto, tanto tempo”. Dice.

E adesso? Dopo l’oro europeo e l’argento mondiale, il prossimo obiettivo è provare a salire anche quell’ultimo gradino del podio, con i Giochi Olimpici di Los Angeles 2028 sullo sfondo. “Si può sempre fare meglio. A livello di esecuzione cercherò di migliorare, anche se è già molto alta. Ma non è mai abbastanza. E poi posso aumentare la difficoltà, aggiungendo tre giri su una maniglia al posto di uno, come faccio in questo momento”, assicura. La giornata di Targhetta si chiude con un pensiero per il compagno di Nazionale Yumin Abbadini, atteso domani dalla finale mondiale alla sbarra, ultimo appuntamento della rassegna iridata. “In bocca al lupo a Yumin per domani alla sbarra. Sarò là a fare il tifo per te, come hai fatto tu oggi con me”. Ma l’ultimo pensiero, quello più sentito, poi è di nuovo per Lorenzo Bonicelli. “E anche un saluto a Lorenzo Bonicelli, che è sempre là a fare il tifo per noi, a supportarci. Ciao Bonn“.

L'articolo Impresa di Targhetta: è argento mondiale nel cavallo con maniglie, Italia sul podio dopo 113 anni. La dedica speciale: “Forza Bonni” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Nba, figuraccia Knicks: scatole vuote, nessun anello celebrativo per gli assistenti e mail trappola ai dipendenti

A prima vista, sembrava una serata speciale per gli allenatori dei New York Knicks. Martedì sera, durante la cerimonia che ha dato il via alla nuova stagione NBA, la squadra ha celebrato la vittoria del titolo del 2026 con la consegna degli anelli ai protagonisti del successo e l’esposizione degli stendardi celebrativi. Gli allenatori, vestiti con felpe bianche da allenamento, hanno ricevuto delle scatole nere con una striscia arancione al centro. Dentro, almeno in apparenza, avrebbero dovuto esserci gli anelli del campionato, decorati con diamanti e zaffiri blu, i colori dei Knicks.

Il primo a ricevere il proprio anello è stato Leon Rose, presidente della squadra. Quando ha aperto la scatola, ha mostrato un gioiello scintillante, impreziosito da diamanti e pietre blu, creato per celebrare il titolo NBA conquistato nel 2026. Quando è arrivato il turno degli assistenti allenatori, però, la situazione è stata diversa: hanno ricevuto le scatole, ma al loro interno non c’erano gli anelli. Le scatole erano vuote.

La consegna degli anelli non avviene sempre nello stesso momento per tutti i membri di una squadra. Progettare i gioielli, raccogliere le misure e realizzarli richiede tempo e in alcune occasioni gli assistenti allenatori o i dirigenti li ricevono in un secondo momento. È già successo, per esempio, agli Oklahoma City Thunder: alcuni assistenti e dirigenti non avevano ricevuto i loro anelli durante la cerimonia d’inizio della stagione precedente. In altri casi, invece, la consegna è avvenuta regolarmente. Gli assistenti allenatori dei Cleveland Cavaliers nel 2016 e quelli dei Los Angeles Lakers nel 2020 avevano ricevuto i propri anelli durante la celebrazione del titolo. Secondo fonti interne citate da The Athletic, agli assistenti dei Knicks è stato assicurato che riceveranno un anello.

La situazione sarebbe invece diversa per molti dipendenti di lunga data del Madison Square Garden, compresi alcuni che lavorano nell’area commerciale della società, che non ne riceveranno uno. Nella NBA è infatti abbastanza comune che anche i dipendenti delle squadre campioni ricevano un anello celebrativo, sebbene generalmente meno costoso e meno elaborato rispetto a quelli destinati ai giocatori. E qui arriva l’episodio curioso della vicenda.

Alla fine di settembre, molti dipendenti del Madison Square Garden avevano ricevuto un’email che sembrava annunciare un regalo per celebrare il titolo dei Knicks. “Congratulazioni, il tuo anello è arrivato. Questo lo offre la società: stesso gioielliere, stessa lavorazione, personalizzato con il tuo nome. Senza alcun costo“. Erano disponibili due versioni: “Championship Gold” e “Garden Classic”. Per scegliere il modello, bastava cliccare su un link. Ma non c’era nessun anello in regalo.

Secondo diverse fonti interne, l’email era in realtà un test di phishing organizzato dal Madison Square Garden. Si trattava di una simulazione di truffa informatica, pensata per verificare se i dipendenti avrebbero cliccato su un collegamento sospetto. Chi ha cliccato sul link non ha potuto scegliere alcun gioiello. Al contrario, è stato obbligato a seguire un corso di cybersecurity. La vicenda si chiude quindi con un paradosso: mentre i Knicks celebravano il titolo NBA con anelli preziosi e una grande cerimonia, alcuni allenatori sono rimasti senza gioiello e diversi dipendenti hanno scoperto che la promessa di un anello gratuito era soltanto un test per mettere alla prova la loro attenzione contro le truffe online.

L'articolo Nba, figuraccia Knicks: scatole vuote, nessun anello celebrativo per gli assistenti e mail trappola ai dipendenti proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Una nuova era senza i veterani: così l’Italia degli sport invernali cerca di ripartire dopo Milano-Cortina

Milano–Cortina 2026 è stato un trionfo per l’Italia. Il record di 30 medaglie nell’edizione di casa resterà per sempre impresso nella storia dello sport azzurro. Tra i simboli del successo ci sono Federica Brignone e Francesca Lollobrigida, capaci di vincere due ori, Arianna Fontana, che ha stabilito il nuovo primato italiano di medaglie olimpiche con 14, e Federico Pellegrino, che ha regalato alle staffette dello sci di fondo due podi. Tutti atleti alla fine della loro carriera.

Pellegrino ha appeso gli sci al chiodo a marzo 2026, lasciando un vuoto nello sci di fondo, che ora è senza un leader, capace di nascondere le difficoltà del movimento. Anche Dorothea Wierer, regina del biathlon, che ha fatto uscire il suo sport dalla nicchia nel nostro Paese, raggiungendo trionfi mai visti prima, si è ritirata. Brignone, dopo il miracolo olimpico, è ancora alle prese con la riabilitazione dal grave infortunio dell’aprile 2025. In un’intervista a Eurosport, ha detto che non è più disposta a sciare con il dolore. L’intenzione di tornare c’è, ma vista l’età, 36 anni, e il recupero che dura da 1 anno e mezzo, ci vorrà tempo per rivederla in gara.

Lo stesso vale per Sofia Goggia, che ha patito un’infezione virale durante il ritiro in Sud America. La bergamasca potrebbe rientrare a inizio dicembre, ma non c’è una data certa. Fontana deve ancora svelare il suo futuro nello short track, non è chiaro se proseguirà e se la vedremo in gara questo inverno. Lollobrigida ha annunciato sui social la sua seconda gravidanza e per forza di cose salterà la stagione del pattinaggio di velocità. La campionessa olimpica di 3.000 e 5.000 metri, però, ha manifestato la volontà di puntare ai Giochi 2030 in Francia.

Della “vecchia guardia”, ossia coloro che già nei quadrienni precedenti avevano ottenuto medaglie olimpiche o mondiali, rimangono in piena attività solo Michela Moioli nello snowboard cross, Lisa Vittozzi nel biathlon e Dominik Paris nello sci alpino. Senza i suoi pilastri, l’Italia deve ricostruire il movimento in vista delle Olimpiadi 2030. Può sembrare un paradosso, ma con il ritiro e lo stop forzato di atleti che negli ultimi 15 anni hanno fatto la storia degli sport invernali l’unica via è ripartire. E bisogna farlo dai giovani. Tommaso Giacomel, al rientro dopo l’aritmia cardiaca che lo ha costretto a fermarsi durante la mass start olimpica, ha detto che è stata la sua estate peggiore e difficilmente potrà lottare per la classifica generale, ma è un talento su cui costruire il futuro del biathlon italiano, assieme a Vittozzi. Lo stesso vale per Flora Tabanelli nello sci freestyle. Post bronzo olimpico, la 18enne è stata operata al legamento crociato anteriore del ginocchio destro, fratturato a novembre 2025, e sta ultimando il recupero. Giovanni Franzoni è la grande speranza dello sci alpino. È esploso nella scorsa stagione, vincendo l’argento olimpico in discesa.

Da lui riparte il settore maschile, mentre al femminile punta su Laura Pirovano e Marta Bassino, che rientra nel gigante di Soelden dopo aver saltato l’intera scorsa stagione per infortunio. Tra i giovani talenti c’è anche Simone Deromedis, oro olimpico nello ski cross, che andrà a caccia della Coppa del Mondo generale, dopo aver chiuso secondo negli ultimi due anni. Lo slittino dovrà confermare i fasti di Milano Cortina 2026, dove ha vinto due ori e due bronzi. Tra gli atleti in rampa di lancio ci sono Riccardo Lorello nel pattinaggio di velocità, bronzo nei 5.000 ai Giochi, Elisa Confortola, Thomas Nadalini e Pietro Sighel nello short track. Le certezze restano Andrea Giovannini e Davide Ghiotto nello speed skating e lo snowboard italiano nel gigante parallelo.

Ad aprire il sipario sulla stagione invernale sono sci alpino, short track e pattinaggio di figura, cominciate nella notte. A seguire, il 13 novembre è fissata la prima tappa di Coppa del Mondo di pattinaggio di velocità. Il 21 e 22 novembre partono salto con gli sci, bob e skeleton. Sci di fondo, combinata nordica, freestyle, snowboard e biathlon scattano la settimana successiva; mentre slittino e sci alpinismo debuttano a inizio dicembre. L’Italia ha ancora frecce al suo arco, ma non ha più l’abbondanza che a Milano–Cortina 2026 ci ha consentito di salire sul podio in 12 discipline diverse. Per ritrovarla bisogna ripartire dai giovani, da quelli già affermati, ma soprattutto dagli altri, per mantenere la versatilità che negli ultimi anni ha contraddistinto gli sport invernali italiani e ci ha regalato le gioie a cinque cerchi.

L'articolo Una nuova era senza i veterani: così l’Italia degli sport invernali cerca di ripartire dopo Milano-Cortina proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Anche al sud la situazione è tragica, ma c’è differenza tra i vandali violenti di Milano e camionisti che con dignità protestano”: così Sofia Goggia

“Sono abbastanza costernata da questa situazione, capisco che le persone abbiano diritto di manifestare, ma la devastazione di negozi no”. A parlare è la campionessa di sci Sofia Goggia a Rtl 102.5, commentando il weekend di fuoco vissuto la settimana scorsa da Milano e in attesa di un altro che potrebbe essere altrettanto complicato. “Pensate che questi atti vandalici vengono compiuti da persone su auto, ad esempio, di altre persone che fanno fatica a pagare un leasing, un mutuo, magari con una famiglia a carico… questo non lo trovo giusto e sono preoccupata anche perché queste manifestazioni stanno avvenendo in tutta Europa”, ha continuato Goggia. “Anche al sud la situazione è tragica, ma c’è differenza tra i vandali violenti di Milano e camionisti che con dignità e protestano”, conclude. Intanto Le scene di guerriglia urbana dello scorso weekend a Milano, con protagonisti giovanissimi e minori incappucciati, hanno alzato in livello di allerta.

E ora un mix di attesa, tensione e preoccupazione accompagna la vigilia dell’annunciata mobilitazione nelle piazze italiane. E con anche una sorpresa. Il profilo social del “Movimento 17 ottobre” annuncia un cambio di strategia. Dopo avere annunciato una serie di piazze nei luoghi simbolo di Milano, Roma, Torino, Bologna, Firenze, Padova, Bari e Genova, annulla tutto. Ma non la mobilitazione.

“Le piazze annunciate sono annullate. Non andate a Piazza Duomo, a Piazza Nettuno o negli altri luoghi già indicati. Non vi troverete nessuno di noi e troverete molti di loro“, si legge nel comunicato. Sabato alle 14.30, sui social, verranno comunicati tre luoghi di ciascuna città dove si invitano i manifestanti a presentarsi in gruppo (“non andate da soli”, viene specificato). Dopo un’ora, verrà comunicato un altro luogo da raggiungere in corteo. “Quando lo diremo noi, dove lo diremo noi”, è la frase che chiude il comunicato con il motto “Be water” (sii come l’acqua). Un cambio di strategia che rischia di complicare – e non poco – la gestione dell’ordine pubblico nelle città coinvolte

L'articolo “Anche al sud la situazione è tragica, ma c’è differenza tra i vandali violenti di Milano e camionisti che con dignità protestano”: così Sofia Goggia proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

NBA Freestyle | LeBron James non ha voglia di scherzare a Philadelphia: sta in un universo a parte. Ma la star dei Sixers non è lui

La stella dei Sixers si chiama Tyrese Mexey

Solo due partite, tanto basta per capire che LeBron James non ha voglia di scherzare a Philadelphia. Una media di oltre 15 punti, quasi 10 rimbalzi e 6 assist. Andate a vedervi le cifre a fine carriera di alcune tra le più longeve star del passato. Si, gente di “poco conto” tipo Karl Malone, Vince Carter o Patrick Ewing. Il Prescelto sta in universo a parte, non solo per le cifre. Anche per condizione atletica e intensità di gioco. Anche Jaylen Brown non è partito male, nonostante incastri e gerarchie abbiano ancora bisogno di tempo per acquisire fluidità e automatismi. Joel Embiid? È sembrato rassicurantemente in forma. A rimbalzo può dare sicuramente di più (come cantava qualcuno…), ma le ginocchia sono quelle che sono. Tuttavia, al momento, non sembra esserci discussione alcuna, la stella della squadra è un certo Tyres Maxey. E da queste fasi iniziali, i compagni di squadra sembrano anche averlo accettato di buon grado.

Talento irreale, guardia tiratrice “elettrica e veloce”. Fate conto un Robert Pack (esplosivo playmaker di Denver degli anni ’90) che corre alla velocità del suono palla in mano per tutto il campo, solo che Maxey ha una completezza offensiva degna di un Mitch Richmond nel picco di carriera. Nel ha messi 32 nella rimonta di stanotte contro Cleveland. Ne aveva segnati 28 nella serata di apertura contro New York. Sempre il miglior marcatore dei suoi. Somiglia sinistramente ad Allen “The Answer” Iverson per velocità sul primo passo, capacità di superare il difensore dal palleggio, abilità nel segnare in traffico. Fisico scolpito nel granito, grande esplosività, pazzesca velocità di base, eccezionale palleggio. Una superstar fatta e finita. Tyrese “The Second Answer” Maxey?

Ottimo esordio, ma con sconfitta, per Paul George

I Celtics hanno perso contro i Detroit Pistons nella prima gara di stagione. Ma Paul George, dopo anni in cui ha spesso arrancato (causa anche frequenti guai fisici), è parso davvero tirato a lucido. Ed è un’ottima notizia per Boston, anche perché sopperire alla dipartita di uno del calibro di Jaylen Brown non è certo la cosa più semplice del mondo. Nella serata di apertura, George ha segnato ben 38 punti, record per un esordio in maglia bianco verde, con un’interpretazione del gioco dal perimetro di livello “Ray Allen”. Per lui 7 su 12 da tre e la sensazione di poter trovare la retina tutte le volte che alzava il braccio dopo uno scarico di un compagno.

Le primavere, ben 36, non sono più così poche e non si può certo sperare che ritorni l’iradiddio che era in maglia Indiana Pacers. Tuttavia, se rimane sano, Paul George può essere particolarmente efficace nella filosofia offensiva di coach Mazulla, alleggerire le spalle di Tatum e White in attacco, garantire un altro punto di riferimento che può essere decisivo quando conta per davvero. Sarà in grado di far dimenticare ciò che Brown faceva in campo? No, quello no. Intanto, dovrebbe iniziare a non farlo rimpiangere. Compito complesso.

Cunningham: il ritorno di Gran Hill?

Ricorda molto Grant Hill per il modo in cui attacca il canestro dal palleggio, con (molto) meno stacco da terra, ma più visione di gioco rispetto all’ex stella dei Pistons. Ha letteralmente diretto l’orchestra di Detroit come se fossero alla prima de La Scala, portando la squadra alla vittoria proprio contro i Boston Celtics. Ha chiuso con 22 punti e 8 assist. Certo, ha tirato maluccio sia dal campo (8 su 18) che da tre (1 su 6). Mani fredde, cuore caldo. Ha giocato una gara sempre in controllo, ha organizzato l’attacco, messo in ritmo i compagni (Jalen Duren dovrebbe fagli una statua…), leggendo in modo appropriato ritmi e spaziature.

Cade Cunningham non ha bisogno di segnare per incidere, è quel tipo di giocatore davvero poco egoista, che fa rispendere i compagni. All-aroud dalla tecnica sopraffina, tratta bene la palla, può agire in modo naturale come portatore primario, ma sa anche muoversi lontano dalla palla. Il tiro da fuori, appunto, continua a essere altalenante. Anche nella sua miglior stagione dal perimetro, non è andato mai oltre il 35%. Se migliora anche in questo fondamentale, può puntare all’MVP, se non come premio in sé stesso (qualcuno tra San Antonio, Oklahoma City e Denver potrebbe avere qualcosa da ridire), almeno come livello di gioco. Ma Detroit deve continuare a far bene.

That’s all Folks!
Alla prossima settimana.

L'articolo NBA Freestyle | LeBron James non ha voglia di scherzare a Philadelphia: sta in un universo a parte. Ma la star dei Sixers non è lui proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌