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Harry Kane vince il pallone d’oro 2026: l’attaccante “noioso” e poco appariscente sempre in prima linea contro le discriminazioni

Bomber e gentiluomo. Il Pallone d’Oro assegnato al centravanti inglese Harry Kane premia non solo uno degli uomini gol più prolifici dell’ultimo decennio, ma anche un campione che sfugge agli stereotipi del football moderno. Nella patria dei tabloid e di una certa informazione scandalistica, Kane non ha mai regalato titoli a effetto. Al contrario: se c’è una critica nei suoi confronti, è quella di essere un po’ noioso, poco appariscente. Non si ubriaca. Non si tatua. Non fa scappatelle. Non coltiva hobby particolari, tranne il golf, che, come scrisse una volta Oscar Wilde “è il sistema migliore per rovinare una passeggiata sui prati”.

Le ragioni del trionfo nel Pallone d’Oro di Kane, quinto giocatore del football inglese a riceverlo – l’ultimo, nel 2001, era stato Michael Owen – sono però di natura calcistica. La stagione 2025-2026 è stata la migliore di questo attaccante nato il 28 luglio 1993 a Walthamstow – area a Est di Londra -, entrato a sei anni nella scuola calcio dei Ridgeway Rovers e a otto trasferito all’accademia dell’Arsenal, dove fu presto rilasciato perché “un po’ paffuto”: Harry ha firmato 61 gol con la maglia del Bayern Monaco e 12 con la nazionale. Kane è ripartito in quella attuale a passo di carica: 10 reti in 12 gare, per un totale di 156 in 159 presenze con i bavaresi. L’uragano Harry è a quota 543 in carriera: 452 con i club (280 con il Tottenham, 16 nei prestiti con Leyton Orient, Millwall, Norwich e Leicester, 156 con il Bayern) e 91 con l’Inghilterra, di cui è il King di tutti i tempi. Ma Kane non è solo uno spietato killer dell’area: ha la visione di un trequartista e la capacità di mandare a segno i suoi compagni. Un attaccante moderno, versatile, abile con i piedi e bravissimo in acrobazia.

Cresciuto con il mito di David Beckham, Kane nel 2009 fu arruolato dal Tottenham. Dopo una serie di prestiti (Leyton Orient, Millwall, Norwich e Leicester), nel 2013 avvenne finalmente il decollo in prima squadra. La data storica del gol numero uno in Premier (il totale è di 213) è il 2 novembre 2014, avversario l’Aston Villa. Kane non consuma alcol, segue una dieta curata da uno chef privato, è il primo ad arrivare al centro tecnico e l’ultimo a uscire. “Desidero chiudere la carriera senza rimpianti. Non vorrei mai guardarmi indietro e pensare che avrei dovuto rispettare le regole per fare meglio”.

La gestione di Kane è un affare di famiglia. Il fratello Charlie è l’agente. Il padre Patrick si occupa della parte finanziaria. Il profilo basso e il senso della misura sono riconducibili alle origini e all’educazione ricevuta. I genitori di Kane sono nati a Galway, città della costa occidentale irlandese. Il fratello maggiore Charlie è stato a lungo il supereroe di Harry e affidare a lui la gestione degli affari è stato un fatto naturale. In un articolo per “Players’ Tribune”, Harry ha ricordato di andare spesso in un parco dietro casa per giocare a calcio con suo padre e il fratello. “Niente porte. Niente campo da gioco vero e proprio – il racconto -. Bastava un po’ d’erba, due alberi ed eravamo felici. Devo ringraziare mio fratello Charlie per avermi sfidato uno contro uno per migliaia di ore e di avermi permesso di essere qualche volta Teddy Sheringham, uno dei miei idoli. Mio padre mi aiutò dopo la bocciatura dell’Arsenal. Era piccolo, avevo solo otto anni e mi disse le parole giuste ‘Non preoccuparti, Harry. Lavoreremo di più e troveremo un’altra squadra, va bene? E così è stato”.

Una famiglia “open mind”, di mentalità aperta. Non c’è quindi da sorprendersi che abbia prodotto un campione attento alle questioni sociali. Kane è da sempre in prima linea nella battaglia contro le discriminazioni e uno dei portavoce nel calcio della comunità LGBTQ+. È un figlio dell’Inghilterra blairiana, di una nazione che, alla fine degli anni Novanta, si aprì al mondo, salvo poi fare marcia indietro con la Brexit. È stato uno dei sostenitori del Black Live Matter (traduzione: le vite nere contano), il gesto dell’inginocchiamento rispettato a lungo in Premier League per ricordare la morte di George Floyd, ucciso dalla polizia americana a Minneapolis il 25 maggio 2020.

“Non esageriamo, non sono un asceta – le parole di Kane al magazine del Times nel 2019 -. In estate qualche mojito me lo concedo. E se stiamo in vacanza, la sera qualche volta si fa tardi. Durante l’annata calcistica però non sgarro mai. Ho una routine che rispetto con scrupolo. Sarò noioso, ma lo sport non è solo divertimento”. Meglio, durante la stagione, una tazza di tè. Una volta, dopo una tripletta, Kane telefonò alla moglie per esprimere la sua felicità e Kate, conosciuta ai tempi della scuola e sposata nel 2018, rispose: “Well done, you can make a cup of tea when you get home”. Una tazza di tè quando torni a casa, dove ti aspettano la compagna della vita e quattro figli (Ivy, Vivienne, Louis e Henry): c’è tutta la sottile ironia britannica in questa frase.

Dal 2023, Kane vive a Monaco di Baviera. I tre anni con il Bayern hanno colmato una lacuna importante della carriera. Nelle stagioni inglesi, nessun titolo. Neppure lo straccio di un trofeo da sollevare, a parte quelli individuali. In Germania, due campionati, due supercoppe e una coppa nazionale: i sogni, legittimi, sono la Champions e l’europeo 2028 con l’Inghilterra. Kane si è inserito senza problemi nello stile di vita tedesco, partecipando anche all’Oktoberfest, vestito alla bavarese. “È diverso da Londra – le sue parole -, ma le persone a Monaco di Baviera sono state davvero accoglienti. C’è molto spazio per vivere all’aria aperta ed è fantastico per la mia famiglia. È stata una scelta positiva. Siamo davvero felici qui”. A casa, ora, c’è un nuovo trofeo da accarezzare con orgoglio: il Pallone d’Oro. Meritatissimo.

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“Mi ha tradito con prostitute. Chiedeva il numero anche alle ragazze in fila per il bagno, quando beve non ha autocontrollo”: la moglie Amanda Martins mette nei guai Wesley

“Chiedeva il numero ad altre ragazze mentre erano in fila per il bagno. Quando beve non ha autocontrollo”. È uno degli episodi raccontati da Amanda Martins, moglie separata di Wesley Franca, calciatore brasiliano della Roma, che ha deciso di rompere il silenzio sulla fine del loro matrimonio. Attraverso una serie di storie pubblicate su Instagram, la donna ha ricostruito alcuni momenti della relazione, accusando il giocatore di averla tradita ripetutamente, anche con prostitute. I due, che hanno avuto una figlia, da tempo non vivono più insieme.

La donna ha spiegato di aver scelto di raccontare pubblicamente la propria versione dei fatti dopo aver letto numerosi commenti e indiscrezioni sulla loro separazione. Una decisione maturata nonostante la riservatezza che, come ha sottolineato, ha sempre cercato di mantenere sulla propria vita privata. “Non avrei mai pensato di arrivare qui sul mio Instagram e di aprirmi su una parte molto importante della mia vita – esordisce Martin -. Parlo del mio matrimonio, anche perché sono sempre stata molto riservata. Ma, davanti ai pettegolezzi che leggo sui social e sui siti di gossip, sono venuta a parlarvi e a spiegarvi un po’ di quello che è successo”.

Amanda Martins ha voluto raccontare tutto ciò che sarebbe accaduto durante il matrimonio, ritenendo di essere stata più volte tradita. “Io e lui oggi siamo separati e quindi può fare quello vuole, non mi interessa se si diverte oppure no. E non che questo faccia la differenza, perché quando lui mi doveva qualcosa comunque mi ha mancato di rispetto. Non mi ha tradito una, non sono state due, non sono state tre volte, sono state varie. E non è stato con una, non sono state con due, non sono state tre ragazze, sono state varie, incluse delle prostitute”.

Rivelazioni che arrivano in un momento in cui di Wesley – che intanto continua a sfrecciare sulla fascia nella Roma di Gasperini – si parla tanto anche e soprattutto per robe extra campo. Perché oltre alle rivelazioni di tradimento della moglie, il calcatore giallorosso è molto chiacchierato su Tik Tok per aver postato una serie di immagini in cui si vedono tantissimi soldi (banconote da 50 euro), orologi di lusso e automobili. La particolarità? Le automobili non hanno nemmeno la targa oscurata. Gli utenti sui social così si lasciando andare a commenti abbastanza espliciti: “Fossi un ladro, starei già organizzando una rapina. Veramente stupido“.

Martins ha sostenuto di non basare le proprie accuse su semplici indiscrezioni, ma su quanto avrebbe scoperto personalmente. Secondo la sua versione, avrebbe avuto accesso al telefono del calciatore, trovando immagini e video relativi agli incontri che ritiene dimostrino i tradimenti. “Lo so non per voci o confidenze ma perché l’ho visto coi miei occhi. Ho avuto accesso al suo telefono. In quegli incontri ha fatto foto, ha filmato, quindi ho passato tutto sul mio telefono. Persino in quei momenti mostrava la fede nunziale al dito, senza rispetto”.

La donna ha raccontato anche di aver chiesto più volte al marito di ammettere quanto sarebbe successo. “Quando mi accorgevo di certe cose, lui giurava su Dio e sulla figlia. Non avevo prove all’inizio, era la sua parola contro la mia. Io ho già pianto tutto quello che avevo da piangere e oggi è persino strano pensarci, io che lo amavo tanto, no? Che dormivo con una persona che che amavo tutti i giorni della mia vita. Per me è stato uno shock. Io neanche so se altre donne avrebbero lo stomaco che ho avuto io di vedere tutto e essere fredda, di parlare nel momento giusto. Io ho dato varie opportunità a lui di confessare quello che lui aveva fatto e lui non ha mai confessato”.

Nel suo sfogo, Amanda ha fatto riferimento anche al periodo della gravidanza, sostenendo di aver attraversato momenti difficili senza rendere pubblica la situazione. Ha raccontato di aver provato a salvare il matrimonio, perdonando e concedendo nuove possibilità al marito, con l’obiettivo di costruire una famiglia stabile. “Anche durante la gravidanza sono stata tradita e abbandonata. Ma non sono mai andata su Internet a rendere pubblica nessuna di queste cose. Ho accettato tutto in silenzio, ho perdonato, ho cercato davvero di costruire una famiglia, di avere un matrimonio solido. Ma non ha funzionato. E non è stata nemmeno colpa mia. Perché penso che quando una persona è fatta così, non ci sia nessuno che possa farla cambiare. Qualsiasi relazione avrà, sarà sempre così. La persona che starà con lui passerà quello che ho passato io, o anche peggio”.

Secondo il suo racconto, i presunti tradimenti si sarebbero verificati anche durante uscite pubbliche, nei ristoranti e nei locali, al punto da farle perdere la serenità persino nelle occasioni più comuni. “Vi sto raccontando solo una piccolissima parte di tutto quello che è successo. Perché ero arrivata al punto di non sentirmi più a mio agio nemmeno a uscire di casa. Quando andavamo al ristorante, mi è capitato di assistere a scene in cui lui chiedeva il numero di telefono alla cameriera. Oppure chiedeva il numero ad altre ragazze mentre erano in fila per il bagno. Perché quando beve non ha autocontrollo“.

Le dichiarazioni arrivano mentre la separazione tra i due continua a far parlare sui social: “Ho cominciato a soffrire di crisi d’ansia, una cosa che non mi era mai successa prima. Sono arrivata persino a darmi la colpa, alcune volte. Sono arrivata a pensare che avrei dovuto prendermi più cura di me stessa, per fare in modo che lui non sentisse nemmeno il bisogno di guardare altre persone per strada. Ma quando un uomo è un poco di buono, non importa“.

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Il Pallone d’Oro costa fino a 600.000 euro, ma quanto vale davvero? Il triplo di un Oscar

Lunedì 26 ottobre, al London Palladium, viene assegnato il Pallone d’Oro 2026, il premio individuale più prestigioso del calcio, giunto alla sua 70ª edizione. Il trofeo ha un peso simbolico molto importante, ma il suo valore materiale è decisamente minore.

Il pallone dorato, realizzato a Parigi dalla Maison Mellerio fin dalla prima edizione del 1956, non è d’oro massiccio e non dà diritto ad alcun premio in denaro. Ciò non ha però impedito una valutazione stratosferica nel corso di un’asta divenuta ormai storica. In quel caso, infatti, il valore finale è salito di centinaia di volte rispetto al costo di realizzazione.

Di cosa è fatto il Pallone d’Oro

Il cuore del trofeo è in ottone pieno, modellato a mano dagli artigiani di Mellerio. Questa storica maison orafa di origine italiana, attiva in Francia dal 1515, firma anche altri trofei sportivi, tra cui quelli del Roland Garros dal 1981. Sopra l’ottone viene poi applicato un sottile strato d’oro. Ecco, quindi, come il pallone ottiene il suo colore caratteristico.

Quanto vale il trofeo

Secondo svariate stime, l’effettivo valore del trofeo, considerando materiali e lavorazione, si aggira intorno ai 3.000 euro. Spiccioli, se si pensa agli stipendi dei calciatori destinati a portare l’oggetto a casa. La cifra può variare con il prezzo dell’oro, ovviamente, ma resta contenuta proprio perché il metallo prezioso è presente solo in superficie.

France Football, che dal 2024 organizza la cerimonia insieme alla Uefa, non riconosce al vincitore alcuna somma in denaro. Il vero ritorno economico arriva dopo, tra bonus contrattuali, sponsorizzazioni e potere negoziale. Voci che pesano sugli ingaggi molto più del trofeo e che spiegano quanto guadagnano i calciatori di vertice.

Il Pallone d’Oro si può vendere?

A differenza di altri premi, il Pallone d’Oro resta di proprietà del vincitore, che può decidere di cederlo. I casi documentati sono però pochissimi e il più noto riguarda Cristiano Ronaldo.

Nel 2017 il portoghese ha ceduto il Pallone d’Oro vinto nel 2013 al miliardario israeliano Idan Ofer per circa 600.000 euro. Una somma in seguito interamente devoluti alla fondazione Make-A-Wish, che sostiene bambini con gravi malattie. La vicenda è però emersa solo nel 2023, grazie al Mirror. Le ricostruzioni in merito non coincidono, con alcune testate che ritengono sia stata venduta una replica del trofeo, mentre altre ribadiscono come la copia sia in realtà quella esposta nel museo di Madeira. Considerando la cifra record, il trofeo è stato pagato circa 200 volte il suo valore materiale.

Pallone d’Oro e Oscar a confronto

Il Pallone d’Oro è da molti considerando, a buona ragione, “l’Oscar del calcio”. È dunque interessante fare un confronto tra i due ambiti trofei. L’Oscar, prodotto dalla fonderia Polich Tallix nello Stato di New York, è in bronzo pieno placcato in oro a 24 carati. È alto 34,3 centimetri e pesa circa 3,85 chili. Il costo di produzione è stimato tra 400 e 1.000 dollari, a seconda del prezzo dell’oro.

Pallone d’Oro Oscar
Produttore Mellerio (Parigi) Polich Tallix (New York)
Materiale Ottone con sottile strato d’oro Bronzo placcato oro 24 carati
Costo stimato Circa 3.000 euro 400-1.000 dollari
Rivendita Libera Bloccata per i premi assegnati dal 1950

La differenza più grande riguarda proprio la rivendita. Dal 1950 chi vince un Oscar deve offrire la statuetta all’Academy per 1 dollaro prima di poterla cedere. Una regola che di fatto annulla il potenziale mercato. Possono circolare liberamente solo le statuette assegnate prima di quella data.

Ed è su quei pezzi che si concentrano le cifre più alte. Nel 1999 Michael Jackson acquistò l’Oscar per il miglior film assegnato a Via col vento per circa 1,5 milioni di dollari, mentre nel 2011 quello vinto da Orson Welles per la sceneggiatura di Quarto potere è stato venduto per circa 860.000 dollari. Valori ben superiori a quelli noti per il Pallone d’Oro.

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Scandalo in Ligue 1: la tecnologia sbaglia e convalida un gol fantasma. “Guardate la telecamera, vi posso giurare che quello è il guanto”

Anche la tecnologia non è infallibile. Per averne conferma basta chiedere all’Auxerre e al suo allenatore Ben Still. Durante l’ultima giornata di Ligue 1, in Francia, la partita tra Auxerre e Le Mans ha fatto notizia non per il risultato, con la partita che è terminata 1-1, ma per una clamorosa svista arbitrale, o meglio della goal-line technology, ovvero il sistema utilizzato per stabilire se il pallone ha superato interamente la linea di porta che fin qui è sempre stato molto affidabile.

Una tecnologia matematica e difficilmente fallibile, ma che sembra aver mostrato qualche crepa. In occasione della rete del momentaneo vantaggio del Le Mans firmato da Buades al 48esimo, il portiere dell’Auxerre Nardi ha provato a intervenire sul colpo di testa dell’avversario, respingendolo con una mano ma non abbastanza per tenerlo fuori dalla porta. O meglio, non abbastanza secondo la goal–line technology.

L’apparecchio tecnologico “addetto” al gol o non gol ha infatti assegnato la rete, ma sulla rete rimane più di qualche dubbio. Secondo l’immagine generata dal sistema infatti, quello mostrato sembra essere il guanto del portiere e non il pallone, che appare invece esattamente sulla linea di porta. “È il suo guanto, vi posso giurare che è il suo guanto. Se guardate la telecamera dietro la porta, è impossibile che quel pallone sia entrato. Mi hanno detto che si sono attivati solo 2 sensori su 4 e che c’è stato un problema informatico. Una cosa senza precedenti“, ha denunciato l’allenatore dell’Auxerre Will Still, che ha raccontato di averne parlato con gli arbitri che avrebbero ammesso l’errore.

“Non tutti gli orologi (compresi quelli degli assistenti arbitrali e del quarto uomo) hanno emesso il segnale acustico contemporaneamente; anzi, uno non ha emesso alcun segnale. E poiché il VAR non aveva un’angolazione sufficientemente chiara per annullare la tecnologia dell’arbitro, ha deciso di convalidare il gol“, fanno sapere dall’associazione arbitri francese, come spiega L’Équipe.

Il portiere dell’Auxerre Paul Nardi, dal canto suo, si è mostrato piuttosto cauto, dichiarando a Ligue 1+: “Se la goal-line technology ha detto che è gol, allora è gol. Personalmente, sono sicuro al 300% che non lo fosse. Sentivo di avere la mano dietro di me. Quando mi sono rialzato, sono stato attento, ma forse i robot sono meglio degli umani“. Poi ha concluso: “È assolutamente impossibile che questo pallone sia entrato!”, ha dichiarato riguardando l’immagine della telecamera del retroporta.

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Preso a mazzate in testa dopo la partita Puteolana-Portici: tifoso 34enne in gravissime condizioni. La sorella: “I medici non ci hanno dato speranze”

Resta ricoverato in gravissime condizioni il tifoso 34enne aggredito con vari colpi alla testa negli scontri avvenuti al termine della partita tra Puteolana e Portici, disputata ieri e valida per il campionato di Eccellenza Campania. L’uomo, tifoso del Portici, è ricoverato in rianimazione all’ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli: è stato sottoposto a un intervento chirurgico, ma la sua situazione rimane delicata. Dopo l’operazione viene ora sottoposto ad una Tac, la prognosi è strettamente riservata.

Nel frattempo proseguono le indagini per ricostruire la dinamica dell’aggressione e individuare i responsabili degli scontri avvenuti all’esterno dello stadio Domenico Conte, dopo il match vinto per 2-0 dalla squadra ospite. Al momento l’attenzione della Polizia si sta concentrando su una decina di persone che avrebbero preso parte alla rissa e che potrebbero anche avere avuto un ruolo nel ferimento del 34enne, colpito alla testa con un corpo contundente, pare una mazza da baseball o una spranga. Al vaglio degli inquirenti testimonianze e le immagini dei sistemi di videosorveglianza con l’obiettivo di risalire alle eventuali singole responsabilità delle persone identificate.

La sorella, attraverso un video diffuso sui social anche dal Portici, ha chiesto che il responsabile si consegni: “I medici non ci hanno dato speranze, non si può rischiare la vita per una partita di pallone”. All’ospedale hanno fatto visita oggi il sindaco di Pozzuoli, Luigi Manzoni e il sindaco di Portici, Claudio Teodonno. Con loro anche l’assessore allo Sport del Comune di Pozzuoli, Gennaro Andreozzi. Mario, questo il nome del tifoso porticese vittima del pestaggio, sarebbe stato aggredito nei pressi degli imbocchi della Tangenziale, mentre stava facendo rientro a casa.

“Siamo profondamente scossi da quanto accaduto – dichiarano i sindaci – Mario sta lottando tra la vita e la morte. A lui e alla sua famiglia, a cui ci stringiamo con affetto, abbiamo portato la piena vicinanza delle nostre comunità e delle Amministrazioni, mettendoci a totale disposizione per qualsiasi necessità o supporto in questo momento drammatico. Preghiamo tutti affinché possa farcela”. I due primi cittadini hanno voluto ribadire con forza un messaggio chiaro: “Ribadiamo che il calcio e lo sport non hanno e non devono avere mai nulla a che fare con la violenza, con la sopraffazione o con la criminalità. Scene del genere sono un’offesa ai valori civili e non si devono ripetere mai più e siamo pronti ad intensificare anche i nostri sforzi con una maggiore presenza della Polizia Municipale”.

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Stangata per Allegri: due giornate di squalifica, salta anche la Juve. Le motivazioni del giudice sportivo, il Napoli fa ricorso

Costa caro a Max Allegri l’espulsione rimediata nel finale di Napoli-Roma, il big match di sabato scorso al Maradona: il tecnico infatti ha ricevuto dal giudice sportivo di Serie A due giornate di squalifica, oltre a una ammenda di 10mila euro. Allegri non potrà sedere in panchina mercoledì 28 per la trasferta in casa del Monza e soprattutto domenica 1 novembre quando gli azzurri affronteranno la Juventus all’Allianz Stadium. Tornerà regolarmente al suo posto per l’altro big match dell’8 novembre, che vedrà il Napoli ospitare la Lazio di Gattuso allo stadio Maradona alle 12.30. Il Napoli però ha annunciato ricorso.

Allegri aveva fortemente contestato il cartellino rosso, arrivato per le proteste dopo il 3 a 3 della Roma: Beukema era rimasto a terra, anche se le immagini hanno successivamente chiarito che il difensore del Napoli ha simulato. “Il quarto uomo ha richiamato l’arbitro, che mi ha cacciato fuori. Non avevo detto nulla, ormai è andata e dispiace”, aveva spiegato Allegri a Dazn. “Ogni volta che mi muovo vengo buttato fuori, l’anno scorso mi hanno anche dato 80mila euro di multa“: il conto ora va aggiornato con la nuova ammenda.

Le motivazioni della squalifica

Nel comunicato del giudice sportivo viene fornita una ricostruzione diversa. La squalifica del tecnico è arrivata “per avere, al 45° del secondo tempo, rivolto un’espressione ingiuriosa nei confronti degli Ufficiali di gara, per avere, inoltre, negli spogliatoi, rivolto ai medesimi un’espressione gravemente irrispettosa e assunto un atteggiamento aggressivo nei confronti di un dirigente della squadra avversaria; infrazioni rilevate dal Quarto Ufficiale e dal Direttore di gara e l’ultima dai collaboratori della Procura federale“, scrive il giudice sportivo.

Non si fa quindi riferimento alla famosa frase che Allegri – stando a quanto riportato da molti testimoni – avrebbe pronunciato nei corridoi del Maradona: “Vi hanno messo la Champions in tasca ed ho pagato io con il Milan”. Su questo punto potrebbero esserci ulteriori indagini da parte della Procura federale. Nel frattempo Gian Piero Gasperini in conferenza stampa oggi ha commentato: “Ci sono i numeri, le testimonianze, i dati, nostri e delle altre squadre. Non ho letto un commento a favore di questa constatazione che mi sembra veramente infelice. Non c’è bisogno che io aggiunga altro“, ha chiuso il tecnico della Roma.

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Il Milan di Amorim vola al quarto posto: “Molto contento e orgoglioso” | La nuova classifica di Serie A

Il Milan supera in trasferta l’Udinese per 2-0, nel posticipo dell’ottava giornata di Serie A. La squadra di Amorim sale al quarto posto con 18 punti, agganciando la Roma: nonostante le critiche, il tecnico portoghese ha portato i rossoneri al livello della squadra di Gasperini, che giustamente tante lodi ha ricevuto in questa prima parte di campionato. L’Inter, in vetta insieme alla Lazio, è distante 4 punti: dopo il turno infrasettimanale, sabato sera a San Siro andrà in scena un derby che può cambiare volto alla stagione rossonera.

Pulisic e Hutchinson hanno firmato una vittoria piena del Milan: di fronte c’era l’Udinese in crisi, ma anche i rossoneri vivono un periodo complicato, con l’infermiera piena. Amorim potrebbe togliersi qualche sassolino dalla scarpa, ma per ora preferisce mantenere un profilo basso: “Sono molto contento e orgoglioso della squadra, siamo stati competitivi fin dai primi minuti e poi nel secondo tempo abbiamo controllato. Ora dobbiamo pensare alla prossima“. Ai microfoni di Dazn aggiunge: “Stiamo lavorando duramente, oggi avevamo tanti infortuni, e sono davvero orgoglioso dei miei giocatori perché quando sono in campo sono io responsabile. Guardando in giro per l’Europa c’è un infortunio a partita, visti i tanti impegni, ma io devo comunque garantire le vittorie. E lo faccio anche pensando al futuro del Milan”.

Può respirare anche un altro allenatore, Luciano Spalletti, che al momento però non se la passa così bene. Una Juventus non brillantissima vince 2-0 al Via del Mare contro il Lecce di Di Francesco e ottiene la seconda vittoria esterna della stagione. A Spalletti bastano le reti di McKennie e Dougles Luiz nel primo tempo per gestire la gara. Con questa vittoria la Juve sale a 14 punti e aggancia il Frosinone, mentre il Lecce resta fermo a 9.

“Abbiamo modificato qualcosa dal punto di vista tattico, giocando con i tre centrocampisti perché in questi momenti ci vuole più solidità. Poi in base a certe scelte ti possono mancare certe potenzialità, escludendo quelle punte esterne che in precedenza ci han fatto del bene”, ha detto Spalletti commentando a Sky Sport la vittoria. “Siamo contenti, si è visto una squadra più quadrata senza avere spazi lunghi”, ha detto ancora Spalletti.

La classifica di Serie A aggiornata dopo l’8ª giornata

1. Inter — 22 punti
2. Lazio — 22 punti
3. Roma — 18 punti
4. Milan — 18 punti
5. Como — 17 punti
6. Frosinone — 14 punti
7. Juventus — 14 punti
8. Torino — 13 punti
9. Cagliari — 13 punti
10. Napoli — 11 punti
11. Atalanta — 10 punti
12. Lecce — 9 punti
13. Bologna — 8 punti
14. Sassuolo — 8 punti
15. Monza — 7 punti
16. Genoa — 7 punti
17. Udinese — 4 punti
18. Fiorentina — 4 punti
19. Parma — 4 punti
20. Venezia — 3 punti

Il calendario: la 9ª giornata di Serie A

– Sassuolo-Lazio — martedì 27 ottobre, ore 18:30
– Roma-Cagliari — martedì 27 ottobre, ore 20:45
– Torino-Como — martedì 27 ottobre, ore 20:45
– Milan-Bologna — mercoledì 28 ottobre, ore 18:30
– Parma-Udinese — mercoledì 28 ottobre, ore 18:30
– Venezia-Inter — mercoledì 28 ottobre, ore 18:30
– Genoa-Juventus — mercoledì 28 ottobre, ore 20:45
– Monza-Napoli — mercoledì 28 ottobre, ore 20:45
– Frosinone-Lecce — giovedì 29 ottobre, ore 18:30
– Fiorentina-Atalanta — giovedì 29 ottobre, ore 20:45

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Beppe Marotta, il grande “burattinaio” del calcio italiano

Come al gioco dell’oca, il calcio italiano rischia di ripartire di nuovo dal via. Perché c’è qualcuno che dietro le quinte fa e disfa, cioè Beppe Marotta, nei panni di una moderna Penelope.

La possibile candidatura di Adriano Galliani alla guida della Figc è l’ennesima giravolta di un sistema ingovernabile, che non trova pace. Dopo la telenevola sul mancato tesseramento di Giovanni Malagò, durata mesi e conclusa con la farsa dell’autocommissariamento, pensavamo si aprisse una fase di tregua. C’erano ancora spaccature tra i presidenti della Serie A, tensioni per la nomina del nuovo segretario generale al posto di quel Marco Brunelli, passato come capro espiatorio del pasticcio. Però era legittimo aspettarsi che tutto si risolvesse in qualche mugugno, considerando che Malagò aveva ormai superato la buriana, e dopo la tempesta di solito viene sempre la quiete. Nel calcio invece arriva un’altra tempesta. E così un gruppetto di presidenti (ma uno in particolare) ha pensato al vecchio dirigente del Milan per sostituire il presidente eletto a giugno e oggi commissario di se stesso in FederCalcio.

Accantoniamo per un attimo le ragioni dell’operazioni, fondate o puerili che siano, ognuno potrà avere la sua opinione. Ciò che sbalordisce è la sua genesi. Soltanto due settimane fa la Lega Calcio aveva manifestato “completosupporto” a Malagò, minacciando addirittura l’uscita dalla Federazione in caso contrario, costringendo così il Coni di Buonfiglio alla resa e al compromesso dell’autocommissariamento. In coerenza con la scelta di quattro mesi fa, visto che la Serie A aveva voluto Malagò presidente. Allora, a raccogliere le firme era stato proprio Marotta, grande regista della candidatura, come raccontato dal Fatto a suo tempo. Oggi, è sempre Marotta che quella candidatura può affossarla, semplicemente non raccogliendo più le stesse firme. Perché c’è un po’ di differenza se al suo posto prova a farlo Baldissoni del Monza neopromosso.

Nelle ultime settimane, il presidente dell’Inter ascoltava sornione. Ad esempio, nella lunga e tribolata riunione che aveva partorito il decisivo comunicato di sostegno a Malagò, era stato uno dei più passivi. E così anche nella successiva assemblea di Lega. Tanti avevano interpretato il suo silenzio come smacco per non essere riuscito ad imporre la sua linea (dettata appunto da Baldissoni e Sticchi Damiani del Lecce), e invece stava già preparando la prossima mossa. L’operazione Galliani è decollata soltanto quando lui se n’è convinto. E soltanto perché lui può garantirle la sponda di calciatori e allenatori, il blocco che a giugno aveva votato l’elezione di Malagò, e che ora sarebbe pronto a mollarlo, non ricandidandolo e quindi rimettendo di fatto la palla alla Serie A. Questo in virtù del rapporto con l’avvocato Viglione, a cui le componenti tecniche sono legate, e che Marotta, insieme all’alleato Percassi, ha già reclamato più volte come segretario generale al posto di Brunelli. Poi perché un semplice consulente legale sia così influente e decisivo nell sorti della Federazione è un altro mistero del calcio italiano.

È vero che in quest’operazione Marotta può contare sull’appoggio del governo e del potente amico Giorgetti, che da mesi provano in tutti i modi a disarcionare l’odiato Malagò. Con la politica alle spalle è tutto più semplice. Però bisogna anche ricordare che le firme pro Malagò le aveva raccolte non certo con il favore del ministro dell’Economia. È proprio lui, il potere. È questa forse l’essenza della proverbiale “Marotta League”. E non nel senso di calendari aggiustati, arbitri graditi o altre baggianate terrappiattiste che i tifosi rivali si inventano da anni per giustificare i fallimenti delle proprie squadre del cuore. Solo ed esclusivamente sul piano politico, in virtù anche di dell’assoluta povertà dirigenziale nel nostro calcio di questa congiuntura storica: i grandi presidenti del passato sono spariti (e i pochi che restano, De Laurentiis e Lotito, sproloquiano), i club passano di mano in mano a proprietà straniere e distanti, le altre big in crisi sono irrilevanti anche politicamente. Ad avere storia, vittorie, capacità, autorevolezza, rimane solo lui: un gigante fra nani, che con una parola detta o non detta orienta il sistema. E magari un giorno lo guiderà anche di persona, visto che, semmai andasse in porto, la presidenza in Figc dell’ottuagenario Galliani non potrebbe che essere di transizione.

Mai dare per morto Malagò, già durante l’ultima vicenda del commissariamento ha dimostrato di saper risorgere quando in tanti gli avevano già fatto il funerale, grazie alle sue straordinarie doti relazionali. Ma lanciare Galliani come candidato presidente, equivale a dire a Malagò che lui l’aveva messo mesi prima, e lui lo toglie adesso che non gli va più a genio. Perché quei voti sono suoi, è lui che comanda. Se davvero finisse così, sarebbe la conferma che Beppe Marotta è l’unico, grande “burattinaio” del calcio italiano.

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Pallone d’Oro 2026, oggi il vincitore: sfida tra Kane e Yamal, ma non solo. Chi sono i candidati | Orario e dove vedere la cerimonia in tv e streaming

Oggi va in scena la serata di gala più importante del mondo calcistico: si celebra infatti la 70esima edizione del Pallone d’Oro, il premio personale più ambito dai giocatori di calcio. Quest’anno la cerimonia si tiene eccezionalmente a Londra anziché a Parigi: France Football, la rivista francese che assegna il riconoscimento, ha voluto omaggiare Stanley Matthews, leggenda del calcio inglese e primo vincitore del premio nel 1956.

Come sempre l’élite del calcio si ritroverà all’interno dello stesso teatro per una serata che assegnerà il premio di miglior giocatore del 2026. Kane e Yamal sembrano partire davanti a tuti, ma nulla è scontato: è uno dei Palloni d’oro più incerti degli ultimi anni. Curiosità: contemporaneamente, alle 20:45, si giocherà la sfida tra Psg e Lione, spostata da domenica alle 20:45 a lunedì sera per motivi di ordine pubblico legati alle manifestazioni in programma a Parigi. Già l’anno scorso successe con il vincitore Ousmane Dembele, che però era infortunato e quindi partecipò alla cerimonia senza problemi.

Pallone d’oro 2026, i favoriti: Kane e Yamal davanti a tutti, poi i Psg e Messi

Ma chi sono i candidati al Pallone d’Oro? E chi tra loro è favorito? I nominati più importanti sono sicuramente Kylian Mbappé, ancora in cerca di questo prezioso riconoscimento nonostante sia da anni una delle principali stelle del calcio mondiale, Lionel Messi, che, nonostante i suoi otto Palloni d’Oro in bacheca (record di sempre), si guadagna l’ennesima candidatura a quasi 40 anni dopo aver portato l’Argentina in finale ai mondiali, Rodri, vincitore del premio nel 2024 e capitano della Spagna campione del mondo.

E poi i vari Dembelé, Fabian Ruiz, Marquinos, Vitinha, e Hakimi, stelle del Paris Saint-Germain campione d’Europa per la seconda volta di fila e reduci da ottimi risultati con le proprie nazionali ai mondiali. Per esempio Fabian Ruiz, ex Napoli, è stati anche vincitore della coppa del mondo con la Spagna da protagonista. Ma c’è un altro giocatore del Paris Saint-Germain che ha indossato anche la maglia partenopea e che potrebbe alzare l’ambitissimo premio in virtù delle grandiose prestazioni offerte durante tutto il percorso in Champions League: stiamo parlando di Khvicha Kvaratskhelia, purtroppo recentemente infortunatosi gravemente al ginocchio, tra i favoriti di questa edizione. L’unico giocatore candidato che attualmente gioca in Serie A è Lautaro Martinez, capitano dell’Inter con cui ha nettamente vinto il campionato italiano, e finalista al mondiale con l’Argentina.

Tuttavia, sono Harry Kane e Lamine Yamal quelli che, secondo i bookmakers, si contenderanno il Pallone d’Oro 2026. Il primo, leggermente favorito, è universalmente riconosciuto come uno degli attaccanti più completi attualmente in azione, e la scorsa stagione è stato protagonista sia nella vittoria delle Bundesliga con il Bayern Monaco che nella cavalcata dell’Inghilterra ai mondiali, interrotta solo da una pazza rimonta dell’Argentina in semifinale. Il secondo, invece, è senza dubbio il presente e il futuro del calcio mondiale: nonostante gli appena 19 anni è uno dei fantasisti più forti in circolazione e il suo contributo è stato determinante sia nella vittoria della Liga con il Barcellona, sia nella conquista del mondiale con la Spagna.

Capitolo Pallone d’Oro femminile. Qui la lotta è apertissima: i nomi più importanti sono quelli di Ewa Pajor (33 gol e 7 assist con il Barcellona), Caroline Graham Hansen (18 gol e 16 assist con il Barcellona), Alessia Russo (29 gol e 10 assist con l’Arsenal, arrivata terza nelle votazioni finali della scorsa edizione), e Vivianne Miedema (14 gol e 5 assist con il Manchester City, che ha condotto alla vittoria della Women’s Super League), oltre alla fuoriclasse del Barcellona e della nazionale spagnola Alexia Putellas, che forte del suo quadruple (Liga F, Supercoppa, Copa de la Reina e Champions League) è la principale candidata per vincere il suo terzo Pallone d’Oro. Tra l’altro l’ultima vincitrice dell’ambito riconoscimento è Aitana Bonmatí, anche lei calciatrice del Barcellona e della nazionale spagnola, e anche lei nel 2025 ha vinto il suo terzo Pallone d’Oro (nel suo caso, però, erano addirittura consecutivi).

Pallone d’oro 2026, orario e dove vedere in tv e streaming (anche in chiaro)

La cerimonia di premiazione del Pallone d’oro 2026 sarà trasmessa questa sera dalle 21 in diretta gratuita da Dazn, con un pre-cerimonia dalle 20 alle 21 con Alessio Di Giuseppe in collegamento dal London Palladium Theatre di Londra. A condurre la serata saranno Thierry Henry, ex attaccante francese e secondo classificato al Pallone d’Oro 2003, e Kate Scott, giornalista e conduttrice britannica.

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Thuram punge dopo il rigore negato: “Gli arbitri pensano che simulo”. Chivu: “Non voglio vedere chi piange per gli errori arbitrali”

Sette minuti di pazza Inter a San Siro bastano per ribaltare la Fiorentina. I gol di Marcus Thuram e Piotr Zielinski salvano l’Inter ma anche il designatore Orsato: come accaduto sabato sera con il rigore solare negato a Frattesi (ma senza polemiche per via della vittoria della Lazio), anche oggi i tre punti nerazzurri attutiscono il rumore intorno a un episodio che altrimenti avrebbe fatto molto discutere. Al 69esimo, infatti, quando la Fiorentina era avanti 1 a 0, Thuram reclama un calcio di rigore per un contatto con Vieri, ma per l’arbitro Mariani non ci sono gli estremi per la concessione del penalty. Le immagini mostrano chiaramente il fallo del difensore viola, ma il VAR Fabbri decide di non intervenire.

Tutti i moviolisti, da Marelli a Calvarese, concordano sul fatto che fosse rigore. E a fine partita lo stesso Thuram è tornato sull’episodio: “Ogni volta l’arbitro pensa che ho simulato, ho preso giallo a Bologna e hanno detto che era rigore. Oggi ancora, l’errore ci sta, io devo continuare a puntare l’avversario, poi fischieranno il rigore come è successo oggi”. Il primo riferimento è a Bologna-Inter, altro rigore negato ai nerazzurri dopo il fallo di Darmian, con la beffa del cartellino al francese per simulazione. Il secondo riferimento è al rigore poi assegnato da Mariani nel recupero, quello che ha consentito a Zielinski di completare la rimonta.

“Alla fine siamo stati premiati perché nonostante lo svantaggio abbiamo mantenuto la calma e la lucidità. Faccio i complimenti ai miei, hanno creato e cercato di portare a casa la vittoria. Sono partite che non sono semplici per me e per loro. Oggi meritavamo, lo avrei detto anche se perdevamo”, ha commentato Cristian Chivu, tecnico dell’Inter, a Dazn al termine del match. Chivu ha chiuso così riguardo le proteste per il rigore negato: “Ho sempre detto che le gare durano 90 minuti, non voglio vedere gente che si piange addosso o si lamenta per le decisioni arbitrali. Voglio vedere gente che ci crede e reagisce”. È la ricetta delle rimonte.

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Voto Figc, dal Nord spunta “nonno” Galliani: un 82enne fedelissimo di Berlusconi per salvare il calcio | Il commento

Il nonno che avanza. L’ennesimo colpo di scena della partita per la presidenza della Federcalcio – ma c’era da aspettarselo, considerata la schiena pieghevole di molti protagonisti – ci ha regalato Adriano Galliani possibile avversario di Giovanni Malagò per le elezioni del 14 dicembre. Monsieur Lumière, come fu ribattezzato nella notte del 20 marzo 1991, in cui nei quarti di Coppa dei Campioni si spensero i riflettori dello stadio di Marsiglia e l’allora plenipotenziario di Silvio Berlusconi ordinò il ritiro dal campo del Milan, ha compiuto 82 anni il 30 luglio: 31 trascorsi come dirigente dei rossoneri (29 trofei) e 7 nel Monza, la sua città, dove nacque figlio di una famiglia borghese e dove ottenne il diploma di geometra. Lo chiamano Dottore, ma non si è mai laureato.

Il commissario Malagò è stato svaligiato in casa. Giovannino è come i gatti, quando lo danno per spacciato, riemerge puntualmente dagli abissi, ma questa potrebbe essere l’eccezione che conferma la regola. Malagò aveva vinto la partita contro Giancarlo Abete perché il sostegno plebiscitario della Lega di Serie A – 19 club su 20, unico dissidente il laziale Lotito – per effetto domino gli aveva garantito l’appoggio delle Leghe (B e C) e delle associazioni di categoria (giocatori e allenatori). Il 22 giugno scorso, con il 68,58% dei voti, Malagò si impose sull’avversario.

La questione del mancato tesseramento ha portato al commissariamento della Federcalcio e a un’estate di lunghi coltelli. Attaccato dal governo e ripudiato da alcuni personaggi eccellenti del Coni, che pure hanno fatto carriera grazie a lui, Malagò si è salvato con una soluzione tutta italiana che ha fatto ridere il mondo: Malagò commissario di se stesso. Nel caos di quei giorni, era emerso un certo scollegamento con la Lega di A, indispettita dall’autonomia di Malagò: la scelta di Mancini ct e non di Conte, come volevano i presidentissimi; la nomina di Diana Bianchedi capo delegazione della nazionale; la lotta di cappa e spada contro l’esecutivo di destra e contro la voglia di potere che accompagna alcuni suoi ministri. I presidenti della repubblica calcistica sono molto sensibili ai governi e non è difficile capirne le ragioni, soprattutto quando il sistema è indebitato e si chiedono sostegni economici ad ampio raggio. Metti questo scenario con la cosiddetta indipendenza di Malagò e il piatto è servito in tavola.

La narrazione di queste ore racconta che la nomina di Beppe Signori a capodelegazione dell’Under 20 sarebbe stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Premesso che Malagò avrebbe potuto evitare – che fretta c’era, ma Giovannino ha il vizietto di muoversi come un elefante in una cristalleria -, questa chiave di lettura fa ridere. La verità è che la Lega di Serie A, più pericolosa di un rettilario, ha deciso di mollare Malagò per le ragioni già spiegate. Il vento del Nord – il dissenso parte dall’asse Milano-Bergamo – soffia contro il ponentino romano. Luca Percassi e Giuseppe Marotta sarebbero i portabandiera dei nordisti, ai quali si sono accodati Milan, Cagliari e Genoa. Cinque club. Malagò, che assicura di aver parlato nei giorni scorsi con tredici società, avrebbe dalla sua parte Roma, Napoli, Lecce, Bologna e Monza. Cinque a cinque. Il match si vincerà con le posizioni degli altri dieci, tra i quali potrebbe essere influente la scelta di Urbano Cairo, presidente del Torino, ma soprattutto di RCS. In tanti stanno fiutando l’aria per decidere, dai club alle leghe e alle associazioni di rappresentanza: il classico opportunismo all’italiana, nel quale sprofondano anche le proprietà straniere.

In democrazia il dissenso è legittimo, ma poi quando si tratta di elezioni, bisogna avere candidati credibili. Galliani, con i suoi 38 anni di lavoro nel calcio italiano, è stato presidente della Lega – in pieno conflitto d’interessi, ma visto che il suo padrino è stato Silvio Berlusconi, non c’è da sorprendersi – ed è stato coinvolto in diversi procedimenti giudiziari nello svolgimento delle sue attività, per i quali non ha avuto nessuna condanna definitiva, ma è stato squalificato per nove mesi – pena ridotta a cinque – per le vicende di Calciopoli. Un passato corposo e ingombrante, in cui da un lato spiccano i successi con il Milan, ma dall’altro, la condivisione di responsabilità del crollo economico del calcio italiano: anche lui ha dato un discreto contributo.

È stato senatore di Forza Italia e nel 2022 diede l’addio alla politica, ma in questa storia la politica, come sempre, muove i suoi fili. Non è infatti difficile immaginare nel ministro dell’Economia Giorgetti uno dei sostenitori di Galliani: Forza Italia e Lega, Varese e Monza, il Nord contro Roma. Con i problemi sociali che stanno attraversando l’Italia e con leggi finanziarie sempre più insufficienti per fronteggiare la crisi – “la coperta è corta”, l’ultima dichiarazione sensazionale di Giorgetti – verrebbe da dire che il governo dovrebbe occuparsi di altro e non di pensare all’occupazione del calcio.

Anche perché, i dissidenti, e chi li sostiene, potevano fare meglio: non serve Manuel Fantoni di Borotalco per capirlo. Affidarsi a un dirigente come Adriano Galliani, che ha avuto come unica visione quella della forza del portafoglio di Berlusconi, appare un controsenso: quali riforme, lor signori, da parte di chi non ha avuto uno straccio di idee quando governava la Lega? Obbediente con i potenti e prepotente con i deboli, Monsieur Lumière è il candidato ideale di chi vuole tenere il calcio nelle sue tenebre e non affrontare la ristrutturazione, necessaria, del settore. Malagò non è Che Guevara, ma vuole provare a accendere la luce.

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Napoli, paura per Alisson Santos: si sveglia di notte e vede i ladri fuggire con la sua auto

Notte di paura per Alisson Santos. L’esterno brasiliano del Napoli è stato vittima di un furto nella sua abitazione di Giugliano in Campania, dove alcuni malviventi si sono introdotti mentre lui e la moglie dormivano. Svegliato da alcuni rumori sospetti, il calciatore si è accorto della presenza dei ladri, che si sono allontanati rapidamente portando via la sua automobile, parcheggiata all’interno della proprietà.

Il giocatore ha subito contattato le forze dell’ordine per segnalare quanto accaduto. Sul caso sono al lavoro gli agenti del Commissariato di Giugliano in Campania, secondo i quali il colpo sarebbe stato messo a segno da un gruppo composto da più persone. Oltre alla vettura, i responsabili sono riusciti a impossessarsi di un Rolex di valore e di una collana preziosa appartenente alla moglie del calciatore. Il risveglio di Santos avrebbe però interrotto il raid, impedendo ai malviventi di sottrarre altri oggetti presenti nell’abitazione.

L’automobile è stata successivamente recuperata dai carabinieri a Villaricca, comune situato a breve distanza da Giugliano. Parallelamente, sono stati rafforzati i controlli lungo le principali strade della zona, con l’obiettivo di individuare i responsabili del furto e ricostruire la dinamica dell’accaduto. Sulla vicenda è intervenuto anche il prefetto di Napoli, Michele Di Bari, che ha disposto un potenziamento delle attività di controllo nell’area nord della provincia. L’iniziativa mira a contrastare nuovi episodi criminali e a rafforzare il senso di sicurezza tra i residenti. Il caso sarà inoltre affrontato nel corso della prossima riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.

L’esterno offensivo brasiliano è approdato al Napoli dallo Sporting Lisbona durante il mercato invernale, inizialmente con la formula del prestito, per poi essere riscattato a titolo definitivo in estate. L’operazione prevedeva un investimento iniziale di 3,5 milioni di euro, seguito da ulteriori 16,5 milioni per l’acquisto definitivo. Nella giornata di ieri, Santos ha seguito dalla tribuna il pareggio del Napoli contro la Roma, assistendo alla partita insieme al connazionale David Neres. Per il calciatore, attualmente fermo ai box, si tratta di un periodo particolarmente complicato anche dal punto di vista sportivo. Dopo essere rientrato da un precedente problema fisico, nella gara contro il Venezia ha riportato una lesione distrattiva di medio grado al bicipite femorale sinistro. I tempi di recupero prevedono almeno un altro mese di stop.

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Lazio prima e imbattuta, Gattuso ha ragione? La difesa è da scudetto, ora resta un solo grande dubbio

Chissà se ha ragione Gennaro Gattuso, quando dice la sua Lazio lassù non c’entra niente. “C’è stata grande mentalità”, ha dichiarato nel post-partita della gara contro il Parma, finita 2-1 ma dominata in lungo e in largo dalla sua squadra che, in otto partite, ha totalizzato 22 punti senza perderne manco una. “È una questione di mentalità”, ha continuato, “e il nostro step siamo riusciti a farlo dopo la partita contro la Juventus”. Cosa vuol dire? Che quel 3-0 all’Allianz Stadium ha dato una consapevolezza tutta diversa a Zaccagni e compagni. E una solidità che a questa squadra mancava davvero da tanto tempo.

A proposito di solidità, serve subito un numero: 5, i gol subiti finora. La Lazio è la miglior difesa del campionato e non lo è solo perché ha ritrovato un Mandas quasi incommentabile per la sua efficacia. I numeri raccontano di una solidità difensiva che si può misurare con un dato: gli expected goal concessi, appena 0.76 a partita. È un numero impressionante, che dopo otto partite non può essere più casuale: la Lazio concede poco, quasi nulla, ed è da qui che è partita la sua forza nel costruire un primato che sembra, gioco di parole incluso, in realtà molto solido.

Vero, la squadra è meno brillante quando si tratta di costruire occasioni. Con 1,35 expected goal prodotti a partita, il gruppo di Gattuso è soltanto undicesimo, lontano soprattutto dall’Inter, che raggiunge quota 2,76, e dalla Roma, a 2,01. Anche il possesso palla, al 50,7%, colloca la squadra a metà classifica. Il dato suggerisce che il primato non sia frutto di una superiorità costante nel gioco, ma della capacità di massimizzare le occasioni create e difendere il vantaggio. Tradotto: poche azioni, ma molto buone.

Gli altri aspetti? Il dominio del campo. È solida, la Lazio, ma non è del tutto dominante: è ultima per percentuale di duelli vinti, appena il 45,1%, e per recuperi alti, soltanto 12. Non brilla neppure nei duelli aerei e nella precisione dei cross. Anche la difesa sulle palle inattive avversarie rappresenta un punto debole: gli xG concessi in queste situazioni sono 0,54 a partita, un dato che la colloca al diciassettesimo posto.

Se c’è da migliorare, e Gattuso sembra averlo ben chiaro in testa, è su questo che si dovrà insistere: la Lazio sa difendere l’area e limitare le occasioni avversarie, ma deve ancora riuscire a essere efficace soprattutto in fase di creazione. Perché è vero che segna, ma potrebbe farlo di più se riuscisse a creare un numero quantitativamente superiore di occasioni. Il vero punto interrogativo è questo: quanto reggerà? La solidità è un dato di fatto, ed è anche una questione strutturale. Che sembra molto buona. La produzione offensiva è il vero limite. E forse su questo Gattuso ha ragione, magari anche esagerando un po’: “La Lazio là in testa non c’entra nulla”. Ma per molti altri aspetti, invece sì. E la fortuna, in questo caso, non è protagonista.

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L’Inter ribalta la Fiorentina nel recupero e torna in testa: è la quinta rimonta stagionale | La nuova classifica

Prima Thuram al 91esimo, poi Zielinski al 97esimo: l’Inter rimonta (ancora) in Serie A e ribalta la Fiorentina dopo esser stata sotto per gran parte del secondo tempo. I nerazzurri che ai punti meritavano di più sullo 0-1 per la formazione viola, hanno vinto per 2-1 grazie alle reti del solito attaccante francese e del polacco su calcio di rigore fischiato dall’arbitro, proprio per fallo su Thuram. A portare in vantaggio la Fiorentina era stato un super gol di Alex Jimenez al 65esimo, con una botta da fuori all’incrocio dei pali.

Dopo un tempo e mezzo di pressione e un De Gea in versione paratutto, i viola erano riusciti a passare in vantaggio con una grande conclusione da fuori del suo terzino. Poi al 91esimo Thuram ha riaperto tutto con un diagonale velenoso dopo una giocata in solitaria. Al 97esimo Mariani concede il rigore ai nerazzurri per una trattenuta di Valdepenas su Thuram. Dagli 11 metri si presenta appunto Zielinski che non sbaglia con una botta precisa sotto l’incrocio. L’Inter aggancia la Lazio al primo posto in classifica e allunga sulla Roma, la Fiorentina è 18esima a quattro punti, in piena zona retrocessione.

Per i nerazzurri è la terza partita vinta in rimonta a San Siro dopo quelle contro l’Udinese e il Napoli, ma in quel caso la squadra di Chivu era sotto addirittura 0-2. Un successo importantissimo, che arriva al termine di una settimana che ha vinto i nerazzurri vincere in rimonta a Bologna prima in campionato, poi in 10 uomini contro lo Shakhtar e adesso appunto contro la Fiorentina. Morale alto per la formazione di Cristian Chivu, che mercoledì torna in campo nell’infrasettimanale contro il Venezia in trasferta. Intanto Chivu si gode la quinta rimonta stagionale dopo quelle contro Udinese, Napoli, Bologna e Roma (unica partita in cui la rimonta da 0-2 si è fermata sul 2-2).

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“Per la prima volta in 25 anni non sono lucido”: la furia di Allegri e quella frase contro la Roma. A Trigoria ora si aspettano provvedimenti

“Ditelo voi se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, io stasera non sono nelle condizioni per la prima volta di elargire delucidazioni sulla partita”. Quando Max Allegri si presenta ai microfoni di Dazn per analizzare lo spettacolare 3 a 3 tra il suo Napoli e la Roma, la rabbia e la tensione sono tutt’altro che smaltiti. Il tecnico è furioso, tenta quasi di abbandonare l’intervista e dice: “Non sarò molto lucido nell’analisi della gara per questo. In 25 anni posso fare un errore anch’io“. Il suo nervosismo è dovuto certamente all’ennesima vittoria mancata: il Napoli era avanti 2 a 0, si è fatto rimontare, poi ha segnato con McTominay il gol del 3 a 2 e ha subito da Balerdi la rete del definitivo pareggio. Ma dietro la furia di Allegri c’è anche altro: il rosso ricevuto proprio a fine gara, ma anche un dente avvelenato nei confronti della Roma, stando ai retroscena sulle sue parole lontano dai microfoni.

Davanti alle telecamere, Allegri si è sfogato soprattutto per l’espulsione: “Il quarto uomo ha richiamato l’arbitro, che mi ha cacciato fuori. Non avevo detto nulla, ormai è andata e dispiace. La prossima volta mi siedo in panchina e non mi muovo più. Ogni volta che mi muovo vengo buttato fuori, l’anno scorso mi hanno anche dato 80mila euro di multa“. Il rosso è arrivato subito dopo il gol del pareggio giallorosso, ma Allegri nega di aver detto qualcosa contro l’arbitro: “Gli altri fanno di tutto. Ringrazio Saccani (ma era Sacchi il quarto uomo, ndr). Per il resto, tanti complimenti ai ragazzi per questa partita, giocando con questo spirito sicuramente risaliremo la classifica“.

La classifica dice però che oggi il Napoli è fermo a quota 11 punti, esattamente la metà rispetto alla testa della Serie A. La rabbia di Allegri però sedimenta sopra al risentimento per come è finita la passata stagione: “L’anno scorso vi hanno messo la Champions in tasca ed ho pagato io con il Milan“. Sarebbe questa la frase urlata dal tecnico nei corridoi del Maradona, stando a quanto riportato da diversi quotidiani sportivi. Le sue parole infatti si sarebbero sentite anche in sala stampa.

Allegri fa ovviamente riferimento all’epilogo del precedente campionato, quando era sulla panchina del Milan e si fece recuperare 8 punti in 5 giornate dalla Roma di Gasperini, fallendo l’accesso alla Champions. Ci fu qualche polemica arbitrale – in primis per la rimonta dei giallorossi contro il Parma, viziata da un rigore alquanto generoso – ma nulla che lasciasse presagire a distanza di mesi uno sfogo così importante. Anche a Trigoria sono rimasti stupiti e irritati. Secondo quanto fatto trapelare, sia Gasperini sia i Friedkin ritengono inaccettabili le accuse di Allegri su presunti favori arbitrali. Per questo, il club ora si attende dei provvedimenti da parte della giustizia federale.

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Milan decimato: si fermano per infortunio anche Gila, Rabiot e Moreira. Amorim in emergenza

Cattive notizie per il Milan che parte per la trasferta di Udine senza Mario Gila, Adrien Rabiot e Diego Moreira. Un’ecatombe che costringe il tecnico Ruben Amorim a stravolgere l’undici titolare che aveva in mente per la sfida contro l’Udinese. Per i rossoneri in teoria è una trasferta abbordabile, vista la crisi dei friuliani di Kosta Runjaić. Le assenze però potrebbero complicare i piani.

Il difensore spagnolo ha riportato un’infiammazione da sovraccarico alla caviglia sinistra, mentre Rabiot e Moreira sono alle prese con un affaticamento, rispettivamente, al polpaccio destro e al flessore sinistro. Oltre a loro tre, sono fermi per un infortunio anche Gabbia, Chukwueze e Saelemaekers. Inoltre, sono in dubbio pure Pavlovic e Loftus-Cheek.

Il serbo dovrebbe stringere i denti, per giocare in coppia con De Winter e lasciare Tomori a sinistra al posto di Gila. A completare la difesa sarà Bartesaghi. In mezzo scelte quasi obbligate: Musah e Modric con Jashari. In attacco il tridente resta potenzialmente il migliore a disposizione di Amorim: Pulisic e Cisse dietro a Ramos. Le alternative a gara in corso sono però limitate all’osso: Hutchinson e Camarda.

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Cosa ha avuto Vincent Kompany: i pasti irregolari e i troppi caffè, poi il virus e il collasso in campo. “Servirà tempo, non parliamo di giorni ma di settimane”

Da tempo all’interno del Bayern Monaco c’erano preoccupazioni riguardo alla salute di Vincent Kompany. Il malore del tecnico, collassato in campo durante l’allenamento dell’Under 23 al centro sportivo del club, non è stato un fulmine a ciel sereno. Lo racconta oggi la Bild, descrivendo gli ultimi mesi di Kompany, segnati fa forte stress. Ora la buona notizia è che le sue condizioni sono stazionarie. Ma il direttore sportivo del Bayern, Max Eberl, ha chiarito appunto che il belga osserverà certamente un lungo periodo di riposo: “Gli verrà concesso tutto il tempo necessario. Non inizieremo a fissare delle tempistiche. Non parleremo di giorni, ma di settimane, e questo deve essere chiaro a tutti”. Ora la priorità è capire le cause del malore.

Da tempo sia i calciatori che lo staff chiedevano a Kompany di prendersi una pausa. Il reportage del tabloid tedesco parla di una vita frenetica: poche ore di sonno, pasti irregolari, tantissimi caffè e un’agenda sempre fitta di impegni. Non solo partite e allenamenti. Kompany, ad esempio, si occupava pure di gestire i lavori nel centro sportivo, dove è previsto l’ampliamento del campo di allenamento. L’allenatore belga voleva avere il controllo di tutto, anche dell’organizzazione delle trasferte.

A complicare il quadro è arrivata però soprattutto un’infezione virale acuta, con cui Kompany stava combattendo già da diversi giorni. Il virus gli aveva anche causato problemi all’anca, che gli impedivano di stare in piedi a lungo e gli rendevano difficile anche salire le scale. Dopo la vittoria contro il Lipsia di domenica scorsa, si era sottoposto a un controllo medico e aveva saltato due sessioni di allenamento. Nonostante questo, l’ex difensore belga era di nuovo in panchina per la sfida di Champions contro l’Arsenal, terminata 2 a 2. Le sue parole dopo il match erano state quasi profetiche: “La settimana scorsa ho preso un virus piuttosto brutto e, ovviamente, non ho ascoltato il mio corpo, e poi a un certo punto il mio corpo mi ha detto: ‘Basta!'”.

Evidentemente però il corpo di Kompany era ancora debilitato. E ha presentato il conto venerdì, quando nonostante tutto ha scelto di presenziare anche all’allenamento dell’Under 23 diretta da Dante. Ora quindi all’interno del Bayern Monaco nessuno vuole mettergli ulteriore fretta: “La buona notizia è che è stabile. Ieri sera abbiamo parlato, anche con sua moglie. Per il ritorno in panchina servirà tempo“, ha sottolineato il direttore sportivo del Bayern. Eberl ha aggiunto: “Non è stato un momento piacevole per nessuno di noi; è collassato ed è stato portato in ospedale. E ci resterà ancora per qualche giorno. Questo dimostra che il calcio non è la cosa più importante nella vita. Noi del Bayern Monaco siamo uniti. Perché la cosa più importante è che si trovi la causa della malattia di Vinnie, che guarisca e solo allora potrà tornare. Questa sarà la sfida più grande, proteggerlo, in un certo senso, da se stesso“.

Nel frattempo, la squadra sarà guidata dal suo assistente, Aaron Danks e dallo staff tecnico in vista della sfida di Bundesliga contro il Friburgo.

L'articolo Cosa ha avuto Vincent Kompany: i pasti irregolari e i troppi caffè, poi il virus e il collasso in campo. “Servirà tempo, non parliamo di giorni ma di settimane” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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